Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: preti pedofili

  • Chiesa, il dramma abusi in un libro

    Chiesa, il dramma abusi in un libro

    La denuncia della madre di un ragazzino violato: una storia milanese divenuta processo con sentenza di condanna. La giustizia laica c’è stata, non ancora quella ecclesiastica

    di Giorgio Gandola

    “Chiesa: perché mi fai male?”. La domanda è urticante, contraddittoria, e anticipa dolore. È quella di una mamma che un giorno scopre l’abuso del figlio da parte di un prete; è quella di una cattolica praticante che si rende conto di come la Chiesa tenda a coprire, dissimulare, fuorviare riguardo a questa violenza; è quella di una donna perseverante e tenace nella fede, che ottiene per il suo ragazzo la giustizia laica ma non ancora quella ecclesiastica. Così, quell’interrogativo che diventa un grido davanti al crocifisso, si trasforma in un volume-denuncia in questi giorni sugli scaffali delle librerie e su Amazon.

    Se il titolo è chiaro, il sottotitolo è illuminante: “Storia di un abuso e ruolo della Chiesa documentato”. L’autrice è Cristina Balestrini, la madre di Alessandro Battaglia, che nel dicembre 2011 (aveva 15 anni) fu invitato da don Mauro Galli, suo educatore e confessore, a trascorrere una notte nel suo appartamento, anzi, “nel lettone”. Il contesto era una parrocchia di Rozzano, periferia di Milano, pochi giorni prima del Natale. La conseguenza fu un abuso sessuale che si trasformò in un incubo e in un’odissea per la famiglia, fra richieste di giustizia all’arcidiocesi, tentativi di insabbiamento, destabilizzazione psicologica del giovane (giunto sull’orlo del suicidio), fino alla denuncia ai carabinieri. La vicenda, contrappuntata da lettere con risposte evasive ai vescovi e al Vaticano, è finita in tribunale a Milano ed è diventata un processo con una sentenza: condanna in primo grado del prete a sei anni e quattro mesi.

    Il libro racconta meticolosamente tutto questo e molto di più. Approfondisce il ruolo della diocesi, sottolinea come l’allora vicario di zona (poi vicario episcopale) decise spontaneamente di non aprire un’indagine previa, di non denunciare quel sacerdote secondo l’iter previsto dal diritto Canonico. Ma semplicemente lo trasferì a Legnano, sempre a contatto con adolescenti, quindi potenzialmente pericoloso. E quel vicario al non era che Mario Delpini, nominato arcivescovo di Milano da papa Francesco quando già la vicenda era stata portata all’attenzione dei suoi uffici Oltretevere.

    La narrazione della cronaca, diluita in alcuni anni di articoli, processo compreso, è già di per sé scioccante, dura. Ma la lettura del documentatissimo testo lo è ancora di più e mostra il volto impietoso, quando non addirittura cinico, di un’istituzione che mentre tende mediaticamente a prendere le distanze dai preti pedofili, in realtà ha come obiettivo primario la difesa di sé stessa. Nel libro non mancano le accuse di depistaggio ad alcune firme di prim’ordine, per esempio ad Andrea Tornielli, oggi responsabile della comunicazione vaticana.

    La dedica in calce al volume è una toccante Spoon River. “Ad ogni singola vittima di abuso sessuale, ad ogni familiare, a chi non c’è più perché non è riuscito a sopravvivere, a chi dedica la propria vita alle vittime, a chi sceglie di girarsi dall’altra parte, a tanti preti che non si rendono conto del disastro che provocano con il loro silenzio colpevole. Perché il grido silenzioso di chi vive questo dramma possa raggiungere il cuore di tutti”. Un viaggio nel dolore e nella speranza che a uno scrittore professionista sarebbe riuscito monco. Per renderlo completo servivano l’amore e la disperazione di una mamma.

    (trascrizione da La Verità del 14 settembre 2019)
    Acquistalo su Amazon https://www.amazon.it/dp/1085988945

  • SAVONA: assolto dalle accuse di diffamazione, il Presidente della Rete L’ABUSO

    SAVONA: assolto dalle accuse di diffamazione, il Presidente della Rete L’ABUSO

    Si è tenuta questa mattina, presso il tribunale di Savona,  l’udienza che vedeva indagato per diffamazione, Francesco Zanardi, sopravvissuto e Presidente dell’unica rete nazionale di vittime di preti pedofili.

    Zanardi era stato citato in giudizio da padre Ilario  Verri, un sacerdote di Bergamo missionario in Mozambico, che insieme ad un altro sacerdote italiano, missionario in Mozambico, erano stati indicati da un insegnante portoghese , João Oliveira, come responsabili di turismo sessuale ai danni di alcuni minori dell’orfanotrofio gestito dal secondo sacerdote, padre Luciano Cominotti, indagato in Mozambico, ma archiviato in quanto nel frattempo rientrato in Italia.

    Zanardi, difeso dall’avvocato Riccardo Di Rella, segretario della Rete L’ABUSO, non è stato neppure chiamato a deporre, in quanto durante l’audizione di padre Ilario Verri, è chiaramente emersa l’eccezione di querela tardiva, che ha così portato all’assoluzione di Zanardi.

    Tuttavia, durante l’audizione del sacerdote, alla luce di alcune sue dichiarazioni fatte al Giudice, Zanardi annuncia che la Rete L’ABUSO aprirà un secondo fascicolo sul caso (il primo mod. 21 fu depositato lo scorso 26 luglio 2018). Al momento si riserva di rendere note le incongruenze emerse durante l’audizione, ma rende noto che saranno acquisite le trascrizioni dell’intera udienza.

    L’Ufficio di Presidenza

  • Chiesa australiana ammette la propria “responsabilità”su abusi sessuali dei preti

    Chiesa australiana ammette la propria “responsabilità”su abusi sessuali dei preti

    Il processo al pedofilo seriale Ridsdale crea uno storico precedente giudiziario

    Un’ammissione di responsabilità che crea un precedente significativo. La Chiesa cattolica australiana per la prima volta in anni di inchieste e processi ha accettato la responsabilità legale per gli abusi sessuali subiti da un bambino di nove anni nel 1982. L’autore è l’ex prete, pedofilo seriale, Gerald Ridsdale, in carcere dal 1994 per aver aggredito sessualmente almeno 65 minori tra gli anni ’60 e ’80.

    Dopo che per anni aveva negato di essere a conoscenza dei reati commessi da Ridsdale, la Chiesa australiana ha ora accettato una dichiarazione di danni alla Corte Suprema da parte di JBC (le iniziali della vittima), oggi 46enne, ammettendo così la propria responsabilità legale.

    La vicenda giudiziaria nasce dalla citazione in giudizio della vittima della diocesi di Ballarat, dove risiedeva Ridsdale, accusando di negligenza i vescovi dell’epoca, i defunti James O’Collins e Ronald Mulkearns. La diocesi si è dichiarata colpevole di aver violato i suoi obblighi di diligenza nei confronti delle vittime, essendo a conoscenza di un esposto del 1975 sugli abusi commessi dall’ex sacerdote.

    Negli anni, nella complessa vicenda giudiziaria di Ridsdale, è più volte spuntato anche il nome del cardinale George Pell, già arcivescovo di Melbourne e Sidney e prefetto per l’economia di papa Francesco. Pell avrebbe coperto i crimini di Ridsdale, come di altri preti pedofili australiani, ignorando sistematicamente le accuse. Anche Pell è stato condannato per abusi sessuali su minori nel 2018.

    Gli avvocati di JBC si sono dichiarati soddisfatti: “È la prima volta in Australia, che la Chiesa cattolica ha ammesso di non aver protetto una vittima minorenne”. Il processo potrà costituire un precedente per altre vittime se queste riusciranno a provare che le diocesi erano a conoscenza degli abusi commessi dai preti pedofili.

    La chiesa australiana ammette la propria “responsabilità” sugli abusi sessuali dei preti

  • Giustizia Divina (Così la Chiesa protegge i peccati dei suoi pastori)

    Giustizia Divina (Così la Chiesa protegge i peccati dei suoi pastori)

    Emanuela Provera  – Federico Tulli

    Giustizia Divina (Così la Chiesa protegge i peccati dei suoi pastori)

    Chiarelettere, Milano, 2018, pagine 184, euro 16,00

    Il testo si apre avanzando dubbi sulla buona fede di papa Francesco quando afferma di voler realmente combattere il cronico fanomeno dei preti pedofili. Gli Autori, dopo un’accurata indagine, scoprono che in carcere vi sono preti detenuti non solo per pedofilia ma anche per altri gravi reati. Addirittura vi è un parroco omicida.

    Si riscontra nel clero cattolico una doppia morale che affonda le sue radici nella confusione che la Chiesa fa tra reato e peccato: si presenta il caso del confessore don Inzoli, soprannominato “Don Mercedes” per essersi arricchito grazie alla sua presunta vocazione spirituale! Si denunciano le complicità statali che garantiscono al clero “evidenti privilegi per gli ecclesiastici che nessun altro cittadino può avere”.

    La Chiesa cattolica è uno “Stato nello Stato” pericoloso sia dal punto di vista morale (pedofilia e simili) sia economico con particolar riguardo ai traffici di capitali tramite lo IOR. La trasparenza in Vaticano è una pura finzione e i nunzi apostolici continuano a usare cifrari per evitare di far conoscere le loro segretissime relazioni.

    I vescovi sono specializzati nell’occultare gli abusi dei propri sacerdoti diocesani rendendosi così complici delle loro nefandezze. Il testo fa l’esempio della diocesi di Boston i cui scandali hanno ispirato film da Oscar.  Anche la descrizione della testimonianza della vittima di un prete pedofilo della diocesi di Napoli ci fa capire come in tali strutture tutto sia congegnato per cercare di favorire il sacerdote accusato.

    I processi canonici sono soggetti a segreto pontificio e, dopo che i preti sono stati espusi dalla Chiesa, nessuno in Vaticano si occupa di segnalare i loro nomi alle autorità civili: parziale secretazione e divieto di stampa degli atti processuali servono a soffocare gli scandali.

    Il testo segnala anche casi di tortura: il prete esorcista campano don Barone percuoteva i presunti indemoniati.

    Infine, nei centri di recupero dei preti, in crisi per i più svariati motivi, “periodicamente viene distrutta tutta la documentazione” con ciò ostacolando anche eventuali studi psicologici o sociologici sui misfatti clericali.

    Pierino Marazzani, settembre 2019

  • Preti pedofili, in Argentina comincia il processo per gli abusi sui bimbi sordi

    Preti pedofili, in Argentina comincia il processo per gli abusi sui bimbi sordi

    La magistratura argentina sarà la prima nel mondo a fornire una verità giudiziaria su caso Provolo, travolto da da oltre dieci anni da uno dei più gravi scandali nella Chiesa cattolica, denunciato  per la prima volta dall’Espresso e rimasto fino ad ora totalmente impunito

    DI ANDREA TORNAGO

    Si è aperto in Argentina, a Mendoza, il primo processo nei confronti dei religiosi dell’Istituto Provolo per l’educazione dei sordomuti – con sede a Verona ma presente in vari paesi nel mondo – travolto da ormai più di dieci anni da uno dei più gravi scandali internazionali di pedofilia nella Chiesa cattolica, denunciato nel 2009 per la prima volta dall’Espresso e rimasto fino ad ora totalmente impunito.  Il dibattimento verrà tradotto integralmente e in simultanea nella lingua dei segni.  Davanti al giudice Carlos Díaz, in un processo celebrato a porte chiuse per via della crudezza delle testimonianze e della minore età delle vittime, i tre imputati si sono rifiutati di rispondere alle domande e hanno chiesto che i minori tornino in aula per testimoniare sui fatti contestati, istanza rigettata per evitare di rinnovare inutilmente la sofferenza alle vittime: verranno utilizzate le testimonianze acquisite nel corso delle audizioni protette. Il sacerdote veronese Nicola Corradi, 83 anni, l’argentino Horacio Corbacho, 59, e l’impiegato Armando Gómez, 57, sono accusati di abusi sessuali aggravati nei confronti di minori, avvenuti tra il 2005 e il 2015. L’inchiesta di Mendoza però è più ampia e riguarda in totale 14 indagati, tra cui una suora e undici civili, e ha già portato a una condanna a dieci anni con rito abbreviato per il religioso Jorge Luis Bordón, accusato in parte degli stessi fatti oggetto del processo di Mendoza.

    La magistratura argentina sarà dunque la prima nel mondo a fornire una verità giudiziaria su caso Provolo, i cui raccapriccianti abusi ricostruiti dalle testimonianze delle vittime iniziarono a Verona negli anni ’60, e proseguirono nelle sedi sudamericane dell’istituto, in cui i sacerdoti venivano di volta in volta trasferiti. Questo sistema alla “Spotlight” trova riscontro anche nelle carte giudiziarie italiane. Le «tendenze pedofile» di Nicola Corradi, secondo la Procura di Verona che nel gennaio del 2018 ha archiviato le indagini per favoreggiamento dei sacerdoti arrestati in Argentina, erano note all’interno delle congregazione del Provolo già dal «gennaio del 1970», data in cui il prete «si trasferì (o fu fatto trasferire?)» – si legge nella richiesta di archiviazione firmata dal pm veronese Valeria Ardito – e in cui «avrebbe dovuto effettuarsi un oculato controllo sulla sede presso la quale il sacerdote sarebbe stato destinato».

    Ma le autorità ecclesiastiche non fecero nulla. Nemmeno quando, in occasione della denuncia collettiva davanti alle telecamere dell’Espresso nel 2009,  una delle vittime degli abusi fece proprio il nome di don Corradi: nell’inchiesta ecclesiastica che seguì, conclusa nel 2011, la posizione di Corradi non fu nemmeno esaminata. Poco dopo, nel novembre del 2016, Corradi viene arrestato in Argentina per le violenze denunciate a Mendoza.

    La causa di Mendoza è solo la prima. Le indagini si sono presto estese anche all’altra sede argentina del Provolo nella città La Plata, capoluogo della provincia di Buenos Aires. Anche in quell’inchiesta, Nicola Corradi è accusato di violenze sessuali sui minori sordomuti commesse in anni precedenti, insieme al religioso veronese Eliseo Pirmati, tornato a vivere nel 2017 nella sede centrale del Provolo a Verona e su cui pende una richiesta di estradizione in Argentina, e al guardiano José Britez. A La Plata, i pm argentini contestano agli indagati  in alcuni casi anche la «riduzione in schiavitù» dei bimbi e l’esercizio di una violenza che «in nulla si differenzia dalla tortura». Non mancano le frizioni con le gerarchie cattoliche locali e con il Vaticano, da cui dipende direttamente la congregazione di cui fa parte il Provolo: «Nessuna collaborazione da parte della Chiesa cattolica – ha denunciato il pm argentino Gustavo Stroppiana -, il vescovo Alberto Bochatey, commissario designato da Papa Francesco nel caso Provolo, non ha mai chiesto di parlare con me né ha fornito informazioni utili all’indagine».

    http://espresso.repubblica.it/attualita/2019/08/07/news/preti-pedofili-in-argentina-comincia-il-processo-per-gli-abusi-sui-bimbi-sordi-1.337586
     

  • ‘Sono demoniaci’: parlano le vittime sorde dei preti pedofili argentini

    ‘Sono demoniaci’: parlano le vittime sorde dei preti pedofili argentini

    La testimonianza delle vittime scuote il processo contro i sacerdoti cattolici di Mendoza accusati di abuso sessuale.

    Ezequiel Villalonga ha trascorso gran parte della sua vita presso l’Istituto Provolo di Mendoza, una scuola cattolica per bambini non udenti. Ma ora il diciottenne, che è sordo e muto, ha perso ogni fiducia nella Chiesa.

    Lui e i suoi compagni di classe affermano di essere vittime dei preti pedofili che gestivano l’istituzione, parte di uno scandalo radicale che ha scosso l’Argentina, la patria di papa Francesco.

    “Penso che tutto nella Chiesa sia falso. Tutto ciò che ci hanno fatto leggere, recitare, come (hanno detto) le persone dovrebbero vivere”, ha detto in lingua dei segni, poco prima dell’inizio del processo dei sacerdoti lunedì.

    “Penso che mentano e che siano demoniaci”, ha aggiunto.

    Ezequiel imparò la lingua dei segni solo da adulto, perché nonostante la missione specializzata dell’Istituto, la scuola situata ai piedi delle Ande non gli insegnò come parlare.

    Aveva solo sette mesi quando sua madre si rese conto che era sordo. Quando Ezequiel aveva quattro anni, lo mandò al Provolo, che fu fondato nel 1995, 621 miglia (1.000 chilometri) a ovest di Buenos Aires.

    Fino a quando Ezequiel aveva 16 anni, quando finalmente lo scandalo scoppiò, trascorse le sue giornate all’interno del massiccio edificio con un tetto verde. Una volta dentro i suoi muri di mattoni rossi, gli era permesso di tornare a casa solo nei fine settimana.

    “La vita lì è stata terribile. Non abbiamo imparato nulla, non potevamo parlarci perché non conoscevamo la lingua dei segni”, ha detto.

    “Scrivevamo senza sapere cosa dicesse, e quando chiedevamo ad altri compagni di classe, nessuno capiva nulla”, ha aggiunto, parlando al quartier generale della ONG Xumek (che significa “sole” nella lingua indigena di Huarpe), che gli ha fornito con un avvocato.

    Le sue testimonianze, e quelle di altre 20 vittime, sono al centro di un processo per i sacerdoti Nicola Corradi, 83 anni, e Horacio Corbacho, 59 anni, nonché l’ex giardiniere della scuola Armando Gomez, 49 anni.

    “Voglio che vadano tutti in prigione. Corbacho, Corradi e Gomez, in modo che possiamo risolverlo”, ha detto Ezequiel.

    Corradi arrivò in Argentina nel 1970 dall’Istituto Provolo originale di Verona – che è stato anche scosso da uno scandalo della pedofilia negli ultimi anni – per gestire il Provolo a La Plata.

    Nel 1998, si trasferì a soli 42 miglia a nord di Mendoza, dove lavorò come capo dell’Istituto fino al suo arresto nel novembre 2016.

    L’ex chierichetto Jorge Bordon, che ora ha 50 anni, è stato condannato l’anno scorso a 10 anni di prigione come parte dell’affare, dopo aver ammesso di aver abusato di cinque vittime. Quindici altri sono anche accusati e saranno giudicati nel corso di altre due prove.

    “Come hanno potuto?” 

    Paola Gonzalez si è interrotta ricordando il momento in cui ha appreso che sua figlia Milagros, che ora ha 16 anni, era stata maltrattata mentre frequentava l’Istituto.

    Prima dello scandalo, la scuola libera era stata considerata piuttosto prestigiosa.

    “Avresti dovuto vedere il suo corpicino quando entrò (nel Provolo). Era così piccola”, ha detto Gonzalez, seduto nella sua casa a Mendoza.

    “Non capisco, non riesco a immaginare un tale male. Come hanno potuto fare così tanto male a una creatura così fragile?” chiese lei.

    Quando le prime testimonianze delle vittime furono rese pubbliche, Gonzalez chiese a sua figlia se fosse stata maltrattata al Provolo.

    “Era seduta proprio lì”, ha detto la donna delle pulizie, indicando il punto in cui sua figlia “ha mimato che le avevano sbottonato (vestiti) e tirato giù i pantaloni.”

    “Poi ha guardato di nuovo in basso”, ha ricordato Gonzalez, che afferma di aver trasformato il suo “dolore in combattimento”.

    “È una grande vittoria che ci sia una prova”, ha aggiunto.

    “Non ci sono abbastanza parole per entrare in empatia con l’orrore che hanno vissuto e che li ha feriti così tanto”, ha detto mons. Alberto Bochatey, vescovo ausiliare di La Plata.

    “Dobbiamo chiedere perdono e cercare di guarire il meglio che possiamo, senza odio.”

    Nel luglio 2017, Papa Francesco ha nominato Bochatey Commissario Apostolico per esaminare la Compagnia di Maria, il gruppo che gestisce gli istituti di Provolo.

    “Quando sono stato nominato, la prima cosa che ho fatto è stato cercare di avvicinare le vittime e chiedere loro perdono, e mi hanno mandato a fare i bagagli”, ha detto Bochatey.

    “Fino ad oggi, non sono stato in grado di farlo”, ha detto, aggiungendo che è “molto felice che il processo sia iniziato.”

    – AFP

    https://www.batimes.com.ar/news/argentina/theyre-demonic-the-deaf-victims-of-argentinas-pedophile-priests-speak-out.phtml

  • Che cos’è l’Opus Bono Sacerdotii, l’ente no profit che per anni ha finanziato i preti pedofili

    Che cos’è l’Opus Bono Sacerdotii, l’ente no profit che per anni ha finanziato i preti pedofili

    Opus Bono Sacerdotii, un ente no profit nello Stato del Michigan, dal 2002 ha offerto protezione, assistenza legale e aiuti in denaro a centinaia, se non migliaia, di sacerdoti cattolici accusati di pedofilia. Lo ha scoperto un’inchiesta di Associated Press. Secondo uno dei fondatori della Ong: “Le vittime trascurate degli scandali sessuali sono i preti e la Chiesa”.

    Opus Bono Sacerdotii, una piccola organizzazione senza fini di lucro del Michigan, per quasi 20 anni ha offerto riparo, assistenza legale e aiuti in denaro a centinaia, se non migliaia, di sacerdoti cattolici accusati di pedofilia. E’ quanto emerge da un’inchiesta di Associated Press (Ap), partita dopo le rivelazioni di Mary Rose Maher, la figlia 27enne del fondatore della Ong. “Una semplice indagine sull’associazione no profit Opus Bono Sacerdotii – è la denuncia scritta nel 2017 da Mary Rose al procuratore dello Stato del Michigan – metterà in luce la sottrazione di milioni di dollari, anni di frodi postali e il costante e sistematico abuso delle donazioni”. I fondi raccolti dall’ente, però, oltre a finire nelle tasche dei due fondatori, servivano anche per un altro scopo: aiutare i preti accusati di abusi sessuali su bambini.

    “Quando un [prete] pedofilo è finito in prigione per aver abusato decine di minori, Opus Bono era lì ad offrire conforto e denaro”, scrivono i tre giornalisti autori dell’inchiesta. E ancora: “Quando un prete ha confessato di avere aggredito sessualmente ragazzi di età inferiore ai 14 anni, Opus Bono ha raccolto fondi per la sua difesa”. E sebbene l’archidiocesi di Detroit abbia subito smentito qualsiasi relazione con la Ong, Associated Press è stata in grado di scoprire che in realtà i fondatori di Opus Bono Sacedotii hanno goduto per anni della protezione di importanti ecclesiastici.

    “Le vittime degli scandali sessuali sono i preti”
    “Negli scandali sessuali, le vittime trascurate sono i preti e la Chiesa stessa”. Con questa intenzione nasce nel 2002 Opus Bono Sacerdotii, un ente che fin dall’inizio vuole contrapporsi al Survivors Network of those Abused by Priests (Rete di sopravvissuti agli abusi dei preti) e gli altri gruppi che accusano la Chiesa di insabbiare le violenze sessuali del clero. A fondare l’organizzazione no profit sono due amici, Joe Maher e Peter Ferrara, entrambi parrocchiani de “L’Assunzione della Beata Vergine Maria” di Detroit, nel Michigan. Un ruolo importante nell’ente lo ricoprirà anche padre Eduard Perrone, per 25 anni sacerdote in questa grande chiesa di pietra conosciuta anche come “La Grotta dell’Assunzione”. “Già alcuni anni prima che aiutasse a fondare l’Opus Bono – si legge nel reportage di Ap – Perrone aveva accolto nella sua chiesa due sacerdoti accusati di abusi sessuali nelle diocesi di altri stati. Uno di loro in seguito ha ammesso di aver molestato ben 50 bambini negli anni ’80 e ’90”.

    Il primo caso di cui si occupa la Opus Bono risale proprio al 2002 quando la polizia di Detroit accusa Komlan Dem Houndjame, sacerdote africano del Togo, di aggressione sessuale nei confronti di un corista della “Grotta dell’Assunzione”. All’epoca sia Perrone che Maher fanno quadrato attorno a Houndjame. Maher addirittura lo porta a casa sua per proteggerlo dall’attenzione dei media. Al processo, il giudice stabilisce che non ci sono prove sufficienti e Houndjame viene assolto, nonostante altre due donne (mai sentite in tribunale) lo accusino di aver abusato di loro. Da quel momento il telefono di John Maher non smette di squillare: a chiamarlo sono altri sacerdoti che chiedono aiuto. Per i preti coinvolti in abusi, i fondatori di Opus Bono hanno pronti biglietti d’aereo, hotel e appartamenti. Alloggi che consentono ai presunti pedofili di sottrarsi allo scandalo provocato dalla loro condotta sessuale.

    Donazioni di milioni di dollari per i sacerdoti abusatori
    L’elenco dei sacerdoti aiutati da Opus Bono è riservato, ma dai suoi opuscoli promozionali si ricava che dal 2002 l’ente no profit ha assistito oltre 8mila preti. Il procuratore generale del Michigan, Bill Schuette, stima che la cifra più reale sia attorno ai mille. Quello che è certo è che alcuni dei religiosi soccorsi da Maher sono stati coinvolti in aggressioni sessuali. Come Jason Sigler, un sacerdote di Detroit condannato per aver molestato decine di bambini nel New Mexico e nel Michigan. Altri addirittura venivano assunti da Opus Bono come consulenti in diritto canonico: è il caso del reverendo Gregory Ingels, accusato di aver abusato sessualmente di un ragazzino di 15 anni a San Francisco negli anni ‘70.

    A sorprendere è inoltre la quantità di soldi raccolti dall’ente con le donazioni: secondo l’inchiesta dell’Associated Press, dal 2002 al 2016, le entrate di Opus Bono Sacerdotii sono state pari a 8 milioni di dollari. A subire un vertiginoso aumento sono anche gli stipendi di Maher e Ferrara. Insomma, l’attività dei due fondatori vanno a gonfie vele. Almeno fino all’intervento della giustizia.

    Lettere ai fedeli per pagare le spese legali ad un prete accusato di pedofilia
    Nel 2018, Opus Bono invia una serie di lettere ai fedeli del Michigan per chiedere un aiuto in denaro. I soldi raccolti serviranno per pagare le spese legali a due sacerdoti: Robert DeLand, accusato di avere mantenuto relazioni sessuali con tre giovani e, Jonathan Wehrle, un prete incriminato per essersi appropriato di svariate migliaia di dollari della sua diocesi. E’ in quel momento che l’ente no profit finisce nel mirino del procuratore generale del Michigan, Bill Schuette. Dopo le indagini, il magistrato stabilisce che Maher e Ferrara stanno utilizzando la Ong per il loro arricchimento personale. I due, comunque, arrivano ad un accordo e se la cavano con poco: 10mila dollari per coprire i costi delle indagini giudiziarie e il divieto di ricoprire cariche in organizzazioni no profit nello Stato del Michigan. Opus Bono Sacerdotii ha fatto sapere Ferrara è stato licenziato e Maher non ha più alcun ruolo dal 31 marzo scorso.

    Joe Maher, però, sembra aver violato i patti con il procuratore perché è il presidente di The Men of Melchisedec, una nuova organizzazione il cui indirizzo risulta a Indian River, nel Michigan. Il compito di questo nuovo gruppo, come si legge nella loro pagina web, “è di aiutare i preti che incontrano difficoltà nella loro vita personale e nel loro ministero sacerdotale […], compresi quelli che soffrono per l’orrore di un’accusa di abuso sessuale”. E, come nel caso di Opus Bono Sacerdotii, anche qui ai fedeli preoccupati per la sorte dei religiosi coinvolti in scandali sessuali è data la possibilità di contribuire con donazioni.

    https://www.fanpage.it/esteri/che-cose-lopus-bono-sacerdotii-lente-no-profit-che-per-anni-ha-finanziato-i-preti-pedofili/

  • Randazzo – prete assolto per davvero?

    Randazzo – prete assolto per davvero?

    “Era un amico di famiglia. Non avrei mai immaginato…” 

    Inizia praticamente così una lunga telefonata, 46 minuti. Fortissima la sensazione di conoscersi da sempre, di capirsi profondamente… eppure fino a pochi giorni fa ciascuna ignorava l’esistenza dell’altra.  Quando si condivide la stessa esperienza profondamente dolorosa, le parole scambiate hanno un significato concreto che raggiunge una parte di te accessibile solo a chi può comprendere davvero. La mamma di una vittima chiama in Associazione.

    E mentre lei racconta, tu rivedi, rivivi, ricordi… eppure ti sembra impossibile.

    Per 9 giorni il prete accusato di abusi sessuali nei confronti di tuo figlio è stato assolto. Cosa significa “per 9 giorni”? Una beffa del destino?

    In primo grado condanna a 4 anni, in appello riduzione a 3 anni, in cassazione assolto perché decorsi i termini della prescrizione. Nove giorni hanno fatto la differenza. Ti crolla il mondo. Sì, il mondo ora sa che il prete è stato assolto. Il “tuo” mondo, il “tuo” paese, la “tua” parrocchia ora sanno la verità: il prete è stato assolto.

    Ora tutti hanno la coscienza a posto: don Vincenzo Calà Impirotta in cassazione è stato assolto. Poco importa che l’assoluzione sia determinata dai termini della prescrizione: di questo non ne parla nessuno.

    NON È STATO ASSOLTO PERCHÉ NON HA COMMESSO IL FATTO!

    Ma di questo nessuno ne parla, il silenzio è assordante, non ho visto titoli di giornali che fornivano spiegazioni. Tutto tace.

    Nessuno si domanda cosa sta vivendo la famiglia della vittima, cosa significa un Calvario durato 14 anni e concluso in questo modo: è un punto di vista “scomodo” che metterebbe in luce tanti particolari che la gerarchia ecclesiastica preferisce mettere sotto il tappeto, come la polvere che non si vuole raccogliere.

    È davvero triste la realtà di una Parrocchia che, durante la Festa del Corpus Domini, annuncia a tutti, pomposamente, che il prete è stato assolto. Ed è ancora più triste l’applauso del popolo di Dio dopo l’annuncio.

    Ma quale responsabilità ha la chiesa mentre fornisce informazioni scorrette? Dire una mezza verità, ovvero SCEGLIERE di omettere l’altra mezza verità, corrisponde a MENTIRE.

    Chi va in parrocchia, chi va a Messa, chi fa volontariato nell’oratorio, è gente che AMA LA CHIESA. le mamme delle vittime dei preti pedofili sono doppiamente ferite. Come può la chiesa stessa non tenerne conto?

    Perché la difesa del prete “ad ogni costo”? Anche a costo di mentire e costruire una falsa realtà nei parrocchiani che si fidano di quello che dicono i preti, magari dal pulpito? Per la parrocchia di Randazzo il prete è stato assolto e punto. La gente non approfondisce, si fida e basta.

    Ma “La Verità vi farà liberi” (disse Qualcuno)… e questo vale anche per i preti. Il resto è ipocrisia.

    Le Mamme della Rete L’ABUSO esprimono tutto la loro solidarietà e vicinanza alla famiglia della vittima di don Vincenzo Calà Impirotta. Coraggio. Di questa vicenda ne parleremo ancora.

    Una mamma cattolica
    Cristina Balestrini

  • Il Vaticano corre ai ripari, difende il segreto confessionale e colpevolizza i mass media per le inchieste

    Il Vaticano corre ai ripari, difende il segreto confessionale e colpevolizza i mass media per le inchieste

    di Franca Giansoldati

    Città del Vaticano – Il Vaticano corre ai ripari dal rischio (sempre più concreto) che in molti Paesi si possano obbligare sacerdoti e vescovi a rompere il sigillo sacramentale del segreto della confessione davanti a casi di abusi per denunciare in tribunale i preti pedofili. In un documento pubblicato dalla Penitenzierie vengono definiti i contorni della vicenda e, nello stesso tempo, vengono presi di mira i mass media colpevoli di avere messo in rilievo, in questi anni, «aspetti morbosi» e rovinando la «reputazione» di molte persone.

    «Ogni azione politica o iniziativa legislativa tesa a ‘forzare l’inviolabilità del sigillo sacramentale costituirebbe un’inaccettabile offesa verso la libertas Ecclesiae, che non riceve la propria legittimazione dai singoli Stati, ma da Dio; costituirebbe altresì una violazione della libertà religiosa, giuridicamente fondante ogni altra libertà, compresa la libertà di coscienza dei singoli cittadini, sia penitenti sia confessori. Violare il sigillo equivarrebbe a violare il povero che è nel peccatore».

    Come ha evidenziato anche il seguitissimo sito Il Sismografo diretto da Luis Badilla, nel documento non c’è «neanche un cenno autocritico e non si tocca quanto il Papa ha riconosciuto in molti circostanze sulla mancanza di trasparenza della Chiesa. Come se tutte le colpe fossero fuori e di altri». Come se il problema della pedofilia tra i preti e gli insabbiamenti dei vescovi fossero un problema della stampa.

    Il testo approvato da Papa Francesco il 21 giugno scorso, con la firma del cardinale Mauro Piacenza, interviene direttamente su argomenti di grande rilevanza ma, scrive Badilla, prima d’ora «il Vaticano, e nessuno dei suoi organi specializzati, si è mai espresso sulla stampa in questi termini quasi apocalittici».

    Non sono passati che pochi mesi dal summit degli episcopati sulla pedofilia e dal ringraziamento pubblico che è arrivato dal Papa al ruolo dei mass media nel portare alla luce scandali che altrimenti sarebbero stati sepolti per sempre, complice l’omertà di una parte della Chiesa. In un recente discorso il Papa disse che i giornalisti che avevano svelato gli abusi sessuali potevano essere paragonati a Natan, un famoso profeta che svelò  l’abuso sessuale da parte del re Davide chiamandolo a conversione. Il discorso fu pronunciato davanti alla curia prima di Natale, ma forse il cardinale Piacenza quel giorno era assente.

    Ecco cosa disse Papa Francesco: «alcuni all’interno della Chiesa si infervorano contro certi operatori della comunicazione, accusandoli di ignorare la stragrande maggioranza dei casi di abusi, che non sono commessi dai chierici della Chiesa – le statistiche parlano di più del 95% – e accusandoli di voler intenzionalmente dare una falsa immagine, come se questo male avesse colpito solo la Chiesa Cattolica. Invece io vorrei ringraziare vivamente quegli operatori dei media che sono stati onesti e oggettivi e che hanno cercato di smascherare questi lupi e di dare voce alle vittime. Anche se si trattasse di un solo caso di abuso – che rappresenta già di per sé una mostruosità – la Chiesa chiede di non tacere e di portarlo oggettivamente alla luce, perché lo scandalo più grande in questa materia è quello di coprire la verità».

    Ecco invece cosa ha scritto il cardinale Piacenza nel documento pubblicato oggi: «Si è diffusa negli ultimi decenni una certa “bramosia” d’informazioni, quasi prescindendo dalla loro reale attendibilità e opportunità, al punto che il “mondo della comunicazione» sembra volersi “sostituire” alla realtà, sia condizionandone la percezione, sia manipolandone la comprensione. Da questa tendenza, che può assumere i tratti inquietanti della morbosità, non è immune, purtroppo, la stessa compagine ecclesiale, che vive nel mondo e, talvolta, ne assume i criteri.
    Anche tra i credenti, di frequente, energie preziose sono impiegate nella ricerca di “notizie” – o di veri e propri “scandali” – adatti alla sensibilità di certa opinione pubblica, con finalità e obiettivi che non appartengono certamente alla natura teandrica della Chiesa. Tutto ciò a grave detrimento dell’annuncio del Vangelo a ogni creatura e delle esigenze della missione. Bisogna umilmente riconoscere che talvolta nemmeno le fila del clero, fino alle più alte gerarchie, sono esenti da questa tendenza».

    E ancora: «Invocando di fatto, quale ultimo tribunale, il giudizio dell’opinione pubblica, troppo spesso sono rese note informazioni di ogni genere, attinenti anche alle sfere più private e riservate, che inevitabilmente toccano la vita ecclesiale, inducono – o quanto meno favoriscono – giudizi temerari, ledono illegittimamente e in modo irreparabile la buona fama altrui, nonché il diritto di ogni persona a difendere la propria intimità. Le parole di san Paolo ai Galati suonano, in tale scenario, particolarmente attuali: «Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne […]. Ma se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!»

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/pedofilia_preti_papa_francesco_stampa_mass_media_confessione_leggi_piacenza_cardinale-4591693.html

  • “Linee guida antipedofilia, specchietto per le allodole”. Intervista a una vittima di abusi

    “Linee guida antipedofilia, specchietto per le allodole”. Intervista a una vittima di abusi

    SAVONA-ADISTA. «Chiediamo alla Curia di Savona di risarcire il danno che abbiamo subito e che ancora paghiamo nelle nostre vite perché a suo tempo il vescovo ha protetto e consentito che don Nello Giraudo continuasse a compiere i suoi crimini». A parlare è Francesco Zanardi, presidente della Rete L’Abuso ed egli stesso vittima, ad undici anni, del prete pedofilo ligure. Adista lo ha intervistato.

    Zanardi, come mai avete deciso di denunciare la Curia di Savona?

    Abbiamo deciso di chiedere un risarcimento direttamente alla diocesi di Savona perché non ha impedito che un prete, che era alle proprie dipendenze, commettesse dei crimini. È un principio sancito dal secondo comma dell’articolo 40 del Codice penale: «Non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo».

    E come sarà possibile dimostrarlo?

    Di fatto lo ha già dimostrato il gip Fiorenza Giorgia che nel 2012, illustrando la sentenza di prescrizione per il vescovo Dante Lafranconi, scrisse parole durissime: «la disposta archiviazione nulla toglie alla pesantezza della situazione palesata dalle espletate indagini dalle quali è emerso come la estrema gravità delle condotte criminose del Giraudo non fosse stata per nulla considerata; dai documenti, perfettamente in linea con l’atteggiamento omissivo del Lafranconi, risulta, è triste dirlo, come la sola preoccupazione dei vertici della Curia fosse quella di salvaguardare l’immagine della diocesi piuttosto che la salute fisica e psichica dei minori che erano affidati ai sacerdoti della medesima e come principalmente (per non dire unicamente) per tale ragione l’allora vescovo di Savona non aveva esercitato il suo potere-dovere di controllo sui sacerdoti e di protezione dei fedeli. Altrettanto triste è osservare come, a fronte della preoccupazione per la “fragilità” e la “solitudine” del Giraudo e il sollievo per il fatto che “nulla è trapelato sui giornali”, nessuna espressione di rammarico risulta dai documenti agli atti a favore degli innocenti fanciulli affidati alle cure del sacerdote e rimasti vittime delle sue “attenzioni”».

    Non è passato troppo tempo anche per questa causa civile?

    La prescrizione scatta dopo cinque anni dall’accertamento del danno biologico subìto, cosa che è avvenuta nel 2013. Ma c’è la possibilità, a differenza del penale, di bloccare i tempi di prescrizione. Noi l’abbiamo fatto subito, e così oggi possiamo andare a giudizio.

    L’entità del risarcimento richiesto è molto alta…

    «La cifra di quasi 5 milioni di euro non è stata decisa dall’associazione né dalle vittime, ma dalle tabelle dell’Ordine dei medici che, sulla base del danno biologico diagnosticato da un esame peritale, ne regolano l’indennizzo. Il danno biologico è stato, purtroppo, per alcuni di noi, elevatissimo. Nel mio caso è stato stimato in 815.000 euro. In altri tre casi si tratta di bambini che all’epoca furono sottratti alle famiglie dai servizi sociali e affidati a don Giraudo.

    Cosa pensa delle nuove linee guida antipedofilia della Conferenza episcopale italiana in cui è stato introdotto, per i vescovi, «l’obbligo morale» di denunciare un prete pedofilo alla magistratura?

    È uno specchietto per le allodole. Non c’è mai stato, in Italia e nel resto del mondo, un vescovo che abbia denunciato un prete pedofilo alla magistratura. E non ci sarà nemmeno adesso, nonostante «l’obbligo morale» della denuncia.

    Cosa avrebbe dovuto fare papa Francesco?

    Due cose: eliminare il segreto pontificio ed ordinare ai vescovi di denunciare i preti pedofili alla Congregazione per la Dottrina della Fede, ma anche alla magistratura civile dei Paesi in cui l’abuso è compiuto. Parliamo sempre del monarca assoluto della Chiesa cattolica romana. Se non è in grado lui di imporre un ordine ai propri preti, chi può farlo?

    https://www.adista.it/articolo/61597