Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: preti pedofili

  • Si indaga su “abusi sessuali” contro i chierichetti del Papa

    Si indaga su “abusi sessuali” contro i chierichetti del Papa

    Ai pm la denuncia di un ragazzo che viveva nell’istituto in Vaticano: “Un seminarista, oggi prete, mi violentò per anni. E ci sono altre vittime”

    Di Alessandro Mantovani e Ferruccio Sansa

    C’è un’inchiesta alla Procura di Roma, a un chilometro dalle mura vaticane, che può mettere in imbarazzo le gerarchie ecclesiastiche fino a papa Francesco. Riguarda i presunti abusi, almeno in parte fra minori, commessi nel Preseminario San Pio X, l’istituto che all’interno della Santa Sede ospita i chierichetti che servono messa in San Pietro con il Papa. Ragazzini in un percorso “pre-vocazionale”.

    “Ci entrai nel 2006, avevo 13 anni”, ha raccontato un giovane, oggi 26enne, che chiameremo Mario. “Appena arrivai l’allora rettore, monsignor Enrico Radici, mi indicò un ragazzo di un anno più grande di me, già ammesso al seminario. Mi disse che ero giovane e per ogni cosa dovevo affidarmi a lui. Di lì a poco iniziò a entrare quasi tutte le notti nella stanza in cui dormivo con altri due, mi accarezzava, mi praticava sesso orale, costringeva me a fare altrettanto, poi veri e propri atti di sodomia”.

    COSI’, RACCONTA Mario, per sei anni, finchè non decise di andarsene nel 2012. Non senza aver parlato, almeno dal 2009, con monsignor Radice: “Mi disse che ero invidioso di lui, che mi avrebbe mandato via e avrebbe raccontato tutto alla mia famiglia”. Il giovane riferisce di gravissime sofferenze.

    “Si è sentito solo, abbandonato, nonostante il tempo trascorso non ha superato quello che ha vissuto, la sua vita di relazioni è seriamente compromessa, è tuttora in cura da una psicoterapeuta – spiega l’avvocato Dario Imparato, che lo assiste –. Un anno di differenza a quell’età vuol dire molto, per di più il rettore aveva attribuito grande autorità all’altro giovane”. Nella denuncia il ragazzo scrive che altri giovanissimi avrebbero subito gli stessi abusi da parte di Gabriele Martinelli, oggi sacerdote 27enne in Lombardia.

    La storia è nota dalla fine del 2017, quando ne scrisse Gianluigi Nuzzi nel libro Peccato originale (Chiarelettere) e se ne occuparono Le Iene. La riferì un giovane polacco, Kamil, che per due anni, tra il 2010 e il 2011, aveva condiviso la cameretta con Mario e disse di aver assistito ai continui abusi e ai tentativi del ragazzo di negarsi al seminarista. Anche secondo Kamil, non era una libera relazione tra giovani gay. Solo allora Mario, raggiunto dalle Iene, si affidò all’avvocato Imparato per sporgere denuncia. “Mi rivolsi – spiega il legale – all’ufficio del Promotore di Giustizia vaticano”, il pubblico ministero della Santa Sede, al vertice del quale c’è il professore Gian Piero Milano con l’aggiunto professor Roberto Zanotti.

    Per quanto si è capito hanno indagato, hanno sentito una trentina di persone, nel dicembre scorso Panorama ha scritto che l’inchiesta era conclusa ma poi non se n’è saputo più niente, forse perché gli abusi su minori nel codice penale vaticano sono puniti solo in caso di tempestiva querela, mentre in Italia si procede d’ufficio.

    IL SERVIZIO della Iene lo vide anche l’allora procuratore della Repubblica di Sondrio, che aprì un fascicolo perché il presunto responsabile degli abusi diceva messa nel territorio di sua competenza. Poiché però le presunte violenze sarebbero state commesse in Vaticano, da Sondrio gli atti furono trasmessi, nel 2018, alla Procura di Roma, competente per i reati avvenuti all’estero, Vaticano compreso, in danno di cittadini italiani, esattamente come avviene per l’omicidio Regeni o i sequestri dei nostri connazionali all’estero. L’inchiesta è condotta nel più stretto riserbo dal pm Stefano Pizza con i carabinieri, sotto il coordinamento del procuratore aggiunto Maria Monteleone ed è alle battute conclusive. Al centro c’è don Martinelli, che si occupava addirittura di ritiri spirituali, cioè anche di giovanissimi, ma poi – secondo alcune fonti – sarebbe stato trasferito ad altro incarico.

    Ci sono gli abusi denunciati da Mario. La Procura sta anche ricostruendo, anche al di là dei possibili rilievi penali, l’atteggiamento delle gerarchie ecclesiastiche. Perché le notizie sui presunti abusi sono arrivati molto in alto, fino ai vertici dell’Opera Don Folci di Como che gestisce il preseminario San Pio X e al cardinale Angelo Comastri, vicario generale del Papa per la Città del Vaticano. Ci sono alti prelati che si sono dati da fere per chiarire, altri invece si sono girati dall’altra parte. Ai tempi dei presunti abusi, quando sul soglio pontificio c’era papa Ratzinger, come ai tempi in cui la vicenda è emersa sotto il pontificato di Bergoglio, che ha dichiarato guerra ai preti pedofili in tutti i continenti.

    SAREBBE INCREDIBILE se i magistrati di Piazzale Clodio aprissero un processo prima di quelli della Santa Sede su abusi avvenuti in Vaticano, nell’istituto in cui i chierichetti del Papa dovrebbero essere trattati meglio di qualsiasi altro ragazzino, accanto a Casa di Santa Marta dove vive il pontefice. Proprio lui, papa Francesco, ha o avrà in mano le conclusioni dell’inchiesta vaticana. E il pontefice, se volesse, potrebbe intervenire anche sul codice, introducendo la procedibilità d’ufficio per gli abusi in danno di minori.

    (trascrizione da Il Fatto Quotidiano del 27 giugno 2019)

  • Pedofilia, quanto vale per la Chiesa la vita di uno scout violentato da un prete?

    Pedofilia, quanto vale per la Chiesa la vita di uno scout violentato da un prete?

    Confuso tra i fedeli sotto la pioggia e riparati dagli ombrelli, con in capo un berretto a quadri sopra lo zucchetto rosso da cardinale, c’era anche il cardinale Barbarin, poche settimane fa, all’udienza generale in piazza S.Pietro. Philippe Barbarin s’è autosospeso da arcivescovo di Lione nel marzo scorso in seguito alla condanna, in primo grado, da parte della giustizia francese (proprio mentre a Roma si teneva il summit vaticano contro la pedofilia) a sei mesi di reclusione con la condizionale per l’omessa denuncia degli abusi sessuali su minori perpetrati negli anni ’70 e ’80 durante i campi scout dal cappellano Bernard Preynat. Una decisione presa dopo che il papa, in un colloquio in Vaticano il 18 marzo, non ha accettato le sue dimissioni, per la relativa “presunzione di innocenza” in attesa dei successivi gradi di giudizio.

    Il tribunale di Lione ha giudicato Barbarin «colpevole di non aver denunciato i maltrattamenti» a danno di un minorenne, ovvero di aver ostacolato le indagini, tra il 2014 e il 2015. Il porporato, il “Primate dei Galli”, tra le personalità più note e influenti della Chiesa d’Oltralpe, non era presente al momento del verdetto, ma i suoi legali hanno subito annunciato ricorso in appello lamentando una presunta pressione mediatica nei confronti dell’arcivescovo di Lione «con documentari e un film», invocando il «rispetto della giustizia». La portata dello scandalo ha profondamente scosso la diocesi di Lione e la Chiesa in Francia. Non senza ambiguità. Pierre Vignon, un sacerdote che aveva invitato Barbarin a dimettersi, «prendendo atto dei suoi errori», è stato sanzionato dalla gerarchia che lo ha rimosso con una decisione dei 12 vescovi della regione, ma lo scorso novembre una petizione che ne chiede la riabilitazione è stata firmata da oltre 100mila persone sulla scia di un appello lanciato da La Parole liberée, principale associazione di vittime di preti pedofili, diretta da Francois Devaux. Da parte sua Barbarin sostiene di non aver «mai cercato» di nascondersi «e tanto meno di coprire questi fatti orribili». Il 31 agosto 2015 aveva rimosso Preynat dalle funzioni, in accordo con la Santa Sede. «Ho fatto esattamente quello che Roma mi ha chiesto di fare», ha affermato, ma ha dovuto ammettere di essere stato “imprudente” quando nel 2011 nominò Preynat responsabile di una prefettura vicino Roanne: «Avrei dovuto dirgli di rimanere nell’ombra».

    A Lione, intanto, il processo canonico di padre Bernard Preynat, accusato di violenza sessuale su dozzine di vittime minori, quarant’anni dopo è ancora in sospeso. Per questo la Chiesa tenta una procedura interna straordinaria che apre la strada a risarcimenti finanziari. La Curia vuole anche istituire presto una scala di compensazione in cambio, però, di sentenze pronunciate a porte chiuse.

    Abusato da un prete, Stéphane Girard ha parlato per la prima volta pubblicamente dall’inizio della vicenda Preynat alla fine del 2015. Ora ha 49 anni e vive nel paradosso che la Chiesa è oggi la sua ultima speranza di risarcimento. Di fronte alla giustizia degli uomini, infatti, il suo caso è prescritto ma il diritto canonico consente di processare le violenze da parte di sacerdoti che rientrano nella categoria più ampia di reati contro il sesto comandamento: «Non commettere atti impuri», ovvero «Non commettere adulterio»…

    «Il minimo adesso è che Bernard Preynat sia escluso. Per le riparazioni, spero che andrà oltre l’euro simbolico», ha detto la vittima al sito francese Mediapart. Girard è uno dei 70 bambini identificati dall’associazione La Parole Libérée, tra le prede sessuali di “Padre Bernard”, scout responsabile di Sainte-Foy-lès-Lyon dal 1972 al 1991. Il tempo ha anche giocato contro le vittime. Solo sette di loro erano in grado di diventare parti civili, i fatti venivano prescritti in modo criminale per gli altri. Parallelamente al processo, più di venti vittime hanno fatto ricorso per ottenere un secondo processo davanti al tribunale interno della diocesi.

    Dopo oltre tre anni di colpi di scena, il processo canonico è ripreso a settembre e l’inchiesta canonica è stata completata alla fine di aprile. I denuncianti sono stati riconosciuti come “terzi”, vale a dire l’equivalente delle parti civili nella giustizia secolare, che apre la strada alla compensazione finanziaria. «Da allora, è il “silenzio radio”», dice Olivier Debize, una delle vittime.

    Dietro le quinte, alcune vittime sono state informate sul calendario approssimativo, non dal tribunale ecclesiastico, ma direttamente dal padre Yves Baumgarten, responsabile della diocesi di Lione dal ritiro del cardinale Barbarin. Salvo contrattempi, la sentenza di Padre Preynat sarà consegnata entro due mesi, in piena estate. Quindi, il tribunale ecclesiastico deciderà l’importo del risarcimento assegnato a ciascuna vittima nei mesi successivi.

    Perché è una delle maggiori sfide di questa giustizia parallela: quantificare il danno di anni di sofferenza per l’ex-Scout lionese. Alcune vittime hanno inviato le loro richieste al tribunale ecclesiastico. Senza una scala o una griglia, il calcolo è fatto nel modo migliore possibile per stimare i danni morali per loro e i loro parenti, il danno fisico in base alla durata degli abusi o alla cura terapeutica dopo anni di traumatismo.

    Secondo varie testimonianze raccolte da We Report, collettivo di giornalisti indipendenti autori di una lunga inchiesta Église, la mécanique du silence (JC Lattès, 2017), chiederanno un minimo di 10mila euro a persona alla diocesi di Lione, per la sua responsabilità nella copertura degli atti di padre Preynat. Ma gli importi variano considerevolmente da un denunciante all’altro. Alcuni non hanno ancora quantificato mentre altre vittime ancora si rifiutano di farlo in linea di principio.

    Pierre-Emmanuel Germain-Thill chiederà tra 50mila e 100mila euro. «Certo, è molto difficile da stimare. Ho aggiunto l’infortunio fisico e morale per oltre 30 anni. Ho usato droghe a causa del trauma, ho avuto delle spese mediche. Ho anche considerato i miei fallimenti scolastici, come il mio grado sei, l’anno dell’aggressione – spiega – è tutta una vita sprecata, codarda, fatture psicologiche o attestazioni di sua madre a sostegno. Non compra, ma la compensazione può aiutare a ricostruire». Un altro denunciante – che preferisce rimanere anonimo – vuole 100mila euro: «10mila dalla diocesi per non aver fatto ciò che è necessario per fermare il massacro di bambini innocenti, 90mila da padre Bernard, 50mila euro per il danno subito per diversi anni e 40mila euro per mancato guadagno nella mia vita professionale a causa di conseguenze psicologiche». Da parte sua, Bertrand Virieux, co-fondatore di La Parole Libérée, chiede 30mila euro. «10mila euro all’anno di esposizione a padre Preynat e 10mila per la responsabilità della diocesi», riassume. Violentato tra il 1978 e il 1981, questo cardiologo di Lione non poteva essere una parte civile nella procedura “laica” e ora si affida al processo canonico per girare pagina. Didier Bardiau non chiederà nulla per sé. «Mi è stato chiesto di dare un prezzo alla mia vita. Non possiamo crittografarlo». Quindi ha alzato il livello, senza voler rendere pubblica la cifra esatta per ora. Nel suo dossier inviato al tribunale canonico, chiede che il suo potenziale compenso sia pagato a beneficio delle associazioni: La Parole Libérée, naturalmente, ma anche Enfance et partage, Les Restos du cœur ed Emmaüs.

    Una procedura che lascia dubbioso Laurent Duverger, ennesima vittima. «Potrei facilmente stimare i miei costi psicologici di follow-up. Ma un divorzio, una famiglia nell’aria, tre anni e mezzo di violenza sessuale, quanto valgono? Quanto valgono? Potrebbero valere molto, ma quella che sarebbe una grande vittoria è che Preynat perda già il suo status di sacerdozio».

    Dalla fine dell’indagine, tutte queste vittime sono impazienti con la mancanza di informazioni. Le parti devono ora esaminare il caso, e poi sarà il turno dei giudici. Va detto che questo processo è fuori dall’ordinario. «E’ probabilmente il caso con la maggior parte di terzi da quando abbiamo restaurato l’Officialité, il tribunale ecclesiastico in Francia nel XIX secolo», spiega padre Bruno Gonçalves, presidente del tribunale e uno dei tre giudici che pronuncerà il giudizio a porte chiuse per padre Preynat. «Non ho mai visto così tanto della mia vita come avvocato. È un processo pioneristico».

    Questa novità può in parte spiegare i sobbalzi, gli esperimenti, la lentezza di cui si lamentano le vittime, che hanno l’impressione di avanzare ciecamente. «Il diritto canonico ha i suoi limiti. È opaco, sembra che nessuno sia in grado di gestire questo tipo di procedura», dice Pierre-Emmanuel Germain-Thill con amarezza. Da parte sua, l’Officialité nega qualsiasi opacità o lentezza, ma riconosce la mancanza di formazione degli avvocati della chiesa e dei volontari accreditati dalle diocesi. Non si tratterebbe della routine consolidata degli accertamenti di nullità del matrimonio, come fanno in generale ma di fronte a questi limiti, François Devaux, co-fondatore di La Parole Libérée, teme che questo processo sia una «parodia della giustizia».

    Una volta emesso il verdetto, inizierà una seconda fase del processo: la valutazione del danno. «La valutazione del danno prende in considerazione il pretium doloris [il prezzo del dolore], il dolore che la persona ha conosciuto e tutto ciò che c’è in termini di perdita di guadagno, come un incapacità di concentrarsi nel suo lavoro, un licenziamento, l’incapacità di costruire una relazione emotiva equilibrata, dettaglia il giudice. Siamo ben consapevoli che questo risarcimento sarà sempre inferiore alla sofferenza che le persone hanno conosciuto», giura Gonçalves. Esiste il precedente degli Stati Uniti, dove circa quindici diocesi dovevano andare in “bancarotta” per pagare il risarcimento delle vittime della pedofilia, raggiungendo talvolta importi da capogiro (quasi $ 3 miliardi in totale, secondo una stima del 2015).

    Mentre il sistema giudiziario francese mette meno enfasi sulla compensazione finanziaria, i tribunali canonici potrebbero diventare un’area di rivendicazione per le vittime, con importi talvolta più alti di quelli ottenuti nei tribunali “laici”. In un caso precedente un sacerdote era stato condannato dalla Chiesa a pagare 80mila euro di danni a una vittima e la sua congregazione a 15mila euro.

    Al di là dei processi canonici, la Chiesa lavora sulla creazione di scale di compensazione per tenere conto anche delle vittime di fatti prescritti che non possono avviare alcuna procedura. Dallo scorso novembre è stata istituita una commissione di “compensazione” presieduta dal vescovo Delannoy, vescovo di Saint-Denis e vicepresidente della Conferenza episcopale francese per creare un protocollo di compensazione (tipo di fatti in questione, prove da presentare) sui modelli in auge in Germania o in Belgio dove, rispettivamente sono previsti 5mila o 20.000 euro. Tanto vale una vita lacerata da un predatore sessuale con la tonaca. Anche a Lione, dove padre Preynat deve essere giudicato, la gamma è compresa tra 10.000 e 20.000 euro», afferma padre Gonçalves. La Chiesa vuole accelerare il ritmo: «La commissione formulerà proposte che verranno registrate a Lourdes a novembre», assicura a WeReport il vescovo di Puy-en-Velay. Nel frattempo, verrà creato un fondo di compensazione comune alla Conferenza dei Vescovi di Francia (CEF, per i sacerdoti) e alla Conferenza dei religiosi e delle religiose in Francia (Corref, per le congregazioni).

    Una questione rimane irrisolta a Lione: cosa fare se padre Preynat non può pagare questi benefici alla fine del processo? La giustizia canonica non ha mezzi di coercizione per far rispettare la sentenza. La diocesi di Lione prenderà in carico queste riparazioni?

    Pedofilia, quanto vale per la Chiesa la vita di uno scout violentato da un prete?

  • PRETI PEDOFILI/ Chiedere scusa è l’unica arma che può rialzare la Chiesa

    PRETI PEDOFILI/ Chiedere scusa è l’unica arma che può rialzare la Chiesa

     – Edmond Dantès

    L’associazione delle vittime chiede 5 milioni di euro in risarcimento. Proprio per fronteggiare questo evento tre anni fu chiamato monsignor Marino. Lo scenario

    Quando nell’autunno del 2016 la curia romana chiamò Calogero Marino a diventare vescovo di Savona, il motivo che determinò con più forza quella scelta fu l’approssimarsi del giorno in cui la diocesi ligure avrebbe dovuto rispondere in tribunale del comportamento tenuto dai suoi pastori mentre don Nello Giraudo perpetrava abusi su minori a lui affidati, nella più completa omertà delle gerarchie dell’epoca.

    Il problema, per quei signori attempati e stanchi che tentennavano di fronte all’abominio, era il prestigio della Chiesa e il danno d’immagine che ne sarebbe venuto: nessuna attenzione ai ragazzi, al fatto che storie già fragili e deboli fossero state ancor di più violate da chi si era pubblicamente schierato per la fragilità e la debolezza.

    Fu così, con quell’atteggiamento pilatesco che già molti innocenti condannò nella storia, che la Chiesa savonese si arroccò dietro l’ultima presunzione di non dover rendere conto a nessun tribunale umano, ritenendosi già assolta da quello divino. Il punto è che lo scandalo scoppiò e che quella ritrosia in nome della “casta” costò all’immagine della Chiesa ben più di quello che sarebbe costato dire la verità.

    Già, perché oggi che l’associazione delle vittime di quegli abusi chiede cinque milioni di euro in risarcimento per il danno biologico subìto ed è chiaro a tutti che ciò che la Diocesi ha perso in quegli anni sciagurati sono la dignità e la libertà. Quale autorevolezza può avere una Chiesa delegittimata nella sua essenza? Quale pastorale può proporre una comunità legata mani e piedi allo stigma del proprio passato?

    Per questo nell’autunno di quasi tre anni fa fu scelto Calogero Marino: perché fosse argine a questo giorno, ma soprattutto perché fosse se stesso. Il mite uomo di curia, anch’esso ligure ma di origini lombarde, è colui che in questo frangente può davvero fare la differenza, chiedendo scusa. Scusa non per colpe sue, la rettitudine morale dell’uomo è indiscutibile, ma scusa per chi è stato pastore prima di lui, per chi prima di lui ha avuto modo di emendarsi del proprio male e non lo ha fatto.

    Una Chiesa che torna a chiedere scusa, che riparte davvero, che si assume il proprio onere di fronte alla storia, sarebbe il primo vero miracolo di un decennio difficile e maledetto per il cattolicesimo italiano. Il vescovo di Savona lo sa, sa che è la verità a fare liberi i credenti, e si rende conto che la verità è l’unica arma che gli sia davvero rimasta.

    Sono in tanti a scommettere che monsignor Calogero, chiamato alla prova decisiva, potrebbe deludere, ma non sono pochi coloro che – al contrario – ritengono questa strada stretta e piena di insidie il viatico che da Roma stanno aspettando per offrire al vescovo ponentino il trono più ambito, quello dove – da gennaio 2020 – dovrà sedere il successore di Angelo Bagnasco.

    È questo che nella curia della Superba temono: di essere tagliati fuori da una decisione che potrebbe portare uno straniero a riparare l’ammaccata Chiesa ligure, il primo vescovo di Genova non nato e non cresciuto all’ombra del cardinal Siri. E per questo, sonoramente e mestamente, giudicato molto pericoloso. Capace di tutto, anche di chiedere scusa.

    PRETI PEDOFILI/ Chiedere scusa è l’unica arma che può rialzare la Chiesa

  • Preti pedofili a Savona. La diocesi citata per 5 milioni

    Preti pedofili a Savona. La diocesi citata per 5 milioni

    La diocesi di Savone è citata in giudizio per un totale di quasi 5 milioni di euro per cinque casi di pedofilia. Tre delle vittime, 5 ragazzi, furono sottratti alle famiglie dai servizi sociali e affidati a don Nello Giraudo, che avrebbe abusato di loro. L’associazione Rete l’Abuso ha depositato cinque citazioni che chiamano in giudizio direttamente la diocesi di Savona, “la cui omissività ha permesso che don Nello Giraudo (denunciato all’allora vescovo di Savona Giulio Sanguineti già lo stesso anno dell’ordinazione sacerdotale) continuasse per quasi 30 anni ad abusare dei minori a lui affidati”. La prima udienza è fissata per il 15 novembre.

    I fatti si riferiscono al secolo scorso e ai primi anni di quello in corso per un totale di alcuni decenni. A Savona, per una serie di circostanze, sembra ci fosse un’altissima concentrazione di preti pedofili. E che la vigilanza da parte della diocesi, fosse molto scarsa. Giraudo, ad esempio, spretato e processato per diversi episodi di pedofilia, veniva spostato di parrocchia in parrocchia ma sempre, purtroppo, a contatto con bambini e ragazzi. Solo nel 2003 (dopo che la storia durava almeno da 20 anni) il vescovo Domenico Calcagno scrisse una lettera a Joseph Ratzinger, allora Prefetto della Congregazione per la dottrina della Fede spiegandogli la storia di don Giraudo pedofilo incorreggibile. Nella missiva, Calcagno raccontava che avrebbe cercato di evitare di metterlo a contatto con bambini e adolescenti, ma sembrava impotente di fronte al fatto che il sacerdote volesse continuare la sua attività pastorale. L’unica cosa sottolineata con forza era che, fino a quel momento nulla era trapelato sui giornali. Ratzinger, come altre volte, non rispose.

    Come si diceva, la vicenda savonese non riguarda solo don Giraudo. I preti pedofili erano numerosi: parroci, insegnanti di scuola media, professori del seminario vescovile, che avrebbero dovuto insegnare ai ragazzi ad affrontare il mondo, scelsero invece di approfittarsene sessualmente.

    https://www.lapresse.it/cronaca/preti_pedofili_a_savona_la_diocesi_citata_per_5_milioni-1577285/news/2019-06-24/

  • Ragazzo abusato dal prete, il presidente della Cei: “Amarezza”. La famiglia: “Ora deve denunciare”

    Ragazzo abusato dal prete, il presidente della Cei: “Amarezza”. La famiglia: “Ora deve denunciare”

    Il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, ha inviato una lettera alla famiglia di Alessandro, ragazzo che all’età di 15 anni venne abusato da un prete a Rozzano (Milano), manifestando “sconcerto e amarezza” per la vicenda. Ma alla famiglia del giovane non basta: “Siamo attoniti e increduli per una lettera così banale. Se davvero ha letto con attenzione i documenti ha il dovere e l’obbligo di denunciare il comportamento gravemente omissivo dell’Arcivescovo di Milano mons. Mario Delpini e del Vescovo di Brescia mons. Pierantonio Tremolada”.

    Sono rimasti “attoniti e increduli” di fronte a una lettera banale che non risponde alle loro domande, a quel desiderio di giustizia che, già soddisfatto in primo grado dalla magistratura ordinaria, cerca delle risposte anche dalle autorità ecclesiastiche. I famigliari di Alessandro, il ragazzo che nel dicembre del 2011, all’età di 15 anni, subì abusi sessuali da parte di don Mauro Galli a Rozzano, nel Milanese, hanno ricevuto una lettera firmata dal cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza episcopale italiana e datata 5 giugno. Potrebbe essere considerata un piccolo passo in avanti nella vicenda in quanto il cardinale, che solo pochi giorni fa aveva detto di non essere al corrente dell’accaduto, ammette finalmente di aver “letto con attenzione” tutti i documenti relativi “alla vicenda di don Mauro Galli dell’Arcidiocesi di Milano e alla pesante sofferenza che ha provocato sulla vostra famiglia”. Non solo: il cardinale si dice sconcertato e amareggiato per quanto accaduto.

    La famiglia: Il cardinale ora ha il dovere di intervenire
    Ma le parole dell’alto prelato sono suonate “di circostanza” ai famigliari di Alessandro che nella loro replica al presidente della Cei, datata 6 giugno, lo inchiodano alle sue responsabilità: adesso che è al corrente della vicenda ha “il dovere, e l’obbligo perentorio imposto dal Santo Padre Papa Francesco tramite il Motu Proprio ‘Vos estis lux mundi’, entrato in vigore il primo giugno 2019, di denunciare il comportamento gravemente omissivo dell’Arcivescovo di Milano mons. Mario Delpini e del Vescovo di Brescia mons. Pierantonio Tremolada”. Delpini e Tremolada, che all’epoca dei fatti accaduti ad Alessandro non ricoprivano ancora le attuali cariche, dopo la denuncia da parte dei famigliari del ragazzo si limitarono a spostare don Mauro Galli da Rozzano a Legnano, lasciandolo sempre a contatto con i ragazzi. Una decisione incomprensibile agli occhi di una famiglia di cattolici come quella di Alessandro e che è stato anche il motivo che ha spinto i parenti del ragazzo ad andare a fondo nella loro battaglia contro gli abusi nella Chiesa e anche contro chi, con il proprio comportamento, copre questi abusi.

     

    Le domande al cardinale Bassetti

    La famiglia del ragazzo negli scorsi giorni aveva chiesto con una lettera aperta le dimissioni dell’arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, non reputandolo idoneo al compito – la segnalazione e la prevenzione di episodi di pedofilia all’interno della Chiesa – assegnato da Papa Francesco ai vescovi metropoliti con il Motu proprio “Vos estis lux mundi”. Adesso, anche sulla base di quanto scritto dal cardinale Bassetti, i famigliari di Alessandro hanno rivolto delle precise domande al presidente della Cei: “Non le stiamo chiedendo di fare il giudice, le stiamo semplicemente chiedendo se per Lei, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, è ammissibile che un Vescovo, un ‘suo’ Vescovo, soprassieda al fatto che un prete abbia il vizio di portarsi a letto, con l’inganno e il plagio (altro che abuso di potere), i bambini? È ammissibile che sposti il prete da una parrocchia all’altra, mettendo a rischio altri bambini e altri genitori ignari della gravità di tale spregiudicato e colpevole comportamento di cui Lei si renderebbe palesemente complice?”. Domande precise alle quali Bassetti non potrà più sottrarsi dicendo di non essere a conoscenza dei fatti: i documenti relativi alla vicenda (su cui la magistratura ordinaria italiana si è già pronunciata condannando in primo grado don Mauro Galli a sei anni e quattro mesi di reclusione) li ha ricevuti e li ha letti, come da lui stesso scritto. E adesso i famigliari di Alessandro si aspettano che il cardinale agisca di conseguenza.

    La lettera del cardinale Gualtiero Bassetti

    Gentile signora Balestrini, ho letto con attenzione la documentazione che mi ha inoltrato, relativa alla vicenda di don Mauro Galli dell’Arcidiocesi di Milano e alla pesante sofferenza che ha provocato sulla vostra famiglia. Ho, quindi, appreso che del caso è stata interessata la Congregazione per la Dottrina della Fede, che ha disposto un procedimento giudiziario. Davanti a ogni forma di abuso non si può non provare sconcerto e amarezza. Come uomo e come ministro della Chiesa, Le assicuro la vicinanza solidale nella preghiera. Come Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, nell’esercizio delle mie responsabilità, ho accompagnato l’iter di predisposizione delle Linee guida per la tutela dei minori; altresì, ho sostenuto la costituzione del Servizio Nazionale e sto promuovendo in ogni Regione ecclesiastica e in ogni Diocesi — con il coinvolgimento di laici disponibili e competenti — strutture e iniziative di prevenzione, formazione e contrasto agli abusi: abusi di potere, di coscienza e sessuali. Confido che questo impegno mio e delle comunità cristiane possa costituire un segno e uno strumento concreto, a servizio di una Chiesa che sia davvero casa sicura per tutti, a partire dai minori e dalle persone vulnerabili.

    La risposta della famiglia
    Sua Eminenza Cardinale Gualtiero Bassetti, leggendo la sua risposta del 5 giugno 2019 non possiamo che rimanere attoniti e increduli. Forse il silenzio le avrebbe restituito una maggiore dignità ai nostri occhi. Lei sostiene di aver letto con attenzione la documentazione che le abbiamo inviato. Se così fosse avrebbe il dovere, e l’obbligo perentorio imposto dal Santo Padre Papa Francesco tramite il Motu Proprio “Vos estis lux mundi”, entrato in vigore il primo giugno 2019, di denunciare il comportamento gravemente omissivo dell’Arcivescovo di Milano mons. Mario Delpini e del Vescovo di Brescia mons. Pierantonio Tremolada. Infatti, la nostra articolata e ben documentata segnalazione, da Lei stesso letta con attenzione, denuncia con tanto di prove inconfutabili, rilasciate dallo stesso mons. Delpini sotto giuramento alla Polizia di Stato, che lo stesso Vescovo Delpini in concorso con il Vescovo Tremolada, consapevoli e consci del fatto certo che don Galli avesse portato a letto nostro figlio/nipote, evento segnalatogli dall’allora parroco don Carlo Mantegazza e confessatogli dallo stesso don Mauro Galli (come testimoniano le registrazioni audio di entrambi i Vescovi!), si precipitarono a insabbiare il caso spostando immediatamente il prete dalla nostra parrocchia di Rozzano (MI) a quella di Legnano sempre nel milanese e sempre nella pastorale giovanile, come nulla fosse, senza avviare alcuna indagine canonica.

    Ora Voi siete la luce del mondo, Lei ha le prove di tutto ciò, ha ricevuto la segnalazione e la documentazione e il Papa impone a qualsiasi Chierico di procedere obbligatoriamente e tempestivamente alla segnalazione, secondo le modalità previste e descritte dallo stesso Motu Proprio. La luce del mondo… non si accende una lucerna per metterla sotto il moggio! Ricevere da Lei una lettera così banale ci ha profondamente feriti. Feriti non come famiglia di una vittima di un prete, ma come CRISTIANI CATTOLICI. Solo questo è riuscito a dirci come Pastore? Cosa potremmo farcene delle sue parole? Quale insegnamento? Quale sostegno? Siamo troppo duri? Può darsi, ma in OTTO anni non abbiamo ancora trovato nessuno, nella gerarchia, che fosse in grado di esprimersi con reale vicinanza… Nessun contenuto di spessore, nessun contenuto di Fede vera. Tante frasi di circostanza.

    Lei non ha risposto ad alcuna delle nostre domande. Afferma che, come presidente della CEI, sta promuovendo in ogni Diocesi strutture di contrasto agli abusi di potere, coscienza e sessuali per la tutela dei minori, con il coinvolgimento di laici competenti e disponibili. Ebbene noi le abbiamo segnalato nelle diverse precedenti che mons. Delpini ha già provveduto a creare la struttura da lei auspicata dedicata all’ascolto delle vittime e delle loro denunce, esistono gli atti ufficiali di costituzione protocollati e disponibili on line. Ha nominato anche un laico competente, l’avvocato Zanchetti, da oltre quindici anni impegnato con la Diocesi di Milano nella tutela Civile e Penale dei preti pedofili, pagato per scagionare a tutti i costi i preti colpevoli, anche con il tentativo di convincere o “comprare” il silenzio delle vittime, anche minacciandole formalmente di chiedere i danni se non mettono a tacere la stampa, come è capitato a noi. Questo sarebbe il suo auspicato e rimarcato impegno come ci ha esplicitamente scritto? Questa sarebbe la sua responsabilità attiva, concreta e di vigilanza, quale presidente della Conferenza Episcopale Italiana di cui mons. Delpini fa parte? Nella precedente lettera ci annunciava che si sarebbe fatto promotore affinché la Commissione Diocesana, di cui fa parte appunto l’avvocato Zanchetti difensore di don Mauro Galli (in primo grado condannato a sei anni e quattro mesi di carcere per aver violentato nostro figlio/nipote), ci ricevesse per apprendere la nostra denuncia… Ma non si vergogna? L’avvocato Zanchetti già conosce bene tutti gli atti processuali e tutte le nostre denunce, dispone di tutto il materiale, registrazioni, intercettazioni, interrogatori, incluso quello di mons. Delpini. È lo stesso mons. Delpini che gli segnala il caso e gli presenta il prete da difendere con tanto di scritto per altro ancora prima della notifica dell’avviso di garanzia. Dispone dell’interrogatorio di mons. Delpini che già ha ammesso candidamente, e impunemente, alla Polizia, la sua responsabilità, probabilmente convinto di essere comunque protetto dalle autorità ecclesiastiche corresponsabili nella copertura, esattamente come Lei.

    Invece di riceverci – nonostante glielo abbiamo chiesto in tutte le salse – invece di essere indignato e scandalizzato, invece di informarci circa la denuncia dei due Vescovi, Lei ci parla del procedimento Canonico di don Mauro, senza tuttavia informarci sull’esito del processo, nonostante la nostra esplicita richiesta. Voi siete la luce del mondo. Lei confida, nel suo scritto, che il suo personale impegno possa costituire un segno e uno strumento concreto, a servizio di una Chiesa che sia davvero casa sicura per tutti. Ma quale impegno? L’impegno di lasciare al loro posto i Vescovi che insabbiano? Lasciare che nominino gli avvocati (difensori dei pedofili contro i minori, contro le vittime) nelle commissioni che dovrebbero accogliere e ascoltare in anteprima le denunce, magari e possibilmente ancor prima che si rivolgano ai Carabinieri o alla Procura della Repubblica? E’ questo il suo segno concreto? Come lo definisce Lei, per essere segno e luce del mondo nella lotta agli abusi di potere e sessuale ai danni dei minori? E’ vergognoso. Oltre che esplicitamente contro il volere del Papa. Altro che trasparenza. Altro che accoglienza. Altro che Tolleranza Zero. Le chiediamo ancora una volta, alla luce di tutta la documentazione che sostiene di aver letto con attenzione:

    • è ritenuto lecito, normale e tollerabile, che un prete si porti a letto un bambino?

    • è ritenuto lecito, normale e tollerabile che il Vescovo si limiti semplicemente a spostare da una parrocchia all’altra, da un oratorio all’altro, da un gruppo di bambini all’altro il prete con il vizio di portarsi a letto i minori?

    • è ritenuto lecito, normale e tollerabile che non si avvii alcuna indagine?

    • è ritenuto lecito, normale e tollerabile che i vescovi che insabbiano possano continuare a svolgere il loro ministero senza essere rimossi?

    Non ci risponda che non è sua competenza. Se legge attentamente come sostiene, è perfettamente in grado di comprendere le domande, non le stiamo chiedendo di sostituirsi al Prefetto della Congregazione per la Dottrina Della Fede (che, tuttavia, dal 2015 a oggi, proprio nell’ottica della medesima “trasparenza”, nel medesimo “sistema di coperture”, nella stessa capacità di essere la “luce del mondo”, ha pensato bene di non risponderci mai!). Non le stiamo chiedendo di fare il giudice, le stiamo semplicemente chiedendo se per Lei, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, è ammissibile che un Vescovo, un “suo” Vescovo, soprassieda al fatto che un prete abbia il vizio di portarsi a letto, con l’inganno e il plagio (altro che abuso di potere), i bambini? È ammissibile che sposti il prete da una parrocchia all’altra, mettendo a rischio altri bambini e altri genitori ignari della gravità di tale spregiudicato e colpevole comportamento di cui Lei si renderebbe palesemente complice?

    A questo ci deve rispondere, non può più sottrarsi o temporeggiare come è avvenuto per le precedenti innumerevoli raccomandate. Essendo ormai appurato che Lei è perfettamente a conoscenza degli eventi descritti relativi al caso don Mauro Galli e alla maldestra gestione dei Vescovi Delpini e Tremolada, ci deve illuminare e dire al mondo – “voi siete la luce del mondo” – se è tollerabile, rendendo false e vane tutte le azioni, i documenti, le linee guida, i summit, la tolleranza zero, la coerenza, che i preti possono tranquillamente portarsi a letto i bambini in modo che noi, i genitori, il mondo ne possiamo essere consapevoli. Attendiamo una sua risposta, e la attendiamo anche celermente, perché una sua non risposta equivale a sottoscrivere la Tolleranza degli Abusi che siano di potere, di coscienza o sessuali, sancendo la fine della Tolleranza Zero voluta dal Pontefice.

    https://milano.fanpage.it/ragazzo-abusato-dal-prete-il-presidente-della-cei-amarezza-la-famiglia-ora-deve-denunciare/

  • Bimbi sordi abusati da preti pedofili: si riscoperchia lo scandalo insabbiato in Italia

    Bimbi sordi abusati da preti pedofili: si riscoperchia lo scandalo insabbiato in Italia

    Un prete italiano dichiarato latitante. Oltre venti religiosi arrestati. In Argentina le indagini travolgono un istituto religioso di Verona. Dove un’istruttoria ecclesiastica ha ignorato le denunce di decine di vittime rivelate dall’Espresso. Ecco la nuova inchiesta giornalistica internazionale in edicola da domenica 9 giugno

    Un prete italiano dichiarato latitante. Oltre venti arrestati tra sacerdoti, chierici, suore, educatori e guardiani. E centinaia di vittime: bambini sordi, spesso orfani e poverissimi, che denunciano anni di violenze e abusi sessuali nei collegi argentini dell’istituto religioso italiano Antonio Provolo. Una congregazione che ha il quartier generale a Verona, dove si è rifugiato il prete italiano ora ricercato dai giudici argentini, che ne hanno chiesto l’estradizione per una lunga serie di abusi raccapriccianti su minorenni invalidi.
    L’Espresso, nel numero in edicola da domenica 9 giugno e online su Espresso+ , pubblica un’inchiesta giornalistica internazionale sul più grave scandalo di pedofilia nella Chiesa cattolica italiana e argentina. Gli atti giudiziari su decine di casi di pedofilia emersi a Buenos Aires a partire dal 2016, quando furono arrestati i primi religiosi dell’istituto Provolo, riguardano i collegi di La Plata e Mendoza, fondati e diretti da sacerdoti italiani ora inquisiti. Nelle ordinanze d’arresto, finora inedite, i giudici argentini scrivono che i piccoli sordomuti senza famiglia venivano sottoposti a violenze e maltrattamenti che «in nulla si differenziano dalla tortura» e «riduzione in schiavitù». Gli abusi sui bambini, secondo le testimonianze delle vittime, sono «iniziati più di 50 anni fa e proseguiti fino al 2015 almeno».
    L’inchiesta, realizzata da L’Espresso in collaborazione con i cronisti argentini della testata investigativa Perfil, documenta che per decenni i vertici dell’istituto Provolo, sia in Italia che in Argentina, si limitavano a trasferire i sacerdoti sospettati di pedofilia, senza punirli né denunciarli alla giustizia. Per questo gli abusi sui bambini hanno potuto ripetersi in altre scuole e collegi, dagli anni ’70 fino agli arresti di questi mesi, spesso con gli stessi protagonisti. Che dall’Italia hanno contagiato l’Argentina. Le violenze nei collegi di La Plata e Mendoza iniziano in coincidenza con l’arrivo di religiosi italiani trasferiti da Verona per «immoralità sessuale», ma rimasti sacerdoti e mandati a dirigere i centri argentini per minorenni sordi.
    In Italia lo scandalo degli abusi sui bambini nei centri veronesi dell’istituto Provolo era stato scoperchiato nel gennaio 2009 da un’inchiesta giornalistica dell’Espresso, firmata da Paolo Tessadri, che aveva pubblicato le prime testimonianze, scritte e firmate, di 15 vittime.
    La successiva istruttoria ecclesiastica, condotta dalla Congregazione per la dottrina delle fede, è stata chiusa però nel 2011 con risultati quasi totalmente assolutori: gli atti, finora inediti, documentano che è stato giudicato colpevole un solo sacerdote, su un totale di 26 accusati, mentre decine di vittime non sono state mai ascoltate. Tra i religiosi scagionati da quell’inchiesta religiosa compaiono anche preti italiani ora agli arresti in Argentina. Le carte inoltre mostrano che per cancellare ogni accusa su uno storico vescovo veronese, morto nel 1980 e dichiarato beato nel 2015, è stato utilizzato un documento-chiave che oggi risulta «falsificato». Mentre l’attuale vescovo Giuseppe Zenti, aperto sostenitore dei cattolici ultra-integralisti e della Lega, è stato interrogato in gran segreto nel 2017 sul caso Provolo dal procuratore di Verona e ha ammesso di aver dovuto patteggiare una condanna per aver diffamato l’associazione delle vittime.
    Papa Francesco Bergoglio non è in alcun modo coinvolto nello scandalo e non è mai citato nelle indagini italiane e argentine. Anzi, nel 2017 ha sanzionato e commissariato la congregazione del Provolo.
    http://espresso.repubblica.it/attualita/2019/06/07/news/bimbi-sordomuti-abusati-da-preti-pedofili-in-argentina-esplode-lo-scandalo-insabbiato-in-italia-1.335817?ref=HEF_RULLO&fbclid=IwAR2EhfNJbMzTKOo1_aIWCPx9NX_0FBjRay67uVymjInPv6kbmetrfnkuAn4
  • Bimbo abusato dal prete, la mamma scrive al cardinale Bassetti: «Perché tante menzogne?»

    Bimbo abusato dal prete, la mamma scrive al cardinale Bassetti: «Perché tante menzogne?»

    di Franca Giansoldati

    Città del Vaticano – Cristina Battaglia è una leonessa ferita. E’ la mamma del ragazzino abusato da un prete milanese, condannato dal tribunale (civile) a 6 anni e 4 mesi, il cui caso era stato coperto dall’arcivescovo di Milano, Delpini. Ha scritto una lettera aperta al cardinale presidente della Cei, Gualtiero Bassetti per accusarlo: «Ma come fa si fa a mentire così dicendo che non conosceva il caso di nostro figlio?» Tre giorni fa, alla conferenza stampa dei vescovi, una giornalista aveva chiesto a Bassetti un commento su questa vicenda grottesca, sentendosi rispondere in malo modo dal cardinale che di fatto non ne sapeva nulla, che non se ne era parlato e che non spettava a lui affrontare il caso. La mamma del ragazzo, Cristina Battaglia, per nulla intimidita, da cattolica praticante quale è, non si arrende e vuole dalle autorità ecclesiastiche risposte esaustive proprio mentre sono state approvate le nuove linee guida per la tutela dei minori.

    «La sua affermazione evidentemente non è veritiera: noi Le abbiamo personalmente scritto, in copia a molti vescovi e cardinali, oltre che al Santo Padre almeno una decina di volte. Le abbiamo denunciato esplicitamente il caso del comportamento negligente dei due vescovi coinvolti, monsignor Mario Delpini e monsignor Pierantonio Tremolada. Persino il comitato Vittime e Famiglie dell’associazione Rete l’Abuso le ha scritto per poterla incontrare, proprio per documentarle personalmente le diverse istanze (ancora prima del summit sulla tutela dei minori, in quanto lo stesso Papa Francesco esortava i Presidenti delle conferenze episcopali di tutto il mondo ad incontrare personalmente le vittime per essere meglio preparati all’incontro di febbraio)».

    Il cardinale Bassetti di fatto ha risposto alle vittime italiane il 20 febbraio 2019, affermando che la questione degli abusi, oltre che essere un gravissimo reato, è un altrettanto gravissimo peccato.

    Cristina Battaglia, nella lettera, riassume la via crucis della sua famiglia, le umiliazioni ricevute, le difficoltà economiche a portare avanti la causa, fino alla decisione di ricorrere al tribunale civile (che poi ha condannato il prete). La famiglia della vittima ha dovuto fare fronte alle spese degli avvocati e, soprattutto si è trovata di fronte a principi del foro ingaggiati dalla diocesi di MIlano. «Delpini ha nominato come membro esperto, l’avvocato Mario Zanchetti, cioè il professionista che da oltre quindici anni difende i preti pedofili della diocesi e non solo. Lo stesso avvocato, che ha difeso il prete che ha abusato di nostro figlio, don Mauro Galli ed è lo stesso avvocato che ha presentato ricorso in appello, ancora lo stesso avvocato che per conto dell’arcivescovo Delpini, ci ha minacciato di chiederci i danni se non stavamo zitti o non mettevamo a tacere gli organi di stampa (come se noi avessimo tale potere sopratutto in un processo pubblico a porte aperte».

    La famiglia forte del Vangelo non si arrende e soprattutto non ci capacita di tante menzogne. «Lei dispone dell’interrogatorio del prete che ammette sia di aver dormito nel suo letto matrimoniale con il minore, sia di averlo subito confessato a Delpini. Dispone di tutti gli interrogatori come quello di don Alberto Rivolta che afferma di aver subito e più volte parlato con Delpini per raccontargli dell’accaduto, dispone delle registrazioni audio dove gli stessi sacerdoti parlando con il vescovo Tremolada dissentono dalla decisione di Delpini di spostare il prete da una parrocchia all’altra. Dispone di tutti i documenti, le intercettazioni telefoniche dove lui stesso (avvocato) è coinvolto in quanto allertato personalmente da Delpini che gli segnalava il caso da gestire quando ancora non era stato notificato l’avviso di garanzia al sacerdote».

    La signora Cristina è desolata. «Sua Eminenza, le abbiamo scritto tante volte, inviandole materiale, prove, registrazioni audio e video, le abbiamo chiesto di incontrarci in Vaticano, tante volte purtroppo invano… ma certamente non può ora assolutamente affermare che non è a conoscenza della vicenda! Se non ha voluto leggere, se ci ha risposto solo con frasi fatte, prive di riferimenti contestuali, allora se ne assuma la responsabilità e comunque, da oggi, non potrà più dire che non conosce la vicenda. Può un Cardinale, il presidente della Conferenza Episcopale Italiana lavarsene le mani rispetto ad una vicenda tanto grave di un Arcivescovo membro della medesima Conferenza Episcopale?». La risposta per ora non ha repliche.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/bambino_abusi_prete_milano_cristina_battaglia_lettera_vaticano-4516749.html

  • Abusi, la Chiesa in Polonia tra “mea culpa” e polemiche. E a giugno arriva Scicluna

    Abusi, la Chiesa in Polonia tra “mea culpa” e polemiche. E a giugno arriva Scicluna

    Tensioni dopo il documentario “Non dirlo a nessuno” sui casi di pedofilia del clero (21 milioni di visualizzazioni su YouTube). I vescovi: vergogna, chiediamo perdono alle vittime. Ma c’è chi parla di operazioni strumentali. Il 13 giugno l’ex pm vaticano presiederà una giornata sulla protezione dei minori durante la plenaria della Conferenza episcopale

    SALVATORE CERNUZIO
    CITTÀ DEL VATICANO

    «Non ci sono parole». È un profondo e doloroso mea culpa quello dei vescovi polacchi per non aver fatto abbastanza per prevenire gli abusi di sacerdoti e religiosi su minori. Riunita a Varsavia ieri per il Consiglio permanente, la Conferenza episcopale ha ribadito tutta la «vergogna» per gli abusi e le violenze di cui sono stati protagonisti ecclesiastici. Parole certamente non di circostanza in un momento in cui la Chiesa in Polonia, seguendo una sorte simile a quella di Cile, Australia e Stati Uniti, viene travolta dagli scandali di pedofilia nel clero.

    “Non dirlo a nessuno”, il docufilm da 21 milioni di visualizzazioni

    A riaccendere la miccia, o meglio, a far scoppiare la bomba – considerando l’enorme copertura mediatica di questi giorni nel Paese -, è stato un documentario presentato sabato 12 maggio. “Tylko nie mów nikomu” (in italiano,“Non dirlo a nessuno”) è il titolo del film ribattezzato da alcuni come lo “Spotlight” polacco, in riferimento alla pellicola premio Oscar del 2016 che racconta delle inchieste del Boston Globe sui preti pedofili. In questo caso non si tratta di un lavoro giornalistico, ma di un’opera di indagine e ricerca svolta da due fratelli, Tomasz e Marek Siekielscy, nei ruoli di regista e di produttore, che attraverso testimonianze dirette o riprese con telecamere nascoste hanno voluto accendere i riflettori su vecchi e nuovi casi di abusi.

    La produzione è nata “dal basso” visto che il documentario – disponibile dal pomeriggio di sabato su YouTube con sottotitoli inglesi – è stato finanziato con la raccolta di fondi pubblici attraverso il portale Patronite.pl: circa 2500 persone avrebbero pagato un totale di 100mila euro per finanziare il film che dal suo lancio ad oggi ha registrato oltre 21 milioni di visualizzazioni.

    La Chiesa polacca divisa in due

    Dalla sua uscita l’atmosfera nel Paese è elettrica, per quanto a Roma ne sia giunta solo una flebile eco. La vicenda ha scosso il PiS, il partito nazionalista conservatore che governa da quattro anni la Polonia e che si è sempre presentato come strenuo difensore dei valori cristiani, ma soprattutto ha spaccato in due la Chiesa polacca.

    Tra i vescovi e non solo c’è chi attacca il documentario come iniziativa «violenta» e «anticlericale». Almeno in questi termini l’ha bollato Tadeusz Rydzyk, influente sacerdote redentorista, conduttore e direttore di Radio Maryja (in passato al centro di polemiche per dichiarazioni antisemite e per il sostegno al  “Rosario alle frontiere”). L’arcivescovo di Danzica, Sławoj Leszek Głódź, ha invece spiegato alla stampa di non aver visto il documentario «perché non guardo qualsiasi cosa», mentre l’arcivescovo di Cracovia, Marek Jedraszewski, ha affermato che tutto il film è un modo per «fare politica miserabile, basandosi sulle menzogne».

    Mea culpa della Conferenza episcopale: «Chiediamo perdono alle vittime»

    Di contro, il film ha ricevuto buona accoglienza da parte dei vertici della Conferenza episcopale, che hanno ringraziato il regista per il suo lavoro di ricerca della verità. Il primate della Polonia, Wojciech Polak, delegato episcopale per la protezione dei minori, si è detto «profondamente commosso da ciò che ho visto»: «L’enorme sofferenza delle persone ferite causa dolore e vergogna», ha affermato, «ringrazio tutti coloro che hanno il coraggio di raccontare il loro dolore. Chiedo perdono per ogni ferita causata dalla gente della Chiesa». «Tutte le questioni devono essere chiarite – ha assicurato Polak -. Nessuno nella Chiesa può sottrarsi alla responsabilità. Dobbiamo proteggere i bambini e i giovani. Non c’è altra via per la Chiesa».

    Parole ribadite dal presidente dei vescovi, Stanisław Gądecki, il quale dopo la sessione di ieri ha assicurato che l’episcopato farà di tutto per «evitare qualsiasi negligenza» con «una sensibilità ancora maggiore per aiutare le vittime». Già all’uscita della pellicola il prelato affermava: «A nome dell’intera Conferenza episcopale polacca, vorrei chiedere perdono a tutte le vittime. Mi rendo conto che nulla può compensare loro le ferite subite. Certamente questo film contribuirà anche a una condanna ancora più severa della pedofilia, per la quale non ci può essere posto nella Chiesa».

    Il 13 giugno la visita di monsignor Scicluna, ex pm vaticano per i casi di abusi

    In un clima così fortemente diviso si inserisce la visita del 13 giugno prossimo in Polonia dell’arcivescovo maltese Charles Scicluna, l’ex pm vaticano per i casi di abusi, segretario aggiunto della Congregazione per la Dottrina della Fede, inviato dal Pontefice per due volte nel 2018 in Cile per indagare sui casi di abusi. Qualcuno, tra i media, ha lasciato intendere che Scicluna sia stato inviato dal Papa in Polonia a compiere una simile missione e “commissariare” la Chiesa del Paese est-europeo. Tesi avvalorata dalle recenti dichiarazioni della vicepresidente Joanna Scheurnig-Wielgus che affermava che Scicluna «non verrà qui a trascorrere il fine settimana, ma a sistemare tutti questi vescovi».

    La Conferenza episcopale polacca racconta, invece, un’altra storia, e cioè che Scicluna era stato invitato già nel 2018 per presiedere una giornata di studio sul tema della protezione dei bambini e degli adulti vulnerabili durante la Plenaria che si terrà a metà giugno a Swidnica. «I vescovi sono grati che l’arcivescovo Scicluna abbia accettato l’invito inviatogli un anno fa», affermano in una nota. «Che la visita avvenga dopo la diffusione del documentario è pura coincidenza», spiegano fonti dell’episcopato a Vatican Insider.

    La Santa Sede, pur non emanato alcun comunicato ufficiale a riguardo ma ha confermato la stessa versione della Conferenza episcopale – come pure lo stesso Scicluna sul suo account Twitter – sull’edizione inglese del portale ufficiale Vatican News, in cui si sottolinea un collegamento tra la visita dell’arcivescovo e l’atmosfera di indignazione e commozione suscitata dal documentario.

    I casi del cappellano di Wałęsa e del suo confessore Cybula

    Due i casi riportati nelle due ore e mezzo di filmato che hanno sconvolto in particolare l’opinione pubblica. In primis la confessione del cappellano dell’ex presidente Lech Wałęsa, padre Henryk Jankowski (la cui statua a Danzica è stata abbattuta in senso di protesta) e il suo confessore di lunga data, Franciszek Cybula, morto il 21 febbraio 2019, per anni tra i sacerdoti più importanti e conosciuti della Polonia. Lo stesso Wałęsa, sconcertato dalle rivelazioni, ha dichiarato: «Non ho mai avuto alcun sospetto nei confronti di Cybula, per le persone della mia generazione era quasi un santo, oltre ogni sospetto».

    Gli abusi del marianista, costruttore del Santuario di Licheń

    Il secondo caso è quello di padre Eugeniusz Makulski, marianista, storico costruttore del Santuario di Nostra Signora a Licheń. La sua vicenda viene ripercorsa attraverso la voce di un ragazzo divenuto poi sacerdote che, restando anonimo, racconta le violenze subite. I Marianisti della basilica di Licheń hanno subito preso le distanze dopo la pubblicazione del documentario, ribadendo il dolore per tutte le vittime – «Niente è in grado di risarcire loro per questo danno» – e spiegando che «i casi segnalati sono stati inoltrati alla Santa Sede, secondo le norme vigenti della legge della Chiesa». Intanto, «don Makulski si sottomette alle decisioni della Santa Sede, e per decisione dei superiori religiosi viene escluso da ogni attività pastorale».

    Il sacerdote arrestato per pedofilia che partecipa a ritiri con i bambini

    Più intricata la storia, riportata nel docufilm, di don Dariusz Olejniczak, sacerdote di Varsavia: condannato a due anni mezzo di carcere per pedofilia, aveva ricevuto un’ordinanza del tribunale che gli vietava qualsiasi contatto con minorenni. Nonostante ciò ha continuato a partecipare ad attività con bambini e adolescenti, tra cui ritiri spirituali. I due registi – si vede nel docufilm – con una telecamera nascosta hanno preso parte ad una messa celebrata da Olejniczak in una parrocchia Malbork nel dicembre 2018. Durante la funzione il prete invita i bambini all’altare e distribuisce loro la comunione. Dopo la pubblicazione del film padre Dariusz, consultatosi con il cardinale arcivescovo Kazimierz Nycz, ha presentato al Papa le sue dimissioni per essere ridotto allo stato laicale. Lo rende noto l’Arcidiocesi di Varsavia in un comunicato: «Padre Olejniczak ha motivato la richiesta con la violazione di un’ordinanza del tribunale», l’aver cioè «intrapreso attività legate al lavoro con i bambini e i giovani, nascondendo questo fatto al curatore nominato dalle autorità ecclesiastiche». Il sacerdote ha «espresso il suo pentimento» e ha assicurato «piena collaborazione con le autorità statali». In accordo con il cardinale «ha lasciato il suo precedente luogo di soggiorno», il seminario Redemptoris Mater di Varsavia.

    A febbraio l’incontro di una vittima polacca con il Papa, quel report definito una «operazione strumentale»

    In Vaticano, intanto, la situazione in Polonia viene monitorata costantemente. Tuttavia, spiegano fonti curiali, si fa attenzione a distinguere quelle che sono «operazioni strumentali» miranti ad «un ritorno d’immagine politico». Secondo alcuni osservatori e giornalisti, un gesto del genere è stato quello del 20 febbraio scorso di Marek Lisiński, vittima di un prete a 13 anni, che al termine di un’udienza generale consegnava al Papa il rapporto sulle violazioni della legge da parte dei vescovi nei casi di abusi. Il report era stato stilato dai rappresentanti della Fondazione polacca “Non abbiate paura” che fornisce aiuto legale e psicologico alle vittime, aiutandole anche ad ottenere risarcimenti da parte della Chiesa cattolica.

    Ad accompagnare Lisiński c’erano l’onorevole Joanna Scheuring-Wielgus, membro del partito liberale “Adesso!”, in lizza per il Parlamento europeo e per il Parlamento polacco in autunno, e Agata Diduszko-Zyglewska, femminista, legata all’estrema sinistra radicale. In tanti hanno letto in questo gesto una operazione costruita ad hoc per ottenere consenso politico in piena campagna elettorale, mentre i membri della Fondazione affermano che la presenza dell’onorevole era utile solo a far ottenere un posto a Lisiński all’udienza per riuscire in un intento in cui finora era sempre stato «ostacolato». Quello di parlare con il Papa che, al termine dell’incontro, gli aveva anche baciato le mani.

  • La pedofilia nella Chiesa ha sconvolto la Polonia

    La pedofilia nella Chiesa ha sconvolto la Polonia

    La cattolica Polonia è stata sconvolta dal film documentario indipendente sui fatti di pedofilia raccontati dalle vittime e da chi li ha commessi. Due ore di testimonianze e confessioni nel docufilm intitolato, «Soltanto non dirlo a nessuno», che ha avuto in Polonia l’effetto di un elettroshock e ha travolto la campagna elettorale per le elezioni europee. Diffuso su YouTube, ha totalizzato 11 milioni di visualizzazioni in tre giorni, scatenando una tempesta politico-mediatica e diventando un caso sociale. Finanziato grazie a donazioni di internauti, il documentario è un’accurata indagine giornalistica che mette a confronto, attraverso telecamere nascoste, direttamente le vittime dei preti pedofili con i propri aggressori che in più occasioni confessano le proprie azioni e cercano di chiedere perdono sorpresi da questi incontri inaspettati, decenni dopo i fatti.

    Sulla scia dello scandalo del prelato Henryk Jankowski, sacerdote vicino a Solidarnosc e icona della lotta contro il comunismo, il film mostra il sacerdote Franciszek Cybulski, confessore, consigliere e amico di lunga data Lech Walesa, ammettere i propri atti di pedofilia davanti ad una delle sue vittime, prima di offrirgli denaro a compensazione. Il film dimostra come la gerarchia ecclesiastica camuffa sistematicamente e minimizza la gravità dei comportamenti pedofili. Nel film documentario i giornalisti filmano anche un prete, con un passato in prigione, al quale è stato vietato, a vita, di lavorare con minori, dirigere una colonia spirituale per bambini. Appena il film è uscito il sacerdote in questione ha chiesto ai suoi superiori di potersi «spretare» e tornare allo stato di laico.

    Il documentario segna un punto di svolta: davanti alla vastità dello scandalo per la prima volta sembra che sia l’episcopato che i politici vogliano passare dalle parole ai fatti. Solitamente, davanti a questo tipo di rivelazioni, la Chiesa ha sempre negato, ma questa volta l’episcopato si è espresso, arrivando addirittura a «ringraziare» l’autore del film, Tomasz Sekielski, secondo quanto ha riportato Le Monde. Il primate della Polonia, monsignor Wojciech Polak, si è detto profondamente toccato dal film e si è scusato per le ferite provocate dagli uomini della Chiesa. «Tutti i fatti devono essere chiariti», ha detto, «e nessuno, dentro la Chiesa, potrà evitare le proprie responsabilità».

    Il film ha travolto anche la campagna per le elezioni europee. Il leader della maggioranza ultraconservatrice, Jaroslaw Kaczynski, ha annunciato l’intenzione di aumentare fino a trent’anni di prigione, senza condizionale, la pena per il reato di pedofilia e il leader della coalizione di opposizione liberale, Grzegorz Schetyna (Piattaforma civica), ha proposto di eliminare i termini di prescrizione nei casi di pedofilia. Ma il film, secondo Le Monde, solleva anche un’altra questione: la responsabilità del papa polacco, Giovanni Paolo II, beatificato nel 2011, sulla questione della pedofilia che è emersa sotto il suo pontificato.

  • Polonia: docufilm svela abusi sessuali su minori da parte di sacerdoti

    Polonia: docufilm svela abusi sessuali su minori da parte di sacerdoti

    S’intitola “Non dirlo a nessuno” il documentario, girato in Polonia, che dà voce alle vittime di abusi sessuali che coinvolgono il clero e punta il dito contro la pratica di spostare preti pedofili da una parrocchia all’altra.

    Le immagini, che illustrano molteplici casi di violenze su minori ad opera di sacerdoti cattolici, hanno già ricevuto più di 11 milioni di visualizzazioni su YouTube.

    “Ho l’impressione che, a partire da chi abusa sino alla gerarchia ecclesiastica – dice il regista, Tomasz Sekielski – ci sia una totale mancanza di empatia per le vittime, nulla che vada oltre frasi di circostanza come ‘Abbiamo le vittime nei nostri cuori’ oppure ‘Li incontreremo’: in effetti, non accade nient’altro”.

    Il leader del Partito ‘Diritto e Giustizia’, Kaczynski, annuncia intanto imminenti modifiche al codiceper inasprire le pene nei confronti di chi commette abusi su minori, passando dagli attuali 12 anni di massima pena a 30 anni di carcere.

    Il lungometraggio ha causato un’ondata di reazioni indignate: “Le prove – afferma Lech Walesa, ex Presidente del Paese – dicono che nella mia vita molti preti non erano brave persone, non è nella mia testa ma si è scoperto che è tutto vero, sono sorpreso ed è un peccato che io abbia avuto così tanti cattivi confessori e maestri di fede”.

    Interpellato sull’argomento da una giornalista televisiva polacca, l’Arcivescovo di Danzica, Glodz, ha detto che non guarderà il film, e alla domanda su quando finirà l’occultamento dei casi di pedofilia, ha risposto: “Non mi provochi, non sono così ingenuo come potrebbe pensare”.

    https://it.euronews.com/2019/05/14/polonia-docufilm-svela-abusi-sessuali-su-minori-da-parte-di-sacerdoti