Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Abusi sessuali nella Chiesa. Oltre 4mila vittime, i dati delle province di Salerno e Potenza

    Abusi sessuali nella Chiesa. Oltre 4mila vittime, i dati delle province di Salerno e Potenza

    Nel nostro Paese oltre quattromila persone hanno dichiarato o denunciato abusi sessuali commessi da sacerdoti o religiosi. Eppure, in vent’anni, solo due hanno ottenuto giustizia canonica e una sola è stata risarcita. È quanto emerge dal report consegnato ai Garanti per l’infanzia e l’adolescenza dalla “Rete L’Abuso”, l’associazione fondata da Francesco Zanardi, lui stesso sopravvissuto agli abusi di un prete a Savona e oggi tra i principali attivisti italiani sul tema.

    Il documento denuncia la totale inadempienza dello Stato e della Chiesa sul fronte della prevenzione e della tutela delle vittime, nonostante la ratifica della Convenzione di Lanzarote, l’approvazione del Codice Rosso e le leggi italiane 172/2012 e 69/2019.

    La Chiesa stessa, attraverso una commissione vaticana istituita per affrontare la crisi degli abusi sessuali da parte del clero, ha denunciato di recente la troppa “lentezza interna” nella gestione dei singoli casi. “Su 2414 vittime censite – spiega Zanardi – solo due hanno avuto un processo canonico, una è stata risarcita, e con l’obbligo di non parlarne. È la prova che la giustizia, in Italia, si ferma davanti alle porte delle curie”.

    Secondo quanto emerso dal report sono 1.250 i casi complessivi di violenze sessuali nella Chiesa italiana, di cui 1.106 compiuti da sacerdoti. “Rete L’Abuso” segnala 4.625 vittime note, 4.395 delle quali abusate da preti, 9 da suore, 91 da catechisti, 76 da personale laico dell’indotto ecclesiale e 54 da scout. L’associazione evidenzia che 2.414 vittime sono seguite direttamente, mentre 2.211 risultano irreperibili.

    L’incidenza dei preti coinvolti, pari al 3,57% dei 31mila sacerdoti italiani, viene definita “molto alta” in relazione alla natura non ufficiale del censimento. Sui circa 31mila preti, 1.106 sarebbero quelli segnalati, un numero in linea con quanto denunciato da fonti cattoliche che nello stesso periodo di tempo hanno riconosciuto 1.049 casi.

    Dando un’occhiata alle realtà a noi vicine, in particolare alle regioni Campania e Basilicata, con un riguardo alle province di Salerno e Potenza, i dati non sembrano essere incoraggianti anche a fronte di numeri che potrebbero sembrare “piccoli”.

    La Campania registra un totale di 75 casi di cui 7 nella provincia di Avellino, 9 in quella di Benevento, 32 in quella di Caserta, 26 in quella di Napoli e 10 per quella di Salerno. Le vittime sopravvissute prevalentemente minorenni sono un totale di 184 di cui 41 donne, 143 uomini. Di queste 16 sono adulti vulnerabili, 3 persone con disabilità, 56 sono minorenni. Le categorie di casi: 73 sono sacerdoti; 1 è suora, 1 scout. Per quanto riguarda la situazione penale, su 75 casi: 39 è il sommerso; 5 attualmente denunciati; 5 indagati dall’Autorità Giudiziaria italiana; 3 condannati in 1° grado; 2 condannati in 2° grado; 12 condannati in via definitiva; 2 prescritti; 0 reo confessi; 1 pregiudicato; 2 condannati in sede civile; 1 ha patteggiato; 0 condannati in entrambe le sedi (civile e penale); 2 sono stati archiviati. Per quanto riguarda il processo parallelo in sede canonica risultano 10 avviati, 2 mai avviati, dei restanti 63 non si hanno dati e 2 risultano condannati in sede canonica.

    La Basilicata registra un totale di 15 casi di cui 8 nella provincia di Matera e 7 in quella di Potenza. Le vittime sopravvissute prevalentemente minorenni sono un totale di 120 di cui 16 donne, 104 uomini. Di queste 6 sono adulti vulnerabili, 1 persona con disabilità, 112 sono minorenni. Le categorie di casi: 13 sono sacerdoti; 1 è laico, 1 scout. Per quanto riguarda la situazione penale su 15 casi: 13 è il sommerso; 0 attualmente denunciati; 0 indagati dall’Autorità Giudiziaria italiana; 0 condannati in 1° grado; 0 condannati in 2° grado; 1 condannato in via definitiva; 0 prescritti; 0 reo confessi; 0 pregiudicati; 0 condannati in sede civile; 0 hanno patteggiato; 0 condannati in entrambe le sedi (civile e penale); 0 sono stati archiviati. Per quanto riguarda il processo parallelo in sede canonica risultano 3 avviati, 0 mai avviati, dei restanti 12 non si hanno dati e 1 risulta condannato in sede canonica.

    “Dal 2022 la Conferenza Episcopale Italiana ha istituito sportelli diocesani per raccogliere le segnalazioni di abusi, presentandoli come strumenti di trasparenza e accoglienza – spiega Zanardi – ma sono invece una trappola perfetta, oltre che l’unica cosa realizzata che non funziona, almeno per quello che dovrebbe essere l’obiettivo ufficiale. Le vittime vengono convinte a recarsi negli sportelli pensando di parlare con professionisti, ma spesso si trovano davanti laici in pensione o volontari senza competenze giuridiche o psicologiche. Raccontano la propria storia, firmano un verbale che non possono conservare e, nel momento stesso in cui lo firmano, fanno partire la prescrizione. Quando anni dopo, il tempo necessario a riuscire a parlare di un abuso sessuale e a denunciarlo, provano a rivolgersi alla magistratura, la Chiesa mostra quella firma per dire che la vittima era già consapevole. Ovviamente parliamo dell’ambito civile. Così il reato è prescritto. È un sistema che usa le parole delle vittime contro di loro“.

    Abusi sessuali nella Chiesa. Oltre 4mila vittime, i dati delle province di Salerno e Potenza

  • Abusi del clero e preti pedofili: i numeri in Liguria

    Abusi del clero e preti pedofili: i numeri in Liguria

    Rete l’Abuso ha diffuso il secondo aggiornamento del proprio report nazionale che, attraverso un lavoro certosino, testimonianze, storie e denunce, fornisce una vera e propria mappatura della piaga dei preti pedofili e di tutti gli abusi del clero.

    Storie e testimonianze su Dossier GenovaToday

    Un tema che con Genova Today Dossier abbiamo analizzato in maniera approfondita con un articolo a questo link, raccogliendo i numeri, i dati e le denunce sul nostro territorio, ma anche le storie dei ‘sopravvissuti’ e le voci di chi chiede giustizia e lavora per fare emergere dal buio le segnalazioni. In prima linea, da tanti anni, il presidente Francesco Zanardi con tutto il suo staff di lavoro e un’associazione che chiede giustizia e lotta ogni giorno.

    Abusi del clero, 69 casi in Liguria

    Secondo l’ultimo report di Rete L’Abuso in Liguria si contano in totale 69 casi: 15 nella provincia di Genova; 24 in quella di Imperia; 10 in quella di La Spezia; 20 in quella di Savona.

    Le vittime sono 209, prevalentemente minorenni

    Le vittime sopravvissute prevalentemente minorenni (200) sono un totale di 209 di cui 25 donne, 184 uomini. Di queste 9 sono adulti vulnerabili. Gli ‘offender’ sono sacerdoti in 59 casi, si aggiungono otto laici e due appartenenti al mondo scout.

    Tanto sommerso, 5 condanne definitive

    Per quanto riguarda la situazione penale, su 69 casi, in 50 Rete L’Abuso parla di ‘sommerso’, riporta poi tre denunce, due indagati dall’autorità Giudiziaria italiana; un condannato in primo grado, cinque condannati in via definitiva; tre prescritti, tre patteggiamenti, un condannato in sede civile e un pregiudicato.

    Per quanto riguarda il processo parallelo in sede canonica a Rete L’Abuso risultano sei procedimenti avviati e cinque mai avviati, sugli altri 58 non ci sono dati. Non risultano all’associazione, infine, condannati in sede canonica.

    Come aveva spiegato Francesco Zanardi, presidente di Rete L’Abuso, a Dossier, la mappatura è iniziata a partire dal 2000, sugli anni precedenti è molto difficile avere un quadro della situazione per svariati motivi. Meno denunce, niente internet e dagli archivi cartacei dei quotidiani anche pochi articoli.

    https://www.genovatoday.it/cronaca/preti-pedofili-quanti-sono.html

  • Abusi sessuali nel clero: 75 in Campania di cui 32 in provincia di Caserta

    Abusi sessuali nel clero: 75 in Campania di cui 32 in provincia di Caserta

    Associazione Rete L’Abuso ha pubblicato un dossier relativi agli abusi sessuali nel clero e anche nel suo indotto e i dati sono a dir poco allarmanti. I dati nazionali riportati nel report contano, tra sacerdoti e indotto laico, 1.250 casi di cui 1.106 risultano sacerdoti. Le vittime note risultano 4.625, di cui 4.395 per mano di sacerdoti, 9 per mano di suore, 91 per mano di catechisti, 76 dell’indotto laico, 54 di scout.

    Il sommerso della chiesa, ovvero i casi noti e mai denunciati all’Autorità giudiziaria italiana – spesso a causa dei termini prescrittivi maturati dalla vittima nell’attesa di un esito dai tribunali canonici – è di 839 casi su 1106 (dato sempre riferito ai soli sacerdoti).

    La Campania registra un totale di 75 casi di cui ben 32 in provincia di Caserta, quasi la metà. Registrati, inoltre, 7 in provincia di Avellino; 9 in quella di Benevento; 26 in quella di Napoli; 10 in quella di Salerno. Le vittime sopravvissute prevalentemente minorenni sono un totale di 184 di cui 41 donne, 143 uomini. Di queste 16 sono adulti vulnerabili, 3 persone con disabilità, 56 di queste sono minorenni.

    In particolare in 73 casi sono sacerdoti; 1 suora, 0 sono catechisti, 0 sono laici, 1 scout.

    Per quanto riguarda la situazione penale, su 75 casi: 39 è il sommerso; 5 attualmente denunciati; 5 indagati dall’Autorità Giudiziaria italiana; 3 condannati in 1° grado; 2 condannato in 2° grado; 12 condannati in via definitiva; 2 prescritti; 0 reo confesso; 1 pregiudicato; 2 condannato in sede civile; 1 hanno patteggiato; 0 condannato in entrambe le sedi (civile e penale); 2 sono stati archiviati.

    Per quanto riguarda il processo parallelo in sede canonica risultano; 10 avviati; 2 mai avviati; dei restanti 63 non si hanno dati; 2 risultano condannati in sede canonica.

    https://www.casertanews.it/attualita/abusi-sessuali-clero-sacerdoti-caserta.html

  • Messaggi osceni a un minore, oblazione e reato estinto per ex sacerdote

    Messaggi osceni a un minore, oblazione e reato estinto per ex sacerdote

    Il pagamento di 258 euro e un risarcimento alla parte offesa. Come riporta il Corriere della Sera, si è chiusa così la vicenda giudiziaria che ha avuto come protagonista Gabriele Corsani, ex sacerdote, accusato di molestie sui minori e

    Il fatto

    L’ex sacerdote – già finito sotto processo una decina di anni fa per reati di natura sessuale contro dei ragazzi di un istituto nel Milanese – era stato portato in giudizio per dei fatti accaduti nel 2024. All’epoca, due ragazzi di 15 e 16 anni che erano stati sospesi dalla loro scuola in provincia di Milano, erano stati assegnati a un programma di volontariato in una Rsa nella vicina Sesto San Giovanni, dove era presente Corsani.

    Stando a quanto accusato dai due, l’ex sacerdote li avrebbe invitati a “dormire tutti insieme nel lettone” e altri messaggi, con Corsani che davanti al giudice avrebbe bollato il tutto come “goliardia”.

    La decisione del giudice

    Il giudice ha accolto la richiesta di oblazione mossa dai legali dell’ex sacerdote. Ovvero il rito alternativo al giudizio penale mediante il quale, con il pagamento allo stato di una somma di denaro prestabilita, si estingue un reato contravvenzionale.

    Il reato quindi è da considerarsi estinto. L’altro accusato, ovvero Davide Cannone, ha scelto di andare a giudizio ritenendosi totalmente estraneo ai fatti contestati.

    Don Corsani, il ‘parroco di Berlusconi’

    Don Corsani era stato il primo sacerdote ad accorrere a casa di Rosa Bossi Berlusconi, madre di Silvio Berlusconi, alla notizia della sua morte nel febbraio 2008 a Milano. Un anno più tardi il religioso aveva concelebrato ad Arcore la messa funebre di Maria Antonietta Berlusconi, sorella dell’ex premier.

    L’ex sacerdote aveva conosciuto Silvio Berlusconi nel 2002: dai Salesiani l’ex presidente del Consiglio ha studiato e da allora è sempre rimasto legato all’ordine religioso.

    https://www.monzatoday.it/attualita/ex-sacerdote-corsani-molestie-sessuali-processo.html

  • “A RISCHIO INDIPENDENZA DEI PM”: L’ONU BOCCIA LA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE da IL FATTO e IL MANIFESTO

    “A RISCHIO INDIPENDENZA DEI PM”: L’ONU BOCCIA LA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE da IL FATTO e IL MANIFESTO

    Esclusiva del Fatto – Paolo Frosina  30 Ottobre 2025

    Avvertimento. La Relatrice speciale chiede varie modifiche al testo: “La proposta rischia di violare gli obblighi internazionali dell’Italia”

    “Questa proposta di riforma potrebbe privare il pubblico ministero dello status e della garanzia di indipendenza esterna che la Costituzione attualmente assicura attraverso il principio di unità della magistratura, il quale implica un insieme comune di garanzie per giudici e pubblici ministeri e un unico Consiglio superiore”. Stavolta non è una “toga rossa” o un leader di opposizione a mettere in guardia dai rischi del Ddl costituzionale sulla separazione delle carriere, che oggi otterrà al Senato l’ultimo dei quattro via libera necessari in Parlamento prima del referendum. L’appello a ripensare il progetto, rivolto direttamente a Giorgia Meloni, arriva da Margaret Satterthwaite, 56enne giurista statunitense – dirige il Centro di ricerca sulla giustizia globale alla New York University – e dal 2022 Relatrice speciale delle Nazioni Unite sull’indipendenza di giudici e avvocati (lo stesso ruolo che Francesca Albanese ricopre per i territori palestinesi occupati). In una lettera inviata alla premier lo scorso 23 ottobre – che il Fatto pubblica in anteprima – Satterthwaite invita il governo “a un attento riesame delle modifiche” apportate alla Carta, “affinché la proposta sia pienamente conforme agli obblighi internazionali” sottoscritti dall’Italia in sede Onu, e in particolare all’articolo 14 del Patto internazionale sui diritti civili e politici, che tutela il diritto di ogni individuo a essere processato da magistrati indipendenti.

    Nel testo della missiva – sei pagine su carta intestata del Palazzo delle Nazioni di Ginevra – la Relatrice esprime preoccupazioni su tutti i contenuti della riforma, a partire dallo sdoppiamento del Consiglio superiore della magistratura in due nuovi organi, uno per i giudici e uno per i pm: “Occorre prestare la massima attenzione affinché i nuovi consigli restino liberi da influenze politiche e da possibili controlli da parte degli altri poteri dello Stato. È inoltre essenziale garantire che la divisione non renda giudici e pubblici ministeri più esposti a pressioni esterne”, scrive Satterthwaite. Giudizio duro anche sul sorteggio previsto per i membri togati, cioè magistrati, dei futuri Csm: “Le procedure di nomina proposte rischiano di compromettere la legittimità democratica dei consigli, poiché ridurrebbero il ruolo di giudici e pubblici ministeri nella scelta dei propri rappresentanti”, nota la giurista. In base agli standard europei, ricorda infatti, “almeno la metà dei membri” degli organi di autogoverno delle toghe “dovrebbe essere composta da giudici eletti dai propri pari. La procedura proposta”, invece, “non assicura l’elezione da parte dei pari e solleva quindi serie perplessità”, afferma. “Particolarmente preoccupante”, poi, è definita la disciplina della nuova Alta Corte disciplinare, che giudicherà sugli illeciti professionali dei magistrati al posto del Csm: contro le sue sentenze, infatti, non sarà più ammesso ricorso in Cassazione, ma solo alla stessa Alta Corte. E ciò, scrive Satterthwaite, viola una delle garanzie di indipendenza della magistratura previste a livello internazionale, cioè “il riesame indipendente” delle decisioni che comportano la sospensione o la rimozione dall’incarico.

    La presa di posizione dell’Onu non è qualcosa che il governo possa liquidare facilmente. Non si tratta infatti “né di un atto dovuto, né di un automatismo: la Relatrice interviene solo quando ritiene che un progetto normativo possa incidere sull’autonomia del potere giudiziario”, spiega Monica Mastrandrea, componente della giunta dell’Associazione nazionale magistrati e delegata agli ultimi vertici internazionali tra le toghe. “Che ciò avvenga oggi nei confronti dell’Italia è un fatto che merita attenta riflessione: significa che la riforma viene ritenuta potenzialmente dannosa per gli equilibri democratici”, segnala. Quello delle Nazioni Unite, conclude, è quindi “un richiamo al dovere di preservare i principi che sorreggono la nostra democrazia: l’indipendenza dei giudici come garanzia ultima della libertà dei cittadini”.


    Il controllo non è garanzia – Andrea Fabozzi  30/10/2025

    Giustizia e potere Dal primo voto all’ultimo, nel giro di appena nove mesi, la destra al governo porta a conclusione un progetto di riforma costituzionale che abitualmente richiede tempi assai più lunghi e che lei stessa ha inseguito – nella sostanza – per oltre trent’anni

    Dal primo voto all’ultimo, nel giro di appena nove mesi, la destra al governo porta a conclusione un progetto di riforma costituzionale che abitualmente richiede tempi assai più lunghi e che lei stessa ha inseguito – nella sostanza – per oltre trent’anni. Ci riesce adesso senza ostacoli e senza dover spostare una sola virgola nella sua proposta originaria, il che la dice lunga sul presunto potere di interdizione parlamentare (e spiega anche perché del famoso premierato che aumenterebbe ancora i poteri del governo non c’è più urgenza). Il ministro presunto vincitore, Nordio, con l’abituale grazia trova comunque il modo di infierire sulle «litanie petulanti» dell’opposizione. E probabilmente di peggio potremmo vedere oggi, avendo la maggioranza deciso di celebrare l’ultimo sì alla separazione delle carriere dei magistrati con un spettacolo di piazza. Magari piove.

    È la destra stessa a chiamare gli elettori perché si pronuncino sulla “sua” riforma con il referendum. È un rovesciamento della procedura di garanzia prevista dalla Costituzione, non è inedito – lo fece Renzi nel 2016 – ma resta preoccupante. Se infatti cambiare la Carta prevede diverse cautele, quattro votazioni parlamentari e un eventuale referendum popolare, è perché eletti ed elettori possano avere tempo e modo di meditare bene sul testo. In questo caso invece la riforma porta la firma del governo, non è stata modificata in nulla ed è ancora il governo a volere che sia «confermata» dal popolo. A chiedere un voto popolare contro dovrebbe essere chi non è riuscito a fermarla in parlamento, sono invece gli stessi autori a invocare un voto a favore. È più un plebiscito che un referendum.

    Ma soprattutto è un trucco, un tentativo di adulterare la logica della procedura di revisione costituzionale e il racconto di questa. Perché il referendum si sarebbe fatto in ogni caso, visto che la destra non ha raccolto sulla “sua” riforma il numero di voti parlamentari necessario per una promulgazione diretta. Non lo ha nemmeno cercato, escludendo a prescindere qualsiasi correzione e qualsiasi mediazione. Dunque è una riforma costituzionale della giustizia a immagine e somiglianza della destra questa che andrà approvata o respinta in primavera in un’alternativa secca.

    Memore di precedenti fallimenti (di nuovo Renzi), Meloni vuole evitare di trasformare il referendum in un voto su se stessa. In una certa misura sarà comunque un primo tempo delle elezioni politiche, è chiaro però che la destra proverà a chiedere un voto «nel merito». Ma quale merito? La domanda intorno alla quale sarà costruita la campagna per il sì, è già chiaro, punterà a una semplificazione estrema: vi piace o non vi piace la giustizia italiana per come funziona adesso? Con il corollario di un altro riduzionismo anche questo assai furbo: siete favorevoli o contrari ai magistrati? È certo che se le domande fossero davvero queste, le chance per la vittoria del sì non sarebbero affatto basse e con buoni argomenti.

    Ma il referendum chiede altro e lo sforzo di giudicare nel merito va fatto fino in fondo. La riforma infatti non è nemmeno una separazione pura e semplice delle carriere dei magistrati, le cui funzioni sono da tempo già nettamente distinte. Prevede almeno altre due novità sulle quali si sorvola un po’ troppo: l’indebolimento, mediante divisione e umiliazione (il sorteggio), dell’organo che consente ai magistrati di autogovernarsi e dunque di mantenere l’indipendenza dal potere politico. E l’introduzione di una corte disciplinare («Alta», ma anche questa estratta a sorte) con lo stesso obiettivo di mortificare l’autonomia delle toghe. Le quali, va detto, talvolta sembrano ricordarsi della loro indipendenza più in occasione della discussione delle riforme che nella fase di ordinaria interpretazione della legge. Per esempio quando sotto gli occhi di procure e tribunali finisce la sorte dei più deboli, di chi è marginale o migrante, di chi non può permettersi una difesa all’altezza, di chi si trova contrapposto agli apparati dello Stato. Questo però non può essere un argomento per desiderare meno autonomia, casomai il contrario.

    Perché c’è poco da fare, se con la riforma si separassero definitivamente i pubblici ministeri dai giudici non si realizzerebbe solo una premessa teorica del «giusto» processo – il quale ha tanti e tali fattori di crisi nel nostro paese che resterebbe comunque un pio desiderio, privato innanzitutto delle risorse per potersi realizzare (le riforme costituzionali si fanno perché a costo zero). Ma si costruirebbe una nuova classe di pubblici accusatori con nessun altro scopo che cercare prove per portare a processo ed, eventualmente, ottenere condanne. Una classe che molto presto ci troveremo persino a sperare che venga messa sotto il controllo del governo, com’è negli altri paesi dove c’è la separazione, altrimenti sarebbe del tutto irresponsabile. Un veloce ripasso sugli ultimi video della presidente del Consiglio e di mezzo governo che gridano al golpe ogni volta che un magistrato prende una decisione che spiace alla maggioranza o non esegue prontamente quanto decretato da palazzo Chigi spiega perché in Italia dobbiamo al contrario ancora difenderci dal rischio di una giustizia addomesticata al potere.

    Con questa separazione delle carriere approvata definitivamente, il Pm diventerebbe il nemico professionale dei giudici e degli imputati, una figura del tutto fuori dall’orizzonte delle garanzie (quella che un tempo si chiamava la «cultura della giurisdizione»), più adatta a incarnare le virtù dell’accusatore non solo in tribunale ma anche fatalmente nel dibattito pubblico. Non c’è contraddizione nel fatto che la destra abbia un’attrazione fatale per questo genere di sceriffo con la toga e desideri renderlo la regola. Contraddizione sarebbe se un magistrato con queste attitudini dovesse diventare l’emblema della campagna del no. Eviteremo.

    “A RISCHIO INDIPENDENZA DEI PM”: L’ONU BOCCIA LA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE da IL FATTO e IL MANIFESTO

  • Siracusa. L’ombra del silenzio. «Rete l’Abuso»: in Sicilia 103 casi e 270 vittime di violenze clericali dal 2000 a oggi

    Siracusa. L’ombra del silenzio. «Rete l’Abuso»: in Sicilia 103 casi e 270 vittime di violenze clericali dal 2000 a oggi

    Il silenzio resta la barriera più alta. In Sicilia, secondo il nuovo report di “Rete L’Abuso”, sono 103 i casi documentati di violenze sessuali in ambito ecclesiastico dal 2000 a oggi, con 270 vittime accertate. Si tratta di un quadro drammatico che, a livello nazionale, si allarga fino a 4.396 persone coinvolte, come evidenziato dal presidente Francesco Zanardi durante la conferenza stampa di presentazione.

    Nel dettaglio, la mappa dell’isola mostra 10 casi ad Agrigento, 9 a Caltanissetta, 14 a Catania, 7 a Enna, 16 a Messina, 20 a Palermo, 6 a Ragusa, 11 a Trapani e 10 a Siracusa. Tuttavia, secondo quanto risulta a questo giornale, nella diocesi Siracusana i casi effettivamente accertati sono tre: due sacerdoti già condannati con sentenze definitive e un terzo attualmente sotto processo.

    Il report nazionale sottolinea come in 86 episodi l’abusante sia un sacerdote, in 4 casi un catechista, in 16 un laico e in uno un educatore scout. Le vittime, nella quasi totalità dei casi, sono minorenni (256 su 270) e maschi (242), mentre 28 sono donne e 12 adulti, tra cui anche una persona con disabilità. «Sono dati sottostimati – ha spiegato Zanardi – perché moltissimi episodi non vengono denunciati per paura o per il clima di isolamento che circonda chi trova il coraggio di parlare».

    Alla presentazione del dossier hanno preso parte anche l’avvocato Mario Caligiuri, responsabile dell’osservatorio legale di ‘Rete L’Abuso’ e Tiziana Siletti, garante per i diritti delle vittime di reato della Regione Basilicata. Tutti i casi raccolti derivano da denunce dirette o da riscontri documentati nelle cronache giudiziarie.

    Secondo l’associazione, in Italia sono 1.106 i religiosi collocabili tra i ‘sex offender’. Zanardi ha ricordato che non sono ancora stati conteggiati i vescovi eventualmente responsabili di omissioni o insabbiamenti, «perché i casi formalmente riconosciuti sono ancora pochi». Resta attesa per l’evoluzione del processo per falsa testimonianza che vede imputato il vescovo di Piazza Armerina, monsignor Rosario Gisana, legato al noto caso Rugolo, il cui iter entrerà in fase pre-dibattimentale il 29 ottobre.

    A Siracusa, dove i numeri ufficiali dell’associazione indicano dieci episodi ma le verifiche giornalistiche ne confermano tre, il tema resta estremamente delicato. Due sacerdoti sono stati già condannati e uno affronta ora un procedimento in corso. Vicende diverse, ma accomunate da un’unica richiesta di verità e di giustizia da parte delle vittime. «Il problema non è solo giudiziario – ha concluso Zanardi – ma culturale e morale: finché il silenzio prevarrà sulla trasparenza, la ferita non potrà mai rimarginarsi».

    Siracusa. L’ombra del silenzio. «Rete l’Abuso»: in Sicilia 103 casi e 270 vittime di violenze clericali dal 2000 a oggi

  • Nota di chiarimento di Ricardo Coronado: “Prevost ha condotto le indagini contro di me”

    Nota di chiarimento di Ricardo Coronado: “Prevost ha condotto le indagini contro di me”

    Lima, 27 ottobre 2025

    Gentile Infovaticana
    Madrid-Spagna
    (via e-mail)

    Egregi Signori:

    Ho seguito con attenzione – e generale acquiescenza – la serie di articoli dedicati a svelare quella che voi chiamate generosamente opacità – io la chiamerei oscurità – del caso “Lute” e del coinvolgimento dell’allora vescovo Robert Prevost. Come è ovvio, il mio precedente ruolo di avvocato delle vittime mi ha pienamente coinvolto.

    Tuttavia, oggi è stato pubblicato un articolo intitolato: “La Chiesa ha lasciato le vittime del pedofilo Lute senza un avvocato, dopo averlo radiato dall’albo con metodi poco trasparenti”. L’articolo contiene un’affermazione inesatta e che potrebbe dare adito a ulteriori sospetti. Dice:

    “…la testimonianza di un adulto, identificato dalle iniziali MVT, che ha raccontato un incontro personale con Coronado a Lima di natura intima, sebbene senza consumazione “piena”, la cui natura sessuale è negata da Coronado, nonché alcune conversazioni oscene su Facebook.”

    Un dettaglio importante che, fino ad ora, mi era sconosciuto è che questa persona, secondo il National Catholic Reporter nel suo articolo del 29 settembre, Esclusiva: la critica di Papa Leone ora afferma che il suo avvocato potrebbe aver avuto un’agenda segreta | National Catholic Reporter , era assistita dallo stesso Prevost:

    “Prevost ha guidato l’indagine sul presunto reato di Coronado-Arrascue durante il mandato del futuro papa come capo della commissione episcopale peruviana per l’audizione delle vittime di abusi, ha detto a NCR una fonte direttamente coinvolta nell’indagine.”

    Tradotto:

    “Prevost ha guidato l’indagine sul presunto reato di Coronado-Arrascue durante il mandato del futuro papa come capo della commissione episcopale peruviana per l’ascolto delle vittime di abusi, ha detto a NCR una fonte direttamente coinvolta nell’indagine.”

    Questi due paragrafi meritano le seguenti precisazioni:

    Questa persona, che ormai si avvicina ai cinquant’anni, non può essere considerata affatto una vittima. Semmai, sono stato vittima sia di lei che della persona che l’ha consigliata, instillando in lei un risentimento che ha cercato di mitigare nel caso Lute, che il vescovo Prevost ha senza dubbio insabbiato.

    Prevost ha condotto l’indagine contro di me , l’avvocato che stava indagando sulla propria negligenza; ed è Prevost stesso che chiede la mia squalifica.

    La presunta intimità di cui parli nel tuo articolo mi sembra assolutamente sbalorditiva. Delle tre volte che ho visto questa persona, due erano in pubblico perché partecipava alle messe che celebravo e mi molestava mentre uscivo dalla chiesa.

    L’unica volta che ho voluto parlare con MVT, questa persona ha voluto oltrepassare i limiti con il pretesto di essere un’esperta in terapie di cui avevo realmente bisogno.

    L’aggiunta “senza piena consumazione” francamente ha senso solo per chi è fuori dal mondo. Posso affermare con sincerità di non aver mai toccato quella persona in alcun modo, se non stringendole la mano o qualcosa di simile come parte di un saluto pubblico.

    Per quanto riguarda i messaggi di Facebook, devo dire che sono completamente modificati: le versioni utilizzate dal vescovo di Cajamarca, presumibilmente utilizzate a Roma per tutelare gli interessi di Prevost, mancano delle formalità necessarie per essere considerate prove ammissibili in tribunale. Le parti presumibilmente scritte da questa persona sono illeggibili, mentre i commenti presumibilmente miei, pieni di volgarità, sono perfettamente leggibili. I messaggi utilizzati nel procedimento sono privi di metadati. L’identità del mittente, la data e l’ora dell’invio sono sconosciute. Sono stati, naturalmente, respinti dal giudice del tribunale peruviano e sarebbero respinti in qualsiasi ordinamento civile; eppure sembrano essere la base per una sanzione nel screditato sistema di diritto canonico!

    Per questo motivo, vi chiedo di pubblicare questa corrispondenza in modo che non si insinui in alcun modo che io abbia avuto una relazione permanente, intima, sessuale o romantica con qualcuno, tanto meno un matrimonio di fatto, o che abbia vissuto nel peccato pubblico.

    Colgo l’occasione per sottolineare il possibile peccato pubblico, continuo e permanente, dell’allora vescovo Prevost e invitarlo alla conversione. Il mio forte sospetto e timore è che colui che abbiamo oggi come “Papa” possa aver utilizzato i seguenti vescovi e istituzioni nel modo seguente:

    Al vescovo di Cajamarca, Circuncisión Martínez Chuquizana, che fin dall’inizio della mia reincorporazione nella diocesi mi ha attivamente molestato e ha avviato un’indagine utilizzando il canone 277 come se fosse un canone penale.
    Al vescovo Victor Emiliano Villegas Suclupe di Chota, che non ha alcuna autorità su di me, né aveva alcuna autorità per intimidirmi e umiliarmi nella mia città natale.
    Molto probabilmente anche il vescovo James Golka di Colorado Springs, che mi ha penalizzato con un decreto senza avere autorità su di me e ha così oscurato il mio abbondante e positivo contributo in quella diocesi.
    La conferenza episcopale peruviana, tramite il suo superiore di allora, il “Prefetto del Dicastero dei Vescovi”, al quale le conferenze erano soggette, di attaccarmi illegalmente.
    Al Dicastero per il Clero, di cui Prevost era membro durante il “processo” contro di me. Ha permesso al Vescovo Golka di modificare il suo decreto senza informarmi della mia difesa, e poi ha abusato del suo diritto come descritto di seguito.
    Di tutto questo, l’unico e vero beneficiario è solo ed esclusivamente Robert Prevost, e le vittime siamo Ana María Quispe, le altre vittime e io.

    Se così fosse, il peccato pubblico di Prevost diventerebbe ancora più grande a causa della sua calunnia e soprattutto a causa delle sue menzogne ​​e del suo uso proditorio del potere in tribunale per ottenere una posizione immorale. ( Cfr. 2476 Catechismo della Chiesa Cattolica ).

    Infine, non posso accettare una dimissione “istruita” dal Dicastero per il Clero senza le formalità di un processo, né le garanzie inerenti a un ordinamento giuridico civile: senza il rispetto del diritto alla difesa, senza la conoscenza delle accuse e degli accusatori, senza il rispetto dei principi di legalità e del giusto processo. Nulla di tutto ciò è stato osservato e, quel che è peggio, mi viene chiesto di fare un atto di fede per accettare ciò che non è nemmeno provato: che Bergoglio abbia firmato il decreto in questione. Devo forse ammettere che questo processo manifestamente viziato sia valido?

    Grazie mille per l’attenzione.

  • Insabbiamento nella diocesi di Piazza Armerina: a Enna si apre il processo al vescovo e al vicario per falsa testimonianza

    Insabbiamento nella diocesi di Piazza Armerina: a Enna si apre il processo al vescovo e al vicario per falsa testimonianza

    Si è aperto davanti al Tribunale di Enna il processo che vede imputati il vescovo di Piazza Armerina, monsignor Rosario Gisana, e il suo vicario giudiziale, don Vincenzo Murgano, parroco della Chiesa Madre di Enna. Entrambi sono accusati di falsa testimonianza nel procedimento penale che ha portato alla condanna dell’ex sacerdote Giuseppe Rugolo per violenza sessuale su minorenne.

    Durante l’udienza, il nuovo difensore di Gisana, l’avvocato Pierfrancesco Bruno del foro di Roma, ha presentato istanza per accedere al rito abbreviato, che consente uno sconto di pena in caso di condanna. I legali di Murgano hanno annunciato che depositeranno analoga richiesta nella prossima udienza, fissata per il 19 novembre.

    Gli avvocati degli imputati hanno inoltre chiesto di inserire tra le parti offese il Ministero della Giustizia, sostenendo che l’unico soggetto leso sia lo Stato. «Antonio Messina non è persona offesa», ha dichiarato Bruno, riferendosi all’archeologo che ha denunciato i due prelati. Il giudice Marco Strano si è riservato di decidere sulle richieste di costituzione di parte civile, tra cui quella dello stesso Messina.

    L’antefatto: il caso Rugolo e le accuse di insabbiamento

    Il processo di oggi nasce come sviluppo del caso che ha coinvolto Giuseppe Rugolo, ex sacerdote della diocesi di Piazza Armerina, condannato in secondo grado a tre anni di reclusione per violenza sessuale su minorenne. La vicenda ha scosso profondamente la comunità ecclesiastica e civile ennese, portando alla riduzione allo stato laicale del sacerdote.

    Secondo l’accusa, durante il procedimento contro Rugolo, il vescovo Gisana e il vicario Murgano avrebbero reso dichiarazioni false o reticenti, ostacolando l’accertamento della verità. Le loro testimonianze sarebbero state finalizzate a proteggere Rugolo o a minimizzare la gravità delle accuse. A far emergere queste presunte omissioni è stata la denuncia di Antonio Messina, che ha segnalato incongruenze e silenzi da parte dei vertici ecclesiastici.

    Il caso Rugolo ha aperto un dibattito più ampio sul ruolo della Chiesa nella gestione delle denunce di abusi e sulla necessità di maggiore trasparenza. Il processo a Gisana e Murgano rappresenta un momento cruciale per verificare se, oltre ai crimini del singolo sacerdote, vi siano state responsabilità istituzionali nel tentativo di insabbiamento.

    Verso il prossimo capitolo giudiziario

    La prossima udienza, prevista per il 19 novembre, potrebbe definire il percorso processuale dei due imputati, con l’eventuale ammissione al rito abbreviato e la decisione sulle parti civili. Intanto, la diocesi di Piazza Armerina resta sotto i riflettori, in attesa che la giustizia chiarisca se le accuse di falsa testimonianza siano fondate o meno.

    https://enna.lasicilia.it/news/cronaca/3003788/insabbiamento-nella-diocesi-di-piazza-armerina-a-enna-si-apre-il-processo-al-vescovo-e-al-vicario-per-falsa-testimonianza.html

  • ENNA -. Al via il processo al vescovo Rosario Gisana e il suo vicario giudiziale

    ENNA -. Al via il processo al vescovo Rosario Gisana e il suo vicario giudiziale

    In un tribunale blindato da polizia e carabinieri si è aperto stamani il processo contro il vescovo della diocesi di Piazza Armerina, Rosario Gisana e il suo vicario giudiziale, parroco della chiesa Madre di Enna, Vincenzo Murgano accusati di falsa testimonianza nel processo al sacerdote, ora ridotto allo stato laicale, Giuseppe Rugolo condannato per violenza sessuale a danno di minori a 4 anni e mezzo in I grado e 3 in appello.

    Il nuovo legale di Gisana, Pierfrancesco Bruno del foro di Roma, ha presentato istanza per il rito abbreviato mentre i legali di Murgano hanno preannunciato che depositeranno la richiesta alla prossima udienza.

    In aula sempre gli avvocati degli imputati che però erano assenti, hanno chiesto di inserire tra le parti offese il ministero della Giustizia mentre sono state presentate le richieste di costituzione delle parti civili sulle quali il giudice Marco Strano si è riservato. “

    Per noi l’unica persona offesa in questo caso è solo lo Stato – dice l’avvocato Bruno – Antonio Messina ( l’archeologo che ha denunciato il vescovo e Murgano) non è persona offesa” . La prossima udienza è
    Stata fissata per il prossimo 19 novembre.

  • La Chiesa ha lasciato le vittime del pedofilo Lute senza un avvocato, dopo averlo squalificato con metodi poco trasparenti.

    La Chiesa ha lasciato le vittime del pedofilo Lute senza un avvocato, dopo averlo squalificato con metodi poco trasparenti.

    Il cosiddetto caso Lute – dal nome di padre Eleuterio Vásquez , sacerdote della diocesi di Chiclayo – rimane una delle ferite aperte della Chiesa che deve essere affrontata il prima possibile. Vásquez fu accusato di aver abusato sessualmente di minori che aveva portato a trascorrere la notte da soli in una residenza parrocchiale sugli altopiani. Le accuse furono presentate direttamente all’allora vescovo di Chiclayo, Robert Francis Prevost , poi papa Leone XIV , ma il caso, lungi dall’essere risolto, rimane bloccato senza alcuna sanzione definitiva contro il pedofilo. Ad oggi, le vittime non hanno nemmeno potuto accedere ai documenti del caso, nonostante le ripetute richieste.

    Tuttavia, a essere punito a tempo di record è stato l’avvocato che aveva rappresentato le vittime dal maggio 2024, il sacerdote e canonista Ricardo Coronado Arrascue , la cui radiazione è diventata uno degli episodi più anomali e inquietanti del recente diritto canonico. La sua caduta è iniziata nel luglio 2024 , quando le vittime, assistite da Coronado, hanno presentato formalmente una richiesta di accesso al fascicolo del caso Lute, rimasta senza risposta per anni. Solo poche settimane dopo, il 24 agosto 2024 , la Conferenza episcopale peruviana (CEP) ha sorpreso tutti pubblicando una dichiarazione senza precedenti: ha annunciato che Coronado “non poteva ricevere l’approvazione per esercitare la professione di avvocato ecclesiastico” e gli ha proibito di agire in cause canoniche.

    La dichiarazione, rilasciata dopo la 127ª Assemblea Plenaria della Conferenza Episcopale Spagnola (CEP), ha citato il canone 1483 del Codice di Diritto Canonico per giustificare la misura. Tuttavia, resta il fatto che le conferenze episcopali non hanno l’autorità di radiare gli avvocati dall’albo. In pratica, un organismo privo di giurisdizione giudiziaria ha rilasciato una dichiarazione pubblica contro l’avvocato che rappresenta le vittime di abusi proprio quando chiedeva trasparenza, il che non può che essere interpretato come una manovra volta a screditarlo e neutralizzare il suo operato .

    Secondo i documenti consultati da InfoVaticana , il caso contro Coronado è stato aperto quello stesso agosto , subito dopo la dichiarazione episcopale. Il processo è stato accelerato, senza una chiara notifica delle accuse né garanzie di un giusto processo. Inoltre, le accuse sono estremamente fragili: alcune voci infondate provenienti dagli Stati Uniti su presunte visite a casa del sacerdote e la testimonianza di un adulto , identificato con le iniziali MVT , che ha raccontato di un incontro personale con Coronado a Lima di natura intima, sebbene senza “piena” consumazione, la cui natura sessuale Coronado nega, nonché alcune conversazioni oscene su Facebook. Il fascicolo stesso riconosce l’assenza di convivenza, persistenza o scandalo pubblico. Al massimo, si tratta di un’indiscrezione privata , del tutto insufficiente a giustificare qualsiasi sanzione. Attualmente, Coronado sta portando avanti una causa per diffamazione contro MVT presso i tribunali di Lima.

    Sebbene sembri incoerente essere stato radiato dall’albo degli avvocati prima di essere radiato dall’albo dei sacerdoti, il colpo più grave per il sacerdote peruviano arrivò quattro mesi dopo. Nel dicembre 2024 , Coronado ricevette la notifica della sua dimissione dallo stato clericale tramite decreto papale , ma il documento conteneva una grave irregolarità: mancava la firma autografa di Papa Francesco . Il decreto era stato elaborato attraverso i canali diplomatici, recando il sigillo vaticano, ma senza soddisfare i requisiti di autenticazione che ne garantiscono la validità. In pratica, si trattava di un’espulsione mascherata da decreto papale , priva di qualsiasi processo, sentenza o risoluzione formale.

    Anche questo episodio si svolge in un contesto ecclesiale particolarmente turbolento. Alla fine del 2024, con Francesco indebolito sia fisicamente che mentalmente , si è moltiplicata una proliferazione di decisioni assurde e insostenibili emanate dalla Curia, molte delle quali legate al Perù. Tra le più note, il decreto penale di condanna contro i giornalisti Giuliana Caccia e Sebastián Blanco , che includeva la minaccia di scomunica per aver criticato i prelati peruviani. Il provvedimento ha provocato uno scandalo globale e ha dovuto essere revocato dallo stesso Francesco , che ha sconfessato i responsabili dopo aver scoperto che il decreto era stato emanato a sua insaputa. In questo stesso clima di caos e abuso di potere, il decreto di dimissioni di Coronado sembra essere un altro prodotto dello stesso meccanismo: funzionari ecclesiastici che usano il nome del Papa per imporre sanzioni arbitrarie , come se la Chiesa fosse diventata il loro giocattolo personale.

    Il fascicolo di Coronado reca le firme del vescovo di Cajamarca, Isaac C. Martínez Chuquizana , e dell’allora segretario del Dicastero per il Clero, monsignor Andrés Gabriel Ferrada Moreira , responsabili dell’elaborazione e dell’approvazione di un provvedimento privo di giustificazione legale o di un giusto processo. La sequenza è significativa: a luglio, le vittime hanno richiesto i documenti; i documenti non sono mai stati trasmessi, ma ad agosto è stata emessa una dichiarazione episcopale contro il suo avvocato ed è stata aperta un’indagine accelerata nei suoi confronti; senza nemmeno un’udienza per garantire il suo diritto alla difesa o la presentazione di prove, a dicembre sono state emesse le sue “dimissioni” con decreto irregolare. Tutto indica che la sanzione è stata fabbricata come punizione diretta per aver richiesto l’accesso al fascicolo dell’abusante .

    Nel frattempo, Eleuterio Vásquez rimane impunito , protetto dal silenzio istituzionale e dall’inerzia di un sistema che punisce il whistleblower prima dell’imputato. Coronado è stato espulso senza processo e marchiato a vita, e le vittime sono rimaste senza assistenza legale. Tra l’altro, nessuno nella Chiesa si è preso la briga di offrire loro un altro avvocato canonico dopo aver licenziato il proprio.

    Lo schema è innegabile: Roma è stata più dura con l’avvocato delle vittime che con il prete abusatore di minori . E lo ha fatto attraverso un atto giuridicamente invalido, emanato in nome di un Papa malato e manipolando i meccanismi della giustizia ecclesiastica. Il caso Lute non è più solo una storia di abusi, ma una dimostrazione di come la gerarchia possa trasformare il diritto canonico in uno strumento di repressione. La squalifica di Coronado ne è la prova: una manovra fraudolenta, crudele e calcolata , eseguita per ostacolare la giustizia e mettere a tacere le vittime .

    https://infovaticana.com/2025/10/27/la-iglesia-dejo-a-las-victimas-del-pederasta-lute-sin-abogado-tras-inhabilitarlo-con-metodos-opacos/