Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • PEDOFILIA E RICATTI: 7 ANNI DI RECLUSIONE AL CAPO SCOUT DI TERRACINA. RISARCIMENTI A MINORI E ASSOCIAZIONI

    PEDOFILIA E RICATTI: 7 ANNI DI RECLUSIONE AL CAPO SCOUT DI TERRACINA. RISARCIMENTI A MINORI E ASSOCIAZIONI

    Il giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Roma, Angela Gerardi, ha condannato alla pena di 7 anni di reclusione e 26mila euro di multa il 19enne di Terracina, Simone di Pinto, per i reati di Pornografia minorile, stalking, estorsione, violenza sessuale e pornografia virtuale. Reati aggravati dalla minore età delle vittime.

    Di Pinto dovrà risarcire i quattro minorenni con 5mila euro ciascuno e con 2mila euro le altre associazioni parti civili. Il giudice ha predisposto anche il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dai minori. I quattro minori parti civili sono difesi dall’avvocato Pasquale Lattari così come il Garante infanzia ed adolescenza della Regione Lazio, Monica Sansoni e il Gruppo Agesci Terracina. Parti civili anche “Rete l’abuso” assistita dall’avvocato Caligiuri, “Insieme a Marianna” difesa dall’avvocato Felicia D’Amica e “No child abuse” difesa dall’avvocato Michele Di Stefano.

    “L’intervento del Centro Antiviolenza per minori vittime di reato a cui si erano rivolti le famiglie dei minori, il gruppo scout Terracina 3, la Parrocchia S.Domenico Savio è stato tempestivo ed efficace – spiega il Garante dell’Infanzia, Monica Sansoni -. Ha immediatamente consentito con la collaborazione con la Polizia Postale di Latina e le autorità giudiziarie – che ringrazio per la professionalità e tempestività – di sterilizzare l’attività in essere e di mettere al sicuro le vittime e le ulteriori potenziali dalle attività pedopornografiche e di abuso. Anche questa vicenda ci insegna quanto sia importante l’ascolto dei minori tempestivo, l’importanza di far emergere i segnali di disagio e cristallizare i riferiti e la necessità di denunciare prontamente – nel loro interesse e nell’interesse dell’intera collettività – gli abusi. Un plauso quindi ha chi ha denunciato e si è attivato immediatamente nell’interesse dei minori, ai genitori ed alla collettività che si è fidata ed affidata agli eduatori scout ed alla comunità parrocchiale. La scrivente – proprio in ragione di quanto affermato dalla difesa del Di Pinto nella discussione – “la garante poteva anche farsi gli affari suoi!!” – continuerà a proprio a fare gli interessi dell’istituzione e interessarsi della tutela dei minori, quale interesse superiore (e non certo come istanza persecutoria verso i responsabili) specie di quelli offesi ed abusati, in ossequio ai propri fini istituzionali in coerenza con la normativa sovranazionale e nazionale”.

    “Le parti civili, in particolare i genitori dei ragazzi minori, – dichiara l’avvocato Pasquale Lattari che ha difeso i quattro minori vittime – non hanno gioito alla condanna del responsabile. A parte il riconoscimento dell’ingiustizia patita quali vittime – hanno rifiutato l’offerta di risarcimento danni perché non vi era in capo al reo alcun riconoscimento della loro condizione vittimaria!! – nessuna riparazione dei pregiudizi patiti ricevono dalla condanna del Di Pinto. L’unica soddisfazione delle famiglie che hanno denunciato è aver impedito che il reo continuasse nella sua attività contro i minori ed evitato che altri – minori e famiglie – potessero patire i loro stessi inenarrabili pregiudizi. Le famiglie auspicano solamente che i propri figli al più presto e per quanto possibile assorbano ed integrino al meglio nella loro vita le conseguenze patite. I genitori, il gruppo scout e l’intera comunica coinvolta sperano anche che il reo – pur sempre in giovane età – possa comprendere pienamente l’ingiustizia commessa e agire responsabilmente nella sua vita futura”.

    IL PROCESSO – A giugno, il pubblico ministero Vittoria Bonfanti, al termine della sua requisitoria, ha chiesto la condanna a 8 anni di reclusione, più 60mila euro di multa, per il 19enne di Terracina, Simone Di Pinto, l’assistente capo scout di Terracina accusato di pedopornografia e arrestato lo scorso 2 agosto. Il giovane, difeso dagli avvocati Ippolita Naso e Carmela Massaro, si trova al momento agli arresti domiciliari. I reati che riguardano vittime di minore età sono di competenza del Tribunale di Roma, nonostante che i fatti contestati siano accaduti a Terracina.

    A discutere dopo la richiesta di condanna del pubblico ministero, anche le parti civili, assistite dall’avvocato Pasquale Lattari. Si tratta dei quattro minorenni che vanno dai 10 ai 16 anni, tutti rappresentati dai genitori. Parte civile anche il gruppo Scouts Agesci Terracina 3, all’interno del quale operava l’imputato quale educatore, “profittando – si legge nel capo d’imputazione – del rapporto di fiducia con il bambino derivante dallo svolgere la funzione di aiuto capo nella branca dei lupetti”, e la Garante Infanzia e Adolescenza della Regione Lazio, Monica Sansoni la quale, con il centro antiviolenza per minori vittime di violenza, aveva accolto, ascoltato ed orientato le famiglie alla denuncia.

    A sottolineare la gravità ed i plurimi reati delle condotte contenute nei capi di imputazione si sono anche costituite la associazioni di tutela dei minori “Insieme a Marianna” Aps, per la promozione e il contrasto della violenza su donne e minori, e “No Child Abuse”, costituita da ragazzi e loro famiglie vittime di abusi.

    Il giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Roma, Angela Gerardi, ha rinviato al prossimo 11 luglio quando la parola passerà alla difesa di Di Pinto, dopodiché sarà pronunciata la sentenza col rito abbreviato.

    Gli avvocati difensori hanno chiesto un rito abbreviato condizionato all’acquisizione di una consulenza di uno psicologo, così da analizzare il profilo psicologico e personale dell’imputato, pur non contestando la capacità di intendere e volere.

    Tra il materiale per la decisione del giudice, come noto, ci saranno anche gli incidenti probatori di 3 ragazzi, oltreché alle chat con l’imputato, le foto acquisite dallo stesso e l’ingente materiale pedopornografico costituito da 292 filmati.

    A luglio 2024, l’assistente capo scout di Terracina è stato iscritto nel registro degli indagati, accusato di gravi reati legati a presunti abusi su minori. L’associazione coinvolta conta circa 140 bambini tra i suoi frequentatori abituali. Le attività estive dell’organizzazione furono interrotte dalla decisione dell’Agesci, generando preoccupazione tra le famiglie coinvolte. “Cari genitori, il parroco e la comunità Capi comunicano – aveva scritto l’Agesci ai genitori – che per motivi imprevisti e imprevedibili tutte le attività e i campi estivi sono sospesi”.

    La Procura di Roma considera, come detto, quattro le persone offese dai reati che avrebbe commesso Di Pinto: si tratta di due ragazzi di 16 anni, un ragazzo di 12 anni e un bambino di 10 anni.

    Si va dalla pornografia minorile agli atti persecutori fino al reato di estorsione ai danni di un sedicenne. L’accusa più grave è quella della violenza sessuale aggravata ai danni del bambino di dieci anni, all’epoca degli abusi di appena 9 anni. I fatti ricadono giugno 2024. Di Pinto, che svolgeva il ruolo di aiuto capo dei lupetti del gruppo scout a Terracina, avrebbe invitato il bambino a fermarsi con lui nei locali della parrocchia. Rimasti da soli, con la scusa di aggiustargli i pantaloni, il 19enne avrebbe infilato le mani negli slip del bambino palpeggiandogli i genitali. Una circostanza resa ancora più grave, secondo la Procura, perché Di Pinto l’avrebbe commessa esercitando la sua autorità.

    L’intera vicenda ha origine da un ricatto tramite social media, che ha coinvolto i due minorenni di 12 e 16 anni manipolati attraverso un profilo fasullo su Instagram. Il 19enne assistente capo scout, secondo l’accusa, ha agito dietro le quinte, utilizzando il profilo falso, spacciandosi per una certa “Aurora” di 17 anni e chiedendo immagini compromettenti ai giovani, per poi minacciarli di diffonderle se non avessero pagato una somma in denaro. L’intervento della Polizia Postale di Latina ha portato, a luglio, al sequestro dei dispositivi e all’avvio di un’approfondita inchiesta.

    In un caso Di Pinto chiedeva al sedicenne di mostrargli il pene nelle immagini, poi lo contattava tramite Whastapp chiedendogli un video che lo ritraesse mentre si masturbava. Non solo: intimava al ragazzo, minacciando di rovinarlo nel caso contrario, di chiedere ai suoi amici altre immagini dello stesso tipo, come se fosse interessato a produrre materiale pedopornografico. Tra i reati contestati a Di Pinto, infatti, c’è quello di detenzione o accesso a materiale pornografico: sul suo cellulare sono stati trovati dalla Polizia Postale ben 292 filmati a carattere pedopornografico. Uno spaccato che può far pensare a una rete pedofila e al bisogno impellente non solo di detenere sempre più materiale.

    Il ragazzo di sedici anni a cui Di Pinto chiedeva le immagini e i video pedopornografici veniva minacciato: se non avesse prodotto il materiale, l’aiuto capo scout, con le false sembianze di “Aurora”, avrebbe fatto vedere i video e le immagini già inviate, che lo ritravano mentre si masturbava, a genitori, parenti e amici. Episodi di stalking andati avanti per quasi un anno dal 2023 fino al giugno 2024. E in una circostanza, sempre lo stesso sedicenne fu costretto a pagare “Aurora” 55 euro che furono consegnati materialmente a Di Pinto.

    Non solo ambienti di Chiesa e dell’area scout. In un caso, Di Pinto avrebbe contattato, tramite Instagram, sempre attraverso il falso nome di “Aurora”, anche un altro ragazzo di sedici anni, ora parte offesa, che non ha nulla a che vedere con quell’area di frequentazione. Al giovane le stesse richieste di materiale pedopornografico, con il 16enne nudo e in pose erotiche. Il ricatto era il medesimo: o produci altro materiale, o mostro quello che già ho a parenti e amici. Una volta arrestato ad agosto, Di Pinto si è avvalso della facoltà di non rispondere.

    La parrocchia frequentata dal giovane indagato è quella della Chiesa San Domenico Savio di Terracina, la stessa frequentata in passato da Alessandro Frateschi, l’ex insegnante di religione condannato per violenza sessuale su cinque minori. L’indagine è partita dalla denuncia di due genitori che hanno sentito piangere il loro ragazzo adolescente, vittima del ricatto dell’assistente capo scout.

    PEDOFILIA E RICATTI: 7 ANNI DI RECLUSIONE AL CAPO SCOUT DI TERRACINA. RISARCIMENTI A MINORI E ASSOCIAZIONI

  • Condanna per il santone Pietro Capuana: per i giudici, gli «atti purificatori» erano violenze sessuali

    Condanna per il santone Pietro Capuana: per i giudici, gli «atti purificatori» erano violenze sessuali

    Arriva la condanna a 16 anni e 2 mesi per il santone Pietro Capuana. Alla lettura della sentenza piangono le vittime dell’ultraottantenne ex bancario, accusato di abusi sessuali su diverse giovani, all’epoca anche minorenni. «Le nostre spalle sono larghe. Ma ce l’abbiamo fatta», dicono, insieme alle loro madri. Che hanno denunciato le violenze avvenute nella comunità di Lavina di Aci Bonaccorsi, nel Catanese, di cui Capuana era leader. O, come si diceva, la reincarnazione dell’arcangelo Gabriele, che sulle vittime avrebbe sostenuto di compiere degli «atti purificatori». «Seguo il percorso di queste ragazze fin dall’inizio – commenta a MeridioNews l’avvocato Tommaso Tamburino -. La giustizia è stata lenta, ma implacabile. C’è chi ha ha ritenuto che ci fosse un complotto ai danni di quest’uomo. E invece, oggi, giustizia è stata fatta».

    Condannate anche le tre ancelle e sacerdotesse del santone: Katia Concetta Scarpignato (7 anni), Rosaria Giuffrida (9 anni e 4 mesi) e Fabiola Raciti (15 anni e 2 mesi). Quest’ultima ha dichiarato a processo di avere sempre agito «per spirito cristiano ed evangelico». Nessuno degli imputati era presente nell’aula del tribunale di Catania. Tutti sono stati anche interdetti da qualunque ruolo nei pubblici uffici, nelle scuole e nei luoghi frequentati per lo più da minori. Oltre al pagamento delle spese processuali per le parti civili. Gli atti di alcune deposizioni a processo, inoltre, sono stati inviati in procura per falsa testimonianza. «Capuana aveva influenza su altre persone – continua Tamburino – Tra queste, c’è chi non ha mai accettato l’idea che si sia macchiato di questi reati. E, così, ha detto il falso».

    In questo modo, a otto anni dagli arresti, si mette il primo punto del processo ribattezzato 12 apostoli. «Dopo un interminabile dibattimento – commenta al nostro giornale l’avvocato Francesco Russo Morosoli – finalmente una sentenza riconosce le ragioni delle parti civili. Ragazze, all’epoca poco più che bambine, vittime di gravissimi reati compiuti da chi avrebbe dovuto educarle e proteggerle. Nessuno – aggiunge il legale di parte civile – potrà mai restituire loro l’infanzia rubata ma, con il loro coraggio, hanno impedito che simili eventi possano essere reiterati».

    La difesa del santone Pietro Capuana

    Per il santone Pietro Capuana, la pubblico ministero Agata Consoli aveva chiesto una condanna a 16 anni di carcere. Uno in meno per Fabiola Raciti; mentre per Rosaria Giuffrida e Katia Concetta Scarpignato la richiesta era stata di 14 anni di reclusione. Gli avvocati della difesa, invece, puntavano all’assoluzione per tutti gli imputati. All’inizio di ottobre, il difensore di Capuana ha presentato un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Un documento in cui l’avvocato Mario Brancato denuncia alla Cedu «gravi violazioni dei diritti fondamentali e la mancanza di un giudizio realmente imparziale».

    Un anno fa, il legale dell’imputato aveva anche chiesto di sostituire il giudice, presentando un’istanza di ricusazione contro il presidente del collegio giudicante, Santino Mirabella. A causa di un post su Facebook in cui, secondo l’avvocato del santone Capuana, il giudice avrebbe «espresso disprezzo verso coloro che praticano la religione cristiana». Un contenuto che, per la difesa, avrebbe «sollevato dubbi sulla imparzialità di giudizio in un processo in cui la natura religiosa del caso è stata ampiamente dibattuta in aula».

    E un ulteriore tentativo in questo senso, l’avvocato Mario Brancato l’ha fatto anche oggi. Proprio all’inizio dell’udienza ha chiesto la parola per sollevare una eccezione sulla regolarità della composizione del collegio giudicante: una delibera del Consiglio superiore della magistratura (Csm) che stabilisce che nel collegio ci può essere solo un giudice applicato fuori dalla sezione di appartenenza. In quello del processo 12 apostoli sono le due giudici Cristina Scalia e Mariaconcetta Gennaro. Dopo una breve camera di consiglio, l’eccezione è stata rigettata. «L’elemento principe per la garanzia dell’imputato a un giusto processo – ribadisce in aula Mirabella – è che a emettere la sentenza siano gli stessi giudici che hanno partecipato al contraddittorio delle parti del dibattimento».

    «Ogni imputato ha diritto a essere considerato innocente sino a condanna definitiva – commenta l’avvocato Brancato dopo la sentenza – e a essere giudicato senza preconcetti di colpevolezza, né dentro né fuori dall’aula di giustizia». Il difensore ha già annunciato che farà ricorso in appello perché «riteniamo che, in questo procedimento, non tutti gli elementi siano stati valutati con equità e completezza».

    Le testimonianze dietro alla condanna del santone Pietro Capuana

    Nel corso del lungo processo di primo grado, al centro di molte udienze ci sono state le parole dei testimoni. Alcuni di loro, all’interno dell’associazione cattolica Cultura e ambiente (Acca), ci sono nati e cresciuti. Molti hanno ammesso la pratica dei baci a stampo in bocca dati dal santone, e diversi hanno confermato l’esistenza di turni – anche notturni – a casa di Capuana. I racconti dei testimoni hanno anche permesso di ricostruire i dettagli delle feste organizzate nella comunità: San Valentino per sole donne e San Giuseppe per soli uomini. Festività con nomi di santi, ma con pratiche profane, secondo i racconti.

    C’è poi chi ha riferito di volte in cui «mi addormentavo sul divano e mi risvegliavo sul letto». E chi ha raccontato di essere stato «miracolato» da bambino o aver assistito a fenomeni paranormali da adolescente. «Mi ha chiesto di spogliarlo e di spogliarmi – ha detto in aula una giovane, prima di trasformare il racconto in una parabola sull’aprire il cuore l’uno all’altra – Come se fosse mio nonno, un amico». Che, però, avrebbe mandato diversi «ti amo» via messaggi sul cellulare.

    La diffamazione delle vittime: «Ci si vende a un uomo anche per un cellulare»

    A maggio sono state condannate in primo grado per diffamazione tre donne vicine alla comunità dell’associazione cattolica Cultura e ambiente (Acca). Si tratta di Epifania Consuelo Torrisi, Valentina Daniela Spadaro e Nunziatina Maria Lo Faro. Le tre, sedute di spalle davanti alle telecamere di Rete 4, avevano offeso madre e figlia che, hanno raccontato le violenze del santone. Formalizzandole in una denuncia, assistite dagli avvocati Tommaso Tamburino e Roberto Russo Morosoli. Una scelta dettata dalla convenienza, insinuavano le donne in tv: «A 12 anni, ci si vende a un uomo anche per avere un telefono – afferma una delle tre intervistate –. Non sono bambine stupide. Perché non possono avere inventato tutto?».

    Gli investigatori: un «plagio di massa» durato decenni

    Una vicenda venuta fuori dalle mura della comunità nel 2016. Con la prima denuncia di una donna, a cui la figlia aveva raccontato di avere subito degli abusi sessuali da parte di Capuana. Fin da quando aveva undici anni. Subito dopo la denuncia, la vittima era stata avvicinata da una delle componenti del gruppo. Che avrebbe provato a convincerla che quelle violenze fossero «un’esperienza mistica fatta di amore dall’alto». Sottolineando come lei stessa l’avesse sperimentata da giovane. Dopo la prima, altre denunce si sono susseguite da parte di numerose ragazze. Una vicenda che gli inquirenti hanno definito «un plagio di massa, fondato su argomenti di carattere religioso».

    Condanna per il santone Pietro Capuana: per i giudici, gli «atti purificatori» erano violenze sessuali

  • Don Samuele Marelli, accusato di violenze sessuali su 4 ragazzi: “Ho esagerato sul tema nudità, ma nego gli abusi”

    Don Samuele Marelli, accusato di violenze sessuali su 4 ragazzi: “Ho esagerato sul tema nudità, ma nego gli abusi”

    La pubblico ministero di Monza, Francesca Gentilini, ha chiesto il rinvio a giudizio per don Samuele Marelli. Il 49enne, ormai ex responsabile dei centri parrocchiali di Seregno (Monza e Brianza), è accusato di violenza sessuale e atti sessuali con minori. Le vittime sarebbero quattro ragazzi. Il sacerdote – che è stato anche direttore della Fondazione oratori milanesi – , durante l’interrogatorio che si è svolto a maggio dinanzi ai carabinieri, ha negato le accuse, ma ammesso di essere stato eccessivo con “questo fatto nudità”. E il riferimento sarebbe all’abitudine del prete e dei ragazzi di mostrarsi, durante ritiri o altri momenti, nudi. Negli scorsi mesi però più che a “abitudine a mostrarsi nudi”, era emerso che il prete avrebbe fotografato i giovani sotto la doccia.

    Il processo ecclesiastico
    L’udienza preliminare si svolgerà a febbraio 2026. Il tribunale ecclesiastico, che aveva avviato il processo dopo alcune segnalazioni arrivate all’Ordinario Diocesano a dicembre 2023, si è già espresso su di lui ad aprile scorso. I giudici lo hanno ritenuto colpevole relativamente ad alcuni “atti impropri da parte di un chierico” che avrebbero avuto come vittime un minore e un maggiorenne. Atti che, come contestato dalla Procura di Monza, sarebbero avvenuti con “abusi di autorità”. Nel caso del tribunale ecclesiastico, la condanna ha avuto come conseguenza quella di non celebrare funzioni pubblicamente per cinque anni, non confessare per dieci, il divieto di dimora nella diocesi di Milano, il divieto di contattare persone di Seregno e di frequentare ambienti con minori. Questo può avvenire solo in presenza di altre persone.

    L’inchiesta in procura a Monza
    Nell’inchiesta condotta dalla procura di Monza, le vittime sono quattro: tutte hanno fatto riferimento a palpeggiamenti e strusciamenti. Uno dei ragazzi ha raccontato che il sacerdote, in circa tre occasioni, lo avrebbe toccato nelle parti intime e si sarebbe masturbato davanti al giovane. Anche un altro sarebbe stato palpeggiato, dopo che il prete lo avrebbe invitato a togliersi i vestiti. A un’altra vittima, approfittando della sua presenza nella sua abitazione, l’avrebbe sollecitata a rimanere senza abiti per “sconfiggere la propria vergogna rimanendo a sua volta senza vestiti, lo abbracciava ripetutamente ponendo a contatto i loro corpi”. Anche in questo caso la vittima, in altre occasioni, sarebbe stata palpeggiata. Così come la quarta vittima. In questi ultimi due casi, il sacerdote avrebbe fatto la doccia insieme ai minori e li avrebbe palpeggiati, toccati e insaponati nelle parti intime.

    Gli abusi sarebbero avvenuti sia durante alcuni momenti di ritiro spirituale che di vacanze comunitarie. Dopo che la notizia era stata diffusa, in tutte le chiese della diocesi di Seregno era stata letta una nota diffusa dalla comunità pastorale lungo la quale era specificato che il sacerdote aveva lasciato la comunità a gennaio 2024 ed era stato sollevato da ogni incarico: “Tutte le energie dei sacerdoti, laici e laiche della comunità di Seregno sono da mesi indirizzate ai ragazzi, ai giovani e alle loro famiglie, che stanno affrontando un momento di accompagnamento e di analisi dell’accaduto insieme a qualificati professionisti e professioniste che li sostengono e li affiancano anche sul piano legale”.

    https://www.fanpage.it/milano/don-samuele-marelli-accusato-di-violenze-sessuali-su-4-ragazzi-ho-esagerato-sul-tema-nudita-ma-nego-gli-abusi/

  • Il caso Rupnik è il simbolo della Chiesa che fatica a confrontarsi con gli abusi

    Il caso Rupnik è il simbolo della Chiesa che fatica a confrontarsi con gli abusi

    AGI – Il caso Rupnik rappresenta una delle vicende più complesse e dolorose per la Chiesa cattolica contemporanea perchè intreccia la dimensione spirituale e artistica con accuse di gravità estrema riguardo a presunti abusi sessuali, spirituali e di potere ai danni di persone sottoposte all’autorità del loro abusatore.

    A essere accusato di questi crimini è un ex gesuita sloveno, Marko Ivan Rupnik, noto per i suoi mosaici presenti in numerosi santuari e chiese nel mondo e per la sua influenza nel campo dell’arte sacra. È stato accusato da diverse religiose di abusi psicologici, spirituali e sessuali avvenuti tra gli anni Novanta e Duemila in contesti comunitari legati al Centro Aletti da lui fondato a Roma.

    Il caso ha suscitato grande scalpore perchè Rupnik per anni è stato una figura di riferimento per la riflessione teologica e per la pastorale artistica tanto che le sue opere erano considerate espressione di una profonda spiritualità orientale ispirata alla tradizione bizantina.

    La denuncia delle vittime è emersa solo dopo molti anni di silenzio e di sofferenza quando alcune di loro hanno trovato il coraggio di raccontare le manipolazioni e le violenze subite in un clima di sudditanza psicologica alimentato dal carisma e dall’autorità spirituale del sacerdote.

    In un primo momento padre Rupnik ricevette una scomunica dal Dicastero della Dottrina della Fede, ma il Vicariato si oppose e fu tolta in poche settimane. Il procedimento canonico continuò nella Compagnia di Gesù che ha espulso padre Rupnik, oggi sacerdote della diocesi di Capodistria. La Dottrina della Fede fu poi autorizzata da Papa Francesco a celebrare un nuovo processo che sta ora iniziando.

    Ritardi e contraddizioni
    Il caso ha evidenziato dunque ritardi e contraddizioni nei meccanismi interni della Compagnia di Gesù e del Dicastero per la Dottrina della Fede che inizialmente avevano chiuso il procedimento salvo poi riaprirlo alla luce delle nuove testimonianze e delle forti reazioni dell’opinione pubblica. Il Centro Aletti da lui fondato, ha continuato a difenderlo sostenendo la sua innocenza e denunciando una campagna mediatica distorsiva. Tale posizione ha ulteriormente diviso il mondo ecclesiale tra chi ritiene indispensabile ascoltare le vittime e riconoscere la gravità del male compiuto e chi teme il nuovo processo cancelli anche l’eredità artistica di un autore che ha dato molto all’arte sacra contemporanea. Per ora alcuni vescovi hanno fatto coprire o rimuovere le opere di Rupnik per rispetto delle vittime, come avvenuto a Lourdes. Nel Palazzo Apostolico è firmata da Rupnik la cappella Redemptoris Mater che è ancora in uso ma viene poco frequententata.

    La Chiesa che fatica a confrontarsi con gli abusi
    Oggi il caso Rupnik resta simbolo di una Chiesa che fatica a confrontarsi fino in fondo con gli abusi di potere e di coscienza ma anche di una nuova consapevolezza che si fa strada tra i fedeli e le comunità religiose: quella secondo cui nessuna autorità spirituale può essere esente dal giudizio morale e nessuna opera artistica può oscurare il grido di chi ha sofferto.

    L’esperienza delle vittime e la necessità di verità e giustizia chiedono ora una riflessione più ampia sul rapporto tra carisma e controllo sulle dinamiche di potere spirituale e sull’urgenza di una riforma che metta al centro la dignità delle persone e la trasparenza della Chiesa.

    https://www.agi.it/cronaca/news/2025-10-13/caso-rupnik-simbolo-chiesa-che-fatica-a-confrontarsi-con-abusi-33647639/

  • Papa Leone, ci dica: per caso il processo a Rupnik non s’ha da fare?

    Papa Leone, ci dica: per caso il processo a Rupnik non s’ha da fare?

    Il processo ecclesiastico a Marko Rupnik può attendere. Le indiscrezioni che davano per oggi, 13 ottobre, la sua apertura al Dicastero per la dottrina della fede, non hanno trovato conferma e il sacerdote sloveno, accusato di abusi sessuali e spirituali nei confronti di almeno trenta suore – il dato lo ha fornito il generale dei gesuiti, Arturo Sosa Abascàl – per ora può continuare a vivere relativamente tranquillo nel convento di Montefiolo, un tempo casa delle suore benedettine di Priscilla e oggi quartier generale di Rupnik e dei suoi fedelissimi, o nella Casa Maria Consolatrice a Santa Severa, dove il Centro Aletti tiene regolarmente gli esercizi spirituali.

    Dopo lunga e laboriosa ricerca, i giudici sono stati trovati – lo ha detto il prefetto del Dicastero per la dottrina della fede Victor “Tucho” Fernandez già qualche mese fa – l’inchiesta è già stata fatta nel 2021, le vittime hanno testimoniato: praticamente le carte sono tutte sul tavolo eppure, ancora una volta, non succede niente.

    Non è la prima volta, infatti, che si indaga sugli abusi dell’ex gesuita nella Comunità Loyola: il Dicastero ci aveva già provato, quando era prefetto il cardinale Luis Ladaria Ferrer, ma nell’ottobre 2022 il procedimento si era fermato per la volontà di papa Francesco di non processare Rupnik e sulla denuncia delle suore era calata la mannaia della prescrizione. Nell’ottobre del 2023 Bergoglio è stato poi obbligato dalla pressione delle vittime e dei media – e dalla rissa dietro le quinte del Sinodo sulla sinodalità con Sean O’Malley, fino al luglio 2025 presidente della Pontificia commissione per la tutela dei minori – a togliere la prescrizione. È da allora, esattamente da due anni, che si attende che questo processo venga celebrato.

    Francesco non ha mai avuto la volontà di processare Rupnik. Lo ha sempre protetto – in modo anche smaccato, come quando nel 2020 gli ha fatto togliere la scomunica che il prefetto Ladaria Ferrer gli aveva appena impartito – e fino all’ultimo ha tenuto nella sua stanza a Santa Marta la riproduzione di un’opera dell’ex gesuita, proprio mentre nella chiesa infuriava la discussione se i mosaici dell’abusatore andassero distinti dal suo autore o distrutti perché offensivi.

    Francesco proteggeva gli amici, è cosa nota, ma Leone? Per quanto se ne sa, Prevost non ha mai nemmeno incontrato Rupnik ma con il pontificato ha ereditato anche questo processo e si trova alle prese con una gigantesca patata bollente. Da un lato le vittime non hanno intenzione di accettare l’oblio su quanto hanno subito e chiedono giustizia e risarcimenti; dall’altro Rupnik, che negli ambienti della giustizia vaticana gode della reputazione di uomo vendicativo e tutt’altro che collaborativo, ha intessuto negli anni reti di complicità, presumibilmente corroborate dalla grande quantità di denaro accumulata vendendo mosaici alle chiese di tutto il mondo, e questo contribuisce a rendere difficile per il Vaticano un soluzione limpida a questa oscura vicenda.

    Sono passati oltre cinque mesi dall’elezione di Leone XIV e ancora nulla si muove per un processo che praticamente è fatto, basterebbe fissare una data. Chi vive dentro la curia ha capito che il papa non se ne vuole occupare direttamente e lascia al prefetto Fernandez (l’uomo che negli ultimi anni ha protetto Rupnik per ordine di Francesco) il compito di sbrogliare l’intricata matassa. Qualcuno parla di tempi tecnici, qualcun altro pensa che semplicemente questo processo non s’ha da fare, almeno fino a quando il papa non avrà deciso se per la sua parossistica prudenza sia più pericoloso per la Chiesa l’insabbiamento perpetuo o un verdetto di colpevolezza per decine di abusi sessuali per l’ex gesuita Marko Rupnik, il protetto di Bergoglio.

    https://federicatourn.substack.com/p/papa-leone-ci-dica-per-caso-il-processo

  • 2° Report sugli Abusi sessuali del clero in Italia – Gli effetti di “Tolleranza ZERO & Sportelli diocesani CEI”

    2° Report sugli Abusi sessuali del clero in Italia – Gli effetti di “Tolleranza ZERO & Sportelli diocesani CEI”

    È in arrivo il 2° Report dell’Osservatorio permanente della Rete L’ABUSO, quest’anno ricco di dati rispetto al precedente, purtroppo però, anche tanti nuovi casi.

    È servito quasi un anno di lavoro certosino ma oggi finalmente abbiamo informatizzato completamente il nostro archivio, con addirittura una versione pubblica, consultabile gratuitamente ed aggiornata in tempo reale chiamata iCODIS, che trovate direttamente sul nostro portale.

    Grazie a iCODIS abbiamo potuto realizzare il 2° Report che fornirà dettagliatamente quanti casi nelle province, nelle regioni e in tutta Italia. Di questi quanti relativi a sacerdoti, suore, indotto laico ecc. E ancora quanti procedimenti sono passati per la giustizia italiana o quella vaticana, a che grado di giudizio sono attualmente, quali pene sono state inflitte al reo e molto altro.

    Ma la grande novità, mentre prima non vi era idea di quanti fossero i sopravvissuti prodotti oggi non solo possiamo quantificarli, ma sapere quante donne, uomini sono rimasti vittime, se erano minorenni o adulti vulnerabili, se sono stati abusati da sacerdoti, suore, catechisti e via dicendo.

    Abbiamo anche censito e catalogato i dati dichiarati negli anni dalla Conferenza Episcopale, fino ai recenti report, scoprendo che siamo in linea con il dato, uno scarto di soli 60 casi su più di 1.000 censiti.

    A quasi quindici anni dall’inizio delle riforme iniziate da Papa Francesco, sempre grazie ai dati censiti abbiamo potuto vedere quale è stato l’effetto della “Tolleranza ZERO” in Italia, quale il gradimento dei sopravvissuti, l’effetto ed il cambiamento che ha avuto nelle loro vite, come le ha cambiate, se e quante di loro hanno ricevuto giustizia.

    Chiediamo anche allo Stato italiano dove è stato in questi quindici anni e cosa ha fatto in merito.

    Una interessante analisi, raccontata dai numeri.

    Il 2° Report sarà presentato pubblicamente giovedì 23 ottobre.

          Per accrediti stampa accrediti@retelabuso.org


           INFORMATIVA URGENTE

                                                                                                                                      Savona 1/10/25

                 Al Garanti Regionali

     

    l’Associazione Rete L’ABUSO, con la presente istanza volta nell’interesse superiore del minore, intende denunciare la situazione che censiamo sul territorio, al tempo stesso stimolare con l’iniziativa il Garante affinché “l’interesse superiore del minore”, oggi in Italia ancora meramente solo sulla carta, inizi a creare basi concrete e canali affinché possa avviarsi un processo di applicazione rispetto quelle che sono le leggi tra cui la LEGGE NR. 172/2012 e la NR. 69/2019.

    Come ben sapete, ad oggi, l’Italia è priva di strumenti concreti ed efficaci di prevenzione contro gli abusi sessuali a danno di minori e persone vulnerabili. Priva di strumenti di consapevolezza per gli adulti ma soprattutto per i minori, coloro che se informati su quali comportamenti deve o non deve avere un adulto nei loro confronti, sono il primo ed il più efficace campanello di allarme per genitori o adulti, affinché possano attivarsi. Consapevolezza spesso capace di fare sì che i minori allarmati sfuggano a certe situazioni, salvandosi e segnalandole agli adulti.

    Come potrete constatare nel Report che segue, è la stessa Delegazione italiana, Interrogata dal Comitato per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza delle Nazioni Unite nell’esamina dell’80° sessione, a sollevare suo malgrado la grave lacuna italiana, fornendo come risposta alla delegazione ONU che chiedeva quali strategie preventive avesse o prevedesse di attuare lo Stato Membro, non ebbe altra risposta che citare quali fossero invece le pene e le aggravanti per coloro che commettono questi crimini.

    Ovvero, pene e aggravanti inflitte agli offender solo dopo aver commesso il reato.

    L’ONU ravvisò le gravi carenze, raccomandando al punto 21 del suo rapporto conclusivo quanto l’Italia avrebbe dovuto attuare. (CRC/c/ita/co/5-6)

    Quanto esposto in questa istanza in cui, l’Associazione denuncia indirizzando al Garante Regionale il non trascurabile dato emerso, relativo al solo clero cattolico, si fa sollecitamente notare che le cifre censite se pur in difetto sono elevatissime.

    Più del 3,5% nel solo clero, in Italia composto da 31.000 unità di cui 1.106 risulterebbero coinvolte.

    Dato ravvisato non solo dall’Associazione, ma confermato dalla stessa Conferenza Episcopale Italiana che per l’esattezza, ne dichiara nello stesso arco temporale da noi censito, 1.049 contro i 1.106 censiti dall’esponente.

    Premesso che il clero, in quanto organizzazione, da anni ben consapevole, si è mossa per tutelarsi da un problema al suo interno endemico e ben noto al Vaticano, almeno dal 1962, quando lo regolamentò segretamente, nell’ormai tristemente nota direttiva “Crimen sollicitationis”.

    Detto ciò, nulla toglie alla gravità e al dover sollecitamente intervenire, stimolando attraverso gli occhi e gli orecchi del Garanti Regionali, un fermo e sollecito intervento del Garante Nazionale che coinvolga e responsabilizzi i cittadini e la politica sul problema, in un’Italia quindici anni in ritardo rispetto agli altri Stati Membri dell’Unione Europea, in molti casi giunti non solo a una quantificazione del fenomeno sul territorio, ma ad un risarcimento umano, un sostegno concreto e giustizia per i sopravvissuti, come sancito anche in Italia dalle Garanzie Costituzionali.

    Come ben sapete, la peculiarità italiana sono quei vuoti legislativi di base, che nell’applicazione diventano ostativi verso norme secondarie.

    Per fare un esempio, l’assenza dell’obbligo di denuncia per tutti i cittadini – che andrebbe a responsabilizzare, come deve essere, gli adulti nei doveri di tutela previsti dalla legge nei confronti dei minori – rende praticamente inefficaci strumenti preventivi europei importanti come il certificato anti pedofilia, rilasciato dal Tribunale, con la finalità di impedire a chi pregiudicato per questo tipo di crimini, di tornare a contatto con i minori.

    Ma se non c’è l’obbligo della denuncia, non vi è un accertamento preventivo da parte dell’Autorità Giudiziaria, di conseguenza una condanna, quindi nessuna iscrizione sul certificato.

    Lo stesso certificato anti pedofilia, trova dalla ratifica un altro grave problema.

    Infatti non è chiaro perché solo in Italia il legislatore abbia sollevato dall’esibizione la categoria da sempre più a rischio, il volontariato, categoria alla quale guarda caso appartiene anche il clero che, nell’assoluto rispetto della legge, reintegra a contatto con minori i sacerdoti già condannati o recidivi. Quasi come se fosse una cosa “normale”.

    L’ultimo caso rilevato in Italia è quello di don Ciro Panigara che come la stessa Diocesi dichiara, già dieci anni prima avrebbe abusato di cinque minori. Omessa la denuncia alle autorità italiane da parte della chiesa, è rimasto nell’ombra fino allo scorso dicembre quando è stato reintegrato, poco dopo ha reiterato come da manuale il crimine.

    In questo caso l’obbligo di denuncia prima, il certificato anti pedofilia dopo, avrebbero evitato una tragedia palesemente annunciata che è indiscutibile, che di fatto però, ha creato nuove vittime.

    Basta provare a mettersi un solo secondo nella testa di un predatore pregiudicato che, a causa del certificato macchiato oggi non può più avere accesso alla maggior parte di luoghi frequentati da minori, viene da sé che questo andrà a predare dove il certificato non è richiesto.

    In associazioni sportive di volontariato, circoli e quant’altro sia disponibile compresa la chiesa, la parrocchia, dove è paradossalmente ancora più tutelato perché il timore della chiesa per lo scandalo gli dà certezza che se scoperto, non solo non verrà denunciato, ma verrà anche coperto, per scongiurare che la cosa trapeli e infanghi il buon nome della chiesa.

    Nell’assenza di efficaci strumenti preventivi quindi, l’inserimento dell’obbligo della denuncia per tutti i cittadini (già presente in Italia ma limitato ai soli pubblici ufficiali) e la revisione del certificato anti pedofilia, che come chiede all’Italia anche l’ONU, va corretto nella parte in cui si solleva il volontariato dall’esibizione, porterebbe già ad un buon livello preventivo rispetto l’attuale totale assenza.

                        Francesco Zanardi

         Legale rappresentante – Rete L’ABUSO ODV/ETS

  • Don Ciro a processo, il racconto di un ragazzino: “Mi ha fatto toccare le sue parti intime, poi mi sono trovato a letto con lui”

    Don Ciro a processo, il racconto di un ragazzino: “Mi ha fatto toccare le sue parti intime, poi mi sono trovato a letto con lui”

    Le accuse sono pesanti, pesantissime. Violenza sessuale aggravata su minori: è questa l’ipotesi di reato che viene contestata a don Ciro Panigara, l’ex parroco di San Paolo, in provincia di Brescia, arrestato circa sei mesi fa dopo la segnalazione di un’educatrice della parrocchia, a sua volta allertata dal racconto di un giovanissimo che frequentava l’oratorio, e che avrebbe appunto segnalato le “attenzioni” che gli avrebbe rivolto il sacerdote.

    Giudizio immediato

    La procura di Brescia, rappresentata dalla pm Ines Belleri, titolare delle indagini, ha chiesto e ottenuto il giudizio immediato: significa che don Ciro Panigara finirà a processo dal prossimo gennaio. Il caso di San Paolo non è l’unico che viene contestato al religioso: le indagini avrebbero fatto riemergere almeno altri sei episodi, all’epoca mai denunciati, nei quali sarebbero coinvolti ragazzi minorenni (di età compresa tra gli 11 e i 14 anni) quando ancora era curato ad Adro e Torbiato (sempre nel Bresciano), dove rimase fino al 2013.

    Il ragazzino che ha denunciato i presunti abusi avrebbe riferito di essere stato indotto a toccare le parti intime del sacerdote e di essersi trovato a letto con lui. Il giovane dovrebbe costituirsi parte civile nel processo al via da gennaio: un altro ragazzo sarebbe pronto a fare la stessa cosa.

    Chi è don Ciro Panigara

    Nato il 16 marzo 1977 e cresciuto a Ghedi, don Ciro è stato ordinato sacerdote nel giugno del 2004, all’età di 27 anni. Il primo incarico lo ha avuto a Isorella, dove è stato vicario per quattro anni. Nel 2008 il trasferimento in Franciacorta, poi a Leno (dal 2016 al 2020). Era stato inoltre cappellano collaboratore in Poliambulanza. Amministratore della parrocchia dei santi Pietro e Paolo di Visano per quasi quattro anni, nel 2024 era stato nominato parroco: il vescovo di Brescia gli aveva affidato la guida spirituale di Cremezzano, San Paolo e Scarpizzolo e il coordinamento dell’unità pastorale “Beato Petronace Abate”. Un incarico che ha svolto per pochi mesi: ha lasciato alla fine di dicembre dello scorso anno, quando sono trapelate le prime voci sui presunti abusi.

    https://www.today.it/cronaca/don-ciro-panigara-processo-ragazzino-parti-intime.html

  • Emanuela Orlandi, le dichiarazioni in esclusiva del fratello Pietro dopo l’audizione: “C’è chi rema contro, abbiamo chiesto di consultare i diari di Carlo Azelio Ciampi”

    Emanuela Orlandi, le dichiarazioni in esclusiva del fratello Pietro dopo l’audizione: “C’è chi rema contro, abbiamo chiesto di consultare i diari di Carlo Azelio Ciampi”

    Oltre due ore è durata l’audizione di Pietro Orlandi, ascoltato dalla commissione di inchiesta che indaga sulle scomparse della sorella Emanuela e di Mirella Gregori, le due 15enne scomparse nel cuore di Roma nell’estate del 1983. Due ore e mezzo in cui il fratello della cittadina vaticana scomparsa, per la seconda volta, ha condensato 42 anni di ricerche, angoscia e depistaggi.

    L’audizione

    “La Commissione risolverà sicuramente il caso di Mirella, è una mia convinzione – ha detto Orlandi all’uscita da Palazzo San Macuto – lì non c’è il Vaticano di mezzo, qui c’è’, sono due storie completamente diverse. Sulla nostra loro mi dimostrano sempre la volontà come è stato oggi ma so che è una strada difficile perché per arrivare, purtroppo devi andarti a scontrare con l’ambiente vaticano, io sono convinto che in Vaticano ci sono persone a conoscenza di tutto”. Davanti alla Commissione presieduta dal senatore Andrea De Priamo, Orlandi ha lanciato anche un messaggio a Papa Leone: “Questo è il quarto Papa, vorrei incontrarlo, ho parlato con delle persone vicine a lui, mi hanno detto adesso vedremo come si può fare ma il fatto che non abbia detto una parola di vicinanza per mia madre nell’anniversario della scomparsa di Emanuela è un brutto segnale, vedo la volontà di non parlare di questa storia”. Rispondendo quindi a una domanda del presidente De Priamo, Orlandi ha detto che a suo parere “Raffaella Monzi è una delle persone più importanti in quel momento, quello della scomparsa, ma purtroppo lei è un’altra vittima di questa storia, si sente perseguitata, è dovuta addirittura all’epoca andare via”. Raffaella Monzi, lo ricordiamo, era un’amica di Emanuela Orlandi e forse l’ultima persona ad averla vista in vita. Frequentava la stessa scuola di musica da cui si persero per sempre le tracce della cittadina vaticana. In quel mercoledì di inizio estate, le due ragazze uscirono insieme dall’Istituto Ludovico da Victoria, di fianco alla Basilica di Sant’Apollinare. Mentre camminano verso la fermata del bus, in corso Rinascimento, davanti al Senato, Emanuela le confidò di aver ricevuto un’offerta di lavoro per conto di una ditta di cosmetici. Avrebbe dovuto dare risposta quella stessa sera. Le chiese un consiglio. Raffaella le disse che quell’offerta era strana, troppo ben pagata. Poi la Monzi salì sul bus, non la rivide mai più.

    La pista di Londra

    Per Pietro Orlandi la vicenda di Emanuela potrebbe essere legata all’Inghilterra, come ha ribadito durante la sua audizione davanti alla Commissione parlamentare che lo ha convocato, per la seconda volta, anche per fare chiarezza sulle carte della pista di Londra, per capire quanto ci sia di vero in alcune lettere in possesso di Orlandi. Questo scambio epistolare, consegnato a Pietro Orlandi da un anonimo interlocutore, condurrebbero a uno scenario che vede la cittadina vaticana in uno stato di segregazione nella capitale del Regno Unito, almeno fino al 1997, in un edificio dei padri Scalabriniani. Si tratta di lettere datate 1993 e inviate sia dall’arcivescovo di Canterbury George Carey che dal sottosegretario britannico Frank Cooper, al cardinale Ugo Poletti a cui Carey chiese un incontro ha chiesto un incontro “per discutere personalmente la situazione di Emanuela Orlandi”. Tali lettere sono state bollate come false dalla grafologa Sara Cordella, anche lei convocata a Palazzo San Macuto nei mesi scorsi. “Questa vicenda va avanti da 42 anni. Io ritengo che qualunque tipo di indizio che emerge e che merita un approfondimento andrebbe approfondito. Siccome in quei cinque fogli ci sono elementi importanti, secondo me andrebbero approfonditi”, ha detto Orlandi. Perché anche i cosiddetti cinque fogli ritrovati e pubblicati nel 2017 su L’Espresso collocherebbero la cittadina vaticana in uno scenario londinese, elencando tutta una lista di spese sostenute dal Vaticano per la sua segregazione nel Regno Unito. Durante l’audizione, Pietro Orlandi ha raccontato di aver scoperto l’esistenza di questi fogli ai tempi del processo Vatileaks. “Sentii un’intervista a Francesca Chaouqui”, ha spiegato, dove faceva un riferimento alla vicenda Orlandi. La cercai, ci incontrammo e mi parlò per la prima volta di questi fogli. A quel punto anche il giornalista Emiliano Fittipaldi ne venne a conoscenza, e fu lui a renderli pubblici per la prima volta”. Secondo Pietro Orlandi, il documento è stato archiviato troppo in fretta come falso. “Ci sono tante particolarità in questi fogli, nomi di persone che la maggior parte del pubblico neanche sa chi sono, sono molto articolati e non sono tutte cose campate in aria. Non credo sia stato tutto costruito e se fosse stato tutto costruito per un depistaggio, andrebbe approfondito lo stesso”.

    Le dichiarazioni “a caldo” a FqMagazine

    “Nonostante la grafologa abbia bollato come falsa quella pista, oggi hanno capito che è da approfondire e che non ci si può limitare a cassarla, solo perché la firma del mittente non è autentica. E per dire se un documento sia vero oppure no deve essere originale (Orlandi ha solo le copie, ndr): solo da lì si può capire se effettivamente quelle lettere sono del ’93 e si può stabilire se le firme sono autentiche”, ha dichiarato Pietro Orlandi a FqMagazine a audizione conclusa. “Anche se si dovesse trattare di un depistaggio va approfondita, i depistaggi fanno parte di questa vicenda perché hanno sempre allontanato dalla verità. Ho visto che la commissione sta lavorando, ci sono persone che stanno provando a fare qualcosa di positivo, e c’è chi rema contro, purtroppo è così. Non so dove potrà portare ma apprezzo la volontà, a qualcosa si arriverà. Ho lasciato loro una lettera che avevamo scritto all’ambasciata inglese per chiedere una mano a Scotland Yard ma ci risposero che i cittadini non possono fare queste richieste, devono farlo le istituzioni. Poi ho dato loro anche una lettera in cui abbiamo chiesto di consultare i diari del presidente Carlo Azeglio Ciampi che era stato molto vicino a Papa Wojtyla e che aveva concesso anche la grazia ad Alì Agca, l’attentatore del Papa. Lui era molto meticoloso, riportava tutto nei suoi diari, ogni incontro. Abbiamo parlato di Paul Marcinkus, tutti puntano il dito contro di lui oggi, dicono che era un donnaiolo e che era legato ad ambienti criminali. Nessuno si scandalizza, nemmeno tra i commissari che mi hanno interrogato. E ho posto loro una riflessione: e se Marcinkus fosse diventato cardinale e poi Papa, avrebbero avuto lo stesso atteggiamento? O si sarebbero fermati? Tutti i Papi prima di diventare tali erano cardinali, vescovi, uomini laici: io spoglio tutte le persone dell’abito che indossano, nessuna divisa ci rende intoccabili, gli esseri umano sono tutti uguali”.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/10/08/emanuela-orlandi-audizione-pietro-vaticano-ciampi-notizie/8153058/

  • Chat control, l’Ue vota la scansione di foto e video privati

    Chat control, l’Ue vota la scansione di foto e video privati

    Mentre l’attenzione mediatica globale è calamitata da crisi internazionali e conflitti, un’ombra si allunga silenziosa sul futuro digitale dei cittadini europei. Il prossimo 14 ottobre, una data che potrebbe segnare una svolta storica per la privacy nel continente, il Consiglio dell’Unione Europea sarà chiamato a votare sulla “Child Sexual Abuse Regulation”. Si tratta di una proposta di regolamento, immediatamente ribattezzata con il nome più diretto di “Chat Control”, che mira a combattere il terribile fenomeno dell’abuso sessuale sui minori attraverso un massiccio impiego della tecnologia.

    L’intento alla base della proposta è nobile e universalmente condivisibile: agire in modo preventivo. Tuttavia, lo strumento proposto rischia di trasformare l’Europa, come paventato da molti osservatori, nel più grande esperimento di sorveglianza di massa dai tempi della Stasi, andando a toccare le comunicazioni private di 449 milioni di persone.

    Come funziona la “scansione lato client”

    Il meccanismo al centro del regolamento “Chat Control” si basa su una tecnologia nota come “Client side scanning” (CSS), ovvero una scansione che avviene direttamente sul dispositivo dell’utente, sia esso uno smartphone o un computer. Il processo si attiverebbe prima ancora che un messaggio, una foto o un video vengano inviati e, soprattutto, prima che la crittografia end-to-end li renda illeggibili a chiunque non sia il mittente o il destinatario.

    In pratica, ogni volta che un cittadino europeo caricherà una foto o un video per inviarlo tramite un’app di messaggistica, il sistema ne calcolerà l’impronta digitale unica, chiamata “hash”. Questa impronta verrebbe istantaneamente confrontata con quelle contenute in un gigantesco database centralizzato, che raccoglie tutte le immagini e i video pedopornografici già noti. Se venisse riscontrata una corrispondenza, l’invio del file verrebbe bloccato e scatterebbe immediatamente una segnalazione per individuare il soggetto. Si tratta di un cambio di paradigma investigativo: non sono più le forze dell’ordine, previa autorizzazione di un magistrato, a usare un software per indagini mirate, ma è il software stesso ad avvisare le autorità in modo automatizzato.

    I rischi: dai falsi positivi alla sorveglianza allargata

    Un sistema così invasivo porta con sé un carico enorme di rischi. Il primo è quello dei cosiddetti “falsi positivi”. Un’immagine del tutto innocente, come la foto di un papà che manda alla mamma uno scatto del figlio durante il bagnetto, potrebbe essere erroneamente interpretata dall’algoritmo e far scattare un allarme ingiustificato. Al contrario, un criminale potrebbe eludere il controllo semplicemente modificando pochi pixel di un’immagine nota, alterandone così l’hash e rendendola irriconoscibile al sistema.

    Il problema si aggrava per le immagini non ancora conosciute e non presenti nel database. L’identificazione di nuovo materiale pedopornografico richiederebbe tecniche di classificazione e intelligenza artificiale ancora più intrusive e, come sottolinea il testo della proposta, caratterizzate da alti tassi di errore.

    Esiste poi il timore, concreto, di un’espansione dei controlli. Se nella versione del 2022 del regolamento erano stati esclusi i messaggi di testo e vocali, precedentemente inclusi, è facile immaginare come, in un’epoca segnata da guerre ibride e minacce alla sicurezza, una simile “backdoor” possa essere estesa ad altri tipi di monitoraggio. Una delle ipotesi attualmente allo studio prevede che, in seguito alla segnalazione di un illecito su una piattaforma, si possa autorizzare per 24 mesi la scansione di tutti i messaggi inviati da tutti gli utenti su quella specifica piattaforma, consegnandoli di fatto al database di controllo.

    Il parere legale: “misure non selettive violano i diritti”

    La compatibilità di un simile impianto con i principi fondamentali del diritto europeo è fortemente messa in dubbio da numerosi esperti. «La proposta di regolamento, anche se ispirata da buone intenzioni, istituisce un modello di sorveglianza difficilmente conciliabile con il principio di proporzionalità sancito dal diritto dell’Unione e dalla Carta dei Diritti fondamentali», commenta Antonino Alì, Professore di diritto internazionale dell’Università di Trento.

    Il professore ricorda come la giurisprudenza consolidata della Corte di Giustizia Ue e della Corte europea dei diritti dell’uomo, con sentenze storiche come “Digital Rights Ireland” e “Big Brother Watch”, abbia già chiarito un punto fondamentale: le misure di monitoraggio generalizzate e non selettive, che non si concentrano su un sospetto ma si estendono a tappeto sull’intera popolazione, violano i diritti alla privacy e alla libertà di espressione se non sono accompagnate da limiti rigorosi e garanzie precise. «In questa prospettiva, una normativa di questo genere si espone a rischio di invalidazione», conclude Alì.

    Il grande dilemma tra sicurezza e privacy

    Il dibattito sul “Chat Control” ripropone con forza il dilemma irrisolto tra sicurezza e libertà individuale. Da un lato, le forze di polizia europee si trovano oggi in una posizione di netto svantaggio. La crittografia end-to-end usata da app come WhatsApp, Signal o Telegram, se da una parte protegge la privacy dei cittadini onesti, dall’altra offre uno scudo quasi impenetrabile ai criminali, rendendo le intercettazioni quasi impossibili. Spesso le richieste di accesso ai dati, tra autorizzazioni dei magistrati e procedure internazionali, arrivano troppo tardi. La logica della proposta è quindi quella di aggirare il problema, agendo prima che il messaggio venga crittografato.

    Dall’altro lato, i pericoli di un sistema di sorveglianza centralizzato sono drammatici. In un’era di tecnologie “dual-use” – nate per scopi civili ma facilmente riutilizzabili per fini militari o repressivi – un database contenente le comunicazioni private di milioni di persone diventerebbe un obiettivo primario per stati nemici o gruppi criminali. La battaglia per proteggere i bambini dalla piaga della pedopornografia è una priorità assoluta, ma la soluzione, avvertono i critici, non può essere la creazione di un’infrastruttura di controllo senza precedenti, i cui rischi potrebbero superare di gran lunga i benefici.

    Chat control, l’Ue vota la scansione di foto e video privati

  • Brescia, pedopornografia: don Coraglia a processo con rito abbreviato

    Brescia, pedopornografia: don Coraglia a processo con rito abbreviato

    Brescia. Andrà a processo con rito abbreviato don Jordan Coraglia, il sacerdote bresciano, ex parroco a Castelcovati, accusato di detenzione di materiale pedopornografico.

    La Procura ha infatti accolto la richiesta del suo legale, l’avvocato Paolo Inverardi: in caso di condanna, il rito abbreviato consente di ottenere lo sconto di un terzo della pena.

    Il prete bresciano è tuttora ristretto ai domiciliari in un convento in Vallecamonica, dove gli è impedito l’accesso al web. Proprio su internet, secondo le accuse, don Coraglia avrebbe dato vita, insieme ad altre persone, a canali Telegram ed Instagram per lo scambio di materiale pedopornografico.

    Lo scorso 2 agosto la polizia ha arrestato un medico torinese per pedopornografia. Secondo quando trapelato, tra i contatti nel suo cellulare c’era anche don Jordan Coraglia con il quale sarebbero avvenuti scambi di immagini e files nel contesto delle comunità pedofile attive nel dark web.

    Nella disponibilità del prete, molto noto anche per il suo impegno sportivo con la Nazionale dei sacerdoti, sono stati trovati 1500 files pedopornografici, tra fotografie e video.

    Il processo si aprirà il prossimo 19 dicembre a Brescia.

    Brescia, pedopornografia: don Coraglia a processo con rito abbreviato