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ENNA – Post di Non Accetto Prediche Da Chi Copre Un Abuso
Sembra che un ente di promozione turistica voglia schierarsi apertamente dalla parte dell’imputato, facendosi beffa dei cittadini e tradendo il ruolo che dovrebbe avere: promuovere il territorio, non prendere posizione in vicende giudiziarie che toccano la sensibilità e la dignità della comunità.Come può un ente di promozione turistica pubblicare sulla propria pagina social una locandina che annuncia una celebrazione sacra? Che legame c’è tra la promozione di celebrazioni liturgiche e la missione di valorizzare un territorio, se non quello, oggi, di mostrare sostegno a un vescovo imputato?Il riferimento è a Mons. Rosario Gisana, vescovo di Piazza Armerina, rinviato a giudizio dalla Procura di Enna insieme a Mons. Vincenzo Murgano con l’accusa di falsa testimonianza in un procedimento collegato al caso del sacerdote don Giuseppe Rugolo, condannato in primo e secondo grado per abusi su minori.La giustizia farà il suo corso, e nessuno intende sostituirsi ai tribunali. Ma ciò che colpisce e ferisce è l’indifferenza: mentre un processo cerca di fare luce su fatti gravissimi, c’è chi continua a sorridere, festeggiare e partecipare a celebrazioni definite “sacre”, guidate da persone imputate per reati legati a quella stessa vicenda.Come può sentirsi una vittima di fronte a tutto questo?Ogni locandina pubblicata, ogni applauso, ogni fotografia condivisa diventa un segnale di disinteresse verso il dolore di chi ha subito abusi e di chi ancora attende giustizia. È come se la sacralità del rito venisse svuotata, ridotta a un atto di facciata, mentre il messaggio che passa è quello dell’impunità e della normalità a ogni costo.Non è solo una questione giudiziaria: è una questione morale e civile.Un territorio che vuole promuovere se stesso deve farlo con rispetto per la verità, per le persone e per la dignità di chi ha sofferto. L’indifferenza non è neutralità: è una forma di complicità.https://www.facebook.com/story.php?story_fbid=122173675322784023&id=61573520706867&mibextid=wwXIfr&rdid=RORrvd0qMaxbutfH# -

Pedofilia nella Chiesa. La CEI ha mille strumenti ma i casi non si placano
Nella giornata di ieri abbiamo parlato dello scabroso caso di don Carlo Occelli, sacerdote della Diocesi di Cuneo-Fossano che ha patteggiato una “pena di un anno e otto mesi per atti sessuali con minorenne consenziente”.
A seguire è necessario analizzare come la Conferenza Episcopale della Regione Ecclesiastica Piemonte e Valle d’Aosta sta affrontando il tema della “tutela dei minori”.
Intanto va detto che il Vescovo delegato regionale per la tutela dei minori risulta essere il Vescovo di Alba, monsignor Marco Brunetti, il quale deve attuare in tutto il Piemonte e nella Valle d’Aosta quelle che sono le direttive che provengono dal “Servizio Nazionale per la Tutela dei Minori della Conferenza Episcopale Italiana”.
La Conferenza Episcopale Italiana – CEI, il 18 ottobre 2025, pochi giorni fa, pubblicava un testo dal titolo “Tutela dei minori e degli adulti vulnerabili: l’impegno delle Chiese in Italia”. Bellissimo che si facciano parole, si producano sussidi, si scrivano chilometri di documenti, ma bisogna che la CEI faccia concretamente qualcosa per arginare la piaga delle molestie e degli abusi all’interno della Chiesa Cattolica Italiana.
Dall’Assemblea dei Vescovi tengono a precisare: “come emerge anche dalla III Rilevazione sulle attività dei Servizi territoriali per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili, che prende in esame il biennio 2023-2024, ed è basata sul metodo della participatory action research, con il coinvolgimento di 184 Diocesi (il 94,2% del totale), 16 servizi regionali e 103 Centri di ascolto attivi, tutte le regioni e tutte le Diocesi italiane si sono dotate di un Servizio diocesano o interdiocesano per la tutela, così da svolgere un servizio di presidio e di formazione capillarmente distribuito”.
Come mai, se c’è così tanta attenzione, una così capillare presenza, un presidio di formazione che la Chiesa sponsorizza a più canali, ci sono innumerevoli casi di appartenenti al Clero che abusano e mettono in atto condotte penalmente rilevanti sul fronte sessuale?
Eppure – a detta della CEI, che sicuramente asserisce il vero – “i Centri diocesani godono della presenza di professionalità formate e competenti quando si tratta di ascolto e accoglienza delle vittime o di familiari: sorti sul territorio, sono in un numero circoscritto proprio per poter contare su personale qualificato e costantemente aggiornato”.
Sarà sicuramente così ma intanto i casi di abusi ci sono e sono sempre più presenti. Jorge Mario Bergoglio aveva promesso di fare una “pulizia” nella Chiesa che si sarebbe vista. Robert Francis Prevost non ha ancora avuto tempo di iniziare le azioni di nettezza interna ai Sacri Palazzi.
Evidentemente dalle parti di Via Aurelia, sede della CEI nella Capitale, hanno chiaro che esiste un problema ed infatti specificano che “nelle prossime settimane saranno presentati due strumenti operativi destinati agli operatori ed elaborati per uniformare le procedure a livello nazionale”.
Si doveva aspettare la fine del 2025, o più verosimilmente l’inizio del 2026, per “uniformale le procedure a livello nazionale” ed essere più solerti ed incisivi nel consegnare alla Magistratura quei soggetti che violano l’innocenza dei minori e degli adulti vulnerabili?
Sul tema è intervenuto il Segretario Generale della CEI, Arcivescovo di Cagliari, monsignor Giuseppe Baturi, che ha spiegato come “tra le collaborazioni avviate a livello nazionale, si evidenzia la partecipazione all’Osservatorio contro la pedofilia e pedopornografia, contribuendo alla stesura delle schede di azione del Piano nazionale di prevenzione e contrasto dell’abuso dello sfruttamento sessuale dei minori”. Bene, ma non benissimo.
Bisogna fare di più.
Non basta fare riunioni, associarsi a realtà terze, creare osservatori e luoghi di confronto.
Bisogna intervenire, ridurre allo stato laicale quei preti che compiono abusi, arrivare in tempo quando iniziano ad esserci segnalazioni, seppur anonime, per fare le opportune “indagini previe” e poi consegnare tutto alla Procura della Repubblica territorialmente competente.
Il resto sono parole che nulla hanno di rassicurante ma, soprattutto, che offendono le vittime dei carnefici e le famiglie delle stesse.
Non è raro assistere a trasmissioni televisive in cui le vittime raccontano, registrazioni alla mano, di Vescovi e Diocesi che cercano di giustificare il sacerdote e che riducono tutto ad una mera questione risarcitoria.
Da Roma fanno trapelare che “la Conferenza Episcopale Italiana, il 28 ottobre 2022, ha siglato un accordo con la Pontificia Commissione per la tutela dei minori per un progetto “Memorare” volto a promuovere da quel momento in poi, quindi anche nel 2023, un impegno comune sempre più incisivo nel combattere gli abusi sessuali all’interno della Chiesa. Alla base c’è la condivisione di un approccio integrale e delle buone prassi adottate dalla Chiesa in Italia per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili”.
Tutto bello, pregevole, aulico, … ma nel concreto?
Concretamente non c’è nulla se non un cumulo imbarazzante di “buone intenzioni” che il Presidente della CEI, Arcivescovo di Bologna, cardinale Matteo Maria Zuppi, descrive così: “In tutte le Chiese locali c’è la ferma consapevolezza che questo sia un cammino inarrestabile”.
Intanto, a Cuneo, un sacerdote ha patteggiato una condanna di un anno e otto mesi per “atti sessuali con minorenne consenziente” e non si sa se il Vaticano lo ridurrà allo stato laicale e lo allontanerà da ambienti frequentati da minori e persone vulnerabili.
La Diocesi di Cuneo-Fossano, in uno scarno “Comunicato”, si è limitata a dire che sarebbe in atto “un processo canonico, ancora in corso, di cui ora si attende l’esito”. In molti dicono: “speriamo non finisca come con padre Rupnik che, impunito, continua a celebrare i divini misteri, come nulla avesse fatto”.
Intanto alcuni cuneesi hanno preso la ferma decisione di non più mandare i loro figli all’oratorio perché la CEI è tanto brava a creare commissioni per la tutela dei minori ma, vista la cronaca, meglio non rischiare.
Pedofilia nella Chiesa. La CEI ha mille strumenti ma i casi non si placano
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Violenza sessuale nei confronti di un minorenne, Padre Melis condannato a 10 anni
10 anni. Questa la sentenza di condanna con il rito abbreviato in Tribunale a Savona nei confronti di Padre Andrea Melis.
Il parrocco, difeso dagli avvocati Graziella Delfino e Raffaele Caruso, era accusato di violenza sessuale nei confronti di un minorenne e nel processo davanti al Gip Laura De Dominicis si erano costituite come parti civili l’Associazione Rete L’Abuso, assistita dal legale Luca Battaglieri, l’Associazione No Child Abuse e gli Scolopi di Genova rappresentati dal legale Andrea Sciello.
Gli avvvocati difensori avevano prodotto una perizia psichiatrica che era stata accolta dal Gip ma di fatto respinta dal perito che aveva escluso l’incapacità di intendere e di volere.
Lo scorso ottobre 2024 dopo un periodo in carcere a Genova Pontedecimo Melis era tornato agli arresti domiciliari in una residenza protetta in Umbria.
Il fascicolo passato per competenza territoriale da Genova al Tribunale di Savona (per quanto riguarda le violenze che sarebbero state effettuate a Finale Ligure) aveva visto portare il gip a decidere di disporre il carcere in quanto a seguito di una segnalazione dei carabinieri di Genova, l’Istituto dei Padre Scolopi di Chiavari dove il sacerdote era ai domiciliari non sarebbe stata una collocazione idonea perché vicina alle scuole e quindi un luogo “potenzialmente a rischio di reiterazione del reato”. Per lui si erano quindi aperte le porte di una comunità umbra.
Lo scorso dicembre era stato poi svolto l’incidente probatorio e a gennaio erano state concluse le indagini con il rinvio a giudizio. A maggio erano state accolte dal giudice le parti civili e la perizia psichiatrica di parte. A giugno poi era stato conferito l’incarico al perito.
Melis, appartenente all’ordine dei Padri Scolopi, era stato direttore della scuola elementare della Fondazione Assarotti ed ex presidente della Fidae Liguria (Federazione di scuole cattoliche primarie e secondarie, aveva poi presentato le dimissioni nel giugno scorso).
Nel savonese è stato anche parroco della chiesa di Sant’Antonio da Padova a Finale Ligure. E proprio nel finalese le accuse più pesanti: il sacerdote infatti avrebbe abusato di un giovane chierichetto (quando la vittima aveva 12 anni e sino al compimento dei 16).
Le violenze sessuali si sarebbero verificate nella chiesa degli scolopi finalesi, per questo la Gip del Tribunale di Genova si è dichiarata “territorialmente incompetente” con il fascicolo che è stato destinato al Palazzo di Giustizia savonese.
Il parroco era accusato di abusi sessuali ai danni di un ragazzino, che abitualmente svolgeva le mansioni di chierichetto, ed era stato “ricompensato” con soldi, videogiochi, vestiti griffati, sigarette elettroniche. Ma il religioso avrebbe tentato approcci anche con altri sette minorenni, alcuni anche suoi ex alunni della Assarotti, attirati nel suo appartamento sempre con “regalini”.
Nell’ordinanza, la giudice aveva sottolineato come il sacerdote avesse agito sotto “la spinta di impulsi perversi”, carpendo la fiducia dei minori “attirandoli a casa sua, vicino le chiese” e facendoli “accedere a tutto ciò che un adulto proibisce”.
La sua pericolosità, secondo la giudice, “non è connessa esclusivamente alla sua qualità di sacerdote e di insegnante, da cui è sospeso, ma anche alla sua capacità, acquisita proprio per effetto delle professioni svolte, di avvicinarsi ai minori, di farsi capire dagli stessi, ponendosi come loro amico e complice”.
Oltre alla sentenza che ha confermato in toto la richiesta di condanna della Pm Milocco, il giudice ha disposto l’interdizione perpetua dei pubblici uffici oltre da qualunque incarico nelle scuole di ogni ordine e grado, da ogni ufficio, servizio, in istituzioni o in altre strutture pubbliche o private frequentate prevalentemente da minori.
È stata inoltre applicata la misura di sicurezza, dopo l’esecuzione della pena per la durata di cinque anni.
Melis è stato condannato anche al risarcimento danni che liquida in via previsionale per 50.000 euro a beneficio della persona offesa (erano già stati versati 20mila euro) oltre alle spese legali e di perizia e alla rifusione dei compensi per la consulenza tecnica di parte.
È stata liquidata la rifusione dei compensi alla associazioni costituite, No Child Abuse e Rete l’Abuso, riservando ad un separato giudizio la determinazione definitiva del risarcimento del danno.
https://www.savonanews.it/2025/10/24/mobile/leggi-notizia/argomenti/cronaca-2/articolo/violenza-sessuale-nei-confronti-di-un-minorenne-padre-melis-condannato-a-10-anni.html#goog_rewarded
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Abusi sessuali nella chiesa, oltre 4mila vittime e mille casi impuniti. «La trappola degli sportelli della Cei»
Due su duemila. È il dato della giustizia impossibile delle vittime di abusi nella Chiesa italiana. Nel nostro Paese, oltre quattromila persone hanno dichiarato o denunciato abusi sessuali commessi da sacerdoti o religiosi. Eppure, in vent’anni, solo due hanno ottenuto giustizia canonica e una sola è stata risarcita. È quanto emerge dal report consegnato ai Garanti per l’infanzia e l’adolescenza dalla Rete L’Abuso, l’associazione fondata da Francesco Zanardi, lui stesso sopravvissuto agli abusi di un prete a Savona e oggi tra i principali attivisti italiani sul tema. Il documento denuncia la totale inadempienza dello Stato e della Chiesa sul fronte della prevenzione e della tutela delle vittime, nonostante la ratifica della Convenzione di Lanzarote, l’approvazione del Codice Rosso e le leggi italiane 172/2012 e 69/2019.
La Chiesa stessa attraverso una commissione vaticana istituita per affrontare la crisi degli abusi sessuali da parte del clero, ha denunciato di recente la troppa «lentezza interna» nella gestione dei singoli casi. «Su 2414 vittime censite», spiega Zanardi, «solo due hanno avuto un processo canonico, una è stata risarcita, e con l’obbligo di non parlarne. È la prova che la giustizia, in Italia, si ferma davanti alle porte delle curie».
La trappola perfetta
Dal 2022 la Conferenza Episcopale Italiana ha istituito sportelli diocesani per raccogliere le segnalazioni di abusi, presentandoli come strumenti di trasparenza e accoglienza. Secondo Zanardi, sono invece «una trappola perfetta, oltre che l’unica cosa realizzata ma che non funziona, almeno per quello che dovrebbe essere l’obiettivo ufficiale. Le vittime, racconta, vengono convinte a recarsi negli sportelli pensando di parlare con professionisti, ma spesso si trovano davanti laici in pensione o volontari senza competenze giuridiche o psicologiche. Raccontano la propria storia, firmano un verbale che non possono conservare e, nel momento stesso in cui lo firmano, fanno partire la prescrizione.
«Quando anni dopo, il tempo necessario a riuscire a parlare di un abuso sessuale e a denunciarlo, provano a rivolgersi alla magistratura, la Chiesa mostra quella firma per dire che la vittima era già consapevole. Ovviamente parliamo dell’ambito civile. Così il reato è prescritto. È un sistema che usa le parole delle vittime contro di loro».
I numeri degli abusi
Nel report sono elencati 1.106 sacerdoti coinvolti in abusi, su circa 31mila attivi in Italia, pari a oltre il 3,57 per cento del clero. Le vittime sono 4.625, di cui 4451 minorenni, in maggioranza maschi, 515 donne, 11 persone con disabilità e 156 adulti vulnerabili. Dei 76 processi canonici avviati, solo 17 sacerdoti sono stati sospesi temporaneamente, 7 spostati in un’altra parrocchia e 18 ridotti allo stato laicale, quasi sempre su richiesta personale. Cinque si sono tolti la vita. In 1.056 casi non è stato preso alcun provvedimento. Nessuna diocesi autonomamente ha trasmesso i fascicoli alla magistratura italiana. «Nemmeno un vescovo ha mai denunciato un prete», afferma Zanardi.
«Eppure quarantaquattro tra vescovi e cardinali risultano omissivi. Nessuno di loro è stato indagato». Il problema, sostiene l’attivista, non è solo morale ma sistemico: «La Chiesa italiana ha costruito una macchina di autodifesa. Le diocesi si dichiarano “autonome”, ma quando c’è un caso si rifanno alla Cei che rimanda tutto a Roma. Alla fine nessuno è responsabile». Zanardi cita i casi emblematici di Savona, Genova, Verona e Bolzano, dove sacerdoti già noti alle autorità ecclesiastiche sono stati spostati in altre parrocchie, spesso a contatto con minori.
«È la stessa logica che negli Stati Uniti è costata miliardi di dollari di risarcimenti. Ma lì la magistratura è intervenuta. Qui no. In Italia lo Stato non chiede conto a nessuno». Mentre la Cei parla di «tolleranza zero», la realtà descritta dalla Rete L’Abuso è quella di una giustizia che giudica se stessa. La commissione indipendente promessa dal cardinale Matteo Zuppi nel 2022 non è mai nata. I dati ufficiali diffusi dai vescovi, 1049 casi di abuso dal 2000 al 2021, si limitano a quelli raccolti internamente agli sportelli, escludendo le denunce alla magistratura e i casi noti alle associazioni. Non vengono forniti i nomi dei sacerdoti, le diocesi, lo stato delle vittime e i risarcimenti. È caso recente quello che ha visto in Piemonte un prete accusato di presunte molestie essere spostato dalla parrocchia dov’è accusato ad un’altra.
Senza giustizia
«La Chiesa parla di trasparenza ma non consegna i nomi alla giustizia», commenta Zanardi. «Li raccoglie solo per gestirli internamente. È un sistema chiuso, autoreferenziale, che non risponde a nessuno». Anche lo Stato, secondo il report, è corresponsabile. La legge italiana non prevede obbligo di segnalazione per i cittadini che vengano a conoscenza di un abuso e il certificato anti-pedofilia, introdotto nel 2014, non si applica al volontariato, la stessa area in cui operano sacerdoti, catechisti e operatori parrocchiali. In questo vuoto normativo, un prete condannato può tornare a lavorare con i minori. «Lo Stato sa e tace. La politica fa finta di non vedere», accusa Zanardi. I dati raccolti dall’associazione parlano chiaro: 155 condanne definitive, 61 casi prescritti, 20 patteggiamenti, 8 archiviazioni, 46 denunce ancora pendenti, 6 casi con reo confessi, 9 preti recidivi. Il tempo medio che una vittima di abusi impiega per denunciare è tra i venticinque e i trent’anni ma la prescrizione si ferma a venti.
«È una matematica dell’impunità», sintetizza Zanardi. Il documento depositato ai Garanti chiede tre interventi urgenti: estendere il certificato anti-pedofilia anche al volontariato e al clero, introdurre l’obbligo di segnalazione per chiunque venga a conoscenza di abusi e creare centri indipendenti di supporto per le vittime, fuori dalla sfera ecclesiastica. «Dopo il caso Spotlight (che portò alla luce abusi sessuali commessi da oltre 70 preti solo a Boston, ndr)», ricorda Zanardi, «in Paesi come Irlanda, Francia, Germania e Stati Uniti sono nate commissioni pubbliche di inchiesta con poteri reali. In Italia invece ci si affida alle parole dei vescovi». Negli ultimi anni alcune diocesi hanno tentato di mostrare apertura, organizzando incontri di ascolto o preghiere per le vittime.
Ma per Zanardi si tratta di gesti «più simbolici che concreti». «La CEI parla di accoglienza ma non riconosce le vittime come interlocutori. Non ci ricevono, non rispondono alle lettere, e quando lo fanno è solo per chiedere silenzio». Il fondatore della Rete L’Abuso rivendica un diritto alla parola pubblica: «Per anni ci hanno detto che eravamo pochi e che ci inventavamo tutto. Ora i numeri li abbiamo».
Due processi canonici, una vittima risarcita, migliaia di storie senza risposta: è il bilancio. «La pedofilia clericale in Italia non è un’emergenza», conclude Zanardi, «è strutturata. Finché lo Stato non avrà il coraggio di dirlo, le vittime continueranno a bussare a una porta chiusa».
https://www.editorialedomani.it/fatti/vittime-abusi-sessuali-preti-chiesa-vaticano-denuncia-report-rete-labuso-ngki09hh
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A margine di una notizia pubblicata su organi di stampa
Nei giorni scorsi, alcuni organi di stampa hanno riportato la notizia del patteggiamento, con pena di un anno e otto mesi, di un sacerdote già in servizio a Cuneo, accusato di atti sessuali con minorenne consenziente. Si tratta di don Carlo Occelli, 50 anni, ordinato presbitero nel 2001, incardinato nella Diocesi di Cuneo-Fossano, ora destinato ad altra attività fuori diocesi, in ambito caritativo.
Nel rispetto del segreto istruttorio, il Vescovo diocesano di Cuneo-Fossano non si era espresso pubblicamente al riguardo, pur avendo subito adottato le procedure canoniche previste non appena informato dei fatti e del procedimento penale, e cioè un’indagine previa, trasmessa al Dicastero competente della Santa Sede, e l’avvio di un processo canonico, ancora in corso, di cui si attende l’esito.
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Un rapporto del Vaticano afferma che le vittime di abusi sessuali da parte del clero hanno bisogno di riparazioni e sanzioni concrete per guarire
Giovedì (16 ottobre) il Consiglio per la tutela dei minori del Vaticano ha affermato che la Chiesa cattolica ha l’obbligo morale di aiutare le vittime di abusi sessuali da parte del clero a guarire e ha individuato come rimedi essenziali risarcimenti finanziari e sanzioni adeguate per gli abusatori e i loro complici.
La Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori si è concentrata sulla questione delle riparazioni nel suo secondo rapporto annuale. Si tratta di un argomento spesso delicato per la Chiesa, date le implicazioni finanziarie, reputazionali e legali che impone alla gerarchia.
Il rapporto era significativo: una pubblicazione ufficiale del Vaticano, preparata con il contributo di 40 vittime di abusi provenienti da tutto il mondo, che dava voce alle loro lamentele sulla pessima gestione dei loro casi da parte della Chiesa e alle loro richieste su ciò di cui avevano bisogno per guarire. Conteneva la sconvolgente rivelazione che l’ufficio vaticano responsabile di un terzo delle diocesi cattoliche del mondo aveva ricevuto solo un “piccolo numero di casi” e solo due segnalazioni di vescovi che avevano insabbiato reati sessuali su minori.
Papa Leone segnala l’impegno alla commissione
Il rapporto copre il 2024, un periodo precedente all’elezione di Papa Leone XIV. Il primo papa americano della storia ha riconosciuto che lo scandalo degli abusi, che ha gravemente offuscato la credibilità della gerarchia cattolica negli Stati Uniti, in alcune parti d’Europa e in America Latina, rimane una “crisi” per la Chiesa.Leo ha manifestato il suo impegno nei confronti della commissione, creata da Papa Francesco nel 2014 per consigliare la Chiesa sulle migliori pratiche per prevenire gli abusi.
Il rapporto afferma che gli accordi monetari erano necessari per fornire alle vittime la terapia necessaria e altre forme di assistenza per aiutarle a riprendersi dal trauma degli abusi subiti.
Ma il rapporto afferma che la Chiesa ha un debito ben più grande nei confronti delle vittime, della comunità ecclesiale in senso più ampio e di Dio. La gerarchia deve ascoltare le vittime e fornire loro assistenza spirituale e pastorale. I leader della Chiesa devono scusarsi per il danno arrecato, informare le vittime su cosa stanno facendo per punire coloro che le hanno danneggiate e quali misure stanno adottando per prevenire futuri abusi.
“La Chiesa ha l’obbligo morale e spirituale di guarire le profonde ferite inflitte dalla violenza sessuale perpetrata, favorita, mal gestita o nascosta da chiunque ricopra una posizione di autorità nella Chiesa”, ha affermato.
Il rapporto è stato preparato con le vittime in un focus group, che ha elencato le priorità per la loro guarigione. Sono state individuate la necessità di responsabilizzare i leader della Chiesa, di fornire informazioni sui loro casi, di una vera riforma delle strutture ecclesiastiche per punire adeguatamente gli abusatori e i loro complici, e di strategie di prevenzione efficaci.
“La commissione si impegna a dire alle vittime e ai sopravvissuti: ‘Vogliamo essere al vostro fianco’”, ha dichiarato il nuovo presidente della commissione, il vescovo francese Thibault Verny, in una conferenza stampa in Vaticano.
Un processo legale che è di per sé ritraumatizzante
È significativo che il rapporto del 2024 abbia affermato che il modo in cui la chiesa gestisce i casi di abuso e il suo “modello decennale di cattiva gestione delle denunce, tra cui l’abbandono, l’ignoranza, la vergogna, la colpa e la stigmatizzazione” delle vittime, erano di per sé traumatizzanti per loro.
Si trattava di un riferimento al disfunzionale processo interno della chiesa e al codice canonico interno, in cui possono volerci anni per elaborare un caso e la punizione più severa inflitta a un prete stupratore seriale equivale al licenziamento.
Il processo è avvolto nel segreto, tanto che le vittime non hanno alcun diritto a ricevere informazioni sul loro caso, se non quello di conoscerne l’esito. Le vittime non hanno altra possibilità se non quella di rendere pubblica la loro storia, il che può essere traumatizzante.
Il rapporto chiedeva sanzioni “tangibili e commisurate alla gravità del reato”. Sebbene la riduzione allo stato laicale sia una possibile conseguenza per i sacerdoti che violentano minori, la Chiesa è spesso riluttante a rimuovere completamente i sacerdoti. Spesso prevede sanzioni meno severe, come un periodo di ritiro dal ministero attivo, anche per i casi più gravi di abuso.
Anche quando un vescovo viene rimosso per errori commessi, al pubblico viene comunicato solo che si è ritirato. Il rapporto chiede alla Chiesa di “comunicare chiaramente le ragioni delle dimissioni o della rimozione”.
https://www.ncronline.org/vatican/vatican-report-says-clergy-sex-abuse-victims-need-reparations-and-tangible-sanctions-heal
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Scout di 19 anni condannato a 7 anni per abusi su minori: “Ha tradito la fiducia dei bambini del suo gruppo”
Aveva diciannove anni, ma per la giudice che lo ha condannato era pienamente consapevole di quanto aveva commesso. Sette anni di reclusione, 26mila euro di multa, e l’interdizione perpetua da qualunque incarico nelle scuole o in luoghi frequentati da minori: è la pena inflitta lo scorso luglio al giovane scout di Terracina, riconosciuto colpevole di una lunga serie di reati contro minori, tra cui violenza sessuale, pornografia minorile, estorsione e atti persecutori.
La sentenza, di cui ora sono state pubblicate le motivazioni, chiude il primo grado del processo a rito abbreviato nato da un’inchiesta che ha scosso l’intera comunità degli scout laziali. Tutto era partito dalla denuncia dei genitori di una delle vittime: dietro un innocente profilo social si nascondeva in realtà un ricatto sessuale orchestrato con freddezza.
Le parole della giudice: “Ha tradito la fiducia dei suoi scout”
Le motivazioni della sentenza firmate dalla giudice Angela Gerardi sono un atto d’accusa durissimo: “Le condotte poste in essere trovano fondamento in quel rapporto fiduciario instaurato con i minori nell’ambito del ruolo da lui ricoperto nel gruppo scout di Terracina 3”.Il ragazzo, spiegano i giudici, non era affetto da alcuna disabilità cognitiva come sostenuto dalla difesa, ma aveva “piena consapevolezza delle proprie azioni e delle sofferenze psicologiche inflitte alle vittime”.
L’assistente capo scout aveva “strumentalizzato la posizione di garanzia” che il suo ruolo gli conferiva, scegliendo con premeditazione i più piccoli e fragili “per soddisfare le proprie esigenze sessuali”. Un tradimento doppio: della fiducia dei minori e dei valori stessi dello scoutismo, che nella comunità di Terracina ora si interroga su come non essersi accorta di nulla per tanto tempo.
Si fingeva una coetanea per adescarli sui social
Il ragazzo si fingeva una coetanea, utilizzando un falso profilo Instagram femminile per contattare i minori del gruppo scout di Terracina 3. Con insistenza, chiedeva loro di inviare foto intime, trasformando la fiducia e l’amicizia tipiche dell’ambiente scout in un meccanismo di manipolazione e paura.Quando i genitori di una seconda vittima si sono rivolti alle forze dell’ordine, descrivendo episodi simili, la Procura ha disposto perquisizioni e sequestri. Sul suo smartphone, i carabinieri hanno trovato le prove delle conversazioni e delle richieste rivolte ai ragazzini. Di fronte agli investigatori, il giovane ha ammesso di aver creato il falso profilo e di averlo usato per ottenere immagini pornografiche da due giovanissimi membri del gruppo.
Scout condannato: avrebbe abusato fisicamente di un bambino di 10 anni
Le indagini hanno poi portato alla luce altri due casi, tra cui quello di un bambino di soli dieci anni che, secondo l’accusa, avrebbe subito anche un abuso fisico durante la sistemazione della divisa mentre il gruppo si trovava in parrocchia per svolgere attività.La Garante per infanzia ed adolescenza Regione Lazio dottoressa Monica Sansoni, il Gruppo Agesci di competenza territoriale e l’Associazione Promozione Sociale si sono costituiti parte civile nel processo.
https://www.fanpage.it/roma/scout-di-19-anni-condannato-a-7-anni-per-abusi-su-minori-ha-tradito-la-fiducia-dei-bambini-del-suo-gruppo/




