Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Pedofilia. Assolte in appello le suore di Cazzano Sant’Andrea

    Pedofilia. Assolte in appello le suore di Cazzano Sant’Andrea

    Stralci dal processo contro le suore assolte oggi

    QUESTO SIGNOR GIORNO SI PRESENTAVA ALL’ASILO E SI FACEVA TOCCARE IL PISELLO CHE USCIVA DA UNA MUTANDA NERA CON UNA SPECIE DI BUCO.

    IL PISELLO…OGNI TANTO STAVA GIU’ MA QUANDO VENIVA TOCCATO CON LE MANI O CON LA BOCCA SI RADDRIZZAVA E QUESTO PISELLO, INSOMMA, AVEVA LA BOCCA E OGNI TANTO, SE NON SI STAVA ATTENTI, SPUTAVA IN FACCIA.

    …I MIEI AMICI DOVEVANO ANDARCI CON LE MANI E POI ANCHE LE MANI PUZZAVANO E LORO AVEVANO SCHIFO.

    LORO SI METTEVANO SU DI UNO SGABELLO APRIVANO LE GAMBE E NOI ANDAVAMO SOTTO IL GONNELLONE E DOVEVAMO TOCCARE E BACIARE LA PATATINA CHE PERò ERA SENZA PELI, PUZZAVA E AVEVA UN BUCO.
    POI A VOLTE SI VOMITAVA.

    DOMANDA:
    QUANDO HAI PARLATO DI PATATINA PARLAVI DI UNA SUORA SPECIFICA O DI TUTTE E DUE?
    DI TUTTE E DUE.


    Corte d’Appello – La Corte d’Appello di Brescia, presieduta dal dottor Mario Sannite, ha assolto due suore Orsoline accusate di abusi sessuali in un asilo di Cazzano Sant’Andrea.
    Assolte le due suore accusate di abusi all’asilo

    La Corte d’Appello di Brescia, presieduta dal dottor Mario Sannite, ha assolto due suore Orsoline accusate di abusi sessuali in un asilo di Cazzano Sant’Andrea. La difesa, rappresentata dal prof. Guglielmo Gulotta e dall’avv. Mauro Angarano, ha sostenuto che tutto nasceva da alcune madri preoccupate che avevano interrogato i loro bambini, ottenendo risposte equivoche, e da alcuni genitori dell’asilo che si erano “reciprocamente suggestionati fino a credere ciò che temevano essere accaduto”. Le suore – ripercorre la difesa – erano state condannate in primo grado dal Tribunale di Bergamo, assolte dalla Corte d’Appello di Brescia, ma la sentenza era stata annullata con rinvio a questa sezione della Corte d’Appello che mercoledì 27 maggio ha deciso sul caso.
    Giovedi 28 Maggio 2009

  • La Corte di Cassazione: «Vittima credibile»

    La Corte di Cassazione: «Vittima credibile»

    BOLZANO. Una conferma di tutte le argomentazioni che hanno portato la Corte d’appello a condannare don Giorgio Carli. Questo si legge nella motivazioni della sentenza dei giudici della Cassazione. Don Giorgio non sconterà un giorno di carcere, poichè il reato è prescritto. Resta l’aspetto risarcitorio, 760 mila euro che il sacerdote deve pagare alla parte lesa. «Una sentenza di rilievo nazionale – commenta Gianni Lanzinger, avvocato di parte civile – che ammette per la prima volta il disturbo da stress post traumatico, fenomeno che comporta la rimozione di un ricordo e la riemersione tardiva, anche a distanza di anni». Ora si apre la partita risarcitoria: «Mi auguro che chi fino ad oggi ha difeso a spada tratta l’imputato non si faccia da parte», dice Lanzinger riferendosi evidentemente alla Curia. Improbabile che don Giorgio possa disporre di 760 mila euro: «Noi notificheremo gli atti, come abbiamo sempre fatto, anche alla Curia».  Nelle motivazioni della sentenza della Corte di Cassazione vengono confermate le argomentazioni che hanno portato la Corte d’appello a condannare don Giorgio, rovesciando la sentenza di primo grado. Ecco alcuni passaggi-chiave della sentenza della Cassazione.

    L’amico della vittima. Uno dei punti più discussi del processo contro don Carli è stata la deposizione dell’amico della parte lesa. Secondo l’accusa, lui stesso una vittima delle attenzioni morbose del sacerdote durante gli incontri hard nella canonica, durati dal 1989 al 1994. Il giovane, in aula, ha detto di non aver assistito alle violenze contro l’amica, contraddicendosi rispetto a ciò che aveva precedentemente riferito al pubblico ministero. I giudici della Corte d’appello avevano ritenuto il testimone inattendibile, interpretazione contestata dalla difesa. «L’affermazione dei giudici di merito – si legge nelle motivazioni della Cassazione – che le dichiarazioni dello X non sono in alcun modo idonee “ad inficiare l’attendibilità della persona offesa, che al contrario ha reso deposizione estremamente lunga e al contempo lucida, lineare e coerente”, si palesa assolutamente immune da vizi logici e si sottrae, pertanto, al sindacato di legittimità».  Il prete e la catechista. I giudici della Cassazione hanno ritenuto esaustive anche i ragionamenti che hanno portato la Corte d’appello a ritenere inattendibili le testimonianze di Adriana Culati Vigni, ex catechiesta della vittima, e di don Gabriele Pedrotti, all’epoca dei fatti diretto superiore di don Giorgio (ed ex vicario generale della Curia). Pedrotti e Culati Vigni erano legati da profonda ed intima amicizia. «La valutazione della loro inattendibilità – dicono i giudici nella motivazione della sentenza – è stata desunta dai giudici di merito dalla contraddittorietà e incoerenza delle dichiarazioni rese dagli stessi in dibattimento… dall’ambiguità del loro atteggiamento processuale, dall’interesse personale a tenere nascosta la vicenda nella quale erano in certa misura coinvolti per la posizione istituzionale e di responsabilità rispettivamente rivestita.

    Sicché – si legge ancora – anche sul punto la conclusione dei giudici di merito che “le loro dichiarazioni contraddittorie non possono essere ritenute idonee al fine di smentire o intaccare la deposizione coerente ed intrinsecamente attendibile della persona offesa”, si palesa fondata su argomentazioni assolutamente esaustive ed immuni da vizi logici». Una delle argomentazioni della difesa di don Carli, prendeva spunto da una telefonata tra Pedrotti e la catechista, intercettata dagli inquirenti. I due parlavano in termini dubitativi delle accuse contro don Carli, secondo la difesa la prova che non erano al corrente di quello che è successo ormai vent’anni fa. Non sono d’accordo i giudici: «Il carattere dubitativo delle espressioni utilizzate dagli interlocutori a proposito delle accuse formulate contro l’imputato, peraltro con una decisa propensione per la loro veridicità, ben può trovare giustificazione nel fatto che a suo tempo entrambi non avevano dato pieno credito alle accuse della minore o nell’inconsapevolezza della reciproca conoscenza delle stesse».

    I diari. Violenze frequenti e durate per anni. Ma nei diari della vittima non c’era traccia. Anzi, la parte lesa non risparmiava nelle sue annotazioni quotidiane parole di affetto per don Giorgio Carli. Uno dei punti più complessi del processo contro il sacerdote. Per l’accusa (supportata dalle perizie degli esperti) la prova dello «sdoppiamento» vissuto dalla parte lesa, incapace di sopportare a livello cosciente il peso delle violenze subite. «E’ stato evidenziato dai giudici di merito a proposito dei diari tenuti dalla X negli anni 1990-1992 – scrivono i giudici della Cassazione – che gli stessi sono stati prodotti da quest’ultima, che è riuscita a trovarli, malgrado il tempo trascorso, dimostrando così la sua piena disponibilità a contribuire all’accertamento della verità, “a fronte del comportamento dell’imputato, le cui agende e taccuini degli appuntamenti riguardanti gli anni interessati dai fatti non sono mai comparsi in Aula”.

    La sentenza, sulla base delle dichiarazioni del consulente, ha affermato, da un lato che dai diari si evince una accentuata sessualizzazione della bambina, inusuale per la sua età, dall’altro che il “diario evidenzia chiaramente uno sdoppiamento del vissuto di X, dividendosi in alcune pagine infantili ed alcune altre con una marcata sessualizzazione delle immagini incollatevi”. Quanto all’assenza nei diari di qualsiasi riferimento al vissuto concernente le violenze sessuali subite ad opera del Carli, la sentenza osserva che la stessa trova la sua giustificazione nel rilevato sdoppiamento della personalità della minore, causato dall’esperienza traumatica e nell’esigenza della X di evitare che anche attraverso la scrittura potesse riemergere il ricordo delle violenze subite». Secondo la Cassazione la sentenza ha evidenziato l’estrema accuratezza delle indagini preliminari che, «attraverso le intercettazioni telefoniche disposte dalla parte lesa, hanno consentito di accertare che la X è stata sempre esclusivamente animata dall’interesse a far emergere solo la verità e di rendere testimonianza assolutamente conforme al vero». (g.f.p.)

  • Sette anni e mezzo a don Baresi

    Sette anni e mezzo a don Baresi

    mercoledì 20 maggio 2009
    (red.) L’accusa aveva chiesto una pena di 10 anni (leggi qui), ma la prima sezione penale del tribunale di Brescia presiedura da Enrico Fischetti ha condannato don Marco Baresi a sette anni e sei mesi di reclusione per pedofilia e detenzione di materiale pedopornografico.
    Si è concluso così, questa mattina di mercoledì e con una dura sentenza, il processo di primo grado a carico del sacerdote di Chiari, ex vicerettore del seminario vescovile di via Bollani a Mompiano.
    Il religioso era accusato di abusi sessuali compiuti nel 2004 a carico di un giovane seminarista, all’epoca dei fatti minorenne. E per questo era stato arrestato nel settembre del 2007 (vai alla notizia).
    La difesa aveva chiesto l’assoluzione (leggi l’articolo)

    http://www.quibrescia.it/index.php?/content/view/12419/1/

    Abusi, condannato don Baresi
    LA SENTENZA. La decisione dei giudici al termine del processo iniziato lo scorso 4 novembre. Contro il sacerdote le pesanti accuse di un diciottenne
    Sette anni e mezzo all’ex vicerettore del seminario diocesano per diffusione di materiale pedopornografico e per i rapporti con un ragazzo minorenne

    21/05/2009

    Ha abusato di un ragazzino che frequentava la scuola media al Seminario e ha diffuso materiale pedopornografico scaricando da eMule centinaia e centinaia di files dal contenuto inequivocabile e archiviandoli su un hard disk esterno da cui sono stati cancellati in maniera maldestra. Per i giudici del processo di primo grado don Marco Baresi, ex vicerettore del seminario diocesano di via Bollani, è colpevole dei reati che gli sono stati contestati. Il sacerdote, ai domiciliari dal novembre di due anni fa, è stato condannato ieri mattina a sette anni e mezzo. Per il sacerdote l’accusa aveva chiesto una condanna a 10 anni.
    LA SENTENZA è stata letta dal presidente del collegio giudicante Enrico Fischetti dopo una camera di consiglio di due ore, al termine di un lungo processo iniziato lo scorso 4 novembre, che ha richiesto pure una perizia informatica supplementare sul contenuto del computer portatile usato dal sacerdote. A «inchiodare» il prete le accuse di un ragazzino che due anni fa, poco prima dell’arresto del sacerdote effettuato il 27 novembre, aveva raccontato di aver avuto rapporti sessuali con don Marco qualche anno prima, quando non aveva nemmeno quattordici anni, e frequentava la scuola media al Seminario. Dalla scuola il ragazzino era stato allontanato per una serie di problemi , ma non aveva raccontato nulla nè ai genitori, nè agli amici. Il ragazzino si era confidato con una psicologa che lo seguiva per altri problemi, la professionista aveva avvisato i genitori e era stata formalizzata la denuncia in questura.
    GLI INVESTIGATORI si erano mossi con i piedi di piombo, l’attendibilità e la credibilità del ragazzino era stata valutata da esperti. Il 27 novembre per don Baresi erano scattate le manette. Il sacerdote aveva trascorso la notte in carcere e il giorno successivo il giudice aveva concesso gli arresti domiciliari. La verifica del computer aveva riservato qualche sorpresa. Nell’hard disk del portatile in uso al prete, senza alcuna password d’ingresso, il consulente aveva trovato traccia di ben seicento file dal contenuto pedopornografico cancellati nei giorni immediatamente precedenti all’arresto.
    I file erano transitati dal computer, tutti scaricati da Internet su un programma di «condivisione». Sulla possibilità che il computer fosse stato usato da altre persone si è concentrata la difesa del sacerdote, ma don Baresi non ha mai precisato chi poteva avere accesso alla tastiera del suo portatile, non ha svelato chi poteva entrare nel suo ufficio e nella sua stanza.
    A sfavore del sacerdote anche il riesame chiesto a dicembre dal difensore, l’avvocato Luigi Frattini. Per i giudici a carico del sacerdote sussistevano «gravi indizi di colpevolezza». Indizi che non hanno consentito la revoca dei domiciliari a cui il sacerdote è ancora sottoposto, benchè possa incontrare i giovani del gruppo che lo sostiene.
    PIENO SOSTEGNO al sacerdote dalla Curia. «Prendiamo atto – si legge nella nota di don Adriano Bianchi, direttore dell’Ufficio comunicazioni sociali – con rispetto della decisione del Tribunale di primo grado, consapevoli che ogni cittadino ha diritto a essere considerato innocente fino a sentenza definitiva. Condanniamo ogni crimine che offende chi è debole, soprattutto quando le vittime sono minori. Abbiamo fiducia che don Marco Baresi saprà dimostrare davanti ai giudici e alla comunità civile ed ecclesiale la sua estraneità ai fatti. Ciò che ci preme è che al più presto si faccia chiarezza su tutta la vicenda perchè la verità renda giustizia e serenità a quanti sono stati coinvolti».
    « La chiesa bresciana – conclude la nota – vive questo momento con sentimenti di preghiera e di solidarietà profonda».
    Wilma Petenzi

  • Erchie, prete condannato per pedofilia a oltre tre anni

    Erchie, prete condannato per pedofilia a oltre tre anni

    La vittima ha trovato il coraggio di denunciare il prete solo da maggiorenne
    di VINCENZO SPARVIERO

    ERCHIE – Quelle morbose attenzioni riservate al pastorello sono costate decisamente care ad un sacerdote di Nardò che «bazzicava» spesso in provincia di Brindisi, dove peraltro è molto conosciuto anche al di fuori dell’ambiente ecclesiastico.

    Il religioso è stato condannato a tre anni e mezzo di reclusione per avere in qualche modo abusato di un minorenne di Erchie. Inoltre, i giudici hanno deciso per l’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni e per il divieto di avere contatti con i ragazzi, anche solo per le lezioni di catechismo.

    Dal canto suo – E. S. F. G., di 62 anni – ha sempre rigettato le accuse. Non sono stati dello stesso avviso i giudici che hanno emesso la sentenza dopo un processo lungo e delicato che si è svolto a porte chiuse. Il sacerdote rispondeva di violenza sessuale su minore e atti osceni. Si era imbattuto in un pastorello che con il suo gregge si aggirava spesso nelle campagne intorno alla stazione ferroviaria di Erchie e – secondo le accuse – non gli avrebbe dato tregua fin dal primo incontro, datato addirittura 2001.
    Un autentico tormento che dopo quasi tre anni aveva indotto il ragazzo a sporgere denuncia contro quell’uomo piuttosto maturo che lo tormentava, senza sapere che fosse addirittura un sacerdote.

    La vicenda – come si diceva – ha inizio una mattina di luglio del 2001, quando la presunta vittima ha poco più di quindici anni. Il sacerdote si sarebbe presentato al cospetto del ragazzo chiedendogli – tra le altre cose – se fosse mai stato con una ragazza o se avesse avuto rapporti sessuali con uomini. E tra una domanda e l’altra gli avrebbe praticamente messo in mano alcune riviste pornografiche che teneva in auto cercando – secondo le accuse – di trascinarlo nella vettura. Il minorenne, però, si sarebbe sottratto alla presa e l’uomo avrebbe battuto in ritirata.

    Sembrava finita lì. Invece era solo l’inizio di una persecuzione continua. Spesso, a quanto pare, l’uomo si sarebbe presentato dinanzi al giovane, e sempre con le medesime intenzioni. Una volta, addirittura, accompagnato da un giovane nero, con il quale si sarebbe intrattenuto in presenza del pastorello, che in quella circostanza sarebbe stato invitato a seguire i due nell’auto.

    Quella costante «presenza» avrebbe indotto il pastore a chiedere il sostegno del padre e in un’occasione il genitore avrebbe inseguito invano il sacerdote, fino a perderne le tracce. Le «visite», a quel punto, si sarebbero diradate, fino alla morte del padre del ragazzo. Alla ripresa delle molestie – mai denunciate alle forze dell’ordine – un altro amico del pastore si sarebbe offerto di tendere una trappola per incastrare il sacerdote. Ma anche in questa circostanza, l’uomo sarebbe riuscito a sottrarsi riuscendo a fare perdere le sue tracce.

    Con la maggiore età, e siamo alle ultime vicende, il pastore ha imboccato la strada della caserma dei carabinieri. A raccogliere la denuncia il maresciallo Roberto Borrello che, sulla base del numero di targa delle due «Seat» usate dallo sconosciuto, è risalito all’intestatario della vettura. Poi, c’è stato anche il riconoscimento fotografico. Infine, è spuntata la «professione» dell’uomo: sacerdote, all’epoca titolare di una parrocchia a Nardò e di una cattedra in una scuola media (nel frattempo è andato in pensione, ndr).
    Sulla base di altre testimonianze e delle indagini condotte dalla stazione di Erchie, ma anche dal Nucleo operativo e radiomobile di Francavilla, il cerchio si è chiuso. E in tribunale i giudici hanno pronunciato la loro prima sentenza. Di condanna.

  • Don Baresi chiede l’assoluzione

    Don Baresi chiede l’assoluzione

    Lunedì, 11 maggio 2009 18:06:38

    (red.) E’ stata la volta della difesa di don Marco Baresi, questa mattina, nel processo che vede imputato l’ex vice rettore del seminario vescovile di via Bollani a Mompiano, Brescia, accusato di pedofilia e abusi sessuali nei confronti di un giovane seminarista all’epoca dei fatti minorenne e di detenzione di materiale pedopornografico.
    La settimana scorsa, l’accusa aveva chiesto dieci anni di carcere (vedi qua). Lunedì il suo avvocato, Luigi Frattini, ha chiesto l’assoluzione per il prete, che si trova ancora agli arresti domiciliari nella casa dei genitori dopo l’arresto del 27 novembre di due anni fa.
    Durante il processo a porte chiuse, il ragazzo che ha denunciato Baresi ha ribadito la sua versione dei fatti. La sentenza è attesa il 20 maggio.

    http://www.quibrescia.it/index.php?/content/view/12253/1/

  • La sentenza – La Corte d’Appello di Brescia ha confermato la condanna a 4 anni

    La sentenza – La Corte d’Appello di Brescia ha confermato la condanna a 4 anni

    La sentenza – La Corte d’Appello di Brescia ha confermato la condanna a 4 anni di reclusione per il prete che nel 2004 molestò una undicenne del paese, già abusata da un villeggiante milanese oggi 65enne, condannato a sua volta a 6 anni. Il religioso inviò anche alcuni sms compromettenti alla ragazzina pregandola di non parlare.

    La corte d’appello di Brescia ha confermato la sentenza di primo grado emessa un anno fa dal tribunale di Bergamo a carico di Don Matteo Diletti, 37 anni, e Ugo Cattaneo, 65 anni, milanese, condannati rispettivamente a 4 e 6 anni di carcere per abusi sessuali nei confronti di una bambina di Vilminore di Scalve.

    Tutto iniziò nel 2002, quando la vittima, che all’epoca era appena 11enne, iniziò a subire le attenzioni di Cattaneo, suo vicino di casa. La bambina nel 2004 si decise a confidarsi con la madre, che la indirizzò in oratorio pensando che lì avrebbe trovato un ambiente amico in cui poter dimenticare. Qui conobbe don Diletti, che però, secondo l’accusa, di lì a poco iniziò a sua volta ad abusare di lei. Quando la ragazzina si decise a raccontare anche queste molestie, il prete iniziò a mandarle alcuni sms compromettenti, pregandola di non dire nulla a nessuno dei loro incontri.
    Una brutta storia che ha diviso il paese, tanto che al processo si sono presentati alcuni abitanti inneggianti all’innocenza dell’ex curato. Innocenza cui evidentemente il giudice non ha creduto: è stata infatti respinta la richiesta di attenuanti per la lievità dei fatti avanzata dal procuratore generale a vantaggio del prete. La corte d’appello ha infatti accolto la tesi del difensore di parte civile, l’avvocato Stefano Paganelli, che ha sottolineato come anzi don Diletti avesse approfittato del fatto che la giovane si fosse fidata di lui.
    Oggi la ragazza, 17enne, vive lontano dalla famiglia, studia altrove ospitata da una parente e torna in paese solo il fine settimana.

  • Don Dessì: il 27 maggio processo in Cassazione

    Don Dessì: il 27 maggio processo in Cassazione

    Gazzetta di Parma
    II Ultimo atto per don Marco Dessì. Il processo contro il sacerdote sardo – condannato a 8 anni lo scorso 31 ottobre dalla Corte d’appello di Bologna per violenza sessuale su alcuni ragazzi della comunità di Chinandega, in Nicaragua, di cui era responsabile – arriva in Cassazione il prossimo 27 maggio.

    A giudicare l’ex missionario, sospeso a divinis dal Vaticano, sarà la terza sezione della Suprema Corte.

    In primo grado, pur potendo contare sullo sconto di un terzo grazie alla scelta del rito abbreviato, fu condannato a 12 anni dal gup Roberto Spanò. In appello, la difesa del sacerdote – rappresentata dagli avvocati Pierluigi Concas e Massimo Jasonni – che aveva tentato di scardinare il quadro accusatorio, aveva comunque ottenuto una riduzione della pena.
    Un’inchiesta complessa, quella condotta dal pm Lucia Russo, partita dopo le denunce, raccolte da alcuni volontari italiani, da parte di sei ragazzi che poi si appoggiarono ad alcune associazioni, come «Rock no war» di Modena e «Solidando» di Cagliari. Sul computer del prete furono trovati 1.442 file pedopornografici, alcuni dei quali scaricati anche due giorni prima dell’arresto, avvenuto il 4 dicembre 2006.

  • In Canada una donna ha avuto un risarcimento milionario dalla diocesi di London, chiamata a pagare dopo la morte del prete.

    In Canada una donna ha avuto un risarcimento milionario dalla diocesi di London, chiamata a pagare dopo la morte del prete.

    In Canada una donna ha avuto un risarcimento milionario dalla diocesi di London, chiamata a pagare dopo la morte del prete.

    In Italia purtroppo, diversamente dagli USA, Canada, Regno Unito, ecc, le diocesi non rispondono mai economicamente delle malefatte dei preti, anche se essi agiscono nel loro ministero e grazie al loro ruolo ecclesiastico.

    E i preti in Italia sono quasi sempre nullatenenti (almeno ufficialmente) e il loro stipendio è impignorabile, cosicché le vittime non potranno mai concretamente farsi pagare i risarcimenti ottenuti in sede processuale.

    Al danno la beffa, mentre i preti criminali, scontati qualche mese di domiciliari, quando capita, se ne tornano in qualche remota parrocchia, con lo stipendio da prete e tutti i privilegi e le protezioni di cui godono.

    E le vittime a piangere tutta la vita il torto subito.

    «È stata fatta piena giustizia». Così Robert Talach, l’avvocato di Lou Ann Soontiens, per anni vittima degli abusi di padre Charles Sylvestre e costretta a un aborto in giovane età, commenta l’accordo da 1,75 milioni di dollari raggiunto ieri con la Diocesi di London.
    Ma Lou Ann Soontiens, di Chatham, non è l’unica vittima di padre Sylvestre, che si era dichiarato colpevole nel 2006 di quarant’anni di abusi per morire tre mesi dopo il suo ingresso in carcere.
    Sono almeno 47 i giovani molestati a suo tempo dal parroco che aveva servito in diverse parrocchie dell’Ontario, da London a Sarnia, da Chatham a Windsor e Palin Court. «I casi di sedici di queste sono ancora aperti – spiega Talach – Quanto deciso ieri non potrà rappresentare un precedente dal punto di vista legale perché si tratta di un accordo, ma certamente quanto è stato deciso ieri rappresenterà un precedente psicologico per le cause future».
    «Si tratta del più grande risarcimento di questo genere mai assegnato in Canada – continua l’avvocato – Non ci aspettavamo una cifra del genere».
    Sicuramente i soldi non serviranno a cancellare tutto il dolore che Lou Ann Soontiens si è portata dietro per anni, dopo aver subito abusi per anni ed essere stata addirittura costretta ad abortire, ancora giovanissima, a causa delle molestie subite. «Certamente preferirebbe poter tornare indietro con una macchina del tempo e cancellare tutto quello che ha sofferto – dice Talach – Ma adesso, dopo aver trovato i coraggio di farsi avanti e aver sopportato tre anni di processo, si sente in qualche modo sollevata».
    Vuole tornare alla normalità spiega Talach: «Le ho chiesto cosa voleva fare con i soldi, mi ha detto che pensava di comprarsi delle tende nuove. Io le ho suggerito che avrebbe potuto comprarsi un casa nuova, ma probabilmente deve ancora rendersi conto che la sua vita è cambiata». Ma non ha dimenticato quello che è successo a lei e ad altre persone come lei: «So che vuole darsi da fare per aiutare altre vittime», dice l’avvocato.

    Talach spiega poi che questa sentenza potrebbe essere importante per molte di queste, per dare loro il coraggio di farsi avanti. «Possiamo essere a un punto di svolta – dice – perché, ancora oggi, molte persone che subiscono questo tipo di abusi rimangono in silenzio».
    Una cultura del silenzio, specie all’interno della gerarchia cattolica in Canada, che arriva da lontano. «Negli anni Sessanta e Settanta nessuno osava farsi avanti per paura dello scandalo. Per venire a sapere di questi casi abbiamo dovuto aspettare che i bambini che avevano subito abusi diventassero grandi e potessero parlare in prima persona». E secondo lui non c’è ragione di pensare che certe cose non avvengano più: «Continuano ancora oggi, a scuola, in chiesa o in un parco». La differenza per lui è che ora le cose potrebbero cambiare, ribadisce l’avvocato, ricordando che oggi come in passato ad essere più colpite sono le comunità cattoliche, come quella italiana ma anche quella portoghese o quella polacca a cui lui stesso appartiene.

  • Abusi sessuali su un seminarista: «Dieci anni al don»

    Abusi sessuali su un seminarista: «Dieci anni al don»

    di MARIO PARI

    BRESCIA A POCHI MESI dall’inizio del processo è arrivata la richiesta di pena. Il Pm Simone Marcon ha concluso la requisitoria contro don Marco Baresi, ex vicerettore del seminario di Brescia, accusato di pedofilia. Il magistrato ieri ha chiesto una condanna di 10 anni di reclusione.

    Don Baresi è stato rinviato a giudizio non solo con l’accusa di abusi sessuali nei confronti di un ex alunno del seminario, ma anche di detenzione di materiale pedopornografico. I fatti risalirebbero ad alcuni anni orsono. La vittima dei presunti abusi raccontò tutto a una psicologa prima ancora che ai genitori. Questo era potuto accadere poiché il ragazzo era già in cura dalla psicologa per un altro problema. Poi furono i genitori a essere messi a conoscenza della vicenda.

    Da lì alla denuncia, il passo è stato breve. Le indagini hanno portato all’emissione di una richiesta di custodia cautelare in carcere nei confronti dell’indagato. Misura eseguita poi nel novembre 2007. Ma sin dal giorno successivo sono stati disposti dal Gip Silvia Milesi gli arresti domiciliari. In considerazione della delicatezza degli argomenti trattati e sulla base di quanto disposto dalla legge, il processo è celebrato a porte chiuse.

    Don Baresi si è sempre proclamato innocente con riferimento a entrambe le accuse. In particolare per quanto riguarda l’accusa di detenzione di materiale pedopornografico nel proprio computer, agli inquirenti ha spiegato che non era l’unico a utilizzare quel pc. Durante il processo è stato chiamato a deporre anche Monsignor Francesco Beschi, che nei mesi scorsi era ancora Vescovo ausiliare di Brescia e ora è Vescovo a Bergamo. La vicenda ha scosso non solo la curia bresciana, ma l’intera città.

    Convinto dell’innocenza del religioso è un gruppo di amici di don Baresi che, più volte, si è ritrovato di fronte al palazzo di giustizia di Brescia per dare testimonianza di solidarietà nei suoi confronti e per pregare, indossando magliette con la scritta «FreeDon». IL PROCESSO riprenderà lunedì prossimo, quando prenderà la parola la difesa. La sentenza è attesa per il 20 maggio prossimo.

    “La procura: Don Baresi va condannato a 10 anni”

    Data: 05/05/2009
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    Cronaca Locale
    Martedì 05 Maggio 2009 CRONACA Pagina 9

    PRESUNTI ABUSI. È giunto alle fasi finali il processo all’ex vicerettore del Seminario diocesano di via Bollani

    La procura: «Don Baresi
    va condannato a 10 anni»

    Il sacerdote, ai domiciliari è accusato di detenzione di materiale pedopornografico e di abusi sessuali su minore

    Dieci anni di condanna per don Marco Baresi, ex vicerettore del Seminario diocesano. È questa la richiesta di pena avanzata ieri dal pm Simone Marcon al termine di una requisitoria durata quasi due ore davanti ai giudici della prima sezione chiamati a giudicare il sacerdote accusato di «detenzione di materiale pedopornografico e di abusi sessuali su minore». Le richieste del sostituto procuratore sono arrivate al termine di un dibattimento iniziato lo scorso 4 novembre con la testimonianza degli investigatori della squadra Mobile e proseguito con l’audizione di monsignor Francesco Beschi, attualmente vescovo della Diocesi di Bergamo. Alle richieste dell’accusa si è associato l’avvocato di parte civile, che difende il ragazzino che accusa il sacerdote.
    Lunedì prossimo spazio alla difesa: l’avvocato Luigi Frattini avanzerà le sue richieste al collegio giudicante, al presidente Enrico Fischetti e ai giudici Giovanni Pagliuca e Lucilla Raffaelli. La sentenza è attesa per il prossimo 20 maggio.
    Don Baresi, ancora agli arresti domiciliari nella casa dei genitori, ha seguito tutte le udienze, ma ieri mattina non era presente in aula. Era presente, invece, il ragazzino che lo accusa di abusi.
    NASCE proprio dalle accuse del giovane l’indagine che il 27 novembre di due anni fa ha portato all’arresto del vicerettore del seminario. Il ragazzino qualche mese prima dell’arresto si era confidato con una psicologa che lo seguiva per altri problemi. Alla professionista il ragazzo aveva confidato che anni prima, mentre frequentava le medie al seminario di via Bollani, e non aveva ancora quattordici anni, aveva avuto rapporti con don Baresi. La psicologa aveva avvisato i familiari del ragazzino ed era scattata la denuncia in questura. Gli investigatori avevano lavorato con i piedi di piombo, avevano valutato la situazione, la posizione del sacerdote e la credibilità del ragazzo.
    Il 27 novembre don Baresi era finito in isolamento a Caton Mombello. In carcere il sacerdote è rimasto una sola notte, il giorno successivo il gip Silvia Milesi gli aveva concesso gli arresti domiciliari. A dicembre il difensore aveva chiesto al tribunale del riesame la scarcerazione, ma per i giudici a carico del sacerdote sussistevano «gravi indizi di colpevolezza». A pesare nei confronti di don Baresi, per i giudici del Riesame, soprattutto il contenuto del computer portatile in uso al sacerdote e il tentativo di cancellare files compromettenti, cercando, secondo loro, di inquinare le prove.
    Nel portatile usato dal sacerdote – ma non solo, come sostenuto dall’imputato e dal difensore – gli investigatori avevano trovato centinaia di files pedopornografici scaricati da Internet, dal contenuto inequivocabile.
    Al sacerdote, ordinato nel giugno del ’94 e dal ’99 vicerettore del seminario, non è mancato il sostegno di un gruppo di giovani che ha lanciato la campagna «FreeDon» per la liberazione e l’assoluzione di don Baresi. I giovani alla prima udienza del processo si erano raccolti in preghiera nella piazzetta S. Alessandro, davanti al tribunale per far sentire al loro «don» che non l’avevano abbandonato.

  • NUOVI DOCUMENTI RIVELANO: NEGLI USA, DA PIÙ DI 50 ANNI LA GERARCHIA SAPEVA DELLA MINACCIA DEI PRETI PEDOFILI

    NUOVI DOCUMENTI RIVELANO: NEGLI USA, DA PIÙ DI 50 ANNI LA GERARCHIA SAPEVA DELLA MINACCIA DEI PRETI PEDOFILI

    Tratto da: Adista Notizie n° 43 del 25/04/2009

    KANSAS CITY-ADISTA. I preti pedofili devono essere allontanati dal sacerdozio, perché non possono essere curati. È questa la consapevolezza cui era giunto, già nel 1952, p. Gerald M. C. Fitzgerald, fondatore della congregazione religiosa dei Servi dello Spirito Paraclito, che dal 1947 si occupava di sacerdoti in difficoltà. Consapevolezza espressa in una serie di lettere risalenti agli anni ‘50, indirizzate ai vescovi statunitensi dell’epoca – desecretate da un giudice del New Mexico nel corso di un processo contro la Chiesa, nel 2007, ed ora rese pubbliche dal settimanale National Catholic Reporter (30/3), che le ha ottenute da uno studio legale californiano – e in occasione di un incontro, nel 1962, con alcuni esponenti di rilievo della Curia vaticana e, l’anno successivo, con papa Paolo VI.L’aspetto più rilevante della posizione espressa dal religioso risiede nel fatto che essa smentisce quanto affermato finora dai vescovi in loro difesa, nell’ambito dello scandalo, esploso negli ultimi anni, degli abusi sessuali perpetrati dal clero, e cioè che non erano a conoscenza, fino a poco tempo fa, del rischio che comportava il trasferimento dei preti pedofili da una parrocchia all’altra nel tentativo di passare sotto silenzio i loro crimini.

    Secondo quanto riferisce il National Catholic Reporter, p. Fitzgerald, che morì nel 1969, era talmente convinto dell’impossibilità di una reintegrazione dei preti pedofili nel ministero sacerdotale, da versare un deposito di 5.000 dollari per il progetto di costruzione di un centro di cura per preti pedofili lontano dal mondo, su un’isola caraibica, a Barbados, allo scopo di preservare la Chiesa cattolica dallo scandalo e i laici dal rischio di essere vittime di abusi. Un progetto che non andò mai in porto. Nelle lettere, inviate a decine di vescovi – che il settimanale Usa riporta nella loro integralità sul suo sito internet – il religioso affermava di aver appreso, grazie alla sua esperienza, che la maggior parte dei preti pedofili era costituita da individui recidivi e pericolosi, che egli definì più volte “vipere”: “Siamo esterrefatti nel rilevare quanto spesso ad un uomo che, se non fosse prete, sarebbe dietro le sbarre, viene affidata la cura d’anime”, scrisse nel 1957. Una consapevolezza, questa, che i vescovi Usa hanno espresso soltanto nel 2002, quando hanno redatto il documento che richiede la rimozione dal ministero dei preti che sono accusati di abusi.

    L’appello di p. Fitzgerald, quindi, è rimasto inascoltato per quasi cinquant’anni: si riteneva che i casi di preti pedofili fossero rari, ha spiegato al National Catholic Reporter mons. Blase J. Cupich, il vescovo oggi incaricato, nella Conferenza episcopale, della protezione dei bambini e dei giovani. E poi le posizioni di p. Fitzgerald “erano considerate stravaganti per quanto riguarda il trattamento non medico, ma spirituale, delle persone, e la segregazione di un’intera popolazione con problemi sessuali su un’isola deserta”; infine “nel mondo della psicologia stava acquisendo credibilità l’idea che, quando si offre un trattamento sanitario, queste persone possono, in realtà, tornare al loro ministero”. Un’idea che poi si è rivelata, alla prova dei fatti, fallimentare. P. Fitzgerald, in origine prete dell’arcidiocesi di Boston per 12 anni, nel 1934 divenne membro della congregazione della Santa Croce e fondò quella dei Servi del Spirito Paraclito nel 1947, per accogliere preti che avevano problemi di alcolismo, droga o che avevano violato il voto di castità; la sua terapia consisteva nella preghiera e in un cammino spirituale intenso. Fu solo in un secondo tempo che i vescovi cominciarono a inviare nella sua casa di ritiro Via Coeli a Jemez Sprongs, New Mexico, anche sacerdoti responsabili di pedofilia, e all’inizio il religioso espresse perplessità in proposito, convinto che questi uomini fossero “troppo pericolosi per i bambini della parrocchia e del vicinato per accoglierli qui”.

    Il caso di John T. Sullivan

    Nel settembre del 1957 il vescovo di Manchester, New Hampshire, mons. Matthew Brady, gli chiese una consulenza riguardo “un prete problematico”, John T. Sullivan, che aveva sedotto diverse adolescenti (“Non c’è angolo della diocesi dove non sia conosciuto”, scriveva al religioso) ma che appariva ora sinceramente pentito. Aveva, tra l’altro, procurato l’aborto ad una ragazzina che aveva messo incinta e riconosciuto un figlio che aveva avuto da un’altra, provvedendo al suo sostentamento. “La soluzione del problema – scriveva il vescovo, incarnando quello che è stato per decenni l’atteggiamento tipico della gerarchia ecclesiastica – sembra essere un nuovo inizio in una diocesi dove egli non sia conosciuto. Mi è venuto in mente che forse tu sai di qualche vescovo che potrebbe dargli quest’opportunità”.

    Netta la risposta di Fitzgerald: “Pentimento e correzione in questi casi sono superficiali e, se non formalmente, almeno a livello di subconscio, motivati dal desiderio di trovarsi nuovamente in una posizione dove poter continuare la loro attività infame. Una nuova diocesi significa solo verdi pascoli”. Aggiungeva che i Servi del Paraclito avevano “adottato una politica definita per cui non raccomandavano individui del genere ai vescovi, pur presumendo la sincerità delle conversioni”. Sullivan venne rifiutato da un vescovo dopo l’altro, poiché Brady, evidentemente, aveva sposato le ragioni di Fitzgerald: “La mia coscienza – scrisse ai vescovi – non mi permette di raccomandarlo a nessun vescovo”; “padre Fitzgerald di Via Coeli lo potrebbe accogliere solo come ospite permanente per aiutarlo a salvare la sua anima ma senza speranza di raccomandarlo ad un vescovo”. Sullivan, che è rimbalzato di diocesi in diocesi per 30 anni, fu infine privato del suo ministero solo nel 1983 in seguito ad un ulteriore abuso. Morì nel 1999, senza aver mai affrontato un processo, ma la Chiesa pagò mezzo milione di dollari in risarcimento alle vittime.

    Una posizione impopolare

    La posizione di Fitzgerald sulla impossibilità di riammettere i preti pedofili alla vita sacerdotale è espressa in modo cristallino in una lettera del ‘57 a un vescovo che non viene nominato, ma che potrebbe essere il cofondatore della congregazione, mons. Edwin V. Byrne di Santa Fé: “Questi uo-mini, eccellenza – scriveva Fitzgerald – sono diavoli e la maledizione di Dio è su di loro, e se io fossi un vescovo, tremerei se non facessi rapporto a Roma ai fini della loro laicizzazione”.

    Nel 1962 egli scrisse poi una risposta di cinque pagine al Sant’Uffizio, che gli chiedeva un parere sulla piaga dei preti che “per mancanza di autodisciplina sacerdotale sono diventati un problema per la Madre Chiesa”. Uno dei suoi suggerimenti era di proporre “un insegnamento più specifico negli ultimi anni di seminario, riguardo alle pesanti pene che la violazione dell’innocenza dei piccoli comporta”. E riguardo ai preti “caduti più volte in questo peccato… e in particolare nell’abuso di bambini, sentiamo con forza che a questi preti sfortunati occorre offrire l’alternativa di una vita ritirata all’interno della protezione delle mura monastiche o della completa laicizzazione”. L’anno successivo, egli espresse questa stessa posizione a papa Paolo VI, aggiungendo che “la reintegrazione di preti che sembrano riabilitati deve essere presa in considerazione, ma è raccomandabile soltanto laddove siano possibili una guida ed una supervisione ravvicinata. Dove c’è indicazione di incorreggibilità, per l’atroce scandalo dato, suggerirei onestamente la laicizzazione totale”.

    P. Fitzgerald entrò poi in collisione con il nuovo vescovo di Santa Fé, James Davis, che voleva una maggiore medicalizzazione delle strutture e dei trattamenti. Alla fine il religioso si dimise. I suoi successori aggiunsero la psichiatria e terapie farmacologiche al suo regime di preghiera e spiritualità, e restituirono i preti “guariti” al ministero, su richiesta dei vescovi. Più tardi, con l’esplosione dello scandalo degli abusi in tutta la sua enorme portata, la congregazione del Paraclito fu bersagliata da accuse e contro di essa furono intentati processi; molti dei suoi centri furono costretti a chiudere. La Via Coeli si interruppe. (ludovica eugenio)

    http://www.adista.it/articolo/45216