Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: pubblico ministero

  • Accordi con il vincolo della riservatezza; un modo per imbavagliare le vittime ?

    Accordi con il vincolo della riservatezza; un modo per imbavagliare le vittime ?

    Un ragionevole dubbio che nasce dietro a più di un caso conclamato ovvero, il tentativo apparente di voler imbavagliare le vittime con pochi spiccioli, evitando lo scandalo e salvando il prete, che continuerà a rimanere nell’anonimato, libero anche di reiterare.

    In questi anni la Rete L’ABUSO si è occupata di centinaia di casi di violenze sessuali da parte di sacerdoti a danno di minorenni, accorgendosi che in alcuni di questi, si cerchi di “blindare” il più possibile la situazione evitando che fatti e soprattutto nomi, vengano portati a conoscenza dell’opinione pubblica.

    Spesso pervengono all’associazione richieste di assistenza legale da parte di vittime che hanno ricevuto missive dagli avvocati dei sacerdoti, nelle quali si chiede il nominativo di un legale di fiducia, col quale avviare una transazione. Notiamo che la caratteristica fondamentale richiesta che permette la possibilità di un accordo, è che il nome del sacerdote non sia mai uscito pubblicamente, in caso contrario è rarissimo che venga proposto un qualsivoglia accordo. Quello che ha attirato particolarmente la nostra attenzione al punto di definire questi casi “anomali”, che spesso le vittime siano avanti negli anni, e non vi sia più possibilità per loro, di avviare un procedimento penale o civile.

    La domanda viene da se; perché mai la chiesa che non ha mai indennizzato spontaneamente una sola vittima – tranne quando costretta dai tribunali civili – darebbe dei soldi a qualcuno se quel qualcuno non può fare più nulla sotto il profilo legale?

    Abbiamo visto anche in Spotlight che esistono gli accordi tra le parti e che la chiesa li faceva già all’epoca, non c’è nulla di strano, se non fosse che dietro a quell’accordo c’è almeno un essere umano stuprato da bambino e che quell’accordo con il “vincolo della riservatezza”, imbavaglia la vittima per quattro soldi.

    Tutto legale, come dicevo si faceva già negli Stati Uniti ai tempi di Spotlight, solo che a quei tempi, il vincolo del bavaglio era lo stesso, le cifre con le quali indennizzavano invece no, andavano ben al di sopra dei 15 – 25 mila euro. Cifre che tuttavia attirano la vittima, che prescritta per la legge civile, ha ben poche alternative e che spesso, come accade a chi soffre di disturbo post traumatico da stress, non vive in condizioni sociali ottimali. Altro problema non trascurabile è lo stupratore, che non solo resta impunito, ma può reiterare il reato, magari in un’altra parrocchia.

    Da sempre ma oggi, avvantaggiati anche dal “Servizio diocesano per la tutela dei minori” presente oramai in tutte le diocesi (che da oggi raccoglie anche le denunce anonime) , è verosimile pensare che di questi accordi ci sarà un aumento, anche se se ne parla molto poco, ma c’è un motivo biologico, il vincolo della riservatezza stipulato dalla vittima, che indirettamente imbavaglia anche noi della Rete L’ABUSO o chi professionalmente ne viene a fare parte.

    Di qualcuno possiamo tuttavia parlare, in quanto malgrado il vincolo della riservatezza, alcuni dei dati sono emersi in cause penali. Per esempio il caso di don Mauro Galli, che stipulò un accordo con la vittima, due giorni prima dell’inizio del processo e in quel raro caso, malgrado il suo nome fosse già noto alle cronache. In quel caso però,  il timore era che fosse tirata in ballo la diocesi, il vescovo oltre al sacerdote. Anche l’indennizzo “riservato”, ma che emerse alla domanda del Giudice durante il processo, era decisamente oltre i 25.000€, in questo caso 100.000 più le spese legali, purché la vittima e i familiari, non si costituissero parte civile nel procedimento. Malgrado la cifra apparentemente importante, il pubblico ministero Lucia Minutella la ritenne insufficiente in quanto sulla base delle tabelle, il danno si aggirava intorno ai 500.000€.

    Un altro caso di cui la Rete L’ABUSO si è occupata più nella norma del precedente ma decisamente maldestro, è quello di Vladimir Reséndiz Gutiérrez Oggi condannato in via definitiva a 6 anni e 6 mesi, dove il contratto era un tantino eccessivo e oggi vede rinviati a giudizio a Milano, i responsabili della Congregazione dei Legionari di Cristo e persino l’avvocato. La cifra che come di routine veniva data a titolo di “aiuto” alla vittima, in questo caso per continuare gli studi, era 15.000€ e l’accordo doveva essere segreto come i fatti per i quali era stato stipulato. E fino a qui, tolte le perplessità già esposte in precedenza, è tutto nella norma tranne due clausole di quell’accordo.

    La prima che non si parlasse della vicenda nemmeno se a chiedere fosse un magistrato.

    La seconda che qual’ora, per qualunque motivo fosse venuto meno l’accordo, la penale diverrebbe il doppio della cifra elargita, in questo caso 30.000€.

    Una realtà che abbiamo voluto documentare nell’ambito della contro informazione che la Rete L’ABUSO fa da sempre. Una realtà unica in Italia e favorita dall’inerzia delle istituzioni, che non rende giustizia a nessuno, anzi favorisce il diffondersi del problema.

    Francesco Zanardi

  • Molestie, ex nunzio in Francia convocato in tribunale a novembre

    Molestie, ex nunzio in Francia convocato in tribunale a novembre

    L’arcivescovo Luigi Ventura, ex nunzio apostolico in Francia (2009-2019), è stato convocato davanti ad un tribunale penale di Parigi per il prossimo 10 novembre per rispondere delle accuse di molestie sessuali nei confronti di diversi giovani. La corte, ha riferito un magistrato a La Croix, non ha ancora ricevuto la conferma da parte del presule.

    L’anno scorso la Santa Sede aveva revocato la sua immunità diplomatica dopo le proteste avanzate da diverse presunte ex vittime, una delle quali era arrivata a manifestare direttamente in piazza san Pietro. Sulla testa del nunzio Ventura pesano diverse denunce da parte di quattro uomini, almeno tre dei quali lo accusano di molestie.

    Negli anni passati, quando la prima denuncia che riguardava molestie a un funzionario del municipio francese arrivò ai giornali, fece molto scalpore. In Vaticano tutti caddero dalle nuvole perché quel prelato non era mai stato chiacchierato, né oggetto di azioni disciplinari.

    Il vescovo settantacinquenne era anche stato ascoltato dalla polizia giudiziaria parigina nell’aprile del 2019 negato sempre i fatti contestati, denunciando l’esistenza di “un complotto”. Ebbe diversi colloqui con le autorità della Santa Sede e allo scadere dei 75 anni ha presentato le sue dimissioni per motivi d’età, tornando a vivere a Roma.

    Intanto però le accuse contro di lui si arricchivano con una denuncia che arrivava dal Canada, risalente a diversi anni prima. In Francia era stato il Comune di Parigi a denunciare i fatti al pubblico ministero, sulla base dell’articolo 40 del Codice di procedura penale, dopo il racconto di un giovane dirigente comunale che si era lamentato di essere stato palpato durante una cerimonia protocollare presso il Municipio.

    Molestie, ex nunzio in Francia convocato in tribunale a novembre

  • Cassazione sul Forteto: “Fiesoli non si è mai pentito degli abusi commessi”

    Cassazione sul Forteto: “Fiesoli non si è mai pentito degli abusi commessi”

    Condanna invariata a 14 anni e 10 mesi per l’ex guru del Forteto, la comunità di affidi di minori vicina a Firenze: i giudici spiegano perché non hanno praticato sconti di pena

    Reati troppo gravi per concedere qualunque sconto di pena. È questa in sintesi la motivazione con cui la Corte di Cassazione ha legittimato la pena di 14 anni e 10 mesi inflitta a Rodolfo Fiesoli, l’ex “guru” della comunità del Forteto di Vicchio, nel Mugello. Fiesoli, si legge nel verdetto di 48 pagine depositato oggi, giovedì 25 giugno, non avrebbe mai mostrato “resipiscenza” né pentimento per le azioni commesse dagli anni Settanta al 2010, a danno di ragazzini e adolescenti in condizioni di disagio affidati alla struttura. Questo il motivo per cui gli ermellini, con decisione dello scorso 6 novembre, hanno confermato la condanna per violenza sessuale di gruppo e altri reati emessa dalla corte d’appello di Firenze il 26 ottobre 2018.
    Una pena rimasta invariata per via della “lunga durata dei maltrattamenti – si legge nelle motivazioni – e della pluralità delle condotte illecite di soggezione psicologica e morale perpetrate dal Fiesoli che, per la sua posizione di ‘capo spirituale’ della comunità, ha dettato le regole comportamentali”. “Inducendo – proseguono i supremi giudici– gli altri membri adulti della stessa ad uniformarvisi, pena l’allontanamento, e a concorrere con lui nella consumazione di tali delitti”.

    Violenze e abusi nella comunità del Forteto, in altre parole, “erano logica conseguenza della messa in pratica delle teorie predicate” da Fiesoli, continuano i magistrati della IV sezione penale della Cassazione. “Nel dichiarare l’infondatezza delle impugnazioni degli imputati – si legge ancora – la Suprema Corte ha richiamato la ricostruzione dei fatti operata dai giudici di merito da cui risulta che l’episodio di violenza sessuale (nei confronti di una delle vittime, ndr) è “ampiamente provato”. Violenze “sostenute dalla condotta abusiva ed induttiva dell’agente”, e conseguenza diretta della “dottrina” predicata dal guru.
    Nei giorni scorsi, sul caso Forteto era stata sentita in commissione parlamentare d’inchiesta il sostituto procuratore di Firenze Ornella Galeotti, che ha seguito in veste di pubblico ministero il processo a Fiesoli iniziato nel 2013, su fatti di oltre trent’anni prima. “In Toscana – ha detto in un passaggio della sua audizione – per 30 anni si è assistito a una sospensione di tutte le regole e le leggi sul tema” dell’affidamento dei minori. Una vicenda cominciata nel 1975, quando Fiesoli fondò la comunità che negli anni seguenti accolse decine di bambini con disagio fisico e psichico. Vittime, secondo quanto accertato nei decenni successivi dai tribunali, di abusi e violenze di ogni genere, portate avanti da Fiesoli e da altri membri del gruppo, tra cui Daniela Tardani (condannata a 6 anni e 4 mesi di reclusione). All’interno della comunità vigeva una severa disciplina di separazione dei sessi, i rapporti omosessuali erano promossi mentre i legami affettivi e familiari osteggiati in ogni modo.

    https://firenze.repubblica.it/cronaca/2020/06/25/news/cassazione_sul_forteto_fiesoli-260185537/?fbclid=IwAR2PzGzzth2Hc2mt5Qm9MbvhwT-qoqF9cGQkliG3Ac8TTrns5piBybw1bco

  • «Molestie a scuola su nove ragazze»: prete a processo

    «Molestie a scuola su nove ragazze»: prete a processo

    A processo il sacerdote che nel ruolo di vice preside ed insegnante di religione di una scuola superiore del basso Salento (che non indichiamo per tutelare le vittime), deve difendersi dalle accuse di avere molestato studentesse e una collega docente. Con atteggiamenti e frasi riportate nell’avviso di conclusione delle indagini del pubblico ministero della Procura di Lecce, Maria Rosaria Micucci, che descrivono un uomo particolarmente attratto dall’altro sesso, piuttosto che un ministro del culto cattolico a cui è stato chiesto di rinunciare alle relazioni amorose ed alla sessualità.

    Molestie e violenza privata, le ipotesi di reato ravvisate dal magistrato dopo avere sentito le nove studentesse e la docente con cui avrebbe riservato attenzioni, complimenti e intimità a loro sgradite. Imbarazzanti. «Agendo con petulanza». Anche toccando le labbra delle studentesse con un dito. O lasciandosi andare a fasi come: «Sei la luce dei miei occhi, sei la mia gioia…quando ti vedo nei corridoi mi aggiusti la giornata…vuoi bene a don … tuo».
    Inoltre lo stesso docente, 45 anni, dovrà difendersi dall’accusa di avere minacciato la madre di una alunna per farle presentare la richiesta di farla iscrivere in una sezione da lui indicata. Diversamente l’anno sarebbe diventato terribile per la figlia. In seguito quando la donna presentò la certificazione medica sui disturbi dell’apprendimento, la reazione sarebbe stata ancora di più scomposta: si sarebbe adoperato per farla bocciare, se ne frattempo non avesse cambiato scuola. E le avrebbe riservato offese come “capra” e “handicappata”.
    C’era altro nell’inchiesta, inizialmente. Fatti e capi di imputazione ancora più gravi: violenza sessuale per quegli stessi approcci con le studentesse e con la collega. E falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale in atti pubblici, per avere attestato sul registro di classe la presenza in aula pur essendo assente. Per entrambe le accuse, il pubblico ministero Micucci ha chiesto l’archiviazione, accogliendo l’istanza dell’avvocato difensore Luigi Corvaglia. Le assenze: assente sì in classe, ma impegnato nelle mansioni di vicepreside, hanno chiarito le indagini difensive. Quanto alla violenza sessuale, il magistrato ha tenuto conto dei racconti delle vittime. Che sono poi i fatti riportati nel capo di imputazione di molestie e violenza privata: «Si evince che l’indagato ha posto in essere condotte consistite in toccamenti, quali abbracci e baci sulla guancia. O consistiti nell’appoggiare le mani sulla spalla o intorno al collo, nonché in toccamenti consistiti nell’accarezzare con il dito le labbra di alcune studentesse, nel simulare il gesto di chiudere la zip dei pantaloni di una studentessa. O, ancora, nell’afferrare il volto di una studentessa, appoggiarvi la fronte e, successivamente, cingerle i fianchi e avvicinarsi verso di lui. Trattasi di condotte tali da configurare autonome fattispecie di reato, ma non sussumibili nella nozione di atto sessuale per come intesa dalla giurisprudenza, in quanto non finalizzate ad attingere zone erogene. Nè espressive di carica erotica, anche in ragione della estemporaneità e della scarsa intensità delle stesse».
    La richiesta di archiviazione sia per il falso che per l’ipotesi di violenza sessuale, è al vaglio del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Lecce, Simona Panzera.
    Quanto all’episodio riguardante la docente, l’imputato risponde di una irruzione in classe mentre faceva lezione: di essersi avvicinato all’orecchio e di averla abbracciata. L’insegnante si dovette divincolare per liberarsi. Tutte circostanze che ora dovrà affrontare il processo.

    https://www.quotidianodipuglia.it/lecce/maglie_prete_molestie_scuola-5265636.html?_ga=2.187152040.1472723568.1591337626-2080372972.1591337626

  • Lamezia Terme, insegnante di religione accusato di pedofilia condannato a 6 anni

    Lamezia Terme, insegnante di religione accusato di pedofilia condannato a 6 anni

    LAMEZIA TERME – Sei anni di carcere. Questa la condanna inflitta a un insegnante di religione, Pietro P., 65 anni, accusato di pedofilia, per avere consumato alcuni episodi di molestie sessuali nei confronti di alcune bambine minorenni di una scuola dell’infanzia.

    La sentenza è stata emessa al termine del processo celebratosi con il rito abbreviato davanti al giudice dell’udienza preliminari Luana Loscanna che ha accolto le richieste dei pubblico ministero Emanuela Costa e Giuseppe Falcone, rigettando però le richieste delle parti civili, rappresentate dall’avvocato Giampaolo Russo, che avevano chiesto una provvisionale di 100 mila euro.

    L’imputato, difeso dagli avvocati Francesco Gambardella e Ramona Gualtieri, era finito un anno fa prima in carcere e poi agli arresti domiciliari.

    Era stata la madre di una bimba di 5 anni anni a denunciare al commissariato di Lamezia, il 19 aprile 2019, gli atteggiamenti dell’insegnante nei confronti della figlia.

    Dichiarazioni che erano confermate da altre madri che, sentite a sommarie informazioni, avevano dichiarato di aver appreso fatti simili dalle rispettive figlie, anche loro frequentanti la stessa scuola.

    La Polizia di Stato, dopo le denunce, ha raccolto altri elementi anche tramite le immagini delle telecamere di videosorveglianza installata all’interno della scuola. Immagini che avrebbero permesso di accertare le responsabilità dell’insegnante.

    Lamezia Terme, insegnante di religione accusato di pedofilia condannato a 6 anni

  • Soldi a minorenni per fare sesso, prete li pagava 150 euro ma resterà impunito

    Soldi a minorenni per fare sesso, prete li pagava 150 euro ma resterà impunito

    I 20 atti sessuali di prostituzione minorile sono ritenuti accertati dal giudice per l’udienza preliminare, dai giudici dell’Appello e perfino dalla Cassazione. Eppure i reati per i quali è stato processato da don Paolo Alberto Lesmo, per un ‘cavillo’ tecnico, sono prescritti e quindi resteranno impuniti. Tra il 2009 e il 2011, stando a quanto ricostruito nel corso del processo, il parroco della chiesa di S.Marcellina ed ex decano di Milano-Baggio avrebbe più volte – venti i casi – pagato una cifra tra i 150 e i 250 euro a un minorenne tossicodipendente per fare sesso.

    Prete condannato per 20 atti sessuali di prostituzione minorile sono ritenuti accertati dal giudice per l’udienza preliminare, dai giudici dell’Appello e perfino dalla Cassazione. I reati per i quali è stato processato da don Paolo Alberto Lesmo, per un cavillo tecnico, sono prescritti e dunque resteranno impuniti.

    Tra il 2009 e il 2011 il parroco della chiesa di S.Marcellina ed ex decano di Milano-Baggio avrebbe più volte pagato una cifra tra i 150 e i 250 euro a un minorenne tossicodipendente per fare sesso.

    L’inchiesta del pm Giovanni Polizzi parte nel 2013 quando la psicologa del giovane, alla quale si era rivolto dopo aver tentato il suicidio, raccoglie le sue confidenze. E nel racconto ecco la storia della chat con “Alberto” che, come racconta Il Corriere della Sera, il 16enne associa agli atti sessuali a pagamento con il parroco – e insegnante a scuola del fratello minore – di 48 anni. Il sacerdote prova ad annacquare il racconto del giovane problematico, ma il pubblico ministero indaga e gli elementi raccolti vengono giudicati sufficienti dal gup Gennaro Mastrangelo per condannare don Paolo Alberto Lesmo a 1 anno e 10 mesi con rito abbreviato per “prostituzione minorile”, senza attenuanti generiche e senza sospensione condizionale della pena.

    Una sentenza di colpevolezza che viene confermata anche in appello nel 2018. Il prete fa ricorso in Cassazione. Nel 2019 la Suprema Corte respinge due (responsabilità e attenuanti) dei tre motivi, ma accoglie il terzo che boccia come “illogica”, spiega sempre il Corriere, la motivazione del diniego della sospensione condizionale della pena (per “mancata resipiscenza”) visto che nel frattempo il sacerdote è stato sospeso dal ministero e vive in una comunità di sostegno psicologico. A questo punto, sotto il profilo giuridico, si innesca un flipper che fa scattare la prescrizione: si forma infatti “un valido rapporto di impugnazione” al momento della sua presentazione, “e quindi consente di rilevare” adesso “la prescrizione del reato” che è “maturata” l’1 luglio 2018, undici giorni dopo la sentenza d’appello emessa il 20 giugno 2018.

    https://internapoli.it/don-paolo-alberto-lesmo/

  • Dal prete rimosso accuse di pedofilia a un altro parroco

    Dal prete rimosso accuse di pedofilia a un altro parroco

    «Ho preso il posto nel Vicentino di un prete che si vociferava essere un pedofilo, si tratta di fatti da quel che so del 2004». Non fa nomi, ma sono comunque dichiarazioni pesanti quelle rilasciate da don Marino Ruggero davanti al pubblico ministero.

    Il sacerdote padovano, fino allo scorso 2 gennaio parroco di San Lorenzo in Roncon ad Albignasego (Padova), è stato allontanato dalla curia di Padova dal suo ministero per comportamenti sconvenienti. Don Marino, in risposta all’allontanamento da parte del Vescovo, ha in più occasioni detto di essere stato a conoscenza di casi di preti pedofili sui quali la curia padovana avrebbe sorvolato. Sulla base di queste dichiarazioni la procura, dopo una segnalazione da parte dei carabinieri, ha aperto un fascicolo senza indagati.

    E così nei giorni scorsi il sacerdote padovano è stato convocato dal pm. Don Marino con quella frase fa riferimento a un suo periodo nell’unità pastorale di Mure-Laverda, nel Vicentino, iniziato una quindicina di anni fa, sostenendo di essere stato inviato lì dalla Curia al posto di un parroco chiacchierato per presunti comportamenti eccessivi nei confronti di giovane parrocchiane.

    La procura di Padova è pronta ad inviare gli atti a Vicenza anche se, va ricordato, si tratta di fatti che sarebbero avvenuti nel 2004 e quindi ampiamente prescritti. Inoltre sulla questione ci sono già state due inchieste – in procura e una interna alla diocesi – entrambe chiuse con l’archiviazione.

    https://www.ilgiornaledivicenza.it/territori/vicenza/dal-prete-rimosso-accuse-di-pedofilia-a-un-altro-parroco-1.7916960

  • DON BARONE ACCUSATO DI ABUSI SESSUALI/ “Sono decine le vittime del prete”

    DON BARONE ACCUSATO DI ABUSI SESSUALI/ “Sono decine le vittime del prete”

    Davide Giancristofaro Alberti

    Don Barone accusato di abusi sessuali: in studio a Storie Italiane, su Rai Uno, il legale di una delle vittime del prete

    In studio a Storie Italiane vi è l’avvocato Luigi Ferrandino, uno dei legali delle presunti vittime degli abusi sessuali di Don Barone. “Da quello che è emerso – le sue parole – queste pratiche sono andate avanti per due anni. Molte persone si erano accorte e si erano allontanate, mentre altre si avvicinavano perchè avevano paura e il terrore di don Barone. A un certo punto c’è stata una ragazza che ha denunciato i fatti, sono intervenuti i media e poi è partito il processo. Le vittime sono tre, ma il processo riguarda decine di vittime – ha proseguito il legale, che aggiunge come siano diversi gli elementi a disposizione degli inquirenti, a conferma della tesi della violenza e degli abusi sessuali – ci sono filmati, intercettazioni ambientali e telefoniche: quando si è capito che il signore faceva queste pratiche, la procura ha nascosto cimici e di conseguenza hanno raccolto elementi molto importanti”. La sentenza in primo grado arriverà il prossimo 31 gennaio. (aggiornamento di Davide Giancristofaro)

    DON BARONE: PROCESSO VERSO LA CONCLUSIONE

    Si sta per concludere il processo nei confronti di don Michele Barone, l’ex parroco del Tempio di Casapesenna, in quel di Caserta, che si trova in carcere da ormai due anni con l’accusa di presunti abusi sessuali. Negli scorsi giorni, come ricorda il quotidiano Il Mattino, si sono tenute le arringhe dei legali delle parti civili, in cui sono state raccontate le storie di alcune delle presunte vittime, specificando che le stesse hanno avuto paura ad uscire dal gruppo di preghiera con il parroco di cui sopra, per paura di ricevere delle punizioni divine. In poche parole, come hanno fatto sapere gli avvocati in aula, “Molti lo considerando ancora un santo”. Il pubblico ministero ha chiesto ben 22 anni di reclusione, e sono state effettuate richieste pesanti anche per i genitori della bambina vittima di abusi, che ora rischiano 8 anni e 3 mesi (il padre) e 7 anni la mamma. Chiesti infine cinque anni per Luigi Schettino, dirigente del commissariato di Maddaloni, accusato di aver fatto pressioni affinchè venisse ritirata la denuncia contro don Barone.

    DON BARONE FERMATO A FEBBRAIO 2018

    Don Barone venne fermato nel febbraio del 2018 presso l’aeroporto Capodichino di Napoli, di ritorno da un viaggio da Cracovia assieme ai genitori della minorenne presunta abusata. Il sacerdote, stando a quanto sostenuto dalla procura di Santa Maria Capua Vetere, avrebbe ingenerato nelle proprie vittime la convinzione di essere possedute dal demonio, sottoponendo le proprie vittime a trattamenti ritenuti disumani e lesivi della loro dignità, come percosse, ingiurie, minacce e atti sessuali. Oggi in studio a Storie Italiane vi sarà una presunta vittima del parroco del casertano, che racconterà la sua storia rispondendo alle domande della padrona di casa del programma di Rai Uno, Eleonora Daniele.

    DON BARONE ACCUSATO DI ABUSI SESSUALI/ “Sono decine le vittime del prete”

  • “I colpevoli anni di Giada”

    “I colpevoli anni di Giada”

    Il prossimo 3 febbraio il Gip di Larino dovrà di nuovo decidere sulla vicenda degli abusi sessuali subiti da Giada Vitale, dopo i 14 anni, ad opera del parroco del suo paese.

    Il difensore di Giada, Giuseppe D’Urbano, ha presentato la sua opposizione alla richiesta di archiviazione della denuncia per abusi sessuali e il Gip Rosaria Vecchi dovrà decidere se archiviare o andare avanti con nuove indagini e un possibile nuovo rinvio a giudizio per don Marino Genova.

    Per la Procura della repubblica di Larino il fascicolo sui presunti abusi sessuali subiti a 14 anni da Giada Vitale da don Marino Genova è da archiviare. La richiesta è stata presentata al gip dal pubblico ministero Ilaria Toncini. La situazione, tuttavia, è piuttosto complessa. Don Marino, infatti, ex parroco di Portocannone, in Molise, è stato già condannato in due gradi di giudizio a quattro anni di carcere per aver abusato sessualmente di Giada Vitale, nel 2009. Attenzione, però, solo per gli abusi avvenuti fino al compimento del 14esimo anno di età di Giada, quindi, per un periodo di due mesi.

    Per 60 giorni, dunque, Don Marino è considerato un abusatore e come tale è stato condannato, mentre per i tre anni successivi, ovvero fino ai 17, Giada è considerata dalla procura consenziente. Tesi a cui si oppone l’avvocato D’Urbano, facendo leva su perizie psicologiche e psichiatriche che dimostrerebbero, senza alcun dubbio, la condizione di subalternità e gli abusi subiti da Giada. Anche la Procura, dal suo canto, fa leva sull’indagine psicologica riguardante quegli anni.

    Sono stati ascoltati medici e psicologi che hanno avuto in cura Giada Vitale nel periodo di interesse e l’esame di queste testimonianze e dei documenti per il pm Toncini, non avrebbe fatto emergere “in maniera chiara e univoca una condizione di inferiorità fisica o psichica della parte offesa”. Giada, insomma, pur essendo stata vittima di abusi nei mesi precedenti, per la Procura avrebbe immediatamente acquistato, compiendo 14 anni di età, una tale consapevolezza di sé e della realtà da poter scegliere consapevolmente di proseguire ‘la relazione’ –  perché tale verrà considerata di lì in poi – con il parroco.

    Per la procura, quindi, il limite temporale dei 14 anni trasforma gli abusi in una relazione. Un’interpretazione respinta dalla difesa per motivi logici e giuridici. Ma esiste un altro terreno, quello mobilitazione del ‘pianeta donna’ che sta correndo in aiuto di Giada, una fortissima pressione del mondo femminile molisano, che contesta la decisione di far diventare i 14 anni una specie di frontiera, o limite, oltre il quale l’abuso diventa relazione. È chiaro che l’ultima parola toccherà al Gip, intanto, una nota scrittrice e donna di cultura molisana, Greta Rodan, ha voluto far sentire la sua voce, raccontando la versione di Giada:

    “Sono esausta, mi dice Giada, me lo dice a parole, me lo dice dai suoi occhi di giovane donna già stanchi, così tragicamente provati, così belli. Giada perde il padre a 3 anni, questo da solo è un dramma profondo e che cambia l’esistenza, se non fosse che a cambiare la vita di questa delicata e coraggiosa creatura è un evento di portata enorme, di devastante tragicità. Giada conosce Don M. a 12 anni, in chiesa, nel suo paese, uno dei tanti di questo nostro Molise, perché Giada è già una musicista, è in anticipo sui tempi, un talento e una promessa. Don M. sembra voler diventare la figura di educatore, di consigliere, di amico che a Giada è mancata mentre lei comincia a affacciarsi al mondo con grazia.

    Ma il suo educatore, ora che lei ha 13 anni, vuole essere per lei altro, e così lo diventa, con determinazione mostruosa, per lei che è così piccola, per lei che è una bambina, per lei violata nel cuore, nel cervello, e nel corpo tanto da sentirli esplodere, da sentirsi una minuscola bambola, un giocattolo rotto, un errore. La gravità dei fatti non la capisci quasi mai quando ti accadono, la capisci col tempo, con la consapevolezza, eppure qualcosa in te lo sa, lo sente, qualcosa ti grida nell’orecchio sinistro, dalla parte del battito. Ma tu la riconosci anni dopo, lei la riconosce anni dopo, quando ha 17 anni, quando è tardi per salvare la bambina che sarebbe dovuta essere ma è ancora possibile, invece, salvare la donna che sarà. E allora denuncia, ché nessuno che non ci sia mai trovato, può capire il coraggio della parola “denuncia”.

    Lo fa, ci riesce, pensa incautamente che sarà quello l’inizio della sua nuova vita, da essere umano libero e tutelato e finalmente protetto. Ma nelle aule gelide, qualcuno che partecipi al tuo dolore non sempre lo trovi. Don M. viene condannato a 4 anni e 10 mesi di carcere per gli abusi compiuti prima dei 14 anni di Giada, non ha fatto un solo giorno di carcere perché è ancora in attesa della sentenza definitiva. Per il periodo compreso tra i 14 e i 17 anni di Giada, la posizione di Don M., un uomo di 40 anni più grande di Giada, è stata archiviata, due volte, perché i giudici hanno stabilito che Giada, una bimba di 14 anni, è stata consenziente. Giada non si arrende, Giada vuole giustizia, vuole Pace.

    Va dovunque la ascoltino, partecipa a trasmissioni televisive nazionali, si fa intervistare, ci mette la faccia. Voi lo sapete che carattere, che determinazione ci vogliono a metterci la faccia? Ci vogliono quelli di questa ragazza, che ora ha 24 anni, che ha subito violenze, abusi, che è stata insultata per anni dai compaesani con “Don M. ne poteva avere cento più belle di te” “Lo hai sedotto tu”. Voi lo sapete che coltelli sono queste parole? Lo sapete che sono coltelli in ferite più grosse, in abissi di disperazione e solitudine e “Dio mio non ce la farò, non ce la farò”? Lo sapete che cuore devastato ha la nostra Giada? Perché lei è nostra, vorrebbe esserlo, vorrebbe essere la sorella dei magistrati perché allora i magistrati comprendano davvero il dolore, la figlia del paesano che insulta perché allora la abbraccerebbe, le direbbe “ci sono qua io a proteggerti”.

    E per me questa sconosciuta creatura è mia sorella, la mia amica, e insieme aspettiamo il 3 febbraio quando il tribunale di Larino deciderà per la terza volta se archiviare o finalmente cominciare la strada della giustizia per Giada, per quello che di lei resta, per la pace di quella bambina dimenticata, per la pace di questa ragazza tenace ma che mi dice, vi dice, “sono esausta”, per lei, offesa nell’anima da quello che qui chiamo fino alla fine Don M., benché il suo nome sia pubblico, perché voglio solo bellezza, coraggio, speranza in queste parole e Giada Vitale è il solo nome che me li ricordi”.                               

    https://quotidianomolise.com/i-colpevoli-anni-di-giada/?fbclid=IwAR1gMNmL0DrmbKvfxezSItgzmwy6vcUNhdGF_lRmsaL1k2Ohka_TNbCbWe0

  • Don Marino Genova, 13enne abusata: “Per il pm ero consenziente”

    Don Marino Genova, 13enne abusata: “Per il pm ero consenziente”

    Era l’aprile del 2009 quando Giada Vitali ha subito il suo primo abuso da parte di don Marino Genova, parroco della chiesa Santi Pietro e Paolo di Portocannone, in provincia di Campobasso, Molise. Allora Giada aveva tredici anni e gli abusi da parte del parroco sono continuati fino a quando aveva sedici anni.

    Si è concluso il processo in primo grado ai danni dell’uomo, ma Giada Vitale sente di non aver ricevuto giustizia. Il pubblico ministero ha infatti diviso il fascicolo in due parti: una relativa agli abusi subiti prima del compimento del quattordicesimo compleanno e una dopo. Marino Genova è stato condannato a sei anni per il primo fascicolo, mentre per il secondo fascicolo è stata chiesta l’archiviazione: il pm ha ritenuto che la ragazza fosse consenziente.

    Don Marino Genova: gli abusi

    In un’intervista a Fanpage Giada Vitale ha raccontato la sua versione dei fatti.

    Riguardo all’esito del processo di primo grado la ragazzo, ora 23enne, sente di non aver ricevuto la giustizia dovuta. “Dai 14 anni in su, sono stata considerata ‘consenziente’; in pratica secondo il pubblico ministero, io e don Marino eravamo da considerare ‘una coppia’. La cosa più grave, tuttavia, è che il fascicolo per cui si è proceduto riguarda solo due mesi, da aprile al 20 giugno, quando ho compiuto 14 anni” ha raccontato.

    Nel ripercorrere la propria tragica storia Giada ha raccontato: “Era aprile 2009, avevo 13 anni e studiavo per l’esame di licenza media. A quel tempo ero timida e senza molti amici, ma mi piaceva la musica e per questo andavo regolarmente in chiesa per suonare l’organo.

    Quel pomeriggio stavo tornando a casa dalle ripetizioni e passai davanti all’ingresso della chiesa Santi Pietro e Paolo, a Portocannone. Vidi don Marino sulla soglia intento a chiudere i battenti della porta, mi vide anche lui e mi fece cenno di entrare“. Al tempo Giada si fidava dell’uomo, così lo ha seguito. “Prese la mia mano intrecciandola con la sua e mi guidò in sagrestia, dove iniziò ad abbracciarmi forte e a spogliarmi. Restai impietrita e lo lasciai fare finché non ebbe finito. Poi mi diede la benedizione e mi lasciò andare“.

    Giada ha provato a chiedere aiuto, ma senza ottenere successo. “Quella sera restai sveglia fino a notte fonda a piangere. Mia madre (vivevamo da sole da quando mio padre è morto molti anni prima) si allarmò e volle sapere cosa avessi.

    La storia di Giada Vitale

    Da quel giorno gli abusi si sono ripetuti. “Don Marino ha cominciato a fare quelle cose due o tre volte alla settimana arrivando fino ai rapporti completi. Era dolce, mi diceva: “Ti voglio bene stellina”. E quando aveva finito mi rivestiva e mi dava sempre la benedizione“.

    Ci fu un tentativo di scappare dagli abusi del parroco. “Il mio corpo mi dava dei segnali di malessere. Avevo sempre mal di stomaco, crisi di pianto e difficoltà di concentrazione a scuola, tanto che più in là ho dovuto lasciare. Volevo che smettesse e per un po’ ho finto di stare con un ragazzo perché lui mi lasciasse stare.

    La situazione, però, non ha retto a lungo e ha ricominciato a fare quelle cose“.

    Dopo tre anni di abusi, finalmente Giada riesce a sottrarsi alla violenza. “Una corista che frequentava la parrocchia ha intuito qualcosa dai miei atteggiamenti, ero arrabbiata e delusa. Quando ho trovato la forza di parlare con lei, pian piano le ho raccontato tutto quello che avevo patito, ci sono voluti giorni. Alla fine lei mi ha convinto a denunciare don Marino al vescovo della diocesi di Termoli-Larino, monsignor Gianfranco De Luca“. Il vescovo ha allontanato il parroco da Portocannone. “ A quel punto, a 17 anni, ho deciso di denunciare alla magistratura, volevo giustizia“.

    Purtroppo la giustizia ottenuta non è proporzionale alla sofferenza subita da Giada Vitali, che ha deciso di fare ricorso. “È stato condannato sei anni di reclusione con sentenza di primo grado, attendiamo l’udienza d’appello che avrà luogo l’11 ottobre prossimo. Per l’altro fascicolo, ovviamente abbiamo fatto ricorso contro l’archiviazione“. “Don Marino mi ha distrutto la vita, ma la giustizia ci ha messo sopra una pietra tombale“.