Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: pubblico ministero

  • Esorcismi e violenza sessuale, per don Michele Barone chiesti 22 anni di carcere

    Esorcismi e violenza sessuale, per don Michele Barone chiesti 22 anni di carcere

    Ventidue anni di reclusione, per maltrattamenti nei confronti di una ragazzina di 13 anni di Maddaloni durante gli esorcismi e per violenza sessuale nei confronti di altre due fedeli. È la richiesta avanzata dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere per Michele Barone, l’ex prete del Tempio di Casapesenna (Caserta), durante il processo che vede alla sbarra anche il dirigente del commissariato di Maddaloni e i genitori della ragazza vittima di soprusi.

    Dopo la prima parte della requisitoria, pronunciata durante la scorsa udienza dal pm Alessandro Di Vico, questa mattina, 27 dicembre, il pubblico ministero Daniela Pannone ha chiesto anche 5 anni di carcere per Luigi Schettino, dirigente del commissariato di Maddaloni (difeso da Carlo De Stavola), 8 anni e 3 mesi per il padre della ragazza e 7 anni per la madre. Si tornerà in aula a gennaio, coi difensori degli imputati. La sentenza è prevista per fine gennaio.

    Arrestato don Michele Barone

    Il prete (che non è più tale dal maggio 2019, su decisione di Papa Francesco) era stato arrestato nel febbraio 2018. Secondo la ricostruzione della Procura, “ingenerando nelle giovani donne la convinzione di essere possedute dal demonio, ha carpito la loro buona fede e le ha sottoposte a trattamenti disumani e profondamente lesivi della loro integrità fisiopsichica, nonché della loro dignità”. Nei “riti di liberazione” avrebbe percosso numerose giovani e le avrebbe costrette a subire atti sessuali, palpeggiandole, spogliandole e facendole dormire, nude, insieme a lui e alla sua amante.

    Erano arrivate anche le misure cautelari per i genitori della ragazza e per il dirigente del commissariato. Le indagini erano partite dopo un servizio mandato in onda dalla trasmissione televisiva Le Iene il 14 febbraio, in cui la sorella della 13enne denunciava di avere subìto gli stessi abusi e che la famiglia aveva abbandonato completamente la ragazzina nelle mani del prete; la giovane si era rivolta alle forze dell’ordine presentando un esposto contro Michele Barone ma, secondo la ricostruzione, la sua famiglia e il poliziotto fecero pressioni perché lo ritirasse.

    https://napoli.fanpage.it/esorcismi-e-violenza-sessuale-per-don-michele-barone-chiesti-22-anni-di-carcere/

  • Preti pedofili, così il muro di gomma del Vaticano fece prescrivere abusi compiuti da don Mauro Inzoli

    Preti pedofili, così il muro di gomma del Vaticano fece prescrivere abusi compiuti da don Mauro Inzoli

    Nel giorno Papa Francesco ha deciso di abolire il segreto pontificio sugli abusi sessuali dei sacerdoti pubblichiamo il capitolo del libro La Repubblica degli impuniti (PaperFirst) dedicato alla prescrizione delle violenze subite da alcuni ragazzini anche a causa della rogatoria negata agli inquirenti di Cremona da parte della Santa Sede

    Nel giorno Papa Francesco ha deciso di abolire il segreto pontificio sugli abusi sessuali dei sacerdoti pubblichiamo il capitolo del libro La Repubblica degli impuniti (PaperFirst) dedicato alla prescrizione degli abusi sessuali compiuti su alcuni ragazzini da don Mauro Inzoli anche a causa della rogatoria negata agli inquirenti di Cremona da parte del Vaticano. Inzoli, ridotto allo stato laicale nel 2017, sta scontando dal 7 aprile 2018 nel carcere di Bollate la pena a 4 anni e 7 mesi dopo la conferma in Cassazione della sentenza d’appello.

    Prima il muro di gomma opposto da Chiesa e Comunione e Liberazione e poi dal Vaticano stesso. E così decine di ragazzini di dodici o tredici anni molestati o abusati da don Mauro Inzoli, sacerdote e capo spirituale di cl, non avranno mai giustizia. Perché i loro casi si erano già prescritti ancora prima che iniziasse l’inchiesta che poi ha portato, il 29 giugno del 2016, a una condanna a soli quattro anni e nove mesi per violenza sessuale su minori grazie allo sconto di pena previsto dal rito abbreviato. Poi addirittura ridotti di due mesi in Appello e confermata in Cassazione, il 14 marzo 2018.

    Il gup Letizia Platè, nelle motivazioni della sentenza di primo grado, ricorda come i genitori di alcune vittime si fossero rivolte fiduciose alle autorità ecclesiastiche già alla fine degli anni Novanta. Ma è solo nel 2014 (al termine di un procedimento ecclesiastico iniziato tra il 2009 e il 2010) che don Mauro, detto don Mercedes a causa del suo amore per le auto di lusso, finisce sotto inchiesta per gli appuntamenti che dava agli studenti del Liceo linguistico Shakespeare di Cremona o a quelli che frequentavano la chiesa Santissima Trinità. Incontri che dovevano essere momenti per consigli di vita e che invece si trasformavano in baci, carezze e toccamenti. Don Inzoli, negli anni, ha «approfittato con spregiudicatezza della propria posizione di forza e prestigio per ottenere soddisfazione sessuale, tradendo la fiducia in lui riposta dai giovani nei momenti di confidenza delle proprie problematiche personali e anche nel corso del sacramento della Confessione». Otto gli episodi di violenza sessuale contestati e per cui l’allora procuratore di Cremona Roberto Di Martino aveva chiesto sei anni di reclusione: il sacerdote ha risarcito cinque vittime con la somma di 25 mila euro a testa. Anche se i casi, in parte prescritti, di cui si sono occupati gli investigatori sono, a detta dei giudici, «venticinque-trenta».

    Gli abusi, per cui si è andati a processo, sono stati commessi tra il 2005 e il 2008 non solo nell’ufficio del religioso ma anche nei luoghi di villeggiatura durante le vacanze estive. Tutti minorenni vittime di una «forte sottomissione psicologica». Contro don Inzoli era già intervenuta la Santa Sede, sotto Benedetto XVI, punendolo con la riduzione allo stato laicale. Francesco, in seguito, aveva ammorbidito la sanzione e invitato il prete a condurre una vita di «preghiera e di umile riservatezza come segni di conversione e di penitenza» per poi ridurlo nuovamente allo stato laicale nel giugno del 2017.

    L’inchiesta penale era partita dopo gli esposti, tra gli altri, presentati dal sindaco di Crema e di Franco Bordo, parlamentare di Sinistra Ecologia Libertà, nel giugno 2014, solo dopo la pubblicazione sul sito della curia cremasca della decisione della Santa Sede. Prima su questa brutta storia di pedofilia c’erano state solo famiglie cui era stato garantito che si sarebbe fatto qualcosa, ma che hanno atteso invano.

    Gli inquirenti sono riusciti a identificare solo alcune vittime perché il Vaticano ha sempre negato la rogatoria: con quella richiesta la procura aveva invocato di poter conoscere atti inerenti i casi di abusi sui minori, ma la risposta era che vigeva il segreto. Quello che don Inzoli – fotografato nel gennaio del 2015, quando, già sotto inchiesta, è tra le prime file al convegno sulla famiglia organizzato dalla Regione Lombardia – ha fatto prima, non potrà mai più essere perseguito. «Nonostante la Santa Sede non si sia prodigata nella consegna degli atti, sono contento che si sia giunti all’accertamento della verità. Se ci fosse stata più collaborazione, avremmo potuto sentire anche qualcun altro e in questo modo nelle testimonianze ci sarebbe stata una maggiore diversificazione» aveva detto il Pubblico Ministero. Un muro descritto anche nelle motivazioni della sentenza di primo grado: «La prima fase delle indagini compendiata in atti appare primariamente volta all’individuazione di eventuali ipotesi di reati e relative vittime di abusi sessuali […] i cui nominativi non sono mai stati comunicati dalle autorità ecclesiali nemmeno a seguito della rogatoria internazionale promossa dal pm […] In tale contesto» prosegue il giudice «veniva individuato un consistente numero di persone che riferivano di essere state vittime di attenzioni di ordine sessuale da parte di don Inzoli, quando erano ancora minorenni o da poco avevano raggiunto la maggiore età, per i cui fatti non era possibile promuovere l’azione penale per mancanza delle condizioni di procedibilità in assenza di tempestiva querela o per i quali era già decorso il termine prescrizionale».

    Grazie a questi ritardi il prete, considerato «una specie di idolo meritevole di venerazione», ha potuto invadere la vita e l’intimità di molti. Un’invasione descritta da una delle vittime così: «Sono stato trattato proprio come un oggetto e mi ero sentito praticamente violentato». Vergogna, imbarazzo, disgusto i sentimenti delle vittime durante gli incontri che poi venivano giustificati dal prete citando passi biblici o episodi della tradizione ebraica come l’inesistente “battesimo dei testicoli”. «Alla vastità dell’azione commessa corrisponde anche un danno nelle giovani vittime su larga scala» chiosa il giudice. Tanto che fra le vittime del prete di cl c’è anche chi poi si è suicidato.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/12/17/preti-pedofili-cosi-il-muro-di-gomma-del-vaticano-fece-prescrivere-abusi-compiuti-da-don-mauro-inzoli/5622416/?fbclid=IwAR2YNCoUVBELbwa7CwOAuUxOr5Xp1GvlKD-VsPi-APHH61Kyt7cBRUMwEL4

  • PROVOLO; Dopo la condanna argentina, al via i procedimenti in Italia già annunciati dalla Rete L’ABUSO

    PROVOLO; Dopo la condanna argentina, al via i procedimenti in Italia già annunciati dalla Rete L’ABUSO

    “ E’ infatti emerso dall’istruttoria espletata che l’Istituto Provolo è Ente Morale di diritto privato e dipende, e dipendeva anche all’epoca, dalla Congregazione Compagnia di Maria che è ente ecclesiastico. Quest’ultima dipende a sua volta dall’Ufficio Congregazione Vita Consacrata del Vaticano.”

    “Una seconda osservazione attiene al fatto che don Corradi Nicola, arrestato in Argentina il 28-11-16 per il reato di abusi sessuali su minori, si trasferì (o fu fatto trasferire) in quel paese nel gennaio del 1970.

    In quella data pertanto, avrebbe dovuto effettuarsi un oculato controllo sulla sede presso la quale il sacerdote sarebbe stato destinato, alla luce delle sue tendenze pedofie, all’epoca già note all’interno della Congregazione.”

    Di Francesco Zanardi

    Quelle che avete appena letto non sono parole nostre, ma quelle del Pubblico Ministero Valeria Ardito, della Procura della Repubblica di Verona, che a seguito dei 3 fascicoli che la Rete L’ABUSO presentò sul caso Provolo nei primi mesi del 2017 – alla fine delle indagini – ravvisò che la congregazione Compagnia di Maria per l’educazione dei sordi, era indipendente dalla diocesi di Verona e che la responsabile giuridica di tutti gli Istituti Antonio Provolo sparsi per il mondo, fosse riferibile unicamente alla Congrgazione, con sede in Stradone Provolo, Verona Italia.

    La documentazione che Rete L’ABUSO depositò all’epoca, fu prodotta innanzitutto per una conferma ufficiale, che la tesi della Rete L’ABUSO – secondo la quale l’Istituto Provolo fosse indipendente dalla diocesi di Verona e che il vescovo Giuseppe Zenti si stesse proponendo come “improprio” interlocutore” – fosse corretta, e la Procura ha confermato questo dato, con l’archiviazione della posizione del solo Vescovo di Verona.

    I reati contestati dalla Rete L’ABUSO all’epoca e ancora oggi, si basano in particolare sul secondo comma dell’articolo 40 del codice penale che recita “Non impedire un evento di cui si ha l’obbligo giuridico di evitare, equivale a cagionarlo” .

    Naturalmente questa contestazione ha valore effettivo solo quando è presente una condanna, e all’epoca era solo in corso un’indagine in Argentina, quindi l’accusa non era ancora procedibile.

    La condanna di ieri a 42 anni per don Nicola Corradi, apre oggi il procedimento italiano per le responsabilità omissive imputabili ai vertici della Congregazione Compagnia di Maria per l’educazione dei sordi, con sede a Verona.

    Per quanto riguarda invece gli altri due condannati, Horacio Corbacho e Armando Gómez, per il momento l’associazione non è in possesso di materiale sufficiente per dimostrare che la Congregazione fosse al corrente anche delle loro tendenze pedofile e per il momento quindi, gli ultimi due non saranno oggetto delle contestazioni che a breve formuleremo alla Procura di Verona, contro la sede italiana dell’Istituto.

    Alle 15 di oggi (ora dell’Argentina 19 ora italiana) si terrà una riunione tra il presidente della Rete, gli avvocati italiani e il nostro Procuratore in Argentina, l’avvocato Carlos Lombardi, al fine di pianificare la strategia da intraprendere.

    Zanardi

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webpwp-content/uploads/2026/01/il-vescovo-di-bilbao-riconosce-il-lavoro-di-el-pais-per-indagare-sulla-pedofilia-e-gli-sforzi-delle-vittime-per-denunciare.webp2017/01/11/pedofilia-esposto-a-pm-di-verona-su-eventuali-omissioni-del-vescovo-tre-denunce-tra-italia-e-argentina/
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  • «Gustavo Zanchetta ha compiuto abusi su seminaristi»: chiesto ordine di cattura per il monsignore

    «Gustavo Zanchetta ha compiuto abusi su seminaristi»: chiesto ordine di cattura per il monsignore

    Dopo ricerche andate a vuoto, per l’irreperibilità del prelato, la magistratura di Salta, in Argentina, ha chiesto un mandato di cattura internazionale nei confronti del vescovo argentino Gustavo Zanchetta, domiciliato in Vaticano, accusato del reato di abuso sessuale semplice e continuato ai danni di due seminaristi.

    Aggravante: è un ministro del culto

    A costituire un’aggravante è il fatto che l’abuso possa essere stato commesso da un ministro di culto. L’ex vescovo di Oran, considerato vicino a papa Francesco, non ha risposto a ripetute telefonate e email inviate per notificare gli atti processuali e ha spostato il domicilio nello Stato del Vaticano. Nel 2017 monsignor Zanchetta è stato richiamato a Roma dal pontefice, che ha autorizzato a maggio scorso l’apertura nei suoi confronti di un giudizio canonico.

    Ora la parola alla Segreteria di Stato Vaticana

    Dovrà essere la segreteria di Stato vaticana ad autorizzare l’arresto di Zanchetta. Se il giudice argentino accoglierà la richiesta del pubblico ministero Maria Soledad Filtrin, spetterà a monsignor Parolin decidere se consegnare l’alto prelato alla magistratura. E il suo “verdetto” dovrà essere concordato con il Pontefice visto che il vescovo gode dell’immunità diplomatica e risiede a Santa Marta, la stessa struttura dove alloggia il Papa. Zanchetta era stato denunciato il 6 febbraio scorso da un giovane che aveva rivelato di essere stato vittima di «episodi a sfondo sessuale» da parte di colui che «esercita le funzioni di vescovo della diocesi di Oran». Qualche giorno dopo un secondo seminarista lo aveva denunciato per abusi e condotta inappropriata, all’interno della canonica San Antonio, nello stesso seminario. Il fatto che abbia deciso di rifugiarsi in Vaticano non rende scontato il via libera all’arresto anche se nei confronti di monsignor Zanchetta è stato avviato anche un giudizio canonico e dunque bisognerà conoscere l’esito del procedimento per capire l’orientamento della segreteria di Stato. Tenendo però conto che tra Santa Sede e Argentina non esistono trattati di cooperazione internazionale.

    https://roma.corriere.it/notizie/cronaca/19_novembre_21/ordine-cattura-internazionale-monsignor-zanchetta-abusi-sessuali-d484cac0-0c6e-11ea-89cc-e514bdace0f8.shtml?fbclid=IwAR3q2ky2movQc7Ubfu3b7a_mHiY-CpVMTxhhOPorZQH7KMRThnuHUFUgKO8&refresh_ce-cp

  • Presunti abusi di don Nello Giraudo, via al procedimento civile

    Presunti abusi di don Nello Giraudo, via al procedimento civile

    Questa mattina le prime due udienze in Tribunale a Savona

  • Subì violenza sessuale dal parroco, ma per il magistrato dopo i 14 anni era “consenziente”. Giada Vitale su Rai1: “Delusa dalla Procura”

    Subì violenza sessuale dal parroco, ma per il magistrato dopo i 14 anni era “consenziente”. Giada Vitale su Rai1: “Delusa dalla Procura”

    La notizia è di pochi giorni fa. Il Pubblico Ministero di Larino ha deciso di archiviare, per mancanza di elementi, la posizione di don Marino Genova relativa agli abusi sessuali commessi su Giada Vitale quando la ragazza ha compiuto il quattordicesimo anno di età. Una archiviazione che ha scioccato la stessa protagonista di un lungo inferno che si è concluso solo nel momento in cui ha trovato la forza di denunciare quelle violenze avvenute in sacrestia. La difesa, rappresentata dall’avvocato Giuseppe D’Urbano, sta preparando (altro…)

  • Guai per Zanchetta, diocesi perquisita e sequestrati i pc

    Guai per Zanchetta, diocesi perquisita e sequestrati i pc

    Nico Spuntoni

    Nuove ombre su Gustavo Óscar Zanchetta, il vescovo argentino sul quale è già in corso un’inchiesta per presunti abusi sessuali. I locali della diocesi di Orán sono stati perquisiti dagli uomini della Procura della Repubblica. Un provvedimento scaturito nell’ambito di un’indagine per presunte frodi contro lo Stato ed amministrazione fraudolenta.

    Nuove ombre su Gustavo Óscar Zanchetta, il vescovo argentino sul quale è già in corso un’inchiesta per presunti abusi sessuali. I locali della diocesi di Orán, di cui il prelato fu titolare dal 2013 al 2017, sono stati perquisiti dagli uomini dell’Unità per i crimini economici della Procura della Repubblica.

    Un provvedimento scaturito nell’ambito di un’indagine per presunte frodi contro lo Stato ed amministrazione fraudolenta. L’accusa è relativa a fatti che sarebbero avvenuti proprio nel periodo in cui Zanchetta, prima di essere nominato a sorpresa assessore dell’Amministrazione del patrimonio della Sede Apostolica, ricopriva l’incarico di vescovo. La perquisizione, condotta da Monica Viazzi, procuratore penale di Salta, ha portato al sequestro dei computer e dei documenti presenti nel quartier generale amministrativo della diocesi e risalenti a quel lasso temporale.

    La scorsa estate il pubblico ministero competente ha formalizzato contro Zanchetta l’accusa di “abusi sessuali continui ed aggravati” sulla base delle testimonianze di due seminaristi che hanno raccontato di aver subito molestie sessuali tra il 2016 ed il 2017. Dall’Argentina, i problemi del vescovo emerito di Oràn sono arrivati in Vaticano: su di lui è stata aperta un’indagine anche da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede.

    Questo però non gli ha impedito di partecipare agli esercizi spirituali nella Casa del Divin Maestro ad Ariccia lo scorso marzo, invitato direttamente da Francesco. Il papa ed il vescovo indagato si erano conosciuti quando entrambi lavoravano nella conferenza episcopale argentina: Zanchetta era stato il sottosegretario esecutivo durante la presidenza dell’allora cardinale Bergoglio. La sua era stata una delle prime ordinazioni episcopali dell’attuale pontificato, il 23 luglio del 2013. Quattro anni dopo, però, il pontefice aveva dovuto accogliere le sue dimissioni arrivate dopo le continue lamentele pervenute in Vaticano tramite la Nunziatura e relative ad una presunta gestione economica disordinata della diocesi e a comportamenti autoritari.

    Nonostante ciò, il 19 dicembre del 2017 Zanchetta è stato nominato Assessore dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica, incarico nel quale non ha predecessori e – finora – neppure successori. Pur essendo sospeso dalle sue funzioni per l’indagine portata avanti sul suo conto dall’ex Sant’Uffizio, il nome del prelato argentino continua a comparire nella struttura dell’organismo guidato da monsignor Galantino. Non a caso, lo scorso giugno, nell’ambito del processo argentino per abusi nel quale è imputato, Zanchetta ha ottenuto il permesso di tornare a Roma per motivi di “natura occupazionale” almeno fino ad agosto.

    La decisione del giudice Claudio Alejandro Parisi non aveva accolto le richieste del pm che si era opposto alla possibilità di lasciar partire il vescovo, ma aveva mantenuto le misure restrittive disposte in precedenza. Francesco, rispondendo ad una domanda sull’ex sottosegretario della conferenza episcopale argentina, durante un’intervista concessa alla giornalista Valentina Alazraki per Televisa, aveva spiegato di aver creato per Zanchetta una posizione ad hoc all’Apsa, la cassaforte immobiliare della Santa Sede, perché “economicamente era disordinato, ma non ha gestito male economicamente le opere che ha fatto. Era disordinato ma la visione è buona”.

    La Santa Sede, attraverso un comunicato emesso allo scoppio del caso dall’allora portavoce ad interim della Sala Stampa, Alessandro Gisotti, aveva sostenuto che al momento della nomina presso l’organismo presieduto da monsignor Galantino, contro il vescovo argentino erano emerse accuse di autoritarismo ma non ancora quelle di abusi sessuali.

    https://lanuovabq.it/it/guai-per-zanchetta-diocesi-perquisita-e-sequestrati-i-pc

  • Pedofilia: caso Pell, Alta Corte decide se accettare appello

    Pedofilia: caso Pell, Alta Corte decide se accettare appello

    Il pronunciamento atteso per mercoledì in Australia
    Roma. L’Alta Corte australiana deciderà mercoledì 13 novembre se procedere con l’appello presentato dal cardinale George Pell condannato per pedofilia. Pell, ex Prefetto dell’Economia in Vaticano, 78 anni, è stato condannato in primo grado; condanna confermata in appello e deve scontare sei anni di carcere. Il ricorso all’Alta Corte è la sua ultima possibilità di tornare in libertà. Il cardinale si è sempre dichiarato innocente. Se i giudici accetteranno di riaprire il processo, come chiesto dalla difesa di Pell, il procedimento dovrebbe cominciare a febbraio, dopo la pausa estiva australiana. La richiesta all’Alta Corte è stata contestata dall’ufficio del pubblico ministero secondo il quale non ci sono le basi per riaprire giudizialmente il caso. Al momento il cardinale e’ in carcere, in regime di isolamento per proteggerlo dagli altri detenuti. Se l’Alta Corte riterra’ di non dover procedere, Pell dovra’ trascorrere in carcere tre anni e otto mesi prima di avere diritto alla libertà condizionale.
    ANSA

  • Violenta bimba di 11 anni, Don Michele inseguito e picchiato sull’asse mediano

    Violenta bimba di 11 anni, Don Michele inseguito e picchiato sull’asse mediano

    Sarebbe stato inseguito, speronato e picchiato sull’Asse Mediano già qualche giorno fa Don Michele Mottola, il parroco di Trentola Ducenta accusato di pedofilia. A rivelare il retroscena è il portale Internapoli.it.

    L’aggressione

    Don Michele si trovava in auto, lungo l’asse mediano, circa sette giorni fa, quando sarebbe stato bloccato da un parente stretto della bimba di 11 anni vittima dei suoi presunti abusi sessuali. L’uomo l’avrebbe costretto a scendere dalla macchina e poi lo avrebbe aggredito a schiaffi e pugni. Ad evitare il peggio sarebbe stato l’intervento di due motociclisti di passaggio. I centauri, assistendo all’aggressione, avrebbero difeso il parroco e placato l’ira del familiare della bambina.

    Le cure mediche

    Successivamente all’aggressione fisica, Don Michele Mottola ha fatto ricorso alle cure mediche. Poi avrebbe denunciato anche l’episodio di cui è stato vittima ai carabinieri. I militari dell’Arma hanno avviato le indagini di rito per individuare l’aggressore. Ad ogni modo l’attenzione intorno al parroco di Trentola Ducenta, trasferito nell’Agro Aversano da Qualiano lo scorso maggio, resta altissima. Oggi per lui è scattato l’arresto. A inchiodarlo gli audio realizzati dalla vittima: una bimba di 11 anni che ha registrato gli incontri a sfondo sessuale tra i due.

    L’interrogatorio

    Sempre come anticipa Internapoli.it, lunedì prossimo il pubblico ministero interrogherà Don Michele presso il carcere di Secondigliano, in presenza del suo avvocato, il dottor Antimo d’Alterio. Determinante ai fini del suo arresto sarebbe stato anche l’incidente probatorio che ha messo l’uno di fronte l’altra il prete e la bambina. Durante di esso la piccola ha confermato gli abusi subiti mentre il parroco avrebbe respinto tutte le accuse.

    https://www.teleclubitalia.it/178156/violenta-bimba-di-11-anni-don-michele-inseguito-e-picchiato-sullasse-mediano/

  • SAVONA: Non hanno minimamente intenzione di risarcire, nessun accordo tra la diocesi e le cinque vittime di don Giraudo

    SAVONA: Non hanno minimamente intenzione di risarcire, nessun accordo tra la diocesi e le cinque vittime di don Giraudo

    Persino un orologio fermo segna l’ora esatta due volte al giorno, a meno che non sia quello del duomo di Savona che, malgrado i proclami di papa Francesco, sembra incapace di restituire dignità a questa diocesi e alle vittime dei suoi preti pedofili e dei vescovi che li hanno favoriti.

    Di Francesco Zanardi

    Nel giugno scorso, dopo un tentativo di conciliazione avanzato da cinque vittime di pedofilia e concluso con una proposta indecente del vescovo di Savona Caloggero Marino – avrebbe voluto indennizzarle, per le violenze subite, con l’istituzione di un numero verde gestito dalla diocesi, e non avrebbe neppure dato l’opportunità alle vittime di avere un’occupazione – gli avvocati della Rete L’ABUSO, Elena Peruzzini e Francesca Rosso, hanno citato in giudizio la diocesi savonese.

    La citazione si riferisce al caso del sacerdote Nello Giraudo e agli abusi da lui commessi con il favoreggiamento dei vescovi, dal 1980 al 2000 circa, anche se l’ultimo abuso commesso da Giraudo risale al 2005. In quest’ultimo caso la vittima sarebbe già stata risarcita nel 2012, dopo che Giraudo patteggiò una condanna a un anno e sei mesi, per le molestie inflitte al giovane scout, all’epoca dei fatti quindicenne.

    Dall’indagine della procura di Savona condotta dal pubblico ministero Giovanni Battista Ferro, emerse che le coperture della chiesa a tutela del sacerdote iniziavano nel 1980, lo stesso anno in cui don Giraudo prende i voti e quando una mamma di Valleggia denuncia, all’allora vescovo di Savona Giulio Sanguineti, molestie sessuali sul proprio figlio.

    In un batter d’occhio Giraudo viene spostato, a soli 15 km da Valleggia a Spotorno, in una parrocchia ancor più gremita di minori, dove produrrà altre vittime.

    Negli anni novanta, oltre che in diocesi, anche a Spotorno, le tendenze pedofile del Giraudo erano diventate di dominio pubblico, al punto tale che la stessa parrocchia e il nuovo vescovo, Dante Lafranconi, visti i precedenti del prete, ben catalogati negli archivi diocesani, ritenne di doverlo trasferire in un’altra parrocchia. Lo nominò parroco di un piccolo paesino sulle alture di Finale Ligure (SV), Orco Feglino, lontano da occhi indiscreti, dove con la benedizione dello stesso vescovo che lo aveva trasferito, aprì una comunità per minorenni in difficoltà nella quale per circa un decennio proseguì indisturbato la sua missione pastorale in alternanza con le sue perversioni.

    L’atteggiamento criminale dell’allora vescovo di Savona, Dante Lafranconi, non passò inosservato agli inquirenti, che nel 2012 ne chiesero il rinvio a giudizio. Lafranconi si salvò grazie alla prescrizione, alla quale, per suo diritto e soprattutto volendo chiarire la propria posizione, avrebbe potuto rinunciare. Ma non lo fece.

    Il Giudice del tribunale di Savona Fiorenza Giorgi, sulla base della documentazione emersa dalle indagini della procura, se pur costretta ad archiviare in quanto il reato era estinto, lo fece con parole durissime nei confronti dell’allora vescovo;  “la disposta archiviazione nulla toglie alla pesantezza della situazione palesata dalle espletate indagini dalle quali è emerso come la estrema gravità delle condotte criminose del Giraudo non fosse stata per nulla considerata; dai documenti, perfettamente in linea con l’atteggiamento omissivo del Lafranconi, risulta – è triste dirlo – come la sola preoccupazione dei vertici della Curia fosse quella di salvaguardare l’immagine della diocesi piuttosto che la salute fisica e psichica dei minori che erano affidati ai sacerdoti della medesima e come principalmente (per non dire unicamente) per tale ragione l’allora vescovo di Savona non aveva esercitato il suo potere-dovere  di controllo sui sacerdoti e di protezione dei fedeli. Altrettanto triste è osservare come, a fronte della preoccupazione per la “fragilità” e la “solitudine” del Giraudo e il sollievo per il fatto che “nulla è trapelato sui giornali”, nessuna espressione di rammarico risulta dai documenti agli atti a favore degli innocenti fanciulli affidati alle cure del sacerdote e rimasti vittime delle sue “attenzioni”.

    Dopo la citazione in giudizio depositata dai legali della Rete L’ABUSO, passati i tempi tecnici durante i quali, soprattutto sulla base dei proclami del pontefice, ci si aspettava una concreta ed onesta presa di posizione delle diocesi proprio a consolidamento dei proclami, arriva la conferma che almeno a Savona, la linea resta quella negazionista ed irresponsabile, già consolidata dai predecessori del vescovo Caloggero Marino.

    Per il difensore del sacerdote Nello Giraudo (l’avvocato Marco Russo) verrebbero messi in dubbio gli abusi perpetrati dal suo assistito e sosterrebbe che quanto affermato dal gip Fiorenza Giorgi nel decreto di archiviazione per il favoreggiamento alla pedofilia dell’ex vescovo Lafranconi,  nello specifico caso non siano supportate da alcun elemento di prova.

    Ancor più incredibile la posizione della diocesi, che non solo non ha alcuna intenzione di risarcire il dovuto alle cinque vittime, ma il vescovo Caloggero Marino, quasi non rendendosi conto, o forse facendo finta, lamenta di non essere stato lui vescovo all’epoca, ignorando di essere nominato in quella citazione non come responsabile dell’accaduto, ma semplicemente in quanto Ordinario in carica, della diocesi savonese.

    Ad irritare ulteriormente è la farsa, il colpo gobbo che la diocesi ha messo in atto per manipolare i fedeli, nel tentativo di voltare questa lunga e tanto vergognosa pagina di chiesa savonese. Apprendiamo infatti (vedi volantino) che il 19 prossimo, naturalmente a Savona, la diocesi ha organizzato un incontro nel quale, nel tentativo di rassicurare chi ancora manda i propri figli incoscientemente in parrocchia, verrà illustrato come la CEI abbia messo in atto delle linee guida a tutela dei minori e delle persone vulnerabili.

    Linee guida con le quali la chiesa da ad intendere che PREVEDE una tutela per i minori. In realtà non è rivolta a loro, ma semplicemente ad auto tutelarsi da eventuali “incidenti”, a fronte dei quali, però – come nel caso savonese e non solo – non PROVVEDE ad assumersi alcuna responsabilità o sostegno per le eventuali vittime, rinnegandole come in questo caso.

    La linea criminale ed omissiva della chiesa cattolica emerge già dal pesantissimo report delle Nazioni Unite del 31 gennaio 2014, report al quale il Vaticano avrebbe dovuto rispondere entro il 1 settembre 2017, ma non lo ha ancora fatto oggi.

    Lo stesso Motu proprio “VOS ESTIS LUX MUNDI”, recentemente emanato dal pontefice, come si può notare leggendolo, non prevede più alcuna indicazione o facoltà per i vescovi, di denunciare i crimini all’autorità giudiziaria, rendendo così ufficialmente la linea della chiesa, totalmente omissiva delle leggi civili.

    Zanardi