Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: pubblico ministero

  • Randazzo, caso Don Vincenzo Calà: la replica dell’avvocato della parte lesa

    Randazzo, caso Don Vincenzo Calà: la replica dell’avvocato della parte lesa

    In riferimento alla nostra intervista esclusiva all’avvocato del pool difensivo Agron Xhanaj di Vicenza, pubblicata il 14 luglio scorso, in cui il legale ipotizza un clamoroso errore giudiziario ai danni del sacerdote, non si è fatta attendere la replica dell’avvocato Sandro Costanzo Piccinino, legale dell’accusa nel processo che vede imputato Don Vincenzo Calà, ex arciprete della basilica di Santa Maria.

    Per l’avv. Sandro Costanzo Piccinino, del Foro di Catania, “prima di parlare di colpa grave di magistrati o di non meglio precisati pregiudizi” si aspetti il deposito delle motivazioni da parte della Corte d’Appello. E sulla questione procedurale della busta non aperta durante il processo, lo stesso legale dichiara infondate le lamentele ritenendo “che siamo ben lontani dall’errore giudiziario o dal pregiudizio”. Di seguito la replica integrale dell’avv. Sandro Costanzo Piccinino

    “Ho letto attentamente l’articolo del 14 luglio 2018 a firma del dott. Gaetano Scarpignato così rubricato: Randazzo, caso Don Vincenzo Calà: condanna ritenuta “ingiusta e frutto di un errore giudiziario” – scrive nella lettera inviata al nostro giornale l’avv. Sandro Costanzo Piccinino -.

    Afferma il difensore del prelato che, la sentenza emessa dalla Corte di Appello di Catania sia frutto di un errore giudiziario, ravvisando addirittura nel comportamento posto in essere dal Pubblico Ministero e dal GUP (Giudice per l’udienza preliminare che ebbe a condannare l’imputato), colpa grave.

    Premetto che in quasi 25 anni di professione non ho mai rilasciato dichiarazioni alla stampa, in quanto ritengo che i processi vadano celebrati nella loro sede naturale ovvero nelle aule di giustizia.

    Questo non significa che le notizie non debbano essere riportate dalla stampa, anzi in alcuni casi ritengo quasi doveroso che gli organi di informazione riportino i fatti di cronaca, essendo il diritto di stampa sacrosanto e costituzionalmente garantito.

    Ritornando al processo, ritengo “sconcertante” usando le medesime espressioni utilizzate dall’avv. Agron Xhanay, che lo stesso parli con tanta, mi si permetta il termine “leggerezza” di errore giudiziario, di “pregiudizio di essere nelle condizioni di prete denunciato”, di “giudizio scevro da condizionamenti ideologici in questo periodo di anticlericalismo dilagante” o ancor cosa più grave, che si muovano accuse di colpa grave del Pubblico Ministero inquirente e del Giudice di prime cure.

    Capisco lo stato d’animo del collega che sperava in un epilogo diverso, ma credo che sarebbe opportuno, anzi doveroso da parte sua prima di parlare di colpa grave di magistrati o di non meglio precisati pregiudizi in danno del suo assistito, di aspettare pazientemente il termine di 90 giorni per il deposito delle motivazioni da parte della Corte di Appello di Catania.

    Aggiunge il detto legale che, la parte civile ha un interesse economico nel processo perché ha chiesto e ottenuto un risarcimento economico. Anche tale dichiarazione merita smentita. Sul punto preciso che, il Giudice di Primo grado ha liquidato in favore della parte civile una provvisionale di euro ventimila unitamente alle spese legali.

    Orbene, se l’interesse della parte civile fosse stato di natura economica, la stessa, tramite il proprio legale, avrebbe certamente eseguito il capo della sentenza relativa alla provvisionale, cosa che ad oggi non è avvenuta e che molto probabilmente non avverrà mai, essendo state altre le motivazioni che hanno indotto l’allora minore a sporgere querela in danno del prelato.

    Quanto alle famose prove allegate in primo grado (sms e video) e contenute nella famosa busta non aperta dal P.M. e dal Giudice di Primo grado, si impone una precisazione di natura procedurale tendente a dimostrarne l’assoluta infondatezza delle lamentele sul punto. E segnatamente, detta busta non era allegata ad una memoria difensiva come erroneamente riferito dall’avvocato del prelato, ma ad una denunzia-querela depositata in data 04/05/2010 da altro difensore del Calà, successivamente revocato in grado di appello.

    Orbene, tale atto (non si è compreso nemmeno in appello come qualificarsi giuridicamente) non è stato preso in considerazione dal P.M. prima e dal giudicante dopo, in quanto depositato in assoluta violazione dell’art 333 e 337 c.p.p.

    Volevo evitare tecnicismi giuridici, ma una precisazione di natura procedurale sul punto si impone, alfine di non fuorviare i lettori. Detta querela è 1) mancante della richiesta punitiva, cosi come imposto dal combinato disposto degli artt. 336 e 337 c.p.p., 2) depositata da un difensore non munito da procura speciale, 3) nonché sottoposta a condizione in assoluta violazione del codice di rito.

    A riprova di quanto sopra detto si riporta integralmente la parte finale della denunzia/querela a firma del prelato “Chiedo, pertanto, alla S.V. di essere immediatamente sentito in ordine alle circostanze che ho riferito ed il presente Esposto/Denunzia intenderò trasformare in Denunzia/Querela per i reati che dovessero emergere, qualora dovessi essere posto a conoscenza di specifiche accuse infondate in mio danno. Qualunque altro commento sul punto sarebbe certamente superfluo e offensivo anche per i lettori privi di competenze giuridiche.

    In ultimo, ma non per minore importanza, mi duole leggere da un collega dichiarazioni del tipo “giustizia con la g minuscola” o “malvagità che invece spesso cova in persone che si nutrono di male” frasi che lasciano intendere, anzi per riportare proprio le parole del collega, che il suo assistito sia stato oggetto si errore giudiziario o di una congiura ordita in suo danno da questa famiglia di malvagi!

    Dovere di verità impone di rendere edotto il lettore che la difesa del prelato in primo grado ebbe a produrre ben sette testimoni a discolpa, escussi ai sensi dell’art. 391 bis, ter c.p.p. ovvero con le indagini difensive, proprio dall’allora difensore successivamente revocato.

    Orbene, il giudice di prime cure sul punto a pag. 12 della sentenza di condanna così statuisce “le dichiarazioni dei testi sentiti dalla difesa, soggetti inseriti nella medesima comunità parrocchiale, i quali, certamente privi di conoscenze dirette, confortavano la tesi difensiva del complotto della famiglia Cullurà a danni del prete, fornendo tuttavia dello stesso giustificazioni assolutamente risibili… la lettura di tali dichiarazioni non può prescindere ancora una volta dal contesto nel quale i soggetti che le hanno reso operano e dalla personalità manipolatrice dell’imputato che non ha mai esitato ad abusare della funzione di parroco esercitata condizionando, per il proprio interesse, gli appartenenti alla comunità”. (Sentenza 629/2014 del 01.07.2014 GUP Tribunale di Catania).

    Ritengo che siamo ben lontani dall’errore giudiziario o dal pregiudizio in danno del prete così come sostenuto dal collega, difensore del prelato!!!

    Concludo – scrive nella sua lettera l’avv. Sandro Costanzo Piccinino – riponendo ancora una volta la mia fiducia nella giustizia, senza alcun distinguo tra “giustizia con la g minuscola o maiuscola”, fiducia che mi si impone per il dovuto rispetto che il sottoscritto nutre da quasi 25 anni per la toga che indossa ivi compresa quella riposta sulle spalle dei Magistrati”.

    Randazzo, caso Don Vincenzo Calà: la replica dell’avvocato della parte lesa

  • Si indaga su “abusi sessuali” contro i chierichetti del Papa

    Si indaga su “abusi sessuali” contro i chierichetti del Papa

    Ai pm la denuncia di un ragazzo che viveva nell’istituto in Vaticano: “Un seminarista, oggi prete, mi violentò per anni. E ci sono altre vittime”

    Di Alessandro Mantovani e Ferruccio Sansa

    C’è un’inchiesta alla Procura di Roma, a un chilometro dalle mura vaticane, che può mettere in imbarazzo le gerarchie ecclesiastiche fino a papa Francesco. Riguarda i presunti abusi, almeno in parte fra minori, commessi nel Preseminario San Pio X, l’istituto che all’interno della Santa Sede ospita i chierichetti che servono messa in San Pietro con il Papa. Ragazzini in un percorso “pre-vocazionale”.

    “Ci entrai nel 2006, avevo 13 anni”, ha raccontato un giovane, oggi 26enne, che chiameremo Mario. “Appena arrivai l’allora rettore, monsignor Enrico Radici, mi indicò un ragazzo di un anno più grande di me, già ammesso al seminario. Mi disse che ero giovane e per ogni cosa dovevo affidarmi a lui. Di lì a poco iniziò a entrare quasi tutte le notti nella stanza in cui dormivo con altri due, mi accarezzava, mi praticava sesso orale, costringeva me a fare altrettanto, poi veri e propri atti di sodomia”.

    COSI’, RACCONTA Mario, per sei anni, finchè non decise di andarsene nel 2012. Non senza aver parlato, almeno dal 2009, con monsignor Radice: “Mi disse che ero invidioso di lui, che mi avrebbe mandato via e avrebbe raccontato tutto alla mia famiglia”. Il giovane riferisce di gravissime sofferenze.

    “Si è sentito solo, abbandonato, nonostante il tempo trascorso non ha superato quello che ha vissuto, la sua vita di relazioni è seriamente compromessa, è tuttora in cura da una psicoterapeuta – spiega l’avvocato Dario Imparato, che lo assiste –. Un anno di differenza a quell’età vuol dire molto, per di più il rettore aveva attribuito grande autorità all’altro giovane”. Nella denuncia il ragazzo scrive che altri giovanissimi avrebbero subito gli stessi abusi da parte di Gabriele Martinelli, oggi sacerdote 27enne in Lombardia.

    La storia è nota dalla fine del 2017, quando ne scrisse Gianluigi Nuzzi nel libro Peccato originale (Chiarelettere) e se ne occuparono Le Iene. La riferì un giovane polacco, Kamil, che per due anni, tra il 2010 e il 2011, aveva condiviso la cameretta con Mario e disse di aver assistito ai continui abusi e ai tentativi del ragazzo di negarsi al seminarista. Anche secondo Kamil, non era una libera relazione tra giovani gay. Solo allora Mario, raggiunto dalle Iene, si affidò all’avvocato Imparato per sporgere denuncia. “Mi rivolsi – spiega il legale – all’ufficio del Promotore di Giustizia vaticano”, il pubblico ministero della Santa Sede, al vertice del quale c’è il professore Gian Piero Milano con l’aggiunto professor Roberto Zanotti.

    Per quanto si è capito hanno indagato, hanno sentito una trentina di persone, nel dicembre scorso Panorama ha scritto che l’inchiesta era conclusa ma poi non se n’è saputo più niente, forse perché gli abusi su minori nel codice penale vaticano sono puniti solo in caso di tempestiva querela, mentre in Italia si procede d’ufficio.

    IL SERVIZIO della Iene lo vide anche l’allora procuratore della Repubblica di Sondrio, che aprì un fascicolo perché il presunto responsabile degli abusi diceva messa nel territorio di sua competenza. Poiché però le presunte violenze sarebbero state commesse in Vaticano, da Sondrio gli atti furono trasmessi, nel 2018, alla Procura di Roma, competente per i reati avvenuti all’estero, Vaticano compreso, in danno di cittadini italiani, esattamente come avviene per l’omicidio Regeni o i sequestri dei nostri connazionali all’estero. L’inchiesta è condotta nel più stretto riserbo dal pm Stefano Pizza con i carabinieri, sotto il coordinamento del procuratore aggiunto Maria Monteleone ed è alle battute conclusive. Al centro c’è don Martinelli, che si occupava addirittura di ritiri spirituali, cioè anche di giovanissimi, ma poi – secondo alcune fonti – sarebbe stato trasferito ad altro incarico.

    Ci sono gli abusi denunciati da Mario. La Procura sta anche ricostruendo, anche al di là dei possibili rilievi penali, l’atteggiamento delle gerarchie ecclesiastiche. Perché le notizie sui presunti abusi sono arrivati molto in alto, fino ai vertici dell’Opera Don Folci di Como che gestisce il preseminario San Pio X e al cardinale Angelo Comastri, vicario generale del Papa per la Città del Vaticano. Ci sono alti prelati che si sono dati da fere per chiarire, altri invece si sono girati dall’altra parte. Ai tempi dei presunti abusi, quando sul soglio pontificio c’era papa Ratzinger, come ai tempi in cui la vicenda è emersa sotto il pontificato di Bergoglio, che ha dichiarato guerra ai preti pedofili in tutti i continenti.

    SAREBBE INCREDIBILE se i magistrati di Piazzale Clodio aprissero un processo prima di quelli della Santa Sede su abusi avvenuti in Vaticano, nell’istituto in cui i chierichetti del Papa dovrebbero essere trattati meglio di qualsiasi altro ragazzino, accanto a Casa di Santa Marta dove vive il pontefice. Proprio lui, papa Francesco, ha o avrà in mano le conclusioni dell’inchiesta vaticana. E il pontefice, se volesse, potrebbe intervenire anche sul codice, introducendo la procedibilità d’ufficio per gli abusi in danno di minori.

    (trascrizione da Il Fatto Quotidiano del 27 giugno 2019)

  • Il prete accusato di abusi  “Reato prescritto” per nove giorni

    Il prete accusato di abusi “Reato prescritto” per nove giorni

    CATANIA. Nove giorni possono cambiare il destino di un processo. La sentenza di secondo grado è stata depositata nove giorni dopo l’avvenuta prescrizione. Quasi una beffa. 

    Si chiude così la vicenda giudiziaria, drammatica, che ha coinvolto il prete di Randazzo Vincenzo Calà Impirotta accusato di abusi ai danni di un minorenne. Il processo di primo e secondo grado si è chiuso con una condanna. In appello la pena è stata ridotta. Ma le motivazioni del verdetto della Corte d’Appello sono arrivate, forse per mero errore di calcolo, quando già era intervenuta la prescrizione. La Suprema Corte di Cassazione, a cui è arrivato il procedimento dopo il ricorso presentato dai difensori del parroco, non ha potuto far altro che prenderne atto. “Annulla gli effetti penali senza rinvio la sentenza impugnata per essere i reati estinti per prescrizione”, si legge nel dispositivo. A Randazzo, dove la comunità ha sempre difeso il sacerdote, la notizia si è immediatamente diffusa. E c’è chi parla di “giustizia è fatta”. Ma prescrizione non significa, giuridicamente, assoluzione.

    La Cassazione, infatti, scrive ancora: “Dichiara inamissibile il ricorso agli effetti civili e condanna il ricorrente alla rifusione delle spese per il grado di giudizio alla parte civile”. 

    Su questo punto gli avvocati di parte civile tengono a fare le dovute precisazioni. “La Suprema Corte ha annullato la sentenza della Corte di Appello di Catania – dichiarano a Livesicilia gli avvocati Sandro e Giovanni Costanzo Piccinino – per essere i reati estinti per prescrizione in data 01.07.2018, ovvero 9 giorni prima del deposito della sentenza della Corte di Appello di Catania avvenuto in data 10.07.2018. In ogni caso, la prescrizione non ha certamente cancellato nel merito i reati contesati, e sopratutto accertati, in due gradi di giudizio dal Tribunale e dalla Corte di Appello di Catania. Ed in particolare, la Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso agli effetti civili, condannando il ricorrente al pagamento delle spese per il grado di giudizio di legittimità, e lasciando aperta la strada per l’eventuale azione in sede civile. In breve – concludono i due penalisti –  il granitico impianto accusatorio della Procura della Repubblica di Catania (le cui indagini vennero poste in essere dal Pubblico Ministero Dott.sa Lina Trovato) ha retto al vaglio sia del giudice di prime cure che condannava il prelato a quattro anni di reclusione, sentenza confermata dalla Corte di Appello di Catania la quale riduceva la pena finale ad anni tre di reclusione”.

    https://catania.livesicilia.it/2019/06/25/il-prete-accusato-di-abusi-reato-prescritto-per-nove-giorni_500602/?fbclid=IwAR1E5Tgu-HwTT9pbJFh8p5IF6KKFnlISHJb20nVxwytRK3bb6UyIj7HUqzo

  • Argentina, Zanchetta autorizzato a rientrare in Vaticano in mezzo alle indagini

    Argentina, Zanchetta autorizzato a rientrare in Vaticano in mezzo alle indagini

    Il giudice ha concesso al vescovo, accusato di abusi, un permesso speciale di “lavoro” fino all’8 agosto. Da gennaio è sospeso dalle sue funzioni presso l’Apsa
    Potrà tornare in Vaticano – seppur per un breve periodo – monsignor Gustavo Zanchetta, il vescovo argentino assessore dell’Apsa sotto processo nel suo Paese per «abusi sessuali aggravati». A due settimane esatte dalla formalizzazione in tribunale delle accuse di aver molestato due seminaristi mentre era ordinario diocesano (e quindi prima di lasciare la carica di pastore a Oran ed essere trasferito in Vaticano), il presule è stato autorizzato dal giudice di Garanzia, Claudio Alejandro Parisi, a lasciare l’Argentina e rientrare a Roma. Potrà restare fino all’8 agosto: quel giorno, alle 10 del mattino, dovrà presentarsi in tribunale.

    Lo rende noto El Tribuno, il quotidiano argentino che per primo ha reso pubbliche le accuse al vescovo 54enne e ha seguito il caso sin dalle strane e repentine dimissioni del prelato dalla diocesi di Oran di tre anni fa. Secondo la testata, Zanchetta – dichiarato dal tribunale colpevole di reati «continui e aggravati» poiché ministro del culto – attraverso uno dei suoi legali difensori, Enzo Gianotti, ha chiesto la revoca delle misure restrittive della libertà e la restituzione del passaporto e di tutti gli altri documenti personali sequestrati per poter far rientro a Santa Marta, la residenza vaticana dove risiede Papa Francesco.

    Le motivazioni sarebbero «di natura occupazionale», ovvero questioni di lavoro. Va ricordato che Zanchetta è stato sospeso da ogni funzione presso l’importante ufficio che amministra il patrimonio della Santa Sede, come faceva sapere un comunicato vaticano di gennaio annunciando l’apertura di un’indagine presso la Congregazione per la Dottrina della Fede. 

    Sembra che in Argentina il pubblico ministero incaricato del caso, Soledad Filtín, si sia opposto alla decisione di far lasciare al vescovo il Paese a causa dell’importanza della fase investigativa in cui si trova il caso. L’accusa, ha detto il pm, è in attesa di prove certe che «potrebbero richiedere la sua presenza». Al prelato sono stati imposti infatti numerosi obblighi di reperibilità e domicilio nonché disponibilità ad essere sottoposto a perizia psichiatrica. Già lo scorso mercoledì 12 giugno Zanchetta si era dovuto presentare per i primi accertamenti psichiatrici.

    Da parte sua il giudice Parisi ha ammesso di riconoscere che la decisione «avrebbe influenzato le estremità del procedimento penale» e anche di condivide i criteri con il procuratore Filtrín che «i requisiti non sono soddisfatti» per accettare il rilascio di Zanchetta. Per questo non ha ritirato definitivamente le misure restrittive, ma ha concesso tuttavia all’assessore dell’Apsa il permesso per un viaggio speciale con rientro, però, tra poco più di un mese.

  • Bambina palpeggiata in chiesa alla messa, il prete chiede verità e giustizia

    Bambina palpeggiata in chiesa alla messa, il prete chiede verità e giustizia

    “Se ci sono delle responsabilità, vengano colpite duramente. I bambini non si toccano”. Lo dice al Corriere di Arezzo il parroco della chiesa aretina in cui sarebbe avvenuto lo scabroso episodio che vede indagato per atti sessuali un uomo di 81 anni. Palpeggiamenti su una bimba: una accusa gravissima – pedofilia – tutta ancora da dimostrare.

    “Non ero presente a quella santa messa che venne celebrata da un mio sostituto”, dice il parroco del quale non riportiamo il nome perché sull’intera vicenda, data la delicatezza e la fase iniziale delle indagini, il Corriere ha deciso di omettere ogni riferimento a tutela della minorenne. “Appena saputa la cosa, informai subito i carabinieri e invitai la mamma a presentare denuncia”. Era lo scorso dicembre e il presunto atto sessuale oggetto dell’inchiesta sarebbe avvenuto nel luogo consacrato a Dio, durante la cerimonia domenicale.

    Dalla denuncia presentata ai carabinieri dalla mamma è stato aperto un fascicolo dal sostituto procuratore Elisabetta Iannelli e nei giorni scorsi il gip Fabio Lombardo ha affidato ad una psicologa l’incarico di stabilire se la minore, nove anni, può essere sentita, con incidente probatorio senza che questo comporti per lei un trauma. La fase è dunque molto delicata. L’uomo accusato nega, e il suo avvocato non rilascia dichiarazioni. Un uomo insospettabile sul quale si è abbattuta l’ombra di uno dei peggiori reati, per di più in un ambiente come la chiesa e durante un rito religioso.

    L’inchiesta della procura tende ad accertare – attraverso testimonianze e il racconto della bambina, qualora consentito – se il fatto sia reale e di quale entità. Se frutto di suggestione o di equivoci o un comportamento effettivamente grave da parte dell’adulto, da punire in modo adeguato. Gli incontri tra psicologa e bambina sfoceranno a fine estate nella relazione al giudice in base alla quale si deciderà se effettuare l’audizione. La piccola, in caso si procedesse all’esame, con il supporto di personale specializzato verrebbe fatta entrare in un’aula dotata di specchi che la isolano da giudice, avvocati e pubblico ministero, e in modo soft verrebbe invitata a raccontare la vicenda. Verità e giustizia sono l’obiettivo, senza se e senza ma del parroco della chiesa teatro del brutto episodio.

    “La chiesa – osserva – è un luogo sacro pubblico e non si può certo evitare preventivamente l’ingresso a nessuno, non si possono impedire eventuali comportamenti impropri, ma la sicurezza deve esserci per tutti e in primo luogo per i bambini. I minori – ripete – vanno tutelati e garantiti. Per parte nostra abbiamo fatto quello che c’era da fare, adesso attendiamo”.

  • Vaticano, Zanchetta sotto accusa anche in Argentina: “Abusi sessuali aggravati”

    Vaticano, Zanchetta sotto accusa anche in Argentina: “Abusi sessuali aggravati”

    L’addebito contro l’ex vescovo emerito di Oran chiamato nel 2017 da Papa Francesco a dirigere l’Apsa è stato formalizzato in tribunale dal procuratore della provincia di Salta, Monica Viazzi. Il 28 maggio Bergoglio aveva annunciato l’apertura di un’indagine nei suoi confronti dinanzi alla Congregazione per la Dottrina della Fede

    Ora l’accusa è stata formalizzata in un tribunale. Ed è la prima volta. Monsignor Gustavo Oscar Zanchetta, dimessosi dalla diocesi di Oran nel 2017 e successivamente chiamato in Vaticano da Papa Francesco, è stato accusato da un pubblico ministero in Argentina di avere abusato sessualmente di seminaristi. Il procuratore della provincia argentina di Salta, Monica Viazzi, sostiene che il prelato ha commesso “abusi sessuali continui aggravati“.

    Il 19 dicembre 2017 Jorge Mario Bergoglio aveva nominato Zanchetta assessore dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (Apsa). A inizio di gennaio erano emerse sulla stampa le prime notizie circa le accuse mosse al prelato. Pochi giorni prima, a fine dicembre 2018, il giornale argentino El Tribuno aveva scritto che tre sacerdoti avevano puntato il dito contro il monsignore davanti al Nunzio a Buenos Aires, accusandolo di abuso di potere, economico e sessuale all’interno del seminario. Il Vaticano aveva immediatamente precisato che gli addebiti erano giunte mesi dopo la nomina all’Apsa.

    Il 20 gennaio in un’intervista all’Associated Press il reverendo Juan Jose Manzano aveva sostenuto che il Vaticano era a conoscenza dei comportamenti inappropriati di Zanchetta fin dal 2015: “Nel 2015 abbiamo inviato un ‘supporto digitale’ con foto selfie” in cui l’ex vescovo di Oran era in pose “oscene e inappropriate”, ha raccontato il sacerdote. “È stato un allarme che abbiamo lanciato alla Santa Sede attraverso alcuni vescovi in via informale. La Nunziatura non è intervenuta direttamente, ma il Santo Padre ha convocato Zanchetta e lui si è giustificato dicendo che il suo cellulare era stato violato, e che c’erano persone che volevano danneggiare l’immagine del Papa”.

    Manzano aveva aggiunto che Bergoglio conosceva bene Zanchetta in quanto quest’ultimo era stato sottosegretario della conferenza episcopale argentina. Lo stesso religioso nell’intervista aveva sostenuto che da cardinale Jorge Bergoglio era stato il confessore di Zanchetta e lo trattava come “un figlio spirituale”. Ma allo stesso tempo il reverendo aveva difeso il pontefice considerandolo una vittima delle “manipolazioni” del vescovo argentino sotto indagine.

    Il 28 maggio Papa Francesco ha annunciato l’apertura di un’inchiesta su Zanchetta. “Circa quindici giorni fa mi è ufficialmente arrivata l’indagine preliminare – ha spiegato Bergoglio in un’intervista a Televisa – L’ho letta, e ho visto che era necessario fare un processo. Allora l’ho passata alla Congregazione per la Dottrina della Fede – aggiunge il pontefice – stanno facendo il processo”.

    Ripercorrendo la vicenda, il Papa ha sottolineato che “c’era stata un’accusa e, prima di chiedergli la rinuncia, l’ho fatto venire subito qui con la persona che lo accusava. Un’accusa con telefono”. “Si’, ma alla fine si è difeso dicendo che lo avevano hackerato, e si è difeso bene – ha spiegato Francesco – Allora di fronte all’evidenza e a una buona difesa resta il dubbio, ma in dubio pro reo. Ed è venuto il cardinale di Buenos Aires per essere testimone di tutto”.

    “Io ho chiamato la Nunziatura e il Nunzio mi ha detto: ‘Guardi, la questione della denuncia per maltrattamenti è seria’. L’ho fatto venire qui e gli ho chiesto la rinuncia. Bello e chiaro. L’ho mandato in Spagna a fare un test psichiatrico. Alcuni media hanno detto: ‘Il Papa gli ha regalato una vacanza in Spagna’. Ma è stato lì per fare un test psichiatrico, il risultato del test e’ stato nella norma, hanno consigliato una terapia una volta al mese. Doveva andare a Madrid e fare ogni mese una terapia di due giorni, per cui non conveniva farlo tornare in Argentina. Alcuni lo hanno interpretato qui in Italia come un ‘parcheggio’”.

    “Perché ho raccontato tutto questo? Per dire alla gente impaziente, che dice ‘non ha fatto nulla’, che il Papa non deve pubblicare ogni giorno quello che sta facendo, ma fin dal primo momento di questo caso, non sono rimasto a guardare – ha sottolineato Francesco – Ci sono casi molto lunghi, che hanno bisogno di più tempo, come questo, e ora spiego il perché. Perché, per un motivo o per l’altro, non avevo gli elementi necessari, ma oggi è in corso un processo nella Congregazione per la Dottrina della Fede. Cioè non mi sono fermato”.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/06/08/vaticano-zanchetta-sotto-accusa-anche-in-argentina-abusi-sessuali-aggravati/5240742/

  • «Sesso, alcol e selfie», così il vescovo Zanchetta abusava di giovani seminaristi: il pm argentino lo accusa

    «Sesso, alcol e selfie», così il vescovo Zanchetta abusava di giovani seminaristi: il pm argentino lo accusa

    Un pubblico ministero in Argentina accusa monsignor Gustavo Zanchetta, dimessosi dalla diocesi di Oran nel 2017 e successivamente chiamato in Vaticano dal Papa, di avere abusato sessualmente di seminaristi. Il procuratore della provincia argentina di Salta, Monica Viazzi, lo accusa di «abusi sessuali continui aggravati». È la prima volta che viene formalizzato questo per lui in un tribunale.

    Il Papa aveva recentemente rivelato, in un’intervista televisiva, che Zanchetta è sotto processo anche in Vaticano. La vicenda di monsignor Zanchetta comincia nel 2016, quando arrivano le prime notizie di comportamenti sessuali inappropriati e veri e propri abusi nei confronti di giovani seminaristi. Il vescovo lascia improvvisamente la sua diocesi nel 2017 e alla fine dello stesso anno il Papa lo chiama a lavorare all’Apsa, l’amministrazione del patrimonio della Sede Apostolica.

    Ma il trasferimento non ha placato la voglia di giustizia delle vittime, tanto che in Vaticano è stata decisa un’indagine preliminare. «L’ho letta, e ho visto che era necessario fare un processo. Allora l’ho passata alla Congregazione per la Dottrina della Fede – aveva spiegato il pontefice una decina di giorni fa alla tv messicana -, stanno facendo il processo».

    Dalla giustizia del Vaticano a quella del suo Paese d’origine. Se al momento non emergono per Zanchetta accuse di pedofilia, ovvero di abusi sui minori, per quanto riguarda invece i seminaristi le accuse sono dettagliate. La denuncia del 2016, firmata dal rettore e da due ex vicari del seminario in questione, elencava il comportamento problematico di Zanchetta con i seminaristi, tra cui il passeggiare di notte nelle loro stanze, chiedere loro massaggi, entrare nelle loro stanze per svegliarli e invitarli a bere alcolici, fino alle aggressioni.

    Una «ossessiva onnipresenza» che non dava tregua alle vittime. Ci sarebbero anche dei selfie con il vescovo in situazioni inappropriate. Lui si è sempre difeso, anche con il Papa, dicendo che qualcuno aveva manomesso il suo cellulare. Ora la parola passa ai giudici. Intanto, sempre in tema di abusi da parte del clero, la Corte Suprema del Canada ha autorizzato un’azione collettiva contro la Congregazione della Santa Croce e l’Oratorio di San Giuseppe, che hanno collegi in diverse città del Paese, per presunti abusi sessuali commessi da alcuni religiosi.

    La vicenda nasce dalla testimonianza di un uomo che aveva frequentato la scuola elementare di Notre-Dame-des-Neiges per quattro anni negli anni ’50. Sostiene di essere stato aggredito sessualmente da religiosi durante questo periodo, sia a scuola sia mentre prestava servizio come chierichetto all’Oratorio di San Giuseppe. L’uomo è convinto che centinaia di altri ragazzi, all’epoca, siano stati aggrediti da religiosi. Per questo aveva chiesto alla Corte di autorizzare un’azione collettiva.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/abusi_vaticano_zanchetta_argentina_ultime_notizie-4545063.html?fbclid=IwAR1frOIphp54XQLJhdz0ZzPMS7MahNa8MrC4caxZwvQlgdNmSilSI_5j0ng

  • Lesioni e abusi su un giovane parrocchiano: prescrizione per don Gianni

    Lesioni e abusi su un giovane parrocchiano: prescrizione per don Gianni

    Rischiava una condanna a sette anni di reclusione. Tanti ne aveva chiesti il pubblico ministero nei confronti di don Gianni Bekiaris. Ma quando il tribunale di Frosinone (presidente Farinella, a latere Doglietto e Tamburro) pronuncia la sentenza, poco prima delle venti, dichiara estinti per prescrizione la violenza sessuale e le lesioni personali gravissime. In precedenza, nel primo pomeriggio, il pubblico ministero Adolfo Coletta aveva chiesto una condanna a sette anni, ma solo per le lesioni. Le violenze sessuali quando il ragazzo era ancora minorenne non sono state ritenute provate dall’accusa, da qui la sola richiesta di condanna per le lesioni personali gravissime, conseguenza, secondo il pm, di una serie indeterminata di abusi che l’accusa ha ritenuto accaduta nel corso del tempo. Ma è stato proprio il trascorrere del tempo ad avere un peso determinante: troppo ne è passato per arrivare a una condanna.

    Ora bisognerà attendere 90 giorni per le motivazioni. Comunque soddisfatta la difesa del religioso, rappresentato dall’avvocato Giuseppe Pizzutelli, al termine di un processo lungo, difficile e carico di tensione. Bisognerà capire se la procura intenderà proporre appello.

    Tanti i testimoni sfilati in aula. Tra le dichiarazioni ascoltate dal tribunale quelle della vittima (rappresentata dall’avvocato Carla Corsetti), dei genitori e dello psicologo, un altro religioso, con il quale il ragazzo aveva intrapreso un percorso, nel periodo 2010-2011, culminato con la “confessione” delle violenze subite ai genitori. Chiamati a testimoniare il vescovo di Frosinone Ambrogio Spreafico e don Giuseppe Principali, componente del tribunale ecclesiastico che ha giudicato don Gianni. Entrambi hanno opposto il segreto ministeriale. Da qui la scelta del tribunale di non sentirli.

    Secondo quanto dichiarato in aula dalla madre, il figlio avrebbe subito le prime molestie ai tempi del catechismo. Secondo la denuncia la vittima era stata costretta a subire le violenze da quando aveva otto anni fino a 23. «È Dio che ci ha uniti», erano state le parole attribuite dal ragazzo al religioso. La prima violenza completa – secondo la madre – si sarebbe consumata a 11 anni, in occasione di una vacanza in Abruzzo. Violenze che la consulenza del pm avrebbe confermato.

    La difesa del religioso, all’inizio del processo, aveva chiesto l’esclusione della parte civile sulla base di un accordo transattivo, intervenuto dopo la condanna del tribunale ecclesiastico. Ma la parte civile, che ha sempre sostenuto danni permanenti, è rimasta in giudizio. Tra gli elementi introdotti nel processo dalla difesa il consulente di parte, che ha escluso il verificarsi delle violenze. Secondo questi il disturbo della personalità della parte offesa non sarebbe stato correttamente diagnosticato per il mancato rispetto dei protocolli. Il consulente aveva ritenuto che il disturbo fosse incompatibile con lo stato di soggezione psicologica che il ragazzino avrebbe manifestato. Sentiti diversi fedeli che frequentavano la parrocchia.

    https://www.ciociariaoggi.it/news/cronaca/73966/lesioni-e-abusi-su-un-giovane-parrocchiano-prescrizione-per-don-gianni?fbclid=IwAR0F4aMbePbBROMDZnMRmMGLVs1RoUuuikQJ0J39QBvBQ0kmLd-BdzHXt_o

  • Ragazzo abusato da un prete, la lettera della mamma: “L’arcivescovo di Milano Delpini si dimetta”

    Ragazzo abusato da un prete, la lettera della mamma: “L’arcivescovo di Milano Delpini si dimetta”

    Fino al 23 maggio la Conferenza episcopale italiana è riunita a Roma per affrontare, tra i vari temi, anche le nuove linee guida sulla tutela dei minori, parte di quella strategia di “tolleranza zero” contro la pedofilia all’interno della Chiesa che Papa Francesco intende perseguire. E proprio in concomitanza con questo importante incontro i famigliari di Alessandro, il ragazzo che secondo quanto stabilito dai giudici in primo grado ha subito abusi sessuali da parte di un prete, don Mauro Galli, hanno deciso di scrivere una lettera aperta all’Arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, chiedendone le dimissioni. Il motivo è l’incompatibilità col ruolo importante che l’ultimo Motu proprio di Papa Francesco “Vos estis lux mundi” assegna ai vescovi metropoliti (cioè a capo delle grandi arcidiocesi, come Milano) nella tutela dei minori e nella segnalazione o denuncia di presunti casi di pedofilia nella Chiesa.

    Gli abusi sono avvenuti a Rozzano, vicino Milano

    Il caso degli abusi sessuali da parte di don Galli ai danni di Alessandro risale al dicembre 2011, quando il ragazzo aveva 15 anni. Secondo quanto hanno stabilito i giudici di primo grado a settembre dello scorso anno, don Mauro Galli, all’epoca parroco di Rozzano (hinterland di Milano), la sera del 19 dicembre 2011 avrebbe dormito nello stesso letto matrimoniale col ragazzino (circostanza confermata dal prete) e avrebbe abusato sessualmente di lui: accuse che invece il sacerdote ha sempre respinto. Don Galli aveva risarcito in via extragiudiziale la famiglia del ragazzo (che non si era costituita parte civile) con 100mila euro: una circostanza che era stata ritenuta una “discrasia evidente” dal pubblico ministero Lucia Minutella in sede di requisitoria. Alla fine il prete è stato condannato a sei anni e quattro mesi (contro i dieci anni e otto mesi chiesti dall’accusa).

    Il tentativo di insabbiare la vicenda

    Oltre all’aspetto giudiziario della vicenda, i famigliari di Alessandro e in particolare la madre hanno fin da subito denunciato il comportamento di molti esponenti di primo piano del clero lombardo, tra cui l’attuale arcivescovo di Milano Mario Delpini e l’attuale vescovo di Brescia Pierantonio Tremolada. I due prelati, secondo quanto emerso anche da documenti audio che poi sono confluiti negli atti del processo, venuti a conoscenza delle accuse rivolte a don Galli lo avrebbero spostato da Rozzano all’oratorio di Legnano, sempre a contatto con minori: “È vero, lo abbiamo destinato a Legnano, in oratorio, e di questo siamo stati imprudenti”, aveva detto nel 2015 don Pierantonio Tremolada alla famiglia di Alessandro. Proprio questo atteggiamento da parte dei prelati, percepito come un tentativo di insabbiamento da parte della famiglia del ragazzo abusato, aveva spinto la madre del giovane, molto cattolica, a decidere di rompere il muro del silenzio e a rivolgersi alla giustizia: “Io il prete (don Galli) l’ho perdonato – aveva detto la madre di Alessandro a Fanpage.it – ma la cosa che mi fa più male è che ci siano persone nella Chiesa che possano permettere che queste cose succedano anche ad altri ragazzi. È una cosa che non riesci ad accettare, ti sembra una cosa impossibile, soprattutto da parte della Chiesa”.

    Da qui la decisione dei famigliari di Alessandro di scrivere una lettera aperta a monsignor Mario Delpini, chiedendogli “per il bene della Chiesa, per la credibilità della stessa e per rispetto del Sommo Pontefice, di dimettersi dalla carica di Arcivescovo di Milano”. I famigliari contestano a monsignor Delpini i silenzi lunghi otto anni e la “maldestra gestione dello spostamento del prete quale improbabile e inopportuna risoluzione del problema”. Comportamento che “stride con quanto quasi quotidianamente il Santo Padre proclama in merito alla lotta contro pedofilia”. Di seguito il testo integrale della lettera.

    La lettera integrale all’Arcivescovo di Milano Mario Delpini
    Dopo quasi otto anni di inutile attesa di un Suo cenno, a seguito dell’abominevole abuso sessuale (così come definito dalla sentenza di primo grado del Tribunale penale di Milano che esclude categoricamente ogni ragionevole dubbio) subìto da nostro figlio/nipote Alessandro, ad opera di don Mauro Galli – oggi condannato a sei anni e quattro mesi di carcere – abbiamo deciso di scriverLe noi. Il Suo incredibile e dirompente silenzio, rispetto alla Sua personale maldestra gestione dello spostamento del prete quale improbabile e inopportuna risoluzione del problema – maldestro comportamento definito a suo tempo in questi precisi termini e per iscritto dal Cardinale Angelo Scola – stride con quanto quasi quotidianamente il Santo Padre proclama in merito alla lotta contro pedofilia, obbligandoci quindi a contattarla scrivendoLe pubblicamente questa lettera aperta. Riteniamo che in otto lunghi anni, se avesse voluto fare il primo passo, avrebbe avuto tutto il tempo necessario per contattarci, dunque ora, per amore della Chiesa lo facciamo noi. Le scriviamo per chiederle con forza un passo indietro. Le chiediamo, per il bene della Chiesa, per la credibilità della stessa e per rispetto del Sommo Pontefice, di dimettersi dalla carica di Arcivescovo di Milano.

    Lo chiediamo in coerenza con quanto affermato da Papa Francesco in questi anni e in particolare in virtù del recentissimo Motu Proprio: “Vos Estis Lux Mundi”. Il pontificato di Papa Francesco è stato per buona parte caratterizzato dalla sua proclamata “Tolleranza Zero” nei confronti della piaga degli abusi sessuali da parte del clero ai danni permanenti di minori ed adulti vulnerabili. Altrettanta “Tolleranza Zero” viene costantemente proclamata anche nei confronti dei Vescovi, come Lei, che in diverse modalità hanno nascosto ed insabbiato tali crimini spostando i sacerdoti da una parrocchia all’altra, senza avviare alcuna Indagine Previa nonostante avessero contezza e fosse stato a loro esplicitamente segnalato un “presunto” abuso sessuale.

    Potremmo citare innumerevoli dichiarazioni pubbliche di Papa Francesco disponibili anche in video su internet dove condanna, senza “se” e senza “ma”, l’antica pratica di spostare i sacerdoti (sue testuali parole). Così come anche ha affermato più volte che i Vescovi risponderanno delle loro responsabilità o, ancora, le precisazioni circa la gravità delle omissioni di questo tipo nel Motu Proprio “Come una Madre Amorevole”, come altrettanto previsto dalle specifiche linee guida emanate dalla CEI.

    Non occorre ripercorrere quanto già previsto, normato ed ulteriormente rafforzato dal Pontefice come anche è superfluo circostanziare gli avvenimenti che la riguardano personalmente rispetto alle sue specifiche responsabilità, le scelte da Lei fatte e le precise azioni, in quanto Lei stesso ha giurato alla Polizia di Stato e controfirmato il suo interrogatorio affermando che era a conoscenza del presunto abuso sessuale ai danni di nostro figlio/nipote ad opera del prete, segnalazione che Lei asserisce essergli arrivata puntualmente già della telefonata dell’allora parroco don Carlo Mantegazza due giorni dopo l’accaduto.

    Riferiva alla Polizia di aver ricevuto immediatamente la segnalazione dell’allora “presunto abuso sessuale” (testuali parole da Lei dichiarate e sottoscritte oltre che acquisite in Tribunale nel processo pubblico, senza alcuna rettifica ma, anzi, confermate da tutte le testimonianze, inclusa quella del Galli stesso). Riferiva addirittura che si era recato a Rozzano personalmente per raccogliere la testimonianza diretta di don Mauro Galli prima di decidere del suo trasferimento, il quale Galli, Lei ha giurato, Le ha subito confessato che si era portato a letto il minore (ben più che un semplice sospetto o indizio o ancora una inverosimile segnalazione anonima).

    Ciò nonostante ha deciso personalmente, assumendosene tutta la responsabilità, come dichiarato alla Polizia, di non avviare alcuna Indagine Previa (prevista dal diritto canonico, indagine canonica poi avviata ben QUATTRO anni dopo, e solo successivamente alle nostre innumerevoli segnalazioni al Cardinale Scola e poi al Cardinale Muller – allora prefetto della congregazione per la dottrina della fede – e solo dopo l’avvio delle indagini della polizia a seguito della denuncia alla procura della Repubblica). Ha deciso personalmente di spostare immediatamente don Galli dalla parrocchia di Rozzano, dove è avvenuto l’abuso, alla vicina parrocchia di Legnano ancora nel contesto della pastorale giovanile come affermato da Lei sempre alla Polizia di Stato.

    Inoltre ha allertato lo studio legale Zanchetti, oltre che don Mauro, per mettersi in contatto per gestire la seccatura, ancora prima che gli fosse notificato l’avviso di garanzia come hanno svelato le indagini nel corso del Processo e ancora prima che fosse interrogato. Lei stesso, pur mentendo alla Polizia, ha affermato di non aver avuto fino ad allora alcun contato con lo studio legale (avvenimento palesemente smentito appunto dalle intercettazioni telefoniche) come si può facilmente riscontrare anche sugli innumerevoli articoli pubblicati sul caso.

    Alla luce del delicatissimo incarico che recentemente il Santo Padre ha riservato ai Vescovi Metropoliti come Lei – preposti per accogliere le segnalazioni di eventuali insabbiamenti da parte di altri vescovi in relazione a presunti abusi sessuali ad opera di clerici, incarico delicato proprio perché riguarda il primo discernimento, la valutazione della verosimiglianza delle segnalazioni e quindi la decisione se avviare le indagini il cui esito deve essere avviato a Roma – risulta evidente che non può ricoprire tale incarico chi ritiene tollerabile portarsi a letto un minore. E’ un dato di fatto che Lei ha ritenuto tollerabile tale comportamento tanto da non ritenere necessario avviare alcuna indagine e nemmeno allontanare cautelativamente il prete dai minori, dagli oratori, dalle gite estive con tanto di pernottamento… E’ un dato di fatto che anche oggi lo ritiene tollerabile altrimenti, per coerenza e rispetto della Chiesa, si sarebbe già da tempo messo da parte.

    Altrettanto evidente è la palese incompatibilità della Sua nomina per questo ruolo riservato dal Pontefice ai Vescovi Metropoliti. Si evidenzia, senza ombra di dubbio, l’inequivocabile conflitto di interesse, ma anche la contrapposizione con quanto fermamente promulgato dal Santo Padre. Lei si è posto chiaramente in una condizione perenne di ricattabilità: qualunque Vescovo che, in futuro o per vicende del passato che verranno a Lei segnalate, si comporterà maldestramente insabbiando, o  semplicemente sposterà un sacerdote sospettato di abusi sessuali o sacerdote che si è portato a letto un minore, (e ancora qualunque vescovo che in tali casi non avvi o non abbia avviato alcuna indagine previa) – Vescovi  sui quali lei dovrebbe indagare e decidere se procedere – le potrà sempre rinfacciare che Lei stesso si è comportato nel medesimo modo.

    Come potrebbe dunque essere credibile? Come potrebbe, solo per citare già un primo esempio concreto, giudicare ed indagare sul comportamento del Vescovo Pierantonio Tremolada che, insieme a Lei, non ha segnalato il caso di don Mauro Galli ma, viceversa, lo ha coperto spostandolo a Legnano ancora in oratorio solo con i bambini? O il Santo Padre decide di rinunciare pubblicamente alla “Tolleranza Zero”, stabilendo pubblicamente che portarsi a letto un minore è ritenuto ammissibile e tollerabile e quindi i Vescovi possono tranquillamente e semplicemente spostare tale sacerdoti da una parrocchia all’altra liberi di continuare a portarsi a letto altri bambini senza allertare nessuno (tanto meno i genitori come esattamente avvenuto a Legnano), oppure è evidente che Lei non potrà più ricoprire la carica di Arcivescovo.

    Oltre ad auto-sospendersi dovrebbe auto-denunciarsi alla Congregazione per la dottrina Della Fede, rimettendo quindi immediatamente il suo mandato al Santo Padre, per evitargli almeno di doversi esporre personalmente nel prendere, o non prendere Lui stesso, tale provvedimento. Certi che per il bene della Chiesa, la quale speriamo non vorrà già ipocritamente creare una prima eccezione a pochi giorni dall’emanazione del Motu Proprio, rendendo esplicita e pubblica in tal caso la non Tolleranza Zero a favore di una inaccettabile “discreta tolleranza” in materia di abusi (per altro in questo caso ai massimi livelli della gerarchia), oltre che la non credibilità e autorevolezza del Sommo Pontefice, Lei stesso, anche se estremamente tardivamente, possa porre fine a questa tristissima ipocrisia. La ringraziamo per il suo atto dovuto.

    I familiari della vittima di don Mauro Galli
    https://milano.fanpage.it/ragazzo-abusato-da-un-prete-la-lettera-della-mamma-larcivescovo-di-milano-delpini-si-dimetta/

  • Abusi al Provolo, dopo don Pirmati chiesti altri due arresti

    Abusi al Provolo, dopo don Pirmati chiesti altri due arresti

    Pedofilia sui sordomuti in Sudamerica: nuovo ordine di cattura per don Corradi, ai domiciliari dal 2016

    VERONA – E gli arresti salgono a tre. «Gli abusi esistevano, abbiamo le prove»: poche parole, quelle usate ieri in Argentina dal giudice di sorveglianza di La Plata Jorge Moya Panisello e dal pubblico ministero Cecilia Corfield, per annunciare due nuovi ordini di carcerazione per le presunte violenze commesse su bambini e ragazzi che frequentavano la succursale sudamericana di La Plata dell’Istituto per sordomuti Provolo (la cui casa madre è a Verona).

    E così, dopo il mandato di cattura internazionale con annessa richiesta di estradizione scattato la notte tra martedì e mercoledì a carico del religioso veronese ultraottantenne don Eliseo Pirmati (ospitato al momento in una casa di cura a Verona per ragioni di salute), da oltreoceano è rimbalzata ieri la notizia di altre due richieste di arresto per le presunte violenze avvenute al Provolo di La Plata.

    Una riguarda proprio quel don Nicola Corradi, anch’egli veronese, già sottoposto agli arresti domiciliari a Mendoza da fine 2016 nell’ambito di un’inchiesta fotocopia per i presunti abusi avvenuti anche nella succursale del Provolo a Lujàn (vicino Mendoza): lasciata la sede madre di Verona (dov’era a suo tempo stato coinvolto in un’indagine sfociata nella prescrizione), i vertici dell’Istituto lo avevano infatti mandato in missione prima a La Plata (dove ha operato anche don Eliseo per poi far di recente rientro in terra scaligera) e poi a Mendoza, dove don Nicola è ora atteso dall’inizio del processo. Insieme ai due preti veronesi, a La Plata è stato chiesto l’arresto anche per un impiegato laico che si sarebbe macchiato degli stessi abusi.

    Al Provolo di La Plata, secondo gli inquirenti, le violenze sui giovanissimi sordomuti si verificavano «quasi sempre di sabato» e Corradi, si legge nelle carte dell’accusa,«è stata la più alta autorità dell’Istituto da 1970 al 1997 ed è accusato di abusi sessuali aggravati dall’essere prete»: otto, al momento, gli episodi che gli contesta la procura di La Plata, mentre l’impiegato laico risponde di «abusi sessuali aggravati dal suo status di tutore o educatore, cinque violenze sessuali e corruzione di minori».

    Quanto a don Pirmati, infine, è sospettato di «almeno tre episodi di abusi sessuali aggravati dalla sua condizione di sacerdote, atti osceni e corruzione di minori, aggravata dal fatto che le vittime hanno meno di 13 anni».