Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: pubblico ministero

  • L’omertà di Papa Francesco alla prova della Francia

    L’omertà di Papa Francesco alla prova della Francia

    Dall’apertura dell’inchiesta per molestie sessuali su mons. Luigi Ventura, nunzio apostolico in Francia, da parte della procura di Parigi, a fine gennaio, le denunce a suo carico si sono moltiplicate. Per ora a proteggerlo ci pensa l’immunità diplomatica di cui gode. Ma la procura ne ha già chiesto la revoca.
    di Ingrid Colanicchia
    È la Francia il nuovo banco di prova per quella tolleranza zero tanto millantata dal papa in materia di abusi sessuali.

    Giusto stamane infatti Bergoglio ha ricevuto in udienza privata il cardinale di Lione, Philippe Barbarin, per decidere se accettare o meno le sue dimissioni. Il prelato il 7 marzo scorso è stato condannato a sei mesi di carcere con la condizionale per non aver denunciato le molestie sessuali commesse da p. Bernard Preynat su decine di minori dei gruppi scout che seguiva negli anni Settanta e Ottanta. Fatti occorsi prima dell’arrivo di Barbarin in diocesi (nel 2002) ma del quale il prelato era venuto a conoscenza (la giornalista di La Croix Isabelle de Gaulmyn – che frequentava proprio la parrocchia incriminata e che alla vicenda ha dedicato un libro, Histoire d’un silence – ha raccontato di aver parlato della questione con il card. Barbarin già a metà degli anni Duemila).

    Al momento non è dato sapere cosa il papa deciderà di fare, ma se dovesse accettare le dimissioni del cardinale potrebbe insorgere qualche problema nella nomina del suo successore, considerato che l’incarico di stilare una lista con i nomi dei tre candidati più adatti a ricoprire l’ufficio – e a subentrare quindi al cardinale nella guida della diocesi di Lione – spetta al nunzio apostolico mons. Luigi Ventura, prelato contro il quale da gennaio a oggi sono state depositate tre denunce per molestie e per il quale la procura ha chiesto la revoca dell’immunità diplomatica. Ad oggi Francesco ha fatto orecchie da mercante: il solenne mea culpa pronunciato il mese scorso in occasione del vertice contro gli abusi si rivelerà solo un bluff?

    In attesa di vedere come il papa affronterà questo ennesimo scandalo, ripercorriamo insieme le tappe di questa storia che imperversa sui giornali d’Oltralpe (meno su quelli italiani, che hanno dato solo parzialmente notizia della vicenda).

    Il 17 gennaio scorso, la sindaca di Parigi, Anne Hidalgo, riceve nel palazzo del municipio le autorità diplomatiche, civili e religiose per i tradizionali saluti. Tra costoro c’è anche il nunzio apostolico in Francia, vale a dire l’ambasciatore della Santa Sede, il 74enne mons. Luigi Ventura, che ricopre questo incarico dal 2009.

    Ad accogliere lui e gli altri ospiti c’è pure Mathieu, responsabile degli eventi internazionali per il municipio, destinato a diventare il primo accusatore del prelato. Non appena sceso dall’auto che lo ha condotto lì, stando al dettagliato racconto pubblicato il 27 febbraio scorso sul quotidiano francese Libération (che ha avuto accesso alla denuncia presentata dalla presunta vittima, oltre ad averla incontrata), mons. Ventura si rivolge a Mathieu dicendogli: «Sei molto bello». Si aggrappa quindi al suo braccio e avanza nel cortile. Pochi metri e toglie la mano dal braccio per infilarla sotto la giacca, carezzando il sedere di Mathieu mentre gli pone domande sulla sua vita, sui suoi studi, sul suo ruolo nel municipio. «Ciò che colpisce il giovane consigliere è che l’ambasciatore “parlava con voce normale, non bisbigliava”». Un minuto dopo, nell’ascensore, il nunzio passa al livello successivo. «Per tutto il tragitto ha strizzato i miei glutei», è la denuncia dell’uomo, cui poi dice: «Spero che tu non riservi questo trattamento a tutti gli ambasciatori». «Stupidamente – racconta Mathieu – gli ho detto che gli era riservato un trattamento speciale perché era il decano del corpo diplomatico».

    L’uomo accompagna quindi mons. Ventura nel Salon des Arcades, dove si sarebbe svolta la cerimonia, e racconta ai superiori quanto accaduto. Ma non finisce qui. Il prelato si piazza al suo fianco e ricomincia a tastargli il sedere. Il tutto sotto gli occhi dei colleghi di Mathieu.

    Scatta la segnalazione al pubblico ministero, sulla base dell’articolo 40 del Codice di procedura penale che obbliga in questo senso qualsiasi dipendente pubblico che sia a conoscenza di un crimine o di un reato. Il procuratore di Parigi, Rémy Heitz, apre quindi un’inchiesta e appena otto giorni dopo i fatti Mathieu deposita la sua denuncia.

    Il 15 febbraio Le Monde rivela la notizia. Incalzato dagli eventi, il direttore della Sala stampa vaticana, Alessandro Gisotti, si limita a dire che la Santa Sede rimane in attesa del risultato delle indagini. Ma la pubblicazione della notizia è l’inizio di un effetto domino che porta in poche settimane al moltiplicarsi delle denunce a carico del prelato.

    Il 18 febbraio è la volta di Benjamin G., 39 anni, che racconta di essere stato vittima di analoghe molestie da parte di mons. Ventura in occasione della stessa cerimonia, ma un anno prima, nel 2018. «All’epoca lavoravo per il Comune di Parigi – spiega a Le Monde(18/2) – e avevo incarichi precisi per la cerimonia di saluto alle autorità civili, diplomatiche e religiose. Ero in prima fila, a due metri dalla sindaca, quando una persona si piazza alla mia sinistra. Occupato com’ero a lavorare non mi giro a guardare. L’uomo posa una mano sulla mia spalla e con l’altra mi inizia a tastare il sedere: un gesto da esperto, che trasudava sicurezza, al quale era anche associato un grande sorriso sul volto, come se si trattasse di qualcosa di normale. Ho capito solo qualche giorno fa che erano i gesti abituali di un predatore».

    L’11 marzo viene depositata una terza denuncia contro Ventura. I fatti, in questo caso, si sarebbero svolti nel corso di un incontro con la comunità italiana a Parigi, nel 2018.

    Ma non è solo dalla Francia che piovono problemi per il prelato. Il 22 febbraio scorso, secondo quanto riporta il quotidiano cattolico francese La Croix, una denuncia per molestie – che risalirebbero al 2008 – è stata depositata presso la nunziatura di Ottawa, in Canada, dove mons. Ventura è stato rappresentante della Santa Sede dal 2001 al 2009. La presunta vittima aveva 32 anni al momento dei fatti denunciati, che avrebbero avuto luogo presso il santuario Sainte-Anne de Beaupré in occasione della festa liturgica di Sant’Anna e San Gioacchino.

    Nel momento in cui è stata resa nota la prima denuncia, inoltre, il quotidiano La Croix ha fatto sapere di aver raccolto una serie di testimonianze analoghe da parte di giovani uomini che non hanno sporto denuncia per diversi motivi. Qualcuno ha detto che il prelato «non si rende conto di quello che fa», qualcun altro, disilluso, ha spiegato che comunque «ha l’immunità diplomatica», qualcun altro ancora ha raccontato che una volta gli fu risposto da un buon conoscitore dei circoli della Chiesa: «Oh, quello è il nunzio, lo sanno tutti…» (La Croix, 15/2).

    Le presunte vittime sembrano però avere dalla loro il governo, considerato che la ministra per gli Affari europei, Nathalie Loiseau, interpellata in merito a inizio mese, ha detto di aspettarsi che la Santa Sede si assuma le proprie responsabilità: «Attualmente – ha dichiarato – il nunzio gode dell’immunità diplomatica ma la Santa Sede è ovviamente al corrente delle gravi accuse contro di lui e sono più che certa che prenderà la decisione giusta» (CNEWS, 1/3).

    E il cerchio sembra stringersi sempre più. È notizia di pochi giorni fa che la procura di Parigi ha chiesto ufficialmente la revoca dell’immunità diplomatica che, al momento, impedisce l’audizione del prelato. La procedura prenderà del tempo poiché, prima di essere inoltrata alla Santa Sede, dovrà passare per il Ministero di Giustizia e per il Ministero degli Esteri, ma la notizia è stata ovviamente accolta con soddisfazione dai querelanti. «È un primo passo. Speriamo vada in porto in modo da poter avanzare nelle indagini», ha commentato Edmond-Claude Fréty, avvocato di due delle presunte vittime (Afp, 15/3). «Vogliamo che il Vaticano dia l’esempio – ha proseguito – che vada fino in fondo nel suo percorso in materia di lotta all’impunità dei reati sessuali commessi da membri del clero. Mostrerebbe così che il cambiamento non è solo a parole». «I nostri assistiti aspettano un gesto politico forte – gli ha fatto eco Jade Dousselin, avvocato del terzo querelante – affinché la giustizia possa fare il suo corso e l’immunità non si traduca in impunità».

    La Santa Sede si trova ancora una volta di fronte a un bivio: usare tutti i mezzi a disposizione per coprire, insabbiare, far cadere nel dimenticatoio il caso oppure privare il prelato dell’immunità diplomatica e fare in modo che la giustizia possa fare il suo corso? Certo è che non ci sarebbe niente di peggio che dimostrare ancora una volta il profondo scarto esistente tra le parole e i fatti.

  • “Grazie a Dio”, un film necessario

    “Grazie a Dio”, un film necessario

    In Francia, malgrado i tentativi di censura, è uscita l’opera di Ozon che denuncia la pedofilia e i silenzi della chiesa

    “Grâce à Dieu” è il titolo di un film che riprende una frase del cardinale Philippe Barbarin. L’arcivescovo di Lione, e come tale primate delle Gallie, è finito in tribunale con l’accusa di non avere denunciato un prete pedofilo della sua diocesi. Il pubblico ministero ha dissipato i sospetti che pesavano su di lui ed è assai probabile che il verdetto (previsto tra pochi giorni) assolva il prelato, numero uno nella gerarchia della Chiesa francese.Ma quella frase, “Grazie a Dio”, usata dal regista François Ozon come titolo del suo film, è rivelatrice di un atteggiamento che se non sconfina nel reato di omissione rivela il comportamento a lungo seguito dalla Chiesa, o da gran parte dei suoi più autorevoli rappresentanti. Interrogato sul fatto che un suo sacerdote pedofilo l’avesse fatta franca per tanto tempo, il cardinale Barbarin si è lasciato sfuggire che «Grazie a Dio è intervenuta la prescrizione». Come se quest’ultima, prevista dalla giustizia laica, equivalesse anche a un’assoluzione della Chiesa. Ed esentasse dunque quest’ultima dal prendere decisioni per fermare e punire l’azione del prete. Il cardinale ha riconosciuto il lapsus. François Ozon non l’ha perdonato. Il titolo del suo film è come uno schiaffo. Ozon è garbato nella narrazione e nelle immagini. “Grâce à Dieu” è uscito in 307 sale, in tutta la Francia, al momento giusto: mentre a Roma si riuniva l’eccezionale assemblea di vescovi per trattare il problema della gli abusi sessuali su minori. Fino all’ultimo la proiezione del film, che ha ricevuto il Gran Premio della giuria al festival di Berlino, ha rischiato di non essere autorizzata.Bernard Preynat è il prete della diocesi lionese accusato di avere abusato di ragazzi sotto i quindici anni. Lui stesso l’ha riconosciuto. E questo è accaduto per decenni senza che i suoi superiori gli vietassero di occuparsi dei boy scout, in particolare quelli di Sainte-Foy-lès-Lyon, dei quali era l’inamovibile cappellano. I legali del vecchio sacerdote avevano chiesto che nell’attesa del processo, previsto nei prossimi mesi e suscettibile di rinvii, il film non venisse proiettato nelle sale pubbliche per non violare il principio della presunzione d’innocenza. Anche perché l’attore che interpreta il prete pedofilo porta il suo nome e cognome, Bernard Preynat. Come del resto quello che interpreta il cardinale si chiama Barbarin. Il giudice parigino ha respinto la richiesta dei legali perché l’attesa del processo a Bernard Preynat potrebbe prolungarsi, e un ritardo della diffusione infliggerebbe ai produttori gravi danni e non rispetterebbe la libertà d’espressione e di creazione. In quanto all’uso dei nomi del cardinale e del prete tutti riconoscerebbero ugualmente i personaggi sotto finte identità.François Ozon conosceva ben inteso “Spotlight”, l’eccellente film di Tom McCarthy sullo scandalo della pedofilia nel clero del Massachusetts negli anni Ottanta. Ma si è proposto di non seguire la stessa strada. Anche l’idea di un documentario gli è apparsa irrealizzabile, perché le vittime di Bernard Preynat non potevano accettare di raccontare pubblicamente gli abusi subiti decenni fa. Per le loro famiglie, mogli, figli e figlie, sarebbe stato un trauma insopportabile. Dunque François Ozon ha optato per una finzione che in effetti ricalca la realtà, poiché esibisce nomi autentici (soltanto quelli delle vittime non lo sono per rispetto alle famiglie) e molti interrogatori delle vittime e degli accusati sono quelli dei verbali giudiziari.Alexandre, un borghese di mezza età, padre di famiglia, immerso in una lineare attività professionale, scopre per caso la fotografia di padre Bernard Preynat circondato da adolescenti. Quel sacerdote che ha abusato di lui ragazzo non è dunque stato rimosso dal suo compito di educatore, come avevano promesso le autorità ecclesiastiche. Scandalizzato, ma anche turbato, dal vedere quel prete ancora circondato da sue inevitabili giovani prede, Alexandre si rivolge alle autorità della diocesi. Allo stesso cardinale Barbarin. A lui si uniscono François, un impiegato, e Emmanuel, un operaio, e via via tanti altri che da ragazzi hanno subito la stessa sorte. Cercano invano di avere una reazione dalla Chiesa, ma delusi finiscono col rivolgersi alla giustizia. Il film si occupa del dolore delle vittime, ma mette soprattutto in rilievo la volontaria, lunga cecità della gerarchia ecclesiastica. È un atto d’ accusa espresso con educata ma intransigente severità.

    http://espresso.repubblica.it/opinioni/dentro-e-fuori/2019/02/27/news/grazie-a-dio-un-film-necessario-1.332092?fbclid=IwAR2li4-t-VgZ-f7oKUVpVi3Ui1A-qaKLnHs0Lu7wwVEGS3MY3q1Wrgo0t4k

  • Presunto prete pedofilo, spunta un’altra vittima: “Molestato in chiesa per alcuni secondi”

    Presunto prete pedofilo, spunta un’altra vittima: “Molestato in chiesa per alcuni secondi”

    TREPUZZI (Lecce) – “Molestato per alcuni secondi in chiesa”. E’ la testimonianza choc di un altro uomo oggetto di presunte attenzioni sessuali da parte di un prete finito al centro di un’inchiesta per pedofilia. La presunta vittima ora è grande. Ha scollinato i 40 anni. E ha una famiglia. Ma le notizie pubblicate nei giorni scorsi non lo hanno lasciato indifferente e gli hanno fatto riaffiorare nella mente ricordi che mai e poi mai avrebbe voluto rispolverare. Alla luce del clamore, però, ha deciso di parlare e di raccontare la sua disavventura. Non confluita in una denuncia (anche perché il reato sarebbe ormai prescritto) ma che confermerebbe la gravità delle accuse già mosse al prelato.

    L’episodio risale a molti anni fa quando l’uomo, che ha deciso di raccontare la sua esperienza, non aveva neppure dieci anni. Frequentava la chiesa dove il parroco prestava servizio. E di tanto in tanto faceva anche il chierichetto. “Un giorno”, racconta, “mi trovavo con il prete. Eravamo in una stanza. Tutto durò pochi secondi. Ricordo che si avvicinò a me. Avvertii il contatto delle sue parti intime sul mio corpo. Ma fu una cosa molto veloce. Io riuscii a scappare e mi allontanai”. Non ha mai presentato denuncia. Ha preferito sorvolare sull’accaduto ma leggendo le notizie di stampa di questi giorni ha voluto raccontare la sua esperienza.

    La vicenda su un caso di pedofilia in casa è affiorata prepotentemente nei giorni scorsi dopo la pubblicazione di una telefonata tra una presunta vittima e il sacerdote in cui il prete chiedeva l’iban al suo interlocutore per potergli fare un regalo dopo la denuncia in cui ha raccontato di essere stato molestato da piccolo. Al vaglio del pubblico ministero Stefania Mininni sono finite anche le denunce di altre sei persone offese per episodi molto ma molto datati su cui incombe la scure della prescrizione. Nel frattempo il sacerdote è stato fermato dall’attività pastorale da circa un anno e non può più svolgere funzioni in pubblico. Ed è stato invitato ad allontanarsi dalla Diocesi e a ritirarsi in un monastero.

    Presunto prete pedofilo, spunta un’altra vittima: “Molestato in chiesa per alcuni secondi”

  • Lecce, abusava di un ragazzino, dopo 30 anni la denuncia: fari accesi su prete pedofilo

    Lecce, abusava di un ragazzino, dopo 30 anni la denuncia: fari accesi su prete pedofilo

    di PIERANGELO TEMPESTA

    LECCE – Un prete indagato per pedofilia e una telefonata in cui il sacerdote ammette gli abusi e propone alla vittima di inviargli del denaro. Chiesa leccese sotto choc per l’inchiesta che vede al centro delle attenzioni della Procura un sacerdote di 70 anni di un comune del Nord Salento.

    Le voci, in paese, si rincorrevano da anni. Fino a materializzarsi in un fascicolo di indagine in mano al pubblico ministero Stefania Mininni. A irrobustire i sospetti c’è la registrazione di una telefonata tra il prete e la presunta vittima, pubblicata sul sito «Rete L’abuso». Una conversazione di una decina di minuti nella quale l’ex parroco ammette gli abusi («È stata la natura, è stata una debolezza») e poi offre una sorta di risarcimento («Dammi l’iban che voglio farti un regalo per il matrimonio»).
    I fatti risalgono a circa 30 anni fa. E il rischio che finiscano in prescrizione è molto concreto. Dipende da quanti reati vengono contestati e da quante aggravanti. Il fascicolo già da tempo si è arricchito di altre denunce: almeno sei. Sullo sfondo, poi, ci sarebbero altri casi rimasti in sordina. A mettere in moto l’indagine è stata la querela presentato da un uomo che ha raccontato di aver subìto molestie sessuale dal sacerdote all’età di 9 anni. Ed è sua la telefonata che, adesso, rende ancora più scomoda la posizione del sacerdote. Gli abusi – secondo quanto denunciato – si sono verificati in un comune dell’hinterland di Lecce. E i ricordi, o meglio gli incubi di quella adolescenza violata, sono affiorati solo di recente. Stando a quanto denunciato, il prete avrebbe rimpiazzato nel ruolo e nella figura il padre del giovane, dopo il divorzio della madre. Avrebbe frequentato la casa del ragazzo, aiutandolo negli studi, accompagnandolo nell’iniziale desiderio di indossare l’abito talare. Ben presto, però, si sarebbe rivelato un pedofilo. Gli abusi sarebbero andati avanti fino a quando il ragazzino non compì 16 anni.

    L’uomo, che ora vive all’estero, è sposato e ha dei figli, ha chiesto spiegazioni al prete nel corso della conversazione pubblicata in rete. Alcuni stralci risultano estremamente significativi: «Sono cose avvenute nella vita dell’affettività quando si vuole bene non è che ci sono le telecamere, mo’ s’ha ‘ngrandita la cosa, s’ha fatta fiacca però noi sacerdoti vi abbiamo voluto bene… perché tu che te piensi che pure io non ho avuto i miei problemi, però li abbiamo superati». Poi la richiesta delle coordinate bancarie per inviargli un omaggio in denaro: «Pure per farti gli auguri del matrimonio, per i piccinni che ti sono nati…».
    Sulla vicenda interviene l’Arcidiocesi di Lecce: «L’arcivescovo Michele Seccia, informato del caso all’indomani del suo insediamento, avvenuto nel dicembre 2017, ha immediatamente adottato nei confronti del sacerdote in questione tutti i provvedimenti cautelativi consentiti dalla normativa ecclesiastica vigente. Insinuare il sospetto che l’arcivescovo, venuto a conoscenza delle circostanze riferite nella telefonata, abbia anche solo tentato di coprire eventuali abusi, costituisce una grave distorsione della realtà. A seguito dei recenti sviluppi, infatti, monsignor Seccia ha provveduto a rendere ancor più rigide e perentorie le misure già adottate nei confronti del sacerdote. Pertanto egli, nel prendere ancora una volta le distanze da quanto dichiarato da quest’ultimo nel corso del colloquio telefonico captato, si riserva di adire le vie legali contro chi ha osato o oserà mettere in dubbio la sua correttezza, sostenuta da iniziative concrete e documentate, e contro chi ha tentato o tenterà di offendere il suo nome e quello dell’istituzione che rappresenta».

    https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/lecce/1116766/lecce-abusava-del-ragazzo-fari-sul-prete-pedofilo.html

  • Prete pedofilo tentò di corrompere la vittima: “Dammi l’iban che ti faccio un regalo”

    Prete pedofilo tentò di corrompere la vittima: “Dammi l’iban che ti faccio un regalo”

    TREPUZZI (Lecce) – Nuovi sviluppi sull’inchiesta su un presunto prete pedofilo (pubblicata in esclusiva su queste pagine nel mese di giugno) alimentata da una conversazione choc. “Dammi l’iban che voglio farti un regalo per il matrimonio”. E’ la scioccante dichiarazione di un sacerdote di Trepuzzi in una telefonata in cui tenta di corrompere una presunta vittima di abusi sessuali consumati circa trent’anni fa in un paesino dell’hinterland di Lecce. Una vicenda rimasta nel silenzio per anni, affiorata dagli abissi del passato solo di recente con una denuncia della vittima e che torna di stringente attualità alla luce della battaglia di Papa Francesco contro i preti pedofili e che, nel caso specifico, viene alimentata dalla conversazione tra la persona offesa (ora residente in Germania) e il sacerdote (telefonata pubblicata integralmente dal sito Retel’abuso.it). Ecco alcuni stralci della conversazione. Dura 12 minuti. Dopo i convenevoli il prete esordisce chiedendo di comunicargli il codice iban “se gli serve qualcosa, ti serve qualcosa” ma l’interlocutore insiste e chiede “perché tutti questi abusi all’epoca quando era bambino”.

    Al che il prete, alle strette, cerca di smorzare la portata della accuse bollandole “come cose che sono state con sincerità, di affetto, io ti ho voluto tanto bene…è stata la natura, è stata una debolezza ma io ti ho voluto sempre bene, mica ti ho fatto del male, mica ti ho violentato..ora facciamo come vuoi…ti devo dare qualcosa?

    Sono cose avvenute nella vita dell’affettività quando si vuole bene non è che ci sono le telecamere, mò s’ha ngrandita la cosa, s’ha fatta fiacca però noi sacerdoti vi abbiamo voluto bene…perché tu che te piensi che pure io non ho avuto i miei problemi però li abbiamo superati…Io quando vuoi sono a Trepuzzi, tu e tuo fratello verrete a pranzo…Ma io ti avevo chiesto il codice iban se hai bisogno di qualcosa se io ti voglio mandare 10 euro dove te li devo mandare…Pure per farti gli auguri del matrimonio per i piccinni che ti sono nati..non fare così se no me faci stare fiaccu, sai quante ne ho passate come te…Me mandi lu codice Iban crai puru cu te mangi na pizza, nu regalu de matrimonio io nu bogghiu te perdere”.

    L’interlocutore, però, batte sempre sullo steso punto: gli abusi, una ferita che il tempo non riesce a cancellare e che fanno male. Il prete cerca la via della comprensione (di facciata, sincera?): “Lo so, mena poi lo superiamo, vedrai non vuoi che le superiamo…Il vescovo sa di me, vai e parlagli, tu mi devi scusare e mi devi perdonare, basta che mi perdoni questo mi interessa a me”. La presunta vittima insiste e chiede al prete di cosa lo deve perdonare per avere il perdono di Dio. Il parroco risponde in maniera chiara: “Di quello che eventualmente ti ho fatto, che ti ho scandalizzato, ma tutti simu stati scandalizzati a quell’età, nu te pensare…Io prego sempre per te”.

    Il fascicolo è coordinato dal pubblico ministero Stefania Mininni. L’indagine è ancora aperta. E al vaglio degli inquirenti è finita anche questa conversazione. Sotto la lente d’ingrandimento, poi, ci sono anche altre denunce sporte da ulteriori presunte vittime. Sulle accuse, però, pende il rischio prescrizione alla luce di fatti piuttosto datati. Parallelamente si è attivata anche la Curia. Il sacerdote è stato fermato dall’attività pastorale da circa un anno e non può più svolgere funzioni in pubblico. Ed è stato invitato ad allontanarsi dalla Diocesi e a ritirarsi in un monastero.La vicenda getta un’ombra sinistra sul mondo della Chiesta e sulla piaga dei prete pedofili. A mettere in moto l’indagine era stata una querela di parte sottoscritta anche dalla presunta vittima che all’epoca dei fatti aveva 9 anni. Ora risiede all’estero. Ma quanto accaduto quando non era neppure un adolescente è affiorato nei ricordi solo di recente. Proprio nel giorno dell’anniversario del suo matrimonio nel 2016. Tanto che Stefano (nome di fantasia) è costretto al ricovero. E gli incubi del passato riaffiorano con tutto il loro carico di inquietudine. Stando a quanto denunciato, il prete avrebbe rimpiazzato nel ruolo e nella figura il padre del giovane dopo il divorzio della madre. Avrebbe frequentato casa del ragazzo, aiutandolo negli studi, accompagnandolo nell’iniziale desiderio di indossare l’abito talare. Ben presto, però, quel prete amico di famiglia si sarebbe rivelato un pedofilo. Gli abusi sarebbero andati avanti fino fino a quando il ragazzino non compì 16 anni quando decise di fuggire all’estero per rifarsi una propria vita.

    Effettivamente riesce a voltare pagina. Si sposa, ha dei figli, ma i ricordi del passato rimangono silenti nella mente fino a quando non riemergono con tutto il loro carico di drammaticità.

    Sulla vicenda la diocesi di Lecce ha diramato una nota ufficiale: “A seguito della diffusione in rete di un file audio che svela i contenuti di una telefonata intercorsa tra un sacerdote della diocesi di Lecce e una persona che – stando al dialogo – risiederebbe in Germania, si rende noto che l’arcivescovo Michele Seccia, informato del caso all’indomani del suo insediamento a Lecce, avvenuto nel dicembre 2017, ha immediatamente adottato nei confronti del sacerdote in questione tutti i provvedimenti cautelativi consentiti dalla normativa ecclesiastica vigente.

    A seguito dei recenti sviluppi, infatti, mons. Seccia ha provveduto a rendere ancor più rigide e perentorie le misure già adottate nei confronti del sacerdote. Pertanto egli, nel prendere ancora una volta le distanze da quanto dichiarato da quest’ultimo nel corso del colloquio telefonico captato, si riserva di adire le vie legali contro chi ha osato (o oserà) mettere in dubbio la sua correttezza, sostenuta da iniziative concrete e documentate, e contro chi ha tentato (o tenterà) di offendere il suo nome e quello dell’Istituzione che rappresenta.”

    Prete pedofilo tentò di corrompere la vittima: “Dammi l’iban che ti faccio un regalo”

  • Il grido di Giada: abusata a Termoli dal prete “dolce” e “premuroso”

    Il grido di Giada: abusata a Termoli dal prete “dolce” e “premuroso”

    Mai più atteggiamenti passivi nei confronti delle vittime. Mai più coperture dei vescovi. Mai più casi come quello di Giada Vitale, 24 enne di Termoli, in provincia di Campobasso, abusata da un sacerdote, Don Marino Genova, ex parroco della chiesa SS. Pietro e Paolo di Portocannone, con cui ha avuto rapporti sessuali dai 13 ai 17 anni.

    Dal summit in Vaticano emerge questa linea di indirizzo assai emblematica nei confronti di casi come quello della ragazza molisana.

    “Sei la mia stellina…”

    Giada nel 2013 ha denunciato gli abusi subiti e ha provato anche a scrivere al Vaticano, senza ricevere alcuna risposta, sostiene lei. «Don Marino nei miei confronti è stato sempre molto dolce. Mi abbracciava spesso, diceva di “volermi bene” ricorda Giada “e un giorno mi prese la mano e mi ha portò in sagrestia, con i suoi modi molto dolci. ‘Sei la mia stellina, ti voglio bene’ mi disse. Dopo quella frase mi spinse verso il muro e strusciò le sue parti intime sul suo corpo. Mi toccava, mi baciava. Poi andò in bagno».

    Quel giorno iniziò il suo calvario: «Ogni volta mi rivestiva lui, perché io ero immobile. Mi congedava con la benedizione, facendomi il segno della croce sulla fronte. Non doveva più fare il prete perché era un porco, ma è stato protetto».

    Il processo

    La sua storia è stata raccontata su Servizio Pubblico (20 febbraio) il sito di Michele Santoro.  Don Marino è stato condannato in primo grado dal tribunale di Campobasso a 6 anni di reclusione per abusi sessuali, con l’interdizione dai pubblici uffici e un risarcimento provvisionale di 15.000 euro. Il processo è stato diviso in due tronconi: il primo riguardante i fatti successivi al momento in cui Giada ha compiuto 14 anni, che è finito con un’archiviazione; il secondo, per i fatti precedenti al compimento dei 14 anni , che si è concluso con la condanna del sacerdote.

    Il trauma

    «Dopo la mia denuncia alla procura – sottolinea Giada – è iniziato un altro calvario perché il pubblico ministero ha stabilito che si trattava di atti sessuali con minore consenziente anziché violenza su minore. Io avevo 13 anni e lui 58. Non ho mai più avuto un ragazzo, una relazione, anche se adesso mi hanno fatto passare per la prostituta del prete, mentre lui è diventato la vittima».

    Il sacerdote non ha voluto commentare. In un messaggio ha scritto: «È tutta colpa mia, dovevo proteggerla. Io ero il suo sacerdote, lei una ragazza».

    https://it.aleteia.org/2019/02/22/vittima-abusi-sessuali-prete-ragazza-termoli-pedofilia-chiesa/

  • Pedofilia, il calvario di Giada: “Io abusata da Don Marino, ma per la giustizia dai 14 anni sono stata consenziente”

    Pedofilia, il calvario di Giada: “Io abusata da Don Marino, ma per la giustizia dai 14 anni sono stata consenziente”

    “Non avrei mai pensato di scrivere o di cercare di avere un contatto epistolare con una personalità grande come la sua. Prima vivevo felice, non mi mancava niente. Ma all’improvviso, sul mio orizzonte esistenziale, mentre frequento la terza media, si staglia una figura nelle sembianze di un prete. E di colpa il padre si trasforma in un mostro che fagocita la mia mente, il mio cuore, la mia innocenza”

    Inizia così la lettera che Giada Vitale, 24 enne di Termoli, in provincia di Campobasso, ha scritto a Papa Francesco per denunciare l’inerzia della chiesa rispetto alle vicende di pedofilia.

    “Ho scritto due lettere a Papa Francesco ma non ho mai ricevuto risposta. Parla di tolleranza zero, ma perché non li caccia a calci nel sedere? Fa solo chiacchiere”.

    Giada nel 2013 ha denunciato di essere stata abusata per anni da Don Marino Genova, ex parroco della chiesa SS. Pietro e Paolo di Portocannone, con cui ha avuto rapporti sessuali dai 13 ai 17 anni. “Don Marino nei miei confronti è stato sempre molto dolce. Mi abbracciava spesso, diceva di volermi bene” ricorda Giada “e un giorno mi prese la mano e mi ha portò in sagrestia, con i suoi modi molto dolci. ‘Sei la mia stellina, ti voglio bene’ mi disse. Dopo quella frase mi spinse verso il muro e strusciò le sue parti intime sul suo corpo. Mi toccava, mi baciava. Poi andò in bagno”.
    Quel giorno iniziò il suo calvario: “Ogni volta mi rivestiva lui, perché io ero immobile. Mi congedava con la benedizione, facendomi il segno della croce sulla fronte. Non doveva più fare il prete perché era un porco, ma è stato protetto”.

    Don Marino è stato condannato in primo grado dal tribunale di Campobasso a 6 anni di reclusione per abusi sessuali, con l’interdizione dai pubblici uffici e un risarcimento  provvisionale di 15.000 euro. Il processo è stato diviso in due tronconi: il primo riguardante i fatti successivi al momento in cui Giada ha compiuto 14 anni, che è finito con un’archiviazione; il secondo, per i fatti precedenti al compimento dei 14 anni , che si è concluso con la condanna del sacerdote.
    “Dopo la mia denuncia alla procura è iniziato un altro calvario perché il pubblico ministero ha stabilito che si trattava di atti sessuali con minore consenziente anziché violenza su minore. Io avevo 13 anni e lui 58. Non ho mai più avuto un ragazzo, una relazione, anche se adesso mi hanno fatto passare per la prostituta del prete, mentre lui è diventato la vittima”
    Le nostre telecamere hanno raggiunto Don Marino, che si è rifiutato di rispondere a qualunque domanda.
    In un messaggio ha scritto: “È tutta colpa mia, dovevo proteggerla. Io ero il suo sacerdote, lei una ragazza”.

    Vaticano, il primo vertice sulla pedofilia

    Si apre domani in Vaticano il vertice sugli abusi nel Clero che radunerà fino al 24 di febbraio i presidenti di tutte le conferenze episcopali del mondo ala presenza di Papa Francesco. Padre Federico Lombardi, che avrà il ruolo di moderatore, ha fornito alcuni dati in conferenza stampa: in totale, i partecipanti saranno 190, fra cui 114 presidenti conferenze episcopali o loro rappresentanti, 14 capi delle Chiese orientali cattoliche, 15 vescovi che operano in territori di missione, 22 religiosi e religiose membri dei consigli delle unioni generali. I tre giorni di lavori saranno divisi per temi, Responsibility, Accountability, Transparency.

  • La Chiesa cattolica di PB è condannata a pagare un risarcimento di $ 12 milioni per lo sfruttamento sessuale

    La Chiesa cattolica di PB è condannata a pagare un risarcimento di $ 12 milioni per lo sfruttamento sessuale

    Le vittime erano minorenni; i sacerdoti e persino l’arcivescovo emerito dello Stato sono coinvolti nello scandalo.

    Il tribunale del lavoro ha condannato l’arcidiocesi di Paraíba a pagare un risarcimento di 12 milioni di R$ per casi di sfruttamento sessuale contro minori. Il crimine è stato compiuto dai sacerdoti e anche l’arcivescovo emerito dello stato è coinvolto nello scandalo.

    Il giornalista ha ascoltato un giovane che era un assistente di messa e un seminarista. Ha scelto di non essere identificato.

    Reporter: Quanti anni avevi?
    Ex seminarista: avevo 17 anni e mezzo.
    Reporter: in seminario hai trovato quello che speravi?

    Ex seminarista: no, giusto? Ci aspettiamo una cosa e all’improvviso ci si imbatte in un’altra, giusto? A volte molestie legate a molestie sessuali da parte di sacerdoti, da parte di molti seminaristi.

    Reporter: di che tipo?

    Ex seminarista: attraverso le parole, gli atti, prendendo i miei genitali, giusto?

    Il Processo per la Giustizia prosegue. “L’atto è gravissimo. Sono adolescenti che credevano in quella istituzione come la rappresentazione di Dio”, ha detto il Procuratore del Lavoro Eduardo Varandas.

    Tutto è iniziato nel 2014, da una lettera. L’autore ha sentito dire che qualcosa non andava nella chiesa cattolica di Paraíba, e da lì ha fatto una denuncia per lettera, per rimanere dentro la Chiesa. Tuttavia, questo alla fine ha portato alla situazione attuale. Una denuncia che era solo per la Chiesa ha assunto una dimensione immensa.

    Reporter: Perché, signora, ha deciso di scrivere la lettera?

    Testimone: Poiché ero turbata da così tante cose, mi sono preoccupata molto di essere cattolica. Non ce la facevo più e alla fine ho avuto questo desiderio di fare tutto questo.

    Reporter: Eri amica di giovani omosessuali che frequentavano la chiesa?

    Testimone: Quello. Per la festa di compleanno stavamo uscendo, stavamo andando in spiaggia di notte. In quella uscita il nostro ha iniziato conversazioni che non mi piacevano.

    Reporter: Come cosa?

    Testimone: Soprannomi molto brutti sui sacerdoti della nostra chiesa. Monja Vanessa. Pazzo della diocesi. Chiameresti la persona dicendo “ciao, pazzo nella diocesi”?

    Reporter: Hai scoperto in seguito che quelli dall’altra parte erano sacerdoti?

    Testimone: Erano sacerdoti.

    La donna raccontò tutto a un prete affidabile. Spiegò che scrisse la lettera e disse che il documento sarebbe rimasto all’interno della Chiesa. Ma il testo trapelò e divenne notizia. Da quel momento in poi, la Procura della Repubblica iniziò a indagare.

    “In effetti, ciò che è stato trovato, ciò che è stato riportato dalla stampa, determinato dal Pubblico Ministero del Lavoro, era l’inserimento sistematico nella  chiesa cattolica di un gruppo di sacerdoti che abitualmente pagavano per il sesso con i chierichetti e anche i seminaristi “, ha detto il procuratore Varandas.

    Il crimine era definito come sfruttamento sessuale. Tuttavia, ha sottolineato che dal momento che il caso è nel segreto della giustizia, gli viene impedito di rivelare alcuni elementi concreti e ciò che è avvenuto nelle indagini del caso.

    Secondo Varadas, la caratteristica dello sfruttamento sessuale è l’assenza di libero arbitrio per praticare l’atto. In tal caso, il pagamento alle vittime potrebbe essere effettuato in contanti o anche offrendo cibo.

    “Qualcosa che crea sottomissione o qualcosa che causa uno stato di necessità per condurre il bambino o l’adolescente a praticare questi atti. Quale stato di necessità è questo? È la miseria, è la fame, è la protezione dello stato, è l’assenza di politiche pubbliche. Nel caso di minorenni sotto i 18 anni, indipendentemente dalla loro volontà, sia lo Statuto dell’Adolescenza che il Codice Penale considerano lo sfruttamento sessuale proprio perché non hanno la volontà convalidata dalla legge per compiere tale atto”, ha spiegato il pubblico ministero .

    L’ex seminarista afferma di aver ceduto per volontà di diventare sacerdote.

    “Perché fino ad allora la parola d’ordine era ‘passando attraverso questo processo sarai in grado di diventare un prete’. Una specie di scambio, non so se la parola giusta è scambio di favori. A volte una conversazione, un abbraccio all’orecchio, giusto? ‘Sei molto profumato, sei molto bello, molto carino, vero? Devi allenarti molto, non so come lo farai, ma hai un bel petto, giusto?’ ” Ha detto.

    La vittima ha detto che ha fatto sesso e che è stato coinvolto da tre sacerdoti. I nomi dei tre sacerdoti appaiono in diverse testimonianze: Jaelson Alves de Andrade, Ednaldo Araújo dos Santos e Severino Melo. I preti sarebbero lontani dalle loro funzioni.

    Né l’ex seminarista né l’autore della lettera, che ha dato origine alle indagini, hanno voluto identificarsi. E hanno le loro ragioni.

    “Hanno detto che o stavo zitta o che la mia vita era appesa a un filo”, ha detto la donna.

    “Mi hanno detto di stare attento dov’ero, perché non sapevo chi c’era dietro di me, non davanti a me o accanto a me”, ha detto la vittima.

    Per pressione psicologica, due testimoni importanti che avevano programmato un’intervista con il giornalista hanno rinunciato a parlare. Ma, alla giustizia, hanno parlato.

    Uno è un imprenditore, proprietario di un ristorante, ancora molto cattolico. Andò alla chiesa di padre Jaelson e testimoniò contro ciò che pensava fosse una distorsione della Chiesa cattolica.

    “Prima di lui, abbiamo avuto ragazzi e ragazze come chierichetti, ma dopo che è subentrato, ha continuato ad ammettere solo chierichetti maschi. Un giorno, due di loro sono venuti da me. Il primo mi parlò in lacrime, mi disse che aveva deciso di lasciare la chiesa perché un giorno era nella casa parrocchiale e padre Jaelson chiese al ragazzo di cospargerlo di olio durante il bagno. Il ragazzo aveva tra i 14 ei 15 anni. L’altro chierichetto che è venuto a parlare con me ha detto che aveva una relazione con il sacerdote dall’età di 14 a 21 anni “, ha detto in una dichiarazione.

    Un altro testimone è un impiegato della Cattedrale, che ha lavorato lì per oltre 30 anni e non conosceva nessuno dietro le quinte di quello che stava succedendo all’interno.

    “Tre vescovi e cinque sacerdoti sono passati nel tempo in cui ero lì. Uno di questi preti, padre Jaelson, portava chierichetti e altri ragazzi, tutti minorenni, a dormire con lui nelle stanze dietro la chiesa. I ragazzi andavano via presto la mattina. Ha pagato degli spuntini per i ragazzi e gli ha dato anche dei vestiti come regalo. Ho già visto don Jaelson fare sesso con un minore all’interno della chiesa. Ho anche lavorato con padre Ednaldo. Era solito uscire con i ragazzi che guardavano le macchine alla porta della cattedrale. Andava con loro al Bar di Polvora. Erano tutti minorenni e il prete ha dato loro dei soldi “, ha detto in una dichiarazione.

    Fu decisiva la testimonianza di uno di questi giovani, che quando era minorenne lavorava attorno alla cattedrale e affermava che all’epoca aveva rapporti con padre Ednaldo. Ha detto loro tutto ma non ha potuto vedere il completamento del caso perché è stato assassinato nel dicembre 2016. La polizia ha anche indagato sulla possibilità di masterizzare i file, ma non è stato dimostrato nulla.

    L’ex impiegato ha anche citato un quarto prete: Rui da Silva Braga. Anche padre Rui portò i ragazzi a casa sua.

    Una particolarità del caso è che non solo i preti sono stati accusati di crimini sessuali. Secondo il ministero pubblico, vi è stato il coinvolgimento diretto dell’allora arcivescovo, Don Aldo Pagotto. È sospettato di nascondere i crimini dei sacerdoti e anche di aver avuto rapporti sessuali con i giovani della città.

    “In una certa conversazione, è arrivato davvero a mettere una mano sul mio petto e ha detto ‘perché non approfittiamo del fatto che siamo entrambi qui e faremo il meglio per entrambi?’ “, ha detto l’ex seminarista.

    In tribunale, la vittima ha dichiarato di essere stata molestata solo dall’allora arcivescovo. Ma, con il giornalista, è andato oltre:

    “Dobbiamo fare sesso, sì,” disse.

    Ignaro del coinvolgimento dell’arcivescovo, l’uomo d’affari gli ha persino chiesto di intervenire sul problema.

    “È venuto a piangere e ha detto che avrebbe cercato di risolvere la situazione. disse che avrebbe portato padre Jaelson a fare un trattamento per fermare queste cose. Era il 2009 e non è stato fatto niente. Voglio chiarire che sono cattolico, continuo a frequentare la chiesa e non intendo danneggiare alcun prete. Voglio solo che la verità esca per la dignità della chiesa “, ha detto l’uomo d’affari alla corte.

    Nel 2002, quando era vescovo di Sobral in Ceará, Dom Aldo fu accusato di presunto tentativo di coprire i casi di abuso sessuale di un prete contro 21 ragazze. Ma il Tribunale del Ceará ha chiuso il caso. Nel 2004 è diventato arcivescovo di Paraíba. Rimase in carica fino al 2016, quando si dimise, tra accuse di scandali sessuali che coinvolgevano sacerdoti.

    Nella lettera di dimissioni, ha fatto riferimento a “laureati”, vale a dire i sacerdoti e seminaristi provenienti da altre diocesi, e che ha ricevuto: “Ho accolto sacerdoti e seminaristi, al fine di offrire loro nuove opportunità nella vita. Tra gli altri alcuni sospettati successivamente di aver commesso gravi defezioni, contrariamente all’idoneità richiesta nel sacro ministero”.

    Don Aldo ora vive a Fortaleza. Ha avuto il cancro alla prostata. A Pasqua del 2018, ha pubblicato un video in cui appare indebolito. Il giornalista ha chiamato il suo cellulare tre volte, e anche il telefono fisso della casa in cui vive. Non ha risposto, né ha risposto ai messaggi di testo. Ha inviato una breve email:

    “Non partecipo a questo tipo di relazione, chiarisco che l’8.11.2017 i sacerdoti sospettati di coinvolgimento con minori sono stati prosciolti all’unanimità”.

    Ma i preti non erano esattamente innocenti. La data citata da Don Aldo coincide con il deposito del caso nella Corte Comune. La Procura della Repubblica ha ritenuto che i crimini fossero già stati prescritti, cioè, per legge, erano vecchi e non potevano più essere giudicati.

    Il procuratore di stato Francisco Sagres Vieira ha dichiarato di essere convinto che il crimine è accaduto, che “i fatti sono stati verificati, c’erano ragioni sufficienti per promuovere il crimine”. Tuttavia, era “mani legate perché c’era la prescrizione”.

    Ma nel Tribunale del lavoro c’era la condanna per lo sfruttamento sessuale. Indennizzo di R$ 12 milioni, R$ 1 milione per ogni anno di don Aldo Pagotto alla testa dell’Arcidiocesi. Il denaro deve avere un uso sociale.

    “Questi 12 milioni di dollari oggetto della condanna saranno destinati al fondo di infanzia, adolescenza e istituzioni simili che lavorano con bambini sfruttati sessualmente e agiscono in recupero psicologico, reintegrazione sociale”, ha spiegato il Procuratore Eduardo Varandas.

    L’arcidiocesi di Paraíba ha dichiarato con una nota che “il Procuratore del lavoro ha violato esplicitamente la riservatezza” nel concedere un’intervista sulla condanna. L’Arcidiocesi ha sottolineato che adotterà le misure necessarie per determinare le responsabilità relative all’inosservanza della legge e dell’ordine legale.

    Tutti i religiosi menzionati nella causa hanno negato il coinvolgimento con i giovani. La Chiesa può ancora impugnare la sentenza.

    “Questo deve essere ripulito dalla società. La Chiesa, a mio avviso, deve questa spiegazione al mondo. Ora, indipendentemente dal fattore che ha causato questo o quello, la grande preoccupazione della Procura è di impedire che tali danni continuino a essere una routine nella vita di bambini e adolescenti “, ha affermato il pubblico ministero.

    L’ex seminarista, che ora ha 27 anni, si è laureato in economia e diritto. Ha lasciato il seminario per paura di diventare un prete abusatore.

    “Ero troppo spaventato di diventare ciò che mi hanno fatto“, ha detto.

    Giornalista: Ti farò un’ultima domanda: cosa ti piacerebbe che fosse successo ai preti e al vescovo che ti hanno abusato?

    Ex seminarista: guarda, sinceramente, che la Chiesa si è presa cura di loro, giusto? La giustizia è stata davvero fatta, so di essere uno in più. Ma io credo che la Chiesa dovrebbe, come istituzione, prendersi cura dei sacerdoti neurologicamente e costruttivamente, a livello di società, facendo giustizia.

    L’autrice della lettera di denuncia, che ha dato origine a ogni indagine, dice che rimane cattolica, confidando in una Chiesa che sa purificarsi.

    “Volevo che la chiesa fosse pulita. Non ho denunciato la Chiesa, ho appena fatto una richiesta di aiuto, vado nella nostra Chiesa, la Chiesa sta soffrendo. Volevo che fosse pulito, ma volevo che fosse ripulito all’interno della chiesa, chiuso e non al mondo perché la nostra Chiesa è santa, la nostra Chiesa non merita ciò che sta accadendo”, ha lamentato.

    (traduzione con Google)
    https://g1.globo.com/pb/paraiba/noticia/2019/01/20/igreja-catolica-na-pb-e-condenada-a-pagar-indenizacao-de-r-12-milhoes-por-exploracao-sexual.ghtml

  • Pedofilia: fine del processo al cardinale Barbarin, sentenza il 7 marzo

    Pedofilia: fine del processo al cardinale Barbarin, sentenza il 7 marzo

    La parola fine sul processo al cardinale Barbarin e altri cinque religiosi della diocesi lionese verrà messa il prossimo 7 marzo, alla lettura della sentenza. La procura non ha chiesto alcuna condanna nei confronti dell’arcivescovo, accusato di omessa denuncia di violenze sessuali su minori, perché parte dei fatti sono prescritti e altri non sono stati accertati a sufficienza.

    La reazione delle vittime

    “Sono scandalizzato dalla requisitoria fatta mercoledì dal pm. Sono indignato dalle interpretazioni degli avvocati della difesa. Bugie, prove che vengono spazzate via così, per far credere che queste persone, di fatto, hanno fatto di tutto per aiutarci, per aiutare Alexandre… È scandaloso ma continueremo ad ascoltare, non c’è scelta, è il gioco del processo“, ha dichiarato ai nostri microfoni Pierre-Emmanuel Germain-Thill, una delle vittime di padre Preynat.

    Le parti civili, le vittime, si attendevano la decisione del pubblico ministero – la quale segue l’indicazione della procura che nel 2016 propose di archiviare il caso – ma la delusione resta comunque.

    “Oggi nessuno può più dire, vista la pubblicità fatta al processo, ‘non sapevamo, non avevamo capito che la vittima minore di un’aggressione sessuale avrebbe sofferto così tanto, per anni, a causa di quanto accaduto’“, ha spiegato l’avvocato di parte civile, Jean Boudot.

    La difesa punta il dito contro la mediaticità del processo

    La difesa, che ha condannato la mediaticità del processo, ha sempre negato che ci sia stato dolo nel comportamento del cardinale, che anzi avrebbe incoraggiato la giustizia a procedere.

    “Bisogna sempre considerare gli altri come un fine e non un mezzo“, le parole dell’avvocato di Barbarin, Jean-Felix Luciani. “Qui Barbarin è considerato come un mezzo, per denunciare non so quale sistema, non so quale istituzione. È un uomo con la sua sofferenza, con le sue azioni, con i suoi errori e anche con ciò che non meritava: non meritava questa procedura penale“.

    Ora resta solo una domanda alla quale rispondere. La giudice, Brigitte Vernay, seguirà la richiesta del pubblico ministero, oppure no?

    https://it.euronews.com/2019/01/10/pedofilia-fine-del-processo-al-cardinale-barbarin-sentenza-il-7-marzo

  • Processo Barbarin, l’accusa non chiede condanne

    Processo Barbarin, l’accusa non chiede condanne

    La procura della Repubblica di Lione non ha chiesto alcuna condanna nei confronti del cardinale Philippe Barbarin, da lunedì alla sbarra con altri cinque responsabili della Chiesa cattolica, con l’accusa di omessa denuncia di violenze sessuali su minori. Secondo il Pubblico ministero parte dei fatti sono prescritti e altri non sono stati accertati a sufficienza. La difesa delle vittima degli abusi, liquida la posizione del Parquet come “una opinione come le altre, non è certo il Vangelo… e non deve diventare un coro”, dice ai giornalisti un avvocato.

    La decisione di non chiedere condanne segue l’indicazione della procura che nel 2016 propose di archiviare il caso. Le 6 persone costituitesi parte civile furono vittime delle molestie e violenze da parte del sacerdote Bernard Preynat. “Quando il cardinale Barbarin sostiene che solo nel 2014 capì l’ampiezza e la gravità di questi atti… mentre in realtà ne era a conoscenza sin dal 2010, quando erano evidenti sia il numero delle vittime che la natura sessuale di tali atti… quando ha detto al quotidiano La Croix, due mesi dopo aver incontrato padre Peynat, di sentirsi molto vicino all’incommensurabile sofferenza delle vittime… ora non può dirci che aveva capito tutto solo nel 2014… per me è una menzogna”.

    La difesa nega che ci sia stato dolo nel comportamento dell’arcivescovo, che anzi avrebbe incoragiato la giustizia a procedere, “Lo hanno descritto come qualcuno che copre un prete pedofilo. Possiamo accettare che si siano compiuti degli errori, ma senza la volontà di coprire alcunché. Al contrario, il cardinale è soddisfatto che si sia arrivati a questo processo. Spero che questo processo corrisponda a una riabilitazione mediatica dell’immagine del cardinale”. Sempre la difesa di Barbarin parla di processo spettacolo. “Le parti civili non hanno mai nascosto che scopo di questo processo sia quello di provocare cambiamenti nelle regole della Chiesa. In questo senso è un processo spettacolo”.

    Nella terza udienza gli altri coimputati dell’arcivescovo hanno risposto alle domande della presidente del Tribunale, sostanzialmente aderendo alla ricostruzione dei fatti proposta dalla difesa di Barbarin. La testimonianza delle vittime degli abusi ha ricostruito tanto le modalità delle azioni del prete pedofilo quanto gli infruttuosi tentativi di denunciare il tutto alle autorità ecclesiastiche. Secondo l’accusa, negli anni Duemila l’arcivescovo di Lione, effettivamente venne a conoscenza di quanto commesso dal prete ma la sua decisione di non denunciare sarebbe prescritta. A fine 2014, l’alto prelato incontrò una vittima di padre Preynat, ma i giudici hanno escluso che il cardinale abbia tentato di ostacolare la giustizia. Il Tribunale ha disposto di allungare di un giorno il calendario delle udienze. Oggi, dunque, difesa e accusa si incontreranno in aula per l’ultima volta.

    https://it.euronews.com/2019/01/10/processo-barbarin-l-accusa-non-chiede-condanne