Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: pubblico ministero

  • Abusi su un parrocchiano, a processo don Gianni: la verità dai testimoni

    Abusi su un parrocchiano, a processo don Gianni: la verità dai testimoni

    Ultima udienza dedicata alla difesa nel processo a carico di don Gianni Bekiaris. Ora si attende la decisione del tribunale su una nuova perizia sulla vittima. L’avvocato Giuseppe Pizzutelli, difensore del sacerdote sotto processo per violenza sessuale nei confronti di un giovane parrocchiano, ha chiamato cinque testimoni, tre che frequentavano la parrocchia di Ceprano e due di Monte San Giovanni Campano.

    I testi hanno fatto riferimento a una bacheca con tutte le chiavi e che molti avevano accesso a tutti i locali. Si tratta di persone chiamate a ricostruire la vita della parrocchia, serviti a fornire elementi a sostegno della tesi difensiva. Per la parte civile, l’avvocato Carla Corsetti ha evidenziato che i testi non hanno scalfito l’accusa e che non erano in dubbio le attività svolte in parrocchia. La difesa, comunque, ha rinunciato a sentire altri testimoni.

    A quel punto, il tribunale di Frosinone essendo in diversa composizione (le parti hanno acconsentito alla rinnovazione degli atti mediante lettura) ha fissato una nuova udienza il 12 marzo. Servirà a sciogliere la riserva sulla richiesta avanzata dalla difesa di una nuova perizia medico-legale per verificare gli aspetti sul nesso di causalità sugli abusi denunciati dal ragazzo e i disturbi che questi avrebbero prodotto.
    La difesa Bekiaris ha l’interesse a far emergere da una nuova perizia quanto dichiarato dal proprio consulente di parte. Su tale richiesta, peraltro, sia il pubblico ministero Adolfo Coletta che la parte civile (per i quali i danni per quei traumi pregressi sono ancora attuali) hanno espresso parere contrario ritenendo sufficiente la perizia fin qui svolta.

    https://www.ciociariaoggi.it/news/cronaca/69426/abusi-su-un-parrocchiano-a-processo-don-gianni-la-verita-dai-testimoni

  • Savonarola si è fermato a Savona

    Savonarola si è fermato a Savona

    Antonio Rossitto

    Eminenza Reverendissima, presento con animo colmo di sofferenza il caso riguardante don Nello Giraudo». È l’8 settembre 2003. Domenico Calcagno, in quel momento vescovo di Savona, poi cardinale e plenipotenziario dello sterminato patrimonio della Chiesa, scrive a un prelato ancora più eccellente: Joseph Ratzinger, che due anni dopo diverrà Papa Benedetto XVI. Nell’autunno 2003, però, Ratzinger è ancora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, deputata a vigilare sulla rettitudine del clero. E a indagare sui «delicta graviora», i reati più gravi: come quelli contro il sesto comandamento, non commettere atti impuri con un minorenne. Fuor di decalogo: la Congregazione è l’organismo vaticano che punisce i preti pedofili.

    Otto settembre 2003, quindi: l’allora vescovo Calcagno segnala all’allora cardinale Ratzinger gli abusi di un parroco. Da quel momento, comincia un carteggio durato più di un decennio tra la diocesi di Savona e la Congregazione per la dottrina della fede. Che tutto sa, eppure non fa nulla per evitare altre violenze. Anni di omissioni, temporeggiamenti e pilatismo. Nel mentre, la giustizia penale accerta gli abusi e imputa la curia di colpevole ignavia.

    «Il caso riguardante don Nello Giraudo», come lo definisce Calcagno, è il paradigma di una Chiesa che niente vuole sapere e niente vuole decidere. Un «caso» che comincia nell’inverno 1980. Nello Giraudo, 26 anni e appena ordinato sacerdote, viene inviato a Valleggia, a pochi chilometri da Savona. Comincia a insegnare religione nelle scuole e diventa assistente regionale degli scout. Ma arriva la prima, allarmante, segnalazione: una madre denuncia che don Giraudo ha palpeggiato il figlio. Anche il parroco suo superiore nota atteggiamenti equivoci. Soltanto nel 1984 Giulio Sanguineti, il vescovo dell’epoca, trasferisce il sacerdote pochi chilometri più in là: a Spotorno. Sarà l’inizio di un lungo peregrinare. Questa, del resto, è sempre stata la prassi delle curie: spostare i preti accusati pedofilia da una chiesa all’altra. Come se i bollenti spiriti dipendessero dalle latitudini.

    Nel 1989 don Giraudo emigra ancora: viene promosso parroco di Feglino, sempre vicino a Savona. Dove, a dispetto degli opachi precedenti, apre la comunità «La lanterna»: una casa-famiglia per ragazzi in difficoltà. Ma a marzo 2002 Calcagno, appena nominato vescovo di Savona, riceve l’allarmata confidenza di un’assistente sociale: a causa delle molestie del prete, i Comuni liguri non vogliono più affidare altri ragazzi alla comunità. E pure la Caritas mette in guardia il monsignore.

    Bisogna correre ai ripari: con la consueta discrezione, ovvio. Il 9 giugno 2003 Andrea Giusto, vicario generale della diocesi, annuncia a don Giraudo l’ennesimo incarico, causa reiterati abusi: «Fatti coraggio, metticela tutta per uscire da questa situazione… Ti voglio bene». E qualche mese dopo, per l’appunto l’8 settembre 2003, Calcagno informa, Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede: «Chiedo la cortesia di un consiglio circa l’atteggiamento da tenere» aggiunge il vescovo. «Per quanto possibile, intendo evitare che abbia comunque responsabilità che lo mettano a contatto con bambini o adolescenti».

    Alla lettera viene allegato un documento, firmato da don Giusto, che riassume tormenti e abusi del parroco «segnalato»: dal 1980, appena nominato a Valleggia, fino al 2003, quando è costretto a chiudere la casa-famiglia e lasciare Feglino. Lo stesso Giraudo, specifica il dossier, ha confessato di provare attrazione per i ragazzi: «Inclinazione che pensa possa essere accettabile e compatibile anche con la sua condizione di sacerdote». Il vicario generale conclude l’informativa chiarendo, tra l’altro, che «nulla è trapelato sui giornali e non ci sono denunce in corso».

    La Congregazione per la dottrina della fede resta impassibile. Don Giraudo, nel novembre 2003, viene mandato in un’altra parrocchia. Ma, anche se esonerato dal catechismo, nell’estate 2005 commette l’ennesimo abuso, per cui sette anni dopo patteggerà un anno di reclusione.

    Le comunicazioni tra la curia ligure e quella romana sembrano però interrompersi. Solo il 22 febbraio 2006, più di due anni dopo l’ultima missiva, Calcagno scrive a monsignor Charles Scicluna, promotore di giustizia della Congregazione per la dottrina della fede, cioè il pubblico ministero vaticano. «Mi riferisco alla pratica inerente il sacerdote Nello Giraudo» esordisce. Il vescovo dettaglia i presunti progressi di don Nello, grazie anche a «un intinerario psicologico» con un prete cappuccino. È stato lo stesso don Giraudo, rivela lo stesso Calcagno, a chiedergli «di informare codesta Congregazione, al fine di ottenere il superamento del grave giudizio nei suoi confronti».

    Riassumendo: il parroco, temendo di venire spretato, chiede al vescovo di metterci una buona parola. E lui non si sottrae. Tanto che il 7 marzo 2006 invia un’altra lettera a Scicluna, proponendo un incontro al promotore di giustizia vaticano per uno «scambio di vedute». Che condurrà, ancora una volta, all’immobilismo dell’inchiesta canonica.

    Fino a quando un uomo non si presenta alla Procura di Savona per denunciare gli abusi che avrebbe subito nel 1983. Si chiama Francesco Zanardi (vedere il box a pagina 30), e per lui sarà il primo di una sequela di esposti firmati dalla Rete L’Abuso, l’associazione per le vittime della pedofilia del clero che creerà poco più tardi. Dopo la sua querela, alla fine del 2009, la Procura di Savona apre un’inchiesta. La notizia finisce sui giornali. Lo scandalo è scoppiato: non è più possibile tergiversare. Così Vittorio Lupi, successore di Calcagno, sollecita il sacerdote: ora basta, deve abbandonare la tonaca. E don Giraudo il 27 marzo 2010 chiede di essere spretato.

    Due giorni dopo, il 29 marzo 2010 Luis Francisco Ladaria, allora segretario (e oggi prefetto) della Congregazione per la dottrina della fede, scrive al vescovo Lupi. Vuole aggiornamenti sul «caso del reverendo Nello Giraudo, che fu denunciato nel 1980 per abuso di minori, e nel 2002 manifestava al vicario generale la propria tendenza pedofila». Un sunto che compendia oltre un ventennio di negligenze.

    Ladaria, nella comunicazione, ricorda: «Il suo predecessore, Sua Eccellenza Calcagno, nel 2003 segnalava il caso a questa Congregazione. Il 4 aprile 2006 egli fu invitato ad avvicinare il chierico per chiedergli se intendesse domandare al Santo Padre la dispensa da tutti gli oneri sacerdotali». In caso contrario, il vescovo «avrebbe dovuto attivare» il processo canonico. Insomma, per evitare un ulteriore scandalo, il Vaticano suggeriva a Giraudo spontanee dimissioni. Che però arriveranno solo quattro anni dopo.

    «Attendo un suo cortese e celere cenno di riscontro» conclude Ladaria. Dopo quattro anni, improvvisamente il Vaticano ha fretta. Forse teme che lo scandalo possa ingrandirsi. Lupi replica il 16 aprile 2010. In seguito alla campagna mediatica, rassicura, ha chiesto a don Nello di presentare la dismissione dallo stato clericale.

    La Procura di Savona, intanto, prosegue con l’inchiesta. Nel febbraio 2012 don Giraudo viene condannato per gli abusi su un minorenne, pena che patteggia a un anno. Nel mentre, i magistrati aprono un altro fascicolo sull’«atteggiamento omissivo» dell’ex vescovo Dante Lafranconi, oggi a capo della diocesi di Cremona: avrebbe, insomma, coperto il prete. Nel maggio 2012 il procedimento viene archiviato «per intervenuta prescrizione». Nella sentenza, però, il giudice Fiorenza Giorgi stigmatizza «l’atteggiamento assolutamente omissivo» di Lafranconi: «Dai documenti emerge come la sola preoccupazione dei vertici della curia fosse quella di salvaguardare l’immagine della diocesi, piuttosto che la salute fisica e psichica dei minori affidati ai sacerdoti». Per questo l’ex vescovo non ha «esercitato il suo potere-dovere di controllo sui preti e di protezione dei fedeli». Altrettanto triste, conclude il giudice savonese, è che «dai documenti agli atti non risulta nessuna espressione di rammarico a favore degli innocenti fanciulli».

    Non è finita. La Procura nel 2014 apre un’altra indagine su don Giraudo. Gli investigatori raccolgono le testimonianze di quattro persone: sostengono di essere state abusate e maltrattate dagli anni Novanta fino al 2003. Ma, anche stavolta, i magistrati si scontrano contro il peso degli anni. Nel settembre 2016, nonostante «plurimi e convergenti (per non dire schiaccianti) elementi indiziari», il pm Giovanni Battista Ferro chiede l’archiviazione per tutti i reati: «Il termine di prescrizione è ormai ampiamente decorso».

    Lo stesso epilogo, nel 2013, ha avuto l’inchiesta su un altro parroco della diocesi savonese sospettato di abusi: don Pietro Pinetto. Pure questo fascicolo finirà nel nulla. Il sacerdote, però, finisce nuovamente sotto inchiesta per calunnia nei confronti di una vittima. Anche questa indagine sarà archiviata.

    Ma agli atti della Procura resta un’attestazione del vescovo Lupi sul procedimento canonico contro il sacerdote: «Per decreto della Congregazione per la dottrina della fede, in data 29 maggio 2015, l’indagine canonica nei confronti di don Pietro Pinetto viene chiusa, tenendo conto dell’abbondante prescrizione intervenuta circa gli addebiti per cui è stato indagato». E dunque il reverendo riceve dal vescovo un’ammonizione, «come previsto dal codice di diritto canonico». Oggi don Pinetto è il placido vicario parrocchiale di una chiesa di Savona.

    https://www.panorama.it/news/cronaca/pedofilia-chiesa-coperture-inchiesta-savona/

  • La giustizia italiana porta al banco i massimi esponenti dei Legionari di Cristo per insabbiamento in un caso di pedofilia

    La giustizia italiana porta al banco i massimi esponenti dei Legionari di Cristo per insabbiamento in un caso di pedofilia

    La decisione, che porta all’accusa contro la Legione sale ad un altro livello, e porta a sedersi sul banco degli imputati per la prima volta in Italia alti prelati dell’organizzazione per la loro gestione di una denuncia di abusi, è stata presa dal procuratore generale di Torino (nord) Francesco Enrico Saluzzo, come ha rivelato giovedì l’avvocato delle vittime, Daniela Cultrera.

    “Il Procuratore Saluzzo ha preso la decisione in base alla considerazione che ci sono presunti casi da processare con l’accusa di aver favorito l’insabbiamento del caso Reséndiz Gutierrez per aver depistato le indagini e cercato di indurre una famiglia, maniponandola, a commettere il reato di falsa testimonianza”, ha spiegato l’avvocato.

    Riferendosi a quest’ultimo reato, ha aggiunto l’avvocato, il Pubblico Ministero ha ritenuto che vi sia la possibilità che gli imputati abbiano  violato l’articolo 611 del codice penale italiano, che prevede pene fino a cinque anni di carcere.

    In particolare, come rivelato nel corso del processo da  due ampi rapporti pubblicati in giugno e agosto di quest’anno (edizioni 2173 e 2179), i sei accusati  – oltre ai sacerdoti sono stati anche accusati Reséndiz Gutiérrez e un avvocato dell’istituzione – avrebbero tramato permettere a tacere la vittima e i suoi genitori, proponendo un oscuro accordo di riservatezza che implicava che negassero gli abusi e qualsiasi coinvolgimento della congregazione nei fatti, in cambio di una grossa somma di denaro.

    Tale proposta di accordo sarebbe stata fatta alla fine del 2013, dopo che un altro sacerdote ha denunciato gli abusi del Reséndiz Gutiérrez davanti alla polizia italiana e durante il commissariamento dei legionari sotto l’autorità del commissario nominato dal Vaticano per il rinnovamento dopo gli scandali, il Cardinale Velasio De Paolis ormai defunto. Quest’ultimo, secondo la testimonianza di un testimone, non avrebbe autorizzato la gestione e non sarebbe stato informato nell’immediatezza.

    L’accordo stabiliva anche che la vittima doveva restituire alla Legione il doppio dell’importo concordato, se alla fine decidevano di denunciare gli abusi alle autorità, come riportato.

    “La falsa testimonianza non può essere oggetto di una transazione. Questo in Italia è considerato un crimine”, ha detto Cultrera, i cui assistiti, inoltre, non sono particolarmente benestanti.

    Tra i quattro imputati spicca il messicano Óscar Náder Kuri, che nel 2010 ha sostituito il potente Luis Garza come ex-direttore territoriale in Italia, ruolo che ha ricoperto fino al 2014.Dal 2015, Náder Kuri è cappellano di una delle sezioni femminili di Monterrey, in Messico, e superiore della casa di apostolato di San Pedro, secondo le informazioni pubbliche della Legione.

    Manuel Cordero Arjona, il sacerdote e psicologo Víctor de Luna e il sacerdote Luca Gallizia, che avrebbero materialmente consegnato l’accordo a una delle famiglie, secondo la ricostruzione delle vittime, sono anch’essi sulla lista.

    Innocenti, secondo i Legionari

    Oltre a loro, anche l’avvocato Corrado D’Agostino e lo stesso Reséndiz Gutiérrez, che non è più formalmente integrato nella congregazione dopo aver perso il suo stato clericale, andrà in giudizio. Tutti loro, secondo una dichiarazione rilasciata dalla Legione di Cristo il 16 novembre, “si sono dichiarati innocenti”. Nella stessa nota, la congregazione ha anche affermato che, non appena sarà emessa una sentenza,”informerà al riguardo”.

    La pratica di offrire denaro in cambio di silenzio è stata anche denunciata, in passato, da diversi ex membri dei Legionari. E con questo come base, alcuni ex-legionari hanno anche suggerito che, nel coprire il caso di Reséndiz Gutiérrez, avrebbero potuto essere coinvolta la Legione ai suoi massimi livelli. Negli ultimi mesi, il caso, infatti, è stato oggetto di vivaci dibattiti sui social network.

    La decisione del procuratore di Torino, che divenne nota giovedì durante un’udienza a Novara, ha così risolto la richiesta di archiviazione della causa, inizialmente proposta dal procuratore di Novara, e sostituisce anche la denuncia iniziale di tentata estorsione che gravava sulla Congregazione.

    “La decisione del procuratore di Torino, di intervenire nel caso, è legittima sulla base della legge italiana, anche se piuttosto rara. Evidentemente ha ritenuto necessario che il caso non dovesse finire su un pezzo di carta “, ha detto l’avvocato.

    Secondo Cultrera c’è ora un periodo di circa 30 giorni per formalizzare le accuse contro gli imputati, dopo di che si dovrebbe conoscere la data della prima udienza del processo.

    In questa linea, l’avvocato ha affermato di essere convinta della possibilità di vincere il processo in questione, che considera “molto importante, perché mette in evidenza il funzionamento di un sistema e non di un singolo individuo”.

    “La difficoltà è che le minacce contro le vittime sono state eseguite con molta manipolazione e ingegno, cosa che le rende più difficili da dimostrare”, ha detto Cultrera.

    Un altro processo

    Parallelamente a questo caso, una nuova udienza del processo penale sugli abusi sessuali su minori contro Reséndiz Gutiérrez, che si sarebbe tenuta all’inizio di questo mese e rinviata a causa di uno sciopero degli avvocati in Italia, sarà discussa il 27 marzo.

    Da parte loro, i Legionari di Cristo hanno recentemente ricevuto l’approvazione del Vaticano per le loro nuove costituzioni per i consacrati e per i laici del Regnum Christi, in un nuovo passo verso il loro presunto rinnovamento. Al contrario, il Vaticano non ha ancora parlato pubblicamente dei nuovi problemi legali che ora gravano sulla Congregazione nata in Messico.

  • Rete L’ABUSO; il “Report Giustizia sul caso Italia”, pubblicato sul sito dell’ONU

    Rete L’ABUSO; il “Report Giustizia sul caso Italia”, pubblicato sul sito dell’ONU

    Finisce tra i documenti ammessi nell’80 sessione (14 gennaio 2019 – 01 feb 2019) della Commissione per i diritti dell’infanzia, il Report della Rete L’ABUSO sul caso denominato “Italia” che si focalizza in particolare sulla giustizia.

    Va detto che dalla sua nascita, la Rete L’ABUSO ha sempre puntato sulla fiducia e nei valori della giustizia, a nostro avviso l’unica strada legale e civile sulla quale poter proseguire. Spesso la colpa dei fallimenti giudiziari finisce su chi rappresenta la Giustizia e la esercita, alcune volte è vero, ma molte altre invece accade che a monte della sentenza di un Giudice o a monte dell’inefficienza di un Pubblico Ministero, vi siano problemi che nascono da vuoti legislativi o da assenza di regole, o addirittura da regole eccessivamente dispari con i principi stessi di uno Stato e della sua Costituzione, come nel caso del Concordato tra l’Italia e lo Stato della Città del Vaticano, che paradossalmente, anziché vedere l’Autorità Giudiziaria inquirente – nel caso del clero – la vede obbligata a comunicare l’apertura di un fascicolo nei confronti di un sacerdote, al tempo stesso, con la semplice scusa che le informazioni siano riconducibili al proprio ministero, permette ai sacerdoti di sottrarsi ai magistrati.

    Il “Report Giustizia sul caso Italia” (versione in lingua italiana non disponibile sul sito delle Nazioni Unite) parte proprio da qui, da una doverosa quantificazione da parte dello Stato dell’entità del problema, creando basi sulle quali poi poter creare un contrasto efficace al fenomeno, che dopo 20 anni, inequivocabilmente conferma che la chiesa non è in grado, oppure non vuole affrontare, quanto meno nei confronti delle sue stesse vittime.

    Parlo delle vittime, perché per quanto riguarda i sacerdoti, anche quelli pedofili, almeno in Italia è disarmante, anche per me, vittima e Presidente di un’associazione di vittime, vedere a fronte del totale fallimento nella prevenzione e nella riparazione di chi danneggiato, quanto la chiesa si sia ben organizzata invece in soccorso dei sacerdoti. Parlo di cliniche “escamotage” parallele alla nostra sanità nazionale, che come emerso da u’inchiesta giornalistica di Emanuela Provera e Federico Tulli, – contenuta nel libro “Giustizia divina” Chiarelettere (che finirà oltre che nel report in oggetto, anche in una integrazione che depositeremo a breve presso la Procura di Savona) alla quale abbiamo contribuito come associazione – nelle consulenze , fornendo i dati iniziali – hanno una capillare presenza sul territorio, spesso fungono anche come rifugio o escamotage per sottrarsi alla giustizia.

    Nel report, che aveva un limite di 5 pagine, concesso a 6, si citano anche alcuni dei casi più emblematici, come quello di Giada Vitale che per il Giudice, fu vittima di abusi sessuali fino allo scadere “tecnico” del compimento del 14° anno di età, un minuto dopo, è consenziente, e il suo molestatore assolto per quei reati.

    Si citano tra i casi quello di don Silverio Mura, don Francesco Rutigliano, don Mauro Galli e in questo caso l’enorme contraddizione di papa Francesco, che malgrado fosse informato delle violazioni di mons. Mario Delpini, malgrado le proprie dichiarazioni di tolleranza zero, lo ha tuttavia nominato arcivescovo di una delle diocesi più grandi d’Europa.

    Il documento termina con cinque raccomandazioni che l’Associazione, per facoltà porta all’attenzione del Comitato, indirizzate all’Italia, tre delle quali, su richiesta dell’Ufficio di Ginevra, sono state approfondite in un ulteriore documento integrativo di tre pagine, al momento riservato.

    Zanardi

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webpwp-content/uploads/2026/01/il-vescovo-di-bilbao-riconosce-il-lavoro-di-el-pais-per-indagare-sulla-pedofilia-e-gli-sforzi-delle-vittime-per-denunciare.webpwp-content/uploads/2025/02/chiesa-e-pedofilia-la-condanna-del-card-pell-in-australia-lalto-prelato-mai-sfiorato-dalla-magistratura-ecclesiastica.webpwp-content/uploads/2025/02/domenica-15-a-celle-ligure-gianluigi-nuzzi-presenta-il-suo-ultimo-libro-inchiesta-peccato-originale-interverra-francesco-zanardi-presidente-della-rete-labuso.webp2019/02/28/relazione-onu-ita-comitato-per-i-diritti-del-fanciullo-2019/

  • Torna in libertà l’ex parroco di Bozzano: chiede assoluzione

    Torna in libertà l’ex parroco di Bozzano: chiede assoluzione

    BRINDISI – L’ex parroco della chiesa del rione Bozzano di Brindisi è tornato in libertà dopo due anni e quattro mesi agli arresti, prima in carcere e poi in una comunità, con l’accusa di atti sessuali su un chierichetto. Don Francesco Caramia, 43 anni, originario di Mesagne, è tornato nella sua città, in attesa dell’inizio del processo d’appello davanti alla corte salentina: chiede l’assoluzione dopo la condanna in primo grado alla pena di otto anni. Resta sospeso dalla Curia, quindi non può celebrare messa.

    La scarcerazione

    La stessa Corte d’ufficio, intanto, ha preso atto della decorrenza termini e per questo ha ordinato la remissione in libertà dell’imputato, difeso dagli avvocati Rosanna Saracino e Giancarlo Camassa. Il provvedimento risale a tre settimane fa, ma solo ieri si è avuta certezza della scarcerazione del sacerdote, arrestato dai carabinieri il 15 giugno 2016, in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere ottenuta dal sostituto procuratore Milto Stefano De Nozza. Ieri, infatti, era previsto l’inizio del processo di secondo grado, slittato alla fine del mese di giugno.

    La difesa

    I penalisti hanno chiesto alla Corte una parziale rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale, ritenendo assolutamente necessario l’ascolto del minore, già interrogato con la formula dell’incidente probatorio in fase di indagine preliminare. All’epoca dei fatti oggetto del capo di imputazione, il bambino aveva nove anni. E’ stato ascoltato in alla presenza della criminologa Roberta Bruzzone, nominata come consulente dai difensori dell’imputato. Quelle dichiarazioni rese dinanzi al gip e al pubblico ministero, oltre che alla presenza dei difensori di Caramia, sono state ritenute attendibili e il Tribunale ha poi riconosciuta la credibilità del ragazzino, all’epoca dei fatti chierichetto della parrocchia San Giustino de Jacobis, nel quartiere Bozzano di Brindisi, affidata al parroco.

    I difensori, al contrario, sostengono che ci siano una serie di aspetti assolutamente privi di riscontro e per questo hanno chiesto che venga ascoltato nuovamente.

    La sentenza del Tribunale

    Il Tribunale di Brindisi, presidente Gienantonio Chiarelli, ha riconosciuto una provvisionale in favore delle parti civili: dieci mila euro per i genitori del ragazzo e altrettanto agli stessi in qualità di esercenti la patria potestà sul minore. In giudizio sono stati rappresentati dall’avvocato Carmela Roma.

    La denuncia del pediatra

    Alla base dell’inchiesta c’è la denuncia sporta dal pediatra del ragazzino al quale si era rivolta la mamma, dopo aver parlato con un’amica del figlio. Il medico, la mamma del minore e la perpetua di don Francesco sono stati ascoltati come testimoni durante il dibattimento.

    http://va.newsrepublic.net/a/6629289596465185285?user_id=6528672434530598922&language=it&region=it&app_id=1239&impr_id=6629304772761520390&gid=6629289596465185285&c=fb

  • LE PENOSE COMUNICAZIONI INGANNEVOLI DELLA CURIA MILANESE NELL’ESTREMO TENTATIVO DI SALVARE IL SALVABILE

    LE PENOSE COMUNICAZIONI INGANNEVOLI DELLA CURIA MILANESE NELL’ESTREMO TENTATIVO DI SALVARE IL SALVABILE

    Un comunicato per aiutare a comprendere le “false verità dei fatti” della Diocesi di Milano, ricostruite dal quotidiano Avvenire.

    Ancora una volta, le artefatte conclusioni di alcune testate giornalistiche che tentano, in tutti i modi, di difendere il comportamento omissivo dell’Arcivescovo Delpini nel celebre caso di don Mauro Galli, sacerdote condannato in primo grado a sei anni e quattro mesi per abusi sessuali aggravati, ai danni di un minore, risultano sorprendentemente imbarazzanti.

    Tali ricostruzioni e conclusioni offrono, per altro, come se non bastasse, una ulteriore occasione per dimostrare la banalità con cui cercano di liquidare la questione pensando che tutti i fedeli siano privi di intelletto, risultando per altro sfacciatamente offensive.

    Analizziamo bene i termini della questione su cui si fondano le “loro” artefatte verità, costruite anche grossolanamente per darle in pasto all’opinione pubblica.

    La questione in gioco è fondamentale: ne va anche della credibilità della Santa Sede, la famosa questione della “Tolleranza Zero”, i proclami tanto condivisibili di Papa Francesco.

    Procediamo per Gradi:

    • È ormai certo che don Mauro Galli nel 2011 portò nel suo letto un minore (lo ha testimoniato persino l’imputato);
    • È un dato di fatto che allo stato attuale, su don Mauro Galli, pende una sentenza di condanna di primo grado per sei anni e quattro mesi di reclusione per aver commesso il reato di abuso sessuale aggravato ai danni di un minorenne, in quella notte del dicembre 2011 (ci sarà poi l’annunciato ricorso in Appello e la sentenza di Cassazione che, come sappiamo, potrebbero anche modificare o ribaltare la sentenza di primo grado);

    Tuttavia è certo che i Giudici hanno ritenuto che non vi è alcun dubbio circa la colpevolezza:

    “Ritiene il Collegio che l’effettiva verificazione dei fatti sintetizzati in rubrica e la loro riferibilità soggettiva a don Mauro Galli siano risultate provate al di là di ogni ragionevole dubbio”

    • E’ un fatto certo e non contestato, anzi ammesso persino da Delpini stesso direttamente alla Procura, che il Monsignore (oggi Arcivescovo di Milano), all’epoca dei fatti Vicario di Zona, [I] ha saputo immediatamente, dal parroco don Carlo Mantegazza, della notte e dei presunti abusi sessuali, [II] ha parlato subito con il Galli che gli ha confessato di aver portato nel suo letto il quindicenne, [III] ha deciso in pochi giorni il suo trasferimento, dalla parrocchia di Rozzano alla vicina parrocchia di Legnano, ancora a contatto con i minori inserendolo nella Pastorale Giovanile.

    Questi tre fatti, sono ormai certi e cristallini, sviscerati in ogni minimo dettaglio nel processo, dalle testimonianze, interrogatori, intercettazioni, registrazioni ecc.

    Fatti ormai non più contestati da nessuna delle parti, persino la difesa di don Mauro, l’avvocato Mario Zanchetti ribadiva in aula, nella sua arringa finale, la gravità di tale comportamento, non una leggerezza: “aver preso nel letto un ragazzo di 15 anni e averlo abbracciato perché non cadesse dal letto non è una leggerezza, è una violazione estremamente seria della condotta che un educatore e un sacerdote deve tenere, è una cosa grave”.

    Don Mauro, secondo la terna dei Giudici, presieduta dal Giudice Ambrogio Moccia, è colpevole, ha ritenuto il suo comportamento “abominevole”, come si legge nelle motivazioni della sentenza:

    “la preventiva preparazione di un letto unico per quella notte altrimenti non può interpretarsi se non come preordinazione dell’iniziativa abominevole poi attuata”

    E’ stato, quindi, ben altro rispetto al già grave “aver preso nel letto un ragazzo”.

    Tuttavia è comunque certo che mons. Delpini sapeva della grave circostanza che il prete, quantomeno, aveva passato la notte con il minore condividendo lo stesso letto a casa del sacerdote.

    Arriviamo dunque alle motivazioni della sentenza, 21 pagine per descrivere tale comportamento “abominevole” e una postilla a piè di pagina, pagina 18 per l’esattezza, come riporta il quotidiano Avvenire, per accennare al comportamento del Vescovo, e al clima mediatico intorno alle aule del processo.

    Questi passaggi sono da analizzare bene, uno ad uno, nel dettaglio. Solo chi è estremamente distratto o superficiale, può essere ingannato da una banale conclusione, non a caso articolata.

    Il quotidiano nell’articolo titolato: “Milano. Prete condannato per abusi, totale estraneità della Curia”

    (Firmato da Davide Re, mercoledì 21 novembre 2018)

    e sottotitolato:

    “Le motivazioni della sentenza a carico di don Mauro Galli –  condannato a 6 anni e 4 mesi per violenza sessuale su un minore –  evidenziano la totale estraneità alla vicenda della Curia”,

    descrive con precisione quanto affermato dai giudici omettendo però alcuni piccoli passaggi tra le righe, un bieco gioco di ritaglio finalizzato a lasciar intendere un’altra “verità”.

    Già il titolo, e il relativo sottotitolo, alludono ad una totale condotta impeccabile delle autorità diocesane (anni fa lo stesso quotidiano definiva l’agire della curia “scrupoloso e coscienzioso” riportando una nota stampa della Diocesi), condotta che sappiamo essere riconducibile all’attuale Arcivescovo Mario Delpini.

    Non viene tuttavia e volutamente precisato il quadro di riferimento!

    Estraneità rispetto a quale sistema di riferimento? Le leggi Italiane? Il diritto canonico? La morale cristiana?

    Estraneità generica, estraneità punto e basta! La gente si accontenti!

    Nessuno si ponga domande dato che viene persino sancito da un autorevole Giudice.

    Il Giudice, in effetti, è decisamente autorevole, si tratta del Presidente della Quinta Sezione Penale del Tribunale di Milano: imparziale, corretto e, soprattutto, conosce bene le leggi, quelle Italiane, quelle del diritto penale, e questo è garanzia ulteriore di una giusta sentenza.

    Sempre l’avvocato Zanchetti in qualche modo elogiava, nella sua arringa finale, il lavoro scrupoloso della magistratura: “è stato un processo molto complicato, che ha avuto un’istruttoria completa e complessa”.

    Istruttoria completa, non sono stati trascurati dettagli, molte testimonianze, indagini meticolose, intercettazioni ecc.

    I Giudici nella postilla parlano di un clima di “anticlericalismo tematico” che “è parso materializzarsi nell’intorno del processo” nonostante “non sembra trovare nell’attualità alcuna legittimazione storica” visto “l’atteggiamento da tolleranza zero della massima impersonificazione della Chiesa militante, cioè il Papa, verso i casi accertati di pedofilia”.

    Questo riportava il quotidiano estrapolando alcune frasi.

    Il Giudice nei fatti, scrivendo anche la postilla, dimostra ulteriormente la serietà della terna giudicante, capace di non farsi assolutamente condizionare da eventi esterni ed estranei all’oggetto del processo, nell’aula del tribunale non si stava giudicando la “morale cristiana” oppure “l’etica di un Vescovo” ma il comportamento di un uomo che ha abusato di un minore.

    Il clima all’intorno del processo che si è celebrato a porte aperte è riferito ai media, giornali e televisioni che hanno seguito e riportato i fatti di cronaca.

    Ma perché allora i Giudici si sentono in dovere di scrivere questa nota?

    Avvenire purtroppo si è dimentica di riportare qualche passaggio della stessa:

    “Il Tribunale, in quanto non chiamato a pronunziarsi in merito alle condotte delle Autorità della Chiesa milanese/Istituzione, evita doverosamente di farlo”.

    Dunque il Giudice non esprime nessun giudizio: né di colpevolezza né di assoluzione della Curia Milanese o delle relative autorità come mons. Delpini. L’imputato rinviato a giudizio è don Galli, non altri, il Tribunale pertanto evita doverosamente di giudicare la curia.

    Dunque l’estraneità della curia rispetto allo specifico procedimento è palese essendo lo stesso processo volto ad accertare il comportamento del prete.

    Tuttavia i giudici si sentono comunque in dovere di scriverlo per qualche motivo che però, non a caso, è correttamente riportano nella stessa nota, anche se viceversa anche questo omesso da Avvenire:

    “…evita doverosamente di farlo. Ma – essendo l’argomento stato ripreso in sede di escussione di testi sentiti in aula, nonché in sede di arringa [e di redazione delle note di udienza] dalla Difesa – non può rinunziare a dare atto che nell’«intorno» del processo è parso materializzarsi un avvertibile clima di «anticlericarismo tematico»”

    Di cosa si tratta? Quale il clima di avvertibile di “anticlericalismo tematico”? cosa avrà mai detto la Difesa nella sua arringa?

    L’avvocato Zanchetti probabilmente temendo che i Giudici si potessero suggestionare o potessero essere condizionati dal “clima” derivato dal diritto di cronaca in qualche modo esprimeva la sua preoccupazione e dispiacere:

    “Sappiamo benissimo, e me ne dispiace, che invece questo processo è stato già giudicato dal Tribunale dell’opinione pubblica, dalla stampa e dalla televisione che del sano esercizio del dubbio non sembra farsene niente, non sembra fondare la propria professione sul sano esercizio del dubbio”.

    Ma i Giudici sono integerrimi applicano la legge con estremo rigore, nessuna forzatura, nessun condizionamento, tutto motivato e precisato per iscritto incluso la citata postilla anche se non inerente rispetto all’oggetto del processo.

    Gli stessi autorevoli Giudici, per mettere a tacere qualsivoglia arbitraria interpretazione, mettono quindi nero su bianco, precisandolo con estrema chiarezza, che il Pubblico Ministero non ha ravvisato alcuna ipotesi di reato da parte delle autorità ecclesiastiche: “Il fatto che il comportamento delle Autorità ecclesiastiche milanesi non ha suscitato nel pubblico ministero alcun impulso ad esercitare l’azione penale”.

    Il quotidiano, pertanto, indirizza ad una semplice deduzione logica: “E quindi non sono state trovate nella condotta di allora della Curia (che appena apprese di contatti, poi negli anni successivi diventati prima molestie e poi violenze, tra don Galli e un giovane, lo spostò di parrocchia) delle anomalie e alcuna protezione nei confronti del sacerdote”.

    Apparentemente non fa una piega, si spiega perfettamente la sintesi del  titolo: “prete condannato per abusi, totale estraneità della Curia”.

    Quindi? I Giudici si sono sbagliati?… Impossibile contraddirli!

    I giudici non si sono affatto sbagliati, come non si è sbagliato il Pubblico Ministero Lucia Minutella, dal punto di vista del codice di procedura penale: mons. Mario Delpini non ha commesso alcun reato, è un fatto! Non andrà in galera per questo!

    Ma, purtroppo per il monsignore, la questione non è affatto chiusa: troppo semplice e banale, troppo ingenuo il quotidiano per sperare di aver fugato definitivamente ogni dubbio.

    La questione assai seria e grave risiede da tutt’altra parte, non è competenza del Tribunale di Milano.

    Il tema riguarda la Chiesa, riguarda il fatto che non si sta parlando di giudicare un Vescovo che nemmeno era chiamato in giudizio. Dal punto di vista del codice di procedura penale delle leggi Italiane, è pacifico che i giudici non hanno sbagliato, sia loro che il PM conoscono bene la legge e la applicano nella procedura e nelle sentenze.

    Il Concordato tra Stato e Chiesa in Italia prevede che non ci sia l’obbligo di denuncia da parte del Vescovo in caso di presunto abuso sessuale: che piacciano oppure no, le leggi sono leggi e devono essere rispettate da tutti, in primo luogo dai Giudici.

    Ma il diritto canonico prevede le stesse regole? La “Tolleranza Zero” proclamata da papa Francesco (citata anche dal Giudice nella nota della sentenza) prevede che sia accettabile, “tollerabile” che un Vescovo che certamente sa (per ammissione stessa del prete), che un sacerdote si porta a letto i minori, non avvii alcuna indagine canonica interna, detta indagine previa?

    “Can. 1717 – §1. Ogni qualvolta l’Ordinario abbia notizia, almeno probabile, di un delitto, indaghi con prudenza, personalmente o tramite persona idonea, sui fatti, le circostanze e sull’imputabilità, a meno che questa investigazione non sembri assolutamente superflua”.

    Il Giudice, il processo, la Magistratura, il Pubblico Ministero, la polizia, i testimoni: hanno semplicemente offerto un servizio alla Chiesa, al Santo Padre, cioè hanno accertato i fatti. Hanno scoperto che mons. Delpini sapeva perfettamente che il prete aveva portato a letto il minore e quindi, a causa di questo grave fatto, lo ha personalmente spostato da una parrocchia all’altra, ancora a contatto con i minori.

    E’ un fatto certo, ormai cristallizzato nelle prove giudiziarie inconfutabili.

    Non sta poi a loro (i Giudici) giudicare se questo comportamento è per la Chiesa “Tollerabile”, se risponde alla morale cristiana, al diritto canonico, se è compatibile con l’esercizio episcopale…

    Ora questi fatti, il comportamento della curia milanese, dell’Arcivescovo Delpini è scolpito nero su bianco nei documenti processuali, è pubblico.

    Lo stesso Pontefice ora non potrà dire, come per il Vescovo Barros in Cile, che era stato male informato: non servono nemmeno le indagini dell’Arcivescovo Scicluna, il lavoro complesso di ricerca della verità è già stato raccolto da un’autorevole Consiglio di Giudici milanesi.

    Ora il supremo giudizio spetta dunque al Papa, esula dalla competenza del Giudice Moccia che, per altro, ha in qualche modo riconosciuto nella sentenza il valore della famosa “Tolleranza Zero”.

    Cosa prevedono pertanto le linee guida della CEI “LINEE GUIDA PER I CASI DI ABUSO SESSUALE NEI CONFRONTI DI MINORI DA PARTE DICHIERICI”

    “I. PROFILI CANONISTICI

    1. Notizie di condotte illecite e giudizio di verosimiglianza

    Quando il Vescovo abbia notizia di possibili abusi in materia sessuale nei confronti di minori ad opera di chierici sottoposti alla sua giurisdizione, deve innanzitutto procedere ad espletare gli accertamenti di carattere strettamente preliminare di cui al can. 1717 del codice di diritto canonico relativi alla verifica della verosimiglianza della notitia criminis”

    E’ un fatto che Delpini non avviò nessuna indagine previa. Delpini si limitò a spostare frettolosamente il prete da una parrocchia all’altra ancora in oratorio con i minori (l’indagine previa prevista dal diritto canonico fu avviata solo nel 2015, quattro anni dopo il fatto).

    Cosa pensa il Santo Padre? La certezza che il prete si fosse portato a letto il minore, si poteva considerare una notizia “almeno probabile” di possibili abusi sessuali?

    Il fatto certo, che il parroco don Carlo Mantegazza avesse telefonato a mons. Delpini due giorni dopo l’accaduto, segnalandogli testualmente “presunti abusi sessuali”, come giurato dallo stesso mons. Delpini alla Polizia, si può considerare una notizia “almeno probabile”?

    Certo il Giudice Moccia e i suoi colleghi non hanno alcuna competenza in materia, non stavano svolgendo alcun processo canonico, non spetta a loro… Avvenire questo preferisce non menzionarlo ovviamente!

    Cosa ha precisato proprio questo pontefice nel merito, legiferando in forma di Motu Proprio:

    “Art. 1

    • 1. Il Vescovo diocesano o l’Eparca, o colui che, anche se a titolo temporaneo, ha la responsabilità di una Chiesa particolare, o di un’altra comunità di fedeli ad essa equiparata ai sensi del can. 368 CIC e del can. 313 CCEO, può essere legittimamente rimosso dal suo incarico, se abbia, per negligenza, posto od omesso atti che abbiano provocato un danno grave ad altri, sia che si tratti di persone fisiche, sia che si tratti di una comunità nel suo insieme. Il danno può essere fisico, morale, spirituale o patrimoniale.
    • 2. Il Vescovo diocesano o l’Eparca può essere rimosso solamente se egli abbia oggettivamente mancato in maniera molto grave alla diligenza che gli è richiesta dal suo ufficio pastorale, anche senza grave colpa morale da parte sua.
    • 3. Nel caso si tratti di abusi su minori o su adulti vulnerabili è sufficiente che la mancanza di diligenza sia grave”.

    Cosa diceva il Papa incontrando le vittime:

    “SANTA MESSA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE
    CON ALCUNE VITTIME DI ABUSI SESSUALI DA PARTE DI ESPONENTI DEL CLERO

    OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO (Lunedì, 7 luglio 2014)

    Davanti a Dio e al suo popolo sono profondamente addolorato per i peccati e i gravi crimini di abuso sessuale commessi da membri del clero nei vostri confronti e umilmente chiedo perdono.

    Chiedo perdono anche per i PECCATI DI OMISSIONE da parte dei capi della Chiesa che non hanno risposto in maniera adeguata alle denunce di abuso presentate da familiari e da coloro che sono stati vittime di abuso. Questo, inoltre, ha recato una sofferenza ulteriore a quanti erano stati abusati e ha messo in pericolo altri minori che si trovavano in situazione di rischio.

    D’altra parte, il coraggio che voi e altri avete dimostrato facendo emergere la verità è stato un servizio di amore, per aver fatto luce su una terribile oscurità nella vita della Chiesa. Non c’è posto nel ministero della Chiesa per coloro che commettono abusi sessuali; e mi impegno a non tollerare il danno recato ad un minore da parte di chiunque, indipendentemente dal suo stato clericale. Tutti i vescovi devono esercitare il loro servizio di pastori con somma cura per salvaguardare la protezione dei minori e renderanno conto di questa responsabilità…

    Per tutti noi vale il consiglio che Gesù dà a coloro che danno scandalo, la macina da molino e il mare (cfr Mt 18,6)”.

    Cosa diceva sempre Francesco alle vittime incontrate recentemente a Dublino:

    “IL MESSAGGERO:”

    “Dublino –  «Shit». «Caca». «Merda». Il Papa in persona sdogana una parolaccia. Il termine insolito è affiorato durante la conversazione avuta in nunziatura con le vittime della pedofilia. Una parola decisamente inusuale e solitamente bandita dalle conversazioni o dai colloqui perché considerata volgare e poco appropriata. Eppure stavolta ha reso bene l’idea del giudizio papale su quei vescovi o quei cardinali che in Irlanda (e altrove) hanno coperto e insabbiato casi di preti pedofili, spostandoli da una parrocchia all’altra, proteggendoli invece che denunciarli alla autorità ecclesiale e provvedere di conseguenza a farli ridurre allo stato laicale”.

    Cosa dice il Santo Padre nella recente lettera al popolo di Dio

    “Se in passato l’omissione ha potuto diventare una forma di risposta, oggi vogliamo che la solidarietà, intesa nel suo significato più profondo ed esigente, diventi il nostro modo di fare la storia presente e futura…  E’ imprescindibile che come Chiesa possiamo riconoscere e condannare con dolore e vergogna le atrocità commesse da persone consacrate, chierici, e anche da tutti coloro che avevano la missione di vigilare e proteggere i più vulnerabili.”

    Si potrebbero citare molteplici interventi del Santo Padre che a parole (a suon di proclami), condanna inequivocabilmente il comportamento dei  Vescovi omissivi, “mi impegno a non tollerare… Tutti i vescovi… renderanno conto di questa responsabilità…”

    Francesco spiega bene che spostare i sacerdoti da una parrocchia all’altra, in caso di segnalazioni di presunti abusi, era un’antica pratica oggi non più accettabile e tollerabile (“tolleranza zero”… il discorso sull’”ermeneutica”…): non lascia spazio di interpretazione quando definisce tali vescovi “CACA”, “STERCO”…

    Ora è proprio in gioco la credibilità della Chiesa, non l’ipotesi bizzarra che mons. Delpini possa essere condannato da un giudice “Civile” come, per esempio, il rigoroso dott. Ambrogio Moccia, per un reato che non esiste, almeno fino a quando la chiesa, anche in Italia (come già avvenuto in altri Stati) non rinunci al Concordato, imponendo comunque l’obbligo di denuncia da parte dei Vescovi Italiani, in caso di sospetto di abuso sessuale da parte dei sacerdoti a loro affidati.

    Non basta “l’assoluzione” del PM per risolvere la questione morale…

    Purtroppo “la questione” è ben più seria e profonda. Oltre al dramma delle vittime, al suicidio di talune, alla sofferenza gratuita inflitta ai familiari, in ballo c’è la credibilità del Pontefice rispetto alla sua stessa “Tolleranza Zero”, non bastano delle semplici scuse, se pur reiterate, per risolvere la questione né, tanto meno, un banale articolo come quello di Avvenire.

    I fatti sono accertati e Francesco lo sa bene, ora aspettiamo solo il suo giudizio, aspettiamo solo di capire se corrisponde a quanto proclama.

    Se mons. Delpini (che, per correttezza di informazione, non ha nemmeno mai pensato fosse il caso di scusarsi con la vittima bensì, attraverso il suo avvocato, – o meglio l’avvocato della Diocesi Milanese – ha invece ritenuto più corretto intimare la richiesta del maggior danno alla stessa vittima e i familiari) potrà continuare a fare il Vescovo, è una questione molto seria.

    Ora la parola passa al Papa, che potrà decidere di rispondere o non rispondere, agire o far finta di nulla, tuttavia in ogni caso sarà una risposta.

    Risulta alquanto evidente, e facile da comprendere a tutti, incluso al citato quotidiano che diversamente il Papa renderebbe, nei fatti, assolutamente accettabile e “Tollerabile” che un qualsiasi prete possa dormire nello stesso letto con un bambino. Risulterebbe accettabile e “Tollerabile” che il Vescovo può  semplicemente spostare il prete presunto abusatore in un altro contesto di bambini (senza per altro avvisare nessuno, men che meno i genitori).

    Solo qualora si scoprisse, per altre vie, che il prete non aveva portato a letto il bambino perché aveva paura del buio ma bensì per abusare di lui (“abominevole”), allora il prete sarà abbandonato al suo destino, mentre il Vescovo continuerà a gestire analogamente i successivi spostamenti a prescindere dai finti e inutili proclami.

    Altro che macina da Mulino! Questa è la madre chiesa? grazie Papa Francesco.

    La Redazione

  • L’avvocato trascina i cattolici in tribunale

    L’avvocato trascina i cattolici in tribunale

    Di NIELS KALKMAN

    AMSTERDAM – L’avvocato Jan Boone farà un nuovo tentativo per citare in giudizio la Chiesa Cattolica Romana come “organizzazione criminale”. Vuole persino fare un tentativo per mettere il Papa di fronte alla sbarra.

    Il noto avvocato penalista ha tentato di etichettare la Chiesa Cattolica Romana come un’organizzazione criminale. Nel 2012, tuttavia, gli fu detto che non era ammissibile, perché lui stesso non era mai stato vittima di abusi e in quanto non-vittima non aveva alcun ruolo in nessun caso. “Ho iniziato a cercare”, dice l’avvocato di Utrecht al De Telegraaf. “Per una vittima per conto della quale posso fare il caso.”

    Ora lo ha trovato: una vittima di abusi all’interno della Chiesa cattolica ha riferito a Boone, e entro due settimane una lettera sarà inviata al pubblico ministero in cui la vittima e l’avvocato chiederanno un’indagine – e in ultima analisi, l’accusa. “Vedo la chiesa come una rete criminale nella quale sono nascosti i torti dimostrati, gli abusi sui minori. Il papa è il capo della rete e i vescovi sono i membri. È punibile per nascondere un crimine che potrebbe impedire o che potrebbe aiutare a risolvere. Il Papa ha ammesso di essere a conoscenza dell’abuso su larga scala. È quindi punibile”, dice l’avvocato.

    Papa

    Boone vuole, se il Pubblico Ministero avvia ora un’indagine, che anche il Papa infine venga in Olanda per essere citato in giudizio. Lì avrà un grosso problema perché il Papa, come capo di stato della Città del Vaticano, è inviolabile. “Lo sentiremo di nuovo”, Boone combatte questa obiezione. “Chi ha stabilito che un tale uomo sia inviolabile?” Si chiede. “Un leader di una rete di pedofili nei Paesi Bassi può passare anni in cella. Perché no?” Fa il confronto tra l’organizzazione terrorista Stato islamico e la Chiesa cattolica. “Se IS commette reati nei Paesi Bassi, sono anche perseguiti. Allora perché non la chiesa?”

    Boone capisce che c’è resistenza al suo piano. “Com’è con quell’inviolabilità, dobbiamo vedere allora. Se il giudice alla fine dice” che Boone non è bravo a chiedere questo, ma ha ragione “abbiamo già vinto un mondo.” In due settimane, dice Boone, il pubblico ministero può aspettarsi la sua lettera.

    (traduzione con Google)

    https://www.telegraaf.nl/nieuws/2805865/advocaat-sleept-katholieken-voor-de-rechter

  • Le armi della Cei contro la pedofilia: psichiatri nei seminari, preti mai soli negli oratori e Servizio nazionale antiabusi.

    Le armi della Cei contro la pedofilia: psichiatri nei seminari, preti mai soli negli oratori e Servizio nazionale antiabusi.

    Prendono forma le nuove linee guida della Cei nella lotta agli abusi nel clero. ma il presidente-cardinale Bassetti rimanda l’approvazione a maggio

    By Maria Antonietta Calabrò

    Slitteranno a maggio, alla prossima assemblea generale della Conferenza episcopale italiana, le nuove linee guida della CEI contro la pedofilia del clero. Quelle messe a punto nel 2014 hanno già bisogno di aggiornamento, come ha detto lo stesso Presidente Cardinale Gualtiero Bassetti. Ma anche in Italia la Chiesa attenderà – come ha chiesto la Congregazione dei Vescovi alla Conferenza episcopale americana pochi giorni fa – che si svolga a febbraio l’incontro di tutti i presidenti delle Conferenze episcopali del mondo, convocati da Papa Francesco, per cercare di risolvere il problema una volta per tutte.

    A partire, come ha dichiarato Bassetti oggi, da una “più accurata l’analisi psicologica e psichiatrica nei seminari”, e quindi dalla presenza di psichiatri dediti a visitare gli aspiranti preti. Passando poi per la creazione di un Servizio Nazionale per la tutela dei minori, con tanto di statuto, segreteria stabile ed esperti e laici a disposizione dei vescovi diocesani per percorsi di “formazione e prevenzione”. Rendendo “l’educazione un fatto più comunitario”, in quanto “la figura del prete solo in oratorio è un fatto rischioso”. Ma soprattutto con procedure corrette di accertamento della verità dei fatti e di tutela dei minori, una volta che si sia verificato un abuso (tanto più grave se cioè avviene nella Chiesa, ha detto Bassetti). Non solo nei confronti dei preti pedofili, ma anche nei confronti dei loro vescovi.

    “Chi custodirà i custodi?”. A ben vedere, i rinnovati scandali della pedofilia nella Chiesa in sostanza, hanno tutti a che fare con questa domanda e cioè con la responsabilità dei vescovi per rapporto alla disciplina preti abusatori e in generale del Vaticano, e della Congregazione della Dottrina della Fede (competente per decidere sui “delitti più gravi” ) sugli uni e gli altri. E’ questo ormai il nocciolo del problema messo in evidenza negli Stati Uniti dal Rapporto Shapiro sulle diocesi della Pennsylvania e dal caso McCarrick, scoppiati quest’estate. E da almeno quattro gravi casi in Italia. Non è un caso che all’assemblea della CEI che si è chiusa oggi a Roma abbia partecipato il Prefetto vaticano della Congregazione dei vescovi, Marc Ouellet.

    Da parte sua, il Papa due giorni fa ha incaricato l’arcivescovo di Malta Charles Scicluna come Segretario aggiunto della Congregazione per la Dottrina della Fede (in pratica il numero 3). Era stato “pubblico ministero” presso la stessa Congregazione che giudica i preti pedofili, prima di essere mandato a Malta alla fine del 2012, e ha compiuto l’inchiesta sul caso Karadima in Cile nella primavera di quest’anno. Scicluna conserva l’ufficio di arcivescovo di Malta e quindi Presidente della Conferenza episcopale dell’isola e come tale parteciperà all’assise mondiale di febbraio . La scelta di Scicluna viene unanimemente giudicata come quella “golden standard”, in materia di contrasto alla pedofilia del clero.

    Per quanto riguarda le Linee guida italiane, ha precisato don Ivan Maffeis, portavoce della CEI, “l’Ufficio giuridico sta verificando la proposta, che nei prossimi mesi sarà sottoposta all’attenzione del Consiglio episcopale permanente e poi presentata alla prossima Assemblea di maggio”. Nel caso italiano la questione è complicata dal Trattato del Laterano (che firmato sotto il fascismo a tutela della Chiesa) non prevede l’obbligo di denuncia dei reati alle autorità civili, obbligo di denuncia in atto già dal 2002 negli Usa, ed è stato richiesto dai Comitati Onu di Ginevra, già da quattro anni.

    Ma l’altro “nodo giuridico” rimane la responsabilità e quindi le eventuali sanzioni per i vescovi che coprono per inerzia o altro gli abusatori. I vescovi americani, prima dello stop venuto da Roma, volevano votare le creazione di una commissione indipendente di valutazione dell’operato dei vescovi, in gran parte formata da laici (sei su nove). Una specie di ong non prevista da nessuno statuto. Il diritto canonico infatti mette in capo al Papa, successore di San Pietro, ogni valutazione sull’operato dei vescovi, successori degli Apostoli.

    Per quanto riguarda una valutazione precisa di quanto avvenuto nel passato, il cardinale Bassetti ha fatto notare che “la strada l’ha spianata la Congregazione per la dottrina della fede, che ha abolito la prescrizione per i ‘delicta graviora’: ora stiamo completando i nostri Orientamenti, vogliamo adeguarci a tutto quello che è stato fatto anche da altre Conferenze episcopali, tenendo presente che noi abbiamo strumenti pastorali che in altre nazioni non ci sono”.

    Interpellato sui dati degli abusi in Italia, il presidente della Cei ha risposto che “al momento attuale, la Cei non ha dati precisi a livello numerico, per ora il materiale è a disposizione della Congregazione per la dottrina della fede”. E che bisognerà accertare la verità a tutto tondo, anche per evitare persone accusate ingiustamente ” perché il potere del denaro è terribile”.

    https://www.huffingtonpost.it/2018/11/15/slittano-a-maggio-le-nuove-linee-guida-della-cei-contro-la-pedofilia_a_23590520/

  • “Nostro figlio abusato dal don di cui si fidava” – CASO DON GALLI – PARLANO I FAMIGLIARI DI ALESSANDRO BATTAGLIA

    “Nostro figlio abusato dal don di cui si fidava” – CASO DON GALLI – PARLANO I FAMIGLIARI DI ALESSANDRO BATTAGLIA

    di Serena Agostani

    INTERVISTA – La parola ai genitori del ragazzo che fu abusato dal sacerdote quando era adolescente. Dal processo è emerso che l’arcivescovo di Milano, pur informato dell’accaduto, decise di non denunciare il prete ma anzi di spostarlo in un altro oratorio (a Legnano)

    “Perché la Chiesa non fa niente?” “Tolleranza zero sui pedofili: dal Papa ci aspettiamo coerenza”

    LEGNANO – “Io e mio marito siamo rimasti cattolici praticanti, ma profondamente addolorati perché il dramma degli abusi sessuali da parte del clero non viene preso in considerazione seriamente dalla Chiesa: fanno “qualcosa” solo se c’è una denuncia e se intervengono i giornali. E questo è molto triste”.

    Cristina Balestrini, parla per esperienza personale: suo figlio Alessandro Battaglia, 22 anni, fu abusato da un sacerdote quando era adolescente e, prima di ottenere giustizia, ha dovuto scontrarsi – denuncia la famiglia – “con l’omertà dei vertici della Chiesa”.

    Chiesa che pure lei e il marito Ettore Battaglia, continuano a frequentare. “Non è facile conservare la fede quando si è costretti ad affrontare un’esperienza come la nostra – spiega la donna accogliendoci in soggiorno, dove fanno bella mostra di sé un crocifisso e una Bibbia aperta su un leggìo, insieme al fratello Giovanni Balestrini –, quando si vede il proprio figlio devastato al punto tale da tentare il suicidio per ben quattro volte. Ma noi siamo convinti che Dio non c’entri, e che a sbagliare siano le persone. Lo stesso non si può pretendere da Alessandro: lui, che è cresciuto in parrocchia, dov’era attivissimo, ora non vuole più saperne e dice spesso che i suoi figli non vedranno mai l’interno di una chiesa. Fortunatamente, seppure con moltissima fatica, sta cercando di provare a vivere una vita “normale”. In questi anni è sempre stato affiancato da psichiatri, le sue condizioni sono finalmente migliorate quando ci siamo affidati a un terapeuta specializzato nella gestione dei disturbi post-traumatici”.

    I fatti, per i quali lo scorso 20 settembre è stata pronunciata la sentenza di primo grado, risalgono al 2011 e avvennero a Rozzano, dove la famiglia Battaglia risiede ancora oggi. Sette anni dopo, i giudici del Tribunale di Milano hanno condannato il prete, don Mauro Galli, originario di Cislago, a sei anni e quattro mesi di reclusione. Una sentenza che ha avuto vasta eco anche a Legnano, dove il sacerdote prestò servizio nel 2012.

    Una sentenza che per la famiglia di Alessandro non è coincisa con la fine della sua battaglia, anzi. “Da qualche mese ho deciso di collaborare attivamente alla Rete L’abuso – racconta la madre del giovane –, che riunisce i sopravvissuti alle violenze del clero. Condividere la nostra esperienza con altri è il nostro modo di parlare ad altre vittime, ad altre mamme, per dire loro di non sentirsi sole. E anche Alessandro, dopo sette anni, ha deciso di “metterci la faccia”.” Una svolta non semplice, che non è arrivata dopo la condanna di don Mauro Galli, ma qualche giorno prima, a Berlino, durante il meeting internazionale dei sopravvissuti agli abusi sessuali del clero. “Lì si è trovato davanti una parete con una cinquantina di nomi – prosegue Cristina Balestrini –, quando gli è stato spiegato che era un modo di ricordare i ragazzi abusati dai sacerdoti che si erano suicidati ha capito di essere un sopravvissuto. E ha sentito l’urgenza di uscire allo scoperto per dire a tutti che quando si è vittima di violenza, bisogna denunciare e farlo subito”.

    Una consapevolezza che Alessandro e la sua famiglia hanno maturato tardi. “Noi per primi – ammette la donna – abbiamo commesso l’errore di non rivolgerci alle forse dell’ordine. Da cattolici, la prima cosa che abbiamo fatto è stata informare il nostro parroco. Ci eravamo illusi che bastasse questo affinché la giustizia facesse il suo corso, invece di siamo accorti solo dopo, a nostre spese, che nulla si muoveva. Anzi, quando abbiamo saputo che don Mauro Galli, su cui pendeva il sospetto di pedofilia, era stato spostato a Legnano, di nuovo a contatto con i giovani, siamo rimasti allibiti. La scelta, presa da don Mario Delpini, che allora era vicario episcopale e che pure sapeva tutto, ci ha gettato nello sconforto e ha aperto in noi una caso di coscienza: che cosa sarebbe potuto succedere ad altri ragazzi? Allora abbiamo iniziato a risalire tutta la gerarchia ecclesiastica scrivendo a vescovi e cardinali. Certo non avremmo immaginato di dover arrivare fino al Papa. Ora il Santo Padre non può sostenere di non sapere o di essere male informato come per il caso del Cile, chiediamo dunque coerenza. Francesco predica la “tolleranza zero” nei confronti dei pedofili, allora perché si tollera che un prete si porti a letto un minore e un vescovo consapevolmente semplicemente lo sposti ancora a contatto con i minori?”.

    PROCESSO – IL TRIBUNALE DI MILANO LO HA CONDANNATO A SEI ANNI E QUATTRO MESI

    La sentenza è arrivata giovedì 20 settembre. Colpevole. Così la quinta sezione penale del Tribunale di Milano ha giudicato don Mauro Galli, a processo con l’accusa di aver abusato sessualmente di un ragazzino di 15 anni.

    Il sacerdote, 39 anni, nativo di Cislago, ha prestato servizio anche a Legnano: nel 2012 fu vicario nella parrocchia di San Pietro al quartiere Canazza e responsabile della pastorale giovanile nelle parrocchie di Santa Teresa, dei Santi Magi e del Santissimo Redentore. I fatti contestati avvennero a Rozzano nel 2011, e il suo trasferimento nella città del Carroccio sarebbe stato motivato proprio dalla decisione, presa dall’attuale arcivescovo di Milano, Mario Delpini, all’epoca vicario di zona, di trasferire il prete ad altro incarico dopo la segnalazione fatta dai genitori del ragazzo ai parroci della cittadina (don Galli aveva ammesso subito di aver dormito nello stesso letto con il minorenne, negando però gli abusi).

    Il pubblico ministero Lucia Minutella aveva chiesto una condanna a dieci anni e otto mesi di reclusione. L’imputato, fuori dal processo, aveva versato 100mila euro di risarcimento ai famigliari del ragazzo, che non si sono costituiti parti civili. Il collegio, presieduto da Ambrogio Moccia, oltre a condannare il prete a sei anni e quattro mesi di reclusione, ha anche disposto il divieto per l’ex parroco di avere contatti con minorenni, oltre all’interdizione perpetua dai pubblici uffici.

    La difesa, rappresentata dall’avvocato Mario Zanchetti, ha preannunciato che ricorrerà in appello.

    I fatti avvennero tra il 19 e il 20 dicembre 2011, nella canonica di Rozzano dove abitava don Galli, che aveva l’incarico di vicario parrocchiale nel comune dell’hinterland milanese. Lì il ragazzo aveva trascorso la notte, su invito del sacerdote, “In vista delle attività di preghiera previste per il giorno successivo”. Davanti ai giudici il prete aveva ammesso di aver dormito nel letto matrimoniale con il 15enne, nonostante ci fossero altri letti a disposizione, ma aveva negato ogni contatto: stando alla deposizione resa in aula, don Galli si era difeso sostenendo di non aver mai “abbracciato” né “toccato” il giovanissimo.

    Il quale ha sempre raccontato un’altra verità, ora sancita dalla sentenza di primo grado.

    “Le sofferenze del ragazzo e dei suoi famigliari – ha sottolineato il pubblico ministero nella requisitoria – non possono essere ripagate da un pagamento in denaro”. Anzi, secondo Minutella, vi è “una discrasia evidente nella difesa dell’imputato data dall’avere risarcito un danno che si ritiene di non aver cagionato”.

    A breve saranno rese note le motivazioni della sentenza.

    LA POSIZIONE DELL’ARCIDIOCESI

    “Abbiamo gestito il caso con scrupolo e coscienza”

    Dall’Arcidiocesi nessun commento sulla lettera aperta che i famigliari di Alessandro Battaglia hanno scritto al Santo Padre.

    Sull’intera vicenda don Mauro Galli, la Chiesa di Milano si è affidata esclusivamente a comunicati ufficiali e a quelli rimanda i giornalisti. Nel giugno 2017, pochi giorni prima dell’avvio del processo penale che vedeva il sacerdote cislaghese imputato per violenza sessuale ai danni di un minore, l’Ufficio Comunicazioni sociali dell’Arcidiocesi aveva rivendicato di aver “gestito il caso con scrupolo e coscienza”, provvedendo “cautelativamente a sollevare don Mauro dal ministero e a trasferirlo a Roma per completare i suoi studi” e sottolineando che il trasferimento era “avvenuto diversi mesi prima che fosse presentata la denuncia querela da parte del legale della famiglia del ragazzo”.

    Alla conclusione del procedimento giudiziario, lo scorso 20 settembre, ha espresso “vicinanza al ragazzo coinvolto, alla sua famiglia e a tutti coloro che hanno ingiustamente sofferto” ricordando che “mentre la giustizia fa il suo corso, l’Arcidiocesi resta in attesa dell’esito del processo canonico a carico di don Mauro Galli affidato alla responsabilità del Tribunale Ecclesiastico”.

    LA LETTERA APERTA DEI FAMIGLIARI DELLA VITTIMA AL PAPA – “Delpini sapeva e si limitò a spostare don Galli, ora faccia spontaneamente un passo indietro”

    “Caro Papa Francesco, siamo quella famiglia che da ormai sette anni ha visto la propria vita sconvolta dal tragico episodio dell’abuso sessuale subito da nostro figlio Alessandro da parte di un sacerdote di Rozzano, don Mauro Galli, che pochi giorni fa è stato condannato, in primo grado, a sei anni e quattro mesi di reclusione”.

    Inizia così la lettera aperta che la famiglia di Alessandro Battaglia ha scritto al Santo Padre, della quale riportiamo ampi stralci.

    “In questi interminabili anni ti abbiamo scritto decine di volte, abbiamo scritto centinaia di pagine a tanti Sacerdoti, Vescovi, Cardinali, a partire dalla Chiesa locale, quella diocesana fino alle più alte istituzioni ecclesiastiche e ai tuoi più stretti collaboratori. Ci siamo affidati alla Chiesa fin dal primo giorno e abbiamo continuato a credere ed affidarci, in un crescendo di interlocutori, sempre più autorevoli.

    Le risposte aberranti o gli inspiegabili silenzi, ci hanno costretto a continuare in questo percorso fino ad arrivare a te, caro Papa Francesco, ormai già da diversi anni (la prima volta che ti abbiamo scritto direttamente risale al 2015).

    Oggi purtroppo sono finiti gli interlocutori e forse si sta anche spegnendo la speranza di essere ascoltati.

    Questa volta ti scriviamo con questa modalità perché non possiamo tacere e non possiamo lasciare nulla di intentato, e non possiamo nemmeno non commentare la nota stampa pubblicata il giorno della sentenza dal portavoce del nostro arcivescovo Mario Delpini: “L’Arcidiocesi di Milano prende atto della conclusione del procedimento giudiziario di primo grado a carico di don Mauro Galli. Esprime vicinanza al ragazzo coinvolto, alla sua famiglia e a tutti coloro che hanno ingiustamente sofferto”.

    Caro Papa Francesco brevemente ti vogliamo raccontare, ancora una volta, l’ennesima volta, in cosa consiste la vicinanza che abbiamo avuto in questi anni. Come potrai riscontrare, se lo vorrai, tante persone, tante istituzioni, centinaia di pagine, Vescovi, Cardinali, che sanno e che hanno un nome e cognome. In diversi ci hanno risposto firmando le loro lettere, sono persone e istituzioni alle quali ci siamo rivolti, nella massima fiducia e speranza, anche se questa fiducia, progressivamente, veniva minata e sminuita dalle risposte o non risposte.

    Caro Papa Francesco noi ti abbiamo cercato tanto, creduto e preso sul serio, abbiamo denunciato alla Chiesa facendo nomi e cognomi come tu esortavi quando, anni fa, avevi fatto l’identikit del buon sacerdote, colui che sa ed ha il coraggio di denunciare con nome e cognome…

    Probabilmente abbiamo sbagliato perché, forse, ti riferivi solo ai sacerdoti, tuttavia noi invece ti abbiamo preso sul serio, ci siamo fidati e abbiamo denunciato esplicitamente il comportamento dell’Arcivescovo Mario Delpini e del Vescovo Pierantonio Tremolada. Ci hanno ringraziato ufficialmente e per iscritto, elogiando il nostro coraggio, come a dire che tutti dovrebbero seguire l’esempio da te insegnato, ma purtroppo non abbiamo trovato alcun riscontro a tale elogio… le solite frasi di circostanza.

    Ti abbiamo creduto quando hai promulgato in forma di Motu Proprio “Come una madre amorevole” la preziosa indicazione circa la rimozione dei Vescovi per causa grave, esplicitando chiaramente, e con forza, il caso di omissione per i reati di abuso sessuale.

    Le cose tuttavia non sono andate esattamente come oggi “indegnamente” pretende di esprimere la Diocesi di Milano citando la sua vicinanza a noi. Forse abbiamo un concetto di “vicinanza” leggermente diverso.

    È la stessa Diocesi che in questi anni ci ha formalmente diffidato, riservandosi di chiederci il maggior danno? La stessa Diocesi che ci intimava il silenzio quando insistentemente scrivevamo in Vaticano prima della nomina dell’Arcivescovo Delpini?

    È la vicinanza concreta espressa nella nostra Diocesi, dove il Buon Arcivescovo non ci ha mai contattato, se non per interposta persona, esclusivamente per ipotizzare la richiesta del maggior danno (ci sono i documenti, le diffide). Nessun altro ci ha chiamato, tranne don Alberto Rivolta, unico flebile e fragile legame tra la chiesa e nostro figlio, ma che, a settembre 2018, è stato trasferito in un’altra parrocchia da mons. Delpini.

    Ci ha onestamente spiazzato anche il tuo attuale Nunzio Apostolico per l’Italia Cardinale Emil Paul Tscherring, quando ben prima che tu nominassi l’Arcivescovo Delpini quale rappresentante all’attuale Sinodo dei Giovani, ci annunciava per iscritto, con piacere, che finalmente ora tutta questa vicenda era direttamente nelle tue mani: ci era sorto il dubbio che le decine di lettere che ti avevamo scritto e le risposte del tuo precedente nunzio Apostolico, Cardinale Adriano Bernardini, non ti fossero mai giunte.

    Il comunicato della Diocesi di Milano, da quasi un anno pubblicato sul sito ufficiale www.chiesadimilano.it intitolato “Un comunicato per aiutare a comprendere la verità dei fatti” ci spiega che il “povero” Delpini dal 2011 sapeva solo che il prete aveva portato nel letto il minore, descrivendo nel dettaglio il tipo di letto.

    Ma se Delpini sapeva perfettamente dal letto e proprio per questo motivo scelse di spostare il sacerdote da una parrocchia all’altra, ancora a contatto con i minori e incaricato dalla pastorale giovanile, come si concilia con la spiegazione offerta dal suo consulente in aula?

    Noi non sappiamo se quanto scrivono i giornali … gli scandali che emergono in questo ultimo periodo, le migliaia di persone coinvolte… non sappiamo se tutto sia perfettamente ricostruito, quali siano le reali responsabilità.

    Ma sappiamo per certo che la nostra storia, sofferta, vissuta e non voluta, è tutta vera: in questo caso non abbiamo bisogno dei giornalisti, se non per riuscire a fartelo sapere.

    Lo sappiamo per certo: non perché ci affidiamo alla nostra memoria o eventuali suggestioni dovute all’inevitabile coinvolgimento personale, ma semplicemente perché, ancora una volta, ci eravamo fidati della Chiesa, avevamo preso alla lettera il suggerimento di un sacerdote, padre Aleardo, che ci disse in modo perentorio – sorprendendoci e lasciandoci basiti – di “documentare tutto, registrare tutto, scrivere, archiviare, duplicare i contenuti, fare un diario quotidiano, archiviare sms, chat, incontri…” Allora non capivamo.

    Ora possiamo dire “grazie” per questo misterioso suggerimento: ci restituisce una estrema serenità.

    Possiamo dimostrare tutto oggettivamente, senza commettere errori di interpretazione, grazie quindi alla Chiesa che, se pur in modo aberrante, dobbiamo onestamente riconoscere ci ha spesso risposto inaspettatamente.

    Tutto questo proclamare la “Tolleranza Zero” e poi?

    L’ermeneutica del 2018?

    Quindi quando un Vescovo come mons. Delpini o mons. Tremolada spostano un prete accusato di pedofilia da una parrocchia all’altra, sapendo con certezza che quantomeno il sacerdote si era portato a letto un minore, sta insabbiando il caso oppure semplicemente non se ne vuole occupare?

    Nella “Tolleranza Zero” questi casi si possono semplicemente rubricare come errori accettabili?

    Caro Papa Francesco, noi ti avevamo creduto quando nel 2014 dicevi che i Vescovi avrebbero dovuto rendere conto se non avessero esercitato il loro servizio di pastori per la protezione dei minori:

    “… mi impegno a non tollerare il danno recato ad un minore da parte di chiunque, indipendentemente dal suo stato clericale. Tutti i vescovi devono esercitare il loro servizio di pastori con somma cura per salvaguardare la protezione dei minori e renderanno conto di questa responsabilità…”

    Non avremmo mai immaginato che solo poco dopo, nel 2018, avresti tollerato che gli stessi Vescovi avessero potuto viceversa scegliere di non occuparsi degli abusi dei loro sacerdoti rendendoti persino orgoglioso.

    Caro Papa Francesco, consentici infine un suggerimento per l’Arcivescovo Delpini ma anche per il Vescovo Tremolada (magari illuminati dall’esempio del Cardinale Wuerl): se è vero che Delpini ti vuole tanto bene, forse potrebbe aiutarti in questa triste vicenda evitandoti di dover rispondere o non rispondere a questa lettera.

    In entrambi i casi ci sarebbe una chiara presa di posizione da parte tua.

    I fatti stessi dimostrano e dimostreranno le tue decisioni e le tue posizioni nel merito. Se davvero ti vogliono bene (come l’8 settembre mons. Delpini ha proclamato commosso in Duomo e tanta gente ha applaudito), potrebbero fare spontaneamente un passo indietro rinunciando alla carica.

    Al di là della sentenza di secondo grado o canonica questo aspetto riguarderebbe esclusivamente il profilo penale rispetto al sacerdote: nulla varierebbe invece rispetto alla condotta del Vescovo che sapeva con certezzo che lo stesso prete aveva quantomeno portato a letto un ragazzino, e lo ha semplicemente spostato come se nulla fosse.

    Gli chiediamo questo coraggioso gesto per rispetto nei tuoi confronti, non per noi”

    Cristina Balestrini, Ettore Battaglia, e zio Giovanni

    UN’ONDA VIOLA CONTRO GLI ABUSI SESSUALI DEL CLERO: I SOPRAVVISSUTI CHIEDONO TRASPARENZA E GIUSTIZIA

    Un’onda viola – il colore liturgico del dolore, del lutto e della penitenza – contro gli abusi sessuali del clero e il silenzio che troppo spesso li copre. È quella che si è alzata sabato 3 novembre in 37 Paesi del mondo, Italia compresa, in occasione della Giornata mondiale dei sopravvissuti, le persone che, dopo aver subito una violenza da parte di un prete, hanno continuato a vivere. Le associazioni che si occupano di abusi all’interno della Chiesa hanno fatto un flash mob, esponendo un grande striscione in inglese in cui vengono denunciati i crimini sessuali.

    Nel nostro Paese i manifestanti hanno scelto piazza San Marco a Venezia perché il loro richiamo potesse diffondersi in tutto il mondo. A promuovere la giornata è stata l’associazione Rete L’abuso, che riunisce i sopravvissuti alle violenze del clero (e della quale fanno parte anche il giovane Alessandro Battaglia e i suoi genitori Ettore Battaglia e Cristina Balestrini), in collaborazione con Eca (Ending clergy abuse, un’organizzazione internazionale di attivisti per i diritti dei bambini e delle vittime che si sono unite in una causa comune per sfidare la Chiesa a proteggere i minori dagli abusi del clero e aiutare le vittime a trovare una giustizia reale nella loro vita).

    La data scelta non è casuale: il 3 novembre si celebra infatti san Martino de Porres, il santo patrono della giustizia sociale. E proprio giustizia e trasparenza sono state le richieste dei manifestanti per le vittime di abusi sessuali del clero in tutto il mondo.

    Tre le richieste fatte al Papa: La prima: “Riconoscere che l’abuso sessuale del clero sui bambini è un problema cronico, persistente e deleterio all’interno della Chiesa cattolica e che la Chiesa, piuttosto che affrontare il problema della responsabilità, ha usato la sua autorità per coprire la sua condotta criminale”. La seconda: “Rilasciare volontariamente a tutte le autorità governative competenti tutti i report relativi ad abusi sessuali da parte del clero”. E poi ancora: “Cessare immediatamente tutte le attività di lobbying in cerca di protezioni governative e diplomatiche da controversie civili e penali”.

    “A Venezia è andata molto bene – racconta Cristina Balestrini –, diverse persone si sono fermate a chiedere informazioni e anche sui social c’è stato un notevole richiamo con interventi un po’ da tutto il mondo. Purtroppo Alessandro non è venuto, sabato non stava benissimo”. Ma i suoi genitori erano in piazza anche per lui, oltre che per tutti coloro che come lui sono stati costretti a soffrire nel silenzio e nella vergogna, ai quali hanno voluto dire: “Tu sei creduto, tu sei amato, noi siamo qui per te”. “Che cosa significa per la mamma di una vittima – si domanda Cristina Balestrini – mettersi in gioco partecipando a eventi mondiali? Significa scegliere di non rimanere nell’ombra, significa affrontare quel timore e quella disperazione che non permettono di superare il dolore. Condividere la propria esperienza con altri, provare a “metterci la faccia” è il nostro modo di parlare ad altre vittime, ad altre mamme, è il nostro messaggio: “Non è capitato solo a te, non sentirti solo”. Contemporaneamente, come mamma cattolica, auspico che siano sempre di più i cattolici che comprendono che denunciare i reati che vengono commessi dai sacerdoti (come gli abusi sessuali e gli insabbiamenti e coperture) non è un attacco verso il Papa o verso la Chiesa. ricercare la verità e la giustizia è invece un grande atto di amore, anche quando si scopre che la realtà è dolorosa, e non è quella che ti aspettavi”.

    (trascrizione da Settegiorni Alto Milanese del 9 novembre 2018)

  • Processo Giada Vitale: abusata dal prete pedofilo Don Marino Genova, chiede giustizia

    Processo Giada Vitale: abusata dal prete pedofilo Don Marino Genova, chiede giustizia

    Don Marino Genova è stato condannato a 6 anni di reclusione in primo appello per gli abusi sessuali a Giada Vitale.

    Gli abusi sono cominciati quando Giada aveva solo 13 anni, e si recava nella chiesa dei Santi Pietro e Paolo a Portocannone per suonare l’organo.

    Per quasi 3 anni il prete ha abusato della ragazza, ma i giudici hanno ritenuto don Marino responsabile per i soli fatti accaduti quando Giada non aveva ancora compiuto 14 anni: da quel momento e per i due anni successivi il pubblico ministero ha considerato Giada consenziente. Giada non ci sta, e chiede giustizia.

    Il verdetto definitivo per il processo cominciato con la denuncia nel 2012, è atteso ora per il prossimo febbraio 2019.