Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Pedro Salinas: “Le ‘accuse’ di insabbiamento nei confronti di Robert Prevost sono assolutamente false.”

    Pedro Salinas: “Le ‘accuse’ di insabbiamento nei confronti di Robert Prevost sono assolutamente false.”

    “Le accuse contro Prevost sono nate tra le fila del Sodalicio, con lo scopo di screditarlo, screditarlo e delegittimarlo agli occhi dell’opinione pubblica, a seguito degli eventi che stavano già iniziando ad accadere nel caso Sodalicio.”

    “Robert Prevost ha sempre preso posizione e si è schierato dalla parte delle vittime. Ha sempre messo le vittime al primo posto ed è stato uno di coloro che hanno difeso sopravvissuti e vittime dagli attacchi del Sodalicio.”

    “I settori di estrema destra della Chiesa cattolica sono attivi attraverso i loro media satellitari e i loro accoliti per screditare i potenziali candidati papali, che potrebbero seguire l’esempio di Papa Francesco.”

    “Prevost verrebbe celebrato praticamente come se fosse un Papa peruviano, perché ha sempre messo al centro le vittime di abusi.


    Il giornalista peruviano Pedro Salinas , insieme alla sua compagna Paola Ugaz, è stato colui che ha scoperto e indagato a fondo sul Sodalicio de Vida Cristiana, un movimento che Papa Francesco ha soppresso prima della sua morte, a seguito del processo portato avanti dalla commissione Scicluna-Bertomeu. Ha trascorso anni a denunciare questa setta cattolica e, di conseguenza, ha subito ogni genere di persecuzione, compresa quella giudiziaria. Per tutti questi motivi, egli è un’autorità riconosciuta in materia di abusi clericali ed è pienamente consapevole delle azioni di tutti i vescovi del suo Paese di fronte a questa vergognosa piaga.

    In un’intervista esclusiva con Religion Digital, Salinas afferma che “le ‘accuse’ di insabbiamento nei confronti di Robert Prevost sono assolutamente false” e che provengono dai ranghi del Sodalicio, “con lo scopo di screditarlo, screditarlo e delegittimarlo agli occhi dell’opinione pubblica”.

    Inoltre, riconosce che Prevost “si è sempre lasciato coinvolgere nella controversia e si è messo nei panni delle vittime” e che queste false accuse provengono dal Sodalitium e da “settori di estrema destra della Chiesa” per screditarlo.

    Quali conclusioni ha tratto dall’indagine sulla risposta di Prevost agli abusi di Chiclayo? 

    La mia conclusione principale riguardo alle accuse di insabbiamento a Chiclayo, a cui, secondo i rigoristi, Robert Prevost avrebbe partecipato come principale artefice dell’insabbiamento, è che esse sono nate dalle viscere del Sodalicio, con lo scopo di screditarlo, screditarlo e delegittimarlo agli occhi dell’opinione pubblica, come conseguenza di quanto stava già iniziando ad accadere nel caso Sodalicio.

    Le accuse di insabbiamento contro monsignor Prevost sono false? 

    Le “accuse” contro Robert Prevost sono assolutamente false. Così è stato verificato, confermato, corroborato e provato che non avevano alcun fondamento nella realtà.

    Francesco lo ha nominato prefetto dei vescovi quando si è reso conto che queste accuse di insabbiamento erano false? 

    Chiaramente, e per di più, tra i prefetti dei Dicasteri, Robert Prevost è stato il prefetto o uno dei prefetti in cui Papa Francesco ha riposto maggiore fiducia. Questo è qualcosa che è stato più o meno dimostrato anche dal livello di vicinanza e fiducia tra Papa Francesco e Prevost. Questa è una cosa che noi giornalisti che abbiamo indagato sul caso Sodalicio sappiamo. Sappiamo che coloro tra noi hanno fatto causa ai leader del Sodalicio presso i tribunali peruviani. E noi, che siamo sopravvissuti all’organizzazione, lo sappiamo. Robert Prevost accettava sempre la causa e si metteva nei panni delle vittime. Ha sempre messo le vittime al primo posto ed è stato uno di coloro che hanno difeso i sopravvissuti e le vittime dagli attacchi del Sodalicio.

    Perché alcune vittime continuano ad accusarlo? 

    Il fatto che le accuse contro Prevost siano state riprese in questo momento (quando si tratta di accuse che, come diciamo a Lima, vengono riproposte e non hanno mai avuto alcun fondamento nella realtà) è dovuto al contesto in cui stiamo vivendo, un conclave, un momento di elezione del prossimo Papa. E, quindi, un momento in cui i settori di estrema destra della Chiesa cattolica sono attivi, attraverso i loro media satellitari e i loro accoliti, per screditare i potenziali candidati papali che potrebbero seguire la linea di Papa Francesco. Uno di questi è chiaramente il caso di Robert Prevost.

    Secondo lei, Prevost è un candidato in grado di proseguire l’opera di pulizia di Francesco? 

    Sebbene non conosca approfonditamente i cardinali votanti ed eletti, ma solo superficialmente, nel caso di Prevost, che conosco per la sua carriera in Perù e in Vaticano, mi sembra che sia qualcuno che potrebbe proseguire la linea d’azione di Papa Francesco. Senza sminuire i meriti di altri candidati papali che potrebbero proseguire sulla stessa linea di Papa Francesco, credo che Robert Prevost corrisponda al profilo di un candidato che potrebbe succedere a Francesco.

    Cosa significherebbe la sua elezione a papa per il Perù e le Americhe, se dovesse concretizzarsi? 

    Se il cardinale Prevost venisse eletto Papa, nonostante sia di origine nordamericana, sarebbe molto benvoluto in Perù. Sarebbe celebrato quasi come se fosse un Papa peruviano, perché ha sempre messo al centro le vittime di abusi. Avendo seguito molto da vicino il caso Sodalicio, so che è uno dei cinque vescovi che, quando ricopriva un ruolo di leadership nella Conferenza episcopale peruviana, si è adoperato per sostenere le vittime, insieme al cardinale e arcivescovo di Lima, Carlos Castillo, al cardinale Pedro Barreto, all’ex vescovo di Sodalicio Kay Martín Schmalhausen e all’ex vescovo di Caravelí, Reinaldo Nann. Il quinto era chiaramente Robert Prevost. Speriamo che sia uno dei candidati papali con le maggiori possibilità in questo conclave! Sarebbe una grande notizia per i cattolici se il nuovo papa fosse qualcuno come Robert Prevost, nel quale Francesco riponeva tanta fiducia. Ma questa è l’opinione di un estraneo, di un agnostico che è rimasto impressionato da Padre Jorge o dal pontificato di Papa Bergoglio.

    https://www.religiondigital.org/america/Pedro-Salinas-encubrimiento-Robert-Prevost-Peru-Sodalicio-Papables_0_2776522347.html

  • La Rete l’abuso sulla pedofilia nella Chiesa: “Solo nel 2025 si sono già verificati dieci casi”

    La Rete l’abuso sulla pedofilia nella Chiesa: “Solo nel 2025 si sono già verificati dieci casi”

    ROMA – Le porte di San Pietro si sono chiuse e il mondo è rimasto con il fiato sospeso nell’attesa di una fumata bianca. All’indomani dell’inizio del conclave del post Francesco, sono tanti gli interrogativi di fedeli e non. Tra i tanti dossier lasciati aperti, c’è quello sulla pedofilia nella Chiesa cattolica su cui poco si è parlato durante il pre conclave. Dossier messo, per l’ennesima volta, sotto i riflettori in Italia dall’associazione Rete L’Abuso che, alla vigilia del processo elettivo più antico del mondo, ha tenuto una conferenza stampa a Roma per dare voce ai sopravvissuti agli abusi del clero e alle loro famiglie.

    “Sono la mamma di Eva Sacconago, che ci ha salutati per sempre nel 2011 a causa di quello che le ha fatto vivere l’ex suora Mariangela Faret. Confermata dalla Cassazione la condanna di tre anni e sei mesi per abusi sessuali. Stalking e violenze private andati prescritti”. “Sono il papà di Eva Sacconago. Papa Ratzinger ricevette lettere sull’orribile caso di mia figlia e, durante gli anni del processo, anche papa Francesco ebbe modo di seguire la vicenda su quotidiani e tv ma nessuno ci contattò”.

    “Mio figlio è stato molestato da Don Vincenzo Cala Impirotta, il quale, dopo la condanna in primo e in secondo grado e motivazioni confermate in Cassazione, si è salvato grazie alla prescrizione del reato. Il prete non è mai stato ridotto allo stato laicale, noi siamo stati additati come calunniatori. Il vescovo, nonostante dichiarazioni pubbliche di vicinanza alla vittima, ha permesso che si facesse una fiaccolata in favore dello stesso prete”.

    “Sono la mamma della vittima di don Mauro Galli. La diocesi ha deciso di difendere il prete mettendo in campo otto avvocati. Unica arma: screditare la vittima. Nel frattempo, nonostante la congregazione per la dottrina della fede avesse tutta la documentazione e le prove che Monsignor Delpini avesse insabbiato tutto, Papa Francesco ha nominato Delpini arcivescovo di Milano”.

    “Sono il papà della vittima di Livio Graziano. Nonostante all’epoca fosse ai domiciliari stalkerava mio figlio sui social. Quando mi sono rivolto al vescovo di Aversa, che ha avuto un colloquio con Zuppi, sono stato tacciato di essere un rompi coglioni”.

    Queste sono solo alcune delle testimonianze dei familiari delle vittime diffuse martedì scorso dall’associazione dei sopravvissuti italiani. Testimonianze che chiamano in causa la gestione del fenomeno da parte della Chiesa. “Le lamentele delle famiglie – ha spiegato Francesco Zanardi, presidente dell’associazione Rete L’Abuso – vanno a pesare tutte sul Papa, ma ricordiamo che il Papa può fare le leggi solo per lo stato Vaticano”. Puntualizzazione che si riferisce all’emanazione, da parte di Papa Francesco, del Motu Proprio del 2019 in materia di violenze sessuali su minori. Uno degli ultimi articoli del documento, infatti, osserva: “Le presenti norme si applicano senza pregiudizio dei diritti e degli obblighi stabiliti in ogni luogo dalle leggi statali. In Francia, le conferenze episcopali hanno percepito, con il peso delle leggi dello stato, queste linee guida in un certo modo. In Italia no. Abbiamo incontrato diverse volte il presidente della Cei Zuppi, il quale ha detto che lo Stato non impone l’obbligo della denuncia, quindi ‘perché denunciare i preti segnalati presso gli sportelli diocesani?’”

    Il mancato allineamento al Motu proprio sulla pedofilia

    Per capire il peso, da parte dello Stato italiano, del mancato allineamento al Motu proprio sulla pedofilia, è esemplare il caso di Don Ciro Panigara, sacerdote attualmente indagato a Brescia e già accusato di abusi 15 anni fa. Il religioso, era stato sospeso dalla Chiesa e, dopo presunte cure, è stato rimesso in parrocchia. Nello scorso dicembre, Don Ciro Panigara è stato indagato dalla procura perché ha abusato di altri minori.

    “Se ci fosse stato l’obbligo della denuncia – ha aggiunto Zanardi – questo prete avrebbe subito, oltre il processo canonico, anche un processo penale 15 anni fa. Non solo. Se la l’applicazione della carta di Lanzarote in Europa (che prevede anche il certificato di antipedofilia) fosse stata correttamente applicata in Italia senza sollevare tutto l’ambito del volontariato, Don Ciro Panigara sarebbe stato reintegrato come prete ma non a contatto con minori”.

    Pedofilia nella Chiesa, la gravità e l’estensione del fenomeno in Italia

    Per far comprendere la gravità e l’estensione del fenomeno in Italia, La Rete L’abuso ha presentato il nuovo database che raccoglie tutti i casi censiti dall’associazione. Nel sistema informatico è presente anche l’annuario dei casi italiani che mostra l’andamento degli abusi dal 2000 ad oggi. Solo nel 2025, sono stati registrati dieci casi, “tutti riportati da notizie di cronaca”. L’ultima commissione indipendente di inchiesta in Europa che si è occupata del fenomeno è stata quella francese, che ha contato 3000 preti pedofili che hanno prodotto 330 mila vittime. “In Italia – ha dichiarato Zanardi – non abbiamo mai avuto una commissione indipendente ma dal censimento abbiamo 1.031 sacerdoti pedofili, che sono la punta dell’iceberg, che hanno prodotto 4.262 vittime. Poi abbiamo anche le suore, i catechisti, l’indotto laico, gli scout. In totale, abbiamo censito 1.149 offender che hanno abusato di 4.471 persone. Il dato grave – ha continuato – è che su 31 mila preti italiani sono emersi 1031 offender: un’incidenza del 3,33% che viene fuori spontaneamente da un censimento fatto dall’associazione dei sopravvissuti. Una commissione di inchiesta non so che dato tirerebbe fuori. Il Governo dovrebbe impegnarsi a farla”.

    L’ordinamento italiano presenta degli importanti vuoti legislativi

    Secondo l’associazione dei sopravvissuti italiani l’ordinamento italiano presenta degli importanti vuoti legislativi che, attualmente, non permettono alla giustizia di affrontare il drammatico fenomeno con strumenti adeguati. “Esistono due binari di giustizia – ha spiegato Zanardi -: quello ecclesiastico e quello umano. In Italia, manca la giustizia dell’uomo, quella di un legittimo Stato”. La Rete l’Abuso, richiede, in particolare, due interventi: l’introduzione dell’obbligo di denuncia per terzi che sono a conoscenza di reati perpetuati nei confronti di minori e l’applicazione della carta di Lanzarote agli ambienti del volontariato. Questa applicazione, consentirebbe, l’estensione del certificato anti pedofilia anche ai soggetti che agiscono non solo all’interno della Chiesa ma anche nelle associazioni sportive.

    “Io credo che chi succederà a Francesco – ha sottolineato Eleanna Parasiliti, avvocato dell’associazione che attualmente difende Antonio Messina nel processo contro Don Rugolo – debba assumersi l’obbligo di introdurre misure concrete che consentano la segnalazione all’autorità giudiziaria da parte dei prelati che si rendono responsabili di reati così gravi. L’assenza dell’obbligo di denuncia nel nostro sistema da parte dei sacerdoti e dei vescovi costituisce un grosso buco normativo”.

    https://qds.it/rete-labuso-pedofilia-chiesa-2025-gia-verificati-dieci-casi/

  • Rebus conclave, tra eredità e promesse da mantenere

    Rebus conclave, tra eredità e promesse da mantenere

    È un rebus il conclave che inizia quest’oggi. I 133 cardinali elettori sono chiamati a votare per il successore di Francesco in un clima di grande incertezza. Perché, nonostante il ricovero al Gemelli, nessuno si aspettava la scomparsa di Bergoglio. E perché la freschezza portata dal primo Papa pescato «quasi dalla fine del mondo» non è un’eredità facilmente replicabile. Solo se ci sarà un porporato che riuscirà a entrare in Sistina come vi entrò Ratzinger nel 2005, e cioè con un numero di voti piuttosto elevato, tutto potrà essere in discesa. Ma se così non sarà, il collegio dovrà darsi da fare parecchio per individuare un papabile e non è impresa semplice.

    Sono diversi i temi che impegneranno la Chiesa nel futuro e, con essa, chi ne sarà al timone, il 267esimo successore di Pietro. È su di essi che i porporati giocano le loro carte, si mostrano e si nascondono, in vista della Sistina. Sono stati trattati direttamente nell’ultima congregazione generale: la lotta agli abusi, la trasparenza economica, la riorganizzazione della Curia, la sinodalità, l’impegno per la pace e la cura del creato, con il profilo esplicitamente richiesto di «un Papa pastore, maestro di umanità, capace di incarnare il volto di una Chiesa samaritana, vicina ai bisogni e alle ferite dell’umanità».

    FRANCESCO HA INDETTO diversi Sinodi chiedendo ai laici una maggiore partecipazione anche nei processi decisionali. Negli ultimi anni ha provato a proporre un modello di governance più partecipativo, ma l’accoglienza non è stata univoca. Esistono delle resistenze. C’è chi pensa che maggiore collegialità, o se vogliamo democraticizzazione, significa desacralizzare il papato, dopo la «grande desacralizzazione» messa in campo da Benedetto con la rinuncia. Non era così per Francesco, che si concepiva ultimo fra gli ultimi e il suo ministero un semplice servizio e non un esercizio di potere.

    SUL VATICANO, e l’argomento è laterale fino a un certo punto, incombe un deficit di bilancio pesantissimo, in tutto 83 milioni di euro. Le casse sono vuote anche perché le diocesi americane e tedesche, prosciugate dai risarcimenti dovuti alle vittime dei preti pedofili, non convogliano più verso Roma ingenti offerte come avveniva un tempo. La Chiesa «minoranza», come la immaginava Ratzinger, è probabilmente chiamata a un importante ridimensionamento delle sue strutture, a partire dalla magniloquenza romana, un modello che a conti fatti non regge più.

    MA C’È DELL’ALTRO. I recenti scandali finanziari – non ultimo il processo per l’acquisto di un immobile a Londra da parte della segreteria di Stato e l’opaco utilizzo dell’obolo di San Pietro – hanno intiepidito i fedeli, che tendono a non fidarsi più come un tempo delle gerarchie. Il gregge oggi vive altrove, lontano dagli intrighi dei palazzi, un passo avanti quanto ad autenticità rispetto a molti presuli e porporati. Così occorre una figura impeccabile al soglio di Pietro, come era Francesco. E pulita, senza quelle ombre che difficilmente reggerebbero l’urto dell’indignazione popolare.

    Bergoglio ha portato più donne nei posti di comando della Chiesa, ma è una certezza il fatto che tutto ciò non basta. Più donne nei gangli dei processi decisionali aiuterebbero la Chiesa a sconfiggere davvero la piaga della pedofilia ecclesiastica sulla quale ieri la rete l’Abuso ha riportato numeri impressionanti: più di mille i preti colpevoli di violenze su minori in Italia. 4500 vittime negli ultimi 25 anni. Eppure 133 soli uomini sono chiamati a eleggere il successore di Francesco. Vi fossero delle donne anche in questa fase lo scossone a una istituzione inspiegabilmente ancora prettamente maschile e verticale sarebbe notevole.

    https://ilmanifesto.it/rebus-conclave-tra-eredita-e-promesse-da-mantenere

  • Prevost e soci, i coinvolti negli abusi sessuali non vanno votati

    Prevost e soci, i coinvolti negli abusi sessuali non vanno votati

    Contrariamente a quanto vorrebbe la narrazione ufficiale – volentieri rafforzata dai media laicisti – sotto l’ombra di papa Francesco sono stati coperti diversi scandali, sia sessuali sia economici. E troppi cardinali, legati in un modo o nell’altro a questi scandali, circolano tranquillamente e stanno giocando un ruolo importante nella preparazione del conclave.

    Al punto che diventa di primaria importanza che i cardinali evitino di votare chiunque sia stato coinvolto in questi anni in episodi di corruzione e di abusi sessuali, o su cui gravino pesanti sospetti. Sarebbe disastroso avere un Papa che perpetuasse il sistema di protezioni e complicità che ha caratterizzato questi anni, dal caso del vescovo cileno Barros a quello del vescovo argentino Zanchetta, dallo scandalo del cardinale McCarrick a quello di padre Rupnik. La Chiesa di tutto ha bisogno meno di un Papa che già in partenza risulti ricattabile.

    È per questo che è inquietante vedere in questi giorni tra i nomi dei papabili in ascesa quello del cardinale Robert Francis Prevost, agostiniano americano che è stato vescovo nella piccola diocesi peruviana di Chiclayo (dal 2014) prima di essere chiamato a Roma nel 2023 (anno in cui è diventato cardinale) a capo del Dicastero per i vescovi. Già nel settembre scorso ci siamo occupati del suo caso pubblicando in esclusiva il contenuto della lettera di tre donne che accusano Prevost di avere coperto due preti accusati di pedofilia e di cui sono state vittime quando erano ancora minorenni, tra il 2006 e il 2010.

    Ma ora siamo venuti in possesso di una recente lettera che il presidente dello SNAP (Survivors Network of those Abused by Priests, la rete dei sopravvissuti agli abusi dei preti) ha inviato al Segretario di Stato cardinale Pietro Parolin e ai cardinali Victor Manuel Fernandez (prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede), Angel Fernandez Artime (pro-Prefetto del Dicastero per gli Istituti di vita consacrata) e a suor Simona Brambilla, prefetto dello stesso Dicastero, denunciando Prevost per «azioni e omissioni volte a interferire o ad evitare un’inchiesta civile o canonica, amministrativa o penale, contro certi sacerdoti della diocesi di Chiclayo».

    La lettera, firmata dal presidente Shaun Dougherty, è datata 25 marzo 2025 e contesta la mancata applicazione nei confronti del cardinale Prevost della Lettera apostolica Vos estis lux mundi che detta nuove procedure per gli interventi in fatto di abusi sessuali. Inoltre si accusa il prelato americano di «abuso del potere ecclesiastico, d’ufficio e di funzione che ha ferito persone vulnerabili e creato scandalo».

    La lettera riporta nei dettagli i crimini commessi da tre sacerdoti – James Ray, Eleuterio Vasquez Gonzales e Ricardo Yesquen – e di come il cardinale Prevost abbia ignorato la denuncia delle vittime e abbia anche «depistato» il Dicastero per la Dottrina della Fede impedendo di prendere le corrette decisioni. Peraltro si ricorderà come il successore di Prevost a Chiclayo (scelto da lui stesso) abbia fatto di tutto per coprire a sua volta il cardinale agostiniano anche perseguendo l’avvocato difensore di tre vittime. Da notare che Prevost è stato chiamato a Roma a presiedere il Dicastero dei vescovi dopo che in Perù lo scandalo era già scoppiato e la segnalazione era già arrivata al Dicastero per la Dottrina della Fede.

    Nella lettera del 25 marzo lo SNAP chiede un’inchiesta approfondita sulle responsabilità del cardinale Prevost, ma non solo dai vari Parolin, Fernandez, Artime e Brambilla non è arrivata alcuna risposta; addirittura alla vigilia del conclave troviamo Prevost tra i nomi emergenti in lizza per diventare Papa. È una situazione già scandalosa così, figurarsi se dovesse essere eletto.

    Peraltro a spingere il suo nome è un altro cardinale molto discusso, l’honduregno Oscar Maradiaga, grande elettore di papa Francesco, chiamato nel consiglio ristretto di cardinali che lo ha supportato in questi anni. Maradiaga è stato accusato di gestione allegra dei fondi della diocesi, ma soprattutto di aver coperto gli orribili abusi del suo vescovo ausiliare a Tegucigalpa, Juan José Pineda. Tutto spiegato nel libro pubblicato nel 2019 da Martha Alegria Reichmann, vedova dell’ex ambasciatore dell’Honduras presso la Santa Sede: “Sacri tradimenti” è il titolo del libro, in cui la ex amica di Maradiaga denuncia anche di essere stata frodata dal prelato e di avere così perso tutti i suoi risparmi.

    Alla lista dei cardinali improponibili bisogna poi aggiungere tutti quelli legati allo scandalo del cardinale abusatore Theodore McCarrick, e non sono pochi data la ampia rete di connivenze e complicità che ha permesso a McCarrick di continuare per anni i suoi abusi (anche Maradiaga era un suo amico). Bisogna anche dire che nei suoi confronti è stato usato un metodo ormai collaudato nel passato pontificato: a scandalo scoppiato è stato ridotto allo stato laicale senza che si sia celebrato un processo canonico che avrebbe permesso di far emergere tutta la verità (oltre a dare la possibilità al cardinale di difendersi) e anche fare chiarezza su quanti hanno coperto le sue nefandezze. Così McCarrick alla fine è stato condannato ma i suoi complici sono stati liberi di fare carriera. Come ad esempio il cardinale Donald Wuerl, successore di McCarrick a Washington, oggi 85enne e quindi fuori dal conclave. Ma Wuerl fu chiamato a Roma a sostituire il cardinale Raymond L. Burke nella Congregazione per i vescovi per suggerire i nomi per le future porpore. Immediatamente fu elevato al cardinalato Blase Cupich, e poi ancora Joseph W. Tobin e Robert McElroy, promosso recentemente alla guida della diocesi di Washington. Non bisogna poi dimenticare il cardinale Kevin Farrell, attuale camerlengo, chiamato a gestire lo Stato vaticano nel periodo di sede vacante, che ha abitato per sei anni porta a porta con McCarrick senza mai accorgersi di nulla, così come in precedenza da posizioni di responsabilità nei Legionari di Cristo non si era mai accorto della doppia vita del fondatore Marcel Maciel.

    L’elenco potrebbe continuare, ma va citato almeno il grande protettore di padre Marko Rupnik, il cui caso è ancora tutto da risolvere: il cardinale Angelo De Donatis, di cui ci siamo occupati anche recentemente.

    Tutti personaggi non solo da non votare, ma di cui è bene non prendere in considerazione neanche gli eventuali suggerimenti.

    https://lanuovabq.it/it/prevost-e-soci-i-coinvolti-negli-abusi-sessuali-non-vanno-votati

  • Un cardinale italiano sullo stampo di Francesco è nella rosa dei candidati papali

    Un cardinale italiano sullo stampo di Francesco è nella rosa dei candidati papali

    Elisabetta Povoledo | New York Times – Possibile candidato al papato, il cardinale Matteo Zuppi ha lavorato con i bisognosi e gli emarginati, partecipando anche a colloqui di pace in tutto il mondo.

    Quando l’arcivescovo di Bologna, Matteo Zuppi, è stato creato cardinale il 5 ottobre 2019, la sua giornata si è conclusa con una messa celebrata fuori dalla Basilica di Santa Maria in Trastevere, il quartiere romano in cui aveva trovato la sua strada da adolescente e in seguito era diventato sacerdote.

    «La mia vita, o meglio la vita stessa, è sempre composta da tanti tasselli che ci hanno plasmato e fanno parte di me», ha detto il cardinale Zuppi, ora 69enne, durante l’omelia di quella sera. «Oggi vedo, e credo che la vediamo tutti, la gioia di stare insieme come un pezzo della nostra vita comune, esattamente l’opposto dell’individualismo».

    Molti di coloro che si erano riuniti per augurargli il meglio durante la messa lo conoscevano dai tempi in cui, da adolescente, faceva volontariato presso la Comunità di Sant’Egidio, un’organizzazione benefica cattolica nota per il suo impegno a favore dei poveri, per il dialogo interreligioso e per la mediazione nei conflitti internazionali.

    Dopo essere diventato sacerdote, divenne vicario della basilica e per anni fu guida spirituale della Comunità di Sant’Egidio, che prega a Santa Maria in Trastevere.

    Ora è tra i cardinali spesso citati dagli osservatori vaticani come candidati alla carica di papa. Come sacerdote e vescovo, ha abbracciato una visione pastorale del ministero simile a quella di Francesco, e ci si aspetterebbe che mantenga questo approccio se eletto.

    Per molti romani, il cardinale Zuppi è conosciuto come “Don Matteo”, il nome di un prete investigatore della TV italiana.

    Quando Francesco lo scelse per diventare cardinale nel 2019, sembrò la persona perfetta per un pontefice che stava cercando di riaccogliere tra i fedeli cattolici che si sentivano alienati geograficamente, pastoralmente e ideologicamente.

    Il cardinale Zuppi ha accolto con favore la comunità LGBTQ+ cattolica romana e ha scritto l’introduzione per l’edizione italiana di un libro del 2017, scritto dal reverendo James Martin, sacerdote e scrittore gesuita, su come avvicinarsi ai cattolici gay.

    Condividendo l’avversione di Francesco per le apparenze del suo incarico, il cardinale Zuppi girava in bicicletta per Bologna dopo essere diventato arcivescovo della città italiana nel 2015, proprio come Francesco prendeva l’autobus pubblico quando era arcivescovo di Buenos Aires. E come Francesco, che scelse di vivere in una modesta foresteria del Vaticano invece che nell’opulento Palazzo Apostolico, il cardinale Zuppi si trasferì in una casa di riposo per sacerdoti a Bologna.

    Anche il Cardinale Zuppi si è guadagnato una reputazione internazionale, intervenendo in alcuni dei conflitti più sanguinosi del mondo. Con Sant’Egidio, è stato uno dei principali negoziatori nei colloqui che hanno portato all’accordo di pace del 1992, che ha posto fine alla guerra civile in Mozambico. Ha partecipato a molti altri colloqui di pace, non tutti con esito positivo.

    Nel 2023, Papa Francesco ha scelto il Cardinale Zuppi come inviato di pace tra Ucraina e Russia . Sebbene non sia riuscito a raggiungere la pace, molti ucraini hanno considerato la missione un successo. L’hanno vista come “una delle massime espressioni di sostegno all’Ucraina da parte della Santa Sede”, ha affermato Andrii Yurash, ambasciatore ucraino presso il Vaticano. Ha incoraggiato altri Paesi a sostenere il dialogo e ha contribuito a facilitare lo scambio di prigionieri e bambini, ha aggiunto Yurash.

    Il giorno del funerale di Francesco, il cardinale Zuppi ha incontrato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, che “ha espresso il nostro apprezzamento, la nostra gratitudine” per quanto fatto dal Vaticano, ha aggiunto il signor Yurash.

    Ma l’appartenenza del cardinale Zuppi alla Comunità di Sant’Egidio potrebbe giocare a suo sfavore nelle elezioni del prossimo papa, secondo Sandro Magister , esperto di diritto vaticano. “Un numero sempre maggiore di cardinali elettori diffida di un pontificato che correrebbe il serio rischio di essere governato da un’oligarchia esterna”, ha detto Magister, riferendosi al gruppo, definendolo una ” macchina formidabile ” che sotto Francesco ha raggiunto un potere smisurato all’interno del Vaticano.

    Altri critici hanno sottolineato che le conoscenze del cardinale Zuppi hanno contribuito ad accelerare l’inizio della sua carriera: suo padre lavorava in Vaticano e, tramite sua madre, il cardinale Zuppi è pronipote di un un tempo potente cardinale italiano.

    Francesco lo ha nominato presidente della Conferenza Episcopale Italiana nel 2022, scegliendolo tra una rosa di tre candidati votati dai vescovi. Uno dei suoi primi atti è stato l’apertura di un’inchiesta sugli abusi sessuali commessi dal clero cattolico in Italia.

    Il primo rapporto dell’inchiesta è stato deludente perché mancava di ampiezza e indipendenza, ha affermato Francesco Zanardi, fondatore e presidente di Rete l’Abuso , un’organizzazione italiana per i diritti delle vittime. Zanardi ha in parte attribuito la colpa alla legge italiana, che non obbliga la Chiesa a denunciare i reati di abuso alle autorità civili, quindi il Cardinale Zuppi stava “seguendo alla lettera la legge”, ha affermato.

    Eppure, persino i critici del cardinale hanno affermato che l’inchiesta ha superato di gran lunga quella condotta dai suoi predecessori in un Paese in cui gli abusi sessuali da parte del clero non hanno ancora avuto una resa dei conti pubblica . Zanardi ha affermato che il cardinale Zuppi lo aveva incontrato numerose volte e non si era tirato indietro di fronte al confronto.

    Ciò non sorprende chi lo conosce. Mario Marazziti, di Sant’Egidio, ha affermato che nel corso degli anni il cardinale Zuppi ha “sviluppato un’esperienza di dialogo tra coloro che lottano tra mondi opposti” e, con ciò, una capacità di riconciliazione.

    NY Times

  • STAMPA ITALIANA – AAA cercasi disperatamente casi di pedofilia nel clero italiano per poter fare almeno un articolo

    STAMPA ITALIANA – AAA cercasi disperatamente casi di pedofilia nel clero italiano per poter fare almeno un articolo

    Comico per non dire avvilente e frustrante per le migliaia di vittime italiane e i loro famigliari, inesistenti solo per la cronaca italiana che con grande ipocrisia in questi giorni si fa in quattro disperata perché non riesce a trovare un solo caso in Italia.

    Ne scova in tutto il mondo ma qui purtroppo, in totale assenza è ridotta a raccontare come è stato montato il comignolo per la fumata del conclave, del frigobar svuotato di alcolici non pagati senza chiedersi come mai quel frigobar fosse pieno di alcolici.

    D’altra parte l’operato di Papa Francesco, almeno in Italia, non solo ha sradicato dalla penisola la piaga dei preti pedofili ma come si racconta in Liguria, il contatto diretto tra un giornalista e Francesco ha fatto miracoli, ha addirittura permesso provvedimenti papali per le vittime sopravvissute.

    Peccato però che a queste vittime nessuno lo abbia detto e forse un po’ rintronate brancolano nel buio ignare. D’altra parte sono vittime e ci sta siano rintronate.

    Improvvisamente svaniscono dalla memoria dei cronisti italiani tutti i recenti casi del 2025 come il rinvio a giudizio del vescovo di Enna Rosario Gisana, i casi di don Samuele Marelli, don Ciro Panigara, don Luca Matteo, don Andrea Melis e via dicendo.

    Casi di cui non si ricorda più neppure chi li ha scritti… D’altronde son vecchi di qualche mese… E d’altra parte in Italia non è che ci sia molto, solo una microscopica punta dell’iceberg che col riscaldamento globale pare un ghiacciolino che conta (in assenza di una commissione governativa d’inchiesta) soltanto 1031 sacerdoti offender ed un’inezia di vittime… giusto 4262, più l’insignificante indotto laico.

    Dati consultabili sul database dell’unica associazione di sopravvissuti agli abusi del clero presente in Italia…

    Ma d’altra parte è l’unica e le vittime così poche che effettivamente trovarle è praticamente impossibile, quasi un ago nel pagliaio davvero microscopico ed è così che povera stampa, è costretta a cercarle all’estero dove sono meno della metà.

    Sarà davvero curioso vedere quante testate italiane saranno presenti (impegni vaticani permettendo) alla conferenza dei sopravvissuti del 6 maggio presso la Stampa Estera di Roma, probabilmente nessuna tanto non c’è un gran che da dire, qui in Italia va tutto così bene…

    A creare allarmismo in Italia testate come il New York Times, poco autorevoli ed allarmiste, chissà per quale motivo poi… Bah

    Sarà forse perchè la libertà di stampa è scesa al 49° posto nel mondo?

  • I sopravvissuti agli abusi chiedono al prossimo papa di attuare una politica di tolleranza zero e di identificare i cardinali con precedenti penali scadenti

    I sopravvissuti agli abusi chiedono al prossimo papa di attuare una politica di tolleranza zero e di identificare i cardinali con precedenti penali scadenti

    CITTÀ DEL VATICANO (AP) — Una coalizione di sopravvissuti agli abusi sessuali da parte del clero ha chiesto mercoledì che i cardinali che entrano in conclave per eleggere il successore di Papa Francesco scelgano un papa che adotti una politica universale di tolleranza zero per gli abusi e che abbia una fedina penale pulita nella gestione dei casi.

    Il gruppo End Clergy Abuse ha pubblicato una lettera aperta ai cardinali che si riuniranno informalmente questa settimana prima dell’inizio del conclave del 7 maggio. Anche SNAP, il principale gruppo di sopravvissuti con sede negli Stati Uniti, ha identificato in un nuovo database i cardinali che hanno a loro volta precedenti problematici , evidenziando un nuovo livello di controllo su tutti i possibili candidati al papato.

    Gli sviluppi giungono in un momento in cui sorgono dubbi concreti su quanto lo scandalo degli abusi stia assumendo un ruolo importante nelle discussioni sulla scelta del nuovo papa. Dopo due decenni di incessanti rivelazioni su abusi e insabbiamenti che hanno screditato la gerarchia cattolica, molti leader ecclesiastici vorrebbero pensare che la questione sia ormai un ricordo del passato, hanno affermato le vittime.

    “La crisi degli abusi sessuali non è una questione del passato. È presente. E in nessun luogo la sua devastazione è più visibile che nel Sud del mondo”, hanno affermato le sopravvissute nella lettera aperta.

    ECA e SNAP hanno chiesto alla Chiesa cattolica di adottare una politica di tolleranza zero , che preveda la rimozione permanente di un sacerdote dal ministero ecclesiastico anche per un singolo abuso sessuale ammesso o accertato secondo le leggi ecclesiastiche. Questa è la politica adottata nella Chiesa statunitense al culmine dello scandalo statunitense del 2002, ma non è affatto adottata altrove.

    La questione si sta svolgendo in tempo reale a Roma, mentre i cardinali si riuniscono: il cardinale peruviano Juan Luis Cipriani Thorne, 81 anni, è stato visto in alta uniforme cardinalizia entrare e uscire dalla Città del Vaticano, nonostante sia stato sanzionato dal Vaticano per presunti abusi su minore. Cipriani non è ammesso al conclave perché ha più di 80 anni, ma ha partecipato alle riunioni pre-conclave questa settimana.

    A gennaio, il Vaticano ha confermato l’esistenza di sanzioni disciplinari nei confronti di Cipriani, il primo cardinale dell’Opus Dei, a seguito di accuse di abusi sessuali . Le sanzioni includevano l’obbligo di lasciare il Perù e restrizioni alla sua attività pubblica e all’uso delle insegne. Il Vaticano ha affermato che in alcune occasioni gli era consentito derogare a tali sanzioni.

    Alla domanda sul perché Cipriani si presentasse come cardinale e partecipasse, il portavoce vaticano Matteo Bruni ha affermato che le norme vaticane relative alle riunioni pre-conclave sono chiare. Le regole, ha detto, prevedono che tutti i cardinali debbano partecipare a meno che non abbiano “legittimi impedimenti”, che includono “questioni personali o fisiche”.

    Cipriani, che vive a Madrid e Roma, ha definito le accuse “completamente false”.

    Bruni ha affermato che la questione degli abusi è stata discussa questa settimana dai cardinali durante le discussioni pre-conclave, tra le altre sfide che la Chiesa si trova ad affrontare.

    All’inizio di quest’anno, SNAP ha lanciato un’iniziativa online, Conclave Watch, per fornire informazioni sui singoli cardinali e sui loro precedenti. Il gruppo afferma che, dal lancio, sopravvissuti provenienti da Figi, Tonga, Belgio, Francia, Sudafrica, Malawi, Italia, Canada e Stati Uniti si sono messi in contatto per ottenere ulteriori informazioni.

    L’iniziativa esamina i cardinali considerati candidati al papato in base ai loro precedenti nella gestione di casi di abusi sessuali, incluso se siano stati coinvolti nell’insabbiamento dei casi, nonché la loro accettazione della legge di tolleranza zero proposta da SNAP ed ECA.

    “I sopravvissuti agli abusi non vogliono vedere un altro conclave che elegge un papa che ha protetto e coperto i colpevoli del clero”, ha affermato Sarah Pearson, portavoce di SNAP.

    https://apnews.com/article/vatican-conclave-abuse-pope-b882375878b2f33c5a53c1dc9e345356

  • Caso Orlandi, spunta il giallo su un numero di telefono nel diario di Emanuela

    Caso Orlandi, spunta il giallo su un numero di telefono nel diario di Emanuela

    Nuovo giallo sul caso di Emanuela Orlandi. Oggi, 30 aprile, durante l’audizione di Lidano Marchionne, all’epoca dei fatti commissario capo della Polizia di Stato, in servizio presso la Digos di Roma, davanti alla Commissione parlamentare di inchiesta l’attenzione è stata puntata su un numero di telefono non identificato scritto su un diario di Emanuela.

    Uno dei commissari ha chiesto informazioni sul fatto che fu convocata dalla Digos, per essere ascoltata, una persona sulla base di un numero di telefono presente in un diario di Emanuela, riferito a una “certa Federica” ma tuttavia per la convocazione ci si basò su un numero non corrispondente a quello effettivamente scritto nel diario visto che una cifra era diversa.

    “La firma è mia e il verbale è mio”, ha detto Marchionne prendendo visione degli atti ma non ricordando nel dettaglio la vicenda. Marchionne ha osservato che andrebbero esaminati i documenti e visto “in che contesto è stato fatto questo verbale di interrogatorio, ossia se è stato fatto perché ci arrivava una segnalazione che c’era questo numero sul diario – premesso che noi il diario di Orlandi non lo abbiamo mai acquisito – o potrebbe anche essere che altre fonti avevano individuato questo numero”. Replicando a un’altra domanda della senatrice Daisy Pirovano su questo aspetto e sui presunti mancati controlli sul numero giusto, l’ex appartenente alla Digos, che ha più volte ricordato di essersi occupato del caso solo relativamente al filone ‘lupi grigi’, ha osservato di non aver mai fatto accertamenti su diari e che tra le ipotesi c’è anche di essere “stato coinvolto in questo verbale per un’emergenza dovuta forse all’assenza o al mancato riferimento della persona che se ne stava occupando che non so chi sia”.

    La senatrice Daisy Pirovano (Lega) ha sottolineato ai colleghi della Commissione che “guardando la foto dell’originale del diario di Emanuela dell’82-‘83 ho anche un altro dubbio ossia se il nome sia veramente ‘Federica’ e non ‘Federico’”. A questo punto, ha continuato Pirovano, “sarebbe il caso di fare un approfondimento” e “sarebbe utile capire se sul numero corretto siano state fatte successivamente ricerche” e “se siano ancora fattibili”. Il presidente della Commissione Andrea De Priamo ha replicato che attraverso il lavoro dei consulenti “cercheremo di fare un approfondimento tecnico”.

    La richiesta di liberazione di Agca

    Su Emanuela Orlandi dopo il rapimento “non si ebbe mai prova dell’esistenza in vita della ragazza e lo stesso Ali Agca, all’epoca detenuto in esecuzione pena, in qualche modo si dissociò da questa richiesta di sua liberazione. Si arrivò alla scadenza dell’ultimatum e non furono avviate iniziative per la liberazione concreta di Ali Agca e non fu acquisito alcun elemento che potesse sostenere che la ragazza fosse viva”, ha ricordato Marchionne.

    “Mi colpì il fatto che l’intervento di un’associazione vicina all’attentatore del Papa e che ne chiedeva la liberazione – ha osservato – venne fatto dopo che il Papa, nella recita dell’Angelus, aveva fatto cenno alla scomparsa della ragazza e stimolato la buona volontà di coloro che avevano responsabilità nella gestione di quel caso”.

    “Fino a quel momento i contatti erano stimolati dalla diffusione dei manifesti fatti dalla famiglia, erano passati direttamente sui familiari di Orlandi ai telefoni che avevano indicato come recapito e i messaggi erano sostanzialmente dettati dall’intento di tranquillizzare la famiglia – ha proseguito -, tendevano a dare credito all’ipotesi che si fosse in presenza di un allontanamento volontario della ragazza. Poi, dopo l’intervento del Papa all’Angelus, ci fu una telefonata di persona che richiamò nel contenuto queste telefonate che erano state fatte nella prima fase” e che “nello stesso tempo calò la richiesta di liberazione di Ali Agca in cambio del rilascio di Emanuela Orlandi”.

    “Si arrivò fino all’ultimatum che avevano fissato”, ha proseguito l’ex appartenente alla Digos aggiungendo che “questa trattativa” non andò “in porto perché non ci fu mai prova certa dell’esistenza in vita della ragazza”.

    “C’erano una valanga di informative che venivano dai Servizi che riportavano notizie da fonti più o meno attendibili, alcune qualificate addirittura come occasionali, che davano indicazioni sulla ragazza viva, che era addirittura caduta nella sindrome di Stoccolma e aveva allacciato relazioni sentimentali con i suoi sequestratori” ma “gli accertamenti non avevano dato soluzioni concrete”, ha osservato Marchionne aggiungendo che “spesso soprattutto nella comunità turca, consistente in Germania, venivano fuori ‘pseudo informatori’”.

    A una domanda sul fatto che chi chiedeva la liberazione di Ali Agca fu in grado di far ascoltare un nastro con la voce di Emanuela registrata o far ritrovare delle fotocopie di documenti e fogli scritti della ragazza, l’ex appartenente alla Digos ha osservato: “Secondo me queste persone avevano avuto a che fare o direttamente con Emanuela Orlandi o con qualcuno che la conosceva“.

    Marchionne ha poi ricordato alcune telefonate che arrivarono dopo la scomparsa di Emanuela, come quelle del sedicente “Mario” o del cosiddetto “Americano” o successive chiamate. “Il gruppo secondo me è lo stesso”, ha sottolineato aggiungendo: “Se fosse stato già dall’inizio un sequestro per liberare Ali Agca non vedo per quale motivo ci siano state chiamate prima. Forse per sondare una disponibilità? Non lo so”.

    “Rapitori? Non erano rubagalline”

    “Indubbiamente io penso che – quale possa essere il gruppo – era ben strutturato: non era un gruppo di rubagalline o di ragazzi che potevano aver messo su qualcosa di più grande di loro che poi gli era sfuggito di mano”, ha continuato, rispondendo a chi gli chiedeva la sua opinione sulla tipologia del gruppo legato alla scomparsa di Emanuela.

    Quanto alla criminalità romana dell’epoca, secondo l’ex appartenente alla Digos, “potrebbe aver avuto un ruolo”. “Non c’è nulla di specifico che mi faccia pensare alla malavita organizzata romana” ha continuato Marchionne precisando però che “la mia sensazione è che la ragazza sia caduta in una trappola dalla quale non è riuscita a venirne fuori, chi l’ha tesa non agiva per una situazione estemporanea”.

    “Mi pare che la ragazza avesse avuto un appuntamento con una persona che si era proposta per farle fare un lavoro di presentatrice di prodotti cosmetici e la casa ha sempre smentito di ricorrere a simili attività – ha proseguito -. Può essere che per ingenuità la ragazza abbia aderito a questa proposta e invece di fare questa presentazione, chissà dove l’hanno portata”.

    Replicando a un’altra domanda, l’ex appartenente alla Digos ha precisato: “Io non ho detto che c’è stato un coinvolgimento della mafia romana, dico che l’organizzazione nella quale era incappata Emanuela non era una organizzazione di sprovveduti, ma una organizzazione ben strutturata e che aveva determinati scopi che potevano essere – siamo a livello di ipotesi – anche quello di irretire giovani ragazze per destinarle a cose che non vogliamo pensare”.

    “Pista turca? Versioni poco credibili”

    “Depistaggio significa che chi proponeva queste ipotesi investigative avesse lo scopo di distogliere da un percorso a lui noto: non posso dire di avere avuto mai questa consapevolezza”, ha continuato Marchionne rispondendo alla domanda se all’epoca si avesse avuto o meno la sensazione che la pista turca rispetto al caso di Emanuela fosse un depistaggio. Tuttavia l’ex appartenente alla Digos ha parlato di “versioni spesso poco credibili, determinate da collage mettendo insieme vicende per molti aspetti note”.

    Uno dei commissari ha chiesto informazioni sul fatto che fu convocata dalla Digos, per essere ascoltata, una persona sulla base di un numero di telefono presente in un diario di Emanuela, riferito a una “certa Federica” ma tuttavia per la convocazione ci si basò su un numero non corrispondente a quello effettivamente scritto nel diario visto che una cifra era diversa.

    “La firma è mia e il verbale è mio”, ha detto Marchionne prendendo visione degli atti ma non ricordando nel dettaglio la vicenda. Marchionne ha osservato che andrebbero esaminati i documenti e visto “in che contesto è stato fatto questo verbale di interrogatorio, ossia se è stato fatto perché ci arrivava una segnalazione che c’era questo numero sul diario – premesso che noi il diario di Orlandi non lo abbiamo mai acquisito – o potrebbe anche essere che altre fonti avevano individuato questo numero”. Replicando a un’altra domanda della senatrice Daisy Pirovano su questo aspetto e sui presunti mancati controlli sul numero giusto, l’ex appartenente alla Digos, che ha più volte ricordato di essersi occupato del caso solo relativamente al filone ‘lupi grigi’, ha osservato di non aver mai fatto accertamenti su diari e che tra le ipotesi c’è anche di essere “stato coinvolto in questo verbale per un’emergenza dovuta forse all’assenza o al mancato riferimento della persona che se ne stava occupando che non so chi sia”.

    La senatrice Daisy Pirovano (Lega) ha sottolineato ai colleghi della Commissione che “guardando la foto dell’originale del diario di Emanuela dell’82-‘83 ho anche un altro dubbio ossia se il nome sia veramente ‘Federica’ e non ‘Federico’”. A questo punto, ha continuato Pirovano, “sarebbe il caso di fare un approfondimento” e “sarebbe utile capire se sul numero corretto siano state fatte successivamente ricerche” e “se siano ancora fattibili”. Il presidente della Commissione Andrea De Priamo ha replicato che attraverso il lavoro dei consulenti “cercheremo di fare un approfondimento tecnico”.

    La richiesta di liberazione di Agca

    Su Emanuela Orlandi dopo il rapimento “non si ebbe mai prova dell’esistenza in vita della ragazza e lo stesso Ali Agca, all’epoca detenuto in esecuzione pena, in qualche modo si dissociò da questa richiesta di sua liberazione. Si arrivò alla scadenza dell’ultimatum e non furono avviate iniziative per la liberazione concreta di Ali Agca e non fu acquisito alcun elemento che potesse sostenere che la ragazza fosse viva”, ha ricordato Marchionne.

    “Mi colpì il fatto che l’intervento di un’associazione vicina all’attentatore del Papa e che ne chiedeva la liberazione – ha osservato – venne fatto dopo che il Papa, nella recita dell’Angelus, aveva fatto cenno alla scomparsa della ragazza e stimolato la buona volontà di coloro che avevano responsabilità nella gestione di quel caso”.

    “Fino a quel momento i contatti erano stimolati dalla diffusione dei manifesti fatti dalla famiglia, erano passati direttamente sui familiari di Orlandi ai telefoni che avevano indicato come recapito e i messaggi erano sostanzialmente dettati dall’intento di tranquillizzare la famiglia – ha proseguito -, tendevano a dare credito all’ipotesi che si fosse in presenza di un allontanamento volontario della ragazza. Poi, dopo l’intervento del Papa all’Angelus, ci fu una telefonata di persona che richiamò nel contenuto queste telefonate che erano state fatte nella prima fase” e che “nello stesso tempo calò la richiesta di liberazione di Ali Agca in cambio del rilascio di Emanuela Orlandi”.

    “Si arrivò fino all’ultimatum che avevano fissato”, ha proseguito l’ex appartenente alla Digos aggiungendo che “questa trattativa” non andò “in porto perché non ci fu mai prova certa dell’esistenza in vita della ragazza”.

    “C’erano una valanga di informative che venivano dai Servizi che riportavano notizie da fonti più o meno attendibili, alcune qualificate addirittura come occasionali, che davano indicazioni sulla ragazza viva, che era addirittura caduta nella sindrome di Stoccolma e aveva allacciato relazioni sentimentali con i suoi sequestratori” ma “gli accertamenti non avevano dato soluzioni concrete”, ha osservato Marchionne aggiungendo che “spesso soprattutto nella comunità turca, consistente in Germania, venivano fuori ‘pseudo informatori’”.

    A una domanda sul fatto che chi chiedeva la liberazione di Ali Agca fu in grado di far ascoltare un nastro con la voce di Emanuela registrata o far ritrovare delle fotocopie di documenti e fogli scritti della ragazza, l’ex appartenente alla Digos ha osservato: “Secondo me queste persone avevano avuto a che fare o direttamente con Emanuela Orlandi o con qualcuno che la conosceva“.

    Marchionne ha poi ricordato alcune telefonate che arrivarono dopo la scomparsa di Emanuela, come quelle del sedicente “Mario” o del cosiddetto “Americano” o successive chiamate. “Il gruppo secondo me è lo stesso”, ha sottolineato aggiungendo: “Se fosse stato già dall’inizio un sequestro per liberare Ali Agca non vedo per quale motivo ci siano state chiamate prima. Forse per sondare una disponibilità? Non lo so”.

    “Rapitori? Non erano rubagalline”

    “Indubbiamente io penso che – quale possa essere il gruppo – era ben strutturato: non era un gruppo di rubagalline o di ragazzi che potevano aver messo su qualcosa di più grande di loro che poi gli era sfuggito di mano”, ha continuato, rispondendo a chi gli chiedeva la sua opinione sulla tipologia del gruppo legato alla scomparsa di Emanuela.

    Quanto alla criminalità romana dell’epoca, secondo l’ex appartenente alla Digos, “potrebbe aver avuto un ruolo”. “Non c’è nulla di specifico che mi faccia pensare alla malavita organizzata romana” ha continuato Marchionne precisando però che “la mia sensazione è che la ragazza sia caduta in una trappola dalla quale non è riuscita a venirne fuori, chi l’ha tesa non agiva per una situazione estemporanea”.

    “Mi pare che la ragazza avesse avuto un appuntamento con una persona che si era proposta per farle fare un lavoro di presentatrice di prodotti cosmetici e la casa ha sempre smentito di ricorrere a simili attività – ha proseguito -. Può essere che per ingenuità la ragazza abbia aderito a questa proposta e invece di fare questa presentazione, chissà dove l’hanno portata”.

    Replicando a un’altra domanda, l’ex appartenente alla Digos ha precisato: “Io non ho detto che c’è stato un coinvolgimento della mafia romana, dico che l’organizzazione nella quale era incappata Emanuela non era una organizzazione di sprovveduti, ma una organizzazione ben strutturata e che aveva determinati scopi che potevano essere – siamo a livello di ipotesi – anche quello di irretire giovani ragazze per destinarle a cose che non vogliamo pensare”.

    “Pista turca? Versioni poco credibili”

    “Depistaggio significa che chi proponeva queste ipotesi investigative avesse lo scopo di distogliere da un percorso a lui noto: non posso dire di avere avuto mai questa consapevolezza”, ha continuato Marchionne rispondendo alla domanda se all’epoca si avesse avuto o meno la sensazione che la pista turca rispetto al caso di Emanuela fosse un depistaggio. Tuttavia l’ex appartenente alla Digos ha parlato di “versioni spesso poco credibili, determinate da collage mettendo insieme vicende per molti aspetti note”.

    “Ricorreva la possibile ipotesi – che toglieva credibilità – della ragazza che, ancora in vita, convivesse con uno dei suoi sequestratori”, ha continuato Marchionne parlando di “ipotesi secondo me fantasiose”.

     

  • In Vaticano scoppia il caso Cipriani, cardinale sanzionato per abusi che partecipa alle riunioni pre-Conclave

    In Vaticano scoppia il caso Cipriani, cardinale sanzionato per abusi che partecipa alle riunioni pre-Conclave

    All’indomani della rinuncia del cardinale Becciu a partecipare al Conclave, in Vaticano esplode un nuovo caso che rischia di scuotere le fondamenta della Santa Sede. Protagonista, questa volta, è il cardinale peruviano Juan Luis Cipriani, membro dell’Opus Dei e già arcivescovo di Lima, che nel 2019 fu sanzionato da Papa Francesco per accuse ritenute dal Santo Padre credibili di abusi su minori risalenti ai primi anni ’80.

    Nonostante le restrizioni imposte da un precetto penale papale – tra cui il divieto di indossare abiti cardinalizi e di partecipare ad attività pubbliche – Cipriani è apparso a Roma in abiti da cardinale, partecipando alle congregazioni generali e visitando la camera ardente del Pontefice in San Pietro. Un gesto che, secondo alcuni osservatori, rappresenterebbe un atto di palese disobbedienza verso il Papa.

    Le immagini della sua presenza a Roma sono state trasmesse dai media peruviani, sollevando interrogativi sull’efficacia delle misure disciplinari vaticane. La sala stampa vaticana, interpellata più volte da El Pais e dai media peruviani, non ha chiarito se Cipriani stia effettivamente violando il precetto. Il portavoce Matteo Bruni ha ammesso che “non si conoscono i dettagli delle sanzioni” e che al momento “non ci sono ulteriori informazioni da fornire”.

    Tuttavia lo stesso Bruni lo scorso 26 gennaio aveva confermato le misure disciplinari nei confronti del porporato peruviano. “Esistono e sono ancora valide e vigenti”, aveva spiegato Bruni, ricordando che “dopo l’accettazione della sua rinuncia da arcivescovo di Lima”, al cardinale “è stato imposto un precetto penale con alcune misure disciplinari relative alla sua attività pubblica, al luogo di residenza e all’uso delle insegne”. Il provvedimento in questione è stato “firmato e accettato” da Cipriani.

    Il cardinale, che ha 81 anni e quindi non ha più diritto di voto al Conclave, ha già violato le disposizioni papali recandosi a gennaio a Lima per ricevere un’onorificenza pubblica, consegnata dal sindaco Rafael López Aliaga, anch’egli membro dell’Opus Dei. Dopo le rivelazioni di El País, Cipriani aveva reso pubbliche lettere in cui accusava il Papa di averlo condannato senza ascoltarlo.

    Il suo comportamento è stato duramente criticato anche dall’attuale arcivescovo di Lima, Carlos Castillo, che ha invitato l’ex porporato a “rinunciare alle giustificazioni vane e ad accettare la verità”. Lo stesso Castillo potrebbe sollevare formalmente la questione nelle congregazioni generali.

    Il caso Cipriani riporta al centro dell’attenzione una domanda scomoda: quanto pesano davvero le questioni legate agli abusi nel processo di scelta del nuovo Pontefice? Nonostante l’impegno di Papa Francesco, una parte della Curia continua a resistere alla piena trasparenza e alle riforme. Il cardinale Cipriani non è l’unico porporato controverso presente in Vaticano in questi giorni. Anche il cardinale statunitense Roger Mahony, accusato di aver coperto oltre 100 casi di abusi a Los Angeles, è stato visto partecipare a funzioni ufficiali. Inserito tra i nove cardinali incaricati del rito di chiusura della bara del Papa, la sua presenza ha sollevato le proteste delle associazioni delle vittime.

    L’organizzazione Bishop Accountability, che documenta casi di abusi nella Chiesa, ha denunciato duramente la presenza di Cipriani e Mahony: “È una presa in giro per le vittime. Se la Chiesa vuole essere credibile, deve impedire la partecipazione di cardinali macchiati da accuse credibili”.

    https://www.fanpage.it/attualita/in-vaticano-scoppia-il-caso-cipriani-cardinale-sanzionato-per-abusi-che-partecipa-alle-riunioni-pre-conclave/

  • INVITO – Conferenza stampa 6 maggio ore 11 presso Stampa estera in Italia

    INVITO – Conferenza stampa 6 maggio ore 11 presso Stampa estera in Italia

    Martedì 6 maggio ore 11 presso la Sala Stampa dell’Associazione della Stampa estera

    1. Analizzeremo i vuoti legislativi che hanno impedito l’applicazione in Italia delle direttive e delle norme promulgate da Papa Francesco.
    2. Presentazione del database iCODIS, i dati nazionali, regionali e provinciali sugli abusatori, gli abusati. L’annuario dal 2000 a oggi, numeri davvero elevati soprattutto in assenza di una commissione di inchiesta governativa. Oggi la cosiddetta punta dell’iceberg conta in Italia più di 1000 preti offender, 4500 sopravvissuti con una incidenza percentuale del 3,32% ma ciò che di più preoccupa sono i casi mai arrivati alla Giustizia italiana.
    3. Proiezione di un breve video (6 min.) con le dichiarazioni di alcuni familiari delle vittime del Coordinamento Famiglie della Rete L’ABUSO.
    4. L’eredità di Papa Francesco, cosa aspetta al nuovo pontefice?
    5. Livello dell’informazione in Italia

    Introduce

    • Francesco Zanardi – Presidente della Rete L’ABUSO

    Interverranno

    • L’avvocato Mario Caligiuri – Osservatorio Permanente Rete L’ABUSO
    • L’avvocato Eleanna Parasiliti – Difensore Antonio Messina (caso don Rugolo mons. Gisana)
    • Antonio Messina – Vittima don Giuseppe Rugolo
    • Pierelisa Rizzo – ANSA
    • Monica Sansoni – Garante per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza Regione Lazio
    • Federico Tulli – Giornalista

    L’evento è fissato per martedì 6 maggio ore 11 presso la Sala Stampa dell’Associazione della Stampa estera Palazzo Grazioli, Via del Plebiscito, 102, 00186 Roma RM

    Info e accrediti

    accrediti@retelabuso.org

    Cell. 3927030000

    In streaming su ASSOCIAZIONE DELLA STAMPA ESTERA