Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • COMUNICATO STAMPA – AL SENATO ITALIANO LA PRESENTAZIONE DI “SHAME – EUROPEAN STORIES”

    COMUNICATO STAMPA – AL SENATO ITALIANO LA PRESENTAZIONE DI “SHAME – EUROPEAN STORIES”

    📅 27 febbraio 2025 | Ore 16:00
    📍 Sala Nassirya, Senato della Repubblica, Roma

    Roma ospiterà un evento di rilevanza europea sulla lotta contro gli abusi sui minori: la presentazione del volume “Shame – European Stories”, realizzato da Simone Padovani, promosso dalla Svizzera Guido Fluri Foundation, con il patrocinio del Consiglio d’Europa, e parte del progetto Europeo Justice Initiative.

    L’opera raccoglie le testimonianze di vittime di abusi minorili in tutta Europa e ha dato vita a un’omonima mostra fotografica, esposta nelle principali capitali europee, con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni sulla necessità di riforme concrete.

    L’incontro, promosso dal Senatore Francesco Verducci, offrirà un’analisi approfondita sulla situazione italiana ed europea, mettendo in evidenza la necessità di una maggiore tutela per le vittime e un rafforzamento delle politiche di prevenzione.

    Interverranno:

    • Guido Fluri– Fondatore della Fluri Foundation
    • Pierre-Alain Fridez– Eurodeputato per la Svizzera, promotore della mozione del Consiglio d’Europa su prevenzione e risarcimento delle vittime di abuso
    • Francesco Verducci– Senatore della Repubblica Italiana
    • Francesco Zanardi– ECA Global, Rete L’Abuso, vittima di abuso minorile
    • Yasmin Abo Loha– Direttrice di Ecpat Italia
    • Irene Cane e Andrea Giacoletto– Vittima di abuso e fratello di Alessandro Giacoletto
    • Hans Zollner– Direttore dell’Istituto di Antropologia della Pontificia Università Gregoriana
    • Simone Padovani– ECA Global, Justice Initiative, autore di Shame

    Giornalisti e operatori dell’informazione sono invitati a partecipare per approfondire una tematica di cruciale importanza per l’Europa e raccogliere le testimonianze dirette dei protagonisti.

    Per accrediti stampa: giuseppe.ceglia@senato.it

    L’evento sarà trasmesso in diretta streaming su webtv.senato.it e sul canale YouTube del Senato Italiano.

  • Caso Emanuela Orlandi, la commissione convoca Pignatone. L’avvocata Sgrò: “Passaggio necessario”

    Caso Emanuela Orlandi, la commissione convoca Pignatone. L’avvocata Sgrò: “Passaggio necessario”

    “Sicuramente il fatto che sia stato chiamato come testimone è una novità. Sentire il suo racconto è senza dubbio importante e necessario”. Queste le parole dell’avvocata Laura Sgrò che assiste la famiglia Orlandi a Fanpage.it sulla convocazione in commissione bicamerale d’inchiesta di Giuseppe Pignatone, procuratore capo a Roma che ha fatto archiviare la seconda inchiesta sulla scomparsa di Emanuela Orlandi e, successivamente, presidente del Tribunale Vaticano fino al 31 dicembre scorso.

    La convocazione da parte della commissione che indaga sulla sparizione della giovane, all’epoca quindicenne, avvenuta il 22 giugno 1983 è arrivata proprio a qualche settimana dalla fine del suo incarico in Vaticano e Pignatone si presenterà davanti alla commissione a titolo personale e senza rivestire alcuna carica.

    “Abbiamo accolto con soddisfazione la convocazione del dottore Pignatone in commissione – spiega a Fanpage.it l’avvocata Laura Sgrò – Secondo me è stata una scelta necessaria, considerando anche che prima di lui sono stati già ascoltati Capaldo, Alessandrini e Giani. A nostro avviso ci sono dei passaggi che lo riguardano che non sono mai stati chiariti, ma che meritano maggiore attenzione”.

    Una considerazione che nasce anche dal ruolo rivestito da Pignatone nella vicenda Orlandi, che non si presenta come marginale. “Non si tratta di un personaggio di passaggio: non solo perché ha chiuso la seconda inchiesta, ma anche perché dopo è transitato in Vaticano, diventando presidente del Tribunale Vaticano fino al 31 dicembre scorso. Quindi ha anche assistito all’apertura di un’inchiesta in Vaticano”, ricorda l’avvocata.

    Pignatone definito “procuratore nostro” da Don Vergari e dalla vedova De Pedis

    “Il primo punto che ci auguriamo venga chiarito – continua l’avvocata Sgrò – è la questione legata all’intercettazione fra Don Vergari e la vedova De Pedis in cui Pignatone viene definito procuratore nostro. Quando l’ho ascoltata per la prima volta l’ho accolta con grande sconcerto”.

    I fatti risalgono a poco prima che Pignatone fosse nominato procuratore generale a Roma, era il 2012. Da circa sei anni, dopo le dichiarazioni di Sabrina Minardi sulla ragazzina scomparsa, era stata aperta una nuova inchiesta sul caso Orlandi. Stavolta, fra gli indagati, figuravano la stessa Sabrina Minardi; Sergio Virtù, l’autista di fiducia di De Pedis; Angelo Cassani detto Ciletto; Gianfranco Cerboni, detto Giggetto e, infine, monsignor Pietro Vergari, ex rettore della basilica di Sant’Apollinare dove, come poi si è scoperto, era stato sepolto De Pedis.

    La telefonata: “Tranquillo, arriva il procuratore nostro e chiude tutto”

    La telefonata in cui viene utilizzata l’espressione “procuratore nostro” sarebbe avvenuta proprio nel periodo del cambio di nomine in procura. Don Vergari e la vedova De Pedis, si erano conosciuti tramite Renatino che, a sua volta, aveva incontrato per la prima volta don Vergari quando era cappellano in carcere.

    Il religioso ha manifestato le proprie preoccupazioni alla donna che, invece, sembrava essere sicura del fatto suo, lo ha tranquillizzato con la promessa dell’arrivo, sempre più vicino, del procuratore nostro che avrebbe chiuso la vicenda, senza mai fornire alcun nome a riguardo. E all’arrivo di Pignatone le indagini che tanto preoccupavano il cappellano sono prima passate sotto il controllo del procuratore capo (Pignatone stesso, ndr) poi archiviate definitivamente.

    “Questo non significa che quello che diceva la vedova De Pedis (morta nel frattempo, ndr) fosse vero, naturalmente – puntualizza l’avvocata Sgrò – Ma sicuramente rappresenta un passaggio che necessita almeno una spiegazione. Credo che non si possa non chiederne conto. Anche se credo che, almeno fino ad ora, nessuno glielo abbia mai chiesto”.

    Pignatone e Capaldo e la trattativa fra Stato e Vaticano
    “Un’altra domanda che spero possa essere posta è quella che riguarda la trattativa fra Stato e Vaticano in merito all’estumulazione della tomba di De Pedis da Sant’Apollinare – continua Sgrò – Qual era la posizione di Pignatone in relazione a questa famigerata trattativa o scambio o incontri che ne sono che ne sono scaturiti? È stato sentito Capaldo, è stato sentito Giani, è stato sentito Alessandrini. Ora sarebbe importante conoscere anche il punto di vista di Pignatone rispetto a questa vicenda”.

    Le audizioni delle altre figure che avrebbero preso parte alla trattativa, fatta eccezione per la pm Simona Maisto morta nel 2022, sono state organizzate fra la scorsa estate e lo scorso autunno. E non sempre sono state riportate delle versioni concordanti fra loro. Secondo quanto spiegato da Capaldo, il Vaticano avrebbe chiesto alla procura di aprire la tomba di De Pedis “come favore”. Una versione che, invece, è stata totalmente smontata dalle parole del vice capo della gendarmeria vaticana Costanzo Alessandrini  il quale ha dichiarato che non ci sarebbe mai stata alcuna trattativa fra Chiesa e pm.

    Il dossier su Emanuela Orlandi in Vaticano

    Un’ulteriore versione è stata fornita da Domenico Giani, il capo della gendarmeria vaticana, il quale, nel corso della sua audizione, ha richiamato all’attenzione l’incarico di cui era stato rivestito di raccogliere informazioni sulla scomparsa. Dopo la sua convocazione, poi, è stato lo stesso Alessandro Diddi, promotore della giustizia vaticana, a parlare dell’esistenza di un dossier sul caso Orlandi in Vaticano. Sarebbe interessante, andando per ipotesi, capire se anche Pignatone, in qualità di presidente del Tribunale vaticano, si sia mai trovato davanti agli occhi il famoso fascicolo di cui, per anni, la Santa Sede ha negato l’esistenza.

    Pignatone, l’arrivo in procura e il rapporto con Capaldo
    “Nell’ambito della quotidianità in procura – continua ancora Sgrò a Fanpage.it – Sarebbe interessante capire il rapporto fra Capaldo e Pignatone che al tempo discussero a mezzo stampa”. Nel 2012 Capaldo, infatti, ha rilasciato alcune dichiarazione all’Ansa: “Ci sono personalità in Vaticano ancora in vita che sono a conoscenza di tutto”. Secondo il pm, in Curia qualcuno avrebbe avuto degli “elementi di verità a livello indiziario”.

    Il giorno successivo è arrivata la risposta di Pignatone, sempre mezzo stampa: “Le dichiarazioni e le valutazioni sul procedimento per la scomparsa della Orlandi attribuite da alcuni organi di informazione ad anonimi inquirenti della Procura di Roma non esprimono la posizione dell’ufficio – ha detto, riqualificando come strettamente personali le dichiarazioni di Capaldo del giorno prima – Ogni ulteriore iniziativa di indagine nel procedimento sulla scomparsa di Emanuela Orlandi sarà diretta e coordinata dal procuratore della Repubblica (Pignatone stesso, ndr), che ha assunto la responsabilità della Direzione distrettuale antimafia”, si legge.

    Una scelta così incisiva nell’ambito di un caso con, all’epoca, quasi trenta anni di storia alle spalle, arrivata ad appena un mese dalla sua nomina a procuratore capo.

    “Mi chiedo cosa sia successo, perché fra i due sembra esserci una frattura molto netta – ipotizza ancora l’avvocata – Se fosse a conoscenza di quanto accaduto fra Capaldo, Giani e Alessandrini e se lo sapesse fin da subito o una volta entrato nel Tribunale Vaticano, ad esempio”.

    Le indagini bloccate e l’archiviazione
    Da chiarire, infine, secondo l’avvocata Sgrò, le ragioni che hanno portato all’archiviazione della seconda inchiesta. Ufficialmente, l’inchiesta è stata chiusa per mancanza di prove consistenti sul caso, con conseguente caduta delle posizioni degli indagati (che non sono mai stati giudicati e, di conseguenza, neppure assolti). Eppure, secondo quanto emerge da alcune indagini e da chi le ha svolte, sembra che proprio in quegli anni fossero emersi degli elementi inediti.

    A poco prima della chiusura delle indagini risalgono le note chat del 2014, quelle fra Francesca Immacolata Chaouqui e il cardinale Angel Vallejo Balda, in cui viene fatto riferimento al dossier Orlandi aperto in Vaticano. Un paio di anni dopo l’archiviazione, invece, sono stati ritrovati e poi diffusi dal giornalista Emiliano Fittipaldi i fogli spese che attesterebbero la permanenza di Emanuela Orlandi in Inghilterra e che hanno aperto nuovi scenari su quella che viene conosciuta come pista di Londra, della cui validità il fratello di Emanuela, Pietro, resta convinto.

    “Viene da chiedersi perché Pignatone abbia scelto di archiviare l’inchiesta e, prima ancora, di accentrare su di sé il controllo delle indagini – conclude poi l’avvocata Sgrò – Ecco perché è così necessario raccogliere ciò che anche il dottor Pignatone ha da dire”. Viene da immaginare a che punto ci saremmo trovati sul caso se quelle indagini non fossero state chiuse. Ciò che possiamo fare oggi, però, è sicuramente affidarci alle tre indagini in corso in Procura, in Parlamento e in Vaticano. E auspicare nella ricostruzione delle verità sulla scomparsa di Emanuela Orlandi da parte di tutti.

    continua su: https://www.fanpage.it/roma/caso-emanuela-orlandi-la-commissione-convoca-pignatone-lavvocata-sgro-passaggio-necessario/

  • Scandalo abusi in Francia, tema che interpella le chiese

    Scandalo abusi in Francia, tema che interpella le chiese

    Scandalo abusi in Francia. Mediapart riporta la notizia della sospensione temporanea e precauzionale di Élian Cuvillier, professore e direttore di master presso l’Istituto protestante di teologia (IPT) di Montpellier e Parigi, da parte della Chiesa protestante unita di Francia (EPUdF). La decisione è arrivata dopo le segnalazioni di ex studentesse, che lo accusano di aver sfruttato la sua posizione. Secondo Mediapart, l’EPUdF aveva ricevuto una prima segnalazione già nel 2021, ma solo dopo l’adesione alla Commissione riconoscimento e riparazione della Chiesa cattolica nel 2024 ha deciso di intervenire. Il professore, noto nel mondo protestante e già coinvolto in studi sulla prevenzione degli abusi nella Chiesa, non ha risposto alle richieste di commento della testata. Tre ex studenti, riporta ancora il quotidiano indipendente che ha raccolto queste testimonianze, hanno descritto un ambiente segnato da paura e pressioni psicologiche. Chi ha rifiutato le avances di Cuvillier racconta che lui sarebbe diventato freddo e minaccioso. Un’ex studentessa riferisce di aver subito avvertimenti su possibili conseguenze per il suo rifiuto. Un altro sostiene che la sua candidatura al pastorato sia stata bloccata.

    Si parla molto di abusi nella chiesa cattolica, si è parlato dello scandalo nella chiesa anglicana, qualche notizia inizia ad arrivare anche in ambito protestante, dalla Germania, dalla Svizzera e ora dalla Francia.

    È presto per dire qualcosa su come evolverà la questione, ma c’è da dire che il tema resta di attualità, se consideriamo le cronache sugli abusi sessuali e la trasversalità del fenomeno, in tutti i ceti sociali, in tutti i Paesi e in tutte le religioni.

    In molti, troppi casi, gli abusatori restano al loro posto, o vengono reintegrati, silenzio e omertà accompagnano le loro carriere. A volte, la reputazione nelle chiese e nelle Università può essere immacolata, si riconosce la qualità del lavoro di ricerca, il loro valore intellettuale. Come bisognerebbe comportarsi dopo una denuncia, dopo una segnalazione, o dopo una assoluzione? In che modo vanno gestite le indagini interne e come si accertano i fatti? Come tutelare le persone? Carol Hanisch nel 1970 ci ha insegnato che “il personale è politico”. Siamo ancora qui. “Le violazioni dei diritti umani delle donne compiute in nome della famiglia, della religione e della cultura sono state occultate dalla santità della sfera cosiddetta ‘privata’ ed i perpetuatori di tali abusi godono di un’immunità che fa sì essi non debbano rispondere delle loro azioni”, scrivevano Charlotte Bunch e Samantha Frost nel saggio sui diritti umani delle donne. Era il 2001.

    Sul caso in Francia, abbiamo interpellato la pastora metodista Mirella Manocchio, presidente della Federazione delle donne evangeliche in Italia (FDEI) e la pastora e teologa valdese Letizia Tomassone, coordinatrice dei corsi di Studi femministi e di genere presso la Facoltà Valdese di Teologia di Roma.

    Mirella Manocchio: «Quanto emerso nell’IPT di Montepellier, come in altri casi eclatanti del mondo protestante e altrove, come pure il caso Pelicot in Francia alcuni mesi fa, ci dicono – se ce ne fosse ancora bisogno – che il fenomeno investe tutte le nazioni, ogni strato sociale ed ogni ambito della vita.

    Le nostre chiese, che per troppo tempo hanno ritenuto di avere i giusti anticorpi, devono prendere atto che la realtà è differente e che pertanto, proprio a partire dalle nostre chiese, è necessaria una reale presa di coscienza e un lavoro capillare che porti ad un profondo cambiamento mentale e culturale nella costruzione dei rapporti umani; rapporti che brutalmente – la cronaca e la politica – ci dicono strutturati sulla sperequazione, sul dominio, sull’aggressività.

    Se vogliamo davvero operare questo cambiamento che porti i nostri rapporti, le nostre relazioni nell’ordine del Vangelo, credo sia necessario partire dai più giovani: le Scuole Domenicali e i gruppi di Catechismo possono essere formidabili strumenti di evoluzione in tal senso!

    Ma che dire allora del fatto che nelle scuole italiane non si riesce a introdurre in modo strutturale corsi sull’eduzione sessuale e all’affettività? E che fine faranno quei fondi che sarebbero stati stanziati a tal fine? È sconcertante la risposta che viene da un imbarazzato Luca Ciriani, ministro per i Rapporti con il Parlamento, il quale ha affermato che ‘i 500mila euro stanziati dalla legge di bilancio per promuovere corsi di educazione sessuale ed affettiva, saranno invece utilizzati per formare gli insegnanti delle scuole medie e superiori sui temi della prevenzione delle infertilità’.

    Anche questo approccio del governo e della politica a questo problema sociale va dolorosamente tenuto presente quando noi cerchiamo di impegnarci nel dar vita a dinamiche relazionali improntate alla equanimità, all’amore nella libertà e nel rispetto reciproco, quando ci spendiamo per contribuire alla formazione di individui credenti consapevoli e responsabili».


    Letizia Tomassone: «Negli ambiti religiosi si mescola autorevolezza spirituale e esercizio di potere. Tanto più allora bisogna essere attenti e attente alle implicazioni personali nel rivestire un ruolo di pastore, insegnante, anziano di chiesa.

    Una riflessione continua su di sé e una formazione continua è quanto chiedono le studentesse e gli studenti della Facoltà teologica di Strasburgo, a seguito delle denunce e delle sospensioni di insegnanti in diversi istituti protestanti francesi. L’ultimo, con la sospensione di un professore piuttosto noto dell’IPT di Montpellier che avrebbe scambiato assegnazioni di posti lavorativi in prova con favori sessuali.

    I protocolli sulle chiese come luoghi sicuri ormai da qualche anno ci sono, anche in Italia. Tuttavia, ancora manca una cultura del rispetto mentre le relazioni sembrano ripetere modelli di maschilità aggressiva a fronte di un femminile supino e accondiscendente. Manca una cultura dei diritti e dell’uguaglianza. Manca una cultura evangelica, in cui sì e no esprimono la verità, e non ci si nasconde dietro le apparenze o i ruoli.

    Assistiamo sgomente alla sfilata di personaggi che popolano questa galleria dove il servizio diventa potere, potere anche spirituale sui soggetti che ti sono affidati.

    Sembra che la riflessione portata avanti con coraggio dalle donne cattoliche non sia stata considerata nella chiesa protestante, con un senso di superiorità che denunciava all’origine degli abusi l’obbligo del celibato. ‘Noi non siamo così…’, si sosteneva. Invece purtroppo sì, perché il male è più profondo, si chiama maschilità tossica, relazioni disuguali tra i generi, sessualità intesa come appropriazione dell’altro, dell’altra.

    Ora siamo, forse, lo speriamo, costretti e costrette a guardare diritto nel male che devasta le relazioni tra uomini e donne».

    Da Nev – Notizie evangeliche

    Scandalo abusi in Francia, tema che interpella le chiese

  • Muore in carcere a 90 anni il sacerdote che abusò di 70 bambini

    Muore in carcere a 90 anni il sacerdote che abusò di 70 bambini

    AGI – Il sacerdote australiano Gerald Ridsdale, che abusò di oltre 70 bambini tra il 1961 e il 1988, è morto all’età di 90 anni mentre scontava la pena nella prigione di Port Phillip, nello Stato sudorientale di Victoria, teatro della maggior parte dei crimini commessi dal religioso. A comunicare il decesso dell’uomo è la direzione del penitenziario, dove Ridsdale si trovava dal 1994. Spetterà ora ai medici legali stabilire le cause della morte di Ridsale, che soffriva di diversi disturbi legati alla sua età avanzata.

    L’organizzazione benefica Bravehearts, che sostiene le vittime di abusi sessuali, ha affermato in una dichiarazione pubblicata sui social media che la morte di Ridsdale non cancella la sofferenza da lui inflitta ai bambini e alle loro famiglie. “Bravehearts esprime solidarietà a tutti coloro che sono stati colpiti, ricordando al mondo che la giustizia non riguarda solo la caduta di un criminale, ma anche il continuo supporto, riconoscimento e guarigione dei sopravvissuti”, si legge nella dichiarazione.

    https://www.agi.it/estero/news/2025-02-18/morto-in-carcere-sacerdote-che-abuso-di-settanta-bambini-30077319/

  • Abusi sessuali da parte del clero, nasce coordinamento delle famiglie

    Abusi sessuali da parte del clero, nasce coordinamento delle famiglie

    ROMA – “Siamo tutti dei sopravvissuti, ma non sappiamo fino a quando. E anche quelli che attualmente soffrono, sono ancora a rischio suicidio se il loro dolore non viene visto, riconosciuto e condiviso”. Con queste parole è stato presentato, nei giorni scorsi, il neonato coordinamento famiglie sopravvissuti promosso dall’associazione Rete l’Abuso. Parole significative appartenute ad Alessandro Giacoletto, un padre che non ha retto il dolore di una figlia abusata da un familiare e che non è riuscita a sopravvivere scegliendo l’estremo gesto.

    “In Italia purtroppo nessuno pensa ai genitori dei sopravvissuti – ha spiegato il presidente di Rete l’Abuso, Francesco Zanardi -. Questo è lo scopo principale del coordinamento, che è fatto di persone che hanno avuto la stessa esperienza traumatica e che hanno uno spazio in cui poter condividere la loro esperienza e confrontarsi tra di loro”.

    A gestire il neonato coordinamento sarà Cristina Balestrini, da anni nel direttivo Rete l’Abuso e anche lei familiare di un sopravvissuto. “Essere genitori non è facile – ha detto Balestrini – ed esserlo di un sopravvissuto è ancora meno facile. Attraversi momenti di sconforto, rabbia, delusione. Senti un dolore profondo che gli altri non capiscono. Ma in tutto questo c’è un filo conduttore: non puoi mollare, tuo figlio è più importante di te”. A dare la forza necessaria per la nascita di questo coordinamento è stata la triste vicenda della famiglia Giacoletto, a cui il gruppo è intitolato. “Il loro suicidio – ha continuato – mi ha profondamente scossa: ho immaginato la loro profonda solitudine e anche il dolore che non ha trovato un luogo dove essere depositato dopo il suicidio della figlia. Così oggi nasce questo gruppo di familiari. È un gruppo autonomo, riservato e formato da cattolici scontenti e delusi”.

    L’associazione Rete l’Abuso opera dal 2010 e nasce per fornire sostegno alle persone abusate dal clero. Secondo i dati dell’associazione, attualmente, in Italia, il fenomeno della pedofilia all’interno della Chiesa conta 170 sacerdoti accusati, 168 condannati, 35 persone che hanno tentano di insabbiare gli abusi e oltre un milione di potenziali vittime. Ognuna delle quali ha accanto a sé una famiglia che combatte con loro. “Il soggetto familiare è empatico, considera la persona abusata fragile, impaurita e tradita – ha sottolineato Dante Ghezzi, psicologo e psicoterapeuta, membro del Coordinamento italiano servizi contro il maltrattamento e l’abuso all’infanzia -. Soprattutto quando l’abuso proviene da un luogo in cui si ha fiducia come l’oratorio, la parrocchia. Questi sentimenti che accompagnano la famiglia del sopravvissuto sono sentimenti che vanno guardati. Ben venga la presenza di questo coordinamento che può dare sollievo e speranza ai sopravvissuti, alle vittime e alle famiglie”.

    Alla presentazione del coordinamento hanno partecipato anche alcune famiglie che lo compongono. Come Yolanda, madre di un sopravvissuto abusato a soli 12 anni in seminario. O Claudia, madre di due ragazzi abusati dal proprio parroco quando ancora erano bambini. O ancora Roberto, padre di Eva (abusata da una ormai ex suora) che non è riuscita a sopravvivere al trauma togliendosi la vita. “Mio figlio – ha detto Yolanda – è stato abusato dai Legionari di Cristo. Lui è entrato in seminario a 12 anni perché si sentiva pronto ad intraprendere un cammino. L’anno che è entrato hanno abusato di lui. Io l’ho saputo solo dopo, quando a 14 anni è tornato a casa e ha raccontato allo psicologo di aver subito abusi sessuali completi al seminario di Gozzano. Qui inizia il calvario. Pensi che sarai capito se parli con il sacerdote. Ma così non è: siamo passati da famiglia che fa tutto per la parrocchia a famiglia con cui non si può più parlare”.

    Una vicenda che è unica e allo stesso tempo comune a molte altre. Yolanda e suo figlio, infatti, hanno vinto il processo penale e il sacerdote è stato condannato in Cassazione a sei anni e sei mesi. Sei anni e sei mesi che tuttavia non sono mai stati scontati. “I Legionari di Cristo l’hanno mandato via in Messico e nessuno è andato a prenderlo”.

    A sottolineare l’importanza di un coordinamento di famiglie è stata Claudia, che qualche anno fa è stata anche ricevuta da Papa Francesco per parlare del profondo dolore che la Chiesa ha causato alla sua famiglia. “Il Papa ci ha ringraziato perché abbiamo avuto il coraggio di denunciare. Però questa denuncia non ha portato, all’interno della mia parrocchia, dei buoni risultati. Amici con cui vivevamo insieme ci hanno abbandonato e deriso. Un’altra cosa che il Papa ci ha detto è che vuole una Chiesa trasparente. Allora perché è stato permesso al sacerdote che ha abusato dei miei figli di rimanere all’interno della parrocchia per mesi? Il mio scopo sarà quello di combatterle queste cose. Ringrazio Francesco Zanardi perché ci dà l’occasione di poter combattere attivamente”.

    Gabriele D’Amico

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  • Condanna definitiva e “fuga a Roma”, lo scandalo Zanchetta continua

    Condanna definitiva e “fuga a Roma”, lo scandalo Zanchetta continua

    Il mistero Zanchetta continua. All’inizio del mese si è tornati a parlare del vescovo emerito di Orán per la conferma della condanna pronunciata dalla corte d’appello di Salta: quattro anni e sei mesi di reclusione per abuso sessuale continuato ai danni di due seminaristi e aggravato dal fatto che è stato commesso da un ministro di culto. I giudici Virginia Solórzano e Pablo Arancibia hanno respinto il ricorso presentato dai legali di Zanchetta contro la sentenza del 2022 del tribunale di prima istanza di Orán.

    La corte d’appello ha avvalorato le testimonianze delle vittime ritenendole «un elemento incriminante di grande valore, in quanto i loro racconti sono coerenti e forniscono dettagli sulle situazioni in cui si trovavano». Un riconoscimento importante per i due giovani che, oltre al trauma degli abusi, in questi anni hanno dovuto fare i conti con un clima non facile che li ha indotti a perdere la vocazione. Uno di loro, orfano, poverissimo e con l’unico genitore malato, ha manifestato tutta la sua rabbia per l’atteggiamento delle autorità ecclesiastiche, in particolare di monsignor Luis Antonio Scozzina, successore del vescovo condannato ad Orán. «Ho sempre pensato e presumibilmente ci hanno insegnato che i vescovi sono successori degli apostoli e quindi devono continuare con l’annuncio profetico e non essere successori di Pilato nel lavarsi le mani», si è lamentato coi suoi amici virtuali una delle vittime.

    L’ex seminarista si è fatto un’idea precisa del perché sia stato così difficile per Scozzina “scaricare” del tutto Zanchetta nonostante le testimonianze contro di lui e l’indirizzo preso da processo: «la Chiesa ha così tante regole, leggi, regolamenti, diritti canonici e rubriche per i suoi fedeli. Ma quando c’è un amico che è vestito di bianco si omettono tutte», si è sfogato il giovane. Inutile negarlo: l’elefante nella stanza del caso Zanchetta è proprio la sua amicizia con il Papa.

    Uno degli snodi principali di questa vicenda c’è stato nel dicembre 2017 con la nomina del presule argentino, cinque mesi dopo le sue misteriose dimissioni dalla guida della diocesi di Orán, ad assessore dell’Apsa (l’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica). Una carica inventata ad hoc per lui e senza alcun potere, come ammesso dalla stessa Santa Sede («incarico che non prevede comunque responsabilità di governo del Dicastero», si giustificò più tardi la Sala Stampa).

    Nel gennaio del 2019, poco dopo le prime rivelazioni fatte dalla giornalista Silvia Noviasky, che su “El Tribuno” ha seguito più di tutti il caso, la comunicazione vaticana sostenne che all’epoca della nomina all’Apsa si conoscevano le accuse di autoritarismo, ma non quelle di abusi sessuali. Una versione messa in grossa difficoltà un mese dopo da un documento pubblicato da Noviasky e risalente al 22 aprile del 2016 in cui due vicari generali, il rettore del seminario e altri due monsignori denunciavano formalmente, su richiesta dell’allora nunzio apostolico in Argentina monsignor Emil Paul Tscherrig (poi trasferito in Italia e creato cardinale), gli strani atteggiamenti di Zanchetta nei confronti dei seminaristi (preferenze per i più attraenti, richieste di massaggi, ingressi nelle loro stanze) e facevano riferimento ad una prima segnalazione interna del settembre del 2015 a seguito del ritrovamento casuale da parte del segretario cancelliere della diocesi, Luis Diaz, di fotografie ritraenti Zanchetta nudo e mentre si masturbava. I vicari generali hanno poi presentato una nuova denuncia nel 2017, parlando questa volta di veri e propri abusi sessuali.

    Alla Nuova Bussola risulta che al tempo della chiamata in Vaticano, il Papa manifestava anche in privato la convinzione dell’innocenza del suo amico argentino, credendo alla versione fornitagli di fotografie ritoccate per metterlo in difficoltà evocata pubblicamente in un’intervista a Televisa. Al tempo stesso, però, Francesco non avrebbe nutrito alcuna fiducia nei confronti delle sue capacità gestionali per via delle accuse di tipo economico che si aggiungevano al bagaglio di ombre sulla sua esperienza ad Oràn ed avrebbe sconsigliato qualsiasi suo coinvolgimento sul piano decisionale. Per questo motivo la scelta di un incarico che, come aveva voluto precisare la Santa Sede, non prevedeva «responsabilità di governo». È un dato di fatto che il periodo in cui Zanchetta ricoprì l’incarico in Curia coincida con lo sviluppo delle indagini in Argentina su di lui, non senza tensioni con la magistratura argentina che lamentava la difficile reperibilità dell’imputato.

    Nel settembre del 2021 l’addio formale al posto all’Apsa e pochi mesi più tardi la condanna a quattro anni e sei mesi ora confermata dalla corte d’appello.  Tradotto in carcere dopo la condanna, Zanchetta ci è rimasto per quattro mesi ed ha poi ottenuto gli arresti domiciliari per motivi di salute, prima in una clinica privata e poi addirittura in un monastero. Il suo trasferimento al monastero Nuestra Señora del Valle, luogo situato nella stessa diocesi in cui si sono svolti i fatti che lo hanno portato alla condanna, ha provocato le proteste dei fedeli che hanno fatto appelli al vescovo Scozzina ma lamentano di non essere stati ascoltati.

    Il quadro clinico di Zanchetta non ha solamente impedito la sua permanenza in prigione ma è anche al centro dell’ennesimo capitolo misterioso di questa vicenda. Lo scorso novembre, infatti, siamo stati informati dall’Argentina che il vescovo condannato aveva chiesto ed ottenuto dalla corte d’appello – dopo il no del tribunale di primo grado – il permesso di lasciare il Paese per raggiungere Roma e ricevere cure mediche nella capitale, presumibilmente per un intervento chirurgico. Una fonte vicina ad ambienti giudiziari argentini ci ha riferito che Zanchetta avrebbe ottenuto il permesso per sottoporsi probabilmente ad un intervento chirurgico al Policlinico Gemelli, l’ospedale dei papi. Il presule continua ad essere iscritto al Fas, il Fondo Assistenza Sanitaria vaticano.

    Non è stato reso noto quale sia la malattia del presule che renderebbe inevitabile un intervento fuori dall’Argentina, ma in passato il rilascio dal carcere e lo spostamento alla clinica privata erano stati possibili per problemi di ipertensione. Alla Nuova Bussola risulta che Zanchetta avrebbe chiesto alla giustizia argentina di andare al Gemelli per risolvere i problemi cardiaci di cui soffrirebbe. Se tra il 2017 e il 2020 era facile imbattersi nel vescovo all’interno del piccolo Stato, specialmente nella residenza Santa Marta in cui viveva, questo suo ritorno a Roma sembra avvenuto all’insegna del massimo riserbo. Nulla si sa del suo eventuale ricovero al Gemelli, ospedale in cui effettivamente ci risulta essere stato in cura fino al 2021. Fonti vicine agli ambienti giudiziari argentini ci hanno informato che i giudici attendono il suo ritorno in patria questa settimana. La conferma della sentenza, dunque, sarebbe avvenuta mentre il vescovo si trovava in Italia grazie al permesso della stessa corte d’appello che ha ribadito la sua condanna.

    Molti fedeli di Orán, intanto, continuano ad essere sul piede di guerra anche di fronte alla prospettiva che Zanchetta torni a scontare la sua pena all’interno di un monastero della sua ex diocesi, in quegli stessi locali in cui viveva un missionario sardo firmatario di una lettera contro la condotta dell’allora vescovo.

    https://lanuovabq.it/it/condanna-definitiva-e-fuga-a-roma-lo-scandalo-zanchetta-continua

  • Caso Orlandi, il fratello Pietro: “Il mistero si infittisce, ci sono due fascicoli su Emanuela ed entrambi sono vuoti: come è possibile?”

    Caso Orlandi, il fratello Pietro: “Il mistero si infittisce, ci sono due fascicoli su Emanuela ed entrambi sono vuoti: come è possibile?”

    “Come mai tutti i fascicoli su mia sorella siano vuoti?”: a chiederselo è Pietro Orlandi, il fratello della cittadina vaticana scomparsa il 22 giugno del 1983 a Roma, nel corso del programma condotto da Gabriele Raho, su Cusano tv, dedicato al mistero della scomparsa di Emanuela Orlandi. “La pista del rapimento a scopo sessuale non credo sia scollegata da altre”, ha dichiarato Pietro Orlandi in riferimento alle ultime dichiarazioni del deputato Pd Roberto Morassut, vicepresidente della commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Orlandi-Gregori.

    Il primo fascicolo
    Ma l’attenzione è stata posta soprattutto sulla questione del fascicolo vuoto su Emanuela, ritrovato dal giornalista Gian Paolo Pellizzaro, presso l’Archivio centrale dello Stato. Si tratta di un faldone intitolato “Ministero dell’Interno – Direzione centrale della pubblica sicurezza – U.C.I.G.O.S. – Scomparsa Emanuela Orlandi”. Tale fascicolo contiene solo la descrizione del suo interno e non, appunto, gli allegati indicati con il contenuto delle indagini. Si tratta in tutto di quattro fogli, il frontespizio con l’intestazione del fascicolo, e poi tre fotocopie di un faldone di tre volumi con il titolo degli incartamenti, il terzo dei quali fa riferimento genericamente a “ritagli stampa”. I primi due fanno riferimento ad Alì Agcà, al “fronte Turkesh” ma anche a “Phoenix”. Tutte piste battute negli anni. Il fascicolo è stato riversato all’Archivio centrale dello Stato nel 2017 ma per un più ampio effetto della Direttiva Renzi del 22 aprile 2014 “per il versamento di documentazione degli Organismi di informazione per la sicurezza della Repubblica al fine di consentire la ricostruzione storica di alcuni dei gravissimi fatti che hanno segnato la storia italiana”, i cosiddetti “eventi stragisti”, da piazza Fontana al Rapido 904. (fonte: ANSA). Ma perché questo fascicolo è vuoto?

    La desecretazione
    Come ha spiegato Simona Greco, responsabile delle Raccolte speciali “Con la direttiva Renzi c’è stata una interpretazione restrittiva da parte di alcuni enti che hanno riversato solo i titoli, mentre più correttamente le agenzie di sicurezza hanno dato una interpretazione estensiva della Direttiva, cioè hanno riversato l’intera serie archivistica che conteneva quella documentazione restituendo così l’intero contesto di quel fascicolo”. La desecretazione del fascicolo su Emanuela Orlandi potrebbe essere stata solo formale ma, se così fosse, il contenuto dovrebbe essere stato custodito dal Ministero degli Interni, di certo non può essere stato smarrito o sottratto o si tratterebbe davvero di un’irregolare stranezza. La stessa anomalia in cui si è già imbattuto Pietro Orlandi qualche anno fa insieme al suo avvocato Laura Sgrò, come ha raccontato ieri a Cusano tv.

    Il secondo fascicolo
    “Qualche anno fa, andando all’archivio di Stato, cercando dei documenti su Emanuela insieme a uno storico, abbiamo trovato un fascicolo del Ministero degli Interni su Emanuela che era vuoto. Si tratta di un altro faldone – ha specificato Orlandi, diverso da quello ritrovato dal giornalista Gian Paolo Pellizzaro. Quella cartellina l’ho fotocopiata e consegnata alla commissione d’inchiesta, quando sono stato ascoltato”. Che si tratti di un altro fascicolo, lo avrebbe confermato anche De Priamo. “È vero – ha aggiunto Orlandi –, quando c’è stata la desecretazione non era obbligatorio trasmettere tutti i documenti all’Archivio di Stato, a cui sono state mandate solo le cartelline senza i documenti contenuti all’interno con la lista di cose che avrebbero dovuto contenere. Se è così il contenuto dovrebbe essere al Ministero degli Interni. Per quanto riguarda la copertina del fascicolo da me ritrovato, feci richiesta per sapere se ci sono al Ministero degli Interni dei documenti su Emanuela ma mi hanno risposto di no. Ma allora dove sono se non sono nemmeno in archivio? Possibile che tutti i fascicoli su mia sorella siano vuoti?”, si chiede il fratello della cittadina vaticana scomparsa.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/02/10/fascicoli-vuoti-emanuela-orlandi-mistero-scomparsa-ultime-notizie/7871231/

  • Ex suora – COORDINAMENTO Famiglie Sopravvissuti

    Ex suora – COORDINAMENTO Famiglie Sopravvissuti

    Allora io sono stata suara per molti anni sono entrata Bambina a 12 anni perché qui si entrava da piccole e i miei genitori pagavano pure la scuola invece di scuola non se n’è parlato proprio va bene lasciamo stare tutto questo la mia idea era sempre di andare in Congo come missionaria come infermiera come ostetrica tralascio tutto a 38 anni Finalmente dopo 12 anni di caposala in una famosissima clinica Romana Finalmente mi mandarono in Congo…

  • Abusi su due fratelli, la madre dal Papa

    Abusi su due fratelli, la madre dal Papa

    Nasce oggi il «Coordinamento nazionale delle famiglie dei sopravvissuti» agli abusi sessuali sui minori, in collaborazione con la «Rete l’abuso», fondata anni fa da Francesco Zanardi, che vuole riunire tutti i familiari che hanno subito e vissuto questo tipo di violenza, per far fronte comune, aiutarsi a vicenda, e contrastare quanto più possibile tutte le forme di pedofilia.

    Gli abusi e le molestie sessuali su minori sono un capitolo preciso dell’attuale legge sulla violenza sessuale, il 609
    quater del codice penale che prevede condanne specifiche e aggravate per chi commette atti sessuali su chi ha menodi 14 anni.

    Quando questi reati vedono protagonisti preti, sacerdoti e religiosi suscitano ancora più indignazione anche per i silenzi del passato da parte dei vertici ecclesiastici, in Italia e nel mondo.

    A Pisa qualche anno fa venne alla ribalta una vicenda di abusi sessuali su due fratelli compiuti da monsignor Luigi
    Gabbriellini, quando i due erano solo dei ragazzini di10 e 13 anni. Il prete alla fine confessò durante il processo ca
    nonico nel 2022, e fu prima sospeso e poi allontanato dal vescovo Benotto, per poi fini re in un istituto romano di cura per religiosi. Provvedimento riconosciuto definitivo lo scorso anno dal Dicastero per la dottrina della Fede del Vaticano.

    Perquesti fatti è stato avviato un procedimento giudiziario di risarcimento in sede civile, perché a livello penale i
    reati erano andati ormai in prescrizione.

    La madre dei due fratelli, con il marito e uno dei suoi figli vittima degli abusi sessuali, è stata ricevuta in Vaticano daPapaFrancesco che ha rinnovato le scuse alla famiglia e rimarcato il massi mo impegno al contrasto del fenomeno in seno alla Chiesa cattolica.

    «È stato un incontro che è avvenuto dopo una mia lettera — racconta la signora Claudia — ho trovato grande
    conforto nelle sue parole per ché il Papa sin dalle prime battute concordavaconnoisu tutto quello che gli dicevamo, ringraziandoci di aver denunciato, appena ne sono venuta a conoscenza. Inoltre ha confermato il suo massimo impegno per far sì che certe cose non si ripetano mai più, soprattutto all’interno della chiesa cattolica.

    Che è poi quello che vogliamo noi familiari: tutto il dolore che abbiamo vissuto deve servire a qualcosa, deve essere utile per unfuturo diverso»

    Il Corriere

  • Morto don Marino Genova, il prete che in Molise fu accusato di pedofilia

    Morto don Marino Genova, il prete che in Molise fu accusato di pedofilia

    È morto dopo una grave malattia don Marino Genova, originario di San Felice del Molise, ex parroco di Portocannone, protagonista di uno dei casi di pedofilia più discussi in Molise. Il sacerdote, che aveva 58 anni nel 2014 quando scoppiò lo scandalo, era stato accusato di abusi sessuali continuati su una minorenne tra il 2009 e il 2012.

    La vittima, una giovane orfana di padre che suonava l’organo nel coro parrocchiale, lo denunciò per violenze iniziate quando aveva solo 13 anni. Gli incontri, secondo l’accusa, avvenivano in sagrestia e nell’abitazione del sacerdote con frequenza bisettimanale. Don Genova, stando alla testimonianza della ragazza, le aveva anche espresso il desiderio di avere un figlio da lei al compimento dei suoi 18 anni.

    Il vescovo Gianfranco De Luca intervenne nel novembre 2012, quando la vittima si confidò con una corista. Il sacerdote venne prima inviato in una comunità vicino Roma e successivamente sospeso a divinis dopo la denuncia formale della giovane, supportata dall’associazione Rete l’Abuso.

    Il caso raggiunse il Vaticano attraverso una lettera che la vittima inviò a Papa Francesco, descrivendo il suo dramma personale che la portò a due tentativi di suicidio e all’abbandono degli studi. La vicenda divise profondamente la comunità di Portocannone, con una parte della popolazione che si schierò in difesa del sacerdote, mentre la giovane si ritrovò isolata e costretta a lasciare il paese.

    Don Genova è deceduto prima della conclusione dell’iter giudiziario, lasciando una ferita ancora aperta nella comunità molisana.

    https://www.quotidianomolise.com/articolo/morto-don-marino-genova-il-prete-che-in-molise-fu-accusato-di-pedofilia