Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Confermata la condanna del vescovo argentino Gustavo Zanchetta per abusi sessuali su seminaristi

    Confermata la condanna del vescovo argentino Gustavo Zanchetta per abusi sessuali su seminaristi

    Il Tribunale di Prima Istanza, Sezione II del Distretto Giudiziario di Orán ha confermato la condanna a 4 anni e 6 mesi di reclusione per Mons. Gustavo Zanchetta, Vescovo Emerito di Orán (Argentina), per abuso sessuale aggravato.

    La sentenza originale, emessa nel marzo 2022 dal Tribunale di Giudizio di Orán, è così diventata definitiva, dopo il rigetto del ricorso presentato dalla difesa.

    Nel loro verdetto, i giudici hanno sottolineato l’importanza della testimonianza delle vittime, due seminaristi della diocesi, e la corretta valutazione delle prove. Inoltre, hanno ribadito la validità della sentenza del 2022, ritenendo che le critiche sollevate dalla difesa non siano sufficienti per ribaltare la condanna.

    “La sentenza impugnata è valida e non presenta vizi di arbitrarietà né difetti nei processi di formazione della convinzione, poiché gli elementi probatori più rilevanti sono stati valutati secondo le regole della logica. La critica avanzata nel ricorso per cassazione si limita a un’analisi parziale e decontestualizzata delle prove e non è sufficiente per annullare la condanna”, ha dichiarato il Tribunale di Impugnazione.


    Dal Vaticano alla condanna

    Mons. Zanchetta aveva rassegnato le dimissioni dalla diocesi nel 2017, adducendo motivi di salute. Tuttavia, pochi mesi dopo, nel dicembre dello stesso anno, venne nominato consigliere dell’APSA (Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica) in Vaticano, come riportato da AICA.

    Nel 2019, quando le accuse a suo carico divennero pubbliche, fu sospeso dall’incarico e sottoposto a un’indagine preliminare condotta dall’Arcivescovo di Tucumán, Mons. Carlos Alberto Sánchez. Lo confermò il direttore ad interim della Sala Stampa vaticana, Alessandro Gisotti, in una nota del 4 gennaio di quell’anno.

    “Durante l’indagine preliminare, Mons. Zanchetta si asterrà da qualsiasi incarico”, precisò Gisotti.

    Nel 2020, tuttavia, tornò in Vaticano per riprendere il suo ruolo presso l’APSA. Matteo Bruni, direttore della Sala Stampa della Santa Sede, dichiarò allora a CNA (agenzia in inglese del gruppo ACI) che questo “non interferisce in alcun modo con le indagini”.

    Quando nel 2022 la giustizia civile argentina condannò Mons. Zanchetta, la Conferenza Episcopale Argentina espresse vicinanza alle vittime e un “forte e sincero” appello di perdono.


    Prigionia e concessione della detenzione domiciliare

    Pochi mesi dopo la condanna, ottenne il beneficio della detenzione domiciliare, che scontò in una casa per sacerdoti anziani nel Monastero Nostra Signora della Valle di Nueva Orán, appartenente all’Ordine delle Concezioniste Francescane.

    L’alloggio in una struttura ecclesiastica sollevò polemiche, ma il Vescovo locale, Mons. Luis Antonio Scozzina, difese la decisione, affermando che doveva essere vista come “un atto di carità”.

    “Al di là della condanna civile, nella Chiesa la responsabilità è anche quella di prendersi cura della persona condannata, non di espellerla”, spiegò Mons. Scozzina.

    Alla fine del 2024, la stampa argentina ha riferito che la giustizia gli avrebbe concesso il permesso di recarsi a Roma per cure mediche, senza poi fare ritorno a Orán. Tuttavia, ACI Prensa non ha potuto confermare questa informazione.


    Papa Francesco sul caso Zanchetta

    Papa Francesco si pronunciò sulla vicenda in un’intervista del 2019 con la giornalista messicana di Televisa, Valentina Alazraki.

    Rispondendo alle critiche sulla gestione del caso, il Papa spiegò che prima delle dimissioni di Zanchetta da Orán, vi erano state accuse riguardanti immagini intime inviate dal suo telefono cellulare. L’allora vescovo si era difeso affermando di essere stato hackerato.

    “Si difese bene. Allora, di fronte all’evidenza e a una buona difesa, resta il dubbio. E in dubio pro reo (in caso di dubbio, a favore dell’imputato)”, disse il Papa.

    Le accuse nei confronti di Zanchetta riguardavano anche cattiva gestione economica e maltrattamenti al clero.

    “Quando emersero queste denunce, lo feci venire e gli chiesi di dimettersi. Chiarissimo. Lo mandai in Spagna per una valutazione psichiatrica”, raccontò Francesco.

    Su consiglio dei medici, Zanchetta avrebbe dovuto recarsi a Madrid una volta al mese per proseguire il trattamento, quindi “non conveniva che tornasse in Argentina”, e per questo rimase in Vaticano come consulente.

    Quando Mons. Scozzina divenne il nuovo vescovo di Orán, Papa Francesco ordinò un’indagine previa sulle accuse e affidò l’incarico all’Arcivescovo di Tucumán.

    “Quando ricevetti i risultati, ritenni necessario un processo. Così trasmisi il caso alla Congregazione per la Dottrina della Fede. Non sono rimasto fermo un solo momento di fronte a questa vicenda”, concluse il Papa.

    Confermata la condanna del vescovo argentino Gustavo Zanchetta per abusi sessuali su seminaristi

  • La diocesi di Brooklyn citata in giudizio per abusi sessuali da parte di sacerdoti

    La diocesi di Brooklyn citata in giudizio per abusi sessuali da parte di sacerdoti

    La diocesi cattolica romana di Brooklyn, è stata citata in giudizio da quattro persone che hanno dichiarato di essere state abusate sessualmente da alcuni sacerdoti durante la loro infanzia, tra gli anni ’60 e ’80.

    Le cause legali, depositate la scorsa settimana, sostengono che i religiosi avrebbero sfruttato le loro posizioni di fiducia all’interno della Chiesa per abusi, in un luogo che avrebbe dovuto essere sicuro. I querelanti, ritengono l’Istituzione rea di non averli protetti, e di non aver portato alla luce le azioni commesse dai suoi rappresentanti.

    Questi nuovi casi si aggiungono a un numero crescente di accuse contro la Chiesa cattolica, sia a livello locale che nazionale. Le denunce sono state presentate in base al Gender-Motivation Violence Act di New York City, che consente alle presunte vittime di citare in giudizio individui e istituzioni che le hanno danneggiate a causa del loro genere. La legge, che negli ultimi due anni ha permesso a molti abusati di intentare causa oltre la scadenza della prescrizione, si avvia a chiudersi e offre un’ultima opportunità a coloro che non erano pronti a chiedere giustizia in passato.

    Gli avvocati della parte lesa hanno sottolineato che la diocesi di Brooklyn non solo non ha protetto i bambini, ma ha anche consapevolmente ignorato la sicurezza dei minori a favore della protezione dei soprusi. Tracey Cowan, uno dei legali che rappresenta i denuncianti, ha dichiarato che i sacerdoti coinvolti avevano un’influenza smisurata sui giovani, e che la comunità religiosa ha favorito il silenzio e l’occultamento dei reati anziché fare giustizia.

    Parallelamente, le autorità civili e legali hanno continuato ad esaminare le politiche della congregazione, spingendo verso l’adozione di misure più rigorose a protezione dei ragazzi e di altri gruppi vulnerabili. L’accordo con la diocesi prevede ora l’introduzione di un osservatore del clero con esperienza nelle forze dell’ordine e nella consulenza per garantire che vengano rispettate le politiche preventive contro gli abusi sessuali.

    La diocesi di Brooklyn citata in giudizio per abusi sessuali da parte di sacerdoti

  • “Rapito”

    “Rapito”

    È l’ultimo capolavoro di Marco Bellocchio, “Rapito”, a chiudere il primo ciclo di “Al cinema con…” con la presentazione di Maria Latella, in onda in prima visione sabato 1° febbraio alle 21.20 su Rai 3.

    Bologna, metà dell’Ottocento. Un gruppo di funzionari dello Stato Pontificio si presenta in casa dell’ebreo Salomone Mortara con l’ordine di portare via il suo sesto figlio, il piccolo Edgardo.

    A quanto pare il bambino, all’insaputa dei genitori, era stato battezzato quando aveva pochi mesi, e secondo le leggi del Vaticano non può crescere in una casa di ebrei. Il piccolo viene portato a Roma, in un collegio destinato ai figli degli ebrei convertiti.

    È l’inizio di una lunga e appassionata vicenda familiare e politica. Il film, con Fausto Russo Alessi, Paolo Pierobon, Fabrizio Gifuni, Filippo Timi, Barbara Ronchi, ha ottenuto sei Nastri d’argento (fra cui miglior film e miglior regia) e cinque David di Donatello.

    Finito il film, Maria Latella ne parlerà in studio con monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia accademia per la vita e consigliere spirituale della Comunità di Sant’Egidio.

  • Emanuela Orlandi, trovato vuoto un fascicolo all’Archivio Centrale dello Stato: la scoperta

    Emanuela Orlandi, trovato vuoto un fascicolo all’Archivio Centrale dello Stato: la scoperta

    Nuovo colpo di scena nel caso della scomparsa di Emanuela Orlandi. Un fascicolo proveniente dal Ministero dell’Interno è stato ritrovato vuoto nell’Archivio Centrale dello Stato, come ha potuto prendere atto lo stesso presidente della Commissione di inchiesta sulle scomparse di Mirella Gregori e di Emanuela Orlandi, il senatore Andrea De Priamo. Come ricostruito da Simona Greco, funzionaria dell’Archivio e responsabile della Sala Raccolte speciali, questo fascicolo è stato versato dal Ministero dell’Interno all’Archivio centrale nel 2017 per effetto della direttiva Renzi sulla desecretazione delle stragi.

    Il giallo del fascicolo vuoto

    Giallo all’Archivio Centrale dello Stato: è stato trovato un fascicolo, riversato nel 2017 dal ministero dell’Interno dopo la direttiva Renzi, relativo al caso della scomparsa di Emanuela Orlandi ma ci sono solo la copertina, una sorta di sommario dei documenti contenuti e per il resto è vuoto.

    Oggi il presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sulla scomparsa di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, senatore Andrea De Priamo, ha visionato il materiale. «Gian Paolo Pelizzaro (giornalista e ricercatore e consulente della Commissione di inchiesta sul caso Orlandi-Gregori ndr) nell’ambito di altre ricerche non attinenti con i lavori della stessa Commissione di inchiesta, si è imbattuto in una cartellina vuota sul caso Orlandi e mi ha avvisato – afferma il presidente della Commissione di inchiesta Andrea De Priamo – Sono quindi intervenuto personalmente e ho preso atto che nell’Archivio centrale dello Stato è stata riversata della documentazione attinente al caso Orlandi, ma questo fascicolo è vuoto. Riuniremo l’Ufficio di presidenza della Commissione per valutare i passi opportuni per ritrovare questa documentazione e verificare i contenuti. Ringrazio la dottoressa Simona Greco, responsabile della Sala Raccolte speciali, per averci spiegato l’iter di questo versamento avvenuto da parte del ministero dell’Interno nel 2017».

    La documentazione

    Come ricostruito da Simona Greco, funzionaria dell’Archivio e responsabile della Sala Raccolte speciali, questo fascicolo relativo al caso Orlandi fu riversato nel 2017 dopo la direttiva Renzi sulla desecretazione degli atti relativi alle stragi e si trovava nell’ambito di documentazione del ministero dell’Interno Direzione centrale della polizia di prevenzione. Documentazione che fu ritrovata nel ‘96, nell’ambito di altre ricerche sulla strage di piazza della Loggia, nel deposito decentrato del ministero dell’Interno sulla circonvallazione Appia a che conteneva materiali relativi alla Divisione Affari riservati, poi relativi all’Ucigos e poi alla Dcpp (Direzione centrale polizia di prevenzione). Si tratta di quattro fogli, una copertina del “Ministero dell’Interno – Direzione generale della pubblica sicurezza – Ucigos” relativo ‘b. 369 Roma sott. 8 ‘Scomparsa di Emanuela Orlandi”. Allegato a questo atto ci sono altri tre fogli con l’indicazione degli atti originariamente contenuti, ma che non risultano versati.

    https://www.ilmessaggero.it/persone/emanuela_orlandi_fascicolo_vuoto_archivio_centrale_stato_cosa_e_successo-8619514.html

  • Emanuela Orlandi – Parte 2 – Trame Irrisolte

    Emanuela Orlandi – Parte 2 – Trame Irrisolte

    In questo secondo appuntamento, ci addentreremo ancora più nel cuore del mistero che circonda la scomparsa di Emanuela Orlandi.

    Esploreremo il ruolo di Marco Fassoni Accetti, il protagonista delle telefonate cruciali, e le sue controverse dichiarazioni, insieme alle voci che collegano la vicenda a un gioco di potere internazionale che coinvolge la Stasi, il KGB e il Vaticano.

    Scopriremo nuovi dettagli sulle misteriose telefonate, sui comunicati del Fronte Turkesh e sui depistaggi che hanno reso il caso ancora più intricato.

    Analizzeremo anche come queste trame si intrecciano con eventi oscuri come la sparizione di Mirella Gregori, un’altra ragazza 15enne scomparsa a Roma circa quaranta giorni prima di Emanuela.

    La verità sul caso Orlandi è ancora nascosta, ma ogni rivelazione getta una nuova luce su un’intricata rete di misteri e inganni.

  • “Avevamo foto di Emanuela Orlandi negli zaini, alla Basilica di Santa Maria Maggiore le hanno viste e ce le hanno sequestrate”: la testimonianza esclusiva. Pietro: “Qualcuno dovrà scusarsi”

    “Avevamo foto di Emanuela Orlandi negli zaini, alla Basilica di Santa Maria Maggiore le hanno viste e ce le hanno sequestrate”: la testimonianza esclusiva. Pietro: “Qualcuno dovrà scusarsi”

    “Chi ha paura di Emanuela Orlandi?”: c’era scritto su uno degli striscioni portati sabato in piazza Cavour a Roma in occasione del sit-in per ricordare, nel giorno della sua nascita, la cittadina vaticana misteriosamente scomparsa nel 1983. Come ogni anno sono arrivati attivisti da tutto il mondo per esprimere solidarietà a Pietro Orlandi, che da 42 anni lotta insieme alla sua famiglia per sapere cosa sia accaduto a sua sorella.

    “Credo siano in tanti ad avere paura di Emanuela”, scrive Pietro oggi sul suo profilo social, in seguito a un episodio avvenuto domenica davanti alla Basilica di Santa Maria Maggiore. “Sabato delle persone sono venute a Roma con delle foto di Emanuela per partecipare al sit-in e dare, come nei precedenti incontri, la loro solidarietà”, spiega Pietro. “La mattina seguente – aggiunge – prima di ripartire decidono di visitare la basilica di Santa Maria Maggiore. Avevano lo zainetto con all’interno le foto utilizzate al sit-in. Come è ormai prassi, in questo periodo, vengono ispezionate le borse di chi vuole accedere alla Basilica. Aprono e non trovano pistole, bombe a mano o coltelli, ma peggio, trovano le foto di Emanuela che immediatamente vengono sequestrate e tenute fuori dalla Basilica. Solo in questo modo è stato permesso ai visitatori di entrare. Assurdo ma Emanuela, o meglio la foto di Emanuela è dovuta restare fuori: è rimasta sequestrata fuori dalla Basilica. All’uscita le foto sono state restituite le foto ai proprietari che però sono stati accompagnati ad una uscita secondaria. Siamo arrivati a questo punto – conclude in tono amareggiato il fratello di Emanuela Orlandi –, povera Emanuela, non c’è fine alla vergogna. Penso che qualcuno dovrà scusarsi”.

    La testimonianza

    Si chiama Laura e ha la stessa età che avrebbe oggi Emanuela Orlandi, 56 anni, così come le altre sue due amiche con cui ogni anno si ritrova a gennaio e a giugno, nelle date dei due sit-in per Emanuela a Roma. “Siamo venute giù in treno da tre punti diversi dell’Italia, abbiamo dormito in albergo perché rientrare in giornata non sarebbe possibile, siamo tutte e tre distanti centinaia di chilometri da Roma. Ognuna di noi riprende sempre il treno alle 12,30 del giorno dopo. Siamo coetanee di Emanuela, seguiamo la sua vicenda dal 1983, avevamo 15 anni. La nostra vita va avanti con lei da quel giorno, il suo mistero ci ha coinvolte emotivamente. Ci turba molto non sapere che fine ha fatto una ragazza come lo eravamo noi, che è uscita di casa per andare a scuola di musica e non è mai più tornata. Sentiamo da sempre molta vicinanza con questa famiglia”.

    Domenica scorsa, al mattino, Laura e le sue due amiche si erano messe in coda per visitare la Basilica di Santa Maria Maggiore, non l’avevano mai vista. “Ci siamo messe in fila dopo aver fatto colazione. La prima d noi che era in coda si è costruita da tempo un cartoncino giallo con su la foto di Emanuela che porta sempre al sit-in: era arrotolato e chiuso nello zaino, e la foto di Emanuela era avvolta nella parte interna. Avevamo tutte delle foto di Emanuela che portiamo sempre al sit-in ma nessuna di noi si sarebbe permessa di esporla: non vorremmo mai creare un danno o qualcosa di negativo a questa famiglia. Le forze dell’ordine all’ingresso hanno chiesto alla mia amica cosa fosse questo cartoncino che fuoriusciva un po’ dallo zaino e anche un po’ usurato. Dopo che hanno visto la foto di Emanuela Orlandole hanno fatto aprire lo zaino chiedendole cosa altro avesse. Ne aveva un’altra dentro e l’ha data loro. Davanti a me c’era l’altra delle tre e io ero l’ultima in fila, quando ho capito la situazione mi sono autodenunciata e ho consegnato le foto di Emanuela che avevo con me. Sia io che la mia amica gliele abbiamo date prima che ci controllassero. Poi ce le hanno ridate all’uscita, le abbiamo richieste. Siamo donne di una certa età, persone rispettabili, madri di famiglia, non volevamo certo creare problemi. Non mi sarei messa mai la foto di Emanuela al collo dentro la Basilica. Il clima che si respira è di tensione e preconcetto, c’è molta paura”.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/01/21/avevamo-foto-di-emanuela-orlandi-negli-zaini-alla-basilica-di-santa-maria-maggiore-le-hanno-viste-e-ce-le-hanno-sequestrate-la-testimonianza-esclusiva-pietro-qualcuno-dovra-scusarsi/7845565/

  • “I miei genitori facevano orge in casa, poi mi volevano vergine al matrimonio. Quando ho lasciato i Testimoni di Geova mi hanno ‘cancellata’”: la storia di Martina Pucciarelli

    “I miei genitori facevano orge in casa, poi mi volevano vergine al matrimonio. Quando ho lasciato i Testimoni di Geova mi hanno ‘cancellata’”: la storia di Martina Pucciarelli

    “C’è una via di mezzo tra fare orge in casa e costringermi a sposarmi vergine. Invece, loro hanno scelto gli estremi. Hanno immolato me per espiare i loro peccati”. È un racconto senza filtri, a tratti crudo, quello di Martina Pucciarelli, scrittrice esordiente che il 21 gennaio debutta con Il Dio che hai scelto per me: edito da HarperCollins, è un romanzo-verità ad alto tasso autobiografico, in cui racconta la sua esperienza di vita, sofferenza e rinascita, da quando ha lasciato i Testimoni di Geova ed è stata letteralmente “cancellata” dalla sua famiglia. Un percorso lungo, pieno di dolore, che ha anticipato in un’intervista al Corriere della Sera, in cui svela i traumi che l’hanno spinta ad andare in psicoterapia e poi a lasciare la comunità di cristiani millenaristi. A cominciare dalla violenza subita da un ragazzo, amico di famiglia, e diventato un tabù per molti anni.

    “Il dolore più grande è stato che non venisse data importanza alla cosa. Devo riconoscere a mia madre che lei se ne era accorta, io le ho chiesto di portarmi da una sorella di fede che era come una seconda madre, cui ero legatissima e lei ha peccato di superficialità. Comunque ci sono ragazze che hanno subito abusi ben peggiori”, svela la Pucciarelli. Ma la spinta ad allontanarsi dai Testimoni di Geova arriva con la maternità, che coincide con la messa in discussione della fede. “Mi ero sposata, i figli non arrivavano. E dicevo a Geova: ‘Sono sempre stata brava e ubbidiente e ho sempre fatto quello che volevi, ho rinunciato a tante cose per te e una cosa ti chiedo, una cosa voglio, perché non me la dai?’. Ci credevo e all’epoca pensavo che mi stesse punendo per qualcosa che non avevo capito”.

    Con la fecondazione assistita (“sempre secondo le regole della comunità, con il seme del marito”) i figli arrivano, ma nel frattempo i dubbi crescono, complice anche l’uscita dai Testimoni del fratello maggiore, che viene “ripudiato” dai genitori (“Mio padre ha scelto di fare l’anziano, sacrificando di fare il padre, con mio fratello, ha cacciato il figlio per salvare la sua reputazione”). Al settimo mese di gravidanza, in attesa del secondo figlio, la Pucciarelli decide di entrare in terapia: “Qualcosa non mi tornava. Loro ti promettono una felicità tanto più grande quanto più rinunci alle cose: io avevo rinunciato a tutto ma ero infelice. E allora o il problema sono io, come volevano farmi credere, o la ricetta non funziona”. Grazie al lavoro con la sua psicologa, prende consapevolezza di tante cose e decide di lasciare la comunità – e una vita di proibizioni, a cominciare dai regali di compleanno e Natale, mai ricevuti o donati – e la spinta più forte gliela danno i figli: “Sono uscita per i miei figli, per me non ci sarei riuscita, forse non mi volevo bene abbastanza”.

    Oggi ammette che le manca la fede mentre non le manca l’ipocrisia nella quale a vissuto, soprattutto quella legata al sesso e alla vita familiare. Lei e il fratello maggiore (che la madre ha avuto con un altro uomo), entrambi cancellati dalla vita della loro famiglia, hanno infatti scoperto molte cose che non sapevano dei loro genitori. A cominciare dal loro essere libertini: “Vivevano in uno stile beat generation, una giovinezza di eccessi, mio padre l’ha confessato a mio fratello. Questa era la loro maniera di ribellarsi. Alla fine, si sono auto-puniti… convertendosi. Ho provato rabbia, giustificata, perché c’è una via di mezzo tra fare orge in casa e costringermi a sposarmi vergine. Invece, loro hanno scelto gli estremi. Hanno immolato me per espiare i loro peccati. Dovevano limitarsi a immolare sé stessi. Mi hanno tolto l’adolescenza”.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/01/18/i-miei-genitori-facevano-orge-in-casa-poi-mi-volevano-vergine-al-matrimonio-quando-ho-lasciato-i-testimoni-di-geova-mi-hanno-cancellata-la-storia-di-martina-pucciarelli/7842302/

  • Vescovo peruviano dimissionato: “denunciavo gli abusi di Figari e Roma mi chiudeva le porte in faccia”

    Vescovo peruviano dimissionato: “denunciavo gli abusi di Figari e Roma mi chiudeva le porte in faccia”

    «Ogni porta cui ho bussato è diventata per me, pur essendo vescovo della Chiesa, una porta chiusa e sigillata. I nomi che faccio non sono dovuti ad alcuno spirito di vendetta. Mi spinge il proposito che questa cultura ecclesiastica, malata di “non si dice, non si sa”, possa aver fine». È su Religión Digital (18/12), in esclusiva, che il vescovo, emerito a soli 60 anni, della diocesi peruviana di Ayaviri Kay Martin Schmalhausen Panizo denuncia l’atteggiamento di chiusura incontrato quando denunciava a Roma – fin dal 2013 – i reati di abuso di cui si macchiava Luis Figari, il fondatore della società di vita apostolica Sodalizio (Sodalitium Christianae Vitae-SCV), della quale anche il vescovo ha per anni fatto parte.

    Fa i nomi quando ricorda che «durante la visita papale in Perù del 2018, gli sguardi e i gesti evasivi al mio saluto da parte dei due cardinali Parolin e O’Malley, parte del seguito papale. L’indifferenza e la freddezza erano assolute. Ero devastato. Poi ho capito due cose: la dimensione istituzionale – sistemica – dell’insabbiamento nella Chiesa e che probabilmente il mio ministero episcopale stava giungendo al termine». Era il 2021, racconta a tal proposito, quando il nunzio di allora, Nicola Girasoli, «per telefono e a voce alta, ha chiesto le mie dimissioni. Che senso aveva resistere a un meccanismo i cui ingranaggi non si fermavano? Sono bastate una semplice lettera» e, da parte della Santa Sede, «una scusa diplomatica: “Mons. Kay ha dovuto prendersi cura di sua madre molto anziana”». Il vescovo aveva 57 anni.

    Sodalizio, il punto della situazione

    Figari, abusatore seriale, filonazista e malversatore, ad agosto scorso è stato espulso per decisione di papa Francesco dalla SCV per crimini quali stupri e soprusi fisici e psicologici, commessi tra il 1975 e il 2002 a danno di circa 36 persone, di cui 19 minorenni (v. Adista online del 16/8/24). Altri 10 “sodaliti”, a partire dall’ex superiore regionale e dagli ex superiori regionali della SCV, hanno subìto la stessa sorte per i crimini quali abuso fisico, anche con sadismo e violenza; di coscienza con metodi settari per spezzare la volontà dei subordinati; abuso spirituale, d’ufficio, nella gestione finanziaria (v. Adista Notizie n. 35/24). Decisioni, quelle del papa, assunte in base ai risultati ottenuti e acquisiti con certezza durante l’investigazione condotta nel luglio del 2023, per iniziativa del pontefice, dall’arcivescovo maltese Charles Scicluna, segretario aggiunto del Dicastero per la Dottrina della Fede, e dal sacerdote spagnolo Jordi Bertomeu, funzionario dello stesso Dicastero (v. Adista online del 08/12/2021).

    Di seguito il testo integrale dell’articolo di mons. Kay Martin Schmalhausen in una nostra traduzione dallo spagnolo.

    «Gli ultimi avvenimenti legati al Caso Sodalitium – con il suo viavai mediatico – mi portano a scrivere questa riflessione, alquanto singolare e forse addirittura paradossale, poiché integra due prospettive: quella dell’ex membro (per 46 anni del Sodalitium Christianae Vitae, SCV, e vittima dei loro soprusi) e quella del vescovo, alla guida della Prelatura di Ayaviri per tre decenni.

    Ho iniziato a partecipare al Sodalizio a 14 anni, sono entrato in comunità a 18, sono stato ordinato sacerdote a 25. A 41 anni sono stato nominato vescovo di Ayaviri (con sede a 4.000 metri sul livello del mare, a Puno), dove ho vissuto per 15 anni. Ho chiesto la grazia di lasciare Sodalitium all’età di 54 anni. Attualmente ho 60 anni; e come vescovo sono emerito.

    Cosa posso pensare e dire con un doppio percorso istituzionale di 46 anni, tra la comunità religiosa in questione e la Conferenza Episcopale Peruviana (CEP)?

    Di Sodalizio dirò che, a partire dai 14 anni – e fino almeno ai 25 anni – ho subìto i più diversi abusi, maltrattamenti, umiliazioni, scherni e insulti. Per la maggior parte delle persone, inimmaginabile. Quello che voglio dire è che non sono stato esente da nessuno degli abusi del ventaglio di cui è accusato il Sodalizi,. E tutto questo è iniziato qualche mese dopo il mio coinvolgimento da minorenne, a casa di Alberto Gazzo, sodalita e poi ex prete.

    “Il mio anno di inferno e orrore”

    Una volta ho descritto il mio primo anno di vita comunitaria nella casa “Saint Aelred” come “il mio anno di inferno e orrore”. Avevo come superiore Germán Doig, con la sua strategia del bastone e della carota, e Figari, che veniva a cena ogni sabato, settimana dopo settimanaper sottoporre la mia volontà con denigrazioni, scherno e insulti.

    L’episcopato è stato per me la via d’uscita inaspettata da un sistema pernicioso di manipolazione e controllo, così come il risveglio a un mondo reale e molto più sano, al di fuori di quella bolla e del suo mondo parallelo, di fabbricazione ideologica e settaria.

    Le mie prime lamentele

    Ho denunciato Luis Fernando Figari per abuso sessuale all’inizio del 2013. Doig era morto 12 anni prima. Naturalmente l’inchiesta Sodalitium, nelle mani di Sandro Moroni e del suo consiglio superiore, non ha portato a nulla. Mi sono confrontato con le loro autorità: ancora una volta, niente. Nel 2015 e nel 2016 ho messo in guardia Roma sui gravi problemi della comunità in quanto tale; verbalmente e per iscritto. Ho incontrato il segretario di Stato Pietro Parolin: silenzio romano. Presentai personalmente la mia denuncia all’allora Congregazione per la Vita Religiosa, un altro sforzo vano. E voglio aggiungere che quest’ultima è stata accompagnata da una denigrazione, come poche altre, che ho subìto, da parte di José Rodríguez Carballo, il secondo in comando di detto dicastero. Un anno dopo, lui stesso mi ha chiesto di inviargli il mio reclamo via email. Non ha aiutato affatto. Ho messo in guardia anche il cardinale Sean O’Malley, capo della Commissione per la prevenzione degli abusi sui minori, con un lungo rapporto scritto: silenzio bostoniano.

    Ogni porta cui ho bussato è diventata per me, pur essendo vescovo della Chiesa, una porta chiusa e sigillata. I nomi che faccio non sono dovuti ad alcuno spirito di vendetta. Mi spinge il proposito che questa cultura ecclesiastica, malata di “non si dice, non si sa”, possa aver fine.

    Campagna di diffamazione a Roma e in Perù

    Col passare del tempo sono venuto a conoscenza delle diffamazioni e delle calunnie che venivano seminate contro di me dentro e fuori Roma. I suoi promotori furono alcune autorità di Sodalizio, tra cui Enrique Elías, suo procuratore presso la Santa Sede. Alcuni dei miei fratelli della Conferenza Episcopale Peruviana si sono uniti a questa campagna. I tipici meccanismi di appropriazione del controllo della narrazione, nello stile di Goebbels: “calunnia, calunnia, qualcosa resterà”.

    Eravamo ancora lontani dagli eventi del 2018, quando ebbe luogo la visita di Papa Francesco in Cile, con la conseguente conversione del suo sguardo e della sua comprensione rispetto al tema degli abusi nella Chiesa. Era ancora un ambiente di trasparenza zero e di non conoscimento di cosa significhi “responsabilità”. Eravamo lontani dall’“ascoltare, proteggere e dare credito” alle vittime.

    Ancora oggi ricordo, durante la visita papale in Perù del 2018, gli sguardi e i gesti evasivi al mio saluto da parte dei due cardinali Parolin e O’Malley, facenti parte dell’entourage pontificio. L’indifferenza e la freddezza erano assolute. Ero devastato. Poi ho capito due cose: la dimensione istituzionale – sistemica – dell’insabbiamento nella Chiesa e che probabilmente il mio ministero episcopale stava giungendo al termine.

    Infatti, nel 2021, il nunzio di turno, Nicola Girasoli, per telefono e a voce alta, ha chiesto le mie dimissioni. Che senso aveva resistere a un meccanismo i cui ingranaggi non si sarebbero fermati? Sono bastate una semplice lettera e una scusa diplomatica (da parte della Santa Sede, ndr): “Mons. “Kay ha dovuto prendersi cura di sua madre molto anziana”.

    Il dio denaro

    So perfettamente cosa si dice quando si descrive Sodalitium come una comunità settaria, come una gabbia invisibile di reclusione mentale, come un’organizzazione di dipendenza e di controllo. Con l’abuso trasformato in sistema, con una cultura interna tossica, con comportamenti mafiosi, agendo sempre nell’ombra e dietro il trono. Una piovra con tentacoli in tutti gli ambiti del potere: ecclesiastico, finanziario e civile.

    E il fatto è che, se parliamo di possibili miliardi di dollari in conti offshore e intestati a prestanome (è triste dirlo di un’istituzione religiosa), il denaro significa potere, e il potere è capace di comprare le coscienze e le decisioni su persone e istituzioni.

    Ho conosciuto in prima persona la malizia delle autorità della mia ex comunità. Li ho visti coordinare e organizzare segretamente, con assoluta impunità, decisioni e azioni delittuose. Come quando, mentre ero ad Ayaviri, in mezzo alle tensioni provocate da Erwin Scheuch, allora superiore regionale del Perù, per ottenere il controllo della Prelatura alle mie spalle, cercò anche lui di controllare (e infatti ci riuscì) i fondi del Fondo Minsur per i programmi sociali, senza che io sapessi ancora della cattiva gestione di ingenti somme di denaro. Lo avrei scoperto anni dopo da alcuni testimoni.

    Più per intuizione che per certezza, avevo deciso di tagliare a metà il suddetto programma. Appena l’ho fatto, ricevetti una telefonata da Jaime Baertl, con grida intemperanti e insulti di ogni calibro, che si lamentava con me della decisione presa. Non molto tempo prima, Andrés Tapia, responsabile regionale delle comunicazioni di turno, era intervenuto e aveva compromesso il computer della mia segretaria con un programma di hacking. In questo modo la dirigenza sodalite ha avuto accesso alla mia corrispondenza, ai miei itinerari e alle mie comunicazioni.

    Il punto di rottura

    Ho sperimentato in prima persona la perniciosa gravità degli abusi spirituali e di coscienza, da parte dello stesso Luis Fernando Figari, prigioniero dell’arroganza patologica di sostituirsi a Dio. Ho sperimentato in prima persona il doloroso percorso di risoluzione del trauma: fobie, attacchi di panico, incubi, paura, deliri di persecuzione, ansia e tanti altri sintomi che accompagnano questo prolungato calvario. Conosco in prima persona le dinamiche di manipolazione, sottomissione e rottura della volontà.

    E da vittima ho sperimentato tante volte la totale mancanza di empatia, compassione, ascolto, riconoscimento, affermazione sia da parte dei membri di Sodalizio che delle autorità ecclesiastiche; quella sorta di blocco interiore, fatto di discriminazione ed esclusione, che in pochi millisecondi può tradursi in sguardi abbassati e segreto ripudio, con il desiderio istintivo di allontanarsi da ciò che mette a disagio o magari addirittura lo rivela.

    Approfitto di queste righe per riconoscere con umiltà e dolore che io stesso, decenni fa, non credevo alla persona che mi raccontava dei suoi abusi. Ma, grazie a Dio, quello è stato, in effetti, il mio primo – e non solo – punto di svolta. Nelle parole di quella persona mi sono confrontato con la mia storia e il mio dramma.

    Non posso quindi non sottoscrivere tutto ciò che persone come Martin Scheuch, Alfonso Figueroa e sua sorella Rocío, José Enrique Escardó, Renzo Orbegoso, Oscar Osterling e Mario Solari hanno espresso su questo argomento in tante pubblicazioni scritte o videoregistrate. Manuel Rodríguez nelle sue pubblicazioni “Roncuaz”. Martín López de Romaña nel suo libro La gabbia invisibile, e tanti altri che, in un modo o nell’altro, hanno condiviso la loro testimonianza .

    Sento inoltre che è mio dovere ringraziare sinceramente e pubblicamente ancora una volta il lavoro – persistente fino allo sfinimento – di Pedro Salinas e Paola Ugaz, che subiscono una persecuzione mediatica e giudiziaria del tutto ingiusta; e, nel caso di Pedro, ri-vittimizzazione, poiché era, come me, un sodalita.

    La missione

    Vorrei inoltre precisare, per chi riservasse anche il minimo dubbio, che la Commissione Scicluna-Bertomeu, nominata dallo stesso Santo Padre, ha svolto un lavoro impeccabile nel raccogliere, organizzare e applicare i provvedimenti disciplinari conseguenti alle denunce.

    Per quelli di noi che conoscono e soffrono a causa del complotto interno corrotto, le espulsioni (di Figari e altri 10 membri fra i responsabili, ndr) sono più che giustificate. Il tentativo di togliere credito, relativizzare o peggio ancora citare in giudizio civilmente ed ecclesiasticamente la Commissione, in particolare uno dei suoi attori, padre Jordi Bertomeu, non posso spiegarmelo se non come una cecità volontaria nei confronti del complotto qui in gioco (poiché l’informazione è a portata di tutti) o forse un atto malevolo con gli stessi vecchi meccanismi di diffamazione e calunnia per controllare la narrazione.

    I vescovi peruviani

    Confesso che, anche se la mia vita è stata frantumata in mille pezzi e per anni ho attraversato la valle del dolore e della disperazione, in conseguenza degli abusi, dei traumi e delle ri-vittimizzazioni ecclesiali subite, la mia fede ha sofferto, ma non è stata in frantumi. Posso dire oggi con una certa pace spirituale che amo questo tesoro, che amo il Signore e amo la Chiesa. Ma diciamo la verità, stare in silenzio non aiuta nessuno. Di conseguenza, le autorità della Chiesa dovrebbero essere le prime a rompere il silenzio.

    Per quanto riguarda la nostra Conferenza Episcopale Peruviana (CEP), mi sento in dovere di condividere alcune domande e riflessioni, soprattutto dopo il suo ultimo comunicato stampa del 7 dicembre.

    Personalmente penso che come Conferenza Episcopale abbiamo gravemente fallito nelle nostre azioni. Se quanto detto in quel comunicato in relazione a tutto quello che è stato fatto nei confronti del Sodalizio fosse stato reale ed efficace, perché non ci sono mai stati risultati? Perché ci sono voluti dieci o più anni per completare un’indagine, quando altri obiettivi vengono raggiunti in poche settimane o mesi? Perché la tenacia e la pressione delle vittime hanno prevalso sulle presidenze al potere? Possiamo scusarci dicendo semplicemente – come si legge nel comunicato – che tutto dipende da Roma ed è lì che è che bisogna chiedere e informarsi? Non diamo l’impressione di volerci discolpare della nostra inerzia o anche di un potenziale permesso, se ce ne fosse stato qualcuno?

    Come vescovo – ed ex membro di Sodalitium – durante i miei 15 anni di presenza attiva nella CEP, nessuno ha mai chiesto il mio parere o opinione sull’argomento. Non sono mai stato contattato da nessuno a nome della CEP per intavolare un dialogo onesto e diretto con l’obiettivo di comprendere veramente cosa stava accadendo e quindi poter agire. Sarebbe stato, credo, un interlocutore prezioso per chiarire dubbi, rispondere a domande, aiutare nella ricerca della verità e delle possibili soluzioni.

    D’altra parte, sotto il mantello del silenzio, non solo ho percepito un’opacità irresponsabile, una mancanza di trasparenza e di rendicontazione, ma ho subìto ancora una volta l’ostracismo, quell’emarginazione sottile e silenziosa, così clericalmente educata, che senza bisogno di parole mi gridava: “Qui ti si tollera, ma non sei il benvenuto”.

    Capisco quindi molto bene i reclami delle vittime nei confronti di coloro che in questi anni decisivi sono stati i capi della nostra CEP, i suoi presidenti e i suoi consigli permanenti.

    L’idea che, una volta risolta la questione di Sodalitium, si sarà finalmente voltata pagina e si sarà tornati alla “modo normalità”, oltre a essere assurda, mostrerebbe una cecità insolita e un comportamento irresponsabile.

    Durante il mio procedere nel lutto per le perdite derivanti dalla mia uscita da Sodalitium e dagli anni difficili come ordinario di Ayaviri, mentre stavo affrontando il peso di questa sofferenza, sono stato paradossalmente avvicinato non solo dalle vittime dell’abuso di Sodalitium. Mi è toccato anche ascoltare le vittime di altre congregazioni religiose e di chierici provenienti da varie parti del Paese che cercavano di essere curate, convalidate e forse di ricevere qualche tipo di guida.

    Pertanto, l’idea che una volta risolta la questione del Sodalitium, si sarà finalmente voltata pagina e si sarà tornati alla “modo normalità”, oltre ad essere assurda, mostrerebbe una cecità insolita e un comportamento irresponsabile.

    I tempi sono cambiati. Finché noi pastori della Chiesa non comprendiamo che le nostre azioni non dovrebbero limitarsi a mere procedure burocratiche, tanto meno essere motivate da interessi, bandiere e programmi di un tipo o dell’altro, sarà difficile per noi essere all’altezza delle sfide della Chiesa in Perù e nel mondo. Questi sono tempi in cui praticamente tutto diventa noto. L’impunità e l’omertà nella Chiesa, oggi come oggi, sembra che non resistano a lungo. Le informazioni viaggiano a velocità inaudite e i segreti prima o poi vengono scoperti. Ne è chiara dimostrazione la storia di Sodalitium e di altri in tutto il mondo cattolico.

    Trasparenza, integrità e rendicontazione sono esigenze ineludibili per la Chiesa e i suoi pastori, di  oggi e di domani, se vogliamo evitare che tsunami di indignazione, rabbia e impotenza rompano le dighe dell’omertà e dell’insabbiamento, distruggendo tutto sul loro cammino e infangando il volto della Chiesa di Cristo, con scandalo degli uomini e delle donne di fede».

    https://www.adista.it/articolo/73026

  • “Una tragedia se il dossier di Emanuela Orlandi fosse finito sui media. Il capo della gendarmeria era furioso dopo il ritrovamento”: parla l’avvocato della famiglia

    “Una tragedia se il dossier di Emanuela Orlandi fosse finito sui media. Il capo della gendarmeria era furioso dopo il ritrovamento”: parla l’avvocato della famiglia

    Dopo 41 anni di mezze verità e infiniti dubbi, adesso sappiamo che esiste un dossier su Emanuela Orlandi, la cittadina vaticana la cui esistenza è avvolta in un oscuro mistero dal 22 giugno del 1983. È in Vaticano e contiene informazioni riservatissime. Ed è quello a cui ha sempre fatto riferimento Pietro Orlandi, ma stavolta la conferma è arrivata dal Vaticano stesso, attraverso le parole del promotore di giustizia Alessandro Diddi.

    I dubbi dell’avvocato Sgrò – Chi ha custodito questo fascicolo fino ad ora, si chiede l’avvocato della famiglia Orlandi Laura Sgrò, “visto che in più occasioni è stato riferito pubblicamente dalle autorità vaticane che non esisteva alcun fascicolo e che quello di Emanuela Orlandi era ‘un caso chiuso’?”. Non credo sia stato nascosto sottoterra, spiega la Sgrò a FqMagazine e né che potesse contenere ritagli di giornale”. L’avvocato si riferisce agli “echi di stampa” indicati da alcuni prelati come il contenuto del fascicolo su Emanuela. E aggiunge: “Che il contenuto sia importante lo deduco da quanto mi disse l’allora maggiordomo del Papa, il compianto Paolo Gabriele: che il capo della gendarmeria Domenico Giani era furioso e che sarebbe stata una tragedia se quel dossier fosse finito in mano ai media”.

    Al netto dell’entusiasmo Pietro Orlandi, ieri ospite di Pomeriggio24 sul canale RaiNews, non ha nascosto una punta di amarezza: “Il fatto che Diddi dica che è il contenuto è riservato e non divulgabile mi fa pensare che il Vaticano abbia abbandonato il suo cavallo di battaglia: la pista familiare interna. Di quella hanno parlato ed è stata divulgata tantissimo”.

    Il promotore di giustizia del Vaticano – Del fascicolo su Emanuela, Alessandro Diddi ha parlato a margine della presentazione del libro “Il trono e l’Altare. Guerra in Vaticano”. “Il contenuto è riservato”, ha sottolineato. Secondo Pietro Orlandi, che è nato e cresciuto come suo padre e suo nonno tra le mura dello Stato Pontificio e che conosce bene quindi certe dinamiche interne: “Diddi è un laico, in Vaticano un laico non può prendere iniziative personali, non succede mai. Qualsiasi azione che può intraprendere è sempre decisa diversamente. Se dicono che hanno un dossier, c’è volontà a fare chiarezza. In Vaticano hanno sempre negato l’esistenza del dossier, anche la segreteria di Stato all’epoca guidata dal cardinal Tarcisio Bertone. Per noi non esiste, mi dissero tutti: per noi il caso è chiuso. Il fatto che il promotore di giustizia del Vaticano dica che lo abbiano trovato come se lo avessero trovato in questi giorni quando era a disposizione, è quantomeno strano. Ma sono contento, meglio tardi che mai. Questa è un’importante ammissione. Peccato perché nel 2012 c’era un’inchiesta aperta in Procura (diretta dal magistrato Capaldo, ndr) e questo dossier avrebbe aiutato.

    Le rivelazioni del maggiordomo del Papa – Che ci fosse questo fascicolo il fratello di Emanuela, Pietro Orlandi l’ha sempre detto a gran voce. “Quando nel 2011 andai da Monsignor Georg Gänswein, segretario di Papa Ratzinger, lui stesso mi disse che avrebbe chiesto a Domenico Giani (allora capo della gendarmeria in Vaticano, ndr) di cercare tutto quello che c’è in vaticano su Emanuela e da lì è nato questo dossier. La conferma la ebbi da Paolo Gabriele. Nel 2017 feci richiesta di accesso agli atti con l’avvocato Laura Sgrò ma ci fu negato, ci era stato detto: non esiste nessun dossier”: ha sottolineato ieri Pietro Orlandi. Il maggiordomo del Papa protagonista del processo sul primo Vatileaks, qualche anno prima di morire disse al fratello di Emanuela Pietro Orlandi di aver visto un dossier intitolato “Rapporto Emanuela Orlandi” sulla scrivania di Benedetto XVI, ma di non essere riuscito a fotocopiarlo assieme agli altri documenti. Georg Gänswein, segretario particolare di Benedetto VI, aveva anche lui ammesso l’esistenza un fascicolo riservato all’avvocato della famiglia Orlandi, Laura Sgrò. Nel 2011, Padre Georg aveva anche dichiarato di voler affidare un’indagine al capo della Gendarmeria vaticana Domenico Giani sulla vicenda di Emanuela ma poi ha ritrattato tutto.

    Il contenuto del fascicolo – Cosa potrebbe contenere di tanto riservato questo fascicolo? Le prove di una gravidanza di Emanuela di cui si è recentemente parlato, dopo la fuoriuscita di alcuni documenti? E che si riallaccerebbero alla ultima pista emersa, quella inglese, secondo cui Emanuela Orlandi sarebbe stata portata a Londra dove avrebbe vissuto in regime di segregazione fino al 1997?

    “Ci ho sempre creduto nella pista di Londra e ho avuto contatti con persone che mi hanno consegnato dei documenti. Credo anche nella nota-spese contenuta nei cinque fogli (pubblicati in un’inchiesta dal giornalista Emiliano Fittipaldi, ndr)”. Questo resoconto, che si ferma con un raggelante “disbrigo per spese finali” e che farebbe pensare al probabile rientro di una salma, per come è scritto, fu ritrovato in una cassaforte di sicurezza del Vaticano insieme ad altri delicati documenti sulla morte del banchiere Roberto Calvi e di Sindona. “Chi conosce la verità sa che quel documento è vero”, ha detto ieri Pietro Orlandi. “In quei fogli si fa riferimento a 190 pagine di allegati mai uscite: forse lì c’è conferma di quanto elencato nella nota. Io ci ho sempre creduto. Soprattutto da quando una persona, che lavorava come segretario particolare del Ministero della difesa mi disse che nell’estate della scomparsa di Emanuela, nell’agosto del 1983 vide che un rappresentante dello Stato Vaticano, il cardinal Piovanelli sollecitò l’allora ministro Spadolini per un volo Roma-Londra dall’aeroporto militare di Ciampino su voli Cai (i velivoli utilizzati dai Servizi Segreti, ndr) per sole quattro persone, e con a bordo solo pilota e copilota. Ci sono troppe coincidenze sul fatto che Emanuela possa essere stata portata a Londra quella stessa estate”.

    La commissione di inchiesta– Secondo l’avvocato Sgrò “In commissione d’inchiesta, l’ex comandante Domenico Giani ha accennato a questo dossier parlando di una ricostruzione storica che per essere attendibile dovrebbe contenere elementi da parte di persone che in quel periodo storico potevano fornire elementi utili sulla vicenda. Potrebbe contenere dichiarazioni di persone che all’epoca la Procura stessa cercava ma che non hanno fornito la testimonianza. Persone con ruoli apicali e che avrebbero potuto dare un contributo. Parlo anche di laici, dei gendarmi coinvolti, non mi stupirei se dentro ci fosse la testimonianza di Raul Bonarelli. Il dossier potrebbe contenere anche informazioni finanziarie, per valutare se sono stati fatti movimenti economici in relazione al sequestro di Emanuela: on dimentichiamo che ci fu uno scambio importante tra il Segretario di Stato Agostino Casaroli e i presunti rapitori”.

    “La commissione può richiedere questo dossier, mi auguro sia consegnato intonso com’è stato creato”, ha sottolineato Pietro Orlandi con riferimento alla commissione bicamerale di inchiesta che sta indagando sul mistero della scomparsa della ragazza. Per ottenere il dossier, la commissione di inchiesta dovrebbe fare una richiesta di rogatoria internazionale allo Stato Vaticano. “Una richiesta di cui abbiamo già parlato in commissione e che sarà oggetto di valutazione nel prossimo ufficio presidenza. Pietro Orlandi può stare tranquillo”: ha replicato in studio l’onorevole Dario Iaia, membro della bicamerale. E lui, il fratello di Emanuela, non sembra avere dubbi: “La verità verrà fuori per forza, non possono più fermarla. Ma è così pesante che non riescono a uscire dalla scomparsa ragazzina, dietro c’è qualcosa di grave che tocca quell’istituzione, il Vaticano. Ma il Vaticano è anche parte della mia famiglia da cui c’è stato un tradimento: verso mia sorella e verso la nostra famiglia”.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/11/29/emanuela-orlandi-dossier-avvocato-amiglia/7785547/

  • Caso Orlandi, l’avvocato Laura Sgrò sul dossier su Emanuela: “È certo che il Vaticano abbia compiuto delle attività sul rapimento che non ha mai condiviso”. Ma chi ha custodito il fascicolo fino ad ora?

    Caso Orlandi, l’avvocato Laura Sgrò sul dossier su Emanuela: “È certo che il Vaticano abbia compiuto delle attività sul rapimento che non ha mai condiviso”. Ma chi ha custodito il fascicolo fino ad ora?

    “Il dossier di cui parla Pietro Orlandi esiste. Lo abbiamo trovato, ma il contenuto è riservato“. Queste le parole del promotore di giustizia del Vaticano Alessandro Diddi, a proposito del dossier su Emanuela Orlandi, quindicenne cittadina vaticana scomparsa il 22 giugno 1983, che sarebbe stato commissionato da padre Georg Gänswein al capo della gendarmeria vaticana.

    Un dossier che, a quanto pare, sarebbe stato visto da Paolo Gabriele, ex maggiordomo di Benedetto XVI. Pietro Orlandi, che da tempo parla di questo dossier conservato in Vaticano, ha così commentato le dichiarazioni di Dissi: “Facciamo finta di credere che l’abbiano trovato ora e che non stava già in Segreteria di Stato dal 2012 ma va bene, l’importante è che ora hanno ammesso di averlo anche se dicono che “il contenuto è riservato”.

    E naturalmente speriamo non modificato”. All’ammissione di Alessandro Diddi è seguita anche la risposta di Laura Sgrò, legale della famiglia di Emanuela: “Pur rispettando il segreto istruttorio, va evidenziato che gli Orlandi hanno fatto richiesta di prendere visione ed estrarre copia di questo fascicolo sin dal 2017, mentre l’inchiesta vaticana è stata aperta solo nel gennaio del 2023, ben sei anni dopo. Perciò, è lecito chiedersi: chi ha custodito questo fascicolo fino ad ora, visto che in più occasioni è stato riferito pubblicamente dalle autorità vaticane che non esisteva alcun fascicolo e che quello di Emanuela Orlandi era “un caso chiuso“? “.

    E ancora: “L’ammissione da parte del Promotore di Giustizia dell’esistenza di un fascicolo in Vaticano su Emanuela Orlandi è un passo avanti importante verso la verità. È un fatto certo, infatti, a questo punto, che il Vaticano abbia compiuto delle attività aventi ad oggetto il rapimento di Emanuela Orlandi che non ha mai condiviso né con la famiglia Orlandi né con la Procura di Roma.

    Gli Orlandi confidano che vengano finalmente date delle risposte chiarificatrici, considerate le innumerevoli istanze da loro formulate alle autorità vaticane e si augura sia giunto davvero il momento di fare chiarezza. Allo stesso modo gli Orlandi si augurano che la Procura di Roma nonché la Commissione Parlamentare d’inchiesta si attivino quanto prima per chiedere l’acquisizione di questo fascicolo”. Potrà questo essere davvero un punto di svolta?

    https://mowmag.com/attualita/-calippo-e-chinotto-tour-l-inchiesta-di-e-sempre-cartabianca-conferma-la-versione-di-francesca-fralefusa-of-minacce-nella-casa-a-bucarest-romania-vera-cabina-di-regia-dei-video-guadagni-trattenuti-e