Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Con Ludovica Eugenio: “La lettera di ItaliaChiesaToo ai vescovi, in sette punti. “

    Con Ludovica Eugenio: “La lettera di ItaliaChiesaToo ai vescovi, in sette punti. “

    Pascal Hubert – Ludovica Eugenio è una giornalista italiana presso Adista (rivista religiosa). È membro della rete #ItaliyChurchToo, una coalizione di nove gruppi di sostegno alle vittime.
    In questa prima intervista, tratteremo la nascita di #ItalyChurchToo nel particolare contesto della Chiesa Italiana, nonché la lettera in sette punti del 16 maggio 2022 (compresa la necessità di un’indagine indipendente), indirizzata dal Coordinamento alla Conferenza dei Vescovi tenutasi a Roma dal 23 al 27 maggio 2022.
  • Vescovo incarcerato vicino a papa Francesco rilasciato in clinica privata per cure

    Vescovo incarcerato vicino a papa Francesco rilasciato in clinica privata per cure

    ROMA – Il vescovo argentino Gustavo Zanchetta , che sta scontando una condanna a quattro anni e sei mesi di reclusione per aver abusato sessualmente di due seminaristi, è uscito dal carcere per essere ricoverato in una clinica privata, a causa della pressione alta.

    A metà aprile l’ex vescovo di Oran, nella provincia settentrionale argentina di Salta, aveva chiesto gli arresti domiciliari per presunti problemi di salute. Il tribunale deve ancora pronunciarsi su questa richiesta.

    Tuttavia, venerdì, è stato ricoverato in una clinica privata, su ordine del suo medico personale.

    Il nuovo avvocato di Zanchetta, Dario Palmier, ha detto che il prelato è iperteso e ha una “malattia renale molto delicata. È una malattia correlata al suo sistema venoso. Ha avuto la diagnosi a Roma”.

    “La verità è che potrebbe crollare in qualsiasi momento”, ha detto al quotidiano locale Salta/12 .

    L’avvocato ha anche detto che più di un mese fa la difesa di Zanchetta ha chiesto al vescovo emerito di scontare la sua pena detentiva agli arresti domiciliari, affermando che il carcere ha deteriorato rapidamente le condizioni di salute del prelato. Ha anche detto che “le visite mediche stanno richiedendo molto tempo”.

    Palmier ha aggiunto di essere in attesa della decisione della Corte d’Appello sul ricorso contro la condanna del vescovo.

    Il difensore ha anche confermato che il luogo offerto al vescovo per gli arresti domiciliari è il Monastero Nuestra Señora del Valle, a Orano, che appartiene alle monache francescane dell’Ordine dell’Immacolata.

    Alcuni giorni prima del suo ricovero, il vescovo è stato trasferito in un ospedale pubblico per una crisi di ipertensione, ma è stato medicato e rimandato in prigione. Venerdì, ha detto ancora una volta di essere malato. La sua squadra di difesa lo ha fatto visitare da un medico privato, che ha chiesto il suo ricovero in un centro sanitario privato.

    Il tribunale che dovrà pronunciarsi sulla sua carcerazione domiciliare è lo stesso che originariamente lo ha ritenuto colpevole del reato di “semplice abuso sessuale aggravato dalla commissione di un ministro religioso riconosciuto”.

    Zanchetta si vantava spesso della sua amicizia con papa Francesco, che credeva che l’affermazione del vescovo fosse stata incastrata quando le accuse erano state mosse per la prima volta contro di lui.

    Zanchetta è stato nominato vescovo e nominato a Orano da Francesco nel 2013, subito dopo l’insediamento del pontefice argentino. I due uomini hanno prestato servizio insieme alla conferenza episcopale del Paese.

    Zanchetta si è dimesso all’età di 53 anni nel 2017, adducendo “motivi di salute”. Pochi mesi dopo, Francesco lo nominò Assessore all’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (APSA), che amministra il portafoglio finanziario del Vaticano.

    Nel 2018, è diventato pubblico che Zanchetta era stato accusato sia di cattiva condotta sessuale che di illeciti finanziari, anche se un portavoce del Vaticano ha insistito sul fatto che non c’erano accuse di abusi al momento in cui Zanchetta è stato portato a Roma.

    Secondo papa Francesco è stato aperto un processo canonico nei suoi confronti, ma ad oggi il Vaticano non ha rivelato informazioni sulla propria indagine sul vescovo.

  • Processo Don Livio: “Il ragazzo non avrà mai più un rapporto naturale tra sesso e amore”

    Processo Don Livio: “Il ragazzo non avrà mai più un rapporto naturale tra sesso e amore”

    Nuova udienza nel processo che vede imputato Don Livio Graziano, 50 anni, fondatore di una cooperativa sociale per l’assistenza alle persone, con problemi di depressione e disturbi dell’alimentazione. L’uomo è accusato di aver abusato di un minore di 13 anni.

    “Non ho mai sentito rumori strani provenire dalla stanza di Don Livio”

    Udienza movimentata quella che ha avuto luogo oggi presso l’Aula d’Assise del Tribunale di Avellino. Nella giornata di oggi avrebbe dovuto essere ascoltato proprio Don Livio, ma il prete ha rinunciato a comparire a causa di un ascesso addominale. Venivano ascoltati, invece, Egidio Errico, psicanalista e psichiatra di Salerno e Mariangela Izzo, psicologa di Napoli che, per la parte civile, hanno redatto una consulenza utile per valutare il danno psicologico riportato a seguito della vicenda sia dalla giovane vittima che dalla sua famiglia. Ciò che è emerso dalla consulenza psicologica sul minore, è un gravissimo danno psicologico da stress post-traumatico destinato a perdurare per sempre. Stando a quanto affermano i consulenti, dunque, il ragazzo non avrà mai più un rapporto naturale tra sesso e amore. Quest’ultimi sono concetti che – ormai – per il ragazzo appaiono irrimediabilmente confusi.

    Ascoltato, infine, un giovanissimo testimone voluto dal difensore di Don Livio, Gaetano Aufiero. Il ragazzo vive ancora all’interno della comunità e, invece, ha parlato benissimo dell’attività svolta da Don Livio. Proprio quest’ultima testimonianza ha fornito dettagli approfonditi sui comportamenti tenuti dal minore all’interno della comunità “I figli di Emmaus”, a Prata di Principato Ultra: “Era un tipo molto violento e volgare. Spesso si comportava in maniera inutilmente aggressiva. Una volta avemmo anche una discussione in cui mi rivolse orribili parole”. Il ragazzo, poi, nel corso dell’escussione, ha raccontato di avere la stanza praticamente accanto a quella di Don Livio e, nel corso delle notti trascorse presso la comunità, non gli è mai capitato di sentire alcun tipo di rumore particolare provenire dalla stanza del prete; e ha aggiunto: “Don Livio mi ha comprato i libri per studiare, mi ha comprato i vestiti e anche un cellulare. Mi faceva giocare con la Playstation. Avevamo un rapporto assolutamente normale”.

    La prossima udienza, adesso, è attesa per il 21 luglio, quando avrà luogo la conclusione dell’istruttoria dibattimentale e saranno citati tutti i testi che rimangono.

    L’arresto del fondatore della cooperativa sociale “Effatà, Apriti”

    Le manette per Don Livio scattarono il 26 ottobre 2021, dopo che le indagini coordinate dal procuratore Domenico Airoma partirono a seguito della denuncia presentata dal padre del ragazzino. Quest’ultimo, stando a quanto si apprende, è stato ospite della cooperativa dallo scorso giugno fino al mese di settembre 2021. Gli inquirenti ritennero di avere tutte le prove dei presunti abusi subiti dal 13enne.

    Don Livio Graziano non fa parte della Diocesi di Avellino ma è incardinato in quella di Aversa, nel Casertano. Dopo aver vissuto diverso tempo in ritiro spirituale presso il Santuario di Montevergine, il sacerdote ha realizzato, proprio nel capoluogo irpino, un ufficio di consulenza nutrizionista e successivamente ha fondato la cooperativa sociale “Effatà, Apriti” con sedi in due comuni a pochi chilometri da Avellino.

    La sua permanenza nella Diocesi irpina, come ricordano le cronache, è stata “contestata” a più riprese dall’allora Vescovo di Avellino, monsignor Francesco Marino, originario di Caserta come il sacerdote arrestato. Per la sua “intensa attività sociale e umanitaria” a don Livio è stato assegnato nel 2014 a Benevento il premio “Padre Pio da Pietrelcina”.

    https://www.avellinotoday.it/cronaca/processo-don-livio-udienza-9-giugno-2022.html

  • 87 abusatori sono stati identificati in 9 diocesi cattoliche del Quebec

    87 abusatori sono stati identificati in 9 diocesi cattoliche del Quebec

    Le diocesi di Joliette, Saint-Jean-Longueuil, Saint-Jérôme, Valleyfield, Amos, Rouyn-Noranda e Mont-Laurier, nonché le arcidiocesi di Montreal e Gatineau hanno reso pubbliche oggi le “risultati” di questo giudice e del suo team a la fine della loro indagine nel cuore degli archivi pubblici e segreti di ciascuna di queste diocesi.

    “I vescovi mi hanno dato due mandati”, spiega il giudice Denis.

    “Ci sono attualmente persone che hanno commesso abusi sessuali” e che sono ancora in carica, in parrocchia oa livello diocesano? Ognuno dei nove vescovi che ha incontrato voleva ottenere quella risposta il prima possibile, ha detto.

    “Se ci sono, ritireremo il loro ministero e deferiremo il loro caso alle autorità locali o a Roma, mi hanno detto tutti”.

    Questo primo compito gli ha richiesto alcuni mesi. I risultati specifici della sua prima indagine, tuttavia, non compaiono nel breve rapporto di tre pagine reso pubblico oggi. “È davvero poco”, ammette infine il giudice durante un’intervista telefonica. “Quelli che ho identificato erano già stati sanzionati”, dice.

    Più sostanzioso il secondo mandato ottenuto. Il giudice ei quattro membri della piccola équipe che ha messo insieme avrebbero esaminato ciascuno dei fascicoli dei sacerdoti che avevano lavorato negli ultimi 85 anni in ciascuna delle diocesi. Non importa se sono ancora attivi, in pensione o morti. Non importa se erano incardinati (legalmente attaccati) a una diocesi o semplicemente prestati da una congregazione. “Dacci un elenco di tutti gli abusatori che puoi identificare”, gli hanno chiesto senza mezzi termini i vescovi e gli arcivescovi del Quebec.

    Il giudice Denis ha trovato 87 abusatori.

    Il rapporto non specifica lo stato degli abusatori. Sono laici, membri di congregazioni religiose, sacerdoti, vescovi? “L’audit ha identificato 87 persone, ovvero l’1,28% del personale studiato, il cui fascicolo documentava accuse confermate o fondate di abusi sessuali commessi contro minori o adulti vulnerabili dall’anno 1940. Si legge nel comunicato stampa congiunto diffuso questa mattina.

    “Ho identificato 87 abusatori. La maggior parte delle persone è morta, alcune sono molto anziane”, osserva per primo il giudice in pensione André Denis. Poi, diventa più preciso: «la stragrande maggioranza sono sacerdoti. Ci sono anche due diaconi”. Ci sono i laici? “No”, decide.

    Ricerca esauriente

    “Ho avuto accesso a tutti i locali, archivi, caveau, archivi segreti, appunti dei vescovi nel corso degli anni”, ha detto il giudice Denis. “Nessuno mi ha impedito di fare il mio lavoro.”

    La sua prima esigenza per arrivare in qualsiasi diocesi era sempre la stessa: ottenere liste complete. Quella dei sacerdoti incardinati dal 1940, ma anche quella dei sacerdoti membri di congregazioni che prestavano servizi in parrocchia la domenica. E quella del personale chiamato ad agire nella pastorale parrocchiale o diocesana.

    Poi “ho chiesto di avere accesso agli archivi riservati” della diocesi. Cosa che non gli è mai stata negata. “Ho cercato ovunque. Ero un po’ un rompiscatole”, ammette oggi. Negli uffici diocesani di Montreal, che occupano un grande edificio in Sherbrooke Street West, “sono andato a tutti i piani”, dice. “Avevo con me una persona che aveva tutte le chiavi degli uffici.”

    Il giudice ha esaminato ogni elemento contenuto nei circa 10.000 fascicoli a lui sottoposti. Se il suo verbale cita solo 6809 fascicoli, è perché in alcune diocesi – “Montreal, per non nominarlo” – il fascicolo di un sacerdote si trova, identico o quasi, in più dipartimenti. In queste cartelle ci sono documenti che vanno dalla richiesta di entrare nel Seminario Maggiore alla lettera di pensionamento. “Vi assicuro che ho letto tutto.”

    Il giudice André Denis ha anche letto, con ancora maggiore meticolosità, ciascuno degli elementi depositati negli archivi riservati che le diocesi conservano sul proprio personale. “Diciamo sempre archivi segreti e non confidenziali, un cancelliere diocesano mi ha corretto”, dice. Ed è proprio lì che ha trovato diversi elementi che gli hanno permesso di identificare i molestatori.

    Prestò particolare attenzione ai piccoli fogli e alle lettere manoscritte, spesso incastrati tra due documenti ufficiali. “C’è tutto”, dice. Come questa denuncia contro un prete che fa omelie troppo lunghe. Lì si tratta di un prete che viene denunciato perché considerato un pessimo amministratore finanziario. Anche in questo caso, un parrocchiano deplora di aver visto un prete in compagnia di ragazze. “Sembrano che si stiano divertendo insieme”, ha scritto. Questi gesti, innocui o riprovevoli, non rientravano nel suo mandato di indagine, riconosce il giudice. Ma li ha ancora annotati nel suo rapporto.

    “Quello che ho esaminato più da vicino sono state denunce o note di abusi sessuali”. Ne ha trovati diversi. “Appena ho visto una lettera come questa, ho dichiarato il prete un molestatore”, dice. “Nel dubbio, l’ho riconosciuto come un abuso”. Spiega che se i genitori hanno effettivamente scritto ai vescovi, ha visto anche le denunce di un sacerdote contro il suo vicario o di un sacerdote contro il suo sacerdote.

    Il giudice Denis è anche ben consapevole del fatto che le denunce contro i sacerdoti nel 1940 non erano legioni. “Nel 1942, se un bambino diceva a suo padre che ‘il signor le curé mi toccava le natiche’, probabilmente riceveva uno schiaffo”.

    “Ma ho visto documenti di 20 anni e persino di 40 anni in cui i vescovi sono rimasti impassibili. Hanno ricevuto una denuncia, i genitori sono stati incontrati e il sacerdote è stato rimosso dal ministero. Riconosce che alcuni sacerdoti sono stati inviati, dopo un periodo di riposo in una casa specializzata, a fedeli di un’altra parrocchia della loro diocesi. Altri ancora rimasero sacerdoti ma non ottennero mai più un incarico in parrocchia, rivelano anche gli atti consultati. “Ma negli ultimi vent’anni, i sacerdoti [abusatori] sono stati esclusi da qualsiasi ministero”, dice. E tutti i sacerdoti, ancora vivi, che ha individuato nella sua indagine – «li contiamo sulle dita di una mano», dice – sono stati «sistematicamente scartati».

    Un riassunto di tre pagine

    Il riassunto della verifica statistica che è stato reso pubblico è di sole tre pagine (compresa una copertina), una in più rispetto al comunicato diffuso ai media l’8 giugno.

    Ma la relazione che il giudice Denis ha preparato su richiesta dei vescovi delle nove diocesi e su cui lavora da dicembre 2020 è piuttosto voluminosa. “Dieci pagine” per spiegare il suo approccio, “ma le appendici, sono più di 500 pagine”, precisa. Ci sono i suoi reperti, elenchi “di tutti i sacerdoti dove non c’è nulla da denunciare”, innumerevoli “commenti e note riferiti a ciascun vescovo” nonché “87 documenti in cui presento le 87 persone identificate come abusatori”.

    Il rapporto completo del giudice Denis non sarà reso pubblico. “Ho fornito a ciascuna diocesi i dettagli. Hanno deciso di fare un comunicato stampa congiunto. Hanno anche scelto di non indicare quanti abusatori sono stati identificati in ciascuna delle diocesi studiate. “Rispetto la loro decisione”, afferma André Denis.

    “All’interno di ogni diocesi, i risultati sono comunicati alla persona designata per ricevere le denunce e li trasmettono a una commissione preposta allo studio dei fascicoli”, assicurano le autorità diocesane nel comunicato congiunto. A Montreal, il difensore civico arcidiocesano, l’avvocato Marie Christine Kirouack, ha ricevuto la relazione dal giudice in pensione Denis.

    On a identifié 87 abuseurs dans 9 diocèses catholiques québécois

  • L’elefante nella stanza

    L’elefante nella stanza

    Federica Tourn – La questione degli abusi nella Chiesa è l’elefante nella stanza che da tempo interminabile le autorità ecclesiastiche hanno continuato a evitare, abbassando gli occhi per non vederlo e scartando di lato per non sfiorarlo. Oggi questo elefante si è fatto sempre più grande e la stanza sempre più piccola, tanto che la Chiesa non può più evitare di prenderlo in considerazione ma, quando lo fa, in genere è per ridimensionarne le proporzioni, incapace di confessare che ormai ostruisce ogni possibilità di vedere con chiarezza l’orizzonte.

    Se usiamo questa metafora per molti versi logora, è per indicare la gravità e la pesantezza delle violenze spirituali, psicologiche, sessuali, di potere che pervadono la Chiesa e che hanno reso asfittica e irrespirabile l’aria per i credenti che chiedono un rinnovamento; violenze che ledono i diritti umani e che per questo hanno visto anche molti cittadini chiedere trasparenza e giustizia per le vittime.

    Proprio da queste due anime è nato il coordinamento ItalyChurchToo: dal desiderio di denunciare una realtà ingombrante e sotto gli occhi di tutti, quella degli abusi nelle parrocchie, nei conventi e nei monasteri, nei grest estivi e negli oratori, nelle comunità ecclesiali e nei seminari, in Vaticano e nelle missioni – insomma in ogni più recondito recesso del mondo cattolico. In modo non molto diverso da quel che è successo nel 2019 in Germania con il movimento Maria 2.0, che ha visto donne credenti ribellarsi in seguito allo scandalo degli abusi nel paese, lo scorso febbraio alcune associazioni femminili (Osservatorio interreligioso sulle violenze contro le donne, Donne per la Chiesa, Voices of Faith) si sono rivolte ai pochissimi organi di stampa sensibili (fra cui la stessa Adista) e, soprattutto, alle associazioni delle vittime per rompere l’assordante silenzio sul tema in Italia.

    Come spesso è accaduto negli ultimi anni, dal Tribunale delle donne di Sarajevo alle tante manifestazioni in difesa della democrazia in Bielorussia, Polonia, Argentina e Stati Uniti (soltanto per fare alcuni esempi), è ancora una volta dai movimenti delle donne che viene la denuncia delle discriminazioni e la spinta alla giustizia sociale. Così come è dei femminismi il richiamo a mettere al centro gli esclusi, che siano donne, persone lgbtq o razzializzate, vittime di guerra o di violenza. La sfida di questa rete nata dal basso si è subito concretizzata in un lavoro capillare di studio e monitoraggio delle possibilità di intervento, nel solco di chi altrove – per esempio in Francia con la Commissione Ciase – sta già affrontando il problema.

    Così in poco tempo il coordinamento è diventato un cane da guardia della Chiesa in Italia, piccolo ma determinato a non mollare la presa. Alla vigilia della 76esima assemblea generale della Cei, ItalyChurchToo ha inviato ai vescovi una lettera con una serie di richieste ben precise: prima fra tutte, l’istituzione di un’inchiesta indipendente sui casi di violenza su minori e adulti nella Chiesa, l’apertura di tutti gli archivi, l’applicazione del certificato antipedofilia anche per il clero e il volontariato cattolico e il risarcimento per le vittime.

    Sì, perché anche in questo caso, al centro di questo enorme rimosso ci sono loro, le vittime di abusi. O meglio, i sopravvissuti e le sopravvissute, parola che rende meglio lo sforzo enorme che impiegano ogni giorno per non rimanere schiacciati da questo elefante, sopraffatti dalla sofferenza per essere stati manipolati, plagiati, toccati, stuprati quando erano piccoli, indifesi, o in una condizione di dipendenza. Sono religiose costrette al silenzio, ex bambini abusati, non di rado provenienti da situazioni di vulnerabilità fisica o sociale, alcuni persino disabili (ricordate il caso dell’Istituto Provolo? E non è certo l’unico).

    Persone la cui vita è marchiata dalla violenza subìta, che lascia segni permanenti, come ha ricordato Francesco Zanardi al neo presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi, durante la conferenza stampa finale dell’sasemblea dei vescovi. Zanardi ha detto una cosa semplice e terribile: le vittime stanno male. Sviluppano malattie psicosomatiche, prendono psicofarmaci per tirare avanti, alcune non riescono a uscire di casa e instaurare relazioni sane o fanno uso di sostanze stupefacenti, a volte – anche giovanissime, come nel caso di Eva Sacconago – si suicidano.

    Perché è importante entrare nel dettaglio del dolore? Perché, per esempio, esporre dei manifesti di figure umane con la biancheria macchiata di sangue, come Zanardi e ItalyChurchToo hanno fatto durante il flash mob davanti alla Nunziatura a Roma, il 27 maggio scorso? Perché lo stupro è questo: dolore, vergogna, spavento, mani e gambe che tremano, disgusto, sangue. Non c’è niente di pulito nello stupro, così come le vittime – i sopravvissuti – non sono una categoria astratta di cui «occuparsi», come ha detto lo stesso cardinale Zuppi mentre illustrava la “via italiana” alla lotta contro gli abusi sui minori e le persone vulnerabili. Non sono una categoria senza nome, sono persone con una vita e un vissuto personale che dà loro il diritto di essere interpellati per primi. La Chiesa però se ne guarda bene, anche quando dice che il suo primo pensiero va alle vittime.

    L’atteggiamento “caritatevole” delle gerarchie nei confronti dei sopravvissuti alla violenza clericale mi ricorda quello dello Stato nei confronti dei migranti: dispone delle loro vite, spesso per anni, senza coinvolgerli in alcun modo nel processo di accoglienza (quando esiste). Lo stesso fa la Chiesa, con un paternalismo disarmante, che unisce parole vuote di comprensione alla gestione “in proprio” di questioni che riguardano innanzitutto la vita e il dolore altrui.

    La premurosa attenzione della Chiesa in Italia, infatti, è finora andata innanzitutto ai responsabili degli abusi; a questi preti che, come ha sottolineato il cardinale Zuppi, «restano comunque figli nostri, che madre Chiesa non può abbandonare». Quale madre, però, per amore del figlio che sbaglia, invece di metterlo di fronte alle sue responsabilità, mente per lui? Una madre corregge il figlio proprio perché lo ama, perché il suo compito non è certo quello di occultarne le colpe a detrimento di persone innocenti.

    Proprio perché si definisce madre, come ha potuto la Chiesa, davanti alle denunce di pedofilia, spostare semplicemente il sacerdote in un’altra diocesi ed esporre altri bambini a una possibile reiterazione del delitto? Cosa che, inutile dirlo, si è troppo spesso puntualmente verificata, come testimoniano gli atti dei processi. Reagirà ora la Chiesa alle tantissime domande di giustizia che arrivano dal basso? La casella di posta elettronica di ItalyChurchToo continua a riceverne ogni giorno, con messaggi spesso strazianti di credenti che si uniscono all’appello perché sia fatta finalmente chiarezza. «Dobbiamo farci ferire dall’ascolto», ha ripetuto giustamente monsignor Zuppi in chiusura dell’assemblea della Cei.

    La Chiesa deve appunto fare questo: coinvolgere chi è stato ferito nel piano per contrastrare la violenza clericale e denunciare i responsabili, tutti, non soltanto quelli degli ultimi vent’anni. Se non farà questo, se non avrà il coraggio di mettersi a nudo e consegnare senza ulteriori indugi ogni archivio e ogni prova nelle mani di una commissione realmente indipendente, se non avrà la chiarezza evangelica di cedere il passo e la parola alle vittime di tanto dolore e ingiustizia, l’elefante che fino ad oggi ha cercato di addomesticare stavolta la travolgerà.

    https://www.adista.it/articolo/68167

  • Lucetta Scaraffia: «Noi, tre nonne, raccontiamo le vittime di abusi»

    Lucetta Scaraffia: «Noi, tre nonne, raccontiamo le vittime di abusi»

    Va dritto al cuore dell’argomento il titolo di un saggio-inchiesta che scandaglia, con dati e testimonianze, le giovani vite delle vittime e i vizi dei carnefici appartenenti alla società dei religiosi (sacerdoti e parroci, numerosi e “insospettabili”), chiamando direttamente in causa le gerarchie della Chiesa Cattolica Romana. Da un’idea di Lucetta Scaraffia, storica e giornalista, Agnus Dei.

    Gli abusi sessuali del clero in Italia , Solferino editore, è un rapporto che, senza ricorrere a toni scandalistici, colpisce la sensibilità del lettore, anche il meno sprovveduto. Assieme a Scaraffia hanno lavorato e firmato il volume la storica Anna Foa e la vaticanista del Messaggero , Franca Giansoldati.

    Ma c’è anche il lavoro di altre due donne, Mariella Balduzzi e Maria Angela Rosignoli. Che hanno collaborato al riordino dell’archivio di riferimento e quindi alla preparazione del materiale, trovato nel sito dell’associazione Rete l’Abuso, fondata da una vittima, Francesco Zanardi.

    Cinque anni da incubo in parrocchia

    Quand’era ragazzino, per cinque anni egli fu oggetto di attenzioni sessuali da parte di uno dei sacerdoti della parrocchia di un centro del Ponente ligure dove viveva. È Zanardi, infatti, il catalizzatore dell’inquietante casistica citata nell’opera, e in parte raccontata. Si tratta di oltre 320 casi raccolti (dal 2010), di cui 159 riguardano religiosi condannati in via definitiva. I restanti o sono spariti o il giudizio è ancora in corso. «Mariella, Maria Angela ed io siamo tre nonne» sottolinea Lucetta Scaraffia. «Le nonne, si sa, sono le prime a preoccuparsi dei nipoti. Attente e vigili, nel timore che possano incorrere in pericoli».

    Aggiunge: «Il fatto che all’elaborazione di questo libro abbia partecipato un nucleo tutto femminile è significativo. Sono le donne che hanno spinto per cambiare la legge sullo stupro. Sono le donne che colgono meglio la gravità degli abusi sessuali, vissuti talvolta sulla loro pelle».

    «SONO LE DONNE CHE COLGONO MEGLIO LA GRAVITÀ DELL’ABUSO SESSUALE, VISSUTO TALVOLTA SULLA LORO PELLE. QUALCHE PASSO IN AVANTI C’È, MA NON BASTA»

    In premessa a quanto viene narrato nelle pagine di Agnus Dei , una constatazione: negli ultimi decenni gli abusi sessuali del clero hanno suscitato clamore in quasi tutti i Paesi cattolici; da qui l’avvio di inchieste indipendenti per misurare l’ampiezza del fenomeno. E ciò in una Chiesa dove l’abuso è ancora considerato una trasgressione del sesto comandamento (“non commettere atti impuri”) senza che il diritto canonico ne consideri l’effetto e soprattutto le conseguenze per le vittime. Vero è che soltanto in Italia e in Spagna le conferenze episcopali si rifiutano di collaborare con possibili inchieste. Si può dire che le autrici di questo libro, che hanno fatto parte della redazione Donna Chiesa Mondo (mensile dell’ Osservatore Romano ), suppliscono in qualche misura, mettendo il dito nella piaga e portando in evidenza ciò che si vorrebbe eclissare.

    I dati forniti da Rete l’Abuso

    Lo avevano fatto con alcuni articoli sulla rivista vaticana e ora con Agnus Dei continuano il lavoro di denuncia. Dunque, per la prima volta si cerca di capire la situazione italiana, mettendola a confronto con quella degli altri Paesi. Dall’archivio di Rete l’Abuso, unico in Italia nel suo genere, esce un quadro preoccupante, che, a quanto pare, non scuote abbastanza l’immobilismo della Chiesa. Per restare agli ultimi anni, quali sono state le posizioni dei pontefici, Benedetto e poi Francesco? Qualche passo avanti va registrato, ma non basta. Sul filo degli esempi e delle storie individuali, sconcertanti, di carnefici e vittime, e delle reazioni blande per non dire ipocrite delle gerarchie cattoliche, le autrici auspicano il cambio di rotta. Pena, la credibilità della Chiesa.

    Occorre innanzitutto la chiara condanna, oltre a un ripensamento del concetto di sessualità. Di più: la conseguente riconciliazione con le vittime deve passare anche dagli indennizzi finanziari per aiutare le persone a ricostruire la propria integrità.
    «In verità, i vescovi non difettano di generosità economica, ma i benefici vanno ai sacerdoti posti sotto accusa dai tribunali laici, sempre che si arrivi al processo».

    Nel libro, viene citato don Giuseppe Rugolo, prete siciliano finito nei guai, e debitamente foraggiato dal vescovo.
    «Al giudice che lo interroga, l’alto prelato ammette di aver pagato a Rugolo, con i soldi della curia diocesana, cioè dell’8 per mille, un debito precedente, la parcella dell’avvocato e 20.000 euro per migliorare la sua sopravvivenza a Ferrara, dove era stato trasferito presso il Seminario arcivescovile».

    C’è un elemento che accomuna quasi tutte le storie di abuso: le vittime appartengono a ceti sociali inferiori, a famiglie povere e/o disastrate. Ragazzini fragili che dovrebbero trovare nelle parrocchie e negli oratori accoglienza in luoghi sicuri. Succede invece che si ritrovino nella tana del lupo. È proprio il caso di Francesco Zanardi, colui che, squassato da un’esperienza drammatica, è riuscito poi a farne tesoro. Rete l’Abuso, da lui fondata, è diventata, infatti, un punto di riferimento per altre vittime. Dalle vicende riportate in Agnus Dei esce una galleria di molestatori seriali. Prendiamo una storia simbolo, emersa dopo molto tempo. Riguarda l’istituto religioso per sordomuti Antonio Provolo di Verona. Nel 2010, 67 ex ospiti, uomini e donne tra i cinquanta e i sessant’anni di età, rompono il silenzio e accusano numerosi sacerdoti della Congregazione Compagnia di Maria di averli sottoposti a molestie e violenze, quando erano bambini. I fatti risalgono dagli anni ‘50 in poi. Bruno, Guido, Carla, Lina, Giovanna… scrivono con crudezza: «Nella stanza adibita a confessionale della chiesa, alcuni preti approfittavano per farsi masturbare e palpare a loro volta da bambine e ragazze». Ancora: «I rapporti sodomitici avvenivano nel dormitorio, nelle camere dei preti e nei bagni…».

    Consapevoli di non poter adire alle vie legali per intervenuta prescrizione dei reati, queste persone, per ottenere giustizia, si appellano alla Chiesa.
    «I loro tentativi restano lettera morta».

    Il copione, con sfumature diverse, si ripete, pagina dopo pagina. Vogliamo citare il caso di don Ruggero Conti, estroverso e carismatico sacerdote di Selva Candida, zona periferica della Capitale?
    «Grandi doti organizzative, apprezzato dai parrocchiani, ha blandito, irretito, molestato e commesso abusi su numerosi ragazzi che lo amavano come un padre. Per inchiodarlo alle sue responsabilità ci sono voluti anni, fra l’incredulità della gente e la superficialità del vescovo. Che invece di rimuovere il sacerdote sospettato, allontanò dalla parrocchia un collega, considerato il calunniatore. Don Ruggero viene arrestato nel 2008, e condannato nei tre gradi di giudizio fino alla sentenza di Cassazione (2015). Ma la sospensione a divinis scatta soltanto dopo la prima condanna, nel 2011. Fino ad allora nessun provvedimento, neppure a scopo cautelativo, viene preso dall’autorità ecclesiastica. La morte lo coglie nel 2020 a Verbania in una clinica per preti problematici. Alle esequie partecipa una folla commossa di amici e conoscenti che non avevano mai creduto alla sua colpevolezza».

    https://www.corriere.it/sette/attualita/22_maggio_30/lucetta-scaraffia-noi-tre-nonne-raccontiamo-vittime-abusi-5f5eaf7a-dc39-11ec-b480-f783b433fe60.shtml

  • Chiesa e abusi: “Venga istituita una commissione”

    Chiesa e abusi: “Venga istituita una commissione”

    C’era anche il bresciano Michelangelo Ventura a Roma alla presentazione della lettera inviata alla Cei in occasione della sua 76esima assemblea generale sul tema degli abusi nella chiesa. L’evento è stato organizzato lo scorso 27 maggio all’associazione “Stampa estera” dal “Coordinamento delle associazioni contro gli abusi nella chiesa cattolica” (ItalyChurchToo). Fondato il 15 febbraio 2022, il Coordinamento ha visto l’adesione di decine di realtà, laiche e cattoliche, in primis “Rete l’abuso”, l’associazione italiana delle vittime di preti pedofili che, dal 27 maggio, ha ricevuto centinaia di segnalazioni di molestie e abusi.

    Ventura fa parte del Coordinamento, oltre che di “Noi siamo chiesa”, e da questa esperienza nella Capitale ha portato nella nostra città “il messaggio che anche qui c’è bisogno di verità sugli abusi all’interno della chiesa, per fare giustizia e risarcire le vittime, persone che, quando riescono ad esternare la loro sofferenza, si definiscono “sopravvissute”. Risarcire sia sul piano giuridico morale sia su quello economico, per far fronte alle spese processuali e di cura”.

    Le vittime, anche nel Bresciano “ci sono sicuramente, ma è difficilissimo raggiungerle”, continua Ventura, segnalando che sul sito www.retelabuso.org sono indicati alcuni episodi e, nel 2016, fu stilata una “mappa” delle diocesi dove sono stati attestati casi di abuso da parte di preti. Tra queste vi era anche Brescia, con tre casi dettagliati, due in città e uno in provincia.

    Del resto qualche mese fa padre Hans Zollner, teologo e psicologo parte della commissione pontificia cui papa Francesco ha affidato la prevenzione degli abusi sessuali nella chiesa, ha dichiarato: “Abbiamo dei criminali fra noi perché ormai il fenomeno è chiaro, cioè che nel mondo in ogni regione tra il 3 e il 5% dei preti è un abusatore”.

    “Quindi – aggiunge ancora Michelangelo Ventura – anche nella nostra realtà bresciana siamo propensi ad immaginare che il fenomeno sia da sempre esistito e purtroppo sottaciuto: se lo sostiene un prelato interno alla chiesa vuol dire che il tema è molto concreto”.

    A Roma il flashmob è stato molto d’impatto: alcuni attivisti, nelle vicinanze della Nunziatura apostolica, hanno esposto cartelli con foto di uomini e donne con biancheria intima macchiata di sangue, ispirati da una protesta organizzata in aprile in Estonia, per attirare l’attenzione sulle presunte violenze dei russi contro le donne in Ucraina.

    Ma ogni azione di “ItalyChurchToo” non vuole essere un attacco alla chiesa, anzi, ribadisce Ventura: “Vogliamo liberare la nostra chiesa da questo peso, aiutarla ad essere una chiesa con la piena fiducia e partecipazione dei suoi fedeli; per questo chiediamo una commissione di inchiesta indipendente: aspiriamo ad una chiesa altra, trasparente. Ci sono tanti sacerdoti che si spendono sul territorio, c’è una chiesa viva e degna di liberazione. Il vero ente che dovrebbe indagare è lo Stato italiano e la chiesa dare la sua piena collaborazione, come chiesto anche dall’Onu in più occasioni. Questo aiuterebbe la chiesa ad essere davvero libera, evangelica”.

    I.Pan.

    (trascrizione da BRESCIAOGGI, 1 giugno 2022)

  • La Chiesa italiana indaga sugli abusi sessuali, ma i critici non sono soddisfatti

    La Chiesa italiana indaga sugli abusi sessuali, ma i critici non sono soddisfatti

    La Chiesa cattolica italiana indagherà sugli abusi sessuali, ha deciso la conferenza dei vescovi italiani nel loro incontro annuale. Un gruppo di scienziati ottiene l’accesso ai documenti della chiesa, con i quali possono mappare lo scandalo degli abusi dal 2000 ad oggi.

    “Questa è una nuova via. La via italiana”, ha detto in conferenza stampa il presidente della Conferenza episcopale Zuppi. A differenza di molti altri paesi europei, l’Italia non ha mai indagato sugli abusi sessuali. Anche se ora le cose stanno cambiando, è difficile trovare soddisfazione tra le vittime. Ritengono che il disegno dello studio sia inadeguato.

    “Spesso le vittime di abusi impiegano anni per affrontare il loro trauma, per non parlare di denunciarlo”, ha detto Francesco Zanardi, che in gioventù è stato abusato da un prete. “Mi ci sono voluti trent’anni prima che potessi riconoscere che ero una vittima e denunciarlo. Indagare solo negli ultimi vent’anni non è abbastanza”, dice.

    Poiché Zanardi è stato abusato negli anni ’80, il suo caso è al di fuori dell’ambito delle indagini.

    Zanardi da anni mappa i casi di abusi sessuali in Italia con la sua organizzazione Rete l’Abuso:

    Un’altra critica è che l’indagine annunciata dai vescovi si baserà solo su documenti della Congregazione per la Dottrina della Fede, dove le accuse di abusi ecclesiastici sono gestite internamente. Restano chiusi gli archivi di monasteri, diocesi, scuole cattoliche e altre istituzioni ecclesiastiche.

    “La tendenza nella Chiesa è sempre quella di proteggere l’istituzione, dimenticando tristemente le vittime”, spiega Franca Giansoldati. Come giornalista segue da anni la Chiesa italiana. Secondo lei, qualcosa è cambiato negli ultimi cinque anni, ma gli abusi sessuali rimangono un argomento delicato. “La grande maggioranza dei vescovi è semplicemente contraria alla pubblicazione di quegli archivi”.

    L’inchiesta che ora è stata annunciata sembra essere il più alto compromesso possibile tra i vescovi italiani, fortemente in disaccordo. Il cardinale Zuppi definisce questa ricerca “un primo passo”, suggerendo che in futuro si potrebbe fare di più per assistere le vittime di abusi.

    “Indagine indipendente”

    L’attivista Francesco Zanardi ha poca fiducia nella Chiesa e soprattutto spera che lo Stato italiano intervenga nella vicenda. “In primo luogo ci deve essere una commissione d’inchiesta indipendente per indagare sul passato. Dopodiché, una commissione parlamentare dovrebbe esaminare quali falle nella legge devono essere colmate per prevenire abusi in futuro”.

    Zanardi ha fatto diversi tentativi per indurre all’azione la giustizia italiana, ma per ora resta in silenzio. “Non sono ottimista, sarei matto”, sospira l’attivista.

    Nonostante la delusione, continua a tenere traccia e archiviare i casi di abuso per l’anno 2000. “Se le autorità vogliono i dati, possono venire a prenderli. Sono felice di fornirli”.

    https://nos.nl/artikel/2430489-italiaanse-kerk-onderzoekt-seksueel-misbruik-maar-critici-niet-tevreden

  • Il sesso degli angeli. Pedofilia, femminismo, lgbtq+: il dibattito della Chiesa

    Il sesso degli angeli. Pedofilia, femminismo, lgbtq+: il dibattito della Chiesa

    Quando il cardinale Carlo Maria Martini diceva che la Chiesa è “indietro di 200 anni”, non citava una cifra a caso: è per reazione alla Rivoluzione francese, infatti, che il cattolicesimo ha congelato la propria morale sessuale, ultimo ambito nel quale, perduto il potere politico, può ancora esercitare un’influenza determinante sui propri fedeli.

    E così, mentre è evoluta sui fronti più svariati, dal rapporto con le altre confessioni alla dottrina sociale, quando si tratta di sesso Santa Romana Chiesa rimane strenuamente anacronistica. Ma l’epocale crisi degli abusi sessuali ha creato una frattura profonda.

    E Francesco, un papa non ossessionato dai peccati “sotto la cintura”, ha relativizzato molti tabù e fatto spazio alle obiezioni, anche ai conflitti, che covavano da tempo sotto la cenere. Questa inchiesta giornalistica dà voce a attivisti, storici, sociologi, teologi, preti, giornalisti, donne e uomini che in questi anni hanno portato alla luce una “opinione pubblica” cattolica tutt’altro che monolitica e un dibattito ormai non più rinviabile.

  • Pedofilia – La Chiesa del “silenzio” di papa Wojtiyla e la crisi di sistema nata dall’ossessione del sesso – FQ

    Pedofilia – La Chiesa del “silenzio” di papa Wojtiyla e la crisi di sistema nata dall’ossessione del sesso – FQ

    Quanto fa male il sesso alla chiesa? Per citare il cardinale Martini , il cattolicesimo in materia, è rimasto “indietro di 200 anni”. A differenza di altri campi della vita dove, invece, il Vaticano è stato dentro la storia.

    Iacopo Scaramuzzi, vaticanista di Askanews, affronta questa ossessione clericale (di cui non c’è traccia nel Vangelo) in maniera completa e densa di spunti nel suo saggio Il sesso degli angeli. Pedofilia, femminismo, lgbtq+: il dibattito nella chiesa (edizione dell’asino).

    La questione pedofilia è centrale e la prima notazione è decisiva: oramai siamo oltre lo scandalo. Gli abusi sui minori, che coprono interi decenni e coinvolgono tanti paesi nel mondo, hanno provocato una crisi di sistema nella Chiesa, che mette in delusione il modello di governo dei cattolici. A cominciare dai vescovi.

    Per stare sull’attualità: venerdì scorso il neo-presidente della Cei cardinale Matteo Zuppi, ha annunciato un report annuale e un’indagine dal 2000 in poi. Aggiungendo: “Ci prenderemo le botte che dobbiamo prenderci”.

    A prescindere ora dalle buone intenzioni di don Matteo, “prete di strada” voluto da papa Francesco, siamo sicuri che i vescovi siano le persone giuste per fare giustizia?

    Leggendo la ricerca di Scaramuzzi il dubbio si radica in profondità. L’autore intervista Jason Barry, “il primo cronista della storia ad indagare sugli abusi sessuali del clero sui minori “ (a partire da un caso del 1983 in Luisiana), e questi indica nella “segretezza patologica dei vescovi” il maggiore ostacolo alla verità. Di qui lentezze omertà e vittime abbandonate a se stesse. È la chiesa come fortino medievale che insabbia e si difende senza se e senza ma, proteggendo i suoi pastori accusati di essere predatori sessuali, si consolida soprattutto sotto il lungo pontificato di Giovanni Paolo II, oggi santo.

    Il profilo del papa polacco si scorge varie volte nel libro ed emerge nella lunga testimonianza di Mary McAlesee, presidente della Repubblica d’Irlanda dal 1997 al 2011 e oggi tra le voci più autorevoli del femminismo cattolico. McAlisee parla del sistema sinodale (i vescovi al solito) come di un “piccolo club clericale”  e della “cultura del silenzio” sulla pedofilia. Rivela: “durante la mia seconda visita a Giovanni Paolo II nel 2003, ho incontrato il papa (…), poi ho avuto una conversazione molto più lunga con il cardinale Angelo Sodano, all’epoca Segretario di Stato. E all’ora “premier” vaticano, morto venerdì scorso a 94 anni, le fece “presente il desiderio della Santa Sede di avere un concordato con l’Irlanda che proteggesse gli archivi e la documentazione della chiesa conservata nelle diocesi irlandesi e a Roma. Io sono rimasta sconcertata che anche solo sollevasse la questione con me”. Conclusione “gli ho detto subito che non avrei accettato. (…) Sodano non era per niente contento”.

    Quello di Scaramuzzi non è però un j’accuse anti-clericale. Anzi. L’autore conosce bene la chiesa e descrive la fatica di Francesco contro l’ossessione della morale sessuale, pilastro della dottrina e del clericalismo.

    E come nel 1978 la contraccezione segnò una frattura, uno scisma tra la chiesa e i credenti, oggi la frontiera decisiva è quella dell’omosessualità.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2022/05/30/pedofiliala-chiesa-del-silenzio-di-papa-wojtyla-e-la-crisi-di-sistema-nata-dallossessione-del-sesso/6609222/