Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Bernard Preynat: trovato morto il sacerdote condannato per violenza su minori, gestiva i campi scout

    Bernard Preynat: trovato morto il sacerdote condannato per violenza su minori, gestiva i campi scout

    Bernard Preynat aveva ammesso di aver praticato “carezze” definite proibite ai ragazzini che partecipavano i campi scout. E per questo era stato condannato. Alla vicenda che lo aveva visto protagonista è stato ispirato anche un film. È stato ritrovato morto, a 79 anni, nel bagno della sua casa di Saint-Etienne l’ex sacerdote condannato per violenza sessuale su minori. Per accertare le cause della morte è stata aperta un’inchiesta.

    La condanna a cinque anni di carcere è arrivata nel 2020: lo scandalo che lo aveva coinvolto è stato uno dei più mediatici a proposito di accuse di abusi da parte di sacerdoti. Aveva riguardato alti prelati, le accuse riguardavano ragazzi minorenni tra i 7 e i 14 anni nel corso di campi scout che Preynat aveva gestito tra il 1971 e il 1991. Aveva ammesso nel corso del processo di aver praticato “carezze” proibite. Il pubblico ministero Dominique Sauves lo accusò di aver “spezzato” delle vite e di aver “usato il silenzio dei genitori e della Chiesa” per incrementare i suoi abusi. Uno degli avvocati delle parti civili aveva stimato il numero di vittime tra 3.000 e 4.000.

    Non soltanto un caso di abusi ma anche di insabbiamento. Il processo aveva coinvolto anche il superiore di Preynat, l’arcivescovo e cardinale Philippe Barbarin. L’ex sacerdote era rimasto in carica nella diocesi di Lione fino all’autunno del 2015, era stato sospeso a divinis solo nel 2019 alla fine di un processo canonico, lo stesso anno era stato condannato Barbarin poi assolto in Appello, nel 2021 Preynat era stato incarcerato nel 2021 nel centro penitenziario di Saint-Etienne-La Talaudière, nella Loira. Aveva chiesto perdono alle nove vittime che avevano testimoniato, la prescrizione aveva impossibilitato altre denunce.

    Barbarin si era comunque dimesso, oggi è cappellano in Bretagna. Preynat si trovava “da diverse settimane” nella casa di Saint-Etienne, presso la quale era stato rilasciato. La Procura ha fatto sapere che sulle cause della morte “non c’è nulla di sospetto sul suo corpo che sarà sottoposto ad autopsia entro pochi giorni”. La vicenda aveva ispirato il film Grâce à Dieu, diretto da François Ozon, del 2019, tratto dalla lotta e dall’impegno dell’associazione delle vittime, “Le Parole Libere”.

    Bernard Preynat: trovato morto il sacerdote condannato per violenza su minori, gestiva i campi scout

  • Padre Paolo Contini e gli abusi in seminario, i sacerdoti di Oristano chiedono «un equo processo canonico»

    Padre Paolo Contini e gli abusi in seminario, i sacerdoti di Oristano chiedono «un equo processo canonico»

    Un gruppo di sacerdoti dell’Arcidiocesi di Oristano si è riunito alla presenza dell’Arcivescovo, mons. Roberto Carboni, per incontrare padre Paolo Contini e ascoltare il suo racconto legato alla denuncia per gli abusi subiti nel seminario dei frati minori conventuali in Oristano, durante gli anni della sua formazione iniziale.

    «Come sacerdoti dell’Arcidiocesi di Oristano manifestiamo piena solidarietà nei confronti di padre Paolo Contini e chiediamo, con lui e per lui, un equo processo canonico – dichiarano -. Prendiamo le distanze da chiunque volesse difendere o minimizzare la responsabilità di chi si è macchiato degli abusi.

    Esprimiamo la nostra decisione di stare dalla parte della vittima e nel condannare, senza alcun indugio, tutti i casi di pedofilia e di abusi sui minori e sulle persone vulnerabili, come tutti i pedofili e le persone che abusano in qualsiasi ambito, sia esso familiare, civile o ecclesiale, della fiducia delle persone minori loro affidate. La denuncia di padre Paolo non è un fatto privato, ma è una ferita che addolora e coinvolge tutta la Chiesa e per questo manifestiamo ad alta voce contro il reato di pedofilia e chiediamo giustizia per il nostro confratello che ne è stato vittima. Auspichiamo che anche l’Ordine Francescano Conventuale prenda una ferma posizione di condanna sulla vicenda».

    https://www.unionesarda.it/news-sardegna/oristano-provincia/padre-paolo-contini-e-gli-abusi-in-seminario-i-sacerdoti-di-oristano-chiedono-un-equo-processo-canonico-m25pkzuv

  • “Mia sorella Emanuela è stata riconsegnata, ma non alla famiglia. Era coinvolto il cardinale Poletti”: le rivelazioni di Pietro Orlandi. E spunta un nuovo nome

    “Mia sorella Emanuela è stata riconsegnata, ma non alla famiglia. Era coinvolto il cardinale Poletti”: le rivelazioni di Pietro Orlandi. E spunta un nuovo nome

    “Mi scrivono sacerdoti e suore da ogni parte del Mondo per darmi sostegno nella mia battaglia. Non comprenderò mai perché il Vaticano preferisce subire i dubbi di mezzo mondo, piuttosto che dire cosa c’è dietro alla vicenda di Emanuela. Si tratta di qualcosa di pesante ma devono uscirne fuori. Qualunque sia la verità. Prima o poi crollerà tutto quel fango. Soltanto dopo, si potrà ricostruire una Chiesa nuova”: sono parole di speranza, nonostante tutto, quelle di Pietro Orlandi che ieri, sabato 22 giugno, ha tenuto a Piazza Cavour a Roma il 41esimo sit-in, nell’anniversario della scomparsa della sorella Emanuela Orlandi, la 15enne rapita il 22 giugno del 1983 nel cuore di Roma. Orlandi, che da 41 anni invoca giustizia per sua sorella, ha tracciato un possibile scenario su come e perché la vita di sua sorella sia stata risucchiata da un mistero senza fine.

    “Mia sorella è servita a livello mondiale per portare a termine un ricatto ma una ragazzina, anche se cittadina vaticana, non può essere il solo oggetto del ricatto. Il fatto che sia cittadina vaticana è servito solo a mettere pressione, ma l’oggetto del ricatto è stato presentato prima del rapimento. Lei è stata usata solo a livello mediatico”. “Questi 40 anni ce li ho tutti in testa, c’è chi mi ha accusato di andare in tv per soldi. Sono tutte bugie, non ho mai preso nemmeno un solo euro. La mia ricompensa è poter parlare di Emanuela, non è una cosa assurda o anomala quello che faccio io. Per me è normale non accettare passivamente un’ingiustizia, andrò avanti sempre”.

    Alle centinaia di persone arrivate ieri a Roma da tutta Italia che sostengono la sua lotta ha provato a raccontare da dove provenga tutta la sua ostinata forza, lasciandosi andare a un racconto più personale: “Immaginate di tenere per mano la persona più cara al mondo, di girarvi e non vederla più. Passano gli anni e non te ne accorgi, sei fermo a quel momento e vale per tutte le famiglie di persone scomparse. Vivi una serenità apparente, la tua vita è legata a quel giorno. Il tempo si annulla, non ha più senso, si dilata. Per me il 22 giugno del 1983 è durato un secondo in più e in quel secondo è racchiuso ciò che è successo a Emanuela. L’unica cosa che mi dà la percezione del tempo è la mia famiglia, mia moglie e i miei figli che sono cresciuti senza conoscere la zia. Se fossi rimasto solo, mi sarei annullato. Avrei vissuto in un mondo surreale, il loro affetto mi tiene aggrappato alla realtà”.

    Tornando sul ricatto, Pietro Orlandi ha fornito nuovi elementi: “C’è ancora qualcuno che ricatta qualcun altro. Vorrei che chi indaga sulla scomparsa di mia sorella – al momento la Procura di Roma, quella Vaticana e la commissione parlamentare – convocassero la persona che mi ha consegnato dei documenti che mi fanno pensare che ci sia un legame in questa storia con l’Inghilterra”. Si tratta di una persona che più di un anno fa ha contattato il fratello di Emanuela Orlandi. Quest’uomo gli ha detto di essere stato coinvolto in una delle fasi del rapimento e di aver poi preso parte al trasferimento della ragazza a Londra in un appartamento adiacente a un convento gestito dai padri Scalabriniani. In pratica, è stata una sorta di suo carceriere pur non avendo avuto contatti diretti con la ragazza nella fase di prigionia. Secondo quest’uomo, vicino sia alla malavita romana che al gruppo dei Nar (nuclei armati rivoluzionari) e in particolare al gruppo guidato da Stefano Soderini (fonte: Notte Criminale di Alessandro Ambrosini) “a gestire la situazione di Emanuela sarebbe stato il cardinale Ugo Poletti. Lui spesso parlava con mia sorella a Sant’Apollinare, Emanuela lo conosceva bene come conoscevamo bene altri cardinali e prelati, essendo nati e cresciuti in Vaticano. Quest’uomo mi disse che per Poletti era difficoltosa e dolorosa questa situazione ma non poteva farne a meno. Mi ha anche detto che tutto era organizzato da più di un anno (come emerge anche dai famosi cinque fogli di Londra venuti fuori, nda). Mi spiegò che c’erano questi “festini” in cui erano coinvolti personaggi importanti e che lui aveva il compito di portare delle ragazzine in queste situazioni. Così è successo anche il 22 giugno del 1983, ma Emanuela ha seguito un altro percorso. Per rapirla si sono serviti di persone della Magliana ed è stato usato anche Poletti. Loro, il Vaticano, erano i ricattati. Ma chi sa la verità e poi viene a casa mia e mi dice che Emanuela è vittima del terrorismo internazionale allora è complice (Papa Giovanni Paolo II, nda). Questa persona di cui parlo che mi ha consegnato i documenti e una foto di una collanina di Emanuela sta in un’inchiesta di Otello Lupacchini. Lo scorso agosto, dopo avermi dato i documenti è sparito, mi scriveva dal dark web. Si è ben premunito, non credo affatto sia questo l’atteggiamento tipico di un mitomane. Ho parlato con Fioravanti (altro terrorista di estrema destra, nda) e si ricorda di lui ma con un altro nome. Ho visto che nell’inchiesta di Lupacchini c’è l’indirizzo di un negozio dove lo si può rinvenire. Ho dato tutto anche alla commissione parlamentare e alla Procura”.

    C’è un altro nome che ieri per la prima volta Pietro Orlandi ha tirato in ballo pubblicamente ed è quello di Stefano Soderini, ex Nar anche lui. Per la Procura è sua la voce di alcune telefonate dei presunti rapitori. “Non a caso, ha detto Pietro Orlandi, sulla sua agenda personale hanno trovato il numero di Poletti. Pare che Poletti si sia avvicinato a loro, non si può trascurare questo dettaglio. La pista di Londra è vera, io ne sono convinto. Penso che Emanuela, dopo che alcune richieste sono state soddisfatte dalle persone ricattate, sia stata riconsegnata ma non alla famiglia perché testimone diretta di cose troppo grosse. Non hanno avuto la coscienza di darla di nuovo in pasto ai criminali perché ci sarebbero stati per sempre dei testimoni e quindi un nuovo ricatto. Qualcuno se si è fatto carico di Emanuela per conto del Vaticano. Seppure fosse ancora viva, le hanno distrutto la vita quel giorno”.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/06/23/mia-sorella-emanuela-e-stata-riconsegnata-ma-non-alla-famiglia-era-coinvolto-il-cardinale-poletti-le-rivelazioni-di-pietro-orlandi-e-spunta-un-nuovo-nome/7597953/

  • Un prete catalano ha abusato per decenni di centinaia di ragazze indigene in Bolivia

    Poco dopo che gli investigatori ecclesiastici boliviani entrarono nella stanza del gesuita spagnolo Luis María Roma Pedrosa, fotografie di decine di ragazze seminude apparvero in ogni angolo: tra le pagine dei libri, nella sua agenda personale, dall’interno delle copertine. dai dischetti, dai cassetti della scrivania, dall’hard disk del tuo computer. Molti di loro erano ritagliati dalla loro silhouette, altri erano composizioni deformate, come collage , in cui venivano combinati volti, gambe e braccia di ragazze diverse. Circondati da tutto ciò, i ricercatori si resero conto di trovarsi nella tana di un mostro. Erano arrivati ​​in quella residenza dei gesuiti a Cochabamba all’inizio di marzo del 2019, su richiesta della direzione dell’ordine in Bolivia, a causa di una recente denuncia di pedofilia contro Luis Roma, detto Lucho. La loro missione era raccogliere prove, intervistare potenziali testimoni e preparare un rapporto con i risultati.

    -È stato orribile. C’erano dozzine di fotografie. Si è cercato di identificare le ragazze copiando i nomi scritti sul retro delle foto e si è verificato se apparissero anche sul giornale, ha spiegato a EL PAÍS una fonte dell’ordinanza.

    —Quale diario?

    —Lucho ha scritto un libro di memorie in cui racconta tutto questo: i nomi delle ragazze e cosa ha fatto con loro.

    Lucho Roma aveva scritto di suo pugno durante il suo soggiorno missionario a Charagua, nel sud-est del Paese, tra il 1994 e il 2005, come aveva fotografato, filmato e abusato di più di un centinaio di ragazze, la maggior parte delle quali indigene Guarani. Almeno 70 di loro sono identificati per nome. Roma ha raccontato l’eccitazione che ciò gli ha causato e le difficoltà che ha avuto nel portare a termine i suoi crimini. Erano 75 pagine, disordinate, molte delle quali senza data e conservate in tre cartelle diverse. Si tratta già del secondo diario conosciuto di un pedofilo gesuita in Bolivia, dopo la pubblicazione un anno fa da parte di EL PAÍS delle memorie del sacerdote Alfonso Pedrajas.

    La scoperta delle memorie di Roma, che finora non ha visto la luce, è stata battezzata dagli ispettori come I Manoscritti Charagua.

    Gli ispettori trascrissero il diario e commissionarono una perizia medico-psichiatrica per studiare gli scritti e analizzare i comportamenti sessuali del gesuita, allora ottantenne e costretto su una sedia a rotelle. Allo stesso tempo, sono stati intervistati su questo argomento una ventina di sacerdoti e laici. C’era solo una parte a cui non potevano accedere: le vittime. Si recarono a Charagua, ma nessuno voleva parlare con loro.

    Le indagini durarono sei mesi e le prove furono così numerose che lo stesso imputato firmò una confessione davanti a un notaio: «Mi sono lasciato trasportare, in alcune situazioni, da atti libidinosi, inappropriati per una persona religiosa, con ragazze dagli otto agli undici anni. Anni.”

    Il tutto è contenuto in un rapporto devastante che conferma il sistematico insabbiamento da parte dell’ordine di questo e di altri casi di pedofilia. Ma poche settimane prima che venissero scritte le conclusioni, Roma morì a Cochabamba a causa di malattie di cui soffriva da anni. Era il 6 agosto 2019 e lui aveva 84 anni. I risultati dell’indagine non sono stati resi pubblici. La Compagnia, l’ordine a cui appartiene Papa Francesco, non ha informato le autorità civili boliviane dei suoi accertamenti né ha tenuto conto della raccomandazione degli ispettori: risarcire le vittime.

    Tutto è rimasto sepolto nell’oblio, fino ad un anno fa. La pubblicazione da parte di EL PAÍS del diario di un altro gesuita spagnolo, Alfonso Pedrajas, in cui ammetteva di aver aggredito sessualmente almeno 85 bambini tra il 1978 e il 2000, ha provocato un terremoto mediatico nel Paese sudamericano. Ciò ha fatto sì che venissero alla luce altri casi, come quello di Lucho Roma.

    Solo dopo quello scandalo l’ordine ha informato le autorità boliviane della denuncia ricevuta contro Lucho Roma e ha consegnato tutti i documenti delle sue indagini. Vale a dire che per quattro anni i gesuiti hanno messo a tacere tutto ciò che sapevano, sia il materiale pedofilo che conservavano nei loro archivi sia i manoscritti. Alla fine, nonostante la pressione dei media e della popolazione, hanno agito. Ma il tribunale ha archiviato il caso poiché le vittime non sono state ritrovate e tutti i fascicoli delle indagini sono rimasti inediti.

    Finora. EL PAÍS ha avuto accesso a tutte le perizie, agli interrogatori, a parte del dossier che Lucho Roma conservava nella sua stanza e ai fascicoli interni dell’ordine che confermano come hanno messo a tacere sia questo caso che altri che questo giornale ha scoperto in Bolivia, tra cui, il caso di Pedrajas e quello del gesuita catalano Luis Tó. Ha inoltre intervistato alcune vittime romane e sei tra specialisti, testimoni, ispettori e psicologi che hanno partecipato alle indagini.

    La luce di questi documenti va oltre l’orrore dei crimini di un pedofilo che ha abusato di decine di ragazze, ma sono la prova, mai vista prima, di come la Chiesa è solita indagare su se stessa e di come poi chiude in un cassetto le informazioni della verità le sue indagini. Un riflesso del costante insabbiamento durato anni.

    Per la prima volta viene pubblicata dettagliatamente un’indagine interna alla Chiesa che, in questo caso, incorpora la testimonianza in prima persona di un pedofilo seriale.

    ILPROVA

    Roma è nato a Barcellona il 12 settembre 1935. Entrò nella Compagnia di Gesù all’età di 18 anni e due anni dopo andò missionario in Sud America per continuare la sua formazione religiosa. Inizia qui un viaggio di 66 anni come insegnante e gesuita. Gli unici dati biografici di questi primi due decenni di religioso sono il suo curriculum vitae : insegnante nella scuola San Calixto di La Paz, nella scuola San Clemente di Potosí, tre anni a Barcellona per studiare teologia (1965-1968) e, indietro, alla Bolivia, direttore della Casa dei bambini Tacata, a Cochabamba – e le descrizioni di alcuni suoi colleghi e superiori.

    Quando Palomera scrive queste righe, Roma era il suo braccio destro a La Paz. Entrambi si conoscevano fin dall’infanzia, a Barcellona, ​​quindi non appena fu promosso quell’anno all’incarico di provinciale – è il grado più alto dei gesuiti in Bolivia e resta in servizio dai quattro ai dieci anni – Palomera andò a Roma come vice-provinciale nella sede della Compagnia nella città di La Paz, dove Roma operava dal 1983 come vicedirettore nazionale dei centri educativi dell’ordine.

    Fu in questa fase che registrò le sue prime aggressioni sessuali. Dai documenti forniti dagli ispettori risulta che nei fine settimana, quando lasciava il lavoro negli uffici della congregazione, si recava nella regione Yungas di La Paz per visitare la comunità indigena di Trinidad e Pampa e che aggrediva sessualmente decine di ragazze.

  • Un gruppo di cattolici smonta, una dopo l’altra, le spiegazioni dell’arcivescovo di Quito sul caso di padre Yumi, presunto abusatore di minorenne

    Un gruppo di cattolici smonta, una dopo l’altra, le spiegazioni dell’arcivescovo di Quito sul caso di padre Yumi, presunto abusatore di minorenne

    Indignazione, impotenza, scandalo e, soprattutto, tristezza per le bugie pubbliche dell’arcivescovado e paura per la macchina autocratica dell’arcivescovo di Quito, Alfredo Espinoza Mateus , che ha lanciato una vera e propria caccia alle streghe contro i denuncianti del caso di Quito. sacerdote e presunto molestatore, padre Miguel Augusto Yumi, che, a quanto pare, aveva chiesto le dimissioni dallo stato clericale ed era fuggito in Colombia.

    Per questo motivo, dopo la pubblicazione del caso sulla DR (rimbalzata sulle reti e su diversi media del Paese), il presule ha lanciato una campagna di ricerca dei denuncianti, soprattutto tra il suo stesso clero.

    Come di solito accade in questi casi e in ogni curia diocesana, i sacerdoti sono divisi. Da un lato, c’è chi ritiene che sia giunto il momento che qualcuno denunci e porti alla luce il marciume degli abusi del clero, coperti nella diocesi di Quito dal sistema (ancora in vigore) di copertura sistematica up e la ri-vittimizzazione delle vittime .

    Dall’altro ci sono, come spiegano le nostre fonti, «coloro che difendono sopra ogni cosa l’arcivescovo, perché gli devono ‘favori’ (sotto forma di case, automobili, appartamenti, lavoro, viaggi e/o, quando si tratta di chierici: uffici, parrocchie privilegiate, nomine importanti, trattamenti di favore…) e, per non perdere quei privilegi, reagiscono come leoni infuriati contro chi come noi scopre e denuncia il caso.”

    Infatti, lo stesso arcivescovo Espinoza ha scritto nella chat dei sacerdoti dell’arcidiocesi: “La vita non consiste nell’avere buone carte, ma nel giocare bene quelle che si hanno”.

    Ebbene, secondo il dettagliato scritto che un gruppo di fedeli cattolici ha inviato alla redazione di Religión Digital , l’arcivescovo, nonostante il suo grande potere, non sembra avere buone carte né giocare bene le poche carte che ha a disposizione. ha a sua disposizione.

    In un lungo documento di 6 pagine , infatti , i denuncianti replicano alla risposta dell’arcivescovado alla denuncia avanzata da RD riguardo al caso di padre Yumi e smontano, una per una, tutte le loro dichiarazioni.

    Con un’accusa fondamentale scritta sotto forma di domanda: “L’arcivescovo di Quito ha presentato denuncia alla Procura dello Stato, come previsto dal diritto della Chiesa (Motu proprio ‘Vos estis lux mundi’ (2023)?”

    Inoltre non confidano che la Dottrina della Fede risponda al prelato di Quito nel 2022, archiviando il caso e, per questo, gli chiedono di “presentare la risposta della Congregazione della Dottrina della Fede del 7 marzo , 2022.”

    Assicurano invece che, contrariamente a quanto sostiene la nota del cancelliere dell’arcivescovado, “ci sono prove che padre Miguel Yumi ha continuato, per volontà di mons. Espinoza, nell’esercizio del sacerdozio nella parrocchia” San Miguel del Common’ (Oyacoto)” .

    I denuncianti chiedono inoltre all’arcivescovo se abbia “accompagnato e assistito, fornito terapie psicologiche” a padre Yumi, così come alla vittima e alla sua famiglia: “L’arcivescovo conosce la madre della vittima o il minore? Li hai visitati? Ha offerto sostegno, consiglio e accompagnamento terapeutico alla vittima e a sua madre?… Si degna di dimostrarlo documentalmente ?

    Dopo molte altre domande e risposte, la lettera del gruppo di fedeli mette in dubbio che, come afferma il documento dell’arcivescovado sul caso Yumi, l’arcidiocesi “sia impegnata nella difesa delle vittime e nella tolleranza zero per gli abusi e le violenze del clero”. , per questo motivo, chiedono a monsignor Espinoza di dire loro:

    “1. Quali programmi di riparazione ha l’arcidiocesi per le vittime di abusi sessuali, in particolare per i minori di 18 anni? 2. Quante vittime sono state assistite dall’arcidiocesi nell’attuale amministrazione? 3. Dove possono rivolgersi le vittime e le loro famiglie per ricevere aiuto nei diversi ambiti: legale, psicologico, medico, economico, spirituale? 4. Quale programma di riabilitazione ha l’Arcidiocesi di Quito per l’autore del reato, perché ne ha bisogno, per quanto tempo e in quali luoghi? 5. Chi sono i professionisti competenti e accreditati per aiutare le vittime e riabilitare l’autore del reato?”

    Testo integrale della risposta di un gruppo di cattolici all’Arcivescovo di Quito in merito al documento “Dichiarazioni dell’Arcidiocesi di Quito, in risposta al rapporto pubblicato da “Religión Digital” (06.03.2024).

     Seguiremo l’ordine della nota, scritta in 12 cifre e paragrafi conclusivi. La prima cosa che salta all’occhio è che la nota è firmata dal cancelliere della curia e non dall’arcivescovo di Quito e primate dell’Ecuador D. Alfredo José Espinoza Matheus, come dovrebbe essere.

    1. Ci sono omissioni fondamentali. Se padre Yumi, nel 2021, è già denunciato per molestie sessuali, si comprende, davanti al Tribunale dell’arcidiocesi, che l’arcivescovo di Quito abbia presentato denuncia alla Procura dello Stato, come previsto dal diritto ecclesiastico (Motu proprio “Vos estis lux mundi” (2023), art 20), perché se ha inviato il risultato della Precedente Inchiesta con voto di verosimiglianza alla Congregazione per la Dottrina della Fede, ciò è dovuto ad un possibile grave delitto di Padre Yumi, sia nella campo di applicazione del Codice organico penale generale ecuadoriano e del diritto canonico. Nella giurisdizione canonica si configura un delitto contro il sesto comandamento nei confronti di una persona minore di 18 anni (cfr. “Sacramentorum sanctitatis tutela” (2001) artt. 1-6 e art. 10; “Normae de gravioribus delictis” (2010 ), art. 6, 1, 1); mentre, nell’ambito della legislazione ecuadoriana, il Codice Penale Organico Complessivo, all’art. 421, dispone che il reato di azione pubblica sia denunciato a chiunque ne abbia conoscenza (!).

    2 e 3. È importante che mons. Espinoza presenti la risposta della Congregazione per la Dottrina della Fede del 7 marzo 2022, che ha archiviato il caso, ma che ha chiesto che padre Yumi “sia canonicamente rimproverato e “imponga rimedi penali”, perché manca di logica giuridica canonica, poiché esistono due tipi di rimedi penali: lo stesso rimprovero canonico e il rimprovero canonico (Codice di Diritto Canonico (CIC, canone 1339). Esistono prove che padre Miguel Yumi, ha proseguito, per volontà dell’arcivescovo Espinoza nell’esercizio del sacerdozio nella parrocchia “San Miguel del Común” (Oyacoto), allora, quale era l’incarico che aveva?, poiché a quel tempo risiedeva nella parrocchia “Nostra Signora Regina del Mondo” (Carcelén- Quito) – di cui è parroco padre Estiven Vallejo, oggi promosso a parrocchia esclusiva “Nostra Signora di Fátima” di Batán-Quito – e, successivamente, il 29 giugno 2023, padre Yumi è stato nominato parroco della parrocchia “San Juan XXIII” parrocchiale. In questo modo, Mons. Espinoza ha esposto le Comunità di Oyacoto e Paquisha, in particolare, alla sua infanzia, ponendo come pastore una persona inadatta (psichicamente e spiritualmente), quando il Codice di Diritto Canonico richiede probità morale, zelo per le anime e, più virtù adeguato alla cura d’anime (can. 521), il che costituisce una gravissima mancanza dell’arcivescovo, il quale afferma di essere a favore delle vittime, dimostrando, con i suoi atti, il contrario: pone un pastore come presunto pastore pedofilo, il lupo che custodisce le pecore.

    Abbiamo chiesto all’ordinario Espinoza, nel momento in cui è stato imposto il “rimedio penale” a padre Yumi, lo ha accompagnato e assistito, gli ha fornito sostegno psicologico e terapie e, allo stesso tempo, cure psichiatriche?

    La nota firmata dal Cancelliere della Curia, tradisce una grossolana e supina ignoranza, parla di rimedi penali che padre Yumi ha adempiuto per più di un anno, il che è erroneo e, apparentemente, falso. Altra cosa è che si è fatto ricorso come rimedio penale ad un precetto penale (CIC, canone 1319), che impone una sanzione specifica in caso di inosservanza. Chiediamo quindi a monsignor Espinoza di rivelare il corrispondente decreto emesso a padre Yumi, in cui si specificano le date di inizio e fine dell’azione, nonché la sanzione in caso di inosservanza, perché le prove e le testimonianze dimostrano che il il presunto aggressore ha continuato a esercitare il sacerdozio mentre “adempiva” al presunto “rimedio penale”, nella parrocchia marginale di Oyacoto, a nord-est di Quito.

    4. In nessun momento Mons. Espinoza avrebbe potuto “ordinare” alle suore dell’Unità Educativa DS di proseguire con il processo civile e i protocolli davanti al Ministero dell’Istruzione, dopo aver ricevuto la visita delle suore il 6 marzo 2024, poiché il reclamo amministrativo dinanzi il Ministero dell’Istruzione, per presunta violenza sessuale, era già stato denunciato lo stesso giorno, secondo il documento presentato da RD. Lo stesso Codice penale organico organico, all’art. 422, comma 3, impone l’obbligo di denunciare ai dirigenti, agli educatori o agli altri responsabili delle istituzioni educative i reati presunti commessi nei centri educativi; che è ciò che ha fatto il Rettore dell’istituzione; Inoltre, la Legge organica sull’educazione interculturale, art. 132, punisce l’omissione di tale obbligo con il licenziamento. Lo stabilisce anche il Protocollo del Dipartimento orientamento agli studenti (DECE), del Ministero dell’Istruzione. Dobbiamo tenere presente un’accusa penale, cioè che Padre Yumi era un insegnante presso l’Unità Educativa DS e la Legge Organica sull’Educazione Interculturale, art. 132, vieta espressamente tale condotta criminosa da parte degli insegnanti.

    Nella nota si legge che l’arcivescovo ha espresso il suo sostegno alla presunta vittima e alla sua famiglia. L’arcivescovo conosce la madre della vittima o il minore, è andato a trovarli? Avete offerto sostegno, consulenza e accompagnamento terapeutico alla vittima e a sua madre? Avete offerto consulenza legale ai denuncianti? Hai cercato di riparare spiritualmente il danno fatto? L’arcivescovo ha risposto per iscritto alla denuncia che l’autorità dell’Unità Educativa DS ha depositato presso la Curia di Quito. Sarebbe un onore alla verità, se si degnasse di dimostrarlo documentalmente?

    5 e 6. Chi era il testimone, chi era con l’arcivescovo quando ha informato Padre Yumi, dell’inizio del processo… il suo segretario? Perché, consapevole della grave denuncia amministrativa contro padre Yumi, l’arcivescovo non denuncia – per la seconda volta – il presunto reato alla Procura della Repubblica, come previsto dalla legislazione ecclesiastica (Motu Proprio “Vos estis lux mundi” (2023), artt. 20); Invece, il presunto violentatore si reca in un ritiro spirituale a Yaruquí (Quito, DM) con altri chierici (dal 11 al 15 marzo 2024) e, durante la visita dell’Ordinario Espinoza, mercoledì 13 marzo 2024, incontra i sacerdoti in pensione – come testimoniano diversi partecipanti -, allora l’autista dell’arcivescovo chiamò padre Yumi, perché D. Alfredo Espinoza voleva consegnargli il decreto di inizio dell’indagine previa canonica, le cui misure cautelari (CIC, c. 1722), indicano che fin dall’inizio il vescovo ha avuto chiara l’esistenza di un possibile delitto riservato (“Sacramentorum sanctitatis tutela” (2001), artt. 10, 2, consente all’Ordinario inquirente di agire a norma del c. 1722 del CIC, già dall’inizio delle indagini preliminari).

    7. Se padre Yumi, sabato 16 marzo 2024, lascia la parrocchia senza sapere dove si trovi, a che ora e con quale capacità emotivo-intellettuale ha redatto tale documento chiedendo le dimissioni dallo stato clericale e le dimissioni dall’ufficio di parroco? , visto che era già virilizzato sui social network, che mancava, secondo pubblicazioni sullo stesso social network della parrocchia “San Juan XXIII”. Ci sono persone che hanno visto padre Yumi, ma non suo padre, la mattina del 18 marzo 2024, nel Palazzo Arcivescovile di Quito.

    9. Di fronte alla crescente pressione mediatica, l’arcivescovo di Quito ha rilasciato una dichiarazione ufficiale non veritiera. Ebbene, conoscendo la presunta situazione criminale di Padre Yumi, egli afferma di non essere scomparso, ma di aver “preso un’altra opzione di vita”, affermare questo è moralmente ed eticamente riprovevole, è mentire, va contro l’8° comandamento del Decalogo che è Legge Divina, esporsi come complici, davanti all’opinione pubblica, che può portare a responsabilità penale.

    10. In quale data è stata effettuata la previa indagine canonica, chi è stato l’investigatore e chi è stato chiamato a dare la sua versione. Contemporaneamente, è stato tutelato il diritto all’informazione di queste persone che non sono obbligate al silenzio? la sua relazione (Motu proprio “Vos estis lux mundi” (2023), art 4, 3), nonché il diritto alla difesa dell’indagato?, posto che l’assistenza e la consulenza all’imputato sono elementi essenziali e inescusabili di ogni ricerca canonica .

    11. Se d’ufficio la Procura Generale dello Stato ha richiesto informazioni alla Curia di Quito, quali informazioni ha richiesto e cosa le è stato trasmesso?

    12. L’Unità Educativa DS, di Oyacoto, è gestita da una Comunità Religiosa, approvata dall’autorità competente della Chiesa Cattolica e svolge la sua attività nella giurisdizione ecclesiastica dell’arcivescovo di Quito, che ha potere legislativo, esecutivo e giudiziario in suo ufficio in tutta la sua diocesi (CIC, c. 391, 2), deve anche essere sollecito verso tutti i fedeli (CIC, c. 383) ed è «obbligato a dare esempio di santità, con la sua carità, umiltà e semplicità. della vita» (CIC, c. 387).

    La nota conclude che l’arcidiocesi di Quito è impegnata nella difesa delle vittime e nella tolleranza zero verso gli abusi e le violenze clericali. Dobbiamo chiarire che tutte le forme di abuso sono violenza contro la vittima. Devi risponderci:

    1. Quali programmi di riparazione ha l’arcidiocesi per le vittime di abusi sessuali, in particolare per i minori di 18 anni?

    2. Quante vittime sono state assistite dall’arcidiocesi nell’attuale amministrazione?

    3. Dove possono rivolgersi le vittime e le loro famiglie per ricevere aiuto nei diversi ambiti: legale, psicologico, medico, economico, spirituale?

    4. Quale programma di riabilitazione ha l’arcidiocesi di Quito per il chierico carnefice, perché ne ha bisogno? per che ora e in quali luoghi?

    5. Chi sono i professionisti competenti e accreditati per aiutare le vittime e riabilitare l’autore del reato?

    6. Esiste un programma preventivo di salute mentale per il clero e i dipendenti che lavorano con i bambini, chi lo realizza e quali risultati sono stati raggiunti?

    Perché Papa Francesco, con Motu proprio, ha disposto “Vos estis lux mundi” (2023), art. 5, che l’autorità ecclesiastica accoglie, ascolta, accompagna e presta attenzione spirituale; assistenza medica, terapeutica e psicologica a coloro che dichiarano di essere stati colpiti (vittime) e alle loro famiglie.

    Il Salmo 35,2-5 può aiutare mons. Espinoza nella sua riflessione: «Gli empi sentono dentro di sé un oracolo del peccato: “Non ho paura di Dio, nemmeno alla sua presenza”. Perché hanno l’illusione che la loro colpa non verrà scoperta né odiata. Le parole della sua bocca sono cattive e traditrici, rinuncia ad essere sensato e a fare il bene, sdraiato medita sul delitto, si ostina nella via del male, non respinge il male”.

    Affinché non si compia la sentenza romana: “Vulpes pilum mutat, non mores”.

    https://www.religiondigital.org/america/catolicos-explicaciones-arzobispo-Quito-Yumi-Espinoza-abusos_0_2677832201.html

  • I cantieri aperti della Chiesa cattolica

    I cantieri aperti della Chiesa cattolica

    di Francesca Luvini e Gaetano Agueci

    È necessario un risanamento radicale dell’istituzione della Chiesa. Oggi vertici della Chiesa cattolica intendono cambiar marcia, puntano sulla trasparenza e annunciano misure urgenti: uno sportello indipendente per il sostegno alle vittime, un tribunale penale ecclesiastico nazional, test psicologici per i nuovi sacerdoti.

    Basteranno per scardinare un sistema di potere che sta all’origine dello scandalo degli abusi?

    https://www.rsi.ch/play/tv/falo/video/i-cantieri-aperti-della-chiesa-cattolica?urn=urn:rsi:video:2171391

  • La santa disinformazione

    La santa disinformazione

    Due o tre cose da tenere a mente quando si legge una notizia di cronaca  che riguarda membri della Chiesa o della Santa Sede sui principali giornali del nostro Paese, oppure quando viene data su uno dei Tg della Rai. In Italia è cosa rara l’informazione sulle cose di Chiesa indipendente dalla Chiesa stessa.

    Quasi tutte le notizie più importanti che passano attraverso i media generalisti arrivano direttamente dalla sala stampa della Santa Sede o sono filtrate dai “vaticanisti”, giornalisti cioè formati e accreditati presso la Sala Stampa vaticana. E che rischiano di perdere l’accredito in caso di articoli non graditi da Casa Madre. A parte rare eccezioni, le inchieste o gli approfondimenti sui lati oscuri della Chiesa quasi mai vengono approcciati con una visione realmente laica, indipendente e deontologicamente ineccepibile. Al contrario, si raccontano in maniera del tutto parziale, cioè solo dal punto di vista della Chiesa, le situazioni di criticità che riguardano tutto ciò che accade all’interno e in “prossimità” delle mura leonine.

    Un altro elemento fortemente indicativo è rappresentato dal numero di testate giornalistiche riconducibili alla Chiesa che usufruiscono dei fondi pubblici all’editoria. Come ho ricostruito in un’inchiesta sulla rivista Nessun Dogma, su 117 giornali e periodici che si spartiscono i contributi, ben 55 (il 47%) sono testate e riviste di chiara matrice cattolica, se non addirittura organi di stampa che fanno capo ad alcune delle 224 diocesi italiane. In pratica quasi un giornale su due finanziato dallo Stato ha come editore di riferimento la Chiesa. Poiché tre indizi fanno una prova, ne cito un altro. Mi riferisco al solido accordo, di recente rinnovato, tra la Rai e la Conferenza episcopale per la trasmissione di contenuti religiosi nella televisione pubblica. Un’intesa che ha rafforzato il numero di trasmissioni a contenuto religioso e di religiosi nelle trasmissioni della tv pubblica, in un palinsesto zeppo di fiction a sfondo religioso e dove già la Chiesa cattolica sfiora il 100% di presenze sul totale dei soggetti confessionali, e dove nei tre Tg nazionali, ma anche nei principali Tg privati, il papa è più presente del presidente Mattarella.

    E poi ci sono i giubilei e le beatificazioni. Veri e propri strumenti di auto promozione a spese del contribuente italiano che oramai vengono utilizzati con scadenze sempre più ravvicinate. Come ricordano diversi studiosi, dato che per quattro secoli in età moderna e contemporanea i papi sono stati quasi tutti italiani, il nostro Paese è divenuto una terra “privilegiata” di destinazione del messaggio e di formazione di una mentalità religiosa collettiva. E abbiamo i principali quotidiani che quando scrivono del papa usano l’epiteto “sua santità” o analoghi, accettando acriticamente la dimensione clericale che è insita in questa terminologia, contribuendo a far attecchire questa mentalità.

    E così a poco a poco l’opinione pubblica perde di vista alcune cose fondamentali per sviluppare il proprio senso critico. Per esempio? Per esempio è bene ricordare che la Santa Sede è una monarchia assoluta governata da una casta maschile celibe di circa 200 cardinali. Il papa detiene il potere assoluto nella chiesa cattolica e nella dimensione politica riassume i tre poteri nella sua persona esercitati generalmente tramite delega (legislativo, esecutivo e giudiziario). Tutti gli devono obbedienza attraverso le vie gerarchiche. Il pontefice è colui che insieme a quella casta decide le regole morali a cui si devono attenere loro stessi, il clero e soprattutto l’enorme numero di fedeli nel mondo. La prima conseguenza di una struttura organizzata in questo modo è la mancanza di trasparenza che nell’informazione e nell’attività giudiziaria della Santa Sede raggiunge i livelli più elevati. Perché a monte c’è l’idea che il papa, cioè la chiesa cattolica, non deve giustificarsi con nessuno di ciò che fa e dice. Delle proprie azioni e decisioni il pontefice risponde solo a Dio e a se stesso al di là della coerenza con le cosiddette sacre scritture, la tradizione e il magistero della chiesa.

    Pensiamo a quanto accaduto in Irlanda il 20 luglio 2011. Ecco cosa affermò il premier irlandese, Enda Kenny, in un drammatico discorso in Parlamento davanti alla Camera Bassa, dopo la conclusione di un’indagine governativa sulla pedofilia nella Chiesa: «Il rapporto della commissione Cloyne ha evidenziato il tentativo della Santa Sede di bloccare un’inchiesta in uno Stato sovrano, non più tardi di tre anni fa, non trent’anni fa». Per poi aggiungere: «Il Rapporto Cloyne fa emergere la disfunzione, la disconnessione e l’élitarismo che dominano la cultura del Vaticano. Lo stupro e la tortura di bambini sono stati minimizzati per sostenere, invece, il primato delle istituzioni, il suo potere e la sua reputazione». Quanto descritto fin qui è accaduto durante il pontificato di Benedetto XVI. Con papa Francesco poco o nulla è cambiato anche se nel 2019 è stato eliminato il segreto pontificio.

    Nel 2014, quando il segreto ancora era in vigore, gli ambasciatori di papa Francesco presso le Nazioni Unite opposero un netto rifiuto a due diversi Comitati Onu (per i Diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, e Contro la tortura) che chiedevano la lista con i nomi dei circa 900 sacerdoti pedofili ridotti allo stato laicale nel decennio precedente dopo essere stati condannati dalla Congregazione per la dottrina della fede, ed espulsi dalla Chiesa. Ad oggi, quei nomi risultano ancora ignoti e 900 pedofili circolano liberamente nella più totale inconsapevolezza di chi li frequenta. E nessun giornalista ha mai chiesto di questo al pluripresente e celebratissimo in tv e sui media italiani papa Francesco.

  • La guerra della chiesa  agli abusi sessuali  è soprattutto marketing

    La guerra della chiesa agli abusi sessuali è soprattutto marketing

    Per salvaguardare i minori e gli adulti vulnerabili dagli abusi è necessario prendersi cura anche di coloro che li hanno commessi. È questo, in poche parole, l’assunto del libro di don Paolo Baroli, Mostri o nostri? La prevenzione degli abusi e il trattamento dei rei: una sfida per la chiesa, appena uscito per le Edizioni San Paolo con la prefazione del cardinale Matteo Zuppi.

    Il saggio ricostruisce brevemente la posizione della chiesa sugli abusi sessuali, per arrivare al nocciolo del “che fare” con i pedofili dopo che questi hanno scontato il debito con la giustizia. Criticato il troppo facile ricorso alla dimissione clericale perché deresponsabilizzante per la chiesa, vengono passate in rassegna diverse alternative, dalla castrazione chimica all’approccio farmacologico e terapeutico.

     «La chiesa non si risparmierà nel compiere tutto il necessario per consegnare alla giustizia chiunque abbia commesso tali delitti», scrive Baroli, come se la denuncia all’autorità giudiziaria fosse un assioma. Viene infatti dato per assodato che i pedofili scontino «una giusta pena» mentre è noto, grazie alla testimonianza delle vittime, che gli abusatori nella gran parte dei casi vengono protetti e soprattutto non sono mai denunciati alla giustizia dello stato.

    Revisionismo storico

    Anche la ricostruzione della lotta agli abusi negli ultimi vent’anni è a dir poco generosa. Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco sono dipinti come paladini della trasparenza e della tolleranza zero, quando sappiamo che ancora non abbiamo un’indagine indipendente che faccia davvero chiarezza sulla realtà del fenomeno nel nostro paese.

    Come non bastasse, Baroli parla dell’insabbiamento dei casi di abuso come di una pratica del passato, ormai condannata e sanzionata dal Vaticano con la rimozione del responsabile. Non fornisce però esempi concreti che avvalorino le sue affermazioni, che sono facilmente smontate dai recenti casi di cronaca: uno per tutti quello che ha riguardato l’attuale vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana, tuttora a capo della diocesi nonostante sia stato intercettato mentre dichiara di aver coperto don Giuseppe Rugolo, condannato a marzo in primo grado a quattro anni e sei mesi.

    “Rieducare” gli abusatori

    Secondo l’autore, poi, per affrontare in modo efficace la violenza sui minori è fondamentale occuparsi anche della “rieducazione” degli abusatori, in modo che possano reinserirsi nella società e nella chiesa. Sono necessarie, sottolinea don Baroli, non solo «tecniche psicoterapeutiche, ma anche modalità di custodia e accompagnamento della persona e dei cammini di rinnovamento umano e spirituale che consentano ai

    rei di riscoprire e recuperare un orizzonte di senso».

    In questa prospettiva, l’autore non esclude che, concluso il percorso di accompagnamento, i pedofili possano continuare a «svolgere al meglio la loro vocazione di cristiani ed eventualmente di sacerdoti». Mettere al bando gli abusatori, invece, li porterebbe a ricostruirsi una vita altrove, dove potrebbero facilmente compiere nuovi reati; meglio allora tenerli «sotto il controllo della chiesa».

    Anche qui l’autore omette di dire che la comunità dei fedeli non viene mai informata delle denunce a carico dei sacerdoti, che infatti ritroviamo spesso in altre diocesi, di nuovo vicino ai ragazzini. È quel che è successo per esempio a don Silverio Mura, che da Napoli è stato trasferito in una parrocchia di Tortona addirittura con un altro nome; ma gli esempi sarebbero molti.

    Operazioni di facciata

    Rimane la domanda sul senso di un libro come questo che, oltre a insistere sul garantismo per i pedofili, non aggiunge nulla alla comprensione del fenomeno ma suona più che altro come un esempio di marketing ecclesiastico sul fronte dello spinoso problema degli abusi clericali.

    La stessa operazione di facciata riproposta dal convegno “Abusi sui minori. Una lettura del contesto italiano 2001-2021”, organizzato il 29 maggio dalla Conferenza episcopale all’Ambasciata italiana presso la Santa sede. Un incontro uguale ai tanti che lo hanno preceduto, il cui risultato è stato annacquare le responsabilità della chiesa in un generico discorso sui pericoli del web e sugli abusi sui bambini all’interno della società.

    L’unica novità è stata l’annuncio, da parte della neo presidente del Servizio tutela minori della Cei, Chiara Griffini, di uno «studio pilota» sui casi di abuso clericale nel periodo 2001-2021, che sarà condotto dall’Istituto degli innocenti di Firenze e dal Centro interdisciplinare sulla vittimologia e sulla sicurezza dell’Università di Bologna.

    Un’analisi che si baserà sulle denunce dei vescovi e partirà con un’indagine a campione su un numero determinato di diocesi, a cui seguirà un momento «sapienziale» di riflessione. Non è chiaro a che cosa servirà un nuovo studio fondato su dati parziali, ma si dovrà comunque attendere la fine del 2025 per saperlo.

    Ancora una volta la chiesa si è limitata a dichiararsi strenuamente impegnata contro gli abusi sui minori, ma senza l’onere della prova.

    https://www.editorialedomani.it/fatti/chiesa-contrasto-abusi-ma-non-fornisce-prove-xhrdee8u

  • SAVONA; i due Papi pedofili; la Rete L’ABUSO e una panchina viola.

    SAVONA; i due Papi pedofili; la Rete L’ABUSO e una panchina viola.

    La storia di Savona, piccola città ligure del nord Italia, dalla seconda metà del 1400 al centro tuttavia di curiosi casi, alcuni riconducibili ancora oggi alle crociate tra cui la leggenda di don Bertolotti. Una serie di coincidenze, compreso il fatto che nasca proprio a Savona nel 2010 – oltre alla Rete L’ABUSO – il primo focolaio italiano di sopravvissuti che riuscirà a dare a tante vittime in tutta Italia, il coraggio di uscire allo scoperto.

    Una serie di situazioni che negli anni ha portato tanti cattolici a pensare che in qualche modo l’associazione, fosse la mano della volontà divina contro il dramma della pedofilia nella chiesa. Questo per una serie fortuita di fattori indubbiamente rilevanti, che hanno popolato la storia di questa piccola città.

    Ma partiamo dalla fine… la panchina viola contro gli abusi sessuali su minori e persone vulnerabili impiantata a Savona il 24 febbraio 2024 in piazza Giulio II.

    Come dissi allora “ Una panchina colorata di viola non salva i bambini e non cura chi è stato abusato…è la società che deve farlo”.

    Questa è tuttavia in Italia la prima panchina contro l’abuso sessuale su minori e persone vulnerabili. Ne abbiamo cercate invano altre per aggregarci dando per palesemente scontato ci fosse già un’iniziativa.

    Invece nulla! Inverosimile che nessuno ci abbia mai pensato, ma i fatti sono questi, per ciò l’iniziativa ha avuto ancora più valore.

    Il fatto che si sia voluta impiantare proprio nella piazza che porta il nome di Papa Giulio II, non è affatto una casualità invece, ed è da qui che parte la nostra storia e la visione mistica ti tanti cattolici che negli anni la Rete ha soccorso e aiutato.

    “ Tutta la storia della Chiesa è attraversata da episodi di abusi e violenze sui bambini di cui si sono resi protagonisti anche numerosi pontefici. Dal 366, con Damaso I, fino al 1550, con Giulio III, se ne contano diciassette .”

    Due di questi sono savonesi oltre che parenti. Parliamo di “ Sisto IV, papa dal 1471 al 1484, noto alle cronache dell’epoca per la sua relazione con un dodicenne. “

    “ Scrive di Sisto IV il cronista suo contemporaneo Stefano Infessura: «Costui, come è tramandato dal popolo, ei fatti dimostrarono, fu amante dei ragazzi e sodomita, infatti cosa ha fatto per i ragazzi che lo servivano in camera lo insegna l’esperienza; a loro non solo donò un reddito di molte migliaia di ducati, ma osò addirittura elargire il cardinalato e importanti vescovati. Infatti fu forse per altro motivo, come dicono certi, che abbia prediletto il conte Girolamo, e Pietro, suo fratello e poi cardinale di san Sisto, se non per via della sodomia? E che dire del figlio del barbiere? Costui, fanciullo di nemmeno dodici anni, stava di continuo con lui, e lo dotò di tali e tante ricchezze, buone rendite e, come dicono, di un importante vescovato; costui, si dice, voleva elevarlo al cardinalato, contro ogni giustizia, anche se era bambino, ma Dio vanificò il suo desiderio».”

    Sisto IV era lo zio di Giulio II che diventerà papa nel 1503 e soprannominato “ il papa guerriero ”.

    Di Giulio II, “nel 1511, si documenta la storia con il piccolo Gonzaga di dieci anni”.

    Siamo nel 1550 e una pasquinata di allora recita:

    Ama Del Monte con uguale ardore

    la scimmia e il servitore.

    Egli al vago femmineo garzoncello

    ha mandato il cappello: [nda l’ha nominato cardinale]

    perché la scimmia, a trattamento uguale,

    non fa pur cardinale?»

    *Testo tratto da “ Chiesa e pedofilia ” di Federico Tulli (L’Asino d’oro ed., 2010, pp. 19-21)

    Certamente ora apparirà più chiaro il motivo e l’importanza simbolica di una panchina contro l’abuso, promossa per la prima volta in Italia dall’unica associazione che si occupa nello specifico di vittime del clero. Per questo si è scelta come primo impianto italiano piazza Giulio II. Quella dedicata allo zio Sisto IV è priva di panchine e perciò esclusa.

    Ma un altro papa toccherà la storia di Savona. In questo caso non si ha di lui notizia su eventuali tendenze pedofile. Tema che tuttavia riprenderemo immediatamente dopo in quanto la chiesa cattolica come vedremo, nel savonese lascia una storia sanguinosa e decine di vittime fino ai giorni nostri.

    Parliamo di Pio VII , prigioniero di Napoleone Bonaparte dal 1809 al 1812 proprio a Savona, per l’esattezza prima in via Pia, dove però la possibilità di scarso controllo da parte dei soldati, ben presto richiese un luogo più adeguato. La sua cella divenne la Diocesi di Savona dove ancora oggi, visitando le lussuose stanze dove era prigioniero , si conservano nelle scale interne della servitù gli spioncini, attraverso i quali era sorvegliato a vista.

    Come si può ammirare ancora oggi invece nel salone dell’ingresso di Villa Cambiaso, l’anomala installazione di una fontana attribuita al Bernini , il quale notoriamente fece quasi unicamente sculture per i papi e il clero. Anomalia che si spiega e direttamente collegata alla prigionia savonese di Pio VII il quale, una volta rinchiuso in diocesi e controllato a vista, trovò la difficoltà di poter fare arrivare in Vaticano i pizzini con i quali trasmettere gli ordini e così, con la complicità della Famiglia genovese Cambiaso, fece costruire dentro la villa una cappella, dove poter celebrare la messa e nel tragitto, trasmettere a chi di fiducia gli ordini da mandare a Roma.

    Il potere ecclesiastico è più volte passato da Savona e in Liguria non solo con Sisto IV, Giulio II e Pio VII, ma da tantissimi odierni potenti del Vaticano come il card. Bagnasco; il card. Calcagno e tanti altri.

    La storia recente ci racconta anche di un presunto tesoro templare nascosto sopra a Savona, dentro delle grotte, nell’entroterra.

    E qui appare la storia di un altro sacerdote savonese, mons. Giuseppe Giovanni Bertolotti . Figlio di contadini che improvvisamente viene in possesso di enormi ricchezze . Se pur la storia in sé è molto vaga sul come ne entrò in possesso e su di chi fossero, parallelamente, in Francia accade la stessa cosa ad un altro prete…

    Ma torniamo alla pedofilia e al caso di Varazze, luglio 1907 che ci racconta Gian Pietro Lucini nel libro “Messe nere sulla riviera” .

    “Mentre sui quotidiani italiani divampa lo scandalo degli abusi sulle piccole ospiti dell’Asilo della Consolata di Milano, di cui furono accusati due sacerdoti, il Collegio dei Salesiani della cittadina ligure è investito dalle clamorose rivelazioni del diario di Alessandro Besson, uno studente quattordicenne che descrive messe nere e riti orgiastici tra monache, preti e giovani convittori.

    In due giorni il caso Besson dalle gazzette locali passa ai quotidiani nazionali e fa scoppiare in tutto il Regno d’Italia manifestazioni di piazza, disordini, violenti scontri che a La Spezia provocano l’incendio di alcune chiese, un morto e un gran numero di arresti .

    E crisi fra il governo Giolitti e la Santa Sede, la Massoneria viene accusata di aver architettato lo scandalo. Il fronte democratico dei blocchi popolari cavalca lo sdegno collettivo per affermare la necessità di una scuola pubblica e laica, mentre quello cattolico si compatta.”

    Di certo un passato non tranquillo quello savonese che al di là dell’unicità mondiale di aver avuto due papi, poco edificante (soprattutto oggi) che questi fossero entrambi pedofili.

    Una “tradizione” che da allora come vedremo, non ha mai abbandonato la provincia ed il suo seminario, che racconta tra gli anni 70 – 90 moltissime vicende, tra fughe di seminaristi abusati e suicidi. Uno si recò fino in Vaticano, voleva parlare al papa che però non lo ricevette. Fu trovato suicida la mattina seguente in un ostello nei pressi del Vaticano.

    Ed arriviamo ai giorni nostri e all’anno 2010. Un anno importante per l’Europa che come accaduto dieci anni prima, in particolare negli USA, scopriva anche qui la pedofilia nel clero e il devastante numero di vittime ad esso connesse.

    A differenza degli altri stati l’Italia si tirò puntualmente indietro da subito, attraverso il Governo e la stessa Presidenza della Repubblica definendo « Inqualificabile campagna diffamatoria contro il Papa e la Chiesa », i diritti reclamati da tutti quei cittadini rimasti vittime.

    Savona però diventerà un’altra volta l’epicentro, ma questa volta simbolo di una battaglia di civiltà, che come nel racconto del 1907 di Besson, in poco tempo darà a decine, poi a centinaia e ancora a migliaia di sopravvissuti, la forza di uscire dalla vergogna, reagire e rivendicare giustizia.

    Nascerà da subito quasi quella che oggi è la Rete L’ABUSO, purtroppo dopo quindici anni ancora l’unica realtà italiana.

    Marco Preve racconterà su Repubblica, in un’inchiesta di Elena Affinito e Giorgio Ragnoli dal titolo “IL DIAVOLO A SAVONA”, la vicenda savonese , ancora una volta condita non solo di abusi sui minori e sutterfugi per coprire i preti pedofili, ma di intrallazzi tra chiesa e potere che ancora oggi, nello scandalo Toti riemergono come scheletri nell’armadio.

    Savona, una città che non ha mai voluto fare i conti con il suo passato, lasciando chi fu vittima tutt’oggi solo. Diverse le proposte fatte negli anni dalla Rete L’ABUSO in materia di prevenzione. Tutte inascoltate e per le quali le varie amministrazioni non hanno mai voluto sentire , neppure in campagna elettorale.

    Ancora oggi grossi problemi con la giunta comunale, per due anni ostile all’iniziativa della panchina viola contro l’abuso di minori e persone vulnerabili, ottenendo poi a colpi di diffide i permessi necessari. Alla sua inaugurazione tranne il consigliere Aureliano Pastorelli, ne Sindaco, ne nessuna Istituzione savonese invitata ha voluto partecipare, neppure con un delegato.

    Savona, città candidata nel 2027 a Capitale della cultura , e certo la cosa fa persino sorridere per l’ingenuità, ma è lecito a tutti partecipare.

  • Non solo Spotlight

    Non solo Spotlight

    In tanti conosciamo la sconcertante vicenda di pedoflia scoperta dal Boston globe tra la fine del 2001 e il 2002 – e magistralmente ricostruita nel film Spotlight – ma pochi ricordano in quale contesto si sviluppò. Si tende quindi a credere che quello che accadde nella diocesi di Boston fu una sorta di fulmine a ciel sereno. Nulla di più lontano dalla realtà.

    Già prima della metà del 2001 – cioè quasi sei mesi prima del primo articolo di Spotlight che risale al 10 settembre 2001 – dagli Stati Uniti giungevano segnali evidenti che le fondamenta della Chiesa americana cominciavano a scricchiolare pericolosamente.

    Il 30 aprile 2001 Giovanni Paolo II interviene sul problema dei preti pedofili con il Motu proprio “Sacramentorum Sanctitatis Tutela”, e poche settimane dopo, il 21 maggio, con l’autorizzazione del De delictis gravioribus firmato dal prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, il cardinale Joseph Ratzinger, e dal suo segretario, il cardinale Tarcisio Bertone. Ratzinger intima ai vescovi di essere tempestivamente informato delle accuse di pedofilia contro i sacerdoti e li esorta a svolgere indagini, anche di fronte a un semplice sospetto. Nulla deve trapelare se non a procedimenti conclusi, che possono durare però anche decine di anni. Sulla base di queste disposizioni, che rinnovano espressamente quanto stabilito nel Crimen sollicitationis di Giovanni XXIII, un anno dopo il 23 aprile 2002 i tredici cardinali statunitensi entrano in Vaticano al cospetto di Giovanni Paolo II. Il pontefice definisce la pedofilia «un crimine» e «un peccato» dicendo che non c’è «posto nel sacerdozio» per chi potrebbe far male ai bambini. Le stesse parole saranno rivolte dal suo successore nel 2010 ai vescovi d’Irlanda. Siamo nel pieno della bufera sollevata dalle inchieste di Spotlight del Boston Globe che porteranno a fine anno alle dimissioni del cardinale Law.

    Le conclusioni di quella riunione ispirano i 252 vescovi statunitensi che il 26 giugno 2002 approvano lo Statuto dei vescovi per la protezione dei bambini e dei giovani, in cui si prevede che i preti che sono stati o che saranno coinvolti in casi di pedofilia non potranno più avere contatti con i fedeli, quindi celebrare messa o insegnare catechismo. Non passa, però, la linea della “tolleranza zero”, quella della sospensione automatica “a divinis” di chi è coinvolto negli scandali e quella di chi propone di trattare tutti gli stessi casi allo stesso modo. Compresi quelli relativi ad accuse che si riferiscono a venti o trent’anni prima (come nel caso della gran parte delle vicende denunciate in quei mesi negli Usa in seguito all’inchiesta del Boston globe) e che colpiscono un prete che nel frattempo si è rivelato «cambiato e innocuo». Contro la tolleranza zero e a favore di «un invito alla prudenza» spingono soprattutto due figure carismatiche: gli arcivescovi di New York e Chicago, Edward Egan e Francis George.

    Per inciso, due anni dopo, il 27 febbraio 2004 il National Review Board (NRB), il gruppo di controllo di laici insediato dalla Conferenza episcopale americana, accuserà Egan di «aver chiuso gli occhi davanti a evidenti casi di pedofilia». Analoga accusa riceverà nel gennaio del 2006, sempre dal NRB, Francis George, per essersi rifiutato di rimuovere il reverendo Daniel McCormack quando già a ottobre 2005 questi era finito sotto inchiesta per pedofilia. In seguito si scoprirà che McCormack aveva violentato una sua alunna di dodici anni fino a dicembre di quell’anno. Nel 2007 George fu nominato a capo della Conferenza episcopale americana.

    Torniamo al 2002 e allo Statuto dei vescovi di Dallas. Bisognerà attendere quattro mesi prima che il Vaticano si pronunci sul documento. Il verdetto viene emesso il 18 ottobre ed è negativo. Le norme sono da riscrivere perché non si conciliano con il diritto canonico. La bocciatura della Santa Sede porta la firma dal cardinale Giovanni Battista Re in qualità di prefetto della Congregazione per i vescovi. Il testo è lungo meno di due pagine ed è suddiviso in due parti: in primo luogo vi si esprime solidarietà e comprensione verso i vescovi e i sacerdoti «onesti» degli Stati Uniti; dopo di che si fa presente che le norme proposte dai vescovi degli Stati Uniti in alcuni punti non superano l’esame della “recognitio”, ossia il riconoscimento di compatibilità con il diritto della Chiesa. Alle vittime degli abusi e alle loro famiglie spettano appena una decina di parole. Mentre i loro carnefici, secondo il prelato, dopo tutto non sono poi così tanti.

    Un mese dopo, l’11 novembre, la grande opera di mediazione condotta dal cardinale Francis George porterà i suoi frutti. Il documento di Dallas, revisionato nelle parti fondamentali, viene presentato alla Conferenza episcopale americana, in un incontro a Washington.

    Il 16 dicembre 2002 la Santa Sede approva dunque il nuovo testo all’insegna della “tolleranza soft”. Le Norme essenziali sulle politiche diocesane ed eparchiali di fronte ai casi di abuso sessuale sui minori da parte di preti e diaconi divengono vincolanti in tutte le diocesi degli Stati Uniti. Con l’introduzione della prescrizione la carriera ecclesiastica di migliaia di preti viene messa al riparo da brutte sorprese. Il resto lo fa la lungaggine dei processi. Il ruolo del cardinale George in questo delicato passaggio sarà riconosciuto nel novembre del 2007 da papa Ratzinger che lo nomina presidente della Conferenza episcopale statunitense. Dal canto suo, il cardinale Re conferma che la “recognitio” vale per due anni, cioè per il tempo stabilito dai presuli per valutare l’efficacia e validità delle norme. Per la Chiesa, non solo americana, saranno due anni lunghissimi.

    Il 2002 finisce così. La Santa Sede appare tutto fuorché determinata a fare luce sul passato e gettare le basi per un diverso futuro. Inoltre, non è bastato che già a giugno un’inchiesta del quotidiano “Dallas Morning News” avesse rilevato che almeno 111 vescovi cattolici Usa avevano protetto preti o monaci pedofili. E nemmeno che tra questi ci fossero gli otto cardinali a capo delle arcidiocesi americane. Addirittura, nonostante le pressioni e lo sconcerto dell’opinione pubblica, bisogna aspettare il 13 dicembre 2002 per vedere accettate le dimissioni del cardinale Law da Giovanni Paolo II, a norma del canone 401 paragrafo 2 del diritto canonico, che fa riferimento a motivi di salute o ad altre cause che impediscono il normale proseguimento del lavoro di un vescovo. Law come è noto sarà trasferito a Roma per fare l’arciprete della basilica di Santa Maria Maggiore, e qui “serenamente” muore nel 2017.