Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: sacerdoti

  • NON C’E’ NULLA DI MALE

    NON C’E’ NULLA DI MALE

    Mi occupo ormai da oltre 20 anni di casi di violenza su bambini e donne nella Chiesa cattolica.
    Collaboro dal 2011 con la Rete L’Abuso, l’unica associazione italiana che si occupa di tutela dei diritti delle vittime di pedofilia clericale.
    Faccio parte di Italychurchtoo , un coordinamento di associazioni, giornalisti, attivisti e semplici cittadini che pretendono una concreta azione di contrasto e prevenzione della pedofilia e delle violenze di genere nella Chiesa italiana.

    Ho scritto 5 libri in 13 anni su questi temi, l’ultimo a febbraio 2023, ho svolto decine di inchieste e approfondimenti pubblicati in gran parte su Left e diversi anche su MicroMega solo per citare alcuni esempi. Sono stato intervistato come esperto sul “caso Italia” da decine di giornali e testate giornalistiche radiofoniche e televisive (quasi tutte straniere).

    Ho dato il mio contributo a uno dei più grandi network televisivi del mondo che ha realizzato un importantissimo documentario sulla situazione nel nostro Paese seguendo gran parte dei miei suggerimenti, le mie indicazioni, ascoltando le fonti che indicai durante e dopo un’intervista nella mia redazione (poi fu tagliata dal doc e non mi citarono, vabbè, ognuno ha il suo stile…).

    Grazie al prezioso archivio di Rete L’Abuso e al suo portavoce Francesco Zanardi ho realizzato la prima indagine giornalistica permanente in Italia sui crimini all’interno della Chiesa cattolica.
    Ho potuto accertare che dal 2000 sono oltre 120 i sacerdoti condannati in via definitiva e almeno altrettanti messi sotto inchiesta o attualmente sotto processo.

    Le vittime accertate sono oltre 540 ma sono certamente migliaia di più, purtroppo, perché tra i preti criminali condannati ce ne sono numerosi responsabili di pedopornografia online, un orrendo mercato nel mercato di morte e distruzione della salute psicofisica delle piccole vittime.

    Con i colleghi di tutto il mondo che si occupano di queste cose – credenti e atei – siamo concordi nel ritenere che siano migliaia i sacerdoti che il Vaticano e la Chiesa italiana non abbiano mai segnalato, men che meno consegnato alla magistratura italiana.

    Va detto che nessun governo italiano ha mai fatto pressione per ottenere collaborazione, violando in questo modo la Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e la Convenzione di Lanzarote.

    Perché la sinistra non si ribella a questo stato delle cose? Perché il centro-sinistra non ha mai alzato nemmeno un sopracciglio di fronte a vicende che lacerano in profondità il tessuto sociale lasciando macerie per decenni?

    Perché nel resto del mondo a tradizione cattolica hanno indagato e stanno indagando e in Italia no?

    È successo in Irlanda, Spagna, Portogallo, Stati Uniti, Francia etc, perché non può accadere nel nostro Paese?
    Non si tratta forse di una battaglia di civiltà?
    Dal 2018 su Left, sulla base del mio lavoro, per primi chiedemmo la realizzazione di una Commissione parlamentare d’inchiesta.
    E sin dal 2006 abbiamo chiesto la revisione dell’articolo 4 del Concordato poiché intralcia pesantemente l’esercizio dell’azione penale nei confronti di sacerdoti indagati.

    Ma in tutti questi anni non mi sono limitato a fare cronaca e a condurre una battaglia politica.

    Il mio principale impegno è consistito nel dar voce ai senza voce, le vittime sopravvissute agli stupri, alle violenze, agli abusi, all’isolamento, ai pre-giudizi, alla vergogna indotta dalla mentalità religiosa e patriarcale che “assolve” sempre lo stupratore e punta il dito sulla vittima che osa ribellarsi al sopruso.

    Ho sempre cercato però anche di spiegare a chi legge cos’è la pedofilia, chi è il pedofilo, in quale ambiente si muove, perché il prete in particolare riesce spesso a sfuggire a chi dovrebbe intercettarlo e impedire che agisca, perché il prete in particolare spesso riesca a sfuggire alla giustizia laica italiana.

    Per rispondere a queste domande mi sono avvalso della collaborazione e della competenza di magistrati, storici, psichiatri, psicoterapeuti, forze dell’ordine, sociologi, insegnanti, politologi e così via.

    Ebbene, tutto questo non è servito rendermi impermeabile a notizie come quella che vedete nella foto. Eppure dovresti essere abituato, qualcuno penserà.

    No, non ci si abitua mai all’orrore di questo crimine seriale contro gli esseri umani più indifesi, che la Chiesa cattolica è incapace di contrastare perché non lo vede per quel che è e crede ancora che sia un peccato di lussuria, agendo di conseguenza.

    La violenza pedofila equivale a un omicidio psichico. Distrugge la vitalità di chi la subisce, lede nel profondo la possibilità di realizzazione della sua identità.

    Non è un caso che molte vittime si suicidino, diventino alcolisti o tossicodipendenti. Non è un caso che chi sopravvive impieghi anche 30 anni prima di riuscire a ritrovare la fiducia in qualcuno e a parlarne pubblicamente per denunciare quanto subito da “ragazzino” o “ragazzina”.

    Lo stupro sarebbe un peccato, un’offesa a dio e alla morale? Vergognatevi.

    E nemmeno mi abituo e accetto l’idea che lo Stato italiano abbia incredibilmente delegato alla Chiesa di indagare su se stessa. Autorizzandola pertanto ad autoassolversi.

    Perché, come dice Bergoglio, il papa tanto rivoluzionario (!?!), la pedofilia è colpa del diavolo.

    Bravi, continuate così. “Non c’è nulla di male”.
    I “ragazzini” ringraziano

    https://federicotulli.substack.com/p/non-ce-nulla-di-male
  • Potenza, in migliaia protestano fuori dalla chiesa dove morì Elisa Claps – VIDEO –

    Potenza, in migliaia protestano fuori dalla chiesa dove morì Elisa Claps – VIDEO –

    POTENZA – «Vergogna!», «Assassini!». In migliaia, davanti alla chiesa della Trinità, per contestare la celebrazione della prima messa domenicale nella chiesa in cui fu trovato il corpo della giovane Elisa Claps, rimasto occultato nel sottotetto dell’edificio per 17 lunghi anni.

    L’ingresso in chiesa  del vescovo Ligorio e dei parroci, seguito da chi ha voluto partecipare alla messa è stato salutato al grido di «Vergogna», «Assassini», e la tensione è rimasta alta fino a quando non è intervenuto Gildo Claps a riportare la calma tra chi stringe al petto un volantino dove si legge «Portami con te ovunque, ma non in quella chiesa».

    «Avere visto quanta arroganza? – ha detto Gildo dopo l’ingresso dei sacerdoti – ma lasciateli fare, lasciate che si rinchiudano nel buio di quella chiesa. Abbiamo chiesto solo una cosa, una presa di coscienza, ma probabilmente per loro è difficile».

    La comunità non perdona il silenzio della chiesa a cui attribuisce specifiche responsabilità nell’occultamento del cadavere della giovane potentina uccisa nel 1993 da Danilo Restivo dopo averle dato appuntamento proprio lì. Elisa quel giorno entrò in chiesa e non ne uscì più. Il suo corpo venne trovato solo 17 anni dopo, durante alcuni lavori di ristrutturazione nel sottotetto dell’edificio.

    La messa si è regolarmente scolta. All’inizio della celebrazione, monsignor Ligorio ha detto che la riapertura della chiesa, il 24 agosto scorso, è avvenuta «su mandato che Papa Francesco mi ha dato incontrandomi di persona. Il Pontefice ha sottolineato che la chiesa deve essere un luogo di preghiera».

    All’omelia, il presule, citando i brani delle Scritture letti poco prima, ha ripetuto: «Io resto quieto e sereno come un bimbo svezzato nelle braccia della madre», evidenziando la «libertà per chi segue Cristo come per chi non vuole seguirlo».

    Alla fine della Messa, l’arcivescovo e i sacerdoti sono usciti accompagnati da alcuni agenti della Polizia: la folla ha ripetuto applausi ironici e alcuni hanno gridato: «Vergogna! Assassini!». Dalla curia arcivescovile è trapelato «stupore per l’annuncio di una manifestazione silenziosa che non è stata tale, disturbando la celebrazione religiosa per tutta la sua durata».

    La manifestazione “Cento passi con Elisa” è stata organizzata dal presidio Libera Potenza. Tra i partecipanti anche Gildo Claps, fratello di Elisa, che non ha mai smesso di cercare la verità e ha contribuito in maniera determinante alle indagini che hanno portato al ritrovamento del corpo della ragazza.

    «Siamo qui – hanno detto gli organizzatori – per chiedere alla Chiesa di trovare il coraggio di chiedere scusa, ma non lo hanno mai fatto».

    Dentro la messa, fuori la musica. Quella di Fabrizio De Andrè, «La canzone del maggio», che in una strofa canta «Anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti».

    https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/video/potenza/1444963/potenza-in-migliaia-fuori-la-chiesa-della-trinita-contestano-per-elisa-claps.html

  • Pedofilia cattolica su scala industriale

    Pedofilia cattolica su scala industriale

    Era un segreto di Pulcinella. È stato uno scandalo ritardato. Solo all’intercessione divina si può attribuire che nei bastioni più in vista del cattolicesimo come Francia o Irlanda siano venuti alla luce, in quantità drammatica, scandali di pedofilia e abusi sui minori, mentre nella cattolicissima Spagna si è registrato solo un simbolico gruppo di vittime . . Miracolo? No. Una gigantesca opera di ostruzionismo, di occultamento e di connivenza criminale di chi doveva disciplinare i preti all’interno della chiesa, e anche di chi doveva disciplinare la chiesa, come ogni altra istituzione, da parte del potere civile. 

    Innanzitutto i resoconti giornalistici di  El País ; poi i casi emersi in procura e infine il lavoro della commissione del difensore civico hanno messo fine all’odore dell’acqua santa e hanno portato alla luce la sporca realtà. Il 27 ottobre il difensore civico Ángel Gabilondo ha presentato al Congresso una stima ricavata da un sondaggio condotto su 8.000 persone, secondo la quale circa 440.000 cittadini hanno subito abusi sessuali dal 1945 in centri educativi e altre istituzioni dipendenti dalla Chiesa. diciotto. Metà degli attacchi sono stati opera di sacerdoti e religiosi, l’altra metà di laici. Si tratta di cifre brutali, superiori a quelle registrate finora in qualsiasi Paese, che riassumono decenni di occultamento e impunità sistematica e un volume di crimini su scala industriale. 

    Coloro che governano da decenni la Chiesa spagnola erano consapevoli del problema, della sua portata e di segnare la linea di risposta alle vittime:  omertá,  negazione, insabbiamento e, nei casi più sanguinosi, trasferimento dei colpevoli ad altri diocesi o distretti. . Sempre senza denunciare gli aggressori alla giustizia civile. La gerarchia cattolica ha portato a termine la più grande operazione di insabbiamento criminale mai conosciuta in questo paese. 

    È quella stessa Chiesa che si è nascosta dietro un regime speciale, il Concordato del 1979, per negare l’accesso ai suoi archivi, tutelare i suoi membri sotto il suo regime disciplinare e costruire un muro di difesa contro le vittime che aveva giurato di proteggere. . Da decenni, la Chiesa approfitta dell’infiltrazione nelle strutture statali di organizzazioni losche, dedite più agli affari e allo sfruttamento dei subordinati che alla preghiera, come l’Opus Dei o i Legionari di Cristo, e usa questo potere per mettere a tacere chi osano discutere il loro discorso reazionario e cercare di fermare le politiche progressiste mobilitando i loro fedeli dai pulpiti, dalle piazze e dai media che controllano.
    Ma se la giustizia arriva tardi o non arriva affatto, non è mai troppo tardi per la riparazione. E qui sono molto sorprendenti le conclusioni della Commissione Gabilondo che, dopo aver chiesto che venga istituito un qualche meccanismo di riconoscimento amministrativo per le vittime, chiede un sistema… pubblico! risarcimento agli aggrediti. Resta inteso che Gabilondo considera lo Stato complice dei danni commessi data la sua manifesta incompetenza nel perseguire penalmente i colpevoli e pretende che lo faccia la Chiesa cattolica. Ma ovviamente si tratta della stessa Chiesa che finora ha mantenuto il suo status di confessione privilegiata grazie alla competentissima diplomazia vaticana, alle sue infiltrazioni nei partiti politici e nei media e al blocco del riconoscimento di altre confessioni o semplici laicità, impedendo per anni l’approvazione di una legge sulla libertà religiosa. 
    Si tratta della stessa chiesa cattolica da cui lo Stato spagnolo riscuote i fondi dell’imposta sul reddito delle persone fisiche e concede l’esenzione fiscale ai suoi immobili e a buona parte delle sue attività economiche. La chiesa che non dichiara raccolte per donazioni e servizi, ma fa pagare l’uso della maggior parte dei cimiteri – perché, come buona parte delle nostre terre comunali, le ha registrate come proprietà privata grazie al governo Aznar, senza bisogno di dimostrazione dell’uso e della proprietà o dell’origine dei fondi. È questa chiesa che prende comunione e fatture che ha sotto il suo controllo la maggioranza del sistema educativo privato e concertato dove sono stati commessi abusi con la connivenza, il sostegno e i sussidi milionari delle pubbliche amministrazioni, che gode del canone di cui assumiamo gli insegnanti che sceglie e noi paghiamo un compenso con le nostre tasse quando li licenzia dal sistema di istruzione pubblica.

    Può questa istituzione, ora che la verità è emersa e la giustizia lo ha sottolineato, non essere responsabile del risarcimento delle vittime? Negli Stati Uniti, con molti meno casi, la Chiesa cattolica era sull’orlo della bancarotta a causa dei risarcimenti che ha dovuto pagare. Si è ripresa rapidamente grazie alle donazioni dei suoi fedeli. Ma qui, a quanto pare, ancora una volta si vuole che sia lo Stato a pagare per i loro eccessi e crimini.

    Di fronte a ciò è necessario che il Concordato con la Santa Sede venga denunciato una volta per tutte e che la Chiesa cattolica sia sottoposta allo stesso regime fiscale e sociale delle altre confessioni con una legge moderna e democratica. Che si aprano gli archivi ecclesiastici, si scopra tutta la verità e si chieda la collaborazione dei maggiori responsabili dell’infamia, pena la denuncia d’ufficio come complici. Che vengano processati gli autori dei delitti, i necessari collaboratori e i complici, come è avvenuto in altre latitudini. Che le scuole siano indagate a fondo e, se necessario, la loro licenza educativa venga rimossa. Lasciamo che la Chiesa ripari le vittime e, naturalmente, lo faccia con le proprie risorse, che alla fine risultano nostre. E soprattutto, che questa cronaca non rimanga ancora una volta in lunghe dichiarazioni e fatti brevi e che, almeno per una volta, quei signori vestiti di viola, travestiti da satrapi persiani, non rivendichino alcuna superiorità morale finché non si assumono le proprie responsabilità.

    https://ctxt.es/es/20231001/Firmas/44482/editorial-abusos-sexuales-iglesia-catolica-menores-Defensor-del-Pueblo.htm

  • LA VERGOGNA – L’Argentina condanna i preti pedofili che in Italia si sono salvati con la prescrizione

    LA VERGOGNA – L’Argentina condanna i preti pedofili che in Italia si sono salvati con la prescrizione

    Argentina batte Italia 45 a 0. Sul campo minato della questione pedofilia tra i preti cattolici, il confronto tra nazioni si è chiuso con un risultato imbarazzante per il sistema giudiziario del nostro Paese. Dopo anni di indagini e processi sugli abusi contro decine di bambini dell’istituto italo-argentino Antonio Provolo, la Corte Suprema di Giustizia di Buenos Aires, che equivale alla nostra Cassazione, ha confermato in via definitiva le condanne per i primi tre religiosi finiti sotto accusa: dovranno scontare pene comprese tra 18 e 45 anni di reclusione.

    In Italia nessuno ha pagato: zero condanne, anche se le sentenze argentine spiegano che le violenze sui minori sono continuate per almeno cinquant’anni ed erano iniziate in Italia. Dove però l’unica inchiesta giudiziaria si è chiusa sul nascere, senza neppure un indagato, grazie alle norme italiche sulla prescrizione dei reati.

    L’istituto Provolo, che ha la sede centrale a Verona, gestisce una rete di collegi, in Italia e in Argentina, specializzati nell’assistere bambini con problemi di sordità e conseguenti difficoltà a parlare. Dopo anni di sospetti, lo scandalo è stato scoperchiato nel 2009 da un’inchiesta giornalistica del nostro settimanale, firmata da Paolo Tessadri, che ha filmato e pubblicato le testimonianze di 15 ex allievi di due collegi veronesi, che denunciavano di aver subito per anni abusi e violenze da oltre venti sacerdoti, chierici e altri dipendenti dell’istituto.

    L’allora vescovo di Verona, Giuseppe Zenti, grande protettore del Provolo, ha attaccato L’Espresso e denunciato per calunnia l’associazione delle vittime. I giudici hanno però archiviato le sue accuse, spiegando che gli abusi sono risultati «certi e documentati», anche se prescritti. E il prelato ha dovuto patteggiare una condanna per aver diffamato le vittime.

    https://lespresso.it/c/inchieste/2023/10/27/largentina-condanna-i-preti-pedofili-che-in-italia-si-sono-salvati-con-la-prescrizione/46314

  • Trent’anni senza Elisa Claps, «Io abusato nella chiesa della Trinità, togliete la targa per don Mimì»

    Trent’anni senza Elisa Claps, «Io abusato nella chiesa della Trinità, togliete la targa per don Mimì»

    POTENZA – La commozione, 30 anni dopo, fa capolino in tanti sguardi. La marcia organizzata dall’attore Ulderico Pesce – partita sotto casa di Elisa e conclusasi davanti alla chiesa della Trinità – è stata seguita da diverse centinaia di persone. E, dopo 30 anni, Gildo quasi non riesce a parlare. La commozione è visibile, la gente davanti a lui applaude e, dopo 30 anni, sente che la città è dalla sua parte. Che la battaglia della sua famiglia non è più in solitaria.

    «Lo so che questa storia ha diviso la città, lo sento – dice – ma questa è una città che con quanto accaduto non ha mai fatto veramente i conti». Ora, dopo 30 anni, con un corpo ritrovato e un assassino condannato, può però tornare a vivere forte anche il ricordo di Elisa, per quello che era come persona, perché «prima di essere la ragazza scomparsa era una ragazza meravigliosa che, purtroppo, abbiamo potuto conoscere per poco, solo 16 anni».

    Restano tutti i silenzi, le verità negate, gli «innocenti depistaggi». E pian piano vengono fuori anche i racconti, dolorosi e inaspettati, di chi quella chiesa ha frequentato.

    «Io in quella chiesa – racconta Dino Quaratino, salendo sulle scale della Trinità al fianco di Gildo – sono stato abusato. Per vergogna e pudore, che allora così si faceva, non ho mai detto nulla». E ai giornalisti: «Non dite più che questa è una città omertosa, è una bella città ma che vive di antichi retaggi. Ma ce ne stiamo liberando lentamente». E quando sotto gli urlano di fare i nomi, perché «non è più il momento di proteggerli», Quaratino non fa un nome, ma si dice «indignato da quella targa apposta all’interno, che ricorda don Mimì Sabia e il suo grande impegno a favore degli adolescenti.

    «Togliete quella targa», urlano le persone ferme davanti alla chiesa. Un coro che è un atto di accusa contro chi quella istituzione ha diretto per decenni, facendo dei distinguo tra gli adolescenti da accompagnare in un percorso di crescita e gli adolescenti da abbandonare in un sottotetto. «Elisa è entrata da quella porta per andare a pregare – dicono i presenti – e da quella porta doveva uscire. Se è rimasta lì dentro per 17 anni, chi gestiva quella chiesa ha le sue responsabilità».

    «La Trinità non è una casa come un’altra» – ribatte un altro presente, che racconta di essersi poco prima imbattuto per caso in un sacerdote che, alla sua affermazione “questa chiesa andava abbattuta”, ha replicato che “se si dovessero abbattere tutte le case in cui succedono cose terribili non ce ne sarebbe più una in piedi”.

    «E’ una chiesa questa. Dove ci sono sacerdoti che raccolgono le confessioni: ma come possiamo fidarci di persone che hanno mentito, nascosto, fatto cose così orribili?». Mentre c’è chi parla su quel palco improvvisato che è l’ingresso alla chiesa, c’è chi continua a entrare e uscire. C’è un secondo ingresso da cui potrebbe farlo, ma è come se si volesse far sentire lo sdegno per quella manifestazione contro la riapertura della chiesa. La città continua a essere irrimediabilmente spaccata.

    «Rinnovo l’invito a tutta la città – dice Gildo – a non varcare le porte di questa chiesa finché da parte loro non ci sarà un passo avanti, finché non ammetteranno le loro responsabilità, i loro colpevoli silenzi, quello che hanno messo in piedi dall’alba del ritrovamento. Questa chiesa deve restare vuota».

    Trent’anni senza Elisa Claps, «Io abusato nella chiesa della Trinità, togliete la targa per don Mimì»

  • Caso Próvolo: la richiesta di una delle parti e la pretesa alla Chiesa

    Caso Próvolo: la richiesta di una delle parti e la pretesa alla Chiesa

    I querelanti nei casi di abusi sessuali commessi contro minori presso l’ Istituto Próvolo di Mendoza , hanno chiesto, insieme ad altri avvocati, attivisti e sopravvissuti, e davanti al Tribunale dell’Aia, che questi crimini siano considerati “crimini contro l’umanità”. Sergio Salinas, attore delle vittime sorde dell’istituto religioso Antonio Próvolo, ha chiesto “che gli abusi a Próvolo, così come altri casi di abuso ecclesiastico avvenuti e denunciati in tutto il mondo, siano considerati crimini contro l’umanità”.

    Salinas, membro del gruppo Xumec, è stato nominato rappresentante latinoamericano della ONG ECA Global, da dove ha parlato davanti alle autorità della Corte penale internazionale sul caso di abusi ecclesiastici per il quale erano già stati condannati due sacerdoti di Mendoza .

    In questo contesto hanno chiesto che venga considerato un crimine contro l’umanità e hanno chiesto ancora una volta la collaborazione della Chiesa. “Avvocati, attivisti e sopravvissuti chiedono che gli abusi non siano trattati come qualcosa di individuale ma come qualcosa di sistematico. La sistematicità e la generalità costituiscono un crimine contro l’umanità”, ha affermato.

    “Il mondo è interessato a vedere questa fine. Non possono continuare ad esserci abusi contro i bambini e per questo ci lamentiamo a Roma, a Ginevra e presso il tribunale dell’Aia e, come rappresentante dell’America Latina, recuperiamo casi di vittime provenienti da luoghi diversi, sollevando generalità e sistematicità, ” Lui ha spiegato.

    “Solo a Mendoza , e in parte, c’era giustizia. A Próvolo de La Plata non c’è niente, in Cile niente, in Colombia niente e recentemente in Canada un migliaio di bambini morti sono apparsi sepolti abusati nell’impunità della Chiesa, più altri mille in Svizzera”, ha evidenziato Salinas.

    “Siamo presenti davanti alla Corte penale internazionale, con sede all’Aia, che ha giurisdizione per quattro tipi di crimini: crimini contro l’umanità, crimini di guerra, crimini di aggressione e genocidi”, ha spiegato.

    Intanto, il 18, i membri del Tribunale Penale Collegiato 2 di Mendoza, dove si sta svolgendo il terzo processo per abusi sessuali commessi contro minorenni non udenti presso l’Istituto Próvolo in questa provincia, condanneranno gli otto accusati di abusi sessuali e omissione di denunce di abusi, tra i quali figurano due suore.

    Da parte sua, la Corte Suprema di Giustizia della Nazione ha respinto il ricorso e ha lasciato ferma la condanna inflitta al giardiniere Armando Ramón Gómez Bravo per “abuso sessuale aggravato e corruzione di minori”, nel Provolo de Luján de Cuyo, a Mendoza.

    Nel novembre 2019, Gómez è stato condannato a 18 anni di carcere, l’ex direttore dell’istituto e sacerdote, Nicolás Corradi (83), a 42 anni, e il sacerdote Horacio Hugo Corbacho (59), a cui è stata comminata la pena più lunga tribunale, nella fattispecie: 45 anni di reclusione, per 13 atti.

    https://www.mdzol.com/policiales/2023/10/10/caso-provolo-el-pedido-de-una-de-las-partes-el-reclamo-la-iglesia-375163.html

  • Un capo scout e un sacerdote apparsi su ‘Interviú’: cinque accuse di pedofilia che il vescovo di Malaga non vuole chiarire

    Un capo scout e un sacerdote apparsi su ‘Interviú’: cinque accuse di pedofilia che il vescovo di Malaga non vuole chiarire

    Nelle ultime due settimane, il vescovado di Malaga ha dovuto affrontare l’arresto di due preti, uno per abusi sessuali e un altro condannato per molestie per aver infranto un ordine restrittivo, e in entrambi i casi le loro azioni sono state messe in discussione. Nello specifico, nel primo caso, conosceva i fatti ma non ha indagato e si è limitato a trasferire l’imputato. Nella seconda ha affermato di non essere a conoscenza dell’esistenza di un’ordinanza restrittiva . Ma c’è di più. La diocesi di Jesús Catalá conosce da tempo – da 15 a 3 mesi – le accuse contro cinque sacerdoti sotto la sua giurisdizione, denunciate da EL PAÍS nei suoi rapporti sulla pedofilia nel clero.

    Il regolamento del Papa prevede che venga aperta un’indagine, denunciata al Vaticano e chiusa entro tre mesi. Tuttavia il vescovato si rifiuta di dare spiegazioni e di riferire sulle proprie indagini. Prevale il segreto e l’occultamento dell’accaduto ai fedeli. Non è un’eccezione, è una pratica abituale in quasi tutti gli ordini e le diocesi della Chiesa spagnola: non rivelano quello che sanno, spesso non indagano e non risarciscono. Il vescovado si limita a rispondere che “ha attuato in tutti i casi il protocollo che ha la Chiesa cattolica”.

    La gestione del vescovado in questi casi era all’epoca molto dubbia. In tutti questi casi, secondo le testimonianze, la diocesi era a conoscenza dei fatti ma si è limitata a trasferire il sacerdote accusato, oppure non ha fatto nulla. Le vittime non sono mai state prese in considerazione. Tre dei quattro precedenti vescovi della città sono sospettati di insabbiamento: Emilio Benavent, che guidò l’episcopato tra il 1967 e il 1968; Ramón Buxarrais, che ha ricoperto l’incarico fino al 1991 ed è ancora in vita, potrebbe dare delle risposte; e Antonio Dorado, andato in pensione nel 2008.

    Di seguito vengono raccontati uno per uno questi cinque casi, tutti prescritti. Málaga, con 18 casi – oltre a cinque della diocesi, altri 13 sono di ordini religiosi – è, insieme a Siviglia, la provincia andalusa con il maggior numero di casi registrati da EL PAÍS nel suo database, che attualmente registra 1.025 imputati e 2.196 vittime . In Andalusia i casi finora sono 86, consultabili nell’elenco a fine articolo.

    Caso 1: un parroco che è ancora nella sua posizione più di un anno dopo

    Il caso più rilevante, perché è ancora sacerdote in una parrocchia del centro di Malaga e ricopre incarichi nella diocesi, è quello di FCJ – viene citato con le iniziali perché c’è una sola testimonianza e di una persona che non vuole essere identificato. È accusato di abusi tra il 1996 e il 2000 a San Pedro Alcántara, dove era parroco della chiesa omonima con un profilo che si ripete in molti casi: ha fondato un’associazione missionaria giovanile. Organizzò attività estive in uno chalet vicino. Questo giornale ha comunicato al vescovato la testimonianza del fratello di una vittima nel giugno 2022 (in quel momento la vittima non si sentiva in grado di rendere la sua testimonianza), più di un anno fa. Ma in questo momento nei confronti dell’imputato non sono state prese nemmeno misure cautelari, come quella di allontanarlo dai contatti con i minorenni. EL PAÍS ha localizzato il sacerdote la settimana scorsa nella sua parrocchia, dove è tuttora attivo. Negare i fatti. Assicura inoltre che questa è la prima notizia che ha delle accuse e che il vescovado non lo ha informato né ha raccolto da lui dichiarazioni, come è richiesto quando si apre un’indagine. La diocesi, dal canto suo, lo smentisce. Afferma di essere già stato interrogato e che si stanno seguendo i protocolli della Chiesa.

    “È assolutamente inaccettabile”, lamenta con indignazione la vittima, che ha già trovato la forza di parlare direttamente a questo giornale. C’è un altro dettaglio: egli sostiene che quando si verificarono gli abusi lo dissero ai suoi genitori, che a loro volta informarono il vescovado, allora guidato da Antonio Dorado. “Hanno offerto loro dei soldi, ma li hanno rifiutati e hanno promesso loro che li avrebbero trasferiti”. Poco dopo, nel 2001, il sacerdote fu inviato a Roma. Secondo la versione data dal sacerdote si trattava di proseguire gli studi. Ritornò nel 2003 e fu assegnato alle parrocchie di Malaga. “Inoltre ha iniziato a scalare posizioni nella Chiesa”, lamenta il fratello della vittima. Fino ad oggi.

    Caso 2: il prete apparso su ‘Interviú’

    BM era uno studente di 11 o 12 anni della scuola Europa di Malaga, a metà degli anni ’80, quando arrivò un nuovo insegnante di religione, che insegnava anche nella parrocchia accanto, nell’urbanizzazione di Puertosol. Non ricorda il nome, ma ricorda cosa ha fatto: “Dal primo momento ha iniziato a toccare. Lui, come tutte le ragazze della mia classe, mi ha toccato e ferito. Quando ero in classe chiamavo le ragazze ai loro posti, ti facevo sedere sulle mie ginocchia e cominciavo a toccarti ovunque. “Era disgustoso.” Ma un giorno a scuola scoppiò uno scandalo: “Questo mostro è apparso sulla rivista Interviú ., per aver abusato di bambini in una località di Malaga. Da un giorno all’altro è scomparso e la direzione è venuta a dirci che ci era proibito parlare di questo argomento, potevano punirti o espellerti. Ma a noi bambini nessuno ha chiesto nulla, se ci avesse fatto qualcosa”.

    Un altro ex studente di quella classe. L’EPS lo conferma: “Questo prete si sedeva sulle ragazze, andava a cercare quelle più formate, che avevano già il seno, io non attiravo la sua attenzione e avevo anche molto carattere. Un giorno mi ha rimproverato per qualcosa, mi ha afferrato per i capelli e ha iniziato a picchiarmi. Sono corsa fuori e sono andata nell’ufficio del direttore, trasformata in un muffin. Sono tornato a casa, l’ho raccontato e il giorno dopo mio padre è andato a protestare, ma non c’era più. Lo avevano rilasciato. E quattro giorni dopo, che coincidenza, è apparso su Interviú . “

    BM ha denunciato il caso anche alla commissione del Difensore civico che indaga sugli abusi nella Chiesa e si è recata in vescovado a luglio per rilasciare una dichiarazione. Ma dice che non è stata un’esperienza piacevole. Non volevano dargli nessuna informazione. Inoltre non gli hanno parlato della possibilità di un risarcimento e non ha più avuto loro notizie. “Mi hanno trattato con ostilità. Ho chiesto cosa è successo a quest’uomo, perché era lì, dove è stato mandato, quali conseguenze ha avuto. Ma come se fossero sordi. “Non mi hanno detto niente.”

    EL PAÍS ha poi ritrovato quello che potrebbe essere quel numero di Interviú , del maggio 1986, con questo titolo in copertina: “Mijas. “Le foto del prete pedofilo”. Il sacerdote si chiamava Rafael Medina Marín, allora 52enne, che fu arrestato nel febbraio di quell’anno per aver abusato di due fratelli di 8 e 11 anni in questa località di Málaga, Mijas, dove era parroco almeno dal 1975. Aveva stato anche a Cartajima, Parauta e Alcaucín. A volte andava anche con la sua Renault a Malaga, dove aveva un appartamento. Secondo la stampa dell’epoca, citando fonti ufficiali, egli avrebbe confessato i fatti. Ha trascorso un mese in prigione ed è stato rilasciato su cauzione.

    Sia BM che il suo compagno credono di identificarlo nelle foto come il prete della loro scuola, ma il passare degli anni rende i loro ricordi offuscati. È lui quel professore di religione o era un altro prete apparso anche lui sulla rivista in quegli anni? Inoltre se si trattasse di due persone diverse si tratterebbe di due casi di pedofilia, non di uno. Il vescovato si rifiuta di chiarirlo. È lo stesso atteggiamento di quarant’anni fa, quando scoppiò il caso: il vicario generale, Manuel Díez de los Ríos, dichiarò a Interviú di non sapere nulla della questione: “Lui è il nostro prete, ma noi non abbiamo niente a che fare con la questione.” Anche l’attuale preside della scuola, che allora frequentava il liceo al Centro e ricopre l’incarico dal 1997, non vuole dare spiegazioni, assicura solo di non ricordare né di sapere nulla di questi avvenimenti.

    Per quanto riguarda Rafael Medina, il vescovato indica che egli lasciò il sacerdozio l’anno successivo, nel 1987, e il caso giudiziario fu archiviato. “Apparentemente c’è stato un perdono preventivo da parte delle vittime”, spiega la diocesi. Medina, in un libro sugli abusi nel clero pubblicato nel 1994, assicurava invece che si trattava di “una montatura”. Ma racconta un dettaglio interessante: “All’inizio, quando mi hanno arrestato, il vescovato ha reagito in modo strano, ma poi mons. Ramón Buxarrais mi ha offerto se volevo andare in America”.

    C’è un’altra testimonianza molto significativa dell’allora sindaco di Mijas, Antonio Maldonado, del PSOE, che ricorda bene il caso: “Quando lo arrestarono, mi chiamarono dalla canonica del vescovado per convincere la famiglia a ritirare la denuncia, e loro accettò di trasferirlo in un’altra città. Io ho risposto con ironia che se un giorno mi avessero processato avrebbero potuto farmi sindaco di un’altra città e mi hanno impiccato”.

    Caso 3: Fagiano Ligero, per decenni il grande capo scout di Ronda

    Questo giornale ha raccolto quattro testimonianze contro José Moya Fernández, diacono di Ronda che almeno dagli anni Ottanta guidava il gruppo scout del comune, con sede nei locali della chiesa di Santa Cecilia, imparentato con i Salesiani e il cui soprannome all’interno dell’organizzazione era Pheasán Ligero . Era il capo del gruppo scout di Ronda , Fernando I, e presidente dell’Associazione Scout Andalusa (ASA), creata nel 1983 e oggi defunta, che riuniva una ventina di gruppi della regione. Era un’autorità nel mondo scoutAndaluso da decenni, e la sua base era a Ronda e nella sua fattoria La Llana, a Jimena de Libar, una cittadina vicina, dove viveva e organizzava campi, anche nei fine settimana. È lì che dormiva spesso con minorenni e, secondo le testimonianze raccolte, sono avvenuti abusi, toccamenti e Fellazioni. I gruppi con cui ha avuto rapporti sono emersi nelle parrocchie dei comuni andalusi delle province di Málaga, Cadice, Huelva e Siviglia: Lepe, Cartaya, Algeciras, Algodonales, Zahara de la Sierra, Taraguilla, San Roque, Lebrija, Puente Mayorga, Almonte , Palma del Condado, Atajate, Palos de la Frontera, Torrox.

    Tutte le testimonianze indicano che i loro abusi erano vox populi. Le prime notizie raccolte su di loro risalgono alla metà degli anni Ottanta. Nel 1986, un capo di un clan scout di Cadice, che all’epoca aveva 19 anni, racconta di aver scoperto cosa stava succedendo quando almeno cinque bambini, tra i 12 e i 16 anni, si rifiutarono di tornare nel campo di Pheasán Ligero e denunciato abuso. Hanno poi contattato i colleghi di Ronda, i quali hanno confermato che anche loro erano a conoscenza di almeno tre casi e stavano preparando un rapporto da consegnare a un’autorità e agire. Questo ex scout assicura che il vescovado di Malaga è stato informato. In quegli anni c’era anche Ramón Buxarrais.

    Poi c’è stato un incontro molto teso tra Moya e i capi reparto: “Là era come un dio, aveva molto potere ed era molto ben collegato con la Chiesa, con il consiglio comunale. Abbiamo parlato con gli avvocati, ma le famiglie non hanno voluto essere coinvolte nei processi, soprattutto a Ronda, dove aveva molto appoggio. Volevano che lo facessimo a Cadice. Alla fine non è stato fatto nulla. In quell’incontro ci ha minacciato e ha detto che lo stavamo diffamando. Alcuni lo difesero, ma diversi gruppi abbandonarono l’organizzazione. Col tempo, molti altri iniziarono a rendersi conto di ciò che stava accadendo e si separarono da lui. Ci hanno detto: avevi ragione”. Ci fu una scissione e chi se ne andò creò un’altra organizzazione scout .

    Light Pheasant continuò al suo posto. Tre anni dopo, nel 1989, secondo Tomás, nome fittizio di un ex scout che non vuole rivelare la sua identità, abusò di lui. “Era tra il 1989 e il 1992, quando avevo tra gli 11 e i 14 anni. Succedeva sempre nella sua fattoria a La Llana, dove rimanevamo a dormire molte volte”. I suoi genitori lo hanno inserito negli scout “proprio per togliermi dalla strada, per proteggermi, ma come facevano a sapere che avrei trovato questo lì?” Circa 15 anni fa scrisse un racconto sulla sua esperienza, accusando per nome il capo scout , e lo pubblicò su un forum internet. Ha circolato in tutti questi anni e può ancora essere letto. Afferma inoltre di averlo inviato in forma anonima a varie istituzioni, anche se nessuna della Chiesa.

    Un’altra testimonianza è successiva, di Francisco OG, che è stato nei Ronda Scouts dal 1996 al 2001, dall’età di 13 anni: “Penso che fosse un assoluto predatore di bambini. Ci ha sempre provato con me, ma ero un bambino volitivo. Ricordo che una volta mi punì per qualcosa al campo. La punizione era dormire con lui. Una quarta testimonianza degli stessi anni, rimasta nel gruppo fino al 2003, ripete la stessa cosa. “Non mi è mai venuto in mente di toccarmi i capelli. Sapeva molto bene chi e come attaccare. Persone con bisogni affettivi, emotivi, con problemi”.

    Moya, in quanto diacono, era autorizzato a celebrare la Parola, senza dare la comunione. “Era tutto molto settario, molto misogino, perché odiava le ragazze e l’ultraortodossia cattolica”, ricorda questo quarto testimone. “Di notte si vestiva con una specie di tunica, celebrava la parola, faceva l’omelia, non faceva la consacrazione, faceva la comunione consacrata e la distribuiva. “Era un uomo forte della Chiesa di Ronda, conosciuto nei vescovadi”. Ogni anno organizzava viaggi a Roma, racconta il testimone, nei quali dormiva anche con minorenni e attraverso i suoi contatti otteneva un’udienza dal Papa.

    Caso 4: il sacerdote che celebrò la prima messa in basco nel 1959

    Nel 1970, apparve al León un sacerdote molto particolare Disse di essere gesuita, anche se la Compagnia assicura che lasciò l’ordine nel 1953: ”Le ragioni non sono indicate. Ha chiesto le sue dimissioni volontarie e le ha accettate”. Veniva da Bilbao, dove aveva celebrato la prima messa in basco nel 1959, nella chiesa di Arrazola, a Bizkaia. Gestiva anche un residence per minorenni vicino a Bilbao, secondo un riferimento del quotidiano ABC., che parla delle offerte di aiuto ricevute al consolato spagnolo in Marocco dopo il terremoto di Agadir del 1960: “Oggi un sacerdote di rito orientale, padre Ballester Viú, direttore della residenza Santa María de Derio, ha indirizzato una commossa lettera in cui esprime il suo desiderio per accogliere nel suo istituto alcuni bambini rimasti senza casa a causa della catastrofe”. Ballester, 35 anni, ha trascorso del tempo a Gerusalemme e ha vissuto in uno chalet a Derio dove “per anni ha portato due o tre ragazzi arabi a imparare lo spagnolo, studiare o imparare un mestiere”. A quel tempo, secondo il giornale, alloggiavano due giordani, un russo e sei figli di lavoratori di Biscaglia. Il sacerdote fu sempre assegnato alla diocesi di Bilbao, ma per ragioni sconosciute intorno al 1970 si trasferì a Malaga.

    I bambini sono stati attratti dalle messe di rito orientale. “Per noi era qualcosa di molto nuovo, erano cerimonie più colorate, i chierichetti vestiti con vesti colorate e il prete portava un cappello come gli ortodossi, molto incenso”, ricorda Antonio Agudo, uno studente della scuola che, secondo a quello che dice, ha subito molestie. . Lo ha segnalato al difensore civico. Il sacerdote costituì allora un gruppo chiamato Congregazione Mariana de la Inmaculada y San Francisco de Borja, che aveva la sua sede nel quartiere El Palo, in un luogo della chiesa di Angustias. Lì confluivano gli studenti della scuola e del quartiere. Nell’ambiente di questa associazione ci sono almeno altre quattro vittime dei loro abusi, raccontano Agudo e Francisco Barba Cañete, che la frequentavano in quegli anni.

    Ballester, secondo queste testimonianze, approfittava dei viaggi per commettere i suoi abusi. È il caso di Antonio Agudo, in gita scolastica a Madrid. “Con me è nata una grande amicizia, mi ha portato a casa in macchina, al cinema e durante il viaggio di fine anno mi ha proposto di condividere la stanza. Non volevo, ma non sapevo come dire di no. Quando siamo andati a letto, ha suggerito di unire i letti in modo che potessimo parlare tranquillamente. Ha iniziato a fare battute e a toccarmi. Alla fine ci siamo addormentati e all’alba mi sono svegliato perché ho notato che mi accarezzava le natiche. È stato orribile, mi sono sentito malissimo. La notte successiva ho chiuso a chiave la porta e non l’ho lasciato entrare.” Il sacerdote, al ritorno, nel tentativo di avvicinarsi a lui, gli ha sottoposto le domande finali dell’esame.

    Il modus operandi era lo stesso dei casi denunciati da Francisco Barba, di cui venne a conoscenza tramite altri quattro colleghi. Approfittò dei suoi viaggi per celebrare la messa con il rito melchita in diverse parti della Spagna, portando ogni volta un chierichetto diverso. “Uno mi ha detto che la prima cosa che ha fatto in albergo è stata unire i letti e proporre una rissa in mutande. “Poi ho iniziato a giocare.” Alla fine uno dei ragazzi lo ha raccontato a casa, raccontano Agudo e Barba, e i loro genitori sono andati a parlare con il vescovo, sempre Ramón Buxarrais. “Lo trasferirono intorno al 1975, ma a pochi chilometri di distanza, in una parrocchia del quartiere Cruz del Humilladero, dove fondò un’altra congregazione”.

    Un altro membro del gruppo, JCMM, che subì anche lui uno dei loro attacchi, afferma di averlo detto personalmente allo stesso vescovo, Ramón Buxarrais, due anni dopo, intorno al 1977. Era responsabile di una comunità cristiana di base e tenne un incontro con lui. “Abbiamo parlato un po’ di tutto e lui mi ha chiesto della congregazione di Ballester, e io gli ho detto che lì c’era un problema. Mi ha chiesto quale e gli ho detto che il problema era che a questo prete piacevano i bambini. “Mi ha guardato stupito e ha detto che lo avrebbe scoperto.” Ma ha continuato a Malaga. Poco si sa della sorte di questo sacerdote nei tre decenni successivi. Morì a Madrid nel 2006, all’età di 82 anni, ed era ancora sacerdote della diocesi di Bilbao.

    Caso 5: il leader carismatico di un movimento giovanile negli anni Sessanta

    Un altro sacerdote accusato di abusi è il DEWP, una personalità carismatica divenuta famosa come fondatrice di un gruppo cattolico. Fu ordinato sacerdote a Malaga nel 1956 e la sua prima destinazione fu la parrocchia di Santa María de la Amargura, in un quartiere umile della città. «Avevo circa 10 anni quando arrivò questo prete che stava creando una specie di congregazione con bambini e giovani – ricorda JC – Il giovedì pomeriggio ci mostrava dei film. Ha portato a casa anche i bambini. Quell’anno abusò di me in diverse occasioni. La prima volta mi fece spogliare perché voleva sapere se ero un uomo normale o gay. Non capivo cosa stesse succedendo. L’ultimo è stato in sagrestia, dove ha tentato di violentarmi. Non l’ho mai detto a nessuno, anche se ho visto con i miei occhi come ha toccato un altro bambino. Anni dopo l’ho raccontato a un collega di allora e lui mi ha detto che anche lui soffriva la mia stessa cosa”. JC racconta che anni dopo chiese un appuntamento all’allora vescovo di Malaga, Ángel Herrera Oria. “Ma il vicario generale non ha permesso che si svolgesse questo incontro, mi ha detto che mi avrebbero chiamato e non ho più avuto notizie. Il vescovo poi morì”.

    Alla fine, racconta, ha parlato con il prete. “Come unica conseguenza, hanno trasferito questo molestatore in una parrocchia vicina, dove ha continuato la sua opera”, conclude. A quel tempo, nel 1968, il vescovo era Emilio Benavent Escuín, compagno di classe dell’imputato, secondo la vittima. Il sacerdote continuò con il suo gruppo giovanile, che negli anni si espanse in tutta la città e in tutta l’Andalusia. È ancora attivo e si venera il suo fondatore. Il DEWP è morto nel 2005, all’età di 76 anni.

    https://elpais.com/sociedad/2023-10-09/un-jefe-scout-y-un-cura-que-salio-en-interviu-cinco-acusaciones-de-pederastia-que-el-obispo-de-malaga-no-quiere-aclarar.html?ssm=TW_CC

  • Abusi nella chiesa, il rapporto sulle molestie in Svizzera fa luce sui problemi del clero

    Abusi nella chiesa, il rapporto sulle molestie in Svizzera fa luce sui problemi del clero

    di Marco Marzano – All’elenco delle conferenze episcopali che hanno deciso, a differenza di quelle italiana e polacca, di far sul serio sul terreno della lotta agli abusi sessuali del clero va ora aggiunta quella svizzera. Da pochi giorni è stato infatti pubblicato il primo Report della commissione indipendente incaricata di far luce sul tema nel territorio della Confederazione Elvetica.

    Si tratta di uno “studio-pilota” realizzato in un solo anno di lavoro e anticipatore di un più ampio e approfondito lavoro di ricerca da realizzarsi nel prossimo futuro. Malgrado questo limite, il documento presenta almeno due notevoli motivi di interesse.

    Il primo di questi è metodologico e riguarda il carattere squisitamente scientifico dell’impresa. L’episcopato svizzero ha infatti deciso di affidare il delicato incarico di lavorare sul tema a un gruppo di soli accademici, in particolare di storici dell’Università di Zurigo esperti in ricerca d’archivio e storia orale.

    A costoro, la chiesa svizzera ha consentito il pieno accesso a quegli armadi parrocchiali e diocesani (e a quelli di molti ordini religiosi) nei quali sono contenuti i dossier che riguardano i sacerdoti macchiatisi di questi crimini nel corso degli ultimi settant’anni (un netto diniego a rendere disponibili ai ricercatori i propri registri è invece provenuto dagli organismi vaticani, dalla nunziatura apostolica e da tutti dicasteri romani).

    Gli scienziati sociali coinvolti nell’impresa hanno cioè potuto in piena libertà scandagliare, in tutte le diocesi del paese, decine di archivi, esaminare una documentazione di migliaia di pagine e di seguito condurre decine di colloqui e interviste con le vittime, ma anche con esperti e rappresentanti ecclesiastici.

    È ovvio che, per questa via, per ragioni che è facile immaginare (archivi distrutti o incompleti, dati cancellati, denunce di crimini non riportate o mai presentate, resoconti edulcorati rispetto alla testimonianza delle vittime) si è potuto far luce solo su una parte del fenomeno.

    Si tratta tuttavia di quella porzione di esso che era ben nota alle autorità ecclesiastiche e che, per le motivazioni più varie e spesso con la complicità di singoli, famiglie e autorità civili, è stata tenuta nascosta per decenni.

    Un oscuramento, e il report molto opportunamente lo riconosce, che non si è limitato al clero diocesano, ma che ha incluso gli ordini religiosi e anche i cosiddetti “movimenti ecclesiali”, ovvero quei gruppi, tanto spesso generati dall’azione di un capo carismatico (Kiko Arguello, Chiara Lubich, ecc.), che negli ultimi sessant’anni hanno animato la vita della chiesa. In tali aggregazioni è talvolta prevalsa una logica settaria e fanatica, inevitabilmente accompagnata da manifestazioni di subordinazione incondizionata, da raggiri e da abusi (anche sessuali).
    I casi di abuso individuati e documentati dalla commissione sono stati un migliaio. Le vittime sono risultate in maggioranza maschi (56 per cento) e in larga misura minorenni (il 74 per

    cento). Quest’ultimo dato rimanda a un secondo motivo di interesse ricavato dai dati del report svizzero. Gli estensori del rapporto hanno infatti deciso di estendere la rilevazione anche agli adulti (il 14 per cento dei casi; del restante 12 per cento non si è riusciti a stabilire l’età).

    Per giustificare questa scelta, gli autori del report hanno dovuto far propria quella teoria che stabilisce che se uno dei due partner di una relazione sessuale gode di una posizione di autorità rispetto all’altro (e se quindi quest’ultimo si trova in una condizione di “dipendenza spirituale,emozionale, finanziaria o strutturale”), ogni consenso è in linea di principio assolutamente escluso.

    «In tali situazioni, – si legge nel rapporto – l’autore del delitto si adopera al fine di “sottomettere” preventivamente le proprie “vittime”, cosicché le persone offese si sentono “prescelte”, e il contatto fisico viene motivato dal contesto sacro».

    In altre parole, l’assenso che il partner più debole (ma adulto e nel pieno delle sue facoltà) ha espresso al momento della consumazione del rapporto è da considerarsi, per questa teoria, sempre frutto di una manipolazione, di una sottile estorsione ad opera del potente.

    Gli studiosi svizzeri sono consapevoli del carattere controverso di questa posizione e, in due passaggi dell’articolo, menzionano due rischi che non vanno sottovalutati: il primo è che sfumi del tutto la distinzione tra abuso e relazione sessuale consenziente, dal momento che quest’ultima può essere sempre, a distanza di tempo e stante le condizioni di cui sopra, essere classificata come abuso.

    Il secondo rischio è che le vittime vengano “intrappolate” a vita in un ruolo che assegna loro solo la parte di oggetti passivi e manipolati. Di qui, «Poiché diverse persone hanno esplicitamente dichiarato di non volersi identificare unicamente come vittime», è discesa la decisione, si legge nel report, di rinunciare all’uso del sostantivo vittima e utilizzare «diverse formulazioni quali “persone abusate”, “persone offese” e “persone vittime di abuso”».

    Personalmente sono disposto a riconoscere per intero la bontà della scelta di includere gli adulti tra le persone offese, a patto che però si riconosca che buona parte della responsabilità ricade su quegli elementi culturali così diffusi nel cattolicesimo che mettono al centro la funzione di guida spirituale dei sacerdoti, l’obbedienza incondizionata, la gerarchia e la disciplina.

    Bisogna insomma accettare (e lo fanno esplicitamente anche gli estensori del rapporto nelle pagine conclusive del documento) il fatto che l’idea che la salvezza (o la perfezione) si raggiunga attraverso il totale affidamento ad un pastore (maschio e celibe) al quale vengono attribuite virtù e qualità sovrumane è la premessa per la stragrande maggioranza degli abusi, degli sconfinamenti, delle manipolazioni e delle violenze clericali. Se non si modifica questo elemento, la storia degli abusi clericali non avrà mai un termine. Ce ne è giunta una conferma anche dalla Svizzera.
    https://www.editorialedomani.it/politica/mondo/abusi-nella-chiesa-il-rapporto-sulle-molestie-in-svizzera-fa-luce-sui-problemi-del-clero-sd6hsqmv

  • La Compagnia di Gesù nega la responsabilità istituzionale nei casi di pedofilia in Bolivia

    La Compagnia di Gesù nega la responsabilità istituzionale nei casi di pedofilia in Bolivia

    La Paz, 3 ott (EFE).- La Compagnia di Gesù in Bolivia ha negato una presunta responsabilità istituzionale nei casi di pedofilia commessi da alcuni sacerdoti e per i quali martedì alcune vittime hanno sporto denuncia contro il superiore dell’ordine del paese.

    “I crimini che alcuni gesuiti potrebbero aver commesso sono interamente di loro responsabilità e la Compagnia di Gesù in Bolivia sarà la prima a prevedere sanzioni che meritano (…) e non vede alcun senso nella causa presentata”, si legge nell’ordinanza. … è una dichiarazione.

    Gli ex alunni del collegio Juan XXIII, della città di Cochabamba, hanno presentato una denuncia contro il superiore provinciale dei gesuiti, Bernardo Mercado, ritenendo che la congregazione cattolica avesse una responsabilità “istituzionale” nei casi in cui nove gesuiti sono accusati di pedofilia.

    Ci sono anche otto ex provinciali che, secondo i denuncianti, erano a conoscenza degli abusi commessi dai gesuiti e che devono rispondere come “complici e complici”.

    La denuncia si basa sul “blocco di costituzionalità” secondo cui i membri dell’organizzazione religiosa hanno commesso “violazioni sistematiche” nei confronti di una popolazione specifica e sono considerati “contro l’umanità”, quindi non prescrivono.

    A questo proposito, la Compagnia di Gesù ha sottolineato che i delitti denunciati “sono di carattere personale” e che tali responsabilità individuali “devono essere punite, determinate e sanzionate dalla giustizia”.

    “La Compagnia di Gesù riafferma che il suo dovere istituzionale viene adempiuto e garantito, con la priorità che le vittime trovino giustizia”, ​​ha aggiunto.

    I casi di pedofilia nella Compagnia di Gesù sono venuti alla luce lo scorso maggio quando il media spagnolo El País ha pubblicato in un’inchiesta il contenuto del diario del gesuita spagnolo Alfonso Pedrajas, in cui racconta i presunti abusi da lui commessi contro minori in Bolivia.

    In quel testo, il religioso, morto nel 2009, fa riferimento ai presunti abusi da lui perpetrati su decine di bambini quando era responsabile della scuola Juan XXIII di Cochabamba, dal 1971.

    Nel 2019, l’EFE ha annunciato il caso del sacerdote Luis Roma, ora deceduto, attraverso la denuncia di un ex membro della Compagnia di Gesù, che ha chiesto l’anonimato, e che ha basato le accuse su trenta fotografie esplicite in cui affermava di riconoscere l’aggressore di numerosi minori tra i 6 ed i 12 anni.

    In seguito a questi avvenimenti, la Procura boliviana ha avviato un’indagine in diversi dipartimenti del Paese per denunce di pedofilia che coinvolgono soprattutto preti cattolici.

    Lo scorso maggio, il governo di Luis Arce ha presentato un disegno di legge affinché i reati sessuali contro i minori non siano prescritti, progetto respinto dal Parlamento pochi giorni fa, che ha suscitato le proteste di diversi settori che difendono l’infanzia e l’adolescenza. 

    EFE

  • Le vittime di abusi sessuali chiedono l’intervento dell’ONU e del Vaticano

    Le vittime di abusi sessuali chiedono l’intervento dell’ONU e del Vaticano

    “È una pandemia e deve finire”, ha detto martedì ai giornalisti a Ginevra Adalberto Mendez, fondatore di Ending Clergy Abuse (ECA). “È un problema enorme, un problema di diritti umani, non solo in Europa, ma in tutto il mondo”.

    A Ginevra, i membri dell’ECA e le vittime terranno dei colloqui a margine del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite. L’obiettivo è quello di avere un primo incontro con i rappresentanti degli Stati su come ritenere il Vaticano responsabile delle violazioni dei suoi obblighi internazionali.

    Sono previsti colloqui anche con i Comitati per i diritti dell’infanzia e contro la tortura. L’ECA vuole sapere se la Santa Sede ha risposto ufficialmente alla richiesta avanzata quasi dieci anni fa nei rapporti degli esperti indipendenti di questi due organismi affinché il Vaticano onorasse i suoi obblighi internazionali.

    La Corte intende continuare il proprio lavoro all’Aia. Vuole chiedere alla Corte internazionale di giustizia (ICJ) un’analisi dello status giuridico della Santa Sede. Vuole anche che la Corte penale internazionale (CPI) si occupi di alcuni casi.

    Coinvolto il Canada

    “I genocidi e i crimini contro l’umanità non vengono perpetrati esclusivamente durante le guerre”, ha affermato Mendez. “Nel caso degli abusi del clero in Canada, si tratta chiaramente di un genocidio”, ha detto. “E in Colombia abbiamo assistito forse al primo caso concreto di crimini contro l’umanità da parte di un’agenzia ecclesiastica e di un gruppo di sacerdoti.”

    I leader dell’ECA sono stati accompagnati a Ginevra da diversi sopravvissuti agli abusi provenienti da diversi paesi. “Chiedo a Papa Francesco di smettere di insabbiare alcuni autori”, ha detto Diego Perez dall’Argentina. Il suo aggressore si è suicidato, ma Perez sta dando la caccia all’uomo che ha protetto il prete, Victor Fernandez.

    Era uno dei nuovi cardinali nominati pochi giorni fa dal Papa, insieme a Emil Paul Tscherrig del canton Vallese in Svizzera.

    Un’altra vittima, la canadese Evelyn Korkmaz, ha chiesto alla Chiesa cattolica del suo Paese di aprire i suoi archivi dopo la scoperta, due anni fa, di fosse comuni che coinvolgevano più di 200 bambini indigeni in Canada. “Continuerò a parlare apertamente finché non ci sarà tolleranza zero”, afferma.

    Questi bambini furono allontanati con la forza dalle loro famiglie e educati in un istituto cattolico dalla fine del XIX secolo fino alla fine degli anni ’60. Il sito fu poi rilevato dal governo negli anni ’70 e chiuso a metà degli anni ’90.

    Lunedì, l’ECA ha presentato a Roma una proposta per una legge di “tolleranza zero”, che vuole che il Vaticano faccia rispettare. Secondo l’Ong, i preti responsabili di abusi e coloro che li insabbiano dovrebbero essere privati ​​di ogni titolo religioso.

    In Svizzera, un recente studio dell’Università di Zurigo ha riferito che dal 1950 in Svizzera sono stati perpetrati oltre 1.000 atti di abuso sessuale da parte di chierici cattolici e membri dell’Ordine.

    “Il caso della Svizzera mostra la portata del problema”, ha detto Mendez. Il numero totale delle vittime nel mondo è incerto. Ufficialmente si stima che siano circa 100.000. Ma questa cifra potrebbe essere tre volte superiore solo in alcuni paesi, afferma il fondatore dell’ECA.

    https://www.swissinfo.ch/eng/society/victims-of-sexual-abuse-demand-action-from-un-and-vatican/48858128