Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Pedofilia: in Italia è vietato indagare sulla Chiesa

    Pedofilia: in Italia è vietato indagare sulla Chiesa

    di Federico Tullli – L’Italia è l’unico tra i Paesi di tradizione cattolica in cui la Chiesa e le istituzioni laiche (Governo, Parlamento) non hanno mai voluto realizzare un’inchiesta su scala nazionale per far luce su un fenomeno criminale che purtroppo è diffuso in tutta la Penisola quanto meno da decenni: la pedofilia.

    In tanti sicuramente avrete visto il film Spotlight, premio Oscar nel 2016, che ricostruisce la lunga inchiesta dei giornalisti del Boston Globe su centinaia di casi di pedofilia insabbiati dall’arcivescovo Bernard Law. L’indagine valse il Premio Pulitzer al team investigativo ma soprattutto dette a tantissime vittime la forza di denunciare, facendo realizzare numerose inchieste sulla Chiesa cattolica non solo negli Stati Uniti. L’elenco è lungo. Il 27 febbraio 2004 una ricerca indipendente commissionata dalla Conferenza episcopale americana scoprì che tra il 1950 e il 2002, negli Stati Uniti, erano stati oltre 4mila i preti pedofili. Gli studiosi hanno contato 10.667 vittime ma si stima che furono un numero compreso tra 40 e 60mila.

    Cinque anni dopo scandali analoghi esplosero anche in Europa. In Irlanda il Rapporto Ryan raccolse le testimonianze di circa 2.500 vittime, ma ne stimò almeno 30.000, e fu accertato che i responsabili dei crimini furono circa 800, tra sacerdoti e suore. «La violenza e gli abusi sono endemici nella Chiesa d’Irlanda», con queste parole il giudice Sean Ryan chiuse l’inchiesta che prende il suo nome.

    A febbraio 2010, scoppiò il “caso Germania”. Per farsi un’idea senza dare cifre ecco cosa disse il vescovo di Treviri, Stephan Ackermann, incaricato dalla Conferenza episcopale di indagare sulle diocesi di Monaco, Essen, Magonza e Ratisbona: «C’è stato un insabbiamento sistematico da parte delle gerarchie. Non c’è mai stata una reale volontà di far luce e i colpevoli sono stati semplicemente trasferiti». Non finisce qui. Nei mesi e anni successivi emergono decine di migliaia di casi in Austria, Svizzera, Olanda, Belgio, Inghilterra. E poi ancora, fino ai nostri giorni, Australia, Francia, di nuovo in Germania, Spagna, Portogallo. Latitudini diverse, diocesi diverse, prassi identica: omertà delle gerarchie, tutela dei pedofili, silenzio sulle vittime e sulla loro sorte. Centinaia di migliaia di vittime. E in Italia? La pedofilia è notoriamente un crimine seriale e la moderna psichiatria ha definito lo stupro di un minore prepubere «un omicidio psichico», eppure, da noi, come detto, le istituzioni laiche e quelle religiose fanno fronte comune insieme alla stampa mainstream per impedire che si indaghi seriamente. Con il risultato che l’opinione pubblica non ha mai avuto un quadro d’insieme della situazione nel nostro Paese e nessuno si sente in dovere di attivare tutto ciò che è necessario per prevenire nuove violenze e per garantire assistenza psicologica gratuita alle vittime. Vi pare giusto?

    Fonti: Adista, Ansa, Domani, Left, Chiesa e pedofilia (L’Asino d’oro ed., 2010), New York Times, www.vatican.va

  • Papa Francesco e l’Opus Dei

    Papa Francesco e l’Opus Dei

    Il 15 agosto un’importante rivista cattolica statunitense, Crisis Magazine, ha pubblicato un articolo intitolato: «Cos’ha il papa contro l’Opus Dei?». Con la riforma della curia romana del marzo 2022, con la lettera apostolica motu proprio, cioè una specie di decreto papale, intitolata Ad charisma tuendum di qualche mese dopo e con un nuovo motu proprio dello scorso 8 agosto, il papa ha modificato il quadro giuridico che regola le prelature personali, ovvero quelle istituzioni religiose che all’interno della Chiesa cattolica hanno un’ampia autonomia. Poiché l’Opus Dei è l’unica prelatura personale, i provvedimenti del papa riguardano direttamente l’Opus Dei: di fatto, ne limitano l’indipendenza e ne circoscrivono il potere, facendo perdere all’organizzazione lo status esclusivo ed eccezionale di cui fino ad ora aveva goduto.

    L’Opus Dei, in breve
    La Prelatura della Santa Croce e Opus Dei, più conosciuta nella forma abbreviata Opus Dei (che letteralmente significa “Opera di Dio”) o come Opera, è una delle organizzazioni più influenti e conservatrici della Chiesa cattolica. Venne fondata nel 1928 in Spagna dal sacerdote Jose María Escrivá de Balaguer. La dottrina dell’Opus Dei si basa in maniera piuttosto netta sui concetti di gerarchia, autorità e famiglia, oltre che sull’essere «santi in mezzo al mondo» e sull’onorare Dio tramite gli sforzi nel proprio lavoro quotidiano.

    L’Opus Dei, secondo quanto consentito da un decreto del Concilio Vaticano II, ricevette lo status di prelatura personale nel 1982 da papa Giovanni Paolo II. La prelatura personale è una struttura istituzionale e gerarchica simile a una diocesi, una circoscrizione territoriale posta normalmente sotto la giurisdizione di un vescovo. Ma a differenza della diocesi, la prelatura personale non è delimitata da un territorio e possono dunque aderirvi persone da tutto il mondo che appartengono a varie diocesi. Trasformando in prelatura personale l’Opus Dei, spiega il sito Adista, papa Wojtyla «aveva dunque svincolato il movimento da qualsiasi legame con i vescovi delle diocesi dove operava, rendendolo direttamente dipendente dal papa e concedendo al prelato a capo dell’Opera il titolo di vescovo e prerogative proprie di chi guida una circoscrizione ecclesiastica». Nessun’altra istituzione dentro la Chiesa aveva questo privilegio, al quale, nel 1982, molti vescovi si opposero.

    Chiunque aderisca all’Opus Dei dipende dal prelato per tutto ciò che riguarda direttamente la sua vita spirituale e sociale. E al prelato, che non è sottomesso al potere di alcun vescovo e che è anzi lui stesso un vescovo, sono riconosciuti alcuni poteri: ha potestà propria, ha giurisdizione sui sacerdoti incardinati nella prelatura e sui laici che ne fanno parte. La prelatura è dunque definita “personale” perché il “popolo” che ne fa parte è circoscritto mediante un legame personale al prelato, anziché attraverso un criterio di territorialità.

    In questa istituzione possono essere incardinati i chierici (possono cioè essere assegnati alla prelatura dei sacerdoti e dei diaconi) e hanno un ruolo fondamentale i laici, che possono collaborare anche in modo significativo all’interno degli organi di governo. I membri laici dell’Opus Dei sono divisi in varie categorie: ci sono i numerari, donne e uomini che sono laureati e vivono all’interno delle strutture del gruppo anche se hanno lavori normali; ci sono le numerarie ausiliari, che dedicano la propria attività alla cura dei centri dell’Opus Dei, cioè fanno le domestiche e vivono nei centri dell’organizzazione; e ci sono infine gli aggregati e i soprannumerari, uomini e donne che vivono con le loro famiglie. Numerari, uomini e donne, numerarie ausiliari, aggregati e aggregate «vivono il celibato come dono di Dio e per motivi apostolici», dice l’Opus Dei.

    Quando il fondatore Jose María Escrivá de Balaguer morì nel 1975, al suo posto fu eletto il suo più stretto collaboratore, lo spagnolo Álvaro del Portillo, che dopo la concessione di prelatura personale all’organizzazione, nel 1982, venne nominato prelato, e nel 1991 venne consacrato anche vescovo. Alla sua morte, nel 1994, Giovanni Paolo II nominò prelato lo spagnolo Javier Echevarría Rodríguez, anch’egli tra i più stretti collaboratori di Escrivá de Balaguer, e nel 1995 lo consacrò vescovo. Dal 2017 il prelato dell’Opus Dei è Fernando Ocáriz, che però papa Francesco non ha nominato vescovo.

    Dalla Spagna l’Opus Dei si è progressivamente diffusa soprattutto in Europa e in America ed è oggi presente in almeno 68 paesi: è composta da circa 93.600 membri laici (57 per cento donne e 43 per cento uomini) e da 2.095 sacerdoti, secondo i dati della stessa prelatura, impossibili però da verificare.

    Una multinazionale religiosa 
    L’Opus Dei è stata definita dal País una «multinazionale religiosa». Tra le numerosissime opere che dirige e promuove direttamente o tramite i suoi membri ci sono chiese, centri pastorali, mense, istituzioni educative e di formazione professionale, tra cui la IESE spagnola, considerata una delle migliori facoltà economiche d’Europa, la Pontificia Università della Santa Croce o l’Università Campus Bio-Medico di Roma. Queste scuole «hanno reso l’Opus Dei una fucina di talenti che sono andati a occupare posizioni di potere», ha scritto in un articolo di qualche tempo fa il New York Times.

    Fin dai suoi primi anni l’Opus Dei ha attirato su di sé molte critiche e sospetti. Anzitutto per la sua vicinanza al regime spagnolo di Francisco Franco («Ci hanno fatti ministri», fu la famosa frase attribuita a Escrivá de Balaguer quando apprese che alcuni dei suoi erano stati scelti come ministri del dittatore spagnolo). E poi per l’influenza dell’organizzazione che si estende ad ambiti che vanno ben oltre le sue chiese. L’Opus Dei, ha scritto il País, «è una delle istituzioni ecclesiastiche più conservatrici, opache e ricche della Chiesa»: è spesso stata definita una setta, una lobby o una «massoneria bianca».

    “Leggi anche: Che cos’è la massoneria “

    Il patrimonio e i dati economici dell’Opus Dei sono difficili da calcolare e quantificare  proprio perché la sua struttura è completamente decentralizzata e perché la maggior parte delle scuole, delle università, degli ospedali o degli immobili è intestata a fondazioni o a società presiedute o dirette da suoi membri. Nel 2005 John L. Allen, vaticanista della rivista National Catholic Reporter, aveva comunque calcolato che il patrimonio totale dell’Opus Dei ammontasse a circa 2.800 milioni di dollari (circa 2.590 milioni di euro).

    Uno dei momenti più contestati nella storia dell’istituzione fu la beatificazione di Escrivá de Balaguer, avvenuta nel 1992, e poi la sua canonizzazione del 2002 voluta da Giovanni Paolo II, avvenuta attraverso un procedimento che era stato definito da molti insolitamente rapido. La teologa, giornalista e scrittrice Adriana Zarri, morta nel 2010 e spesso vicina alle istanze del femminismo, scrisse ad esempio:

    «Si sta avvicinando la data in cui il beato Escrivà de Balaguer (il discusso fondatore della più discussa Opus Dei) verrà proclamato santo. Di questo papa è stato detto che soffre di una incontinenza canonizzatrice: definizione invero impertinente ma ben giustificata. In effetti il numero dei beati e di santi proclamati da papa Wojtyla supera il numero delle canonizzazioni decretate da tutti i suoi predecessori messi insieme: un fatto anomalo, nella storia della chiesa, e non certo positivo, anche perché la quantità è spesso a discapito della qualità».

    Ricordando l’amicizia di Escrivà de Balaguer con il governo del dittatore Franco, Zarri scrisse anche che l’Opus Dei aveva sempre sostenuto e continuava a sostenere «i regimi di destra contro gli interessi del popolo e dei poveri».

    Nel tempo molte critiche all’Opus Dei sono arrivate anche da persone che ne avevano fatto parte.

    Una delle più celebri è contenuta nel libro Tras el umbral: una vida en el Opus Dei pubblicato nel 1992 e tradotto in italiano con Oltre la soglia. Una vita nell’Opus Dei. Un viaggio nel fanatismo. È stato scritto da Maria del Carmen Tapia, che era entrata nell’Opus Dei nel 1948 ricoprendo ruoli dirigenziali. Aveva conosciuto molto bene il fondatore ed era uscita dall’organizzazione nel 1966.

    Nel libro, a partire dalla propria esperienza personale, Maria del Carmen Tapia denunciava il sistema chiuso dell’Opus Dei, l’obbedienza a ogni costo, la pratica della delazione e dell’indottrinamento, i gravi sacrifici economici richiesti ai suoi membri, l’umiliazione, la mortificazione e la disistima esaltate come mezzo di santificazione, la strumentalizzazione delle amicizie per scopi apostolici o proselitistici, la repressione della sessualità e, in generale, il controllo e l’esercizio di autorità su ogni sfera della vita dei membri:

    «La casa di Roma è una sorta di fortezza medievale a cominciare dalla porta principale che è blindata e non ha serratura esterna, aprendosi unicamente dall’interno. Per aprirla bisogna dare cinque mandate e la chiave deve essere annessa alla cintola della persona incaricata della portineria. Chi vuole uscire deve suonare un campanello posto accanto alla porta e attendere che la portinaia venga ad aprirgli. Quando qualcuno suona per entrare ad aprire vanno due persone. L’accompagnatrice rimane indietro di un passo e la portinaia apre. Quello che voglio sottolineare è che nessuno, assolutamente nessuno, a Roma, può aprire direttamente una porta e uscire sulla strada».

    Nel suo libro Maria del Carmen Tapia aveva parlato di microfoni piazzati in diversi punti della sede dell’Opus Dei a Roma, tutti collegati con la stanza del fondatore, e di armadi con documenti segreti in cui si prescriveva di tenere della benzina per poter bruciare le carte in caso di emergenza. Aveva raccontato inoltre di quello che era successo dopo che lei aveva preso le distanze dalle posizioni dell’Opus Dei, tra le altre cose venendo rinchiusa in una stanza senza possibilità di contatti con l’esterno: «Ero talmente terrorizzata che mi venne un tremito continuo. Avevo paura che mi chiudessero in manicomio, come avevano fatto con altre persone». Maria del Carmen Tapia riuscì ad andarsene grazie all’intervento di un amico:

    «Mi dissero di recarmi nella sala delle riunioni. Monsignor Escrivà cominciò a camminare su e giù agitato, rosso, furioso, dicendomi: “non parlare con nessuno né dell’Opus Dei né di Roma perché se vengo a sapere che parli male dell’Opus, io Josè Maria Escrivà de Balaguer, che ho in mano la stampa mondiale, ti disonoro pubblicamente”. E guardandomi negli occhi con una furia spaventosa, agitando le braccia, come se volesse picchiarmi, urlò: “puttana porca”»

    Quella di Maria del Carmen Tapia non è l’unica testimonianza di come sia stato molto difficile restare e poi uscire dall’organizzazione: «La via d’uscita che alcuni scelgono è sempre più complessa e traumatica. E molte volte hanno bisogno di aiuto psicologico», ha raccontato ad esempio Antonio Moya Somolinos, un ex numerario che ha trascorso più di quarant’anni nell’organizzazione e che oggi guida il più grande fronte critico dell’Opera.

    Nel 2021, in Argentina, 43 numerarie ausiliari denunciarono la prelatura dell’Opus Dei davanti al Vaticano e alla Congregazione per la Dottrina della Fede per abusi di potere e di coscienza con sottomissione delle vittime a situazioni di sfruttamento personale. Altri membri ancora hanno parlato di «lavaggi del cervello», di pratiche autopunitive o del fatto che erano stati obbligati a cedere i propri beni all’organizzazione, a devolvere lo stipendio e a fare testamento in suo favore. Sul País un responsabile della comunicazione dell’Opus Dei ha detto che queste cessioni sono sempre volontarie, ma ex membri che vivevano nei centri dell’Opus Dei hanno testimoniato che si tratta invece di una prassi, particolarmente problematica nel caso delle categorie di laici e laiche che vivono nei centri e delle numerarie ausiliari: se riescono a uscire dall’organizzazione si ritrovano senza nulla.

    Poche settimane fa un gruppo di ex membri guidati da Antonio Moya Somolinos ha presentato alla Santa Sede una denuncia per frode normativa e abuso di potere contro l’Opus Dei chiedendone la soppressione nella sua forma attuale. L’accusa è che l’organizzazione, come un’associazione segreta, si basi su una serie di regole vincolanti per chi ne fa parte, che sono state tenute nascoste alla Santa Sede e che prevedono pratiche che violano sistematicamente la coscienza dei membri «attraverso abusi di potere, di coscienza e spirituali».

    Il papa gesuita e l’Opus Dei
    La critica più diretta all’Opus Dei venne fatta fin dai suoi primi anni di vita dall’allora Superiore Generale dei gesuiti Wlodimir Ledóchowski, che definì l’organizzazione una specie di «massoneria cristiana» e un «pericolo per la Chiesa di Spagna».

    All’interno della Chiesa è piuttosto nota la storica rivalità tra gesuiti e Opus Dei, entrambi di origine spagnola, e semplificando portatori di due visioni differenti del mondo e della Chiesa. Dopo il Concilio Vaticano II, ha spiegato lo storico del cristianesimo Massimo Faggioli, l’Opus Dei è diventato il simbolo «del mantenimento dello status quo politico, economico e sociale dominato da un certo tipo di élite», mentre i gesuiti, soprattutto in Sud America, sono diventati il simbolo della lotta «per una Chiesa di popolo, per la giustizia sociale». Papa Francesco proviene dall’ordine dei gesuiti.

    Nel 2017 il papa non ha ordinato vescovo il nuovo prelato dell’Opus Dei, Fernando Ocáriz, dando un segnale di discontinuità con i pontificati precedenti. Nel marzo del 2022 con l’atto Praedicate evangelium che riformava la curia romana (il complesso di organi e autorità che costituiscono l’apparato amministrativo della Santa Sede), poi con il motu proprio Ad charisma tuendum e con quello dello scorso 8 agosto, il papa ha infine ridimensionato l’autonomia e il potere dell’Opus Dei. Ha modificato la specificità giuridica della prelatura personale ponendola al livello di altri istituti interni alla Chiesa, e ha riformulato il suo rapporto con il Vaticano spostandola dalle dipendenze della Congregazione per i Vescovi al Dicastero per il clero, l’organismo che vigila sui sacerdoti nel mondo.

    Sarà a questo dicastero, e non più direttamente al papa, che il prelato dovrà riferire «sullo stato della prelatura e sullo svolgimento del suo lavoro apostolico», dando dunque ogni anno e non più ogni cinque anni spiegazioni sulla gestione dei suoi centri educativi, ad esempio, o sul modo in cui forma i propri sacerdoti o risponde alle accuse degli ex membri.

    Il papa ha poi deciso che il prelato dell’Opus Dei non possa diventare vescovo e che non possa dunque ordinare altri sacerdoti. E per quanto riguarda la partecipazione dei fedeli all’istituzione, l’Opus Dei sarà più controllato. I laici che vi appartengono potranno continuare a dedicarsi alla prelatura personale, ma ricordando che i fedeli laici hanno un proprio parroco e un proprio vescovo a seconda dell’indirizzo in cui risiedono, il papa ha stabilito che «il modo di questa organica cooperazione ed i principali doveri e diritti ad essa connessi saranno opportunamente determinati».

    Su Repubblica don Giancarlo Rocca, esperto di storia e diritto canonico, ha detto che con queste riforme l’Opus Dei sarà «privato dei laici, che costituivano la sua forza», i quali non potranno più essere considerati dei «membri» che si riferivano a un loro vescovo, il prelato: saranno soggetti alla giurisdizione del proprio parroco o del proprio vescovo locale.

    L’affermazione dell’autorità del vescovo locale ha già avuto delle conseguenze concrete. Dal primo settembre il santuario di Torreciudad, in Spagna, che era stato costruito negli anni Sessanta per volontà del fondatore dell’Opus Dei e che era gestito da sacerdoti dell’Opera, sarà amministrato da un prete nominato dal vescovo locale.

    Le decisioni del papa sull’Opus Dei sono state interpretate in diversi modi. Sono state criticate dagli ambienti cattolici più ostili all’attuale pontificato e più conservatori che hanno parlato di una volontà accentratrice del papa. Crisis Magazine ha fatto riferimento ad esempio a «un’offensiva canonica» del papa contro l’Opus Dei e ha spiegato come questo papa non si sia dimostrato affatto «timido riguardo al suo potere sia di legiferare che di imporre l’obbedienza»: «Sta usando il potere istituzionale per imporre la sua visione carismatica».

    “Leggi anche: Chi sono i Gesuiti “

    Altri hanno visto i provvedimenti del papa come una continuazione della storica rivalità tra gesuiti e Opus Dei e tra le loro rispettive e divergenti visioni della Chiesa. Giovanni Maria Vian, storico e ex direttore dell’Osservatore Romano, il quotidiano della Santa Sede, ha detto che la tensione tra gesuiti e Opus Dei potrebbe aver avuto un ruolo nelle decisioni del papa («anche se sarebbe completamente sbagliato pensare che tutti i gesuiti siano progressisti, o che tutti i membri dell’Opus Dei siano conservatori, nonostante questo sia effettivamente il loro tratto identitario»).

    Per Vian, le modifiche giuridiche all’Opus Dei sono un «tentativo di controllo» e di «normalizzazione canonica e di potere» che il papa ha fatto intervenendo nella vita anche di altri movimenti, come Comunione e Liberazione, o di altri ordini religiosi in conventi e monasteri.

    Alfonso Botti, storico, ispanista e professore ordinario di Storia contemporanea all’Università di Modena e Reggio Emilia, vede nel provvedimento del papa «il riverbero della linea caratterizzante l’attuale pontificato» contro il clericalismo che, come ribadito dal papa in una lettera al clero romano del 5 agosto scorso, può essere alimentato «vivendo la propria chiamata in modo elitario, chiudendosi nel proprio gruppo ed erigendo muri verso l’esterno, sviluppando legami possessivi nei confronti dei ruoli nella comunità, coltivando atteggiamenti boriosi e arroganti verso gli altri». Per Alfonso Botti, dunque, i provvedimenti del papa sono «un ammonimento» a tutti quei movimenti e gruppi che sono stati particolarmente sostenuti da Giovanni Paolo II, «promotore di un cattolicesimo identitario e trionfale poco compatibile con la Chiesa ‘ospedale da campo’ e punto di riferimento dell’umanità spaesata, del papa argentino».

    – Leggi anche: L’inchiesta di una tv polacca su papa Giovanni Paolo II

    Nel frattempo, il prelato dell’Opus Dei Fernando Ocáriz ha commentato le disposizioni del papa assicurando che l’Opus Dei le accoglierà «con sincera obbedienza filiale», chiedendo anche ai membri dell’Opera «di rimanere, anche in questo, tutti molto uniti».

    https://www.ilpost.it/2023/09/01/papa-francesco-opus-dei

  • Processo Rugolo, dai pulpiti delle chiese la condanna è solo per la stampa

    Processo Rugolo, dai pulpiti delle chiese la condanna è solo per la stampa

    Piazza Armerina. Pulpiti trasformati in tribune, non più strumenti per la diffusione della Parola di Dio ma megafoni per diffondere arringhe difensive e “smontare” tesi non gradite.

    Succede da qualche settimana in diverse parrocchie della Diocesi di Piazza Armerina dove, il più delle volte prima della benedizione finale, dall’altare alcuni parroci si sono lanciati in difese accorate del Vescovo Rosario Gisana ed in tentativi di delegittimazione del lavoro dei giornalisti che si stanno occupando del processo Rugolo, il sacerdote di Enna a processo per “violenza sessuale aggravata a danno di minori”.

    Chi in questi mesi ha raccontato le varie fasi del processo sarebbe, secondo una parte del clero diocesano, colpevole di diffondere “notizie di seconda mano” o di “decontestualizzare” frasi o avvenimenti.

    Come se bastasse un processo a porte chiuse ad impedire ai giornalisti di parlare con i soggetti coinvolti o studiare gli atti processuali per poi riportarne fedelmente il contenuto.

    Il copione è più o meno lo stesso, negli ultimi mesi in alcune parrocchie della Diocesi, al termine della celebrazione il consueto “Ite, Missa Est” si trasforma in un “Memento” per la comunità. “Ricordate che il Vescovo non risulta indagato” recitano dal pulpito all’unisono i sacerdoti, e ancora: “non credete a quello che leggete sui giornali” fino al più scontato “aspettiamo la sentenza prima di giudicare”.

    E non solo. Solo nel caso più recente, accaduto la scorsa settimana, in una delle parrocchie della Diocesi, nel corso di un’omelia, il parroco avrebbe fatto un iperbolico parallelo tra la vicenda dell’aggressione via web alla madre di uno dei presunti stupratori di Palermo e i giornalisti, esortando i fedeli ad avere lo stesso rigore morale contro chi scrive falsità sul vescovo Gisana.

    Un’azione di propaganda, bella e buona, ma estremamente pericolosa perchè, anche se in maniera involontaria, espone chi, con professionalità si occupa della vicenda, ad una campagna denigratoria e di odio.

    A fronte di questo, nessuna parola, neppure di vicinanza cristiana, è stata spesa per le vittime. Nel frattempo il luogo della Parola diventa palco per la propaganda, un pulpito da dove lanciare strali contro chi racconta verità diverse da quelle “gradite” e magari intimidirlo, reclamandone il silenzio.

    Jerry Italia – Pierelisa Rizzo

    https://www.quotidianodigela.it/processo-rugolo-dai-pulpiti-delle-chiese-la-condanna-e-solo-per-la-stampa/

  • Stati Uniti – Troppe cause per abusi: la diocesi di San Francisco dichiara bancarotta

    Stati Uniti – Troppe cause per abusi: la diocesi di San Francisco dichiara bancarotta

    L’arcidiocesi cattolica di San Francisco, in California, ha presentato ieri istanza di bancarotta, vista l’impossibilità di gestire gli oneri determinati dalle oltre 500 cause giudiziarie per abusi sessuali su minori risalenti anche a decenni fa.

    L’iniziativa, si legge in una nota pubblicata sul sito dell’arcidiocesi, «è necessaria per gestire e risolvere le oltre 500 cause legali per presunto abuso sessuale su minori intentate contro l’arcivescovo cattolico di San Francisco ai sensi del California Assembly Bill 218, che ha consentito di presentare entro il 31 dicembre 2022 denunce vecchie di decenni, che altrimenti sarebbero prescritte».

    L’istanza è stata presentata a nome dell’arcivescovo Salvatore J. Cordileone alla Corte fallimentare del Distretto settentrionale della California, sostenendo come la procedura fallimentare sia «la soluzione migliore per fornire una compensazione giusta ed equa ai sopravvissuti innocenti e a quanti hanno subito danno».

    Essa infatti «fermerà tutte le azioni legali contro l’arcivescovo cattolico di San Francisco mentre l’arcidiocesi sviluppa un piano di riorganizzazione basato sui beni e sulla copertura assicurativa disponibile da utilizzare per risolvere i reclami con i sopravvissuti agli abusi».

    «La triste realtà è che l’Arcidiocesi non ha né i mezzi finanziari né la capacità pratica per discutere individualmente tutte queste denunce di abuso, e quindi, dopo molte considerazioni, ha concluso che il processo di fallimento era la soluzione migliore per fornire un risarcimento giusto ed equo ai sopravvissuti innocenti che sono stati feriti», ha affermato l’arcivescovo Cordileone.

    «È il modo migliore per portare la soluzione tanto necessaria ai sopravvissuti, consentendo allo stesso tempo all’arcidiocesi di continuare la sua sacra missione verso i fedeli e i bisognosi. Dobbiamo cercare la purificazione e la redenzione per guarire, soprattutto i sopravvissuti che hanno portato contro di loro il peso di questi peccati per decenni».

    Secondo lo stesso Cordileone, la maggior parte degli abusi imputati all’arcidiocesi di San Francisco risalgono al periodo compreso tra gli anni Sessanta e Ottanta del secolo scorso, e hanno coinvolto sacerdoti che nel frattempo sono deceduti o sono stati privati dell’ordine.

    https://www.cdt.ch/news/mondo/troppe-cause-per-abusi-la-diocesi-di-san-francisco-dichiara-bancarotta-325505

  • Papa Francesco incontra le vittime di abusi sessuali del clero in Portogallo – Risposta di BishopAccountability.org

    Papa Francesco incontra le vittime di abusi sessuali del clero in Portogallo – Risposta di BishopAccountability.org

    Quando papa Francesco si reca in un paese dove è scoppiata la crisi degli abusi sessuali del clero, incontra le vittime, esprime vergogna e dolore e promette un cambiamento. Lo ha fatto durante la sua visita negli Stati Uniti nel 2015, la sua visita in Cile nel gennaio 2018, la sua visita in Irlanda nell’agosto 2018 e la sua visita in Canada nel 2022.

    Ma quando il Papa visita un Paese dove i vescovi non fanno i conti con i titoli dei giornali sugli abusi, non incontra le vittime. Non ha tenuto tali riunioni in Ungheria, Congo, Romania o Panama, anche se le vittime della chiesa in ciascuno di quei paesi sono sicuramente migliaia.

    Gli incontri del Papa con le vittime riguardano le pubbliche relazioni, non il cambiamento. E a questo punto del suo pontificato, la tattica non è solo stanca, è cinica. Le scuse senza una vera riforma sono peggio che prive di significato. È irrispettoso.

    Nei suoi dieci anni da papa, Francesco si è rifiutato di attuare una vera legge di “tolleranza zero” per fermare i molestatori. Secondo il diritto canonico, i sacerdoti colpevoli possono ricevere una serie di sanzioni e, sebbene alcuni siano stati laicizzati, molti ricevono sospensioni temporanee e tornano al ministero. Per questo i vescovi portoghesi che hanno restituito alle parrocchie preti accusati credibilmente non corrono il rischio di perdere i loro prestigiosi incarichi o titoli. Quei vescovi non violano il diritto canonico; lo stanno seguendo.

    Le migliaia di persone che hanno subito abusi sessuali da bambini nella chiesa portoghese meritano di meglio. Meritano le “azioni concrete” che il Papa più volte ha promesso. Non è troppo tardi per Francesco per ripristinare la sua credibilità come riformatore. Potrebbe compiere questi passi fondamentali e cruciali per fermare gli abusi sessuali del clero e il loro insabbiamento in Portogallo e altrove:

    1. Potrebbe cambiare il diritto canonico universale per emanare una vera “tolleranza zero” per gli abusatori sessuali nel sacerdozio. Ciò significherebbe che un religioso ritenuto colpevole anche di un solo atto di molestie su minori verrebbe rimosso definitivamente dal ministero. A nostra conoscenza, l’unica politica dei vescovi nazionali che si avvicina alla “tolleranza zero”, almeno sulla carta, è quella varata dai vescovi statunitensi nel 2002.

     2. Potrebbe rinnovare la sua inefficace legge sulla “responsabilità del vescovo”,  Vos estis lux mundi,  che persino il suo stesso consigliere, p. Hans Zollner, SJ, descrive come ” non funzionante “. Il Papa potrebbe ripulire la casa, paese dopo paese, rimuovendo i vescovi complici, privandoli dei loro titoli e pubblicando resoconti delle loro malefatte. Potrebbe anche iniziare in Portogallo; dovrebbe denunciare pubblicamente e rimuovere il presidente della conferenza episcopale José Ornelas e tutti i suoi colleghi che hanno dimostrato disprezzo per le testimonianze delle vittime e resistenza a risarcire le vittime per il terribile danno inflitto loro dalla Chiesa.

    3. Potrebbe dimostrare trasparenza con una direttiva significativa. Potrebbe ordinare al Dicastero per la Dottrina della Fede di rendere noti nomi, incarichi e fascicoli delle migliaia di preti che ha giudicato colpevoli. In tal modo farebbe causa comune con le vittime di abusi in tutto il mondo, così come con i  160 vescovi ei 32 superiori religiosi  negli Stati Uniti che hanno pubblicato elenchi almeno parziali di preti accusati credibilmente.

    Contatto per BishopAccountability.org
    Anne Barrett Doyle, Co-direttore, BishopAccountability.org,  barrett.doyle@comcast.net

    Pope Francis meets with clergy sex abuse victims in Portugal – Response from BishopAccountability.org

  • Indicano i vescovi come criminali per aver coperto la pedofilia clericale

    Indicano i vescovi come criminali per aver coperto la pedofilia clericale

    Un’inchiesta di Bishop Accountability e Spes Viva indica più di 15 vescovi, arcivescovi e superiori religiosi che hanno coperto gli abusi sessuali di vari sacerdoti. Il 27 luglio, queste associazioni civili hanno pubblicato un elenco di vescovi e di una suora superiora accusati di proteggere penalmente preti pedofili.

    La lista non è un’altra. Sottolinea il comportamento di insabbiamento criminale e complicità criminale dei vescovi, questione sulla quale le autorità devono intervenire.

    Anne Barrett Doyle, co-direttrice di Bishop Accountability, ha dichiarato in una conferenza stampa virtuale che in genere i nomi degli autori di abusi e i registri segreti degli abusi della Chiesa vengono resi pubblici solo dopo pressioni esterne, come cause civili, indagini secolari, giornalisti e inchieste. . Ma in Messico sembra esserci ben poco di tutto questo .

    Ha sottolineato che, nonostante la promessa di tolleranza zero per gli abusi, i vescovi cattolici consentono a molti sacerdoti accusati di rimanere nel ministero. Barrett Doyle afferma che la Chiesa messicana è tra le più opache al mondo.

    Il tema ha più di 20 anni. Su scala internazionale, le continue accuse di pedofilia clericale hanno gravemente minato la credibilità della Chiesa. Le diserzioni sono state una costante emorragia istituzionale. La fuga dei credenti si è trasformata in ostilità verso la Chiesa. La caduta della sua immagine anni fa era inconcepibile, anche sospettando le atrocità e la patologia sessuale di settori di un clero squilibrato.

    Il vescovo Alfonso Miranda Guardiola, allora segretario generale della Conferenza episcopale messicana, ha affermato che la Chiesa cattolica ha agito in modo scorretto nell’affrontare casi di pedofilia e che gli innocenti hanno subito persecuzioni . Miranda Guardiola ha chiesto che non ci sia più impunità e che la Chiesa chieda giustizia per le vittime.

    La produzione accademica e gli scandali mediatici riflettono il passaggio della Chiesa dall’incredulità alla conferma di una Chiesa trasgressiva. Di fronte alle inchieste giornalistiche e alla documentazione forzata dei casi, la Chiesa si è esposta nel peggiore dei modi. La resistenza e l’ostinazione clericale, di fronte all’evidenza, provocarono una profonda crisi che si estese ad ogni angolo della cattolicità. Oggi la struttura religiosa sembra esercitare una riflessione, non senza resistenze interne; il vertice convocato da papa Francesco nel 2019 è stato un tentativo fallito. Le azioni di prevenzione sono menzionate nel suo discorso. Tuttavia, continuano a emergere casi ostinatamente dolorosi. Gli spazi al di fuori della Chiesa hanno contribuito all’assunzione del comportamento pedofilo come una realtà perniciosa. I media hanno costretto la Chiesa ad aprirsi al dibattito per superare l’iniziale inerzia di negazione, che sosteneva la presunzione di innocenza, la buona reputazione e la possibilità di intenzioni perverse delle vittime. Tutto questo è stato lasciato alle spalle; Alla luce delle prove emerge il volto criminale di un settore importante del clero. Avvolto, purtroppo, dalla sua gerarchia. Coprire abusi sessuali su minori è un reato penale. Sono complici coloro che ostacolano o impediscono l’amministrazione della giustizia, per indagare su una violazione o per individuarne gli autori. Coprire significa coprire o nascondere il criminale. In senso penale, l’occultamento è una condotta dolosa che aiuta a eludere la giustizia o ad approfittare degli effetti del reato commesso. Alla conferenza stampa di Spes Viva, Sara Oviedo Fierro, membro di Ending Clergy Abuse,

    L’impunità fa male. Le vittime, le loro famiglie e gli attivisti sono costernati dai privilegi del clero che violano la legge perché sanno di essere protetti. È così che personaggi perversi come i legionari Marcial Maciel e Fernando Martínez sono morti senza rendere conto alla società. Personaggi lugubri come padre Nicolás Aguilar che muore anonimo, senza essere ricercato dalla giustizia.

    Il rapporto Spes Viva e l’elenco dei vescovi insabbiati non servono a sensibilizzare la Chiesa. Spetta allo Stato esercitare la giustizia.

    Viviamo ancora sotto il principio della giurisdizione religiosa ? Sembra così. Con alcune onorevoli eccezioni, le autorità sono tiepide, ignare e timorose quando si tratta di applicare la legge al clero. Sembra che la complicità non sia solo clericale, ma quella degli stessi funzionari. Risuonano le sentenze sugli abusi di Sergio Obeso, quando era vescovo di Xalapa nel 2002, avvertendoci che i panni sporchi si lavano in casa . La Chiesa al di sopra della legge, la Chiesa è governata da altri codici.

    Come ho avvertito in altri spazi, la Chiesa è debitrice alla società messicana. Perché la Chiesa difende così appassionatamente i diritti umani dei migranti, ma rimane riservata e indifferente ai diritti dei bambini abusati dal clero? Perché la Chiesa parla di pace e si scandalizza davanti alle vittime dell’insicurezza e della violenza, ma rimane imperturbabile davanti alle vittime che lei stessa ha provocato?

    https://www.jornada.com.mx/2023/08/02/opinion/014a1pol

  • La diocesi cattolica di Syracuse pagherà 100 milioni di dollari alle vittime di abusi sessuali

    La diocesi cattolica di Syracuse pagherà 100 milioni di dollari alle vittime di abusi sessuali

    Syracuse, NY— La diocesi cattolica romana di Syracuse ha raggiunto un accordo in un caso di bancarotta per pagare $ 100 milioni ai sopravvissuti ad abusi sessuali.

    L’accordo è il secondo più grande contributo di un’istituzione cattolica romana e dei suoi affiliati in qualsiasi caso di bancarotta cattolica romana, secondo un comunicato stampa degli uffici di LaFave, Wein & Frament e Jeff Anderson & Associates. Insieme, gli uffici rappresentano oltre 120 sopravvissuti ad abusi sessuali nella diocesi di Siracusa.

    L’annuncio è arrivato giovedì in un comunicato stampa congiunto della diocesi e del Comitato ufficiale dei creditori chirografari. La diocesi e i funzionari del comitato hanno affermato che l’accordo è stato raggiunto nell’ambito del caso di bancarotta della diocesi che è stato presentato nel giugno 2020.

    Il Comitato ufficiale dei creditori chirografari è un comitato di persone che sono sopravvissute ad abusi sessuali nella diocesi di Siracusa da parte del clero o dei dipendenti della diocesi, hanno affermato funzionari della diocesi e del comitato. Il comitato ha approvato l’importo della liquidazione, hanno detto i funzionari.

    Le diocesi hanno presentato istanza di fallimento giorni dopo che 38 persone hanno intentato causa contro la diocesi per presunti abusi sessuali da parte di sacerdoti.

    Al momento del deposito, il vescovo Douglas Lucia ha dichiarato nei documenti del tribunale che i funzionari della diocesi hanno presentato istanza di fallimento per rispondere alle richieste del Child Victims Act, pur continuando il ministero della chiesa.

    “Questo accordo è un significativo passo avanti nel processo di guarigione per oltre 400 vittime in questo caso”, secondo Kevin Braney, di Denver, Colorado, che funge da presidente del comitato ufficiale. “Desidero estendere la mia sincera gratitudine ai miei compagni sopravvissuti e alle loro famiglie, per la loro resistenza mentre hanno pazientemente atteso questa notizia”.

    Lucia ha emesso oggi una lettera sull’accordo.

    “Posso dirvi quanto scioccante possa sembrare l’importo della liquidazione ai leader delle nostre stesse parrocchie e di altre entità cattoliche, più spaventoso e straziante per me è il dolore e il maltrattamento subiti dai sopravvissuti agli abusi sessuali su minori e adulti per mano di quelli di cui pensavano di potersi fidare”, ha detto Lucia.

    “Come attuale leader della Chiesa di Siracusa, non posso scusarmi abbastanza per gli abusi che si sono verificati o per qualsiasi negligenza nell’affrontarli”, ha detto. “Questo è il motivo per cui l’accordo finale includerà impegni intesi a rafforzare i nostri protocolli per un ambiente sicuro per garantire ulteriormente che il passato non si ripeta”.

    L’accordo non include i contributi di nessuna delle sei compagnie assicurative che hanno fornito copertura alla diocesi, hanno detto i funzionari. I 100 milioni di dollari sono ciò che la diocesi ha accettato di pagare; tutti i soldi dell’assicurazione sarebbero in cima a quei soldi.

    La diocesi ha già pagato 11 milioni di dollari a 79 sopravvissuti nel 2019 attraverso l’Independent Reconciliation Compensation Program della chiesa.

    La diocesi a un certo punto ha pubblicato un elenco di 57 sacerdoti sessualmente violenti.

    La transazione deve ancora essere approvata dal tribunale e da un voto dei creditori.

    I 100 milioni di dollari sono secondi solo a un accordo con la diocesi di San Diego nei primi anni 2000, che era di 107 milioni di dollari.

    La scrittrice dello staff Rylee Kirk copre le ultime notizie, la criminalità e la sicurezza pubblica. Hai un consiglio, un’idea per una storia, una foto, una domanda o un commento? Contattala al 315-396-5961, su Twitter @kirk_rylee o rkirk@syracuse.com .

    https://www.syracuse.com/crime/2023/07/syracuse-catholic-diocese-to-pay-sex-abuse-survivors-100-million.html

  • Gli abusi del clero “spazzati sotto il tappeto” nella chiesa indiana

    Gli abusi del clero “spazzati sotto il tappeto” nella chiesa indiana

    Il 1° giugno il Vaticano ha accettato le dimissioni del vescovo indiano Franco Mulakkal , quasi cinque anni dopo che la polizia lo aveva arrestato con l’accusa di aver stuprato una suora. 

    Il Vaticano “ha chiesto” le sue dimissioni, si legge in un comunicato della nunziatura apostolica in India, aggiungendo che questa azione non deve essere vista come una “misura disciplinare imposta” al vescovo.

    Il caso Mulakkal ha riacceso ancora una volta la richiesta di un’azione rapida e trasparente nelle accuse di abusi clericali in India, poiché i ritardi possono creare imbarazzo per i cristiani, che rappresentano il 2,3% nella nazione a maggioranza indù di 1,4 miliardi di persone.

    La mossa del Vaticano nel caso Mulakkal è arrivata 18 mesi dopo che un tribunale di grado inferiore lo aveva assolto, e quando un appello contro l’assoluzione è pendente in un tribunale di grado superiore.

    Mulakkal è il quarto vescovo cattolico a dimettersi per accuse di abusi sessuali in India, tutti negli ultimi 15 anni.

    In tutti e quattro i casi, la gerarchia non ha agito da sola contro gli imputati, ma si è mossa solo dopo l’indignazione pubblica e le denunce della polizia. Anche quando ha agito, la gerarchia non ha reso pubblica la sua indagine sulle accuse né ha spiegato i motivi per rimuovere la persona.

    Nel caso Mulakkal, la suora è stata costretta a rivolgersi alla polizia perché “la gerarchia non ha ascoltato” le sue denunce e quelle delle sue compagne, suor Norah Alunkal, segretaria della sezione femminile della Conference of Religious India (CRI), il forum dei religiosi cattolici consacrati in India, ha riferito a UCA News.

    La gerarchia inoltre “ha preso posizione con l’imputato e ha totalmente ignorato la presunta vittima di stupro”, ha detto Alunkal, un membro delle Suore di San Giuseppe di Cluny.

    Tale maltrattamento delle donne, comprese le suore, si verifica nonostante la Conferenza episcopale cattolica indiana (CBCI) abbia adottato una politica di “tolleranza zero nei confronti degli abusi sessuali del clero” nella sua plenaria biennale del 2020 nella città di Bangalore.

    “Un muro di silenzio”

    Quando una suora o una laica si lamenta di abusi sessuali da parte del clero, “il clero ottiene spesso il patrocinio della gerarchia”, ha detto Alunkal.

    La denuncia contro Mulakkal è arrivata da un ex superiore generale delle Missionarie di Gesù, una congregazione diocesana che opera sotto la sua diocesi di Jalandhar . Ha accusato Mulakkal di averla violentata 13 volte dal 2014 al 2016 nel convento della congregazione a Kuravilangad, un villaggio nel distretto di Kottayam nello stato del Kerala, nel sud dell’India.

    La gerarchia lo ha rimosso dagli incarichi amministrativi della diocesi quando l’arresto della polizia è diventato imminente nel settembre 2018, quattro mesi dopo che la suora aveva presentato denuncia alla polizia. Eppure ha continuato come vescovo Jalandhar, insieme a un amministratore apostolico nominato dal Vaticano, fino alle sue dimissioni nel giugno 2023.

    La risposta della gerarchia ai casi di abuso segue uno schema, ha affermato Raynah Braganza Passanha, convocatrice nazionale dell’Indian Christian Women’s Movement (ICWM).  

    “L’assoluto muro di silenzio che protegge gli aggressori, nega l’abuso, incolpa la vittima e spesso, dopo un periodo di riflessione, trasferisce gli aggressori in un nuovo posto senza alcun sistema di monitoraggio, mettendo così a rischio un gruppo completamente nuovo di persone, “, ha detto in risposta scritta a UCA News.

    C’è anche “una totale assenza di ascolto della vittima. Le vittime, religiose, donne e bambini bussano alle porte dei vertici della Chiesa, dal nunzio ai cardinali, arcivescovi e vescovi, ma sono accolte con sospetto, derisione, negazione e, il più delle volte, totale silenzio”.

    Lo stesso schema si riscontra nel caso di altri tre vescovi accusati di abusi sessuali.

    Il Vaticano ha rimosso il vescovo Kannikadass Antony William di Mysore (ora Mysuru dal 2023) dall’incarico nel gennaio di quest’anno a causa dell’aumento della pressione pubblica a seguito delle accuse contro di lui, tra cui stupro e relazioni illecite con più donne.

    Le accuse devono ancora essere provate, ma il Vaticano gli ha chiesto di “prendere un periodo di assenza dal ministero” poiché i denuncianti includevano un’ampia parte dei suoi stessi sacerdoti e cattolici nella diocesi.

    In un precedente caso, il Vaticano ha accettato le dimissioni del vescovo Prasad Gallela di Cuddapah nello stato dell’Andhra Pradesh nel dicembre 2018 a seguito di accuse di sesso. All’epoca fu anche accusato di essere il padre di un ragazzo di 18 anni.

    Nel quarto caso, il vescovo John Thattumkal della diocesi di Kochi in Kerala, è stato il primo vescovo indiano a subire l’espulsione nell’ottobre 2008 dopo aver adottato come figlia una donna di 26 anni. Le ha permesso di stare con lui nella casa del vescovo. Allora aveva 58 anni.

    Molti considerano il caso di Thattumkal un’eccezione poiché la sua rimozione è avvenuta entro due settimane dalle denunce. Ma un funzionario della Chiesa all’epoca disse che Thattumkal avrebbe continuato a celebrare la messa ea svolgere altre funzioni sacerdotali, in attesa di un’indagine.

    Tuttavia, da allora la gerarchia non ha fatto alcun annuncio pubblico sui risultati dell’indagine o sullo status del suo sacerdozio.

    Lo stesso schema è visibile anche nella maggior parte dei casi di abusi sessuali da parte del clero nella Chiesa indiana, notano gli osservatori.

    “Il silenzio è tacito sostegno”

    “La Chiesa sospende i sacerdoti soprattutto dopo che i tribunali li hanno condannati. Non c’è un solo caso noto in cui la gerarchia si sia lamentata con la polizia di un crimine sessuale commesso da un prete”, ha detto Shaiju Antony di Save Our Sisters, un gruppo formato per proteggere l’accusatore e le sue compagne nel caso Mulakkal.

    “La gerarchia insiste che le vittime dovrebbero sporgere denuncia alla polizia e non alla gerarchia”, ha detto Antony. Tuttavia, la maggior parte delle vittime dopo aver presentato denuncia alle autorità ecclesiastiche non si è rivolta alla polizia temendo un contraccolpo da parte della gerarchia.

    Il leader laico si è chiesto perché i membri della gerarchia non rendono pubblico l’esito della loro indagine. “Tali misure porteranno maggiore trasparenza e assicureranno che il clero diventi un vero testimone della sua chiamata”, ha affermato.

    I casi recenti sono esempi, ha aggiunto.

    A padre Benedict Anto, membro della diocesi di Marthandam della Chiesa siro-malankarese di rito orientale nello stato meridionale del Tamil Nadu, è stato impedito di esercitare i suoi ministeri sacerdotali nell’aprile 2023. È stato accusato di aver abusato sessualmente di una studentessa adolescente e di altre quattro donne.

    La diocesi ha avviato un’indagine interna sulle accuse contro il sacerdote, attualmente su cauzione, ma i funzionari diocesani affermano di non sapere dove si trovi al momento. I funzionari inoltre non rendono pubblico se il sacerdote è sospeso o se è in corso il suo processo di laicizzazione.

    Nella diocesi di Idukki nella chiesa siro-malabarese di rito orientale in Kerala, padre James Mangalasseril è stato rimosso dall’incarico di parroco nel maggio 2020, dopo che un videoclip è diventato virale, mostrandolo in una posizione compromettente con una donna che lavorava sotto di lui.

    La diocesi ha costituito un’indagine interna ma mantiene il silenzio sul suo esito o sull’azione intrapresa contro il sacerdote.

    Nel giugno 2020, l’ arcidiocesi di Tellicherry , sempre in Kerala, ha bandito padre Mathew Mullapally e padre Jose Poothottal dai doveri sacerdotali a seguito di un’indagine diocesana sulle accuse di abusi sulle donne.

    Entrambi i sacerdoti hanno servito in successione nella parrocchia di Pottanplav. Clip audio di conversazioni telefoniche registrate e un video diventato virale sui social media hanno mostrato come i sacerdoti hanno costretto e costretto molte donne della parrocchia a fare sesso con loro.

    I resoconti dei media suggeriscono che padre Poothottal abbia appreso che il suo predecessore Mullapally aveva rapporti illeciti con alcune donne della parrocchia. Presumibilmente ha rintracciato le donne e ha cercato favori sessuali per tacere.

    L’arcidiocesi si è scusata con i cattolici per i misfatti dei sacerdoti e li ha esortati a “ignorare la campagna sui social media”. Ma nessuna azione contro i sacerdoti, se intrapresa, è stata resa pubblica.

    Tuttavia, Mullappally, che ha 40 anni, è stato licenziato dal sacerdozio nel giugno 2022 dopo essersi convertito all’induismo e aver sposato la madre di due figlie.

    A giugno, i post sui social media affermavano che un parroco della diocesi di Palai , nel Kerala , era fuggito con una madre di tre figli nella parrocchia. Il cancelliere diocesano ha emesso una succinta nota dicendo che il sacerdote è stato rimosso dall’amministrazione dei sacramenti, senza menzionare il suo reato o dire quali azioni sarebbero state intraprese contro di lui.

    Nessun sistema di riparazione

    “Gli abusi sessuali da parte del clero sono una realtà nella Chiesa cattolica indiana e devono essere affrontati seriamente”, afferma suor Noella de Souza, che faceva parte di un team che ha condotto un ampio studio sulle controversie sulla proprietà tra congregazioni religiose e diocesi in India.

    Lo studio ha costituito la base di un libro intitolato “È giunto il momento: le donne religiose parlano della giustizia di genere nella Chiesa indiana”.

    Il libro pubblicato nel 2021 era “solo per la circolazione privata”. Lo studio è stato commissionato dalla sezione femminile della CRI, il forum nazionale dei religiosi cattolici.

    Voleva che le donne della CRI istituissero una squadra investigativa per occuparsi di “abusi sessuali riguardanti suore religiose”. Ha affermato che la questione è delicata e una tendenza generale è quella di “mantenere un silenzio discreto” e “nascondere le questioni sotto il tappeto”.

    De Souza, che faceva parte dello studio, ha detto a UCA News di aver suggerito una squadra in modo che i casi di abuso vengano affrontati “rapidamente in quanto sono questioni di grave preoccupazione”. 

    Passanha, il coordinatore nazionale dell’ICWM, ha affermato che l’aumento dei casi di abusi del clero, compresi quelli che coinvolgono i vescovi, è solo la “punta dell’iceberg”.

    “Abbiamo provato con la conferenza episcopale a mettere in atto meccanismi per la riparazione dei reclami come richiesto dalla legge, ma abbiamo incontrato muri diplomatici di promesse e scuse”, ha detto Passanha a UCA News.

    La gerarchia afferma di avere un meccanismo interno per tenere le indagini, ma non ci sono informazioni su chi costituisca i comitati, quali siano le loro conclusioni o quali azioni siano state intraprese, ha detto Passanha.

    “Il pubblico non ne è informato e dopo un anno sabbatico, il sacerdote accusato viene trasferito in un’altra parrocchia o istituzione solo per diventare un recidivo”, ha lamentato.

    Dopo un costante follow-up e advocacy, “è stata rilasciata una versione molto annacquata delle norme per affrontare gli abusi nella Chiesa, sono un segreto ben custodito”, ha aggiunto.

     “Quando abbiamo chiesto di applicare le norme ai vescovi accusati di abusi sessuali, ci è stato detto che le norme non riguardano i vescovi”, ha detto Passanha.

    ‘Proteggere l’immagine’

    La principale preoccupazione della gerarchia sembra proteggere la loro istituzione. “È una fedeltà molto strana, non agli insegnamenti di Cristo ma all’istituzione”, ha detto Passanha.

    Ha anche notato una “totale assenza o, in alcuni casi, servizi di supporto molto limitati come consulenza, assistenza legale o accompagnamento forniti” dalla gerarchia alle vittime di abusi.

    “Abbiamo bisogno di meccanismi di supporto messi in atto affinché le vittime possano trovare riparo, consulenza, assistenza legale e accompagnamento”, ha detto Passanha.

    La gerarchia si aspetta che le persone non credano che “i buoni sacerdoti santi possono essere abusatori”, ha detto.

    “È ora che ci svegliamo. Lo tsunami di vittime, la possibilità di trovare la propria voce e il coraggio di chiedere giustizia ci sorprenderà… almeno quelli di noi che non sono troppo ciechi per vedere cosa sta succedendo”, ha aggiunto Passanha.

    Antony di Save Our Sisters ha osservato che i vescovi indiani indulgono in “insabbiamenti nonostante le chiare istruzioni del Vaticano di non farlo. Sembrano credere nella politica del ‘tu mi gratti la schiena, io gratterò la tua’”, ha detto a UCA News.

    “I vescovi hanno scheletri nell’armadio”, e quindi non vogliono alcuna azione contro un prete accusato, ha detto.

    “Questa scellerata alleanza del clero rende miserabile la vita delle suore e delle laiche”, ha aggiunto.

    Il Vaticano si attiva

    Padre Babu Joseph, un ex portavoce della CBCI, tuttavia, ha respinto la percezione che il Vaticano non agisca in seguito a denunce di abusi contro vescovi e sacerdoti.

    “Direi che il Vaticano prende sul serio tali accuse e svolge le proprie indagini prima di intraprendere qualsiasi azione concreta contro la persona interessata”, ha detto il sacerdote di Delhi a UCA News.

    Il Vaticano, in quanto organizzazione responsabile, non intraprende azioni correttive o addirittura punitive senza un giusto processo come previsto dal diritto canonico, che comporta un’udienza adeguata di tutte le parti coinvolte nel caso, ha spiegato.

    “Quando si tratta dell’alto ufficio di un vescovo, il Vaticano esercita la massima cautela, poiché ha un effetto a cascata sulla Chiesa come istituzione”, ha detto.

    Il Vaticano è “sempre desideroso di stabilire la verità di qualsiasi accusa di scorrettezza personale di un vescovo o di un sacerdote e agirà con decisione al servizio della giustizia e della verità”.

    Il sacerdote Divine Word, tuttavia, ha ammesso che i leader della Chiesa indiana potrebbero essere “più prudenti e attenti” quando si tratta di accuse di abusi contro i vescovi.

    L’arcivescovo Felix Antony Machado , segretario generale della conferenza episcopale e portavoce ufficiale, non è stato disponibile quando è stato contattato da UCA News per commenti sulla questione.

    https://www.ucanews.com/news/clergy-abuse-swept-under-the-carpet-in-indian-church/102077

  • Il vescovo offre a Rugolo 15 mila euro

    Il vescovo offre a Rugolo 15 mila euro

    Don Giuseppe Rugolo continua a celebrare messa e, l’ultima che avrebbe celebrato, sarebbe stata a Ferrara il 9 Luglio scorso. “L’ho dedicata al Tribunale che mi sta giudicando e a tutti i presenti in quest’aula” – ha detto il sacerdote, a processo ad Enna, per violenza sessuale aggravata a danno di minori, nel corso dell’ultima udienza.

    Dove abbia celebrato la messa, nel segreto del seminario di Ferrara, dove è domiciliato e sottoposto all’obbligo di rientrare entro le ore 20 e di non uscire fino alle 8 del mattino successivo, o in un luogo pubblico, non è chiaro.

    Eppure in un articolo di stampa, una lunga intervista rilasciata dai legali del vescovo della Diocesi di Piazza Armerina Rosario Gisana , alla presenza dell’alto prelato , gli avvocati hanno dichiarato “ oltre a fornire in qualità di testimone alla Procura della Repubblica tutte le informazioni e tutti i documenti in suo possesso , ha immediatamente firmato il decreto di allontanamento sine die di don Rugolo dalla Diocesi e la sua sospensione dal ministero sacerdotale, ragione per la quale non potrà svolgere alcun tipo di attività pastorale pubblica”.

    Una tesi, questa, che si scontra con una realtà ben diversa. Intanto nessun allontanamento sine die. Il vescovo Gisana dice subito ai genitori della vittima che non può allontanare per sempre Rugolo perchè ha una chiesa troppo bella e piena di giovani. E poi quella della sospensione a divinis, che ha serpeggiato per mesi nella diocesi, avallata da Gisana, sembrerebbe un modo per che tranquillizzare i sacerdoti sull’argomento.

    Il vescovo avrebbe detto che aveva già provveduto a fare in modo che non facesse più messa. “ I decreti sono atti pubblici – ci dice a telefono don Carmelo Cosenza dell’ufficio stampa della Diocesi , che garbatamente risponde alla nostra chiamata dopo che, il vicario, Don Nino Rivoli, ha chiuso bruscamente il telefono – io non ho contezza che ci sia un decreto”.

    Una risposta franca che fa da contraltare a quella che ci da Don Angelo Ventura, il vice cancelliere della Diocesi di Piazza Armerina che risponde al telefono e ci dice che lui si occupa di matrimoni. Il cancelliere, Don Alessio Aira non risponde ad alcuna chiamata. Che il vescovo , incomprensibilmente si sia messo a fianco di Rugolo, pur sapendo della “caduta” che aveva avuto il sacerdote con qualche minore e di altri sacerdoti, emerge dagli atti. Gisana avrebbe, infatti, effettato un bonifico di 15 mila euro a favore di Rugolo a fronte di una richiesta di 11 mila e 700 euro.

    Intanto dal legale della parte civile Eleanna Parasiliti Molica giunge la smentita a quanto pubblicato dalla testata on line ViviEnna, secondo cui a produrre il file contenente la registrazione della conversazione tra Rugolo e il vescovo Gisana , registrato all’insaputa del prelato dal sacerdote Rugolo , sarebbe stata la difesa dell’imputato. “Quel file già acquisito nel corso dell’indagine e la riproduzione in aula, è stata richiesta dalla difesa della parte civile. Proprio al fine di provare le responsabilità di chi ha interagito con Rugolo” – dichiarano tutti i legali delle parti civili.

    Pierelisa Rizzo

  • La Procura boliviana denuncia “l’ostruzione” della Chiesa nel caso sulla pedofilia clericale

    La Procura boliviana denuncia “l’ostruzione” della Chiesa nel caso sulla pedofilia clericale

    Il procuratore generale della Bolivia, Juan Lanchipa , ha denunciato questo martedì che c’è un “ostacolo” della Chiesa cattolica nelle indagini sulla pedofilia come nel caso del gesuita spagnolo Alfonso Pedrajas, ora deceduto, e che ha rivelato diversi dei suoi abusi in uno staff di giornale.

    In una conferenza stampa, Lanchipa ha indicato che la Procura ha ricevuto il giornale Pedrajas attraverso la “cooperazione internazionale” e che differisce da quello che la Compagnia di Gesù ha consegnato poche settimane fa, che aveva “cancellazioni” e cancellature in “nomi, date e luoghi.

    “Hanno sottolineato e cancellato date e nomi. Questa è una censura che non possiamo accettare come collaborazione ma piuttosto come ostruzione”, ha rimarcato il procuratore generale.

    Il 20 giugno la Compagnia di Gesù ha consegnato al Pubblico Ministero una versione del documento Pedrajas, inviata dalla Curia generale dei gesuiti da Roma, “non aperta” in segno di “trasparenza” e di “disponibilità a collaborare con la giustizia “ .
    Il contenuto del quotidiano di Pedrajas, morto nel 2009, è venuto alla luce all’inizio di maggio attraverso un’inchiesta giornalistica del media spagnolo El País.

    Nel testo, Pedrajas racconta i presunti abusi che ha perpetrato su decine di bambini quando era responsabile della scuola Juan XXIII in Bolivia, dal 1971.

    I ‘diari’ di Pedrajas e Roma

    Allo stesso modo, Lanchipa ha affermato l’esistenza di un altro giornale che ha attribuito a Luis Roma Padrosa, anche lui gesuita spagnolo, morto nel 2019, e in cui ha anche “indicato nomi e luoghi” dei suoi abusi.

    Nel febbraio 2019 EFE ha pubblicizzato il caso del sacerdote rom attraverso la denuncia di un ex membro della Compagnia di Gesù che chiedeva l’anonimato e che basava le sue accuse su trenta fotografie esplicite in cui diceva di riconoscere il presunto aggressore di diversi minori di 6 anni a 12 anni.

    “Nel caso di Pedrajas e di quest’altro prete rom, possiamo sottolineare, con assoluta certezza, che sono atti abominevoli, sono atti orribili che hanno commesso contro la nostra infanzia”, ​​ha detto Lanchipa.

    L’autorità ha indicato che entrambi i testi sono stati inviati ai pubblici ministeri di Cochabamba e Santa Cruz, oltre al fatto che gli eventi descritti in entrambi i giornali “sono della stessa natura”.

    17 indagini aperte per pedofilia

    La Procura boliviana ha aperto almeno 17 indagini per pedofilia, la maggioranza contro sacerdoti cattolici, che continuano nei dipartimenti di Cochabamba (3), La Paz (5), Tarija (3), Santa Cruz (4) e Chuquisaca (2).

    Di fronte a questi casi, il presidente Luis Arce ha inviato una lettera a papa Francesco per chiedere che rivedano congiuntamente la storia degli abusi sessuali dei sacerdoti che vengono inviati in Bolivia, alla quale il pontefice ha risposto con la sua disponibilità a “collaborare con il governo” in quel compito.

    Inoltre, a metà giugno, la Conferenza episcopale boliviana (CEB) ha creato quattro commissioni per prevenire, indagare e creare “spazi sicuri” negli ambienti ecclesiali.

    https://www.religiondigital.org/america/Fiscalia-Bolivia-obstruccion-Iglesia-pederastia-padre-pica-pedrajas-roma-jesuitas_0_2577642211.html