Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: sacerdoti

  • Sacerdote colombiano catturato in Italia per pedofilia a Pasqua

    Sacerdote colombiano catturato in Italia per pedofilia a Pasqua

    Diversi media italiani hanno riportato l’arresto, lo scorso Venerdì Santo, di un sacerdote colombiano identificato come Carlos Arcos Pérez , accusato di pedofilia dai familiari di due minori, che sarebbero le vittime. Dovrebbe essere ascoltato dal giudice per definire la tua situazione.

    L’episodio è avvenuto nella città natale di papa Leone XIII, Carpineto Romano , un comune di circa 4.000 abitanti della provincia di Roma della Sierra Lepini, dove tre anni fa era arrivato il sacerdote Arcos Pérez.

    Il quotidiano locale Il Corriere della Città ha assicurato che venerdì scorso i carabinieri sono giunti alla casa parrocchiale e hanno portato in carcere il parroco, per metterlo a disposizione delle autorità, mentre la sua situazione giudiziaria si risolveva.

    Il mandato di cattura è stato emesso dalla Procura di Velletri , ha aggiunto il quotidiano La Repubblica , a causa di una denuncia di due famiglie, che lo hanno accusato lo scorso dicembre di molestie sessuali su due minori. Li avrebbe contattati fuori dalla chiesa.

    Secondo i media italiani, alcuni abitanti del villaggio non sono rimasti sorpresi dalla cattura, perché le voci si erano già sparse in tutta la città. Tuttavia, le opinioni sono divise su ciò che potrebbe essere accaduto e sul fatto che la giustizia debba finire.

    In un primo momento, secondo membri della parrocchia sul quotidiano Il Messaggero , il sacerdote aiutava con alcune messe e funerali, ma non era il padre principale. Ma siccome le indagini erano note, doveva rimanere chiuso in casa per quattro mesi, non avrebbe praticato nessuna attività ecclesiale e non avrebbe avuto contatti con nessuno. Alcuni lo hanno descritto come una persona molto tranquilla che non attira l’attenzione.

    Le congregazioni non si sono ancora parlate, secondo i giornali locali, ad eccezione del vescovo della diocesi di Anagni-Alatri, a cui appartiene la parrocchia di Carpineto Romano, Lorenzo Loppa.

    Ora si prevede che venga definito cosa accadrà al sacerdote e che il processo continui, mentre la sua versione viene ascoltata davanti a un giudice e se è accusato di pedofilia.

    Francesco Zanardi , vittima di abusi da parte di un sacerdote e presidente dell’associazione L’Abuso in Italia, ha detto ai media di RFI che l’Italia è uno dei Paesi in ritardo nelle indagini sugli abusi sessuali e sulla pedofilia da parte dei sacerdoti, così come spesso i media ignorano alcuni informazioni dovute alla presenza del Vaticano in quel paese.

    La rete L’Abuso, la principale associazione di vittime in Italia, con 1.300 membri, ha individuato negli ultimi 15 anni più di 300 sacerdoti coinvolti o condannati dei 50.000 che risiedono nella penisola.

    Tuttavia, è impossibile ottenere “cifre precise” per l’assenza di “un rapporto indipendente”, come è successo in Francia, con le rivelazioni sconvolgenti della Commissione Jean-Marc Sauvé, o in Germania, con il recente rapporto che va così fino a interrogare il papa emerito Benedetto XVI per aver gestito quattro casi di preti pedofili quando era arcivescovo di Monaco.

    https://www.infobae.com/en/2022/04/17/colombian-priest-was-captured-in-italy-for-pedophilia-at-easter/

  • In crociera dagli Stati Uniti a Imperia per ascoltare i racconti sulla pedofilia clericale.

    In crociera dagli Stati Uniti a Imperia per ascoltare i racconti sulla pedofilia clericale.

    A bordo della ‘Artemis’ attraccata in calata Cuneo il presidente della ‘Rete l’Abuso’ vittima dei pedofili ha parlato della sua esperienza e della situazione nel nostro Paese.

    Dagli Stati Uniti a Imperia per ascoltare i racconti sulla pedofilia clericale dalla viva voce del savonese Francesco Zanardi, il presidente della ‘Rete L’Abuso‘, a sua volta vittima dei preti pedofili che ieri ha tenuto una conferenza a bordo dell’ ‘Artemis’ la nave da crociera attraccata ieri mattina in calata Cuneo.

    Il triste primato della pedofilia ad opera dei preti in Italia, infatti,  è diventato il tema della vacanza che rientra nel filone dei viaggi cosiddetti tematici denominati ‘Controvesial topic’, ossia viaggio in cui i croceristi pagano non solo per visitare i luoghi ma anche per  informarsi su temi controversi del Paese che visitano.

    “Un problema, infatti – h dichiarato al nostro giornale Francesco Zanardi –  particolarmente acceso in Italia nel senso che nel nostro Paese, purtroppo, è ancora molto restia per quanto riguarda le istituzioni in confronto agli altri Paesi europei, ma non solo nell’affrontare questo problema.  Questo problema andrebbe affrontare in modo ampio a livello parlamentare, perché in Italia, purtroppo ci sono delle grosse carenze sotto l’aspetto legislativo. Ad esempio, l’obbligo della denuncia per tutti i cittadini, non solo per sacerdoti o pubblici ufficiali, l’estensione di questo obbligo sarebbe molto importante. Purtroppo l’Italia ha dati molto alti al momento contiamo circa 320 casi che sembrano pochi se messi a confronto, magari a tanti altri Paesi, ma sono 320 i casi che sono stati raccolti non nell’arco temporale di 50 o 70 anni, ma in un arco temporale neppure di 20 e, quindi, diciamo sono tantissimi e sono anche piuttosto recenti. Non è la prima volta che faccio di questi queste presentazioni, i croceristi rimangono sempre molto colpiti perché nei loro paesi, hanno appunto una serie di regole che partono anche da quelle più basilari come l’educazione sessuale per i bambini a scuola che quando vedono che in Italia non l’abbiamo certo li lascia piuttosto scossi”.

    Francesco Zanardi, vittima di abusi, ha fondato ‘Rete l’Abuso’ dopo gli scandali che scoppiarono nel 2012 a Savona. Zanardi nel 2019 è stato ricevuto da papa Francesco insieme ai leader delle 18 associazioni mondiali che lottano contro gli abusi sui minori da parte dei sacerdoti.

    Diego David – Imperia News

    https://www.imperianews.it/2022/04/20/leggi-notizia/argomenti/cronaca-6/articolo/in-crociera-dagli-stati-uniti-a-imperia-per-ascoltare-i-racconti-sulla-pedofilia-clericale-frances.html

  • Pedofilia tra il clero: pressing per una Commissione indipendente di indagine

    Pedofilia tra il clero: pressing per una Commissione indipendente di indagine

    Napoli, Bolzano, Milano, Roma, Firenze, Milazzo, Macerata, Verona, fino a località più piccole, come Sezze, Pomezia, Piazza Armerina, Carpi, Pantelleria… A scorrere l’elenco delle diocesi italiane interessate da casi di abusi su minori da parte di membri del clero (e tenendo presente che la situazione è più o meno la medesima all’estero) non si può che dar ragione a chi definisce la pedofilia un fenomeno endemico alla Chiesa cattolica.

    Il quadro – impietoso, doloroso – ce lo offre il database realizzato dal settimanale Left, da sempre in prima linea nella denuncia degli abusi all’interno della Chiesa cattolica, che si avvale del lavoro svolto in precedenza dalla Rete L’Abuso, che si occupa della tutela dei diritti delle vittime.

    Quando è stato lanciato, nel febbraio scorso, presentava i primi 61 casi censiti (tra sacerdoti denunciati o condannati in via definitiva) e relative 182 vittime (presunte/accertate). Oggi i casi documentati sono 78 e le vittime interessate 238 ma, specifica il giornalista Federico Tulli, responsabile del progetto, «fermo restando che la presunzione di innocenza vale per chiunque fino alla eventuale condanna definitiva», sono oltre 300, in un arco di tempo che copre gli ultimi 20 anni, le vicende sottoposte a verifica e in via di pubblicazione.

    Realizzato lavorando su fonti originali e su fonti d’agenzia e giornalistiche, il database indica, laddove è possibile renderlo noto, il nome del sacerdote denunciato/condannato, il reato contestato, il numero conosciuto delle vittime, l’anno in cui è stato compiuto il reato contestato, la data in cui il caso è divenuto noto, la diocesi di appartenenza, l’eventuale sanzione canonica subita dall’ecclesiastico.

    «L’obiettivo – spiega Tulli – è fornire all’opinione pubblica un quadro d’insieme della situazione italiana per fare pressione sulla politica e le istituzioni affinché pongano in essere tutte le misure necessarie per prevenire ulteriori violenze – la pedofilia è notoriamente un crimine seriale – e per garantire tutta la necessaria assistenza psicologica alle vittime».

    Non solo. Assieme ad altre realtà del mondo cattolico e non (Osservatorio Interreligioso sulle Violenze contro le Donne, Donne per la Chiesa, Voices Of Faith, Rete L’Abuso, Adista, Comité de la Jupe, Comitato Vittime e Famiglie, Noi siamo Chiesa), Left ha lanciato #ItalyChurchToo: un coordinamento pensato come strumento di pressione sulle istituzioni affinché si intervenga con decisione per indagare sugli abusi all’interno della Chiesa cattolica.

    L’idea è quella di una indagine affidata a una commissione indipendente (come quella che, per limitarci a un esempio recente, ha fatto luce sulla pedofilia tra il clero nella Chiesa cattolica francese) mentre finora quanto ventilato dalla Conferenza episcopale italiana (Cei) sembra limitarsi a un’inchiesta interna affidata agli stessi organismi ecclesiastici. Ipotesi che convince poco.

    «Riteniamo che la scelta di attingere a componenti interne al mondo ecclesiale per comprendere il fenomeno, non sia in alcun modo in grado di rispondere ai “segni dei tempi”», si legge per esempio in un appello firmato da 40 teologi e teologhe italiani. «Non si tratta solo della saggezza di fugare fin da principio l’ombra di qualsiasi vischiosa commistione fra chi indaga e chi è indagato: si tratta, invece e in primo luogo, di un’occasione persa per interpretare l’emergere di un nuovo paradigma della contemporaneità, in virtù del quale la Chiesa stessa si mette in ascolto del mondo delle donne e degli uomini, per poter essere più fedele al Vangelo di Gesù. Al contrario, il coraggio con cui alcune conferenze episcopali hanno umilmente riconosciuto l’autorevolezza di uno sguardo indipendente, ha una forza profetica che annuncia una conversione irrevocabile. Per questo motivo, chiediamo ai vescovi italiani di istituire una commissione che attinga a competenze esterne, della cui credibilità non si possa dubitare e che sappiano assumersi un compito di intelligente ascolto delle vittime e di responsabile cura nei confronti delle ferite del corpo ecclesiale, quelle che noi abbiamo per molto tempo nascosto ai nostri stessi occhi».

    La questione sarà discussa durante l’assemblea generale della Cei che si terrà a fine maggio a Roma, durante la quale sarà anche scelto il nuovo presidente dei vescovi italiani.

    https://www.micromega.net/pedofilia-chiesa/

  • ITALIA – Nelle stime è il primo paese in Europa per gli abusi del clero su minori, doppia la Polonia, al secondo posto

    ITALIA – Nelle stime è il primo paese in Europa per gli abusi del clero su minori, doppia la Polonia, al secondo posto

    I seguenti dati riflettono i livelli stimati dell’UE di abusi sui minori cattolici negli stati dell’UE utilizzando fonti pubbliche, come Papa Francesco ai rapporti di esperti, per qualificare tali cifre.

    1. Varie fonti hanno affermato che la percentuale di sacerdoti religiosi che sono pedofili è approssimativamente:

    a. 2% come sostenuto da Papa Francesco (intervista con Eugenio Scalfari –  [IT], [EN]) in linea con il dott. Richard Sipe nel 1990, John Jay Report pagina 216.

    b. 4% come sostenuto da Bryan T. Froehle nel 1997, John Jay Report su pagina 27.

    c. Il 6% come rivendicato da Spotlight in linea con le referenze di Dr. Richard Sipe fatte nel film in cui 90 sacerdoti sono la stima di una popolazione di 1.500

    d. 7% secondo quanto affermato dalla Australian Royal Commission http://jrnl.ie/3224627 Rapporto basato su accuse tra il 1950 e il 2010.

    e. Variazioni sulla percentuale sono anche note dove NSAC sostiene che Boston in realtà ha l’8,9% dei religiosi cattolici pedofili

    Ciò che è chiaramente mostrato da queste cifre stimate sugli abusi sessuali su minori da parte di preti cattolici è che l’Italia come paese ha il potenziale per superare il numero segnalato di vittime di abusi sessuali su minori da parte di religiosi rispetto a quello di qualsiasi altro paese dell’Unione europea. In effetti, questo vale per l’Italia nel mondo. Un’indagine dell’UE è essenziale per arrivare alla verità, fornendo percorsi verso la giustizia e il sostegno ai sopravvissuti a questo scandalo esteso all’UE.

    La portata degli abusi sessuali su minori da parte di sacerdoti cattolici nell’Unione europea non è stata evidenziata fino ad oggi. La seguente analisi dei dati si basa sulla seguente ricerca basata sulle statistiche attuali sulla popolazione dei sacerdoti cattolici nell’Unione Europea e in ogni stato membro. A seconda della percentuale di preti considerati pedofili, 2%, 4%, 6%, ecc, sono stato in grado di stimare il numero di preti pedofili in ogni Stato dell’UE in base a quella percentuale. Ho quindi moltiplicato il numero di preti pedofili per il numero stimato di vittime per prete pedofilo per stimare il numero di sopravvissuti non denunciati.

    Se solo il 10% dei sopravvissuti ad abusi sessuali su minori da parte del clero si facesse avanti nell’UE, dove il 7% dei sacerdoti cattolici dell’UE erano pedofili, la stessa proporzione dell’Australia, ci sarebbero da 75.200 a 376.000 sopravvissuti “non denunciati” ad abusi sessuali su minori. Rispetto al numero totale di sopravvissuti “denunciati” in Francia a 216.000, in Irlanda a 18.500 o in Germania con 3.677, c’è un enorme divario tra “segnalati” e “non denunciati”. La portata dei sopravvissuti denunciati sta aumentando man mano che più persone trovano la forza e il coraggio di farsi avanti.

    I seguenti dati forniscono stime da tassi percentuali variabili di sacerdoti che potrebbero essere pedofili in questo momento. Le cifre risultanti che rappresentano il numero stimato di preti pedofili in tutti i paesi membri dell’Unione Europea vengono quindi moltiplicate per il numero stimato di vittime per prete pedofilo. Da questo possiamo stimare il numero totale di vittime dell’UE non denunciate. Alcuni esperti ritengono che solo il 10% delle vittime si faccia avanti.

    C’è chiaramente la necessità che l’Unione Europea affronti questo problema dove un tasso del 2% per i sacerdoti cattolici pedofili, rilevato da Papa Francesco, mostra che ci sono 3.760 sacerdoti che hanno abusato sessualmente ovunque da 188.000 a 940.000 bambini dell’UE, che è la più bassa stima conservativa.

    Padre Andrew M. Greeley, Professore di sociologia all’Università di Chicago, che crede che ci siano 50 vittime per sacerdote.

    A. W. Richard Sipe era assistente psicoterapeuta e psichiatra nello stato del Maryland. Se leggi il Rapporto Sipe (http://archives.weirdload.com/sipe.html) afferma: “Studi ben consolidati mostrano che il pedofilo medio ha 250 o più vittime nel corso della sua vita”.

    Mark Vincent Healy’ per Rete L’ABUSO 220220-EU-IT-Percentage-paedophile-priests-in-EU

  • Pedofilia: Chiesa Francia crea gruppi di lavoro contro abusi

    Pedofilia: Chiesa Francia crea gruppi di lavoro contro abusi

    PARIGI – Formazione dei futuri preti, confessione, accompagnamento dei vescovi nelle loro funzioni: nove gruppi di lavoro sono stati istituti dalla Conferenza episcopale francese (Cef) nel quadro della lotta contro le violenze sessuali nella Chiesa. Questi gruppi di lavoro, spiega la Cef, furono promessi a novembre dai vescovi riuniti a Lourdes nel quadro della lotta agli abusi. Composti da diaconi, preti e vescovi ma anche da laici – tra cui alcune vittime – ciascuno di questi gruppi è diretto da laici. Hanno ora un anno di tempo per lavorare su diverse tematiche, tra cui “la condivisione di buone pratiche dinanzi ai casi segnalati”, la vocazione e “formazione dei futuri preti”, l’”accompagnamento dei preti denunciati”. Le conclusioni dei lavori sono attese per la primavera 2023.

    Il 25 marzo, la Cef ha inaugurato un sito web per seguire l’attuazione degli impegni assunti dai vescovi nel 2021 in sostegno delle vittime. Lo scorso novembre, a Lourdes, la Cef ha riconosciuto la “responsabilità istituzionale” della Chiesa nei crimini pedofili, un mese dopo la consegna del rapporto ad hoc sugli abusi sessuali realizzato dalla Commissione indipendente francese (Ciase) presieduta da Jean-Marc Sauvé. Una ricerca che ha svelato l’ampiezza delle violenze pedofile nella Chiesa negli ultimi 70 anni: 330.000 le vittime minorenni di sacerdoti, addetti a vari livelli e personale laico.

    Anche in Italia si vanno moltiplicando gli appelli a seguire l’esempio, istituendo una simile commissione indipendente, con l’hashtag ‘#ItalyChurchToo’. In pratica, il sito web (https://abus-quefaitleglise.catholique.fr/) indica lo stato di avanzamento di ogni impegno assunto lo scorso anno dalla Cef con la menzione “fatto”, “in corso”, “in attesa”, “da fare”. Tra gli impegni, l’attuazione di un organo nazionale per il risarcimento delle vittime oltre a un fondo che permetta di finanziarlo.

    https://www.ansamed.info/ansamed/it/notizie/rubriche/politica/2022/03/30/pedofilia-chiesa-francia-crea-gruppi-di-lavoro-contro-abusi_729e0a75-eb41-45c5-9110-a92943e05f2f.html

  • Audizione protetta per tre presunte vittime del prete

    Audizione protetta per tre presunte vittime del prete

    Tre minori sono stati ascoltati ieri in Tribunale a Busto Arsizio, in audizione protetta, perché presunte vittime di abusi sessuali da parte di don Emanuele Tempesta (nella foto), 29 anni, nativo di Cornaredo, sacerdote a Busto Garolfo ai domiciliari dal luglio 2021 con l’accusa di molestie sessuali ai danni di 7 minori, di età compresa tra gli 8 e i 12 anni. La prossima settimana si concluderanno le testimonianze dei ragazzini, dopodiché la Procura deciderà come procedere. Assistito dall’avvocato Mario Zanchetti, don Tempesta si è sempre professato innocente respingendo accuse definite “false e infamanti”.

    A far partire le indagini sono state le denunce di alcuni dei genitori dei piccoli, dopo aver raccolto le loro testimonianze. Sotto esame scrupoloso anche tutte le tracce presenti sui dispositivi elettronici usati dal sacerdote. Gli abusi, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, sarebbero avvenuti durante la pandemia, quando i bimbi sono stati invitati a casa del sacerdote in piccoli gruppi. Durante i pomeriggi tra chiacchiere e videogiochi don Tempesta avrebbe approfittato di alcuni di loro.

    Le famiglie delle vittime, i sette minori fra gli 8 e i 12 anni protagonisti secondo l’accusa di otto episodi di violenza, non parlano. L’audizione protetta dei bambini è per ora la pietra angolare dell’inchiesta.

    La comunità, invece, prova già a voltare pagina. Nel silenzio. Dopo lo sconcerto dei primi giorni seguiti alla notizia diffusa direttamente dalla Diocesi di Milano, tra i cittadini di Busto c’è già chi fa esercizio di incredulità. C’è chi pensa al prete, fermato dalla Mobile di Milano a Bardonecchia dove era in vacanza con i ragazzini dell’oratorio, come a un “tradizionalista religioso” ma “incapace di fare male ai bambini” che – secondo l’accusa – sarebbero stati invece attirati nell’appartamento al primo piano dell’oratorio di via Mazzini con la scusa della playstation. L’ipotesi dell’orrore fatica a farsi strada in una comunità da sempre molto vicina alla Chiesa.

    E anche la parrocchia, con difficoltà, cercò di ripartire. Le attività estive 2021 si sono tenute regolarmente grazie anche ad alcuni sacerdoti venuti in soccorso del 71enne don Ambrogio Colombo, che si trovò nel giro di poche ore a guidare una comunità di poco meno di 14mila persone.

    Ra.F.

  • Roma, l’ex parroco don Antonello Sia condannato per abusi su un ragazzino durante il campo estivo

    Roma, l’ex parroco don Antonello Sia condannato per abusi su un ragazzino durante il campo estivo

    di Massimo Sbardella – L’ex parroco di Palestrina, don Antonello Sio, di 44 anni, è stato condannato ad un anno, cinque mesi e 10 giorni e al pagamento delle spese processuali, per aver avuto un rapporto sessuale con un minorenne «abusando dei poteri connessi alla sua posizione di sacerdote e di guida spirituale». Il sedicenne, che aveva espresso l’intenzione di prendere i voti, era stato invitato dal sacerdote, ex direttore della pastorale giovanile della Diocesi di Palestrina, ad accompagnarlo in Sardegna dove, oltre ad alcune incombenze familiari, avrebbero preso parte ad un campo estivo dei padri Giuseppini.
    Era l’agosto del 2016 quando don Antonello, parroco della Santissima Annunziata, andò a casa dei genitori del minore per chiedere il permesso. Erano già due anni che il ragazzo frequentava le attività della chiesa e del centro giovanile, e il prete nutriva la stima e la fiducia del papà e la mamma che non hanno avuto problemi a dare il loro benestare. Senza neanche immaginare che quel viaggio avrebbe cambiato per sempre la vita del giovane.

    LA VIOLENZA
    Durante la notte in mare, infatti, quando i due restarono in cabina da soli, Don Sio si legge nel dispositivo del tribunale mise in dubbio il principio del celibato dei sacerdoti, proseguì parlando della storia di Davide e Gionata come coppia omosessuale per concludere dicendo: «vedi, se io facessi qualcosa non ci sarebbe nulla di male, sia a livello biblico, sia etico». Poco dopo il sacerdote si spogliò ed entrò nel letto del ragazzo, toccandolo ed inducendolo a consumare un rapporto sessuale. Colto di sorpresa, e temendo di non essere creduto e di ciò che avrebbero pensato amici e familiari, il giovane non solo non oppose resistenza ma, tornato da quel viaggio, iniziò a sentirsi a disagio con gli amici, di cui evitava la compagnia, e l’unica persona con cui non si sentiva fuori posto era proprio il sacerdote, dal momento che si era creata una sudditanza psicologica.

    L’OMBRA
    La frequentazione tra i due continua per diversi anni, tanto che i testimoni portati dalla difesa sostengono che il giovane fosse diventato l’ombra del sacerdote, una costante presenza opprimente (si legge negli atti). In realtà, però, in questo modo finiscono per confermare il disagio della vittima che, dopo quanto accaduto, vedeva nel sacerdote l’unica persona con cui riusciva a non sentirsi in difficoltà. Non è un caso che anche la pena, pur se ridotta per le attenuanti generiche il rito abbreviato, tenga conto del rilevante grado di invasività nella sfera sessuale della vittima, per il tempo ed il luogo della condotta (di notte, nella cabina di una nave, lontano da casa) e per il danno prodotto.
    Nel settembre 2018, quando il commissariato Casilino Nuovo trova don Sio in possesso di un involucro di cocaina, i due convivono nella casa che il prete ha in affitto.

    IL VESCOVO
    L’episodio, che fa emergere in modo ufficiale la dipendenza da sostanze stupefacenti di don Antonello, fa saltare tutti gli equilibri. Il vescovo di Palestrina, Monsignor Mauro Parmeggiani, dispone l’immediato trasferimento in una comunità di recupero in Sardegna, per il sacerdote, e in provincia di Frosinone per il ragazzo. Ed è proprio nel centro il Dialogo di Trivigliano (Fr) che la vittima inizia ad aprirsi, a parlare con qualcuno di quella notte sulla nave. Il tempo di prendere consapevolezza di quanto accaduto e, nell’aprile 2019, la famiglia si rivolge al Nucleo mobile della Guardia di Finanza di Frascati per sporgere denuncia.

    La vittima ormai ha quasi 20 anni e racconta una serie di episodi legati all’ambiente frequentato con don Sio. Un ambiente caratterizzato dal consumo di sostanze stupefacenti e dalla promiscuità di rapporti sessuali nel quale il prelato lo aveva gradualmente portato ad entrare. Don Sio – si legge nella sentenza – lo aveva introdotto ancora minorenne in un ambiente fatto di droga, trasgressioni, orge e prostituzione, annullando nella sua vita la propria capacità di autodeterminarsi.

    https://www.ilmessaggero.it/roma/news/parroco_condannato_abusi_ragazzino_campo_estivo_don_antonello_sio_palestrina_droga_news_oggi-6599978.html

  • Abusi sessuali nella Chiesa: i vescovi italiani supereranno l’omertà?

    Abusi sessuali nella Chiesa: i vescovi italiani supereranno l’omertà?

    Alto, magro, sigaretta in mano, parla come una mitragliatrice: Francesco Zanardi ci riceve nel suo piccolo bilocale, all’ultimo piano di un edificio fatiscente a Savona, cittadina costiera del nord Italia.

    Vive e lavora qui, dedicando le giornate alla sua associazione, la Rete L’Abuso, dedita alla denuncia dei preti pedofili e all’aiuto alle vittime.

    Al muro, foto di manifestazioni contro “il silenzio della Chiesa” . Con un gesto netto, tira su la manica: sull’avambraccio, tracce di punture, ricordo della sua passata dipendenza dalla droga: «Uno dei frutti dello stupro compiuto da un prete nella mia giovinezza. »

    “Lacune giuridiche italiane”
    Sul sito della Rete L’Abuso Francesco Zanardi pubblica costantemente nuovi articoli e aggiorna una mappa dei preti aggressori. « In Francia, osserva, la commissione Sauvé ha stimato in 216mila il numero delle vittime dei sacerdoti in settant’anni. Immaginate l’Italia, con il triplo dei preti…», Affermando di« non avere niente contro i cattolici, ma contro la Chiesa istituzionale» applica la regola del tre, amplia per i “vizi giuridici italiani” e per l’importanza della Chiesa nella Paese e arriva a un risultato: 1 milione di vittime. La cifra colpisce, anche se manca di solide basi.

    A differenza di Francia, Germania, Stati Uniti o, più recentemente, Spagna, nessuna commissione grande ampiezza è stata finora incaricata dalla Conferenza episcopale italiana (CEI) sulla questione.

    «Dopo il rapporto della Ciase, ho lanciato una petizione e ho scritto al presidente della Cei per chiedergli una commissione simile», racconta Paola Lazzarini, presidente di un’associazione di donne cattoliche. «Nessuna risposta…».

    “Un prete, qui, non si critica”
    «I vescovi pensano ancora di potervi sfuggire. Approfittano del fatto che non c’è una reale pressione», attacca, dal canto suo, Marco Marzano, docente di sociologia delle organizzazioni all’Università di Bergamo e autore di La Casta dei casti (ed. francese Philippe Rey, 2022, 221 pagine , 19€). Perché se in Francia l’“affare Preynat”, divenuto “l’affare Barbarin”, ha innescato un cataclisma mediatico e una forte richiesta da parte dell’opinione pubblica, in Italia la situazione non è paragonabile. «I giornalisti italiani non stanno facendo il loro lavoro» si rammarica Francesco Zanardi. «Quando parlano della Chiesa, è per applaudire il papato».

    Ottimo conoscitore della Chiesa italiana, il giornalista Iacopo Scaramuzzi è forse meno categorico.
    «Un prete, qui, non si critica», riassume. Quanto all’eventuale responsabilità dei vescovi, viene raramente messa in discussione, visto che questi ultimi sono tutelati dinanzi ai tribunali dal concordato vigente, il cui articolo 4 garantisce che essi «non sono tenuti a fornire a magistrati o ad altre autorità informazioni su persone o fatti di cui hanno conoscenza a motivo del loro ministero».

    Questa protezione ha permesso, fino a tempi recenti, di continuare a spostare dalle parrocchie i sacerdoti incriminati, una pratica che, l’episcopato ci assicura, ora è definitivamente finita.

    Fare una segnalazione non basta
    «Con quanto sta accadendo in Francia e, più recentemente, in Spagna, i vescovi italiani avvertono tuttavia una forma di pressione che li spinge a cambiare», spiega un osservatore, a Roma. «Sono sempre più isolati nel mondo occidentale», vuole credere Vittorio Bellavite, già responsabile di un’associazione cattolica piuttosto progressista. Spinti dalle decisioni dei loro vicini, alcuni vescovi italiani, secondo le nostre informazioni, avrebbero già preso atto della necessità di un rapporto sulla pedofilia nella Chiesa del Paese.

    Tuttavia, avverte una fonte romana molto favorevole a che la Chiesa in Italia faccia un vero lavoro sulla questione, decidersi per un rapporto non basta. Dovrebbe essere commissionato a un organismo indipendente o dovrebbe essere preferita un’indagine interna? Concentrarsi sul passato o sulla prevenzione? Abbiamo bisogno di un’indagine statistica? Di raccomandazioni? Si può rendere pubblico? Tra i responsabili cattolici italiani, queste domande creano imbarazzo e pochi sono quelli che hanno accettato di rispondere alle richieste di La Croix .

    “I numeri ci interessano poco”
    In Curia, pur senza essere sfavorevoli per principio a un rapporto, molti ritengono che la metodologia francese costituisca un controesempio. «Con la Ciase, i vescovi francesi si sono scavati la fossa», ha detto una fonte. Molto criticato anche il termine “sistemico” , ripreso dai vescovi francesi per caratterizzare gli abusi.

    Per il momento, l’episcopato italiano sembra voler escludere l’opzione francese di una commissione indipendente e di un’importante indagine statistica. «I numeri ci interessano poco, se non per la prevenzione», risponde a La Croix mons. Lorenzo Ghizzoni, presidente del Servizio tutela minori della Cei. «Vogliamo un’analisi qualitativa e non quantitativa, per conoscere i nostri punti di forza e di debolezza». Gli attuali funzionari della Cei si propongono piuttosto di svolgere un’indagine in un periodo relativamente limitato – due decenni – e a partire dagli archivi diocesani.

    “Paura della valanga”
    Secondo chi chiede una commissione indipendente e multidisciplinare sul modello della Ciase, questo metodo permetterebbe soprattutto di evitare rivelazioni con cifre shock. «I vescovi hanno paura della valanga», sorride Paola Lazzarini. «Vogliono accontentarsi di un mea culpa che non parli delle vittime», lamenta Francesco Zanardi. L ‘“unica via” che trova favore ai suoi occhi sarebbe una commissione parlamentare d’inchiesta, alla quale le diocesi e la Cei aprano i loro archivi, possibilità in cui lui non crede.

    Vittorio Bellavite ha un programma molto chiaro, che secondo lui i vescovi dovrebbero seguire: «Fare luce sugli eventi passati, compiere un atto collettivo di pentimento, riconoscere i torti subiti.
    Dobbiamo avere il coraggio di dire “noi abbiamo fallito, la Chiesa ha fallito”».

    Ma come in Spagna, dove i vescovi hanno cambiato rotta in poche settimane, anche in Italia la situazione potrebbe cambiare rapidamente. «Tutte le opzioni sono sul tavolo», dice una fonte romana. La scelta dipenderà ora dall’elezione a maggio dei nuovi vertici dell’episcopato italiano».

    E il papa avrà un ruolo decisivo da svolgere: è lui che designerà il presidente della Cei, tra tre nomi proposti dai vescovi. Ed è quindi Francesco, a seconda delle rispettive posizioni sull’opzione da scegliere, che si ritroverà nella posizione di arbitro.
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    Le varie commissioni per abusi sessuali nel mondo Negli Stati Uniti , nel 2004, il rapporto John Jay, richiesto dalla Chiesa cattolica, riporta oltre 10.000 vittime dal 1950. 252 sacerdoti sono stati sanzionati.
    In Irlanda, nel 2009, il Rapporto Ryan commissionato dal governo ha rilevato oltre 2.000 bambini maltrattati in 216 strutture gestite da ordini religiosi. Incriminati 800 aggressori.

    In Australia, nel 2017, un rapporto, realizzato dalla Commissione reale indipendente d’inchiesta su richiesta del governo, stima al 7% i sacerdoti che sono stati oggetto di accuse di abusi sessuali tra il 1950 e il 2010.

    In Germania, nel 2018, uno studio commissionato dalla Chiesa rivela che 3.677 bambini e adolescenti hanno subito abusi dal 1946. Ogni diocesi da allora ha avviato ulteriori indagini.

    In Francia, nel 2021, il rapporto della Commissione indipendente sugli abusi sessuali nella Chiesa (Ciase) stima in 330.000 il numero delle vittime di pedocriminalità nella Chiesa dagli anni ’50, di cui 216.000 abusate dal clero.

    In Nuova Zelanda, nel febbraio 2022, un rapporto commissionato dalla Chiesa rivela l’entità degli abusi, non solo sessuali, dal 1950. Sono state fatte 1.680 denunce da 1.122 persone contro clero e religiosi.

    Xavier Le Normand (inviato speciale a Milano, Savona e Bergamo) e Loup Besmond de Senneville (inviato speciale permanente a Roma)

    https://www.la-croix.com/Religion/Abus-sexuels-lEglise-eveques-italiens-leveront-ils-lomerta-2022-03-28-1201207406

  • L’altro “Paradiso” di Chiara Lubich, fondatrice dei focolarini

    L’altro “Paradiso” di Chiara Lubich, fondatrice dei focolarini

    40179 ROMA-ADISTA. Negli ultimi mesi si parla molto del movimento dei focolarini. Vuoi per le grandi celebrazioni legate al centenario della nascita della fondatrice, Chiara Lubich, vuoi per il processo di canonizzazione della stessa, di cui il 10 novembre 2019 si è chiusa la fase diocesana, vuoi anche per il forte radicamento – a tutti i livelli e in quasi tutti i Paesi del mondo – che i focolarini hanno ormai raggiunto, divenendo una delle realtà più radicate e strutturate della Chiesa cattolica contemporanea. Se il movimento – che da una fondatrice proclamata beata o santa trarrebbe enormi vantaggi – spinge per una rapida elevazione agli altari, c’è chi rileva nella teologia della Lubich e nella organizzazione del movimento elementi che dovrebbero invitare ad una maggiore prudenza da parte dell’autorità ecclesiastica.

    La storia

    Partiamo intanto dalla nascita dell’esperienza del focolare. Tutto comincia quando – secondo il racconto successivo della stessa Silvia Lubich (questo il vero nome all’anagrafe) –, giovane di Trento, mentre andava a prendere del latte vicino casa sua, avverte una chiamata di Dio: «Datti tutta a me». Tornata a casa Silvia decide di consacrarsi a Dio per sempre, facendo voto di castità, il 7 dicembre 1943. Cambia nome, affascinata dalla risposta data da Chiara d’Assisi a san Francesco, che, alla domanda su cosa davvero desiderasse, aveva risolutamente risposto: «Dio!». Nei primi anni Lubich riunisce attorno a sé un gruppo di giovani seguaci. L’esperienza determinante per il decollo del movimento avviene però nel 1949. Quell’estate Chiara Lubich si reca con le sue prime “compagne” per un periodo di riposo nella valle di Primiero, a Tonadico, sulle montagne del Trentino. Lì, viene raggiunta da Igino Giordani (1894-1980), allora deputato della Democrazia Cristiana, che da qualche mese aveva conosciuto la spiritualità di Chiara e che diventerà il primo focolarino sposato e cofondatore del movimento; con lui Chiara strinse un patto detto dell’unità durante una celebrazione eucaristica il 16 luglio 1949; fatto questo vive giornate intense di esperienze mistiche e visioni. Negli anni successivi Chiara invia i primi focolarini per una serie di viaggi ed incontri all’estero che permettono una rapida diffusione del movimento prima in Europa e poi negli altri continenti.

    La prima approvazione ecclesiastica del movimento arriva a livello diocesano nel 1947, da parte del vescovo di Trento, mons. Carlo De Ferrari. Negli anni successivi il Vaticano approfondisce a lungo la spiritualità e gli statuti del movimento, più volte riveduti, fino all’approvazione dell’allora Pontificio Consiglio per i Laici, nel 1990, sotto il pontificato di Giovanni Paolo II, e in seguito con l’ultima revisione, nel 2007, sotto il pontificato di Benedetto XVI. Approvazione, quest’ultima desiderata dalla stessa fondatrice prima della sua morte, avvenuta il 14 marzo 2008.

    Il movimento conta oggi circa 90mila membri, ai quali bisogna aggiungere 2.000.000 di simpatizzanti provenienti da più di 180 Paesi. Le forme di adesione al Movimento sono molteplici. Ci sono i “focolarini”, donne e uomini che vivono separatamente in piccole comunità (“focolari”) secondo la pratica dei tre voti (povertà, castità e obbedienza): i focolarini potrebbero chiedere o essere iniziati al sacerdozio a servizio del Movimento. Dei focolari fanno parte integrante anche i focolarini sposati, che pronunciano anch’essi gli stessi voti secondo il loro stato di vita e sono detti «promesse di povertà, castità coniugale, obbedienza». I focolarini sposati animano il movimento delle Famiglie Nuove. Poi ci sono i “volontari”, che sono gli animatori di una delle organizzazioni satelliti aperte sull’esterno, chiamato Movimento per una Umanità Nuova, che gode di un ruolo consultivo all’Onu come Ong “New Humanity”.

    Si devono citare anche gli altri movimenti sempre fondati da Chiara Lubich durante gli anni e per i quali lei stessa ha scritto i regolamenti interni, come i Gen (abbreviazione di “generazione nuova”): gli adulti con la Lubich rappresentano la prima generazione, la seconda generazione è quella dei giovani (Gen 2), poi la terza dei ragazzi (Gen 3) e la quarta quella dei bambini (Gen 4, femmine e maschi separatamente). Tutte le generazioni successive a quelle della Lubich animano altrettanti movimenti di massa che invece sono misti “Giovani per un mondo unito”, “Ragazzi per l’unità” e “Bambini per l’unità”. La formula «per un mondo unito » o un cenno all’unità focolarina è una costante. Ci sono anche i Gen’s (i seminaristi del movimento dei focolari), e i Gen-re (i giovani novizi/ e di ordini vari) poiché i Focolari dispongono anche di loro centri per la formazione dei sacerdoti- focolarini e dei sacerdoti-volontari (su Adista Notizie n. 4/20 abbiamo dato conto della forte componente “ecclesiastica” del movimento, a tutti i livelli, dal Vaticano alle diocesi più remote, fino alle nunziature).

    Ci sono anche i Centri di formazione per i religiosi e le religiose “consacrati per l’unità”, come sono stati definiti in un libro di Città Nuova, la loro Casa Editrice italiana (nel mondo sono decine le case editrici e le riviste della galassia focolarina) che divulga anche una rivista mensile. I Centri di Formazione sono siti a Loppiano (FI), la prima “Mariapoli permanente” detta anche “Cittadella” fondata nel 1964 da Chiara Lubich, ma molti incontri annuali si tengono al Centro Mariapoli di Castel Gandolfo sui Castelli Romani.

    Ci sono poi i musicisti (Gen Rosso che è uno dei focolari maschili di Loppiano), e le musiciste (Gen Verde, uno dei focolari femminili di Loppiano). Per restare nel campo dell’arte: l’étoile della Scala di Milano, Liliana Cosi, è una focolarina.

    La teologia

    Il cardine della teologia della Lubich si basa su tre diversi passi evangelici: la preghiera di Gesù «ut unum sint» («che tutti siano uno», in Gv 17,23); la promessa di Gesù ai suoi discepoli, «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Mt 18,20); l’abbandono di Gesù sulla Croce espresso nel Suo grido: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato»? (Mt 27,46).

    Ed è proprio l’esperienza dell’unità che è alla base dell’opera di Chiara Lubich. Unità, che dentro il movimento, ha però voluto dire un culto della personalità di Chiara e dei suoi scritti portato all’estremo di una adesione totale ed incondizionata alla sua volontà, trasmessa attraverso la rigida gerarchia che da Chiara passava per i capi-zona e per i capi dei singoli focolari. E che da unità si è spesso trasformata in “uniformità”.

    Durante il soggiorno estivo a Tonadico, nel 1949, insieme alla piccola comunità che intorno a lei era nata, soprattutto giovani donne, la Lubich raccontò di aver vissuto intensamente il passaggio del Vangelo di Matteo dell’abbandono di Gesù sulla croce.

    Il 16 luglio, cominciò un periodo di intensità straordinaria, conosciuto ora come “Paradiso ‘49”. Di questa esperienza Chiara raccolse alcuni appunti, che però sono sempre rimasti all’interno del movimento, ad uso strettissimo di alcune/i prediletti che dovevano tenerli segreti. Il perché lo ha raccontato in diverse occasioni Renata Patti, fuoriuscita dal movimento nel 2008 dopo ben 40 anni di militanza. A Loppiano, durante la Scuola al Centro di Formazione “Mystici Corporis”, Fiore Ungaro, la Focolarina che insegnava la Storia del Movimento, raccontava di quando nel 1950 la Chiesa aveva chiesto a Chiara di bruciare quelle carte del “Paradiso” dicendole che, se fossero state trovate, la sua Opera non sarebbe mai stata approvata. In ogni caso quello che Chiara Lubich racconta di aver “visto” nel suo «paradiso del ’49» non era per tutti, compresi i focolarini alle prime armi. Si trattava di rivelazioni cui si poteva accedere solo salendo nelle gerarchie interne. Come un culto misterico a cui si veniva progressivamente iniziati.

    Per questo, le pagine del “Paradiso ‘49” non vennero mai distrutte. Alla morte di Chiara Lubich un estratto di quelle riflessioni manoscritte fu pubblicato sul n. 177 di Nuova Umanità (maggio-giugno 2008/3), la rivista bimestrale di cultura del movimento. Una versione più ampia di quel testo, commentato dalla stessa Lubich, è però venuta in possesso di Adista. Si tratta di un dattiloscritto steso e utilizzato per un incontro che Chiara fece dal 7 al 13 ottobre del 1974 a Sierre, nel Canton Vallese (Svizzera), dove Chiara andava in vacanza almeno una volta all’anno e dove si recava quando “non stava bene” in quei periodi che venivano presentati ai focolarini come le “notti oscure” che lei stessa a volte ha paragonato al travaglio di mistici come Giovanni della Croce e Teresa d’Avila, ma che per alcuni erano vere e proprie crisi depressive, che almeno in un caso hanno richiesto l’ospedalizzazione in clinica psichiatrica (1991-93 circa due anni in una clinica sul lago di Costanza) soggiorno obbligato per lo stato della sua salute che le impedì di partecipare ai funerali del fratello Gino Lubich, morto il 4 settembre 1993.

    Nelle prime pagine del dattiloscritto (del quale durante quell’incontro vennero distribuite delle fotocopie) si legge della necessità di trasmettere i contentui legati alle visioni avute da Chiara nel 1949 a coloro che facevano parte della spiritualità focolarina: «I popi (ossia i focolarini uomini e donne, ndr) non possono andare avanti senza conoscere quelle carte», disse in quella occasione Chiaretto (don Pasquale Foresi, primo focolarino- sacerdote, assistente ecclesiastico del movimento per un tempo, poi co-presidente e considerato da Chiara cofondatore con lei e con Igino Giordani, chiamato Foco).

    Infatti, quando Chiara spiegò quelle pagine, erano presenti con lei nel giardino della sua casa in Svizzera Chiaretto (suo teologo e filosofo di riferimento al quale già dal 1950 aveva affidato il compito di tradurre in opere concrete le sue intuizioni mistiche, di esserne cioè “l’incarnazione”), Giulia Folonari chiamata Eli (la sua segretaria personale) e Giorgio Marchetti chiamato Fede (il capo-ramo cioè capo della sezione dei focolarini maschi). Ma torniamo al documento, che durante l’incontro del 1974, Chiara spiegò ad alcuni capi-zona, ossia la troika che gestiva il movimento in Europa.

    Il testo che abbiamo preso in considerazione e che riporta delle chiose fatte da Eletta Fornaro (che era presente con gli altri capizona essendo lei stessa la capo-zona – insieme ad un focolarino di voti perpetui – di alcune regioni del nord Italia) durante le spiegazioni che Chiara faceva (precisamente dal 7 al 13 ottobre del 1974) delle sue “visioni intellettuali” dell’estate 1949 è di 107 pagine.

    Questo documento è stato depositato nel 2015 al Tribunale ecclesiastico diocesano di Frascati che si occupava delle cause di canonizzazione di ex-membri focolarini, affinché potessero essere autenticate e affinché il Vaticano potesse studiarle ed avere un più completo giudizio sulla spiritualità di Chiara Lubich. E forse anche su alcuni aspetti controversi della sua teologia.

    Il testo di “Paradiso ‘49”

    Afferma Lubich a p. 46 del dattiloscritto, parlando degli eventi successivi alla sua morte come di una nuova Pentecoste in cui lo Spirito Santo scenderà sui suoi seguaci: «Oggi compresi come nell’attimo della mia morte cadrà sull’anima lo Spirito Santo che è in me in tutta la sua pienezza e cadrà su di loro e su Foco radunati, che farà le parti di Maria». Che questa morte non dovesse essere un evento lontano Chiara lo chiarisce subito dopo, a p. 47, rivelando un lato che può apparire di forte melanconia: «Ho sempre in mente che sia l’ultimo anno, che sian gli ultimi mesi, sempre, sempre… così, ecco». E subito dopo, parlando di se stessa e della sua esperienza terrena, paragonata a quella di una santa, afferma: «Ciò che importa è che noi non guardiamo ai santi se non come a fratelli da imitare, ma non da imitare pedestremente». «Il conoscere troppo bene la vita dei santi e l’averla ammirata, se può aver fatto molto bene, può essere un grave inciampo perché può legarci, può incitarci a dettar leggi noi al Signore in questa divina avventura che è tutta sua. Anche il pensare che è bene scrivere per i posteri ciò che Iddio ci va illustrando è un pensiero contro la perfetta carità e appare ispirato alla carità. Tutte queste carte che ho scritto valgono nulla se l’anima che le legge non ama, non è in Dio. Valgono se è Dio che la legge in Lei».

    Della sua esperienza mistica Chiara parla come di una serie incessante di visioni (lei li definisce “quadri”) che copre un arco di tempo di più di due anni, dal 20 luglio 1949 fino al settembre del 1951, durante il quale le vengono mostrati circa 150 “quadri”, trinitari, che realizzano la sua esperienza del paradiso e le nozze mistiche della sua anima, che è in unità con quella delle sue sorelle e di Igino Giordani partecipi di quella esperienza, con il Verbo. L’idea del Verbo che è venuto ad abitare in lei come avvenne in Maria di Nazareth torna in diversi passaggi. Ad esempio a p. 71: «La madonna – afferma – ci ha consacrati a lei come le sante specie si transustanziano (ho usato questa parola perché mi piaceva la parola “cambiare sostanza”) nel corpo, sangue, anima e divinità di Gesù. Così questa consacrazione operata da Maria per opera di Gesù transustanziò, per così dire, noi in Maria, per cui abbiamo ora la sua vera carne e cioè carne immacolatizzata». A p. 99 sembra voler rivelare ai suoi più intimi seguaci una questione molto «delicata» a tal punto che – afferma subito dopo – «così siete ancora più invitati a tacere e non parlare di queste cose». E spiega: «Ecco, è forse l’unica volta, forse un’altra volta che adesso non ricordo, che qui ho sentito una parola proprio forte, nell’anima, durante la meditazione. E che mi è suonata dentro subito come “ti cingo dentro” ma la parola era “incinta”. E io ho capito che Cristo prendeva posto nelle carni mariane, e che contemporaneamente capivo che le prendeva in me, le prendeva nell’anima delle pope». Un episodio che nella versione – assai più breve di quella dattiloscritta del 1974, pubblicata su Umanità Nuova dopo la morte della fondatrice viene in parte edulcorata: «Una volta, dopo la Consacrazione a Maria, avvertii una parola nell’anima che mi sifnificava “cinta dentro” e mi sembrò che Dio mi volesse misticamente ripetere con l’anima consacrata “Maria” un’incarnazione».

    https://www.adista.it/articolo/63104

  • Il dramma delle gravidanze causate da abusi nella Chiesa: il primo studio accademico

    Il dramma delle gravidanze causate da abusi nella Chiesa: il primo studio accademico

    40997 FRANCOFORTE-ADISTA. Obbligate a nascondersi, ad abortire, spesso in condizioni disperate, o a partorire in contesti non sicuri, dopo gravidanze prive di qualsiasi assistenza medica, dando poi subito in adozione i neonati; condannate a non poter mai fare il nome del padre, a mentire a tutti, a subire la stigmatizzazione sociale, a portare interamente da sole, tra difficoltà indicibili, il peso di un abuso e di esperienze disumane, il cui responsabile resta sempre impunito, protetto, garantito dall’istituzione: sono le donne, spesso ragazzine adolescenti, vittime di abusi sessuali che sfociano in una gravidanza, perpetrati da preti cattolici. Nel quadro degli abusi clericali, è forse il versante più oscuro di tutti, su cui nessuno studio si era finora soffermato. Ora, a metterlo sotto la lente d’ingrandimento, colmando questo vuoto di attenzione e analisi, è la teologa tedesca Doris Reisinger, del Dipartimento di Teologia cattolica della Goethe Universität di Francoforte, lei stessa vittima di abusi (v. Adista Notizie nn. 42/18; 5/19, 6/19, 20/19) in un articolo accademico “open access” (quindi aperto a tutti) pubblicato sulla rivista Religions (13, 198; appartenente alla piattaforma open access MDPI), frutto di due anni di ricerca e che aveva preannunciato la scorsa estate (Adista online del 11/6/21). Il documento, pubblicato il 25 febbraio, è stato subito tradotto da Adista ed è disponibile al seguente link. La ricerca è partita dalla constatazione che in un numero significativo di casi, i preti abusatori causano gravidanze e obbligano le loro vittime a essere invisibili, a ricorrere all’aborto, o a partorire per poi far adottare il neonato o la neonata: è il fenomeno che la ricerca definisce come “abuso riproduttivo”. È evidente che molte delle vittime sono donne adulte, ma anche tra le minorenni che hanno vissuto l’abuso di preti pedofili una percentuale che varia dall’1 al 10% può essere stata vittima di abuso riproduttivo.

    “Abuso riproduttivo”

    Reisinger si basa su numerose fonti e su materiale d’archivio che riguarda decine di accuse di abuso riproduttivo nel contesto della Chiesa cattolica statunitense. Oltre a cercare di fare una stima della frequenza globale del fenomeno, essa distingue tre diversi tipi di abuso riproduttivo ed esamina l’interazione tra misoginia clericale e secolare, prima responsabile del silenziamento delle vittime, trattate come oggetti e stigmatizzate, e dell’impunità degli abusatori, sempre protetti dall’istituzione; aspetti che spiegano l’invisibilità del fenomeno, ancora più paradossale se si pensa all’importanza attribuita dal magistero ecclesiale alle tematiche bioetiche e alla morale sessuale.Il primo tipo di abuso riproduttivo è la negligenza: «L’atteggiamento che mina l’autodeterminazione riproduttiva di un’altra persona attraverso l’indifferenza»: il fatto che i preti abusatori non si preoccupino, ad esempio, di evitare il concepimento attraverso l’uso di mezzi anticoncezionali, lasciando la vittima sola a gestire anche l’ansia e l’angoscia di scoprirsi incinta. Il secondo tipo è «La coercizione riproduttiva, ossia l’annullamento, da parte di una persona, dell’autonomia riproduttiva di un’altra per affermare i propri bisogni a spese di quella», spiega Reisinger. «I preti cattolici che hanno ingravidato le loro vittime di solito mettono la propria reputazione al di sopra dell’autonomia del corpo e della salute della vittima, e a volte anche della vita della loro vittima e del loro bambino (non ancora nato). Cercano di interrompere o nascondere la gravidanza, a ogni costo, senza tener conto della volontà e dei bisogni della persona incinta». Ne conseguono aborti coatti, praticati il più delle volte di nascosto in condizioni igieniche spaventose, che il prete abusatore generalmente paga (spesso con i soldi delle offerte) ma ai quali non assiste (perché l’aborto “è un peccato grave”). Oppure gravidanze portate avanti senza alcun controllo medico, con parti che avvengono in situazioni di pericolo per la vita. In quel caso, spesso il prete obbliga la giovane mamma a dare subito il bambino in adozione. Il terzo tipo di abuso riproduttivo è la violenza, cioè «lo sfruttamento della vulnerabilità riproduttiva di una persona per torturarla o intimidirla, allo scopo di ottenere la sua sottomissione». Qui la violenza dell’atto è intenzionalmente evidente: è attestata nel contesto dei crimini di guerra e talora nella violenza domestica, ma anche nel contesto dell’abuso sessuale clericale.

    Doppia misoginia

    Per comprendere il perché della totale invisibilità del fenomeno delle gravidanze scaturite da abusi del clero, tanto più paradossale dato il valore particolarmente alto attribuito dalla Chiesa alle questioni sessuali e riproduttive, bisogna fare riferimento, osserva Reisinger, al doppio impatto della misoginia in questo particolare contesto. «L’abuso riproduttivo – afferma – è strettamente legato a una logica patriarcale, sessista e misogina ampiamente accettata e normalizzata nella sfera secolare così come nella Chiesa cattolica. Questa logica assegna un posto subordinato alle donne e alle ragazze rispetto agli uomini e distribuisce diritti e doveri in modo diseguale tra i sessi. In questa logica, la sessualità e la riproduttività femminile sono subordinate agli interessi maschili e, in alcuni casi, questo può significare che i bisogni sessuali o la reputazione di un uomo hanno un peso maggiore rispetto alla dignità, alla salute e persino alla vita di una donna, di un’adolescente o di un bambino. Secondo questa logica, la vulnerabilità riproduttiva delle ragazze e delle donne non comporta più diritti, ma più obblighi per loro. Di conseguenza, la vulnerabilità riproduttiva delle donne e l’abuso riproduttivo che subiscono sono vieppiù invisibili e irrilevanti agli occhi del legislatore e, nel caso in cui emergano, sono facilmente considerati responsabilità esclusiva delle donne». In breve: la reciproca compenetrazione di misoginia religiosa e secolare funziona come un meccanismo che contribuisce all’invisibilità dell’abuso riproduttivo commesso dai preti cattolici. In tale contesto, le donne cattoliche vivono in una doppia subordinazione ai preti cattolici: come donne, sono subordinate agli uomini, e come laiche, sono subordinate al clero. «In cima a questa doppia gerarchia di genere, c’è un estremo squilibrio di potere tra coloro che detengono il potere riproduttivo nella Chiesa cattolica e coloro che sono particolarmente vulnerabili dal punto di vista riproduttivo».

    Due pesi e due misure

    Già, perché a detenere il potere sulle leggi in merito al comportamento sessuale nella Chiesa sono maschi celibi, che prescrivono, in sintesi, che solo i coniugi eterosessuali sono autorizzati ad avere rapporti sessuali, e che ogni atto sessuale deve essere aperto alla trasmissione di una nuova vita. «Questi testi – osserva la teologa – inducono a pensare che l’abuso riproduttivo sia duramente punito nella Chiesa cattolica. Ma non è così. In parte perché i concetti stessi di autonomia riproduttiva e abuso riproduttivo sono estranei alla logica di questi documenti. In parte perché la tanto invocata dignità delle madri e la sacralità della vita non ancora nata, così come presentate nella dottrina cattolica, non si traducono in diritti canonici garantiti e applicabili per madri e bambini. Non da ultimo, le decisioni su se e chi debba essere perseguito e punito per una gravidanza illegittima o per un aborto, e chi debba essere assolto e su quali basi, sono riservate in definitiva al clero maschile. Nei casi di abuso riproduttivo, tutti questi fattori lavorano a svantaggio delle vittime». iritto canonico, una violazione del celibato rimane, per il sacerdote, per lo più una questione di coscienza personale finché non diventa uno scandalo pubblico: finché un sacerdote nasconde la sua paternità, spiega Reisinger, ciò di solito ha poche conseguenze per lui. Di qui, l’urgenza di nascondere a tutti i costi le gravidanze che hanno causato, il che si traduce in tutte le implicazioni più drammatiche per la donna o la ragazza coinvolta e il bambino (non ancora nato). Anche il mantenimento economico è passato sempre sotto silenzio e le regole non sono solitamente rese pubbliche né applicate in modo affidabile. L’onere della responsabilità finanziaria per i figli dei preti è abitualmente addossata alle vittime di abusi riproduttivi, come lo è il peso del peccato. Quanto all’aborto, poi, secondo il Diritto canonico, qualsiasi persona che lo procuri ottenendo l’effetto incorre nella scomunica latae sententiae, e i preti vengono esclusi dall’ordinazione sacerdotale o non idonei all’esercizio ministeriale. Questo significa che «i sacerdoti riconosciuti colpevoli di questo reato non possono più esercitare i loro doveri sacerdotali, a meno che non siano giudicati degni di una dispensa».

    Due volte vittime

    Il prezzo psicologico e umano delle ragazze vittime è altissimo, anche in famiglia, dove sono loro, e non l’abusatore, a essere ritenute responsabili dello stupro. E, accanto alla colpevolizzazione delle vittime, si registra la frequente compassione verso i perpetratori clericali: nei casi di aborto, ad esempio, la discrepanza tra l’indifferenza degli alti funzionari cattolici verso la sofferenza femminile e la loro compassione per i perpetratori clericali diventa particolarmente palpabile. «Il Magistero della Chiesa – conclude Reisinger – è pronto a porre enormi oneri sulle ragazze e sulle donne. Esso proibisce persino la contraccezione d’emergenza, considerata un abortivo, e la rende indisponibile anche alle vittime di stupro nelle zone di conflitto civile»; «contrariamente a quanto talvolta si sostiene, non c’è traccia di un’esenzione ecclesiastica ufficiale che permetterebbe la contraccezione d’emergenza in casi estremi, per esempio alle suore che sono state stuprate in gruppo durante la guerra del Congo negli anni ‘60 o alle donne rifugiate del Kosovo negli anni ‘90. La Chiesa si aspetta che le ragazze e le donne accettino gravidanze che sono il risultato di stupri di guerra e che le portino a termine nel mezzo di conflitti, anche a rischio della loro stessa vita. In seguito a questo insegnamento irremovibile, anche le vittime di abusi riproduttivi si sentono in colpa dopo un aborto».

    https://www.adista.it/articolo/67672