Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: sacerdoti

  • Chiesa e abusi: “Venga istituita una commissione”

    Chiesa e abusi: “Venga istituita una commissione”

    C’era anche il bresciano Michelangelo Ventura a Roma alla presentazione della lettera inviata alla Cei in occasione della sua 76esima assemblea generale sul tema degli abusi nella chiesa. L’evento è stato organizzato lo scorso 27 maggio all’associazione “Stampa estera” dal “Coordinamento delle associazioni contro gli abusi nella chiesa cattolica” (ItalyChurchToo). Fondato il 15 febbraio 2022, il Coordinamento ha visto l’adesione di decine di realtà, laiche e cattoliche, in primis “Rete l’abuso”, l’associazione italiana delle vittime di preti pedofili che, dal 27 maggio, ha ricevuto centinaia di segnalazioni di molestie e abusi.

    Ventura fa parte del Coordinamento, oltre che di “Noi siamo chiesa”, e da questa esperienza nella Capitale ha portato nella nostra città “il messaggio che anche qui c’è bisogno di verità sugli abusi all’interno della chiesa, per fare giustizia e risarcire le vittime, persone che, quando riescono ad esternare la loro sofferenza, si definiscono “sopravvissute”. Risarcire sia sul piano giuridico morale sia su quello economico, per far fronte alle spese processuali e di cura”.

    Le vittime, anche nel Bresciano “ci sono sicuramente, ma è difficilissimo raggiungerle”, continua Ventura, segnalando che sul sito www.retelabuso.org sono indicati alcuni episodi e, nel 2016, fu stilata una “mappa” delle diocesi dove sono stati attestati casi di abuso da parte di preti. Tra queste vi era anche Brescia, con tre casi dettagliati, due in città e uno in provincia.

    Del resto qualche mese fa padre Hans Zollner, teologo e psicologo parte della commissione pontificia cui papa Francesco ha affidato la prevenzione degli abusi sessuali nella chiesa, ha dichiarato: “Abbiamo dei criminali fra noi perché ormai il fenomeno è chiaro, cioè che nel mondo in ogni regione tra il 3 e il 5% dei preti è un abusatore”.

    “Quindi – aggiunge ancora Michelangelo Ventura – anche nella nostra realtà bresciana siamo propensi ad immaginare che il fenomeno sia da sempre esistito e purtroppo sottaciuto: se lo sostiene un prelato interno alla chiesa vuol dire che il tema è molto concreto”.

    A Roma il flashmob è stato molto d’impatto: alcuni attivisti, nelle vicinanze della Nunziatura apostolica, hanno esposto cartelli con foto di uomini e donne con biancheria intima macchiata di sangue, ispirati da una protesta organizzata in aprile in Estonia, per attirare l’attenzione sulle presunte violenze dei russi contro le donne in Ucraina.

    Ma ogni azione di “ItalyChurchToo” non vuole essere un attacco alla chiesa, anzi, ribadisce Ventura: “Vogliamo liberare la nostra chiesa da questo peso, aiutarla ad essere una chiesa con la piena fiducia e partecipazione dei suoi fedeli; per questo chiediamo una commissione di inchiesta indipendente: aspiriamo ad una chiesa altra, trasparente. Ci sono tanti sacerdoti che si spendono sul territorio, c’è una chiesa viva e degna di liberazione. Il vero ente che dovrebbe indagare è lo Stato italiano e la chiesa dare la sua piena collaborazione, come chiesto anche dall’Onu in più occasioni. Questo aiuterebbe la chiesa ad essere davvero libera, evangelica”.

    I.Pan.

    (trascrizione da BRESCIAOGGI, 1 giugno 2022)

  • Delpini non diventa cardinale: “Paga il prezzo di un doppio scandalo sessuale”

    Delpini non diventa cardinale: “Paga il prezzo di un doppio scandalo sessuale”

    C’è un doppio caso sessuale dietro la bocciatura di Delpini?

    Papa Francesco ha recentemente nominato 25 nuovi cardinali. Ma un po’ a sorpresa nella lista dei promossi non c’era l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini. Dietro la mancata scelta – si legge su Libero – ci sarebbe un doppio caso di insabbiamento in una grave vicenda di preti maniaci sessuali. Sarebbero addirittura coinvolti due fratelli sacerdoti della diocesi di Milano.

    A seguito della condanna in primo grado da parte del tribunale diocesano di uno dei due – riporta il sito retelabuso – vengono riportate le dichiarazioni dello stesso tribunale diocesano che nel condannare a 5 anni don Alberto Lucchina sottolinea che il sacerdote che si era autosospeso, è recluso da un anno in un luogo isolato e quindi dovrà scontare solo 4 anni dei 5 inflitti.

    Ma i poveri parrocchiani – prosegue il sito test.retelabuso.org/ – non sanno che anche il fratello è stato denunciato per violenza sessuale, quest’altro però non a danno di minori, ma di una donna maggiorenne, con disabilità. E qui l’ultima delle drammatiche scoperte, lo scorso lunedì in una riunione con i parrocchiani si viene a conoscenza che i due fratelli sacerdoti stanno organizzando l’oratorio estivo, ad uno saranno assegnati i ragazzi delle medie, all’altro i più piccini.

    Nella stessa parrocchia di Milano due fratelli preti accusati di abusi

    Due fratelli preti che vivono insieme nella stessa parrocchia di Santa Maria alla Fontana a Milano: uno, don Alberto Lucchina, è stato ‘condannato’ dal Tribunale Canonico a esercitare le sue funzioni per 5 anni in una casa di riposo stando lontano dai minori perché riconosciuto autore di violenza sessuale ai danni di una ragazza all’epoca quindicenne; l’altro, don Maurizio, attuale guida della comunità di fedeli nel quartiere Isola, risulta coinvolto in un procedimento penale per violenza sessuale su una donna disabile.

    Per lui il pm Roberto Fontana, non entrando nel merito della vicenda, ha chiesto l’archiviazione perché la denuncia è stata presentata oltre il limite, previsto dalla legge, di un anno dai fatti ipotizzati. La vicenda è emersa dopo che nei giorni scorsi il sito ‘Rete l’Abuso’ ha dato conto della ‘condanna’ di don Alberto e annunciato di avere presentato un esposto alla Procura “perché il prete aveva detto al Tribunale Canonico che si sarebbe autosospeso e domiciliato subito in una casa di riposo ma sappiamo che è ancora a contatto coi giovani”.

    “Dopo la pubblicazione dell’articolo su don Alberto qualche giorno fa – racconta Francesco Zanardi, presidente dell’associazione che raccoglie i casi di violenze da parte dei religiosi e assiste le vittime – mi ha scritto una donna spiegandomi di avere denunciato il 7 febbraio ai carabinieri una violenza sessuale subita dal fratello don Maurizio nel 2015″. L’AGI ha incontrato don Maurizio nella sua parrocchia: “Si’, mio fratello Alberto vive qui, in attesa che il procedimento canonico faccia il suo corso su fatti che risalgono a 30 anni fa” conferma, senza far riferimento alla sanzione in primo grado e assicurando che don Alberto non segue attività coi ragazzi, come invece riferito da alcuni frequentatori dell’oratorio.

    “La mia è una storia diversa, sono solo calunnie sul mio conto – prosegue -. Non ho mai saputo di essere stato indagato, l’ho letto sul web. Mi sono informato tramite un avvocato e ho saputo che sono stato archiviato”. In realtà al momento pende una richiesta di archiviazione a cui l’avvocato Daniela Cultrera, per conto della ‘Rete l’Abuso’, ha annunciato che presenterà opposizione chiedendo al giudice di disporre l’imputazione coatta per l’indagato. Don Maurizio dice di avere “rivisto la donna nel 2020” e nega la violenza.

    “L’ho conosciuto la notte di Capodanno del 2015 – si legge nella denuncia della donna di 47 anni -. Tante persone sono al corrente del malessere che mi ha provocato”. “Mi fa male vedere il mio nome associato all’ipotesi di una violenza su una donna, proprio in un momento in cui si parla così tanto di questo tipo di violenza – dice il parroco -. Avrei voluto querelare ma la Diocesi mi ha consigliato di lasciar perdere. I parrocchiani cosa dicono? Bisogna distinguere tra chi frequenta assiduamente la parrocchia e conosce la situazione e chi ci viene in modo occasionale”, facendo intendere che i primi sono con lui, ed esprime il suo sconforto: “Nella vita non sai mai cosa ti può capitare”.

    “Dopo la sanzione del Tribunale Canonico – afferma Cultrera – don Alberto avrebbe potuto presentare ricorso entro 5 giorni alla Congregazione per la Dottrina della Fede ma non l’ha fatto. Ora manca un ultimo passaggio davanti al Promotore di giustizia. Durante l’istruttoria, molto approfondita, c’è stato anche un confronto tra lui e la vittima che ha trovato il coraggio di denunciarlo nel 2019, a una trentina d’anni dai fatti. Don Alberto ha ammesso parzialmente le accuse ma il Tribunale ha riconosciuto appieno la ricostruzione della vittima e la sua credibilità”. Intanto all’associazione arrivano le proteste scritte di alcuni parrocchiani: “Don Alberto sta coi ragazzi, è una situazione triste e pazzesca”; “Segue i ragazzi del Gruppo Medie, continua a fare quello che gli pare”.

    https://www.affaritaliani.it/cronache/due-fratelli-preti-maniaci-sessuali-delpini-insabbia-il-caso-punito-dal-papa-798824.html

  • Obbligo di denuncia per i vescovi e report sugli abusi: cosa prevede la nuova stagione di Zuppi per la lotta alla pedofilia nella Chiesa italiana

    Obbligo di denuncia per i vescovi e report sugli abusi: cosa prevede la nuova stagione di Zuppi per la lotta alla pedofilia nella Chiesa italiana

    di Francesco Antonio Grana

    Dalla mancanza dell’obbligo di denuncia al Report nazionale sugli abusi. È toccato al neo presidente della Cei, il cardinale arcivescovo di Bologna Matteo Maria Zuppi, inaugurare una nuova importante stagione della Chiesa italiana nel contrasto della pedofilia del clero. Una svolta epocale se si pensa a come, in pochi anni, sia maturata nell’episcopato della Penisola quella che il porporato ha definito “la strada italiana”, diversa da quella attuata in Francia e in Germania, ma non per questo dettata dalla volontà di continuare a insabbiare i casi. La Cei targata Zuppi ha deciso di pubblicare, entro il 18 novembre 2022, un primo Report nazionale sulle attività di prevenzione e sui casi di abuso segnalati o denunciati alla rete dei Servizi diocesani e interdiocesani negli ultimi due anni e di avviare un’analisi sui dati di delitti presunti o accertati perpetrati da chierici in Italia nel periodo 2000-2021, custoditi dalla Congregazione per la dottrina della fede.

    Proprio alla vigilia dell’assemblea generale della Cei, il Coordinamento contro gli abusi nella Chiesa cattolica – ItalyChurchToo aveva chiesto “un’indagine indipendente, condotta da professionisti credibili e super partes, che faccia luce sugli abusi compiuti dal clero in Italia, che veda uniti gli sforzi di diverse e altissime professionalità e che utilizzi contemporaneamente metodi qualitativi, quantitativi e documentali”. Esattamente dieci anni fa, nel 2012, quando Benedetto XVI era ancora Papa e il presidente della Cei era il cardinale Angelo Bagnasco, la Chiesa italiana approvò le Linee guida in materia di pedofilia. In quel testo, i presuli affermarono che “nell’ordinamento italiano il vescovo, non rivestendo la qualifica di pubblico ufficiale né di incaricato di pubblico servizio, non ha l’obbligo giuridico di denunciare all’autorità giudiziaria statuale le notizie che abbia ricevuto in merito ai fatti illeciti oggetto delle presenti Linee guida”. Documento che fu respinto dalla Congregazione per la dottrina della fede che chiese di modificarlo.

    Due anni dopo, nel 2014, con Francesco divenuto Papa, la Cei si limitò a cambiare quel passaggio inserendo semplicemente un inciso: “Nell’ordinamento italiano il vescovo, non rivestendo la qualifica di pubblico ufficiale né di incaricato di pubblico servizio, non ha l’obbligo giuridico – salvo il dovere morale di contribuire al bene comune – di denunciare all’autorità giudiziaria statuale le notizie che abbia ricevuto in merito ai fatti illeciti oggetto delle presenti Linee guida”. La prima vera svolta arrivò dopo cinque anni, nel 2019, con il cardinale Gualtiero Bassetti come presidente della Cei, ma soprattutto dopo il summit mondiale sulla pedofilia convocato da Francesco in Vaticano. La Conferenza episcopale italiana introdusse finalmente “l’obbligo morale” di denuncia alle autorità civili dei casi di abuso sessuale su minori commessi da sacerdoti.

    Durante l’assemblea generale della Cei, il cardinale Sean Patrick O’Malley, presidente della Pontificia Commissione per la tutela dei minori, ha inviato un videomessaggio ai vescovi italiani indicando sette punti da trasformare in azione per “dare inizio a un processo costruttivo di revisione, di riforma, e di riconciliazione” sulla pedofilia. “È una realtà – ha spiegato il porporato – che saremo giudicati sulla base della nostra risposta alla crisi di abuso nella Chiesa. Abbiamo bisogno di una conversione pastorale che includa i seguenti aspetti: offrire una cura pastorale efficace alle vittime; dare indicazioni chiare (e vigilare) sui corsi di formazione per il personale nella diocesi; fare uno screening adeguato e accurato; rimuovere i colpevoli; cooperare con le autorità civili; valutare attentamente i rischi esistenti per i preti colpevoli di abuso (per se stessi e per la comunità) una volta che sono stati ridotti allo stato laicale; dimostrare l’applicazione dei protocolli in atto, così che le persone sappiano che le politiche funzionano. Un audit e un rapporto di verifica dell’implementazione delle politiche sono molto utili. La buona notizia – ha concluso il cardinale – è che laddove vengono adottate politiche effettive e attuate con efficacia, il numero dei casi si riduce drasticamente”. Una strada condivisa anche da Zuppi.

    Twitter: @FrancescoGrana

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/05/29/obbligo-di-denuncia-per-i-vescovi-e-report-sugli-abusi-cosa-prevede-la-nuova-stagione-di-zuppi-per-la-lotta-alla-pedofilia-nella-chiesa-italiana/6608118/

  • NIENTE SCONTI ALLA GIUSTIZIA LA VIA DI UNA CHIESA CREDIBILE

    NIENTE SCONTI ALLA GIUSTIZIA LA VIA DI UNA CHIESA CREDIBILE

    Doveva per forza iniziare da lì il difficile lavoro del nuovo Presidente della Conferenza episcopale italiana e da lì giustamente è iniziato. È lì infatti che ogni altra azione della Chiesa cattolica in Italia e nel mondo trova oggi il suo criterio di verifica: nel coraggio e nella determinazione con cui viene affrontata la questione degli abusi sessuali del clero cattolico, in particolare sui minori.

    Nella sua prima dichiarazione dopo la nomina papale il cardinale Zuppi ha affermato di sognare una Chiesa che “sta per strada nella Babele del mondo”, bellissimo proposito la cui condizione essenziale è data dalla più trasparente operazione di pulizia in casa propria. La cosa si spiega da sé perché “se la Chiesa non rispetta i diritti umani non può predicare il Vangelo”, come afferma con logica cristallina la lettera pubblica inviata ai vertici della Chiesa italiana (qualche giorno prima della nomina di Zuppi) dal “Coordinamento delle associazioni contro gli abusi nella Chiesa cattolica in Italia”, tra cui in primo luogo il “Comitato Vittime e Famiglie”.

    Tale coordinamento ha scelto di chiamarsi all’inglese (ormai sembra inevitabile) #ItalyChurchToo, ovvero “Anche la Chiesa italiana”, laddove la congiunzione “anche” rimanda all’azione intrapresa ormai da tempo dalle Chiese cattoliche di non pochi altri paesi, tra cui in primo luogo Francia e Germania, e invece finora assente in Italia. A questo riguardo Zuppi ha dichiarato: “Sugli abusi abbiamo scelto una strada nuova, una strada italiana”, volendo così distinguere l’approccio della Cei. Il che significa che a differenza degli altri paesi in cui la Chiesa cattolica per l’analisi delle denunce si è totalmente affidata a centri di ricerca indipendenti, la Cei prevede, come dichiara il suo comunicato stampa finale, che l’analisi “verrà condotta in collaborazione con Istituti di ricerca indipendenti, che garantiranno profili scientifici e morali di alto livello”.

    Dire “in collaborazione” è ben altra cosa che affidare totalmente l’analisi delle denunce a istituti indipendenti: significa mantenere nelle mani della Chiesa la regia delle operazioni. Il fatto però che vi sia una collaborazione con istituti indipendenti mette al riparo almeno sulla carta dal fare tutto in casa propria con il rischio quanto mai reale di confondere giudice e imputato, e di preoccuparsi più dei preti abusatori che dei bambini abusati, come finora troppo spesso è avvenuto. È chiaro quindi che la bontà di questa “strada italiana” la si dovrà giudicare vedendola all’opera, verificando anzitutto l’effettiva indipendenza di tali “Istituti” al momento sconosciuti e poi verificando il grado di coinvolgimento delle persone che fanno capo a #ItalyChurchToo, perché è evidente che non vi può essere migliore garanzia del loro benestare alla conduzione delle indagini e ai relativi provvedimenti. Sarà il prossimo futuro insomma a farci capire se la ricetta della nuova Cei di Zuppi produrrà veramente qualcosa di più saggio e di più efficace dal punto di vista umano ed ecclesiale rispetto a quanto compiuto Oltralpe o se invece al contrario tutto si risolverà nell’ennesima soluzione “all’italiana”, come quelle a cui purtroppo siamo abituati in ambito giudiziario con anni e anni di indagini che spesso finiscono nella “notte in cui tutte le vacche sono nere” (per riprendere una delle più celebri frasi della storia della filosofia che costò a Hegel la definitiva rottura dell’amicizia con Schelling).

    Una cosa però è del tutto sicura: una Chiesa che voglia raggiungere il cuore di tutti, come scrive Zuppi, non può che essere per tutti credibile, e per essere credibile non c’è altra via che mettere ordine, pulizia, giustizia e, se è il caso, rigore al proprio interno. Il nuovo presidente della Cei ha detto che intende “ascoltare le domande di tutti, ascoltare davvero e farsi ferire dalle domande”. È una bellissima espressione: farsi “ferire” dalle domande. Ma in che modo ci si fa ferire dalla domanda di un genitore che chiede com’è stato possibile che il suo bambino o la sua bambina sia stato violentato nel modo più turpe e vigliacco da colui al quale l’aveva affidato con fiducia e speranza credendo al suo abito e alla sua missione? Quelle ferite la Chiesa italiana le deve veramente assumere su di sé, impegnandosi senza sconti per la giustizia, come ha stabilito nel 2019 papa Francesco con il motu proprio Vos estis lux mundi che sancisce l’obbligo morale e giuridico di segnalare gli abusi ai danni di minori e di persone vulnerabili.

    Ma c’è un’altra cosa da mettere in luce: quanti sono i preti che si macchiano di questi delitti tradendo nel modo più vergognoso la loro missione? I dati oscillano tra l’1,5 e il 5 percento del totale, ma qualunque sia la loro effettiva entità si tratta in ogni caso di una minoranza (che peraltro commetterebbe all’incirca l’1 percento del totale dei reati di pedofilia in Italia). Il punto però è che questa minoranza discredita ampiamente il lavoro e la missione di tanti onesti sacerdoti, alcuni dei quali sono da considerarsi più che onesti, direi eroici, per non dire santi, come io ho la fortuna e l’onore di conoscere, e di gioire della loro amicizia. Ed è anche per salvaguardare l’onore di questi preti che l’azione della Cei deve essere severa e senza sconti verso i colpevoli.

    Penso insomma che il fronte sia triplice: 1) giudiziario: consistente nel consegnare alla giustizia i colpevoli; 2) terapeutico e riparativo: consistente nel rendere giustizia alle vittime aiutandole il più possibile a riparare le profonde ferite psichiche e spirituali; 3) pedagogico: consistente nell’impostare una formazione e uno stato di vita dei sacerdoti che li metta il più possibile al riparo dal cadere in questi abissi.

    Gli abusi sessuali del clero sono sul punto di costituire la fine della Chiesa cattolica, la caduta libera della sua credibilità di madre e maestra, educatrice per secoli delle giovani generazioni. Perché la Chiesa si salvi e sopravviva a questo gigantesco tzunami di livello mondiale occorre che inizi a considerare se stessa meno importante delle vittime e meno importante della giustizia. Che inizi a considerarsi meno importante in generale, una struttura di servizio e non di potere, finalizzata non al proprio bene ma a un bene più grande che è il bene del mondo. Gli abusi sessuali del clero su bambini innocenti sono il pericolo mortale che la Chiesa sta affrontando, ma, come scriveva il poeta del romanticismo tedesco Friedrich Hölderlin, “là dove c’è il pericolo, cresce anche ciò che salva”. E il cardinal Zuppi, per molti ancora don Matteo, ha le carte in regola per far capire agli altri vescovi e a tutti i preti che cosa è veramente importante.

    l’articolo del prof. #VitoMancuso su #LaStampa di sabato 28 maggio

  • Report su abusi della Chiesa. “Ma senza magistratura rischia di essere un bluff: 161 le nuove denunce”

    Report su abusi della Chiesa. “Ma senza magistratura rischia di essere un bluff: 161 le nuove denunce”

    “Più che un’apertura lo definirei un bluff”. Non usa giri di parole, Francesco Zanardi, 51 anni, presidente della Rete L’Abuso, vittima di un sacerdote quando aveva dieci-undici anni nella parrocchia dove abitava a Spotorno, per commentare le parole del nuovo presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale Matteo Zuppi, circa l’annunciato report della Chiesa del nostro Paese sui casi di abusi sessuali commessi da preti su minori dal 2000 al 2021.

    Zanardi, perché parla di bluff?
    “Il rapporto tratterà soltanto gli abusi relativi agli ultimi venti anni. Mi domando? E chi come me è stato abusato prima, nei decenni tragici in questo senso della Chiesa non solo italiana? Tutto ciò mi sembra davvero discriminatorio per le migliaia di vittime italiane che rimarranno fuori da questa indagine. Non mi sembra civile e nemmeno sensibile. Io fui abusato negli anni Ottanta. Se le cose stanno davvero così questo report è irricevibile, non solo da me ma anche dalle tantissime vittime che si rivolgono alla mia rete L’Abuso per chidere aiuto e insieme conforto”.

    Insomma, per voi si tratta di un passo indietro della Chiesa quanto annunciato?
    “Assolutamente sì, lo devo dire, anche perché mentre tutte le conferenze episcopali nel mondo – l’ultima quella francese ma prima anche diverse altre – fanno inchieste guidate da commissioni esterne, e cioè con persone che studiano dall’esterno i vari casi, la Cei no. La “strada italiana”, come l’ha chiamata Zuppi, è una macroscopica anomalia, questa è la verità. Mi spiace, ma in questo modo le vittime non si sentono nemmeno trattate come tali, non si sentono tutelate, né comprese nonostante a parole siano nel cuore della Chiesa”.

    Negli ultimi anni le denunce si sono ridotte rispetto al passato?
    “Sì, ma il motivo è principalmente uno: ci sono studi scientifici che dicono che vi è una maturazione del trauma che dura dai 30 ai 35 anni. Significa che negli ultimi vent’anni ben poche vittime hanno denunciato sia alla Chiesa sia alla magistratura italiana perché ancora non hanno trovato la forza o la piena consapevolezza per farlo. Per questo motivo è evidente che la Chiesa del nostro Paese uscirà con un rapporto ben poco verosimile”.

    Secondo lei occorrerebbe un coinvolgimento della magistratura?
    “Non ci può essere un report serio senza magistratura. Molte vittime non denunciano alla Chiesa, ma soltanto alla magistratura. Sicché un report senza di essa non ha senso”.

    Perché non denunciano anche alla Chiesa?
    “Non vanno in Chiesa, cioè proprio il luogo dove sono state abusate e maltrattate a denunciare, innanzitutto perché temono di non essere credute”.

    Prima del Duemila i vescovi coprivano sistematicamente?
    “Sì perché se non lo facevano violavano delle precise indicazioni del Vaticano. È questa una verità che prima o poi andrebbe raccontata e ammessa”.

    Non ha intravisto nessun passo in avanti nelle parole di ieri di Zuppi?
    “Solo la volontà di incontrarci. Mi farò vivo, speriamo sia di parola”.

    Ma sull’Italia voi che dati avete?
    “In Italia ci sono 164 sacerdoti indagati, 162 condannati in via definitiva, circa 30 vescovi insabbiatori, 161 nuove segnalazioni da inizio anno. A questi numeri si deve aggiungere il dato più importante e cioè i 471 casi impuniti, quelli per i quali il reato è andato in prescrizione oppure le cui vittime non se la sono sentita di andare a denunciare i fatti in un centro di ascolto diocesano per ovvii motivi”.

    Perché in Italia si fa più fatica a scegliere la trasparenza?
    “Ci sono molti nodi a livello di legislazione nazionale cui fa scudo il Concordato, come il fatto che non esiste l’obbligo di denuncia. A mio avviso si tratta di una certa omertà che lo stesso Stato italiano concede alla Chiesa”.

    https://www.repubblica.it/cronaca/2022/05/28/news/report_su_abusi_della_chiesa_ma_senza_magistratura_rischia_di_essere_un_bluff_161_le_nuove_denunce-351491883/

  • Zanardi, presidente di Rete l’Abuso: “Con l’indagine sugli ultimi anni i crimini precedenti al 2000 sono prescritti, i vescovi devono aprire gli archivi e darli allo Stato”

    Zanardi, presidente di Rete l’Abuso: “Con l’indagine sugli ultimi anni i crimini precedenti al 2000 sono prescritti, i vescovi devono aprire gli archivi e darli allo Stato”

    CITTÀ DEL VATICANO. Il limite temporale del report sulla pedofilia nella Chiesa annunciato dal neo presidente Zuppi «non ha senso» secondo Francesco Zanardi, presidente dell’associazione Rete L’Abuso, lui stesso vittima in passato di un prete. «Potrà risultare discriminatorio analizzare solo le situazioni recenti», obietta, «lasciando così fuori i tanti crimini precedenti al 2000 e soprattutto un sistema che si difendeva con il silenzio e i trasferimenti dei sacerdoti abusatori».

    Quale significato hanno le iniziative annunciate dal cardinale Matteo Maria Zuppi?

    «Le novità provenienti dalla Cei non sono grosse. E non sono positive, nel senso che è la prima conferenza episcopale che discriminerà – come ho detto direttamente a Zuppi – le vittime che sono state abusate più di vent’anni fa. L’Arcivescovo di Bologna ha mostrato l’intenzione di grandi aperture verso le donne, sensibilità condivisibile sulla guerra, e poi discrimina le vittime della pedofilia del clero? Mi ha stupito in negativo. Il report sarà una cosa del tutto sballata. Tantissime persone violentate prese a calci, non hanno neppure mai denunciato alle diocesi e alla magistratura e gli abusi si sono prescritti. Io immagino già quante centinaia di molestie mancheranno dai report in quanto neanche le diocesi hanno quei dati. Credo che questa sia una tragedia. Non vediamo alcuna svolta vera».

    Che cosa si aspettava?

    «Una collaborazione reale della Chiesa con l’autorità giudiziaria».

    In che senso?

    «Avviare il “passaggio” automatico di denunce e condanne nell’ambito ecclesiastico alle autorità giudiziarie italiane. La Chiesa deve aprire gli archivi e darli allo Stato. Ma di questo non c’è traccia. Oggi di fatto sia lo Stato, sia la Chiesa lasciano questi poveri sopravvissuti agli abusi a sbandare. Questa realtà è unica in Europa».

    Adesso che cosa chiedete alla Chiesa?

    «Quello che abbiamo sempre invocato: non di esprimere un mea culpa o un’autogiustificazione, ma di prendersi carico delle vecchie vittime risarcendole, come è accaduto in tutto il resto del mondo. Invece temo che questo non avverrà. Non si è neanche parlato di risarcimenti, solo di vicinanza, aiuto. Ci sono vittime malate, come me che ho un tumore psicosomatico dovuto agli abusi: io con la vicinanza ci faccio poco. Ci sono sopravvissuti che soffrono di patologie fisiche e psichiche gravissime (1600 sono assistiti da Rete L’Abuso). Come modello di riferimento abbiamo tutti gli altri Stati in cui si sono svolte inchieste con commissioni esterne, ultimo in ordine di tempo la Francia. L’Italia è l’unico Paese che va fuori dagli schemi, e questo è assurdo».

    Ma non coltiva alcuna speranza?

    «Zuppi ha aperto una finestra di dialogo: mi ha invitato a incontrarci, a farmi sentire, a indicare dei casi specifici. Andrò da lui perché se c’è possibilità di dialogo non sono io a chiudere la porta in faccia. Vedremo se servirà a migliorare lo scenario. Però resto molto deluso dalla Cei».

    https://www.lastampa.it/vatican-insider/it/2022/05/28/news/zanardi_presidente_di_rete_l_abuso_con_l_indagine_sugli_ultimi_anni_i_crimini_precedenti_al_2000_sono_prescritti_i_vesco-5055920/

  • Le vittime di pedofilia chiedono al nuovo capo dei vescovi di cambiare linea

    Le vittime di pedofilia chiedono al nuovo capo dei vescovi di cambiare linea

    Sul tavolo della 76esima assemblea generale della Cei, oggi in chiusura, c’è un dossier che scotta, quello degli abusi nella Chiesa. Sarà proprio questo il nodo gordiano che il neopresidente dei vescovi, il cardinale Matteo Maria Zuppi, salutato come l’emblema del cambiamento, sarà chiamato ad affrontare. Infatti, mentre nel mondo cattolico deflagra lo scandalo della violenza sui bambini e sulle religiose, in Italia dai vescovi ancora non arriva una chiara ammissione di responsabilità, né tantomento la determinazione a fare chiarezza, aprendo gli archivi vaticani e dando il via a una radicale operazione di trasparenza che finalmente renda giustizia alle vittime.

    Stavolta, però, non basteranno le solite generiche dichiarazioni sulla lotta alla pedofilia nelle parrocchie, come ha fatto lo stesso ex presidente Gualtiero Bassetti nel suo discorso introduttivo ai lavori dell’assemblea, quando ha ripetuto che la Cei conferma il suo impegno per la tutela dei minori e la promozione di «una migliore conoscenza del fenomeno degli abusi per valutare e rendere più efficaci le misure di protezione e prevenzione».

    Parole troppo vaghe, sulla linea di quelle pronunciate dallo stesso Bassetti a inizio anno quando, in seguito ai dati drammatici arrivati dalla Francia e dalla Baviera sulla pedofilia nel clero, aveva magnificato il lavoro dei Centri di ascolto diocesani e aveva ammesso la possibilità di istituire una commissione d’inchiesta sugli abusi, purché interna alla Chiesa. Un’ipotesi che il coordinamento Italy Church Too, la rete di associazioni nata proprio per chiedere che siano dati finalmente ascolto e visibilità ai sopravvissuti alle violenze clericali, rifiuta radicalmente perché non risponde al necessario principio di terzietà, che esclude la possibilità di essere al contempo giudici e imputati.

    Proprio stamattina alle 11 a Roma, nella Sala stampa estera, Italy Church Too tiene una conferenza stampa sulle richieste di giustizia per le vittime dei sacerdoti abusanti, anticipate in una lettera alla Cei diffusa il 23 maggio. I firmatari chiedono «un’indagine indipendente, condotta da professionisti credibili e super partes», e che vengano aperti «canali di fattiva collaborazione con le istituzioni dello Stato italiano». Viene rivendicata anche l’applicazione delle norme prescritte da papa Francesco nel motu proprio Vos estis lux mundi, che stabilisce fra l’altro per preti e vescovi l’obbligo di segnalazione degli abusi alle istituzioni ecclesiastiche. Infine, no alla prescrizione per i reati di abuso sessuale e sì all’obbligatorietà del certificato antipedofilia, previsto dalla Convenzione di Lanzarote, anche per il clero e il volontariato nelle istituzioni ecclesiastiche. La lettera ha registrato un fiume di adesioni: a sottoscriverla sono vittime inascoltate, cittadini indignati, sacerdoti, intellettuali, segno di un desiderio di verità che attraversa il paese. Fra le firme anche quella dello storico Mauro Pesce, del filosofo Augusto Cavadi e del teologo Vito Mancuso.

    Intanto lo scorso 5 maggio, nella giornata nazionale contro la pedofilia e la pedopornografia, proprio la Cei in qualità di “invitato permanente” è entrata a far parte dell’Osservatorio per il contrasto della pedofilia e della pornografia minorile, istituito presso il Dipartimento per le politiche della famiglia. Sulla spinosa questione degli abusi sui minori, Stato e Chiesa sono andati finora a braccetto: d’amore e d’accordo sulla strada da seguire, che ancora una volta pare essere quella, tutta italiana, di lavare i panni sporchi in famiglia. L’Osservatorio, presieduto dal Capo del Dipartimento, Ilaria Antonini, è per la verità poco più di una stanza vuota senza arredi: istituito nel 2007, non ha funzionato che pochi mesi, senza fornire i dati promessi sulla pedofilia nel nostro paese, e men che meno azioni di prevenzione del fenomeno. Ora viene resuscitato, con un nuovo “Piano nazionale di prevenzione e contrasto dell’abuso e dello sfruttamento sessuale minorile”, un vasto programma di iniziative di sensibilizzazione e formazione che però ancora una volta non contempla il coinvolgimento delle vittime.

    L’assenza dei sopravvissuti agli abusi è il dato più eclatante anche nelle iniziative ecclesiastiche: «La Chiesa si riempie la bocca di solidarietà per le vittime ma non le coinvolge – sottolinea Francesco Zanardi, presidente della Rete L’Abuso – la stessa commissione d’inchiesta ecclesiastica interna è solo un modo per lavarsi la coscienza; lo stesso vale per gli sportelli diocesani, che i vescovi gestiscono senza rendere conto a nessuno. Quanti sono i casi rilevati? Che cosa succede ai responsabili? Non sappiamo niente».

    All’assemblea nella giornata di mercoledì è giunto un messaggio del cardinale Sean Patrick O’Malley, presidente della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, che ha invitato i vescovi a una «conversione pastorale» sulla questione degli abusi, senza cedere alla tentazione di difendere l’istituzione: vedremo se la Cei saprà rispondere all’appello. Ora la palla passa al nuovo presidente: ottimo comunicatore, attento ai poveri e sensibile alla causa della pace, in passato ha già mostrato attenzione per frange marginalizzate nella Chiesa, come le persone lgbt, ma non si è ancora espresso apertamente sugli abusi nella Chiesa. Don Matteo, il momento è arrivato.

  • “Dati sugli abusi allarmano, 161 nuove segnalazioni”

    “Dati sugli abusi allarmano, 161 nuove segnalazioni”

    ROMA. – In Italia, ci sono “164 sacerdoti indagati, 162 condannati in via definitiva, circa 30 vescovi insabbiatori, 161 nuove segnalazioni da inizio anno”. Sono gli ultimi dati raccolti dalla Rete L’Abuso, ad oggi uno dei punti di riferimento più forti per i “sopravvissuti” di predatori pedofili. A questi numeri si deve aggiungere quello che secondo Francesco Zanardi, presidente della Rete L’Abuso e membro del Coordinamento di Italy Church Too, è “il dato più importante” e cioè i “471 casi impuniti”, quelli per i quali il reato è andato in prescrizione oppure le cui vittime “non se la sono sentita di andare a denunciare i fatti in un centro di ascolto diocesano per ovvi motivi”.

    Secondo alcuni calcoli di proiezione elaborati in base al caso irlandese, ha fatto anche sapere Zanardi, “in Italia ci sarebbe un milione di vittime potenziali. Se si pensa che la commissione d’inchiesta francese ha messo in luce 216 mila vittime e si fanno le proporzioni tra clero francese e clero italiano – ha aggiunto – ci si rende conto che questo dato presunto è molto credibile”.

    La proposta della nuova Cei targata Zuppi di affrontare il nodo pedofilia e coperture con una “commissione interna che parta dal 2000 e faccia leva sui centri di ascolto diocesani senza aprire gli archivi”, per Zanardi è irricevibile. Il Coordinamento di Italy Church Too è un’associazione di vittime costituitasi negli ultimi mesi dal basso con il dichiarato intento di promuovere la costituzione di una commissione di inchiesta indipendente sugli abusi sessuali commessi dal clero nel nostro Paese su modello di quelle che hanno indagato in Germania e in Francia.

    Per Zanardi restano infatti da sciogliere molti nodi a livello di legislazione nazionale cui fa scudo il concordato, come il fatto che non esista l’obbligo di denuncia e punta il dito, oltre che sugli insabbiamenti dei vertici ecclesiastici, anche, dice, “su una certa omertà che lo stesso stato italiano concede alla Chiesa”.

    Sul nuovo presidente della Cei il Coordinamento Italy Church too, per quanto abbia sottolineato con forza di non aver avuto alcuna risposta formale né dai vertici Cei né dai dicasteri vaticani a cui ha fatto pervenire, anche per via Pec, la propria lettera di richieste, vuole comunque concedere una linea di credito: “La valutazione è sospesa” dice Michelangelo Ventura, uno dei portavoce, ma solo perché si auspica che quanto prima dal cardinale Zuppi arrivino “segnali concreti e puntuali” nel senso di una indagine che “garantisca la terzietà”.

    “Voi capite bene – ha osservato Zanardi – che le vittime non vanno in chiesa cioè proprio il luogo dove sono state abusate e maltrattate a denunciare, innanzitutto perchè temono di non essere credute”. Secondo Zanardi inoltre, non voler indagare prima del 2000 è sbagliato “perchè una vittima di abuso sessuale, è ormai riconosciuto, impiega 30 o 40 anni a fare outing e a prendere coscienza della violenza subita. Si rischia di lasciare fuori centinaia di vittime”.

    (di Nina Fabrizio/ANSA)

  • Abusi. Per Zanardi (Rete L’Abuso) conteggiare i casi dal 2000 in poi è discriminatorio

    Abusi. Per Zanardi (Rete L’Abuso) conteggiare i casi dal 2000 in poi è discriminatorio

    E’ “irricevibile” la proposta di contrasto agli abusi, emersa in questi giorni da ambienti Cei, ha dichiarato Francesco Zanardi, presidente della Rete L’Abuso, durante la conferenza stampa del Coordinamento Italy Church Too. “Si parla di una commissione interna, e quindi non indipendente, che parta dal 2000 e si basi sui centri di ascolto diocesani”, ha spiegato Zanardi che ha fornito gli ultimi dati riguardo agli abusi da parte del clero in Italia. Nel nostro Paese si stima che la portata degli abusi ha il potenziale per essere il dato più grande di qualsiasi paese. “Si stima che i bambini vittime di abusi negli ultimi anni, siano un milione”, ha sottolineato Zanardi. “Pensate che in Francia il rapporto Sauve’ ha messo in luce 216 mila vittime”. Dai casi monitorati dall’osservatorio permanente della Rete L’Abuso risultano 164 sacerdoti indagati, 162 condannati in via definitiva, 30 vescovi insabbiatori, 161 nuove segnalazioni. E poi 417 casi impuniti “dato a mio avviso più importante”, ha sottolineato Zanardi.

    “Qui stiamo parlando di trattare gli abusi avvenuti solo negli ultimi venti anni e questo è discriminatorio per le migliaia di vittime italiane che rimarranno fuori da questa indagine. Non mi sembra civile e sensibile. Io, per esempio, sono stato abusato negli anni ’80”. Inoltre, ha sottolineato Zanardi, “gli studi scientifici dicono che vi e’ una maturazione del trauma che dura dai 3 ai 35 anni. Vuol dire che negli ultimi vent’anni ben poche vittime hanno denunciato sia alla Chiesa che alla magistratura. La Chiesa italiana quindi uscirà con un dato ben poco verosimile”. Zanardi ha precisato anche di avere i nomi di “tre ex magistrati disposti ad avviare un’inchiesta indpendente. Si sono sempre attivati nel settore, quindi direi super partes e adeguati a fare un’analisi del genere”.

    Abusi. Per Zanardi (Rete L’Abuso) conteggiare i casi dal 2000 in poi è discriminatorio

  • Bolzano, parroco sospeso dopo 30 anni, gravi abusi sessuali su un ragazzino.

    Bolzano, parroco sospeso dopo 30 anni, gravi abusi sessuali su un ragazzino.

    Bolzano 26 Maggio 2022, il parroco 30enne altoatesino Timothy Meehan, macchiatosi di gravi abusi sessuali, anche psicologici su un minore, sospeso solo dopo 30 anni.

    La famiglia del bambino aveva segnalato il caso alla Procura della Repubblica, senza però denunciare, la Chiesa nel frattempo :

    prese solo provvedimenti parziali, nei confronti del pedofilo.

    La spiegazione della Curia sarebbe, il cambio di sensibilità nei confronti degli abusi sessuali commessi da religiosi, una spiegazione che ci lascia basiti.

    Il prete pedofilo risulta sospeso solo ora, e con la parola sospeso ci riferiamo al fatto che non sia in carcere come invece meriterebbe.

    Il vescovo Ivo Muser ha incaricato il vicario generale Eugen Runggaldier di avviare, insieme al Servizio diocesano  la nomina di un gruppo di esperti per esaminare i casi di abusi che riguardano sacerdoti ancora in servizio.

    Del gruppo di esame faranno parte anche due Professionisti : l’Avvocato Patrizia Vergnano e lo psichiatra Giancarlo Giupponi.

    Ciò fa chiaramente capire che con la riapertura dei dossier sugli abusi, certi provvedimenti nei confronti dei colpevoli, non sono mai stati attuati.

    All’epoca in cui la Chiesa scoprì gli abusi del sacerdote pedofilo, avevano celato l’identità del prete, asserendo che ai tempi queste erano le norme.

    A Roma addirittura, avevano giudicato adeguate le misure prese a suo tempo.

    Ora la Diocesi rinnova l’nvito alle vittime di segnalare gli abusi, allo sportello del Centro di ascolto diocesano, anche se i crimini risalgono a molto tempo fa.

    Certo è che una sospensione, per un pedofilo che ha agito indisturbato in questi 30 anni, prima che la Chiesa, si mettesse una mano sulla coscienza, non può bastare.

    https://www.ilpostscriptum.it/post/bolzano-parroco-sospeso-solo-dopo-30-anni-gravi-abusi-sessuali-su-un-ragazzino/