Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Se cento preti pedofili vi sembran pochi

    Se cento preti pedofili vi sembran pochi

    Un mese dopo essere stato annunciato dal nuovo capo della Conferenza episcopale italiana (Cei), il cardinale e arcivescovo Zuppi, il 23 giugno è stato avviato il primo Report della Chiesa italiana sulla pedofilia basandosi sulle attività dei Servizi regionali, dei Servizi diocesani/interdiocesani e dei Centri di ascolto per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili. Cosa siano i Centri d’ascolto lo abbiamo raccontato su Left del 18 febbraio 2022. Qui per brevità ricordiamo che sono stati istituiti dalla Cei nelle diocesi italiane per raccogliere informazioni e segnalazioni dalle vittime di preti pedofili e dare loro sostegno psicologico e giuridico. Il Report rientra in una delle 5 linee di azione varate a maggio dall’assemblea generale dei vescovi e volte – a detta loro – a una “più efficace prevenzione” del fenomeno criminale.

    Nella ricerca saranno coinvolti 16 coordinatori per i Servizi regionali, 226 referenti per quelli diocesani e 96 responsabili dei Centri di ascolto. L’esame dei dati raccolti spetterà a ricercatori dell’Università Cattolica del sacro cuore di Piacenza, specializzati in economia, statistica, sociologia con esperienza specifica in analisi di policy children safeguarding. Il risultato dell’indagine sarà reso noto in autunno e gli esperti avranno il compito «non solo di presentare una radiografia dell’esistente, ma di trarre suggerimenti e indicazioni per implementare l’adeguatezza dell’azione preventiva e formativa delle Chiese che sono in Italia».

    La scelta dell’Università Cattolica spiega la Cei, si è fondata sul suo coinvolgimento come soggetto valutatore del progetto “Safe – Educare e accogliere in ambienti sicuri” che ha interessato per due anni, dal 2019 al 2021, la Comunità papa Giovanni XXIII, il Centro sportivo italiano, l’Azione cattolica italiana e il Centro interdisciplinare di ricerca sulla vittimologia dell’Alma mater studiorum di Bologna. Potrebbe sembrare tutto coerente – la Cei che si avvale dell’Università cattolica per affrontare un problema radicato profondamente all’interno della Chiesa – se non fosse che Zuppi, presentando il progetto a maggio, aveva dichiarato che l’incarico sarebbe stato affidato «a due centri universitari indipendenti».

    E che cosa ha di “indipendente” l’Università cattolica rispetto alla Chiesa? Nulla di nulla. Come scrive Ludovica Eugenio su Adista – che insieme a Left e ad altre importanti realtà associative fa parte del Coordinamento ItalyChurchToo (v. Left del 18 febbraio 2022) – per statuto, le università cattoliche sono regolate dal Codice di diritto canonico (art. 807- 814), dalla Costituzione apostolica Ex corde ecclesiae sulle università cattoliche e dalle Norme applicative delle Conferenze episcopali. Per capire ancora meglio ecco alcuni riferimenti giuridici. Art. 808 Cdc: «Nessuna università di studi, benché effettivamente cattolica, porti il titolo ossia il nome di università cattolica, se non per consenso della competente autorità ecclesiastica»; art. 4 Ex corde ecclesiae: le università cattoliche devono «servire a un tempo la dignità dell’uomo e la causa della Chiesa»; art. 14: «In una università cattolica, quindi, gli ideali, gli atteggiamenti e i principi cattolici permeano e informano le attività universitarie conformemente alla natura e all’autonomia proprie di tali attività».
    Lo stretto legame dell’ateneo con la Chiesa è codificato anche nello Statuto, precisa Ludovica Eugenio. La Cattolica «secondo lo spirito dei suoi fondatori, fa proprio l’obiettivo di assicurare una presenza nel mondo universitario e culturale di persone impegnate ad affrontare e risolvere, alla luce del messaggio cristiano e dei principi morali, i problemi della società e della cultura».

    Tutto chiaro, no? Sicuramente i ricercatori della Cattolica sono preparati e formati per svolgere il compito che è stato loro assegnato ma di certo appartengono a un’istituzione priva totalmente della terzietà necessaria per arrivare a una valutazione oggettiva e super partes del problema in questione. Un problema che è gigantesco e che dal febbraio scorso noi di Left – che indipendenti lo siamo per davvero – stiamo cercando di fotografare in ogni suo aspetto (statistico, sociale, psichiatrico, storico, giuridico, etc) attraverso l’indagine permanente pubblicata nel nostro Database (consultabile su chiesaepedofilia.left.it).

    E qui vi proponiamo un primo … “report” del lavoro di analisi dei dati in gran parte provenienti dall’unico Archivio esistente in Italia e che fa capo all’associazione di tutela delle vittime Rete L’Abuso. Ebbene, dopo un’accurata verifica delle fonti, su 126 posizioni esaminate (pari a poco meno di un quarto di quelle totali monitorate, circa 450) abbiamo individuato 100 casi di sacerdoti pedofili per un totale di 332 vittime in età prepuberale; 94 di questi crimini sono avvenuti tra il 2000 e i primi mesi del 2022, altri 6 tra il 1995 e il 1999 (e giudicati nei primi anni Duemila); 86 sacerdoti su 100 sono stati condannati in via definitiva, per 11 ecclesiastici sono in corso indagini o un processo “laico”, in 3 sono stati denunciati solo alle autorità ecclesiastiche; in 10 sentenze su 100 è stata emessa una condanna per pedopornografia, pertanto in questi casi il numero delle vittime è imprecisato; infine, i 100 sacerdoti coinvolti appartengono a 61 diocesi diverse, pari al 26,9% del totale.

    E gli altri 26 casi? Per 5 di loro non è stato possibile completare le verifiche perché sono stati rimossi dagli archivi dei giornali tutti gli articoli sulla vicenda che li ha visti coinvolti. Gli altri 21 hanno compiuto reati che vanno dallo stalking alla violenza “sessuale” su minori non prepuberi o su persone maggiorenni (di cui una disabile), dal favoreggiamento della prostituzione alla resistenza a pubblico ufficiale, dallo spaccio di droga alla circonvenzione di incapace.

    Questo nostro primo rapporto non comprende 111 casi indagati dal 2010 al 2021 dalle diocesi di Trento e di Bolzano (v. Left del 18 febbraio 2022). Quel che sappiamo è che nessuno è stato contestualmente segnalato dai vescovi alle autorità italiane.
    In queste due diocesi come in tutte le altre con il “nuovo corso” inaugurato dal card. Zuppi, la Chiesa in Italia continua beatamente a lavare i panni sporchi in famiglia come se fosse il modo più efficace per prevenire e sradicare la pedofilia al suo interno. Di fronte a questa strategia – che resta un unicum a livello mondiale considerando che in altri Paesi sono state autorizzate dalle Chiese locali inchieste indipendenti che hanno portato innegabili risultati – noi di Left restiamo basiti di fronte all’inerzia totale dello Stato italiano. Oggi noi documentiamo 100 casi di pedofilia e il coinvolgimento di oltre un quarto delle diocesi a conferma dell’esistenza di un problema strutturale nella Chiesa italiana. Poi ci sono le segnalazioni ai vescovi di Trento e Bolzano.

    Ma se in sole due diocesi in una decina di anni si contano 111 casi, quanti altri ce ne sono, sommersi, nelle altre 224? Quante vittime si devono contare affinché lo Stato inizi a muoversi? Affinché intervenga e non deleghi un’indagine delicatissima a chi è parte in causa? Noi riteniamo che sia compito delle istituzioni laiche indagare e ci sembra assurdo anche doverlo ribadire. Pertanto chiediamo nuovamente che intervenga il Parlamento italiano realizzando una Commissione d’inchiesta come quella sul femminicidio. Già perché questi due crimini, la violenza sulle donne e la violenza sui bambini, sono strettamente connessi avendo una matrice “culturale” comune fondata sull’alleanza tra mentalità patriarcale e pensiero religioso. È ora che in Italia se ne prenda atto.

    Se cento preti pedofili vi sembran pochi

  • Lo sforzo di educare i sacerdoti cattolici su cosa fare quando sono accusati di abusi attira critiche

    Lo sforzo di educare i sacerdoti cattolici su cosa fare quando sono accusati di abusi attira critiche

    Una nuova iniziativa di un gruppo che rappresenta i sacerdoti cattolici statunitensi per informare i religiosi dei loro diritti canonici quando sono accusati di cattiva condotta, compresi gli abusi sessuali, sta attirando le critiche dei sostenitori dei sopravvissuti, che affermano che potrebbe aiutare a mettere i sacerdoti accusati in una luce eccessivamente comprensiva.

    Ma il clero dietro lo sforzo dell’Associazione dei Preti Cattolici degli Stati Uniti , o AUSCP, sostiene che sia necessario. Negli ultimi 20 anni, dicono, i leader diocesani non hanno rispettato i diritti dei sacerdoti secondo il diritto canonico, in alcuni casi permettendo ai chierici accusati di languire nel “limbo” amministrativo per diversi anni mentre le autorità civili e ecclesiastiche indagano sulle accuse mosse contro di loro.

    “E in così tanti casi è praticamente impossibile provare la loro innocenza, perché è piuttosto difficile dimostrare un negativo”, ha detto p. Mike Sullivan, un parroco del Minnesota, avvocato canonico e membro del gruppo di lavoro di sostegno reciproco dell’associazione, ha detto a NCR.

    Quel gruppo di lavoro, dopo quasi due anni di consultazioni con vescovi, canonisti e sacerdoti, ha elaborato un documento che delinea i diritti dei membri del clero ai sensi del Codice di diritto canonico quando sono accusati di illeciti, compreso l’abuso sessuale.

    L’associazione sta inviando quel documento, e una carta formato portafoglio di accompagnamento, agli oltre 30.000 sacerdoti diocesani e religiosi del Paese che sono elencati nell’elenco ufficiale cattolico .

    “Non prendiamo posizione sul fatto che qualcuno sia colpevole o non colpevole. Stiamo dicendo che c’è un giusto processo, ecco di cosa si tratta e ti aiuteremo ad accedervi se non riceverai quell’aiuto dalla tua diocesi”, disse p. Stephen Newton, un sacerdote della Santa Croce che serve come direttore esecutivo dell’associazione.

    Ma mentre sono d’accordo sull’importanza di un giusto processo, i sopravvissuti agli abusi sessuali del clero e i loro sostenitori esprimono preoccupazione per il fatto che porre troppa enfasi sulla difficile situazione dei sacerdoti accusati rischi di tornare ai giorni in cui la chiesa licenziava regolarmente le vittime e proteggeva i sacerdoti che le abusavano.

    «Nessun vescovo vuole mantenere in carica qualcuno che si rivela essere un abusatore di bambini. Il problema è che non tutte le accuse sono vere.’
    —Nicola Cafardi

    “Capisco l’angoscia dei sacerdoti

     che vengono ingiustamente accusati e strappati fuori da una parrocchia senza alcuna spiegazione. Ma per tutta quell’angoscia che provano, è minore rispetto al dolore, alla perdita e al tradimento vissuti dai sopravvissuti, dalle loro famiglie e le loro comunità parrocchiali”, ha affermato Donna Doucette, direttrice esecutiva del gruppo di riforma Voice of the Faithful, fondato a Boston dopo la denuncia nel 2002 di abusi e insabbiamenti in quell’arcidiocesi.

    Michael McDonnell, un portavoce del Survivors Network of those Abuded by Priests, ha citato una ricerca che, secondo lui, sottolinea la realtà che i ranghi dei sopravvissuti agli abusi sessuali del clero superano quelli dei preti falsamente accusati “di un ordine di grandezza”.

    “Riconosciamo che chiunque sia accusato di un crimine in America ha diritto a un giusto processo”, ha detto McDonnell a NCR. “Riaffermiamo inoltre che crediamo ai sopravvissuti e sosterremo coloro che si fanno avanti con accuse di abusi poiché, molto probabilmente, le loro storie sono vere”.

    I sacerdoti affiliati all’AUSCP hanno detto a NCR che non stanno cercando di distogliere l’attenzione dai sopravvissuti o di ostacolare le indagini sugli abusi sessuali da parte del clero. Hanno affermato che i sacerdoti condannati per aver abusato di bambini e adulti vulnerabili dovrebbero essere ritenuti responsabili dei loro crimini.

    “Non cerco di far assolre i preti colpevoli, non è il mio lavoro”, ha detto Sullivan, uno dei fondatori di Justice for Priests and Deacons , un’organizzazione con sede a Las Vegas che fornisce consulenza ai membri del clero sui loro diritti canonici.

    “Questo sarà visto dai sopravvissuti come una supplica speciale per le persone che in molti casi sono effettivamente i colpevoli”.
    —Terence McKiernan

    Sullivan e altri leader dell’associazione hanno affermato che il clero accusato ha ancora diritti ai sensi del diritto canonico e hanno suggerito che i leader della chiesa hanno spesso ignorato tali diritti, soprattutto nei 20 anni da quando i vescovi statunitensi hanno adottato la Carta per la protezione dei bambini e dei giovani a giugno 2002.

    “Forse il pendolo è andato troppo oltre”, ha detto p. Ed Palumbos, sacerdote della diocesi di Rochester, New York, che serve come presidente del gruppo di lavoro di sostegno reciproco dell’associazione. Palumbos ha affermato di credere che la Chiesa cattolica negli Stati Uniti sia nel mezzo di una “correzione del corso” nel modo in cui giudica i casi di abusi sessuali da parte del clero.

    “Quello che troviamo è che quando i ragazzi vengono accusati, falsamente o in altro modo, vengono immediatamente chiamati nell’ufficio della cancelleria, ed è quasi una situazione in cui sei colpevole fino a prova contraria, che è l’esatto opposto di ciò che è giusto e giusto”, Palumbos detto a NCR.

    Nicholas Cafardi , un avvocato civile e canonico non affiliato all’AUSCP, ha detto a NCR di vedere l’iniziativa come “un tentativo di riportare il pendolo un po’ più verso il centro, dove dovrebbe essere”.

    “Il problema è che i sacerdoti vengono chiamati in cancelleria non appena [un’accusa] arriva e prima che ci sia stato qualsiasi tipo di indagine preliminare. Tecnicamente, questo non dovrebbe accadere. L’indagine dovrebbe essere svolta prima di agire contro il sacerdote “, ha detto Cafardi, che ha suggerito che i vescovi cattolici statunitensi oggi “sono estremamente spaventati”.

    “Nessun vescovo vuole mantenere in carica qualcuno che si rivela essere un abusatore di bambini”, ha detto. “Il problema è che non tutte le accuse sono vere”.

    Il fatto che il gruppo parli a favore dei diritti canonici del clero accusato di abusi sessuali presenta alcuni punti di tensione unici per un’organizzazione cattolica che è relativamente progressista e ha collaborato con i gruppi di sopravvissuti del clero per sostenere la responsabilità nella chiesa.

    “Molti [membri dell’associazione] sono membri della nostra organizzazione. Abbiamo un ottimo rapporto”, ha affermato Doucette, che ha notato che Voice of the Faithful e l’associazione hanno pubblicato congiuntamente un white paper del 2019 sul clericalismo. Ha detto a NCR che i gruppi hanno lavorato insieme per raccogliere contributi durante il Sinodo dei Vescovi sulla famiglia nel 2014 e che hanno collaborato a iniziative relative al ruolo delle donne nella Chiesa cattolica.

    Doucette ha detto che Voice of the Faithful non è coinvolta nel progetto per i diritti dei sacerdoti dell’AUSCP. Doucette ha aggiunto che, come ha fatto in passato, quest’anno ha partecipato all’assemblea annuale dell’AUSCP . Si è tenuto dal 20 al 23 giugno a Linthicum, nel Maryland, e ha visto gli interventi principali di due vescovi: Lexington, il vescovo del Kentucky John Stowe e il cardinale Peter Turkson, cancelliere delle Pontificie Accademie delle Scienze e delle Scienze Sociali del Vaticano.

    “Penso che la paura tra il clero sia che alla gerarchia non importi se l’hanno fatto o meno”, ha detto Doucette. “[I vescovi] vogliono solo che se ne vada e il prete verrà calpestato nel processo. È un problema e penso che tu debba guardare ogni caso. Non c’è una risposta facile a questo”.

    Newton, il direttore esecutivo dell’associazione, ha detto a NCR che l’iniziativa del gruppo ha lo scopo di informare i sacerdoti dei loro diritti canonici. Ha detto che l’associazione sosterrà i membri del clero che si sentono disorientati e isolati quando accusati di aver commesso un errore.

    “Possiamo riferire [preti accusati] ad avvocati canonici. Possiamo anche indirizzarli ad avvocati civili se è appropriato”, ha detto Newton. “Non ci coinvolgiamo affatto come associazione nel caso del sacerdote, in un modo o nell’altro. Ma vogliamo che la persona sappia cosa può fare e cosa funziona e cosa non funziona”.

    La carta formato portafoglio dell’associazione istruisce i sacerdoti, se ricevono una chiamata inaspettata dalla loro cancelleria, a chiedere il motivo per cui sono chiamati a presentarsi alla sede diocesana. La carta dice di “SEMPRE” portare con sé un “fidato amico sacerdote”.

    Citando il diritto canonico, la carta consiglia ai sacerdoti di non firmare nulla in cancelleria o di dimettersi dalla loro posizione e di far prendere appunti al loro amico. Il sacerdote accusato ha il diritto di chiedere che la diocesi paghi per i suoi canonici e avvocati civili, si dice. La scheda rileva anche che i sacerdoti hanno il diritto di rimanere in silenzio e afferma che il loro amico dovrebbe porre e rispondere alle domande.

    “Voglio dire, non voglio rendere le cose difficili a vescovi e diocesi, ma se voglio rimanere sacerdote, non mi giova versare le mie viscere”, ha detto Sullivan, l’avvocato canonico che ha detto a NCR che il diocesano i funzionari spesso dicono ai sacerdoti accusati che sarà meglio per loro essere disponibili.

    “Quindi la maggior parte dei sacerdoti tende a pensare che sia una specie di confessione”, ha detto Sullivan. “Ma non è tenuto segreto, e non sono sicuro di come [parlare] ti avvantaggia. I sacerdoti non devono collaborare; ecco perché dovrebbero portare qualcuno con loro che parli per loro”.

    Potrebbe essere un buon consiglio dal punto di vista legale, ma dal punto di vista di un sopravvissuto, sembra che a un membro del clero venga data “una licenza per fare ostruzionismo”, ha affermato Terence McKiernan, co-fondatore e presidente di BishopAccountability.org .

    “Questo sarà visto dai sopravvissuti come una supplica speciale per le persone che in molti casi sono effettivamente i colpevoli”, ha detto McKiernan, che ha detto a NCR che l’iniziativa dell’associazione rischia di proteggere i sacerdoti dalla responsabilità, indipendentemente dalle prove contro di loro.

    “Posso capire perché parecchi sacerdoti – a sinistra, a destra e al centro – si sentono come se fossero stati buttati fuori con l’acqua sporca. È un ambiente molto impegnativo per loro”, ha detto McKiernan. “Ma se vuoi sistemare quell’ambiente, vuoi davvero rendere più difficile rendere la chiesa un luogo veramente sicuro?”

    Cafardi ha affermato che il Codice di diritto canonico, come scritto, “è molto giusto” e consente a una diocesi di indagare sulle accuse nel rispetto dei diritti di un sacerdote. Il problema, ha detto, è che il codice “non è sempre seguito” e si traduce in situazioni in cui i sacerdoti sono effettivamente nel “limbo” mentre i loro casi languiscono per anni.

    “E’ più o meno un carcere diocesano”, ha detto Cafardi, che ha detto di ritenere che un’iniziativa come quella dell’Auscp si sarebbe dovuta fare anni fa.

    “È giusto che i diritti canonici di un sacerdote siano protetti”, ha detto, “così come è giusto che ascoltiamo le vittime per determinare se le loro storie sono vere”.

    Brian Fraga

    https://www.ncronline.org/news/effort-educate-catholic-priests-what-do-when-accused-abuse-draws-criticism

  • In Venezuela, i sacerdoti condannati per abusi sono tornati al ministero

    In Venezuela, i sacerdoti condannati per abusi sono tornati al ministero

    CARACAS, Venezuela — Il bambino di sei anni si è recato in chiesa con notizie entusiasmanti da condividere.

    Aveva riflettuto sulla questione, ha detto al sacerdote Luis Alberto Mosquera, e aveva deciso di voler essere un cattolico praticante.

    Secondo il ragazzo, il sacerdote ha risposto: “Se vuoi fare il chierichetto, devi superare una prova”. Anni dopo, la testimonianza del ragazzo su quel pomeriggio nella casa parrocchiale si sarebbe rivelata cruciale: un tribunale concluse che Mosquera lo aveva abusato sessualmente.

    Mosquera è stato condannato nel 2006 a più di sette anni di carcere per abusi sessuali su un bambino, ma non ha terminato la sua pena. I suoi avvocati temevano per la sua sicurezza in prigione e hanno chiesto la libertà vigilata. Un giudice ha acconsentito; Mosquera è stato rilasciato dopo due anni ed è tornato nella chiesa nello stato di Lara, dove è ancora sacerdote. Una foto pubblicata sulla sua pagina Facebook nel 2016 e ripostata nel 2017, lo mostra circondato da bambini.

    Il caso del religioso 63enne è tra i 10 che coinvolgono accuse di abusi sessuali su minori esaminati dal Washington Post negli ultimi due anni. Questo giornale ha intervistato leader cattolici, agenti di polizia, funzionari giudiziari e vittime e ha esaminato documenti giudiziari e di polizia. Nella metà dei casi, dal 2001 al 2022, sono stati trovati sacerdoti condannati per abusi che sono stati rilasciati anticipatamente o non hanno scontato la pena detentiva. In almeno tre casi, i sacerdoti sono stati autorizzati a tornare al ministero.

    Gli intervistati notano che esiste un modello che suggerisce una collusione tra un sistema giudiziario corrotto e la Chiesa per proteggere i colpevoli piuttosto che le vittime. L’elemento comune a tutti i 10 casi: i bambini coinvolti provenivano da ambienti poveri e vulnerabili.

    Le accuse di abusi da parte dei sacerdoti hanno scosso negli ultimi anni la Chiesa in America Latina. Gli attentati denunciati in Messico, Argentina, Cile, Colombia e Perù hanno portato a condanne e dimissioni ai massimi livelli dell’istituto.

    Ma il Venezuela è riuscito a sfuggire all’onda. Gli analisti affermano che uno dei motivi è che l’attenzione si è concentrata solo sulle turbolenze politiche nel paese socialista in bancarotta. Un sistema giudiziario rotto è un altro. L’influenza della Chiesa e la sua relativa stabilità è una terza.

    “Tanto è stato rimandato a causa di sconvolgimenti sociali e politici”, ha detto in un’intervista David Smilde, un sociologo dell’Università di Tulane la cui vasta ricerca sul paese si è concentrata in parte sulla religione. “Una delle istituzioni che i venezuelani rispettano di più è la Chiesa cattolica. Questo limita quanto puoi agire.

    Hugo Chávez, fondatore dell’attuale Stato socialista in Venezuela, ha pubblicamente criticato la Chiesa. Ma il suo successore, il presidente Nicolás Maduro, è stato molto meno esplicito sulle trasgressioni dei sacerdoti e la Chiesa è diventata un intermediario tra il governo e l’opposizione.

    “Il nostro rapporto con la Chiesa è stato di mediazione e sostegno politico”, ha affermato Julio Borges, un politico dell’opposizione.

    Per i membri del clero che hanno abusato di minori, lo status della Chiesa sembra aver fornito protezione. Un sacerdote di Zulia, ad esempio, non ha trascorso del tempo in carcere nonostante fosse stato condannato per abusi sessuali aggravati su una ragazza di 12 anni. Un sacerdote nello stato di Falcón si è dichiarato colpevole di aver commesso un atto carnale nei confronti di una ragazza di 14 anni, ma gli sono stati concessi gli arresti domiciliari a condizione che stesse lontano dalla vittima. È tornato alla Chiesa, dove continua il suo ministero oggi.

    Per le vittime di questi casi, la vita è ancora una lotta. Di solito hanno poco supporto quando cercano di andare avanti.

    Sfidare il silenzio e l’impunità della Chiesa

    Mosquera lavora nella cittadina di Humocaro Alto, a circa 300 miglia a ovest di Caracas. È stato assegnato ad almeno due diverse parrocchie dal 1996, quando un ragazzo di 12 anni lo ha accusato di aver tentato di violentarlo sotto la minaccia delle armi, secondo i registri della polizia. Mosquera è stato infine assolto dall’accusa di tentato stupro.

    A gennaio, Mosquera ha confermato al Washington Post di rimanere un sacerdote lavoratore, ma ha rifiutato di rispondere a qualsiasi ulteriore domanda.

    Il suo ruolo attuale non sorprende l’avvocato che ha rappresentato il bambino di sei anni e ha contribuito a far condannare Mosquera. “La Chiesa ha davvero protetto il sacerdote. Gli hanno dato tutto il supporto”, ha detto l’avvocato Jorge Mendoza. Ha aggiunto che gli hanno fatto pressioni affinché si tirasse indietro: “L’arcivescovo di Barquisimeto mi ha detto che mi avrebbero scomunicato se avessi continuato a difendere il bambino”.

    L’arcivescovo è morto l’anno scorso. Il Rev. Oswaldo Araque, vicario generale di Barquisimeto, ha detto al Post che l’arcidiocesi è “attenta” nel recepire e agire sulle accuse contro i sacerdoti. Alla domanda sulla colpevolezza della Chiesa nel riportare al ministero un pedofilo condannato, ha detto che avrebbe indagato se fossero stati forniti dettagli. “Anche lo Stato è responsabile!”, ha detto. “Lo hanno lasciato andare”.

    Anche altri casi esaminati dal Washington Post si sono conclusi con, se non altro, un tempo minimo dietro le sbarre. In uno, un sacerdote nello stato di Mérida ha scambiato messaggi di testo con una ragazza di 13 anni, l’ha portata in una stanza d’albergo e l’ha baciata, secondo un tribunale. La ragazza ha testimoniato che ha cercato di sollevare la sua maglietta. I suoi avvocati hanno sostenuto che voleva partire con lui e che nessun atto sessuale è stato consumato. Nel 2006 è stato dichiarato non colpevole di atti osceni aggravati.

    Data la poca fiducia che hanno nelle forze di sicurezza o nei tribunali venezuelani che rispondono in modo rapido ed efficace alle denunce di abusi, alcune vittime hanno attirato l’attenzione sulla questione trasmettendo le denunce sui social network.

    Nel 2018, una richiesta di aiuto su Twitter ha contribuito a esporre un caso nello stato di Anzoátegui. “Prete pedofilo”, diceva il tweet, che poi ha nominato la parrocchia e ha implorato: “Aiutaci, Santità”. Il sacerdote Enrique Castro Azócar è stato arrestato l’anno successivo e accusato di abusi sessuali su due minori.

    La ricerca di giustizia è stata estenuante per il padre delle vittime. “Le nostre vite sono cambiate per sempre a causa di questo” , ha detto al Post Robing Damián Salazar, un falegname . “Sono stato molestato e minacciato, ho combattuto per i miei figli”.

    Castro si è dichiarato colpevole di due capi di imputazione per abusi sessuali su un bambino ed è stato condannato a cinque anni. Ma invece di andare in prigione, gli è stato concesso un tipo di libertà condizionale noto in Venezuela come misura sostitutiva della libertà. È stato rilasciato a condizione che stesse lontano dalle vittime, fosse curato da uno psicologo e si presentasse in tribunale ogni 30 giorni.

    I sostenitori delle vittime sostengono che la sentenza ha violato una sentenza del 2017 della Corte Suprema di Giustizia, la più alta corte del Venezuela, secondo cui le persone condannate per tali crimini non possono beneficiare di alternative all’incarcerazione. “Cose come queste riflettono lo stato di indifesa e impunità che prevale nel Paese”, ha affermato l’avvocato Carlos Trapani, capo dell’organizzazione per i diritti dei bambini Cecodap.

  • Abusi sessuali: la Chiesa italiana chiamata a svegliarsi

    Abusi sessuali: la Chiesa italiana chiamata a svegliarsi

    Il Coordinamento contro gli abusi nella Chiesa cattolica in Italia (ItalyChurchToo), creato nel febbraio 2022, ha inviato una lettera in tal senso il 10 maggio al Presidente uscente della Conferenza Episcopale Italiana, Cardinal Gualtiero Bassetti, nonché ai funzionari vaticani legati al fascicolo abusi sessuali: “Chiediamo la piena collaborazione della Chiesa italiana a un’indagine indipendente, condotta da professionisti credibili. »

    Francesco Zanardi, presidente del Coordinamento, giustamente si interroga su una reale volontà della Chiesa nel Paese di conoscere la vera dimensione degli abusi: «Una commissione davvero indipendente sarebbe rivoluzionaria, ma anche molto imbarazzante. Perché dimostrerebbe che l’Italia è il Paese con il più alto numero di preti pedofili al mondo. “

    Secondo lui, questa stima deriva da una semplice aritmetica: “In Francia ci sono 22.000 sacerdoti e la commissione ha individuato più di 3.000 pedofili e più di 200.000 abusati [secondo i dati rilevati dalla commissione Sauvé, ndr]. Visto che in Italia ci sono 52.000 preti, è lecito pensare che i pedofili possano essere il triplo, ovvero nove o diecimila. E gli abusi salgono a un milione. »

    La pressione sui vescovi arriva anche dalla pubblicazione, a fine maggio 2022, di un libro sugli abusi sessuali nel clero italiano. Firmata da tre noti giornalisti italiani, tra cui la vaticanista Lucetta Scaraffia, l’opera, intitolata Agnus Dei. L’abuso sessuale del clero in Italia, cerca per la prima volta di comprendere la situazione italiana in questo campo, confrontandola in particolare con quella di altri paesi. Una bomba in Italia dove, a differenza dei suoi vicini latini, la Chiesa si rifiuta per il momento di rompere l’omertà criminale.

    Infine, il 27 maggio 2022, la Conferenza Episcopale Italiana ha annunciato l’avvio di uno studio sugli abusi sessuali sui bambini e sulle persone vulnerabili all’interno dell’istituto negli ultimi 20 anni: “Sarà realizzato uno studio con la collaborazione di “istituti di ricerca indipendenti”, al fine di “ottenere una conoscenza più approfondita e obiettiva” dei presunti o accertati attentati commessi da religiosi in Italia tra il 2000 e il 2021. Primo passo falso per Matteo Zuppi.

    Questi reati richiedono un’indagine e non uno studio, peraltro, in un periodo molto limitato di vent’anni. Le associazioni delle vittime denunciano progressi troppo timidi e mantengono la pressione. Matteo Zuppi non potrà barare a lungo.

    Alessandro Ballario

    Abus sexuels : l’Eglise italienne sommée de se réveiller

  • Rischio prescrizione nel processo al prete condannato per abusi

    Rischio prescrizione nel processo al prete condannato per abusi

    di GIORGIO GANDOLA

    “Ora si rischia che la giustizia sfugga, nascosta dietro la prescrizione. Per noi sarebbe un nuovo dramma”. La famiglia del giovane Alessandro di Rozzano (Milano), vittima di abuso sessuale da parte di don Mauro Galli, vede all’orizzonte il pericolo principale dopo il pronunciamento di Cassazione che ha rimandato il caso in Appello per colpa di due parole. “Costrizione” e “induzione”, termini che galleggiano alternativamente dentro le sentenze di colpevolezza del sacerdote (condannato in secondo grado a 5 anni e 6 mesi) diventano improvvisamente macigni: definiscono lo stesso reato, conducono alla stessa pena (secondo l’articolo 609 bis del Codice penale), ma non sono la stessa cosa e vanno uniformate. Quindi, la sentenza va riscritta.

    La Cassazione ha accolto il tecnicismo dell’avvocato Mario Zanchetti, difensore di don Galli, membro della commissione diocesana per la tutela dei minori e storico legale dell’arcidiocesi di Milano. E, di fatto, ha sospeso l’esecuzione della condanna. La difesa chiedeva l’annullamento della sentenza di Appello e non l’ha ottenuto, ma l’impianto dovrà essere ridefinito e spiegato meglio. La violenza è stata confermata, il 99% delle richieste di don Galli sono state dichiarate inammissibili “perché entravano nel merito” (parole del procuratore generale), ma il cavillo è passato e si è infilato come un cuneo nella porta. Ora la procedura verso la fine di una vicenda che dura da 11 anni diventa una traversata nel deserto, al termine della quale potrebbe esserci la beffa suprema per la vittima e la sua famiglia, sfinite da questa impervia ricerca della verità. La prescrizione, obiettivo della strategia della difesa del sacerdote, attende come una tagliola nell’estate del 2023.

    Non riesce a chiudersi uno dei processi più dolorosi e scabrosi per l’Arcidiocesi di Milano coinvolta nella triste storia per proprietà transitiva. Dopo l’abuso sessuale fra il 19 e 20 dicembre 2011, don Galli non fu fermato e avviato a “indagine previa” come prevede il Diritto canonico dall’allora vicario episcopale Mario Delpini, oggi arcivescovo della metropoli lombarda, e dal responsabile dei giovani sacerdoti Pierantonio Tremolada, oggi vescovo di Brescia. Ma fu semplicemente spostato da Rozzano a Legnano, sempre a contatto con gli adolescenti. Lo stesso arcivescovo di quel tempo, Angelo Scola, in una lettera di scuse alla famiglia stigmatizzò il “comportamento maldestro” dei suoi collaboratori. Dal giorno in cui il prete-catechista invitò Alessandro, allora quindicenne, a “dormire nel lettone” del suo appartamento privato, il lungo calvario della vittima e della sua famiglia non si è ancora concluso. E forse non si concluderà mai.

    La colpevolezza di don Galli, 50 anni, nato a Cislago in provincia di Varese, non è in dubbio, ma le vie del Signore non sono infinite. Ora la procedura somiglia a un ottomila himalaiano: si devono attendere i 90 giorni per le motivazioni della Cassazione, ci sarà la sospensione dell’esistenza agostana, il tribunale di Milano dovrà celebrare il processo di Appello bis in un’unica udienza (con accusa e difesa) al termine della quale dovrebbe esserci la sentenza con le parole al posto giusto. Ad andare bene potremmo essere già a gennaio 2023. Poi si dovranno attendere altri 90 giorni per le motivazioni di questa sentenza e 30 per consentire un nuovo ricorso in Cassazione con relativa tempistica prima della sentenza finale. Senza la pandemia, i 10 anni fra reato e prescrizione sarebbero già trascorsi.

    Così il piano inclinato consente al due volte colpevole di sperare di farla franca. L’intera vicenda è un esempio della discrepanza fattuale fra le indicazioni paradigmatiche di Papa Francesco riguardo ai reati sessuali dei sacerdoti e la realtà nelle parrocchie, il desino delle vittime, la possibilità concreta di ottenere una giustizia. A tutto ciò si aggiunge la sentenza assolutoria che, nonostante le due condanne in un tribunale italiano, don Galli ha ottenuto l’anno scorso nel primo processo canonico, quello istruito dal Tribunale ecclesiastico regionale lombardo.

    Per lui è stata usata la formula della “sentenza dimissoria”, che di fatto equivale all’insufficienza di prove. Il caso è stato poi trasferito in Vaticano, alla Congregazione per la dottrina della Fede, ed è scomparso dai radar, lasciando una lunga ombra sui proclami di ritrovata trasparenza da parte della Chiesa. Un atteggiamento da più parti stigmatizzato anche da chi è culturalmente vicino alla Santa Sede; per esempio dal libro “Agnus Dei” di Lucetta Scaraffia, Anna Foa e Franca Giansoldati.

    Il caso rimane aperto e la strada verso la conclusione sempre più stretta. C’è un dispositivo di Cassazione, ci sono due parole che litigano fra loro, c’è meno di un anno per metter ordine, c’è una vicenda evaporata nelle segrete stanze del Vaticano, ci sono due sentenze di colpevolezza. C’è anche un libro della mamma della vittima, Cristina, dal titolo eloquente: “Chiesa, perché mi fai male?”. In attesa di un risposta, c’è infine una famiglia che si sforza di credere nella giustizia umana e divina, ma non riesce a trovare la pace.

    (trascrizione da LaVerità del 15 giugno 2022)

  • A Bolzano, i primi a indagare ma anche i primi a insabbiare

    A Bolzano, i primi a indagare ma anche i primi a insabbiare

    Federica Tourn – Sono ottanta i casi di abuso accertati fino ad ora dal centro di ascolto della diocesi di Bolzano-Bressanone, in un arco di tempo che va dal 1945/50 fino agli anni ’90. Teatro delle violenze sono gli istituti diocesani e religiosi, i convitti, le parrocchie e le sacrestie, le classi di catechismo, i campi estivi, gli oratori. Lo attesta il report del Servizio diocesano per la prevenzione e la tutela dei minori da abusi sessuali e da altre forme di violenza: «un dato che rappresenta soltanto la punta dell’iceberg di un fenomeno che la Chiesa ha trascurato per decenni e che si potrebbe tranquillamente moltiplicare per dieci», afferma il responsabile don Gottfried Ugolini.

    Nel periodo successivo si registrano “soltanto” tentativi di adescamento tramite canali social o foto porno nei gruppi whatsapp dei chierichetti. «Questo non significa certo che la questione delle violenze fisiche si sia risolta – precisa Ugolini –  ma che, come attestano gli studi in merito, le vittime hanno bisogno anche di 30 o 40 anni per elaborare il trauma».

    La diocesi, che copre tutto il territorio della provincia autonoma di Bolzano, è stata la prima a dotarsi di uno sportello per le vittime di pedofilia nella Chiesa già nel 2010 e ogni anno fornisce i numeri delle denunce. È proprio sul lavoro e i dati raccolti dai Servizi diocesani e dai centri di ascolto che si basa la “via italiana” inaugurata a fine maggio dalla Cei del cardinale Zuppi.

    In pratica, come funziona in Alto Adige? Chi vuole fare una denuncia può scrivere una mail alla responsabile dello sportello, che provvede a fissare un appuntamento in un luogo neutro, non apertamente riconducibile alla Chiesa. Se il fatto viene accertato, colui che l’ha commesso è segnalato (se ancora possibile) alle autorità religiose e alla Procura – anche se, ammette Ugolini, «è successo una volta sola trent’anni fa». Inoltre, un gruppo di esperti religiosi e laici affianca il responsabile del Servizio diocesano nel lavoro di prevenzione, promuovendo momenti di formazione interna e incontri pubblici.

    Nel 2021, il salto di qualità: Ugolini e la sua équipe propongono di fare un’indagine approfondita sulle violenze nella diocesi, ma l’iniziativa viene stoppata dal vescovo Ivo Muser e dalla curia per ben due volte. Sono soprattutto le congregazioni religiose a opporre resistenza: «molti superiori hanno detto che avevano già risolto i casi interni risarcendo le vittime con accordi extragiudiziali», spiega il teologo morale Martin Lintner. «Sulla prevenzione sono tutti d’accordo ma non vogliono che qualcuno metta le mani nei loro cassetti», aggiunge Ugolini fuori dai denti.

    Lintner e Ugolini sono anche fra i redattori di una mozione  approvata a marzo dal Consiglio provinciale di Bolzano, che prevede l’istituzione di una commissione indipendente che indagherà sulla pedofilia in ogni ambito sociale. Un’iniziativa nata dall’insofferenza di vedere la Chiesa ancora ferma ai blocchi di partenza, senza contare che il no del vescovo a un’indagine interna, a gennaio, è coincisa con la denuncia del coinvolgimento di Ratzinger nello scandalo abusi a Monaco. «Le vittime sono insorte e hanno cominciato a parlare di insabbiamenti anche qui in Alto Adige», testimonia Robert Hochgruber, teologo ed ex insegnante di religione, che ha più volte proposto senza successo a monsignor Muser di costituire un gruppo consultivo delle vittime. «Chi ha subito violenze non ha voce nemmeno all’interno del gruppo di esperti del Servizio diocesano», sottolinea Hochgruber.

    La stessa esperienza dello sportello non è sempre positiva. Una donna, abusata dai cinque ai sette anni da un frate, si è sentita respingere la denuncia per una questione formale: la sede centrale della congregazione non è infatti a Bolzano, dove il fatto è avvenuto 40 anni fa, ma a Innsbruck. «Ho chiesto a due anziani confratelli se ricordavano quello che  mi era successo – racconta Ulrike (nome di fantasia) – e loro non soltanto hanno confermato ma mi hanno confessato di aver subito abusi a loro volta, dicendo che a quel tempo era normale». Una “normalità” su cui è calato un coperchio di piombo. Ulrike è poi riuscita a farsi ascoltare (e risarcire) dalla diocesi di Vienna «ma – dice – avrei volentieri evitato di rivivere le sofferenze per anni, alla ricerca della verità fra Alto Adige e Austria». A Bolzano, invece, non sono previsti risarcimenti: «Noi paghiamo la psicoterapia alle vittime in caso di sacerdoti defunti o che per età o malattia non possono più avere un confronto costruttivo con chi li accusa – precisa il vicario generale Eugen Runggaldier – Come principio non diamo soldi alle persone che denunciano perché può sembrare un modo per farle tacere».

    Una preoccupazione che non deve aver pesato sulla coscienza dei superiori delle congregazioni religiose che hanno osteggiato l’indagine interna, o nel caso di don Giorgio Carli, arrestato nel 2003 con l’accusa di aver stuprato una bambina dai 9 ai 14 anni quando era cappellano nella parrocchia di San Pio X a Bolzano. La vicenda fece clamore: dopo un’assoluzione in primo grado, il prete fu condannato in appello a sette anni e sei mesi e infine prosciolto in Cassazione nel 2009 per prescrizione del fatto. La prima sezione civile del tribunale di Bolzano, riconoscendo per la prima volta in Italia la chiesa locale responsabile in solido con il prete, nel 2013 aveva condannato la diocesi e la parrocchia a pagare 700mila euro alla vittima. Sull’accordo economico raggiunto alla fine fra le parti c’è stretto riserbo ma don Ugolini conferma che la diocesi in effetti pagò. Monsignor Muser non commenta e ribadisce soltanto di essere «convinto del’innocenza di don Giorgio Carli». Oggi don Giorgio è incaricato per la pastorale di lingua italiana nell’Alta val d’Isarco e si occupa del catechismo nella parrocchia di Vipiteno.

    Sullo sfondo imponente delle Dolomiti, grossi crocefissi di legno troneggiano lungo le strade, in mezzo ai grandi prati verdi pettinati con cura e persino nelle trattorie, segno tangibile del peso che il cattolicesimo esercita su queste zone. Una presenza caratterizzata però anche da ambiguità e colpevoli silenzi. L’ultimo, emerso di recente, riguarda don Timothy Meehan, un sacerdote di Boston appartenente ai Legionari di Cristo e in servizio nella diocesi di Bolzano, colpevole di aver fatto sesso, quando era istruttore nel noviziato, con un diciassettenne affidato alle sue cure. La vicenda emerge nel 2013 negli Stati Uniti e quando Meehan, quattro anni dopo, decide di lasciare la congregazione e iniziare il percorso per diventare sacerdote, i Legionari informano la diocesi dei suoi precedenti e – soprattutto – delle restrizioni a non lavorare con i minori. Restrizioni che sono sempre state ignorate, perché non solo padre Timothy non è mai stato lontano dai ragazzi ma stava addirittura per essere nominato responsabile della pastorale giovanile. «Il vescovo Muser e il vicario episcopale per il clero Michele Tomasi, oggi vescovo di Treviso, ne erano al corrente ma non hanno mai detto nulla al Servizio per la protezione dei minori o alle parrocchie a cui padre Timothy era stato assegnato», dice il vicario Runggaldier. Non si sarebbe forse mai saputo nulla della faccenda se i Legionari non avessero deciso, a marzo 2021, di pubblicare i nomi dei pedofili membri dell’ordine: sulla lista c’era anche padre Timothy. «Mi sono confrontato con la Congregazione per la dottrina della fede, non c’era un processo canonico o civile in corso e per questo motivo non ho ritenuto di parlarne con il Servizio diocesano – commenta il vescovo Muser – Oggi riconosco che sarebbe stato opportuno confrontarmi anche con don Gottfried Ugolini». Nell’agosto scorso, padre Timothy è stato sollevato dall’incarico di amministratore parrocchiale della chiesa di San Pio X – per una curiosa coincidenza, la stessa di don Carli – e da allora non si sa più nulla di lui.

    Così, anche se in una lettera pastorale del 2020 il vescovo assicura che le accuse sugli abusi in ambito ecclesiale sono «finalmente prese sul serio» e che la tutela dei minori ha la «massima priorità», l’impressione è che la Chiesa pensi innanzitutto a proteggere sé stessa e si guardi bene dall’iniziare un radicale e doloroso processo di autocritica – o di aufarbeiten, di rinnovamento, come dicono qui in Sud Tirolo. «I vescovi sostengono di vergognarsi per lo scandalo della pedofilia ma non ne trovi uno disposto a fare un mea culpa sulle proprie responsabilità personali», chiosa amaro Lintner.

    Ora una task force di quattro persone (fra cui Ugolini) si occuperà di esaminare accuse a carico di sacerdoti ancora in servizio e una terza proposta di indagine interna, che mira a capire se la Chiesa abbia risposto adeguatamente ai bisogni delle vittime, sarà presentata pubblicamente in autunno, previa approvazione del vescovo. «Per ora abbiamo soltanto una traccia – avverte il vicario generale – ma manca ancora la parte, fondamentale, della prevenzione». Non è l’unico limite: basandosi soltanto sui casi registrati dallo sportello diocesano, l’inchiesta non si occuperà di quelli non denunciati, tantomeno del sistema che li ha permessi, e gli scheletri potranno riposare tranquilli negli armadi ecclesiastici. La punta dell’iceberg delle vittime sarà dunque appena scalfita, con buona pace dei sommersi.

    Federica Tourn – Editoriale DOMANI

     

  • 87 abusatori sono stati identificati in 9 diocesi cattoliche del Quebec

    87 abusatori sono stati identificati in 9 diocesi cattoliche del Quebec

    Le diocesi di Joliette, Saint-Jean-Longueuil, Saint-Jérôme, Valleyfield, Amos, Rouyn-Noranda e Mont-Laurier, nonché le arcidiocesi di Montreal e Gatineau hanno reso pubbliche oggi le “risultati” di questo giudice e del suo team a la fine della loro indagine nel cuore degli archivi pubblici e segreti di ciascuna di queste diocesi.

    “I vescovi mi hanno dato due mandati”, spiega il giudice Denis.

    “Ci sono attualmente persone che hanno commesso abusi sessuali” e che sono ancora in carica, in parrocchia oa livello diocesano? Ognuno dei nove vescovi che ha incontrato voleva ottenere quella risposta il prima possibile, ha detto.

    “Se ci sono, ritireremo il loro ministero e deferiremo il loro caso alle autorità locali o a Roma, mi hanno detto tutti”.

    Questo primo compito gli ha richiesto alcuni mesi. I risultati specifici della sua prima indagine, tuttavia, non compaiono nel breve rapporto di tre pagine reso pubblico oggi. “È davvero poco”, ammette infine il giudice durante un’intervista telefonica. “Quelli che ho identificato erano già stati sanzionati”, dice.

    Più sostanzioso il secondo mandato ottenuto. Il giudice ei quattro membri della piccola équipe che ha messo insieme avrebbero esaminato ciascuno dei fascicoli dei sacerdoti che avevano lavorato negli ultimi 85 anni in ciascuna delle diocesi. Non importa se sono ancora attivi, in pensione o morti. Non importa se erano incardinati (legalmente attaccati) a una diocesi o semplicemente prestati da una congregazione. “Dacci un elenco di tutti gli abusatori che puoi identificare”, gli hanno chiesto senza mezzi termini i vescovi e gli arcivescovi del Quebec.

    Il giudice Denis ha trovato 87 abusatori.

    Il rapporto non specifica lo stato degli abusatori. Sono laici, membri di congregazioni religiose, sacerdoti, vescovi? “L’audit ha identificato 87 persone, ovvero l’1,28% del personale studiato, il cui fascicolo documentava accuse confermate o fondate di abusi sessuali commessi contro minori o adulti vulnerabili dall’anno 1940. Si legge nel comunicato stampa congiunto diffuso questa mattina.

    “Ho identificato 87 abusatori. La maggior parte delle persone è morta, alcune sono molto anziane”, osserva per primo il giudice in pensione André Denis. Poi, diventa più preciso: «la stragrande maggioranza sono sacerdoti. Ci sono anche due diaconi”. Ci sono i laici? “No”, decide.

    Ricerca esauriente

    “Ho avuto accesso a tutti i locali, archivi, caveau, archivi segreti, appunti dei vescovi nel corso degli anni”, ha detto il giudice Denis. “Nessuno mi ha impedito di fare il mio lavoro.”

    La sua prima esigenza per arrivare in qualsiasi diocesi era sempre la stessa: ottenere liste complete. Quella dei sacerdoti incardinati dal 1940, ma anche quella dei sacerdoti membri di congregazioni che prestavano servizi in parrocchia la domenica. E quella del personale chiamato ad agire nella pastorale parrocchiale o diocesana.

    Poi “ho chiesto di avere accesso agli archivi riservati” della diocesi. Cosa che non gli è mai stata negata. “Ho cercato ovunque. Ero un po’ un rompiscatole”, ammette oggi. Negli uffici diocesani di Montreal, che occupano un grande edificio in Sherbrooke Street West, “sono andato a tutti i piani”, dice. “Avevo con me una persona che aveva tutte le chiavi degli uffici.”

    Il giudice ha esaminato ogni elemento contenuto nei circa 10.000 fascicoli a lui sottoposti. Se il suo verbale cita solo 6809 fascicoli, è perché in alcune diocesi – “Montreal, per non nominarlo” – il fascicolo di un sacerdote si trova, identico o quasi, in più dipartimenti. In queste cartelle ci sono documenti che vanno dalla richiesta di entrare nel Seminario Maggiore alla lettera di pensionamento. “Vi assicuro che ho letto tutto.”

    Il giudice André Denis ha anche letto, con ancora maggiore meticolosità, ciascuno degli elementi depositati negli archivi riservati che le diocesi conservano sul proprio personale. “Diciamo sempre archivi segreti e non confidenziali, un cancelliere diocesano mi ha corretto”, dice. Ed è proprio lì che ha trovato diversi elementi che gli hanno permesso di identificare i molestatori.

    Prestò particolare attenzione ai piccoli fogli e alle lettere manoscritte, spesso incastrati tra due documenti ufficiali. “C’è tutto”, dice. Come questa denuncia contro un prete che fa omelie troppo lunghe. Lì si tratta di un prete che viene denunciato perché considerato un pessimo amministratore finanziario. Anche in questo caso, un parrocchiano deplora di aver visto un prete in compagnia di ragazze. “Sembrano che si stiano divertendo insieme”, ha scritto. Questi gesti, innocui o riprovevoli, non rientravano nel suo mandato di indagine, riconosce il giudice. Ma li ha ancora annotati nel suo rapporto.

    “Quello che ho esaminato più da vicino sono state denunce o note di abusi sessuali”. Ne ha trovati diversi. “Appena ho visto una lettera come questa, ho dichiarato il prete un molestatore”, dice. “Nel dubbio, l’ho riconosciuto come un abuso”. Spiega che se i genitori hanno effettivamente scritto ai vescovi, ha visto anche le denunce di un sacerdote contro il suo vicario o di un sacerdote contro il suo sacerdote.

    Il giudice Denis è anche ben consapevole del fatto che le denunce contro i sacerdoti nel 1940 non erano legioni. “Nel 1942, se un bambino diceva a suo padre che ‘il signor le curé mi toccava le natiche’, probabilmente riceveva uno schiaffo”.

    “Ma ho visto documenti di 20 anni e persino di 40 anni in cui i vescovi sono rimasti impassibili. Hanno ricevuto una denuncia, i genitori sono stati incontrati e il sacerdote è stato rimosso dal ministero. Riconosce che alcuni sacerdoti sono stati inviati, dopo un periodo di riposo in una casa specializzata, a fedeli di un’altra parrocchia della loro diocesi. Altri ancora rimasero sacerdoti ma non ottennero mai più un incarico in parrocchia, rivelano anche gli atti consultati. “Ma negli ultimi vent’anni, i sacerdoti [abusatori] sono stati esclusi da qualsiasi ministero”, dice. E tutti i sacerdoti, ancora vivi, che ha individuato nella sua indagine – «li contiamo sulle dita di una mano», dice – sono stati «sistematicamente scartati».

    Un riassunto di tre pagine

    Il riassunto della verifica statistica che è stato reso pubblico è di sole tre pagine (compresa una copertina), una in più rispetto al comunicato diffuso ai media l’8 giugno.

    Ma la relazione che il giudice Denis ha preparato su richiesta dei vescovi delle nove diocesi e su cui lavora da dicembre 2020 è piuttosto voluminosa. “Dieci pagine” per spiegare il suo approccio, “ma le appendici, sono più di 500 pagine”, precisa. Ci sono i suoi reperti, elenchi “di tutti i sacerdoti dove non c’è nulla da denunciare”, innumerevoli “commenti e note riferiti a ciascun vescovo” nonché “87 documenti in cui presento le 87 persone identificate come abusatori”.

    Il rapporto completo del giudice Denis non sarà reso pubblico. “Ho fornito a ciascuna diocesi i dettagli. Hanno deciso di fare un comunicato stampa congiunto. Hanno anche scelto di non indicare quanti abusatori sono stati identificati in ciascuna delle diocesi studiate. “Rispetto la loro decisione”, afferma André Denis.

    “All’interno di ogni diocesi, i risultati sono comunicati alla persona designata per ricevere le denunce e li trasmettono a una commissione preposta allo studio dei fascicoli”, assicurano le autorità diocesane nel comunicato congiunto. A Montreal, il difensore civico arcidiocesano, l’avvocato Marie Christine Kirouack, ha ricevuto la relazione dal giudice in pensione Denis.

    On a identifié 87 abuseurs dans 9 diocèses catholiques québécois

  • BBC Our World: I peccati nascosti dell’Italia – VIDEO COMPLETO

    BBC Our World: I peccati nascosti dell’Italia – VIDEO COMPLETO

    Con la sede della Chiesa cattolica nel cortile di casa e il più alto numero di sacerdoti di qualsiasi paese, l’Italia è un bastione del cattolicesimo globale.

    Eppure, a differenza di molti altri paesi, non è riuscita ad affrontare il flagello degli abusi sessuali da parte dei clericali.

    Non conserva statistiche ufficiali sulla questione e il numero di condanne rimane incredibilmente basso.

    I sopravvissuti agli abusi sono caduti in una combinazione di insabbiamento, complicità e mancanze legali nella loro ricerca di giustizia.

    Mark Lowen parla ai sopravvissuti, affronta gli accusati e incontra i funzionari che lavorano per svelare gli oscuri segreti sui quali le autorità italiane non sono state disposte a indagare.

    https://www.bbc.co.uk/programmes/m0014rd7

  • Lucetta Scaraffia: «Noi, tre nonne, raccontiamo le vittime di abusi»

    Lucetta Scaraffia: «Noi, tre nonne, raccontiamo le vittime di abusi»

    Va dritto al cuore dell’argomento il titolo di un saggio-inchiesta che scandaglia, con dati e testimonianze, le giovani vite delle vittime e i vizi dei carnefici appartenenti alla società dei religiosi (sacerdoti e parroci, numerosi e “insospettabili”), chiamando direttamente in causa le gerarchie della Chiesa Cattolica Romana. Da un’idea di Lucetta Scaraffia, storica e giornalista, Agnus Dei.

    Gli abusi sessuali del clero in Italia , Solferino editore, è un rapporto che, senza ricorrere a toni scandalistici, colpisce la sensibilità del lettore, anche il meno sprovveduto. Assieme a Scaraffia hanno lavorato e firmato il volume la storica Anna Foa e la vaticanista del Messaggero , Franca Giansoldati.

    Ma c’è anche il lavoro di altre due donne, Mariella Balduzzi e Maria Angela Rosignoli. Che hanno collaborato al riordino dell’archivio di riferimento e quindi alla preparazione del materiale, trovato nel sito dell’associazione Rete l’Abuso, fondata da una vittima, Francesco Zanardi.

    Cinque anni da incubo in parrocchia

    Quand’era ragazzino, per cinque anni egli fu oggetto di attenzioni sessuali da parte di uno dei sacerdoti della parrocchia di un centro del Ponente ligure dove viveva. È Zanardi, infatti, il catalizzatore dell’inquietante casistica citata nell’opera, e in parte raccontata. Si tratta di oltre 320 casi raccolti (dal 2010), di cui 159 riguardano religiosi condannati in via definitiva. I restanti o sono spariti o il giudizio è ancora in corso. «Mariella, Maria Angela ed io siamo tre nonne» sottolinea Lucetta Scaraffia. «Le nonne, si sa, sono le prime a preoccuparsi dei nipoti. Attente e vigili, nel timore che possano incorrere in pericoli».

    Aggiunge: «Il fatto che all’elaborazione di questo libro abbia partecipato un nucleo tutto femminile è significativo. Sono le donne che hanno spinto per cambiare la legge sullo stupro. Sono le donne che colgono meglio la gravità degli abusi sessuali, vissuti talvolta sulla loro pelle».

    «SONO LE DONNE CHE COLGONO MEGLIO LA GRAVITÀ DELL’ABUSO SESSUALE, VISSUTO TALVOLTA SULLA LORO PELLE. QUALCHE PASSO IN AVANTI C’È, MA NON BASTA»

    In premessa a quanto viene narrato nelle pagine di Agnus Dei , una constatazione: negli ultimi decenni gli abusi sessuali del clero hanno suscitato clamore in quasi tutti i Paesi cattolici; da qui l’avvio di inchieste indipendenti per misurare l’ampiezza del fenomeno. E ciò in una Chiesa dove l’abuso è ancora considerato una trasgressione del sesto comandamento (“non commettere atti impuri”) senza che il diritto canonico ne consideri l’effetto e soprattutto le conseguenze per le vittime. Vero è che soltanto in Italia e in Spagna le conferenze episcopali si rifiutano di collaborare con possibili inchieste. Si può dire che le autrici di questo libro, che hanno fatto parte della redazione Donna Chiesa Mondo (mensile dell’ Osservatore Romano ), suppliscono in qualche misura, mettendo il dito nella piaga e portando in evidenza ciò che si vorrebbe eclissare.

    I dati forniti da Rete l’Abuso

    Lo avevano fatto con alcuni articoli sulla rivista vaticana e ora con Agnus Dei continuano il lavoro di denuncia. Dunque, per la prima volta si cerca di capire la situazione italiana, mettendola a confronto con quella degli altri Paesi. Dall’archivio di Rete l’Abuso, unico in Italia nel suo genere, esce un quadro preoccupante, che, a quanto pare, non scuote abbastanza l’immobilismo della Chiesa. Per restare agli ultimi anni, quali sono state le posizioni dei pontefici, Benedetto e poi Francesco? Qualche passo avanti va registrato, ma non basta. Sul filo degli esempi e delle storie individuali, sconcertanti, di carnefici e vittime, e delle reazioni blande per non dire ipocrite delle gerarchie cattoliche, le autrici auspicano il cambio di rotta. Pena, la credibilità della Chiesa.

    Occorre innanzitutto la chiara condanna, oltre a un ripensamento del concetto di sessualità. Di più: la conseguente riconciliazione con le vittime deve passare anche dagli indennizzi finanziari per aiutare le persone a ricostruire la propria integrità.
    «In verità, i vescovi non difettano di generosità economica, ma i benefici vanno ai sacerdoti posti sotto accusa dai tribunali laici, sempre che si arrivi al processo».

    Nel libro, viene citato don Giuseppe Rugolo, prete siciliano finito nei guai, e debitamente foraggiato dal vescovo.
    «Al giudice che lo interroga, l’alto prelato ammette di aver pagato a Rugolo, con i soldi della curia diocesana, cioè dell’8 per mille, un debito precedente, la parcella dell’avvocato e 20.000 euro per migliorare la sua sopravvivenza a Ferrara, dove era stato trasferito presso il Seminario arcivescovile».

    C’è un elemento che accomuna quasi tutte le storie di abuso: le vittime appartengono a ceti sociali inferiori, a famiglie povere e/o disastrate. Ragazzini fragili che dovrebbero trovare nelle parrocchie e negli oratori accoglienza in luoghi sicuri. Succede invece che si ritrovino nella tana del lupo. È proprio il caso di Francesco Zanardi, colui che, squassato da un’esperienza drammatica, è riuscito poi a farne tesoro. Rete l’Abuso, da lui fondata, è diventata, infatti, un punto di riferimento per altre vittime. Dalle vicende riportate in Agnus Dei esce una galleria di molestatori seriali. Prendiamo una storia simbolo, emersa dopo molto tempo. Riguarda l’istituto religioso per sordomuti Antonio Provolo di Verona. Nel 2010, 67 ex ospiti, uomini e donne tra i cinquanta e i sessant’anni di età, rompono il silenzio e accusano numerosi sacerdoti della Congregazione Compagnia di Maria di averli sottoposti a molestie e violenze, quando erano bambini. I fatti risalgono dagli anni ‘50 in poi. Bruno, Guido, Carla, Lina, Giovanna… scrivono con crudezza: «Nella stanza adibita a confessionale della chiesa, alcuni preti approfittavano per farsi masturbare e palpare a loro volta da bambine e ragazze». Ancora: «I rapporti sodomitici avvenivano nel dormitorio, nelle camere dei preti e nei bagni…».

    Consapevoli di non poter adire alle vie legali per intervenuta prescrizione dei reati, queste persone, per ottenere giustizia, si appellano alla Chiesa.
    «I loro tentativi restano lettera morta».

    Il copione, con sfumature diverse, si ripete, pagina dopo pagina. Vogliamo citare il caso di don Ruggero Conti, estroverso e carismatico sacerdote di Selva Candida, zona periferica della Capitale?
    «Grandi doti organizzative, apprezzato dai parrocchiani, ha blandito, irretito, molestato e commesso abusi su numerosi ragazzi che lo amavano come un padre. Per inchiodarlo alle sue responsabilità ci sono voluti anni, fra l’incredulità della gente e la superficialità del vescovo. Che invece di rimuovere il sacerdote sospettato, allontanò dalla parrocchia un collega, considerato il calunniatore. Don Ruggero viene arrestato nel 2008, e condannato nei tre gradi di giudizio fino alla sentenza di Cassazione (2015). Ma la sospensione a divinis scatta soltanto dopo la prima condanna, nel 2011. Fino ad allora nessun provvedimento, neppure a scopo cautelativo, viene preso dall’autorità ecclesiastica. La morte lo coglie nel 2020 a Verbania in una clinica per preti problematici. Alle esequie partecipa una folla commossa di amici e conoscenti che non avevano mai creduto alla sua colpevolezza».

    https://www.corriere.it/sette/attualita/22_maggio_30/lucetta-scaraffia-noi-tre-nonne-raccontiamo-vittime-abusi-5f5eaf7a-dc39-11ec-b480-f783b433fe60.shtml

  • “Vos estis”: 5 possibili correzioni per far funzionare il documento del papa sugli abusi

    “Vos estis”: 5 possibili correzioni per far funzionare il documento del papa sugli abusi

    A tre anni dalla sua promulgazione ad experimentum, è ormai chiaro che il motu proprio di papa Francesco Vos estis lux mundi sulla gestione degli abusi nella Chiesa, in paricolare da parte dei vescovi, è inefficace ed è stata ampiamente disattesa. Ma potrebbe funzionare, se si apportassero delle correzioni di rotta. Le propone Anne Barrett Doyle, co-direttrice di BishopAccountability.org – archivio online dei casi di abusi nmegli Stati Uniti, fondato nel 2003 –  in un articolo pubblicato sul settimanale cattolico statunitense National Catholic Reporter (25/5) col titolo “Francis’ clergy abuse law, ‘Vos Estis,’ isn’t working. Here’s how to fix it”. Lo proponiamo in traduzione italiana.

    Tre anni fa, mentre la Chiesa cattolica affrontava una resa dei conti senza precedenti nel campo degli abusi sessuali da parte del clero, papa Francesco ha introdotto una legge ecclesiastica che prometteva di ritenere i vescovi e i superiori religiosi responsabili degli abusi che commettono o insabbiano.

    Intitolata Vos Estis Lux Mundi, la normativa è stata propagandata dai portavoce papali come un punto di svolta nella lotta agli abusi sessuali sui minori nella Chiesa cattolica. È “rivoluzionario”, ha affermato il cardinale Blase Cupich di Chicago. “Il silenzio, l’omertà e gli insabbiamenti possono ora diventare un ricordo del passato”, ha dichiarato l’arcivescovo maltese Charles Scicluna, fidato investigatore degli abusi del papa.

    Vos Estis, motu proprio firmato il 9 maggio 2019, è stato originariamente promulgato per un periodo di prova di tre anni che termina questo 1 giugno. Nell’attesa di vedere se Francesco ora renderà la legge permanente, è un buon momento per valutare quale sarà probabilmente la risposta più significativa di questo papa alla crisi degli abusi cattolici.

    Finora, il Vaticano non ha rilasciato informazioni sul numero o sui nomi dei vescovi indagati in base a Vos Estis. BishopAccountability.org è stato in grado di identificare 28 casi in cui è stato utilizzato per procedere con accuse di insabbiamento o abuso da parte dei vescovi. Ci auguriamo che venga utilizzato più ampiamente di così: i vescovi cattolici sono 5.600! Ma non possiamo esserne sicuri.

    Almeno 11 dei casi ricaduti sotto Vos Estis o simili a questi si sono verificati negli Stati Uniti. Due di questi vescovi sono stati sanzionati, tre sono stati “tolti di mezzo” e sei devono affrontare indagini in corso.

    Ma la più grande concentrazione di casi, curiosamente, è stata in Polonia, dove le procedure di Vos Estis sono state applicate contro 16 dei 209 vescovi attivi o in pensione del Paese. Undici sembrano essere stati giudicati colpevoli dal Vaticano di negligenza, con sanzioni annunciate in otto di questi casi; un arcivescovo si è “autopunito”; altri due sono stati allontanati; e altri due casi sono in corso.

    Perché concentrarsi sulla Polonia? È probabile che i funzionari vaticani abbiano visto un’opportunità per limitare i danni in questo Paese cattolicissimo, che è diventato un punto critico nella crisi globale della chiesa. Dal 2019, in conseguenza di inchieste mediatiche e di due roventi documentari, la Polonia è scossa da rivelazioni di diffusa complicità da parte dei suoi vescovi. La metà di tutti i polacchi intervistati lo scorso autunno ha affermato che l’intero episcopato dovrebbe dimettersi.

    E nonostante l’ondata di sanzioni, un gruppo di presunti favoreggiatori rimane al potere nella Chiesa polacca.

    Il cardinale Kazimierz Nycz, arcivescovo di Varsavia, è accusato di aver concesso di esercitare il ministero a due diversi sacerdoti dopo che erano stati condannati per reati sessuali su minori. Il cardinale Stanislaw Dziwisz, arcivescovo emerito di Cracovia, è stato recentemente assolto dall’accusa di negligenza in un caso di abuso clericale, nonostante un sacerdote che aveva denunciato insistesse di aver informato Dziwisz di persona dell’abuso. Il verdetto del Vaticano riguardava solo un caso polacco; non ha preso in considerazione le accuse secondo cui Dziwisz, in qualità di segretario di Papa Giovanni Paolo II, avrebbe respinto le segnalazioni di abusi sia contro p. Marcial Maciel Degollado, il fondatore disonorato dei Legionari di Cristo, sia contro l’ex cardinale Theodore McCarrick.

    La nostra valutazione, fino a questo momento, di Vos Estis, basata sui casi che abbiamo monitorato in Polonia, negli Stati Uniti e altrove è che troppo pochi vescovi sono stati giudicati colpevoli, sono stati puniti con troppa leggerezza e quasi nessuna informazione sui loro misfatti è stata divulgata.

    Certo, con Vos Estis una dozzina o più di vescovi complici o abusivi sono stati rimossi dall’incarico, ed è già qualcosa.

    Ma è una goccia nel mare.

    La complicità collettiva della gerarchia cattolica, che va dalla negligenza all’ignoranza volontaria fino all’inganno scaltro, ha facilitato gli stupri e le aggressioni sessuali di centinaia di migliaia, se non milioni, di bambini. Una Chiesa pentita, impegnata a porre fine alla sua cultura e al suo sistema di insabbiamento, avrebbe allontanato e dimesso dallo stato clericale centinaia di vescovi complici, non una o due dozzine.

    Inoltre, la maggior parte dei casi sanzionati da Vos Estis era un atto dovuto per motivi di pubbliche relazioni. In tutti i casi statunitensi tranne due, ad esempio, la capacità del vescovo di guidare era già compromessa da accuse pubbliche. Allo stesso modo, quasi tutti i vescovi polacchi penalizzati da Vos Estis erano già stati colpiti da uno scandalo pubblico.

    La debolezza di Vos Estis risiede principalmente nella sua concezione: è una autoregolamentazione travestita da trasparenza.

    In Vos Estis, il papa ha dato priorità all’isolamento e al contenimento, mantenendo la gerarchia nel controllo totale del processo di segnalazione e investigazione. Ha scelto di non richiedere la denuncia alle autorità civili. Ha scelto di omettere qualsiasi obbligo di informare il pubblico. Ha limitato il coinvolgimento dei laici a ruoli frammentati, senza alcun potere e (quasi certamente) vincolati alla riservatezza.

    Per essere lo strumento di trasformazione necessario, Vos Estis deve essere rinnovato. Ecco cinque (importanti) modifiche che potrebbero renderlo efficace.

    Obbligo alla denuncia alle autorità civili

    Con Vos Estis, la maggior parte dei vescovi del mondo è autorizzata a non dire alle autorità civili che un prete sta violentando un bambino. Questo perché nella maggior parte delle giurisdizioni civili, il clero non sono obbligati a denunciare e Vos Estis al massimo richiede la segnalazione solo quando lo richiede il diritto civile.

    Bisogna cancellare l’ articolo 19, cenno minimo di Vos Estis alla cooperazione con il diritto civile, e sostituirlo con una segnalazione obbligatoria alle autorità civili indipendentemente dal fatto che la legge locale lo richieda o meno. Cioè, istruire ogni sacerdote e religioso a notificare alle autorità civili reati sessuali sospetti o noti, così come sospetti insabbiamenti da parte di funzionari della Chiesa.

    Bisogna esentare il clero da questo requisito in quelle poche giurisdizioni del mondo in cui vi sono buone ragioni per temere che tale segnalazione possa mettere in pericolo la sicurezza degli accusatori e/o sospetti delinquenti. Rinomate organizzazioni per i diritti umani come Amnesty International potrebbero essere chiamate a redigere l’elenco dei Paesi esentati.

    Allentare la presa del Vaticano

    Vos Estis ha comportato un raddoppio del controllo del papa e del Vaticano su questioni di disciplina episcopale: una mossa ironica, da parte di un papa che denuncia il clericalismo.

    Con Vos Estis, il Vaticano controlla ogni decisione chiave. Solo il Vaticano ha il potere di autorizzare un’indagine, di emettere un verdetto e di determinare sanzioni.

    Il problema? Quasi invariabilmente, il papa e i funzionari vaticani sono indulgenti nei confronti dei vescovi accusati.

    Si consideri la decisione di Francesco del 2020 di reintegrare il vescovo argentino Gustavo Zanchetta in un incarico vaticano, anche se il vescovo era ancora sotto inchiesta nel suo Paese natale per presunti abusi sessuali (Zanchetta alla fine ha dovuto tornare in Argentina per il processo ed è stato recentemente condannato a quattro anni di carcere.)

    Oppure si consideri lo scioccante verdetto del Vaticano, lo scorso anno, nel caso canonico del vescovo Joseph Hart, che ha guidato la diocesi di Cheyenne, nel Wyoming, dal 1978 al 2001. Nonostante le accuse secondo cui Hart avrebbe aggredito sessualmente più di 15 bambini e nonostante l’incrollabile insistenza dell’attuale vescovo di Cheyenne nel ribadire che le vittime sono credibili, la Congregazione per la Dottrina della Fede ha scagionato Hart su ogni punto. (Nota: il caso di Hart non era un caso ricadente sotto Vos Estis, presumibilmente perché il Vaticano iniziò la sua indagine prima della sua emanazione, ma il processo canonico era simile.)

    Rottamare il “modello metropolitano”. Gli arcivescovi non possono indagare obiettivamente sui loro vicini.

    Vos Estis incarica i metropoliti – arcivescovi ordinari che governano simbolicamente le loro province ecclesiastiche nel mondo – di valutare e supervisionare inizialmente le indagini sulle accuse contro i vescovi nelle loro province.

    Non sorprende che il risultato sia stato un conflitto di interessi, reale e percepito. Gli arcivescovi stanno indagando sui vescovi vicini che sono loro colleghi, loro collaboratori e, a volte, loro amici.

    Consideriamo il caso Vos Estis del vescovo in pensione di Brooklyn Nicholas DiMarzio. Dopo essere stato accusato di abusi sessuali su minori alla fine del 2019, il Vaticano ha incaricato il suo metropolita, il cardinale Timothy Dolan dell’arcidiocesi di New York, a supervisionare le indagini.

    Nel suo podcast poche settimane dopo, Dolan non ha fatto alcuno sforzo per apparire imparziale. «Adoro quest’uomo, è un buon amico», ha detto del suo collega. (Nel settembre 2021, Dolan ha annunciato che il Vaticano aveva ritenuto DiMarzio innocente.)

    In un altro caso ricadente sotto Vos Estis, il metropolita è implicato in un presunto atto di insabbiamento insieme al vescovo su cui sta indagando. Il vescovo Richard Stika di Knoxville, Tennessee, è indagato per insabbiamento dall’arcivescovo in pensione di Louisville Joseph Kurtz, che ha preceduto Stika come vescovo di Knoxville.

    Stika sta affrontando una serie di accuse, inclusa una emersa in una causa che ha risolto lo scorso luglio. Una donna ha accusato la diocesi di negligenza nella risposta al presunto abuso e sfruttamento sessuale che aveva subito da parte di un sacerdote diocesano di lunga data, p. Michael Sweeney. Nel 2005, Sweeney aveva ammesso al suo allora vescovo – nientemeno che Kurtz – di aver iniziato a fare sesso con la donna dopo averla convertita al cattolicesimo e aver servito come suo direttore spirituale.

    Kurtz mantenne il sacerdote nel ministero nonostante la sua cattiva condotta conclamata, e quando Stika successe a Kurtz, mantenne anche lui il sacerdote nel ministero.

    Autorizzare i laici a giudicare i casi di Vos Estis.

    Se il controllo del Vaticano viene allentato e il modello metropolitano demolito, chi giudicherà le accuse contro i vescovi?

    Che ne dite dei laici? Molti hanno osservato che Vos Estis non prescrive il coinvolgimento dei laici. In pochi hanno sottolineato che esso, in realtà di fatto vieta la possibilità che i laici in qualsiasi ruolo possano esaminare le accuse contro i prelati. Consente solo l’arruolamento di singoli esperti laici in casi ad hoc (articolo 13). Queste persone devono essere giudicate “idonee” e sono tenute a prestare giuramento.

    Anche questo deve cambiare: il controllo esterno è fondamentale. In ogni Conferenza episcopale dovrebbe esserci una commissione permanente di laici dedicata alla valutazione dei vescovi. Sarebbe simile al modello promosso nell’autunno del 2018 dall’arcivescovo Allen Vigneron e dal cardinale Daniel DiNardo, ma più indipendente e potente di quanto proposto da quei vescovi. Non dovrebbe includere alcun membro del clero, ma comprendere persone che criticano esplicitamente la gestione degli abusi da parte della Chiesa, e deve avere il potere di denuncia alle autorità civili.

    Richiedere la divulgazione al pubblico.

    Vos Estis consente la segretezza. Secondo Vos Estis, è lecito tenere il pubblico all’oscuro dall’inizio alla fine. Non prevede alcun obbligo di informare i fedeli.

    Questo va cambiato. Obbligo della divulgazione. Per citare Scicluna, «l’informazione è essenziale se vogliamo davvero lavorare per la giustizia». È anche fondamentale al fine di scoraggiare crimini e insabbiamenti.

    Si cominci a pretendere che il pubblico sia informato di tutte le accuse plausibili contro il clero e i vescovi. Si chieda anche la notifica pubblica degli esiti. Si adotti la ragionevole raccomandazione della Royal Commission australiana sulle risposte istituzionali agli abusi sessuali su minori di «rendere pubbliche le decisioni in materia disciplinare relativa agli abusi sessuali su minori e fornire motivazioni scritte per le decisioni [della Chiesa]».

    Soprattutto, si rispetti il diritto all’informazione di un denunciante. Si richieda alle autorità ecclesiastiche di tenere regolarmente aggiornate le vittime e gli altri denuncianti sullo stato delle indagini. Su richiesta, si rilascino alla vittima i fascicoli relativi al suo caso, oscurando i nomi delle altre vittime.

    In gioco c’è la fiducia

    Ad aprile, Francesco ha chiesto alla Pontificia Commissione per la Protezione dei Minori di produrre relazioni scritte che tracciassero le iniziative anti-abuso della Chiesa. Spera che queste relazioni mostrino passi avanti.

    «Senza questo progresso», ha avvertito, «i fedeli continueranno a perdere la fiducia nei loro pastori».

    È sconcertante che questo papa non abbia ancora attuato le riforme coraggiose che renderebbero la gerarchia più corretta, responsabile e onesta nel prevenire abusi e insabbiamenti.

    Il problema è che il papa vuole ristabilire la fiducia alle sue condizioni impossibili. Vos Estis riflette il suo rifiuto di accettare la lezione inconfutabile di questa crisi catastrofica: la gerarchia cattolica non può autodisciplinarsi.

    È possibile che Vos Estis, insieme alla rimozione del segreto pontificio nei casi di abuso, sia l’ultima grande legislazione sugli abusi del papato di Francesco. Speriamo possa essere rivisto. Nella sua forma attuale, non otterrà la trasformazione di cui i bambini e i cattolici hanno così disperatamente bisogno e che meritano.

    https://www.adista.it/articolo/68143