Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Lo scandalo dei preti pedofili: tutte le ombre su Papa Ratzinger

    Lo scandalo dei preti pedofili: tutte le ombre su Papa Ratzinger

    Ombre sempre più pesanti si allungano sul Papa emerito Ratzinger. Il sospetto è sempre lo stesso: che abbia coperto casi di pedofilia quando non era ancora capo della chiesa cattolica e svolgeva il suo ministero a Monaco. Sapeva? Ha taciuto? Ha scelto di non agire? Tra dichiarazioni ufficiali, smentite e l’intervento della Santa Sede che ne difende l’operato la polemica non si spegne.

    I dubbi

    Le parole di padre Hans Zollner, teologo e psicologo presidente del Centro per la protezione dei minori della Pontificia Università Gregoriana, a cui Papa Francesco ha affidato la prevenzione della piaga degli abusi sessuali sui minori nella Chiesa sono inequivocabili:”Nel mondo in ogni regione tra il 3 e il 5% dei preti è un abusatore. Abbiamo dei criminali fra noi. Per questo dobbiamo ancora fare passi avanti per purificare la Chiesa”.

    Nelle ultime settimane i dubbi sull’operato di Ratzinger sono aumentati. Sono stati alimentati da una dichiarazione fornita in occasione della presentazione del rapporto sulla pedofilia nel clero dal 1945 al 2019 redatto dallo studio legale Westpfahl Spilker Wastl per dare una misura del fenomeno nell’arcidiocesi di Monaco e valutare se i funzionari della chiesa abbiano gestito correttamente le accuse. Inizialmente viene riportata una frase secondo la quale il Papa emerito negava di avere partecipato alla riunione del Ordinariato il 15 gennaio del 1980 durante la quale si parlò di un prete della diocesi di Essen che aveva abusato alcuni ragazzi ed era andato a Monaco per una terapia. Poi la rettifica: “Ho partecipato”.

    Ratzinger spiega che l’errore “non è stato commesso in malafede” ma “il risultato di un errore nell’elaborazione editoriale della sua affermazione”. È “molto dispiaciuto” per questo e si scusa. E comunque, tiene a precisare, in quella sede non venne “presa alcuna decisione circa un incarico pastorale del sacerdote interessato”. Piuttosto, la richiesta è stata avanzata solo per “consentire una sistemazione per l’uomo durante il trattamento terapeutico a Monaco di Baviera”.

    “Benedetto XVI è vicino alla sua ex arcidiocesi e diocesi di origine in questi giorni – recita una nuova dichiarazione ufficiale – ed è molto vicino ad essa nei suoi sforzi per chiarire. Pensa soprattutto alle vittime che hanno subito abusi sessuali e indifferenza”. Ma il dietrofront non passa inosservato e rinfocola i sospetti.

    Preti pedofili

    Secondo il rapporto almeno 497 persone avrebbero subito danni nell’ambito di abusi pedofili nell’arcidiocesi di Monaco. Vittime delle attenzioni morbose prevalentemente maschi tra gli 8 e i 14 anni. Coinvolti come presunti artefici almeno in 235, fra cui 173 preti, 9 diaconi, 5 referenti pastorali, 48 persone di ambito scolastico. Josef Ratzinger è accusato di comportamenti erronei in 4 casi (era arcivescovo).  Il rapporto documenta centinaia di casi di abusi commessi durante quasi otto decenni, e punta l’indice sui vertici dell’arcidiocesi che si sono succeduti in questo lungo lasso di tempo. A seconda dei casi ci si sarebbe regolati secondo una gamma di comportamenti che vanno dall’irresolutezza al vero e proprio tentativo di insabbiamento. Nel corso dei cinque anni in cui a Monaco c’era Ratzinger alcuni abusi sarebbero stati commessi da due religiosi che prestavano assistenza spirituale ai giovani e nei confronti dei quali non si presero provvedimenti.

    “Da Papa Ratzinger norme durissime contro gli abusatori”

    Dalla Santa Sede arriva la difesa di Benedetto sedicesimo. “Da parte del Papa emerito è stata sempre ribadita la condanna dei crimini (legati agli abusi ai danni di minori)”, sottolinea il direttore editoriale dei media vaticani, Andrea Tornielli.

    “Non si può dimenticare che Ratzinger, il quale già da prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede aveva combattuto il fenomeno nell’ultima fase del pontificato di san Giovanni Paolo II di cui era stato stretto collaboratore, una volta diventato Papa ha promulgato norme durissime contro gli abusatori clericali, vere e proprie leggi speciali per contrastare la pedofilia – scrive Tornielli in un editoriale su Vatican News – Inoltre, Benedetto XVI ha testimoniato, con il suo esempio concreto, l’urgenza di quel cambiamento di mentalità così importante per contrastare il fenomeno degli abusi: l’ascolto e la vicinanza alle vittime a cui va sempre chiesto perdono”.

    “Per troppo tempo i bambini abusati e i loro parenti, invece di essere considerate persone ferite da accogliere e accompagnare con percorsi di guarigione, sono state tenute a distanza. Spesso purtroppo sono state allontanate e persino additate come ‘nemiche’ della Chiesa e del suo buon nome. È stato proprio Joseph Ratzinger – ricorda Tornielli – il primo Papa a incontrare più volte le vittime di abuso durante i suoi viaggi apostolici. È stato Benedetto XVI, anche contro l’opinione di tanti sedicenti ‘ratzingeriani’, a proporre, nel mezzo della bufera degli scandali in Irlanda e in Germania, il volto di una Chiesa penitenziale, che si umilia nel chiedere perdono, che prova sgomento, rimorso, dolore, compassione e vicinanza”.

    “Proprio in questa immagine penitenziale sta il cuore del messaggio di Benedetto. La Chiesa non è un’azienda, non si salva soltanto con le buone pratiche o con l’applicazione, seppure indispensabile, di norme severe ed efficaci. La Chiesa – osserva – ha bisogno di chiedere perdono, aiuto e salvezza all’Unico che può darli, a quel Crocifisso che è sempre stato dalla parte delle vittime e mai dei carnefici. Tornielli riferisce poi le parole pronunciate da Benedetto XVI sul volo che lo portava a Lisbona, nel maggio 2010: “con estrema lucidità riconobbe che ‘le sofferenze della Chiesa vengono proprio dall’interno della Chiesa, dal peccato che esiste nella Chiesa. Anche questo si è sempre saputo, ma oggi lo vediamo in modo realmente terrificante: che la più grande persecuzione della Chiesa non viene dai nemici fuori, ma nasce dal peccato nella Chiesa e che la Chiesa quindi ha profondo bisogno di ri-imparare la penitenza, di accettare la purificazione, di imparare da una parte il perdono, ma anche la necessità della giustizia. Il perdono non sostituisce la giustizia’. Parole precedute e seguite da fatti concreti nella lotta alla piaga della pedofilia clericale”. “Tutto questo – ammonisce il direttore editoriale dei media vaticani – non può essere né dimenticato né cancellato. Le ricostruzioni contenute nel rapporto di Monaco, che, va ricordato, non è un’inchiesta giudiziaria né tantomeno una sentenza definitiva, aiuteranno a combattere la pedofilia nella Chiesa se non verranno ridotte alla ricerca di facili capri espiatori e di giudizi sommari. Solo evitando questi rischi potranno contribuire a una ricerca della giustizia nella verità e a un esame di coscienza collettivo sugli errori del passato”.

    Il “mea culpa”

    E solo oggi, 27 gennaio, a sette giorni dalla presentazione del rapporto arriva anche il “mea culpa” dell’attuale arcivescovo di Monaco, Reinhard Marx. “Ho una responsabilità morale”, dice. E aggiunge: “La più grande colpa è l’aver trascurato le persone colpite. Questo è imperdonabile. Non avevamo alcun reale interesse per la loro sofferenza. A mio parere, questo ha anche ragioni sistemiche, e allo stesso tempo io ho una responsabilità morale per questo come arcivescovo facente funzione”. Marx chiede “personalmente e anche a nome dell’arcidiocesi” perdono alle persone colpite. E lo stesso ha fatto con i fedeli “che dubitano della Chiesa, che non possono più fidarsi dei responsabili e che si sono visti danneggiati nella loro fede”.

    Preti pedofili nelle sacrestie italiane

    In 15 anni sono 160 i sacerdoti condannati in via definitiva in Italia per pedofilia. “Ed è solo la punta dell’iceberg del fenomeno, le vicende emerse. Una nostra mappa segnala anche i casi attualmente in attesa di giudizio, quelli indagati all’estero e nascosti in Italia. La cifra quindi si amplia: in tutto sono circa 320. Ma pur tenendo conto solo del numero dei 160 condannati, e se pensiamo che con il caso Spotlight in 50 anni sono saltati fuori una settantina di preti pedofili, allora ci si può rendere conto della portata del fenomeno nel nostro Paese”, dice Francesco Zanardi, fondatore e presidente della “Rete l’Abuso” l’associazione italiana vittime di preti pedofili, all’indomani del dossier sugli abusi commessi dal clero in Germania. Un’inchiesta, spiega all’Adnkronos, che non lo sorprende più di tanto.”La pedofilia all’interno della Chiesa cattolica è un problema complesso, di doppia gestione: da una parte lo Stato italiano, dall’altra la Chiesa che ultimamente, riconosco, passi avanti ne ha fatti. Mentre lo Stato da più di dieci anni fa scena muta. Il Papa può fare anche la sua parte ma non ha autorità in Italia, è lo Stato che deve muoversi. Un’inchiesta nel nostro Paese andrebbe certamente avviata”, conclude Zanardi.

    https://www.today.it/cronaca/pedofilia-chiesa-papa-ratzinger-contraddizioni.html

  • Che cause ha la pedofilia nella Chiesa

    Che cause ha la pedofilia nella Chiesa

    Per moltissimo tempo, la questione degli abusi sessuali anche contro minori all’interno della chiesa è stata o silenziata o ridotta a un problema marginale legato alla devianza di alcuni singoli individui. Ora che in Francia la Commissione indipendente sugli abusi sessuali nella chiesa (CIASE) ha pubblicato un rapporto in cui si parla di 330 mila persone abusate in circa settant’anni, e ora che la Conferenza episcopale francese (CEF) ha riconosciuto ufficialmente «la responsabilità istituzionale della chiesa» e la «dimensione sistemica» di quelle stesse violenze, sono in corso molte discussioni per cercare di comprendere, innanzitutto, le cause che possono essere alla base di questi abusi sistematici.

    È anche uno degli obiettivi della stessa Conferenza episcopale francese, che ha deciso di avviare un processo di riflessione attraverso la costituzione di gruppi di lavoro guidati da laici che si concentreranno su temi specifici tra i quali, appunto, «l’analisi delle cause di violenza sessuale all’interno della chiesa».

    In un recente articolo pubblicato sull’edizione francese di Slate ci si chiede se esista un profilo-tipo dei preti che sono anche predatori sessuali e se per i predatori sessuali la chiesa possa essere un luogo attrattivo, per la speranza e forse consapevolezza di poter trovare, diventando preti, delle potenziali vittime silenziose e facilmente silenziabili.

    Florence Thibaut, docente di psichiatria e presidente dell’International Association of Women’s Mental Health, ha preso parte al percorso che ha portato al rapporto del CIASE e ha avuto la possibilità di studiare le testimonianze degli autori di stupri e abusi sessuali sui minori all’interno della chiesa. Ha precisato che solo il 10 per cento di loro «ha un profilo che corrisponde a quello dei predatori pedofili».

    Il sociologo Josselin Tricou, autore di un libro sulla mascolinità dei preti, ha spiegato che «la violenza sessuale contro i bambini all’interno della chiesa non è solo opera di preti con tendenze pedofile. Considerando il gran numero di casi di violenza, si può infatti dubitare che tutti gli abusatori siano marcati da questa parafilia». Altre studiose e altri studiosi hanno confermato, arrivando alla conclusione che nei profili della maggioranza degli aggressori entrano in gioco altri fattori.

    Diversi studiosi, filosofi e psichiatri intervistati sui giornali francesi si sono chiesti se non sia la chiesa stessa, per struttura, pratiche e mentalità, ad avere un ruolo nei comportamenti e nelle pratiche abusanti. E nelle diverse analisi che si possono leggere in queste settimane tornano con insistenza le questioni dell’obbligatorietà del celibato dei sacerdoti, del voto di castità, e quella del potere legato alla loro figura e al loro ruolo.

    L’idea che il celibato o l’astinenza sessuale dei sacerdoti siano all’origine delle violenze commesse è molto comune. Diversi sacerdoti che hanno testimoniato nel rapporto del CIASE hanno in effetti riconosciuto di vivere un isolamento affettivo, «un isolamento in cui possono sviluppare un investimento emotivo» e «confondere l’affetto con il desiderio sessuale», dice Thibaut. Questa confusione può certamente derivare dall’immaturità emotiva di molti preti, che magari sono entrati in seminario in giovane età e che da lì in poi non hanno ricevuto alcuna educazione sessuale o all’affettività, se non quella che la sessualità stessa è un divieto e un tabù.

    Ma se tutto questo può essere vero o quantomeno verosimile, un legame diretto tra il celibato e il passaggio a un atto di pedocriminalità è tutt’altro che accertato. Tale legame comporterebbe, tra l’altro, di mettere sullo stesso piano il desiderio per una persona adulta e il desiderio verso un o una minore.

    L’opinione più diffusa è dunque di non attribuire troppa importanza al celibato o al voto di castità nell’analisi del sistema degli abusi all’interno della chiesa. Almeno, non al celibato o alla castità in sé. E lo chiarisce anche il CIASE, dicendo che il celibato dei preti non ha alcun legame di causalità con le violenze sessuali commesse, tanto che un terzo di quelle stesse violenze è stato commesso da laici legati alle istituzioni della chiesa, soprattutto nelle scuole, e dunque da persone non costrette al celibato o alla castità.

    Marie-Jo Thiel, medica e docente di etica e teologia, ha individuato dunque come centrale in questo discorso il potere, che ha con il celibato ecclesiastico «un legame storico». Quella del celibato ecclesiastico è infatti una tradizione antichissima: è una prassi che risale ai primi secoli dopo Cristo, ma che si impose più tardi, dall’XI secolo in poi, grazie alla dottrina della “transustanziazione” in cui venne ribadita l’identificazione del sacerdote con Cristo in modo molto più profondo rispetto al passato.

    Il celibato, come ha riassunto su Avvenire il sacerdote e psicologo Lello Ponticelli, «esprime un aspetto dell’imitazione di Cristo, l’unione intima, affettiva, profonda, in anima, corpo, affetti, sentimenti, sessualità, con Lui», esprime «una piena e appassionata dedizione alla Chiesa, a una comunità concreta» e non coincide con «la rinuncia ad amare», ma con «la scelta di amare teneramente e liberamente tutti e ciascuno, senza riserve, senza tenere nulla per sé, rinunciando al sesso, a una propria famiglia, ai figli, con tutto il valore simbolico che questo esprime». Secondo Ponticelli il celibato «è per annunciare il Regno che verrà, anticipando la morte nella propria vita – il senso più profondo del suo aspetto di ‘mortificazione’ – e così testimoniare la bellezza della risurrezione e il profumo dell’eternità, la gioia del paradiso dove non ci sarà più né moglie né marito».

    Il legame con gli abusi sessuali potrebbe allora derivare in modo indiretto dal fatto che il celibato alimenta l’idea della sacralità del sacerdote, una convinzione che potrebbe indurlo a un sentimento di «onnipotenza» e ad auto-percepirsi come una specie di «superuomo».

    Nathalie Sarthou-Lajus, vicedirettrice della rivista gesuita Études ed esperta di questioni religiose, ha spiegato che parte del problema è secondo lei proprio «lo status “a parte” del sacerdote» che in alcuni casi può fargli «covare la tentazione dell’onnipotenza». Questa onnipotenza, ha spiegato a sua volta il sociologo Josselin Tricou, può aver insinuato nei sacerdoti l’idea di poter esercitare un potere anche sui corpi degli altri. La posta in gioco nella violenza sessuale, ha spiegato, non è infatti il desiderio sessuale, ma la dinamica di potere che viene esercitata attraverso la sessualità.

    L’idea del celibato ha poi alimentato l’idea che il sacerdote sia una creatura eterea e desessualizzata, priva di desideri e pulsioni. E questo ha a sua volta incoraggiato una fiducia quasi assoluta nei suoi confronti, ma anche il silenzio o la minimizzazione intorno ai crimini sessuali.

    «La sacralizzazione del sacerdote e dei sacramenti di cui ha il monopolio possono essere facilmente deviati per ottenere favori sessuali. Il principio della vocazione (l’idea che il sacerdote sia stato chiamato da Dio) ne accresce la presa e può far credere alla sua vittima di essere essa stessa scelta da Dio. L’influenza caritatevole (l’idea che il sacerdote non eserciti un ​​potere ma si sacrifichi al servizio dei più piccoli) garantisce la sua impunità e la negazione che circonda il suo abuso di potere», conclude Tricou.

    In tutto questo ha infine un ruolo la struttura stessa della chiesa. I sacerdoti colpevoli di violenza sessuale ascoltati dal CIASE non hanno negato la responsabilità dell’istituzione, evocandone il silenzio e la mancata prevenzione di stupri e aggressioni sessuali al suo interno: in assenza di limiti, alcuni sacerdoti sembrano essersi sentiti autorizzati a perpetuare gli abusi.

    https://www.ilpost.it/2021/11/23/sacerdoti-pedofilia-diffusione-motivi/

  • Il più grande coming out nella storia della Chiesa cattolica

    Il più grande coming out nella storia della Chiesa cattolica

    Lunedì 24 gennaio, su uno dei canali della televisione pubblica tedesca ARD è stato trasmesso il documentario “Wie Gott uns schuf” (“Come Dio ci ha creati”) in cui 100 persone che lavorano a vario titolo per la Chiesa e le istituzioni cattoliche fanno coming out, rischiando però con questa loro esposizione pubblica il licenziamento: un licenziamento che sarebbe legittimo in base all’autonomia garantita dalla Costituzione tedesca alla Chiesa cattolica. Contemporaneamente al documentario, 125 persone che collaborano con la Chiesa e che sono credenti hanno lanciato l’iniziativa #OutInChurch chiedendo la fine della discriminazioni contro le persone LGBT+.

    Sui giornali tedeschi è stato scritto che quello che sta accadendo oggi in Germania è «il più grande coming out mai avvenuto nella storia della Chiesa cattolica».

    Il documentario – che si può vedere qui in tedesco, e che dura 60 minuti – è stato realizzato dal giornalista investigativo Hajo Seppelt dopo quasi dieci anni di indagini assieme a Katharina Kühn, Peter Wozny e Marc Rosenthal. Le persone che si espongono nel documentario sono sacerdoti, funzionari amministrativi, dipendenti di varie diocesi, insegnanti, educatori e educatrici, assistenti sociali o professionisti del settore medico e sanitario: tutti e tutte sono credenti e lavorano per la Chiesa cattolica tedesca.

    Nel documentario raccontano la loro storia, fatta di profonde sofferenze e decenni di doppie vite. Allo stesso tempo, mostrano un sistema basato su intimidazioni, minacce e paura. In Germania, infatti, ai dipendenti e alle dipendenti delle istituzioni cattoliche si applica un diritto del lavoro speciale, stabilito dalla Chiesa stessa, che prevede dei doveri di lealtà. Firmando il contratto di lavoro, queste persone si sono cioè impegnate a vivere secondo i princìpi della fede e della morale cattolica, compreso quello che riconosce esclusivamente i cosiddetti “legami secondo natura”, cioè tra un uomo e una donna.

    Tali doveri di lealtà devono essere seguiti non solo sul luogo di lavoro, ma anche nella vita privata. Le relazioni non eterosessuali o i matrimonio omosessuali contraddicono la dottrina della Chiesa: di conseguenza, l’orientamento sessuale o il fatto di essere persone non binarie, queer o trans può essere un legittimo motivo di licenziamento.

    Le persone intervistate raccontano di vivere in una tensione costante, nella paura di essere scoperte e di perdere il lavoro. Per molti e molte di loro, lasciare la Chiesa e cambiare lavoro sarebbe stato più facile, ma hanno scelto di provare a cambiare la Chiesa stessa a partire da questa azione collettiva: «Noi siamo qui, proprio come Dio ci ha creati!», dicono.

    Una delle persone intervistate nel documentario è Jens Ehebrecht-Zumsand, un insegnante di religione di 50 anni: è gay e lavora per l’arcidiocesi di Amburgo. Quando gli è stato proposto un trasferimento che lui non desiderava, il suo orientamento sessuale (il suo «modo di vivere speciale») è stato utilizzato dai suoi superiori contro di lui per costringerlo ad accettare la decisione, «per fare quello che ora ci aspettiamo da te», gli è stato detto.

    Carla Bieling, due settimane prima dell’inizio del congedo di maternità e dopo che i suoi responsabili avevano scoperto che era sposata con una donna, è stata costretta a lasciare il suo lavoro di referente per i giovani cattolici nell’arcidiocesi di Paderborn, nella Renania Settentrionale-Vestfalia. Prima, per non perdere il lavoro, le era stata data l’opzione di sciogliere l’unione.

    Nel documentario parla anche Ralf Klein, un prete gesuita: dice che come prete ha promesso di non avere relazioni sessuali e dichiara dunque che per la Chiesa dovrebbe essere irrilevante la sua omosessualità: «Scoprire il proprio orientamento sessuale è spesso associato alla sensazione: “Sono l’unico?” Ma se resti in silenzio, porti al contempo anche gli altri a tacere». Nel documentario oltre a Ralf Klein sono intervistati anche altri preti.

    Prende parola alla fine il vescovo di Aquisgrana, Helmut Dieser, l’unico dei 27 vescovi cattolici tedeschi che ha accettato di farsi intervistare: «Mi scuso a nome della Chiesa per le persone che sono state ferite o non comprese. Mi scuso perché la Chiesa non era pronta», dice. Le sue scuse però, scrivono alcuni giornali, non modificano la situazione generale, né le norme in materia di diritto del lavoro che pongono i dipendenti e le dipendenti non eterosessuali della Chiesa in una condizione di costante ricatto.

    Lunedì 24 gennaio, contemporaneamente all’uscita del documentario, è stata lanciata anche la campagna #OutInChurch: 125 dipendenti LGBT+ della Chiesa cattolica, molti dei quali compaiono nel documentario, hanno fatto coming out raccontando la loro storia e lanciando un appello per una “Chiesa senza paura”, una Chiesa cioè in cui le persone possano vivere la propria identità in modo «aperto e onesto». Nel manifesto pubblicato sul sito della campagna in dodici lingue, scrivono:

    «Eccoci! Di noi si è parlato tanto: adesso prendiamo la parola in prima persona.

    “Noi” vuol dire collaboratori e collaboratrici – a tempo pieno, volontari/e, potenziali, non più in attività – della Chiesa cattolica. (…) Tra le altre cose, ci identifichiamo come lesbiche, gay, bisessuali, transessuali, intersessuali, queer e persone non binarie. (…) Ciò che ci unisce è: siamo sempre stati parte della Chiesa, e oggi contribuiamo a progettarla e a caratterizzarla».

    Nel manifesto spiegano che la maggior parte di loro ha sperimentato «con frequenza la discriminazione e l’emarginazione anche all’interno della Chiesa»:

    «Da parte del magistero della Chiesa si sostiene, tra l’altro, che noi “non siamo in grado di costruire relazioni corrette” con altre persone, che a causa delle nostre “tendenze oggettivamente disordinate” veniamo meno alla nostra natura umana e che le relazioni omosessuali “non possono essere riconosciute come facenti parte dei piani rivelati di Dio”.
    Alla luce delle conoscenze provenienti dalle scienze teologiche e dalle scienze umane, affermazioni di questo tipo non sono più accettabili o discutibili. Attraverso di esse si diffamano l’amore, l’orientamento, il genere e la sessualità queer e si priva di valore la nostra personalità.
    Una discriminazione come questa rappresenta un tradimento del Vangelo ed è contraria alla missione evangelica della Chiesa, che consiste nell’essere “segno e strumento per la più intima unione con Dio come per l’unità dell’umanità intera”».

    Il gruppo ha avanzato sette richieste precise, tra cui la possibilità di poter lavorare nella Chiesa apertamente e senza paura, la modifica del diritto del lavoro e l’assunzione, da parte delle gerarchie ecclesiastiche, della responsabilità delle «molte sofferenze nei suoi rapporti con le persone LGBTIQ+»:

    «Alcune persone tra noi conoscono situazioni in cui vescovi, vicari generali o altre persone con ruoli direttivi le hanno costrette a tenere segreto il loro orientamento sessuale e/o la loro identità di genere. Soltanto a questa condizione è stato loro concesso di rimanere in servizio nella Chiesa. In questo modo si è stabilito un sistema basato sul silenzio, sulla doppia morale e sulla mancanza di sincerità. Tutto ciò produce una gran quantità di effetti tossici, induce vergogna e fa ammalare; può influenzare negativamente la relazione personale con Dio e la spiritualità personale.

    (…) Con tutte queste richieste, facciamo oggi, insieme, il passo per uscire dall’ombra. Lo facciamo per noi stessi e lo facciamo in solidarietà con altre persone LGBTIQ+ all’interno della Chiesa Cattolica, che non hanno (ancora) o non hanno più la forza di farlo. Lo facciamo in solidarietà con tutte le persone che sono esposte a stereotipi ed emarginazione attraverso sessismo, rifiuto, antisemitismo, razzismo e tutte le altre forme di discriminazione.

    Ma lo facciamo anche per la chiesa. Perché siamo convinti che solo l’azione nella verità e nell’onestà rende giustizia a ciò per cui la chiesa dovrebbe esistere: la proclamazione del messaggio gioioso e liberante di Gesù. Una chiesa che ha al suo centro la discriminazione e l’esclusione delle minoranze sessuali e di genere deve accettare che le si chieda se, nel farlo, può fare riferimento a Gesù Cristo.

    (…) La lotta per l’uguaglianza e contro la discriminazione non può essere lasciata solo nelle mani delle minoranze emarginate. Riguarda tutti».

    Numerose associazioni cattoliche, tra cui soprattutto quelle composte da donne cattoliche tedesche e giovani, hanno sostenuto e firmato l’iniziativa.

    https://www.ilpost.it/2022/01/25/germania-documentario-coming-out-chiesa/

  • Abusi sessuali nell’arcidiocesi di Monaco, Ratzinger si corregge e si scusa

    Abusi sessuali nell’arcidiocesi di Monaco, Ratzinger si corregge e si scusa

    AGI – Benedetto XVI si corregge e chiede scusa. Dopo la pubblicazione di un report sugli abusi sessuali avvenuti nell’arcidiocesi di Monaco e Frisinga, il Papa emerito ha corretto una sua precedente affermazione ammettendo di aver partecipato all’epoca in cui era arcivescovo di Monaco, a una riunione dell’Ordinariato avvenuta il 15 gennaio del 1980, nella quale venne discusso il caso di un sacerdote pedofilo in arrivo da un’altra diocesi tedesca.

    Lo dichiara l’agenzia cattolica Kna (Catholic News Agency), poi ripresa da Vatican News in tedesco. Joseph Ratzinger, in una dichiarazione diramata dal suo segretario particolare Georg Gaenswein, chiede scusa per l’errore della precedente dichiarazione, non fatta “in malafede” ma “risultato di un errore nella redazione della sua dichiarazione”. È “molto dispiaciuto” per questo e si scusa.

    Nella riunione in questione però non fu presa alcuna decisione su una eventuale assegnazione pastorale del sacerdote, continua la dichiarazione di Ratzinger. “Piuttosto, è stata accolta solo la richiesta di fornirgli un alloggio durante il suo trattamento terapeutico a Monaco”.

    “Da giovedì pomeriggio, il Papa emerito Benedetto XVI ha a disposizione la perizia dello studio legale Westpfahl-Spilker-Wastl di Monaco, presentata lo stesso giorno, come file Pdf”, riferisce monsignor Gaeswein che sottolinea che Ratzinger “sta leggendo attentamente le dichiarazioni” che “lo riempiono di vergogna e di dolore per le sofferenze inflitte alle vittime”.

    In considerazione della sua età e della sua salute, precisa Gaeswein “ci vorrà del tempo per leggerlo nella sua interezza” (il report è di 1.900 pagine, ndr) ma “ci sarà una dichiarazione sulla perizia”. “Tuttavia, egli desidera chiarire ora che, contrariamente a quanto dichiarato all’udienza, ha partecipato alla riunione dell’Ordinariato del 15 gennaio 1980. L’affermazione contraria era quindi oggettivamente errata”, continua Gaeswein.

    “Ci tiene a sottolineare che questo non è stato fatto in malafede, ma è stato il risultato di una svista nella redazione della sua dichiarazione. Spiegherà come si è arrivati a questo nella dichiarazione che deve ancora essere rilasciata. È molto dispiaciuto per questo errore e chiede di essere scusato”.

    “Benedetto XVI – conclude la nota di monsignor Gaeswein – è vicino alla sua ex arcidiocesi e diocesi di origine, soprattutto in questi giorni, ed è molto vicino a essa nei suoi sforzi per chiarire la situazione. Pensa soprattutto alle vittime che hanno subito abusi sessuali e indifferenza”.

    Il 20 gennaio è stato presentato dallo studio legale Westpfahl-Spilker-Wastl il report, commissionato dalla stessa arcidiocesi di Monaco, sugli abusi commessi dal clero negli anni tra il 1945 e il 2019. Un report choc che, oltre a mettere in rassegna l’operato dei ministeri di Michael von Faulhaber, Joseph Wendel, Julius Doepfner, Friedrich Wetter e Reinhard Marx, getta pesanti ombre sulla gestione del Papa emerito, Joseph Ratzinger, che fu arcivescovo di Monaco dal 1977 al 1982 per poi diventare Prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede (1982-2005), organismo vaticano che si occupa proprio di casi di delicta graviora.

    Sono almeno 497, di cui il 60 per cento minori tra gli 8 e i 14 anni di età, le vittime di abusi sessuali nell’arcidiocesi nel periodo preso in esame. Secondo il dossier sono 235 i responsabili degli abusi: 173 sacerdoti, 9 diaconi, 5 referenti pastorali e 48 persone dell’ambito scolastico. Delle quasi cinquecento vittime, 247 sono di sesso maschile. In una settantina di casi l’identità della vittima non è stata accertata.

    Quattro sono i casi contestati a Ratzinger. Quello a cui fa riferimento il Papa emerito è relativo al sacerdote della diocesi di Essen, padre Peter H., che nel 1980 fu trasferito a Monaco, perché accusato di pedofilia. Il settimanale tedesco Die Zeit nei giorni scorsi aveva accusato Ratzinger di aver coperto le azioni del prete che avrebbe abusato, tra il 1973 e il 1996, di 23 ragazzi dagli 8 ai 16 anni, in veste di cappellano prima e di parroco dopo. Die Zeit scrive di un decreto extragiudiziale del tribunale ecclesiastico dell’arcidiocesi di Monaco datato 2016. Padre Peter H. fu condannato a pagare una somma alla fondazione per bambini Tabaluga. Ma il suo agire non fu fermato.

    https://www.agi.it/cronaca/news/2022-01-24/abusi-sessuali-arcidiocesi-di-monaco-ratzinger-si-corregge-e-si-scusa-15342524/

  • Resta in carcere il prete condannato per pedofilia che non accetta la pena

    Resta in carcere il prete condannato per pedofilia che non accetta la pena

    di Patrizia Maciocchi

    Non può essere trasferito a una struttura che si occupa del recupero dei sacerdoti l’ex parroco, condannato per abusi sessuali su una minore, che non rivede il suo passato deviante e non accetta la sentenza e la pena. Al contrario assume un atteggiamento vittimistico e negatorio, una posizione che continua a ricevere il conforto «dei familiari e dell’ambiente ecclesiastico».

    La Cassazione (sentenza 196) ha così respinto la richiesta dell’ex parroco di un paesino lombardo, condannato in via definitiva per gli abusi commessi ai danni di una bambina che frequentava la parrocchia, da quando questa aveva sei anni fino ai 10. Ma la denuncia era arrivata solo dopo la maggiore età della vittima e non era stata ben accolta da alcuni paesani, che avevano anche raccolto delle firme a sostegno del parroco. Questo, mentre la ragazza aveva scritto a Papa Francesco per comunicare la sua sensazione di isolamento e di amarezza.

    La mancata revisione del passato deviante

    Oggi la Suprema corte nega al prete la possibilità di uscire dal carcere per finire di scontare la sua pena in una struttura dedicata al recupero dei religiosi che hanno commesso reati sessuali. E lo fa perché il detenuto non ha mai iniziato un percorso di revisione critica del suo passato e non accetta né la condanna né la pena. Senza successo, la difesa dell’imputato nega che la condizione posta dai giudici sia prevista dalla legge, perché il condannato ha diritto di dichiararsi innocente o vittima di un errore giudiziario anche durante la carcerazione. La Cassazione chiarisce però che il problema non è il mancato riconoscimento della responsabilità da parte del condannato ma l’osservazione della sua personalità.

    I giudici di legittimità aderiscono alla conclusione del Tribunale di sorveglianza che «ha considerato l’atteggiamento negatorio e vittimistico, di cui dà conto la relazione di sintesi anche per sottolineare il conforto che tale posizione continua a ricevere dai familiari e dall’ambiente ecclesiastico, un indice sintomatico del mancato inizio del processo di rivisitazione del passato deviante, che richiede necessariamente, a prescindere dall’ammissione degli addebiti, l’accettazione della sentenza e della pena». Un passo importante verso il reinserimento sociale. Che, volendo, sarebbe anche in linea con l’insegnamento cattolico – ancora prima che con il principio giuridico – dell’accettazione delle pene terrene.

    https://www.ilsole24ore.com/art/resta-carcere-prete-condannato-pedofilia-che-non-accetta-pena-AEqp8E7?refresh_ce=1

  • Ratzinger da Papa non intervenne anche in Italia. Il caso di Savona che finì a LE IENE

    Ratzinger da Papa non intervenne anche in Italia. Il caso di Savona che finì a LE IENE

    E’ un documento inviato proprio dall’allora vescovo di Savona, oggi cardinale Domenico Calcagno (nominato da Ratzinger) ad incastrare anche in Italia, l’allora cardinale Joseph Ratzinger.

    Poi diventato papa, che però non intervenne neppure ai vertici dei tre poteri e proprio lo stesso anno in cui diventa Benedetto XVI, uno dei tre sacerdoti pedofili savonesi a lui denunciati, don Nello Giraudo, stupra un altro adolescente in un campo scout dall’AGESCI. Stupro che patteggiò.

    Tuttavia nessuno, ne dalla diocesi di Savona, ne dal Vaticano fermò quel prete. Chiese lui stesso la riduzione allo stato laicale, ma cinque anni dopo, nel 2010, trascinando nell’indagine della procura di Savona non solo Ratzinger, ma anche chi per anni lo ha protetto.

    Il vescovo Dante Lafranconi, le cui parole del gip Fiorenza Giorgi, costretta ad archiviare per prescrizione, comunque restano lapidarie e pesanti come un macigno.

    “la disposta archiviazione nulla toglie alla pesantezza della situazione palesata dalle espletate indagini dalle quali è emerso come la estrema gravità delle condotte criminose del Giraudo non fosse stata per nulla considerata; dai documenti, perfettamente in linea con l’atteggiamento omissivo del Lafranconi, risulta – è triste dirlo – come la sola preoccupazione dei vertici della Curia fosse quella di salvaguardare l’immagine della diocesi piuttosto che la salute fisica e psichica dei minori che erano affidati ai sacerdoti della medesima e come principalmente (per non dire unicamente) per tale ragione l’allora vescovo di Savona non aveva esercitato il suo potere-dovere  di controllo sui sacerdoti e di protezione dei fedeli. Altrettanto triste è osservare come, a fronte della preoccupazione per la “fragilità” e la “solitudine” del Giraudo e il sollievo per il fatto che “nulla è trapelato sui giornali”, nessuna espressione di rammarico risulta dai documenti agli atti a favore degli innocenti fanciulli affidati alle cure del sacerdote e rimasti vittime delle sue “attenzioni”.

    Oggi, non solo a Savona, gli organi di informazione italiani sembrano caduti in un buco nero ed essersi dimenticati la recentissima storia sulla quale scrissero per settimane, finita persino al noto programma LE IENE.

  • 497 vittime a Monaco di Baviera: il rapporto sugli abusi travolge Ratzinger, Wetter e Marx

    497 vittime a Monaco di Baviera: il rapporto sugli abusi travolge Ratzinger, Wetter e Marx

    40936 MONACO-ADISTA. In quasi 1.900 pagine, il rapporto sugli abusi di Monaco, elaborato dallo studio legale Westphal Spilker Wastl (WSW), pubblicato integralmente il 20 gennaio sul sito dello stesso, e presentato in una gremita conferenza stampa, in presenza e online, descrive un abisso di clericalismo, protezione istituzionale e fallimento della leadership. Commissionato alla fine di febbraio 2020, a copertura di casi che arrivano fino al 2019, identifica le omissioni dei singoli responsabili e chiarisce come i casi di abuso siano stati coperti. Una prima indagine, completata nel dicembre 2010 ma mai pubblicata, ha coperto il periodo dal 1945 al 2009; ora, numerose informazioni aggiuntive, disponibili grazie al maggiore coinvolgimento delle vittime, hanno consentito di avere un quadro più preciso, giacché l’insabbiamento è potuto avvenire grazie a dossier addomesticati e manipolati, quando non distrutti.

    Le cifre

    Il rapporto ha constatato un totale di 42 casi di cattiva condotta da parte di funzionari della Chiesa nell’affrontare casi di abusi nell’arcidiocesi di Monaco e Frisinga: gli arcivescovi e cardinali defunti Michael Faulhaber, Joseph Wendel e Julius Döpfner, ma anche Joseph Ratzinger (arcivescovo dal 1977 al 1982), il card. Friedrich Wetter (1983-2008) e il card. Reinhard Marx, dal 2008 alla guida della diocesi bavarese. Nel loro esame, gli esperti hanno identificato 235 presunti colpevoli dal 1945 al 2019, di cui 173 sacerdoti; 497 il numero delle vittime di cui 247 maschi e 182 femmine; di 68 non è stato possibile conoscere il sesso.

    Quasi il 60% di questi crimini sono stati commessi quando le vittime avevano tra gli 8 e i 14 anni, e per lo più tra gli anni ’60 e ’70, ma un numero impressionante di accuse è emerso dal 2015 in poi. Questi numeri, ha detto l’avvocato Martin Pusch, che ha illustrato i risultati dell’indagine, sono solo la punta dell’iceberg. Secondo Pusch, 67 chierici meritavano una sanzione canonica per «l’alto livello di sospetto», ma in 43 casi ciò non è avvenuto: 40 di loro hanno continuato a essere impiegati nella cura pastorale, e tra essi 18 sacerdoti addirittura anche dopo una condanna penale da parte di un tribunale secolare. Fino al 2002, ha osservato l’avvocato, le vittime non hanno ricevuto alcun tipo di attenzione dalla gerarchia; se la ottenevano, era solo «perché erano visti come una minaccia per l’istituzione». D’altronde, occorre ricordare che, negli Stati Uniti, il documento del 2001 con cui Ratzinger, da prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, avocava a sé la gestione dei casi di pedofilia, chiedendo assoluta riservatezza (l’epistola De Delictis gravioribus), provocò la citazione in giudizio di Ratzinger per “ostruzione alla giustizia” davanti al tribunale dalla Corte distrettuale della contea di Harris (Texas).

    Secondo l’accusa, infatti, il testo della CDF avrebbe favorito la copertura di prelati coinvolti nei casi di molestie sessuali ai danni di minori negli Stati Uniti. Nel febbraio 2005 fu così emanato dalla Corte un ordine di comparizione per il prefetto. Ma il 19 aprile 2005, Ratzinger fu eletto papa e i suoi legali negli Stati Uniti si rivolsero al Dipartimento di Stato Usa per chiedere l’immunità diplomatica per il loro assistito, ormai capo di Stato. L’Amministrazione Bush acconsentì (v. Adista Notizie n. 25/05).

    Una leadership compromessa

    Il rapporto sugli abusi inchioda Ratzinger, Wetter, Marx, e altri funzionari. Ratzinger viene giudicato responsabile di cattiva condotta in 4 casi durante il suo incarico di arcivescovo; Wetter in 21 casi e Marx in 2. Pusch ha anche sottolineato che Ratzinger ha respinto ogni addebito in una memoria di 82 pagine pubblicata con il suo consenso insieme al rapporto. Due casi riguardano sacerdoti che sono stati sanzionati penalmente da Ratzinger per abusi, ma ai quali è stato permesso di continuare a lavorare come pastori: nessuna azione è stata intrapresa contro di loro né per la cura delle loro vittime. Dal punto di vista degli avvocati, le dichiarazioni di Ratzinger offrono «una visione autentica » dell’atteggiamento personale di un importante rappresentante della Chiesa nei confronti degli abusi: le smentite del papa emerito, che ha addotto la sua totale estraneità ai casi, dei quali non sarebbe stato al corrente, sono «difficili da conciliare» con i dati in possesso degli avvocati, ha detto Pusch. L’esempio più chiaro viene dal caso del prete Peter H., predatore seriale spostato di parrocchia in parrocchia (v. Adista Notizie n. 2/22): Ratzinger nega di aver partecipato all’incontro dell’Ordinariato del 15 gennaio 1980 in cui se ne decise il trasferimento da Essen a Monaco, ma il verbale dell’incontro, a disposizione della cancelleria, contiene una relazione dell’allora cardinale sulla sepoltura del cardinale berlinese Bengsch e sui tentativi di mediazione relativi al caso del teologo “disobbediente” Hans Küng.

    Marx: mancanza di impegno

    Gli esperti accusano Marx di non prestare sufficiente attenzione alla gestione dei casi di abuso sessuale. La sua sorprendente assenza alla conferenza stampa ne sarebbe un segno: «Lo abbiamo specificamente invitato», ha detto l’avvocatessa Marion Westpfahl, mentre la telecamera mostrava la sedia riservata al cardinale, vuota. Marx avrebbe dovuto coinvolgersi maggiormente sulla questione degli abusi: una questione «di priorità assoluta», ha affermato Pusch.

    Nonostante il gran numero di segnalazioni di abusi operati da ecclesiastici pervenute dal 2010, per gli esperti Marx, da arcivescovo, si occupò di ben poche inchieste: si limitò ad attuare i provvedimenti proposti dall’amministrazione, delegando al vicario generale e all’ordinariato la gestione dei casi. Come arcivescovo – questa la giustificazione di Marx – «non si occupava principalmente di compiti amministrativi» ma «dell’annuncio della parola di Dio, della celebrazione dei sacramenti e della pastorale generale per il popolo di Dio». Un comportamento inadeguato, secondo Pusch. In due casi, però, Marx si comportò in modo palesemente errato: la questione era se fosse stato inviato un rapporto alla Congregazione per la Dottrina della Fede.

    Un grido di dolore

    «Di quanti rapporti ancora ha bisogno il Paese per affrontare questa situazione?», ha chiesto l’avvocato Ulrich Wastl, facendo riferimento a un approccio ecclesiale caratterizzato da una costante clemenza nei confronti dei sacerdoti carnefici, allo scopo di proteggere l’istituzione e la sua reputazione rispetto alla verità e alla giustizia per le persone colpite. Un fallimento multisistemico: clericalismo, spirito di corpo ed eccessiva tutela istituzionale; deficit del diritto penale ecclesiastico e inadeguata cultura giuridica ecclesiastica interna; mancanza di competenza nell’amministrazione e nella giustizia ecclesiastica; mancanza di responsabilità e mancanza di conseguenze per azioni sbagliate, con un interesse per le vittime cresciuto solo lentamente, a partire dal 2010. Appare schiacciante, ha proseguito l’avvocato Wastl, la mancanza di una cultura della responsabilità personale. A quanto pare nessuno vuole davvero assumersela e, se si leggono in filigrana le dichiarazioni dei preti coinvolti, emerge chiaramente che i documenti decisivi sono passati di scrivania in scrivania, che gli arcivescovi hanno agito, se hanno agito, in modo evasivo, restando in ogni caso poco coinvolti.

    Una lunghissima lista di raccomandazioni

    Gli avvocati hanno sottolineato la necessità di cambiare approccio, in primis attraverso un maggiore ascolto delle vittime: la gerarchia della Chiesa deve esporsi alla sofferenza delle persone colpite. «Ci si può aspettare dagli alti funzionari che, in quanto pastori, siano in grado di farlo; altrimenti, devono essere acquisite le qualifiche necessarie», hanno detto con freddezza i legali. Inoltre, c’è bisogno di un difensore civico indipendente per le vittime che possa schierarsi a loro favore; esse devono avere sempre accesso ai casi che le riguardano; bisogna attuare il regolamento sui fascicoli personali dei chierici e dei funzionari ecclesiastici; è necessaria una azione di monitoraggio.

    Il rapporto formula anche raccomandazioni per la legislazione ecclesiastica e la cultura giuridica, che manca di una precisa definizione di reati e sanzioni. Anche con la riforma globale del diritto penale che papa Francesco ha promulgato lo scorso anno, la “violazione del sesto comandamento” rimane la categoria centrale per la registrazione dei reati sessuali nel diritto ecclesiastico: una categoria non leggibile immediatamente per tutti e quindi inadeguata, come dimostra una dichiarazione del papa emerito, il quale richiama la norma penale ecclesiastica pertinente al momento del delitto (can. 2359 § 2 CIC/1917) e sostiene che sono atti sessuali solo quelli “con” minori, ma non gli atti esibizionistici “davanti” a minori.

    Nel diritto processuale penale, secondo le raccomandazioni della relazione, è necessario rafforzare i diritti della parte lesa. Anche i tribunali ecclesiastici, che raramente si occupano di casi penali, hanno bisogno di una riforma. Richiesta anche la pubblicazione delle sentenze, che attualmente avviene solo in casi eccezionali, oltre un ruolo maggiore per le donne nella leadership della Chiesa.

    Il rapporto chiede cambiamenti anche nell’area amministrativo-organizzativa: una professionalizzazione dei meccanismi di controllo e una maggiore competenza dei dirigenti. In discussione, soprattutto, è la figura del vescovo: una guida spirituale troppo spirituale e poco guida che non corrisponde alla definizione del ministero episcopale di Lumen gentium.

    https://www.adista.it/articolo/67396

  • Pedofilia nella chiesa, una vittima: «Ratzinger era informato, gli spedii i documenti»

    Pedofilia nella chiesa, una vittima: «Ratzinger era informato, gli spedii i documenti»

    di Franca Giansoldati

    CITTÀ DEL VATICANO – «In Vaticano continuano a dire bugie. Mi rincresce ripeterlo ma sono testimone del fatto che l’allora cardinale Ratzinger conosceva benissimo quello che a noi vittime di padre Maciel Marcial Degollado era accaduto già negli anni Novanta. Così come Giovanni Paolo II e i suoi collaboratori a cominciare dall’allora segretario di Stato, cardinale Sodano. Le regole che applicava allora la Chiesa erano di spostare, coprire, insabbiare i pedofili. Delle vittime importava poco. Nel 1998 ho fatto avere alla Congregazione della Fede, allora guidata proprio da Ratzinger, un pacco di documenti, compreso prove registrate da un notaio. Insomma certificazioni. Le carte pesavano un chilo e mezzo, ancora me lo ricordo, perché per spedirle dal Messico le dovetti pesare. Posso provare quello che dico. E sempre nel 1998 parlammo con l’allora numero 3 della Congregazione implorando l’apertura di processo canonico (che non fu mai aperto)».

    José Barba-Martin parla da Città del Messico, oggi ha 82 anni, è un ex professore che ha insegnato ad Harvard. E’ stato un ex seminarista violentato per anni da padre Maciel, potentissimo fondatore dei Legionari di Cristo. «Era il Male assoluto quell’uomo». Documentare decenni di abusi sessuali e psicologici non è stato facile, né per lui, né per gli altri ex legionari che scoperchiarono la vita criminale del capo di uno degli ordini religiosi più potenti, amico personale di Wojtyla al quale mandava fiumi di denaro per la Polonia. Un violentatore seriale che non risparmiò nemmeno i figli avuti da una donna messicana alla quale fece credere di essere un agente della Cia sotto copertura. In Vaticano ebbe ottime coperture a suon di dollari.

    PRASSI
    Josè Barba Martin ripercorre gli ultimi fatti mettendo in evidenza che solo nel 2005 il cardinale Ratzinger fece fare una indagine. «C’era un evidente tappo più in alto. Giovanni Paolo II non volle fare nulla. Conservo ancora la ricevuta postale del 2002 relativa ad un plico di documenti consegnati al cardinale Stanislaw Dziwisz, nel Palazzo Apostolico. Altri documenti furono inoltrati dalla nostra avvocatessa. Sentire che l’allora Papa Giovanni Paolo II non ha mai saputo nulla, così come non sapeva nulla Ratzinger di quello che accadeva attorno lo ritengo una offesa assai dolorosa».

    Davanti ai casi di pedofilia la Chiesa in passato preferiva guardare altrove calpestando le vittime. Vi è una lettera inviata nel 1982 da un vescovo americano, John Cummins, alla Congregazione della fede, per denunciare un prete della sua diocesi che aveva commesso abusi e che, di conseguenza, andava rimosso. Cummins ricevette una risposta solo tre anni dopo, il 6 novembre 1985. Portava la firma dell’allora Prefetto Ratzinger che lo informava che il tribunale non riteneva di rimuovere il prete nonostante gli argomenti presentati, che si riteneva necessario considerare il bene della Chiesa Universale, che occorreva più tempo per valutare. La lettera terminava con questa frase: «Nel frattempo l’eccellenza vostra non dovrà mancare di fornire al denunciante la maggior cura paterna possibile e spiegare allo stesso la logica di questo tribunale, che è abituato a procedere tenendo in considerazione il bene comune». La logica era chiara: prima si doveva proteggere l’istituzione. «Le vittime come me erano dei fantasmi».

    SANTITÀ
    Il caso mostruoso di Maciel ciclicamente affiora e ancora oggi è soggetto ad una sorta di cortina fumogena poiché tira in ballo Wojtyla, nel frattempo proclamato santo da Papa Francesco forse troppo in fretta. Maciel fu punito ma in modo molto soft solo da Papa Benedetto XVI nel 2006. Visto che era ottantenne e malato non venne mai dimesso dallo stato clericale. Fu solo invitato a ritirarsi a vita privata e non fare celebrazioni in pubblico. Nel 2008 è morto in una clinica in Florida circondato da alcuni sacerdoti, dalla seconda moglie Norma e dalla figlia Normita. Il suo curriculum resta spaventosamente nero, una macchia notevole per la Chiesa. «Una sessantina di vittime accertate, tra cui io e gli altri miei compagni con i quali intraprendemmo questa dolorosa operazione verità negli anni Novanta».

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/vaticano_pedofilia_chiesa_ratzinger_sapeva_jose_barba_martin_messico_news_cosa_e_successo-6455022.html

  • Germania, Zanardi (Rete l’Abuso): “Avviare inchiesta su abusi anche in Italia”

    Germania, Zanardi (Rete l’Abuso): “Avviare inchiesta su abusi anche in Italia”

    In 15 anni sono 160 i sacerdoti condannati in via definitiva in Italia per pedofilia. “Ed è solo la punta dell’iceberg del fenomeno, le vicende emerse. Una nostra mappa segnala anche i casi attualmente in attesa di giudizio, quelli indagati all’estero e nascosti in Italia. La cifra quindi si amplia: in tutto sono circa 320. Ma pur tenendo conto solo del numero dei 160 condannati, e se pensiamo che con il caso Spotlight in 50 anni sono saltati fuori una settantina di preti pedofili, allora ci si può rendere conto della portata del fenomeno nel nostro Paese”. Così Francesco Zanardi, fondatore e presidente della ‘Rete l’Abuso’, l’associazione italiana vittime di preti pedofili, all’indomani del dossier sugli abusi commessi dal clero in Germania. Un’inchiesta, spiega all’Adnkronos, che non lo sorprende più di tanto.

    “Benedetto XVI è accusato, quando era arcivescovo di Monaco, di non aver agito su 4 casi di pedofilia? Non mi stupisce. In Italia abbiamo decine di casi gestiti allo stesso modo. Come associazione abbiamo documenti non della Procura ma dei vescovi sui nostri assistiti. Io, da vittima, posso dire che tutto ciò non è uno choc, solo una conferma. E’ il modus operandi in tutto il pianeta”, dice Zanardi che ricorda le accuse mosse dall’avvocato Daniel Shea, difensore di 3 vittime della pedofilia dei religiosi di Galveston Houston (Usa), contro lo stesso Ratzinger su presunte coperture dei sacerdoti rei di abusi sessuali su minori.

    “Un’inchiesta nel nostro Paese andrebbe certamente avviata – sottolinea Zanardi -, a tal proposito voglio ricordare che abbiamo costituito un Coordinamento delle associazioni contro gli abusi nella Chiesa cattolica in Italia, #ItalyChurchToo, principalmente con le vittime, ma non solo. Sarà presentato al pubblico il prossimo 15 febbraio in diretta sui social delle associazioni aderenti. Presenteremo richieste al presidente della Cei visto che Papa Francesco sembra essere d’accordo con una commissione d’inchiesta”.

    “La pedofilia all’interno della Chiesa cattolica è un problema complesso, di doppia gestione: da una parte lo Stato italiano, dall’altra la Chiesa che ultimamente, riconosco, passi avanti ne ha fatti. Mentre lo Stato da più di dieci anni fa scena muta. Il Papa può fare anche la sua parte ma non ha autorità in Italia, è lo Stato che deve muoversi”, conclude Zanardi.

    https://www.adnkronos.com/germania-zanardi-rete-labuso-avviare-inchiesta-su-abusi-anche-in-italia_j4mdTWVmEVkkM62NZYLdu?refresh_ce

  • Pedofilia, Zollner: “Tra noi si nascondono criminali, serve un’inchiesta anche in Italia”

    Pedofilia, Zollner: “Tra noi si nascondono criminali, serve un’inchiesta anche in Italia”

    CITTÀ DEL VATICANO. «Siamo sotto choc per il report sulla pedofilia nell’arcidiocesi di Monaco e Frisinga». Queste inchieste «servono, e ne occorrerebbe una anche in Italia». Anche se «ormai il fenomeno è chiaro: nel mondo in ogni regione tra il 3 e il 5% dei preti è un abusatore. Abbiamo dei criminali fra noi. Per questo dobbiamo ancora fare passi avanti per purificare la Chiesa». È l’analisi del gesuita tedesco padre Hans Zollner, teologo e psicologo, presidente del Centro per la protezione dei minori della Pontificia Università Gregoriana, a cui papa Francesco ha affidato la prevenzione degli abusi sessuali nella Chiesa.

    Qual è stata la sua reazione al dossier di Monaco di Baviera?

    «Come dopo le altre pubblicazioni di dati del genere siamo choccati. Siamo devastati dalla dimensione numerica e dal proseguimento nel tempo, per decenni, di queste violenze».

    Che cosa la inquieta in modo particolare?

    «L’occultamento e le coperture dei casi, le omissioni e l’indifferenza da parte delle gerarchie e dei responsabili delle diocesi, i quali non hanno compiuto gli interventi che il Diritto canonico prevedeva e prevede».

    Il coinvolgimento di Joseph Ratzinger nel report che significato assume?

    «Aggrava l’immagine della vicenda».

    La Chiesa che cosa sta facendo concretamente per debellare questa piaga al suo interno?

    «Sta lavorando molto nell’ambito della prevenzione. Innanzitutto nella formazione di sacerdoti, religiosi, religiose, catechisti e altri collaboratori. Però dobbiamo imparare a essere più responsabili».

    In che senso?

    «Le nostre strutture non hanno ancora cambiato metodo e sistema rispetto alla trasparenza sulle responsabilità: mentre diventa chiaro chi abusa, non è altrettanto semplice far assumere la responsabilità a chi lo ha coperto per “salvare la faccia dell’istituzione”, a chi avrebbe dovuto vigilare, a chi avrebbe dovuto intervenire secondo le indicazioni delle varie leggi e anche secondo la nostra missione di uomini di Chiesa: l’atteggiamento evangelico di proteggere i più deboli».

    Inchieste come quella di Monaco possono portare a qualcosa di buono? Ne occorrerebbe una così anche in Italia?

    «Sì queste indagini condotte in modo oggettivo e pubblicate servono assolutamente. E servirebbe anche in Italia, certo, così si guarderebbe in faccia la realtà e non si continuerebbe a negare qualcosa che viene continuamente smentito, e cioè che in Italia non ci sono abusi sessuali nella Chiesa. Anche se in generale paradossalmente ormai tutto è chiaro dal punto di vista della diffusione del fenomeno: nel mondo il numero di preti abusatori si aggira tra il 3 e il 5% in ogni regione. Dopo l’uscita di queste inchieste bisognerebbe innanzitutto avviare un’opera di ascolto delle vittime. E poi, modificare i rapporti di potere nella Chiesa, che dovrebbero essere più condivisi e meno autoritari, e aprirsi alle verifiche con la possibilità di essere giudicati anche da altri esperti fuori dal recinto cattolico. E poi dovremmo porci un interrogativo cruciale».

    Quale?

    «È più importante l’immagine che non corrisponde alla realtà, o ammettere che non siamo santi, che abbiamo peccato e che abbiamo tra noi anche criminali? Disse Gesù: la verità vi renderà liberi. Solo dopo la confessione può arrivare l’assoluzione e il perdono».

    https://www.lastampa.it/vatican-insider/it/2022/01/21/news/pedofilia_zollner_tra_noi_si_nascondono_criminali_serve_un_inchiesta_anche_in_italia_-2837199/