Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: sala

  • Gli abusi e la pedofilia nella Chiesa – Francesco Zanardi (video integrale)

    Gli abusi e la pedofilia nella Chiesa – Francesco Zanardi (video integrale)

    Biella, 18 gennaio 2020 – Associazione Culturale White Rabbit Event

    Più di 40 persone sono presenti all’evento. Il relatore è Francesco Zanardi, Presidente dell’Associazione Rete L’ABUSO.

    Gli argomenti trattati rispondono a una serie di domande:

    Come l’Italia affronta il tema della pedofilia clericale? Si può parlare di “connivenza” tra Chiesa cattolica e Stato? Perché siamo arrivati all’intervento dell’Onu all’inizio del 2019?

    L’approfondimento di Francesco Zanardi lascia stupito il pubblico che non aveva idea della complessità dell’argomento. L’Onu si complimenta con l’Italia per aver creato l’Osservatorio per il contrasto alla pedofilia. Ma come è stato costituito questo Osservatorio? Di cosa si occupa? Perché Rete l’ABUSO è stata esclusa?

    Perché la prima denuncia di un abuso viene fatta all’interno della chiesa? Le vittime sono cattoliche… perché non dovrebbero fidarsi? Ciascuno si fida dell’organizzazione alla quale appartiene. Ma come avviene poi il processo canonico? Perché è un danno per la vittima?

    Dove scontano la pena i sacerdoti condannati dai tribunali civili? Perché la maggior parte non va in carcere? Si nomina il libro “Giustizia Divina” di Emanuela Provera e Federico Tulli, edizioni ChiareLettere che ha analizzato ampiamente questo aspetto.

    Si illustra il Report dell’Onu del febbraio 2019, punto per punto, e le domande del pubblico sorgono spontanee e numerose.

    Perché in Italia non c’è stata una commissione d’inchiesta come in diversi altri Paesi? È poi drammaticamente illustrata la proiezione dei dati che quantificano il fenomeno.

    Al termine dell’incontro, durante il buffet, si prosegue in un clima più colloquiale e l’interesse è davvero alto: per più di un’ora, oltre il termine dell’evento, nessuno lascia la sala.

    Lo staff di Rete L’ABUSO

  • Gli abusi e la pedofilia nella Chiesa – Francesco Zanardi

    Gli abusi e la pedofilia nella Chiesa – Francesco Zanardi

    Biella, 18 gennaio 2020 – Associazione Culturale White Rabbit Event

    Più di 40 persone sono presenti all’evento. Il relatore è Francesco Zanardi, Presidente dell’Associazione Rete L’ABUSO.

    Gli argomenti trattati rispondono a una serie di domande:

    Come l’Italia affronta il tema della pedofilia clericale? Si può parlare di “connivenza” tra Chiesa cattolica e Stato? Perché siamo arrivati all’intervento dell’Onu all’inizio del 2019?

    L’approfondimento di Francesco Zanardi lascia stupito il pubblico che non aveva idea della complessità dell’argomento. L’Onu si complimenta con l’Italia per aver creato l’Osservatorio per il contrasto alla pedofilia. Ma come è stato costituito questo Osservatorio? Di cosa si occupa? Perché Rete l’ABUSO è stata esclusa?

    Perché la prima denuncia di un abuso viene fatta all’interno della chiesa? Le vittime sono cattoliche… perché non dovrebbero fidarsi? Ciascuno si fida dell’organizzazione alla quale appartiene. Ma come avviene poi il processo canonico? Perché è un danno per la vittima?

    Dove scontano la pena i sacerdoti condannati dai tribunali civili? Perché la maggior parte non va in carcere? Si nomina il libro “Giustizia Divina” di Emanuela Provera e Federico Tulli, edizioni ChiareLettere che ha analizzato ampiamente questo aspetto.

    Si illustra il Report dell’Onu del febbraio 2019, punto per punto, e le domande del pubblico sorgono spontanee e numerose.

    Perché in Italia non c’è stata una commissione d’inchiesta come in diversi altri Paesi? È poi drammaticamente illustrata la proiezione dei dati che quantificano il fenomeno.

    Al termine dell’incontro, durante il buffet, si prosegue in un clima più colloquiale e l’interesse è davvero alto: per più di un’ora, oltre il termine dell’evento, nessuno lascia la sala.

    Lo staff di Rete L’ABUSO

  • Caso Orlandi, appello al Papa: “Risponda a richiesta verità”

    Caso Orlandi, appello al Papa: “Risponda a richiesta verità”

    di Assunta Cassiano

    Un appello a Papa Francesco per “conoscere tutta la verità” sulla scomparsa di Emanuela Orlandi.

    “Oggi è il compleanno di Emanuela, il cinquantaduesimo, e io con la sua famiglia torniamo ad appellarci al Pontefice – dice all’Adnkronos l’avvocato Laura Sgro’ – Sono trascorsi mesi di silenzio assoluto, un muro di gomma contro cui si è scontrata ogni nostra richiesta: istanze legittime da parte di una famiglia che da più di 36 anni aspetta di conoscere quello che è successo”.

    Il legale chiede ora “un’operazione di trasparenza totale dopo il rammarico per un silenzio che continua nel tempo”. E sabato a piazza del Sant’Uffizio Pietro Orlandi ha organizzato un sit in dalle 17 per sua sorella.

    “In questi mesi abbiamo sentito parlare il Vaticano di indagini finanziarie, si parla – dice Sgrò – di soldi e non di persone: Emanuela è una persona, una ragazza scomparsa a 15 anni, una cittadina vaticana che manca da 36 anni e che dovrebbe avere la precedenza assoluta su tutto. Io ho scritto di recente una lettera al Pontefice – prosegue Sgrò – ma non c’e’ stata risposta. E oggi, come allora, torno a chiedere al Papa gli atti contenuti nel fascicolo che sarebbe detenuto dalla Segreteria di Stato e su cui non abbiamo mai avuto risposta. Non si possono aprire gli archivi su Pio XII e non dare risposte alle nostre richieste. E’ un atto, prima che di giustizia, di pietà cristiana’”.

    “Non abbiamo avuto nessun risposta – spiega l’avvocato – anche alla nostra richiesta di esaminare in maniera approfondita le ossa che sono state selezionate nel cimitero Teutonico in seguito all’apertura delle tombe. E da luglio ad ora sono passati sei mesi”.

    Nessuna risposta “nemmeno – spiega il legale della famiglia Orlandi – sul fronte della nostra istanza di sentire i cardinali presenti in Vaticano all’epoca, tutti in età avanzata. Non abbiamo avuto riscontro nemmeno sulle ulteriori richieste investigative che abbiamo fatto sulla telefonata di cui ha parlato Viganò”. Si tratta della telefonata arrivata alla Sala stampa Vaticana la sera della scomparsa della 15enne cittadina vaticana e svelata da monsignor Carlo Maria Viganò in un’intervista sul sito di Aldo Maria Valli. Viganò lavorava nella segreteria di Stato Vaticana all’epoca della scomparsa di Emanuela.

    “Quella sera Viganò racconta che con lui c’era il cardinale Sandri e in relazione a questo io ho scritto proprio al cardinale chiedendo lumi sulla vicenda. Tenuto conto della gravità dei fatti narrati e delle possibili ripercussioni ho ritenuto di dover chiedere direttamente a Sandri di confermare o smentire le affermazioni di Viganò chiedendogli di collaborare alla ricerca di verità su Emanuela – dice Sgrò che sulla scomparsa sta svolgendo indagini difensive- Ma dal 3 dicembre quando ho inviato la lettera non ho mai avuto una risposta da un cardinale che in questo momento ha un ruolo apicale in Vaticano. Silenzio assoluto anche su questo fronte”.

  • Testimoni di Geova: il paradiso (in terra) per pedofili

    Testimoni di Geova: il paradiso (in terra) per pedofili

    Dall’Australia agli Stati Uniti le migliaia di pedofili dei Testimoni schedati eppure liberi di abusare, ma non tutti, non ovunque, malgrado il negazionismo della società religiosa. In Italia tutto tace

    Nel mondo è in atto un’evoluzione etica delle società, un salto ‘quantico-morale’.
    Riguarda il futuro, la speranza, la tutela della meraviglia, la risorsa più preziosa dell’umanità: i bambini. Una spinta propulsiva a questo processo la si è avuta in Australia.

    La Commissione Reale Australiana

    Tutto esplode l’8 novembre 2012. L’ispettore capo della Polizia del New South Wales,  Peter Fox, scrive una lettera, pubblicata dal ‘Newcastle Herald’, intitolata ‘Non tapparti le orecchie sugli abusi, Signor Premier’. In men che non si dica, dopo quattro giorni, il 12 novembre 2012, il Primo Ministro, Julia Gillard, annuncia l’istituzione della ‘Commissione Reale Australiana per le risposte istituzionali agli abusi sessuali sui minori’.

    La Commissione indaga sui modi in cui le istituzioni (chiese, club sportivi, scuole, boy-scout, eccetera) hanno gestito i casi di abusi sessuali su minori.  I lavori iniziano il 7 marzo 2013 e si concludono nel dicembre 2017. Il sito ufficiale ne mostra la portata mastodontica: gestite oltre 40mila chiamate, tenute oltre 8mila sessioni private, tenute 444 giorni di audizioni pubbliche, indagate 3.489 istituzioni, tra le quali condotti 30 casi studio sulle organizzazioni religiose.

    Tra questi 30 casi afferenti alle organizzazioni religiose ci sono i Testimoni di Geova. Il loro caso è singolare. Proietta un’ombra sinistra che genera interrogativi inquietanti. Dalle audizioni emerge che la Watch Tower Society (società che fa capo ai Testimoni di Geova) aveva prodotto 5.000 documenti tra cui 1.006 fascicoli relativi alle accuse di abusi sessuali su minori riferiti agli anziani di Testimoni di Geova in Australia dal 1950, per un totale di 1.006 pedofili e di oltre 1.800 vittime, un numero esorbitante se confrontato con l’esiguo numero di Testimoni di Geova australiani (nel 1950 erano appena 5mila e oggi circa 68mila), e se confrontato con il rapporto procapite con altre istituzioni (nella Chiesa Cattolica in Australia, ad esempio, ne sono emersi 4.444). Questi numeri non tengono conto del sommerso: di tutti coloro che non hanno parlato e che porteranno nella tomba il proprio doloroso segreto.

    La Commissione dimostra che i Testimoni di Geova gestivano i casi di pedofilia in conformità con le politiche e le procedure disciplinari interne e basate sulla propria interpretazione della Bibbia, anziché lasciare che se ne occupasse la legge. I documenti mostrano che dei presunti responsabili, «nessuno è stato denunciato dall’organizzazione alle autorità secolari».

    Sul sito ufficiale della Commissione è disponibile un database con i dettagli di tutti i 1.006 pedofili trovati tra i Testimoni di Geova australiani. Tra i dati riportati per ciascun pedofilo (genere, numero di vittime abusate, ruolo nella chiesa, eccetera) vi è anche la colonna ‘denunciato alle autorità dai Testimoni di Geova’. La risposta è costantemente: no.

    La Commissione ha dichiarato che  «è prassi della Chiesa dei Testimoni di Geova conservare le informazioni riguardanti i reati di abusi sessuali su minori, ma non denunciare le accuse di abusi sessuali su minori alla Polizia o ad altre autorità competenti». Questo anche quando il pedofilo confessa di sua spontanea volontà.

    La Commissione ha rilevato che l’Ufficio legale della Watch Tower Society forniva regolarmente informazioni errate agli anziani, sulla base di una comprensione errata di ciò che costituisce un obbligo legale di denunciare i crimini in Australia.

    La Commissione ha inoltre rilevato: «non consideriamo l’organizzazione dei Testimoni di Geova un’organizzazione che risponde adeguatamente agli abusi sessuali su minori…  l’applicazione continua di politiche come la regola dei due testimoni in caso di abuso sessuale su bambini mostra una grave mancanza di comprensione della natura degli abusi sessuali su minori».
    La regola dei due testimoni fa parte delle politiche interne che tutt’oggi la Watch Tower continua a seguire. Se qualcuno è accusato di pedofilia da un confratello Testimone, affinché l’accusa sia creduta devono esserci: o la confessione del pedofilo o due testimoni del reato. Come se il pedofilo abusasse del minore in presenza d’altri.

    Nel Rapporto Finale, la Commissione Reale ha aggiunto: «Finché l’organizzazione dei Testimoni di Geova continuerà a [basarsi su un’interpretazione letterale della Bibbia e dei principi del I secolo per stabilire pratiche, politiche e procedure]nella sua risposta alle accuse di abusi sessuali su minori, rimarrà un’organizzazione che non risponde adeguatamente agli abusi sessuali su minori e che non protegge i bambini».

    Il 22 ottobre 2018 viene proclamato ‘Apologize Day’ (il Giorno delle Scuse). Scott Morrison, Primo Ministro dell’Australia, in un memorabile discorso alla Nazione, chiede scusa, commosso, a nome di tutti gli australiani a tutte le vittime della pedofilia. Il suo discorso merita di essere riascoltato, Morrison tra il resto afferma: «Altrove in questo edificio e in Australia, ci sono altri che stanno guardando e ascoltando silenziosamente questi procedimenti, uomini e donne che non hanno mai raccontato a un’anima viva cos’è successo loro. A questi uomini e donne dico che queste scuse sono anche per voi. E più tardi, quando i discorsi saranno finiti, resteremo in silenzio e ricorderemo le vittime che non sono più con noi, molte, troppe, per la loro stessa mano. Come Nazione, li abbiamo respinti, li abbiamo abbandonati. Questa sarà sempre la nostra vergogna. Questa scusa è per loro e anche per le loro famiglie».

    Quello stesso giorno, dopo il discorso del Primo Ministro, seguono le scuse da parte di altri leader politici, religiosi e delle istituzioni coinvolte dalle indagini della Commissione Reale. I leaders dei Testimoni di Geova non ci sono. Non solo, ad oggi non hanno neppure aderito agli Schemi di Risarcimento stabiliti dalla Commissione. Ciò che è allarmante è proprio questa politica della Watch Tower (e società affiliate).

    La politica del silenzio e della negazione
    Oltre alla condanna pubblica da parte della Commissione Reale Australiana, in numerosi altri processi nel mondo la Watch Tower è stata condannata a pagare risarcimenti cospicui a causa della mala gestione dei casi di pedofilia all’interno delle sue congregazioni. Parliamo di milioni di dollari. Oltre a ricorrere sistematicamente in appello per non pagare le vittime quanto stabilito dalle Corti, la Watch Tower ha manifestato in diversi casi di non collaborare neppure con la Giustizia.

    È recentissimo il caso in Olanda in cui la società religiosa si è rifiutata di fornire la documentazione richiesta a seguito di indagini sugli abusi sui minori. A seguito di questo comportamento, la professoressa di diritto penale Henny Sackers, dell’Università di Nijmegen, ha affermato: «Sembra quasi una sorta di arrogante disprezzo per l’ordine legale olandese».

    A seguito di questa reticenza (che, lo ricordiamo, è reato) la Polizia ha fatto irruzione nella loro sede nazionale olandese (detta Filiale o Betel) ed è in corso un’indagine a livello nazionale che ha visto anche la collaborazione dell’Università di Utrecht. Un’indagine analoga è stata avviata in Belgio, dove, il 25 aprile, la Polizia ha effettuato un raid nella Filiale nazionale.

    Una Commissione Reale è stata avviata anche nel Regno Unito ed anche qui sono indagati i Testimoni di Geova, così com’è in corso una medesima Commissione in Nuova Zelanda. Il 27 febbraio 2019 il Giudice della Corte Suprema del Quebec, Chantal Corriveau, ha approvato una Class Action da 60 milioni di dollari contro la Watch Tower Bible and Tract Society of Canada.

    Negli Stati Uniti, sono emersi altri particolari agghiaccianti. Tra le decine di processi in cui è coinvolta la Watch Tower Society ce n’è uno nello Stato del Montana in cui la società è stata condannata a pagare danni punitivi e compensativi per un totale di 35 milioni di dollari. Anche qui la Watch Tower segue una politica negazionista, presentando appello e non informando i propri adepti di nessuna di queste cause.
    Sul sito ufficiale dei Testimoni di Geova, esiste infatti la sezione Sala Stampa, con la specifica sottosezione ‘Sviluppi Legali’. Non troviamo un solo accenno a questi casi. Non esiste accenno alla Commissione Reale Australiana, a quella della Nuova Zelanda, del Regno Unito, ai processi statunitensi, alle condanne milionarie, alle ispezioni delle forze dell’ordine nelle filiali olandesi e belga.
    Il Testimone di Geova medio viene tenuto all’oscuro di tutto questo, come se non stesse accadendo nulla, in perfetto stile negazionista.

    Le risposte alle centinaia di richieste di chiarimento (scritte o telefoniche) inoltrate anche alla Filiale italiana dagli stessi Testimoni, sul perché non viene scritto nulla su questi casi specifici, sono evasive. Spesso sono semplicemente un «grazie per la domanda, ti manderemo un nostro rappresentante per risponderti». Abbiamo decine di queste lettere di risposta. E non è tutto.

    Paradisi per pedofili

    ‘The Atlantic’, rivista statunitense di approfondimento culturale e politico fondata nel 1857, pubblica il 22 marzo 2019 un articolo che scuote le coscienze.  L’articolo rivela che la Watch Tower possiede quello che forse è il più grande database al mondo di pedofili. Si tratta di dati accuratamente raccolti in seguito ad un sondaggio interno fatto nel 1997 nelle oltre 10mila congregazioni americane.

    Si tratta di dati occultati ai fedeli e alle autorità. Dati che conterrebbero una lista di circa 20mila pedofili che si aggirano nelle congregazioni dei Testimoni di Geova nei soli Stati Uniti, nella maggioranza dei casi nella totale ignoranza dei confratelli. Rapportati al totale dei Testimoni attivi negli Stati Uniti, sono circa 2 pedofili ogni 100 Testimoni, ovvero un paio per congregazione.
    Il dato è spaventoso. Ma ancor più spaventosa è la politica di gestione interna.
    Non sorprende che le comunità dei Testimoni di Geova siano state macabramente definite ‘paradisi per pedofili’. Adottando la stessa proporzione, ci sarebbero almeno 4.300 pedofili tra le congregazioni dei Testimoni italiani. Una cinquantina per provincia. Ma i dati non li abbiamo, né sappiamo se identica indagine sia stata condotta in Italia.

    Come detto, stiamo assistendo a un’evoluzione culturale nella difesa dei diritti umani, dove finalmente si tutelano le creature più vulnerabili e indifese, quelle senza voce (in-fanti).
    Forse tutto prese il via nel 2002, quando il team Spotlight del ‘Boston Globe’ portò alla luce gli scandali sulla pedofilia nelle gerarchie della Chiesa Cattolica.

    Le Commissioni Reali nel Commonwealth ne sono state l’enzima

    Gli Stati Uniti stanno ora facendo da locomotiva mondiale: in diversi Stati negli USA stanno estendo la prescrizione per il reato di pedofilia. Nello Stato di New York lo statuto criminale delle limitazioni per l’abuso sessuale di minore è stato esteso a 28 anni. Per i casi civili, contro persone e istituzioni, la prescrizione ora si estende fino ai 55 anni.
    Il ‘New York Child Victim Act’, a partire dal 14 agosto 2019, ha aperto una finestra temporale di un anno, durante la quale chiunque abbia subito un abuso da organizzazioni o individui sotto lo Stato di New York, potrà denunciare l’abuso al tribunale competente. Lo Stato di New York ha riservato 45 giudici per la gestione di quello che si prospetta essere un vero e proprio diluvio di denunce. La sede mondiale dei Testimoni si trova proprio nello Stato di New York.
    Il 12 agosto 2019, gli 8 membri del Corpo Direttivo dei Testimoni di Geova sono stati citati in giudizio, per responsabilità dirette legate alle politiche che hanno favorito e coperto abusi sessuali su minori.

    E l’Italia?

    Dove si pone l’Italia in questo percorso? Che cosa hanno fatto i governi multicolore di questi anni a favore delle vittime di abuso? Quale commissione è stata istituita per indagare in maniera concertata e sistematica sulla gestione dei casi di abuso sessuale su minore da parte delle istituzioni religiose e non?

    Quali accertamenti sono stati fatti in merito a sette od organizzazioni come quella dei Testimoni di Geova dove il problema è aggravato dalla mala gestione e dove i bambini sono ancora più in pericolo? Proprio come nel resto del mondo, secondo le testimonianze che abbiamo raccolto (testimoni che ci siamo impegnati a proteggere in quanto a rischio ostracismo) anche in Italia i leader dei Testimoni di Geova hanno gestito ‘in proprio’ i reati di pedofilia consumati all’interno delle congregazioni senza denunciarli alle autorità. In alcuni casi, la loro gestione ha previsto solo dei ‘comitati giudiziari’ interni.
    Come da istruzioni date ai pastori, di queste udienze vengono conservate registrazioni scritte negli ‘archivi confidenziali’ delle congregazioni. In alcuni casi si sta ora cercando di cancellare queste prove.

    In una recente lettera inviata agli anziani dell’Australia, datata 28 agosto, la Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova dell’Australasia ordina agli anziani di distruggere i verbali delle udienze giudiziarie interne e alcune note della congregazione. «Chiediamo a ciascun anziano di controllare il proprio personal computer, i file cartacei e persino la propria borsa per le adunanze, per assicurarsi che non venga conservata corrispondenza confidenziale al di fuori dell’archivio confidenziale della congregazione», si legge nella lettera.

    Il Governo italiano è consapevole del fatto che anche nel nostro Paese è stata prodotta questa documentazione? È consapevole di come la Watch Tower ha gestito negli anni la questione pedofilia? È consapevole delle udienze giudiziarie interne? Dei verbali che ne vengono redatti e conservati in appositi archivi confidenziali?

    È consapevole di come vengono gestite queste informazioni nel nostro Paese? È consapevole del fatto che molti temono di parlare per via di un ricatto morale quale è l’ostracismo, ovvero l’esclusione dalla vita sociale dell’unico gruppo di riferimento e spesso anche dalla famiglia?

    In Australia è bastata una lettera sul ‘Newcastle Herald’ per attivare una risposta in quattro giorni. Quanto passerà in Italia prima di vedere una risposta istituzionale? Chi salva una vita salva il mondo intero. Proveremo girare tutte queste domande all’Ufficio Stampa dei Testimoni in Italia, così come proveremo interpellare il Governo. Nel caso non ricevessimo risposta pubblicheremmo i dettagli del silenzio.

    ***AGGIORNAMENTO DEL 20 SETTEMBRE***

    In risposta alla richiesta per l’intervista di cui sopra abbiamo ricevuto, ieri 19 settembre, la nota che integralmente pubblichiamo qui di seguito, come da richiesta, e in spazio a parte con le considerazioni della Redazione.

    «Gentile Direttore,
    Vorremmo rispettosamente farle presente che la posizione dei Testimoni di Geova in materia di tutela dei minori è liberamente consultabile sul loro sito ufficiale, JW.ORG. Sarebbe probabilmente bastata un’analisi di tali informazioni per smontare la tesi diffamatoria dell’articolo pubblicato nel suo giornale. I Testimoni di Geova, noti in tutto il mondo per i loro alti valori morali, aborriscono gli abusi sui minori e li considerano un reato grave. Gli anziani delle congregazioni non proteggono dalle autorità chi commette abusi su minori. In tutti i casi di abusi su minori le vittime e i loro genitori (o chiunque altro sollevi l’accusa) hanno il diritto di sporgere denuncia alle autorità competenti. Per ulteriori informazioni, si veda il documento “La posizione dei Testimoni di Geova in materia di tutela dei minori in armonia con la Bibbia”: https://www.jw.org/it/news/sviluppi-legali-diritti-umani/risorse-legali/informazioni/materiale-posizione-testimoni-di-geova-tutela-minori/
    Con preghiera di pubblicazione in calce all’articolo diffamatorio.
    Cordiali saluti
    Ufficio Stampa
    Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova»

  • Papa Francesco: rescritto per Istruzione “Sulla riservatezza delle cause”, tolto “segreto pontificio” su abusi, resta “segreto d’ufficio”

    Papa Francesco: rescritto per Istruzione “Sulla riservatezza delle cause”, tolto “segreto pontificio” su abusi, resta “segreto d’ufficio”

    Gli abusi sessuali commessi da membri del clero su minori non sono più coperti da “segreto pontificio”. Rimane, invece, il “segreto d’ufficio” per garantire “la sicurezza, l’integrità e la riservatezza” delle varie fasi del processo e “tutelare la buona fama, l’immagine e la sfera privata di tutte le persone coinvolte”. È la novità principale contenuta nel rescritto del Papa con cui si promulga l’Istruzione “Sulla riservatezza delle cause”, che entra in vigore immediatamente, dopo la pubblicazione su L’Osservatore Romano.

    D’ora in poi, stabilisce il Santo Padre, “non sono coperti dal segreto pontificio le denunce, i processi e le decisioni” riguardanti i “delitti” contro il sesto comandamento del Decalogo, che – come si legge nell’articolo 1 del Motu proprio “Vos estis lux mundi”, emanato dal Papa il 7 maggio 2019 – consistono: “nel costringere qualcuno, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità, a compiere o subire atti sessuali; nel compiere atti sessuali con un minore o con una persona vulnerabile; nella produzione, nell’esibizione, nella detenzione o nella distribuzione, anche per via telematica, di materiale pedopornografico, nonché nel reclutamento o nell’induzione di un minore o di una persona vulnerabile a partecipare ad esibizioni pornografiche”.

    Sono punibili, inoltre, stabilisce il Motu Proprio del maggio scorso, anche le “azioni od omissioni dirette a interferire o ad eludere le indagini civili o le indagini canoniche, amministrative o penali, nei confronti di un chierico o di un religioso”. Per quanto riguarda le cause e i processi, l’Istruzione – diffusa oggi dalla Sala Stampa della Santa Sede ma firmata dal cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, il 6 dicembre scorso – dispone che “le informazioni sono trattate in modo da garantirne la sicurezza, l’integrità e la riservatezza, al fine di tutelare la buona fama, l’immagine e la sfera privata di tutte le persone coinvolte”. “Il segreto d’ufficio – si precisa però nel rescritto del Papa – non osta all’adempimento degli obblighi stabiliti in ogni luogo dalle leggi statali, compresi gli eventuali obblighi di segnalazione, nonché all’esecuzione delle richieste esecutive delle autorità giudiziarie civili”. “A chi effettua la segnalazione, alla persona che afferma di essere stata offesa e ai testimoni non può essere imposto alcun vincolo di silenzio riguardo ai fatti di causa”, si dispone infine nell’Istruzione.

  • “Fraternità” la setta di don Franco “lui non pregava per noi, lui ci predava”

    “Fraternità” la setta di don Franco “lui non pregava per noi, lui ci predava”

    “ Come puoi dire di no a Dio?

    Vedete è importante capire che non è soltanto un abuso fisico ma è anche un abuso spirituale e che quando un prete ti fa questo, ti sta rubando anche la tua fede.

    Così chiedi aiuto alla bottiglia, o a una siringa e se non funzionano ti butti da un ponte.

    Per questo ci chiamiamo sopravvissuti” (dal film Spotlight)

    Di Francesco Zanardi

    Nella “Fraternità”di don Franco, la prima regola era “Non parlare con nessuno della Fraternità, o ne sei fuori”.

    Sori, piccolo borgo della Riviera Ligure, dove l’unico punto d’incontro finita l’estate, rientrati i turisti, è la parrocchia, e lì c’è Dio, don Franco Castagneto è il suo rappresentante.

    Per un cattolico, essere di utilità al parroco, è come essere utili a Dio e ci si sente privilegiati.

    Un grande vantaggio per don Franco, un uomo molto astuto e capace di cogliere le passioni personali di chi poi scelse come “adepti”.

    Guglielmo (nome di fantasia) mi racconta che già a 15 anni sentiva attrazione per il suo stesso sesso e a don Franco questa cosa non sfuggì. “Mi sentivo privilegiato, era mio dovere prendermi cura degli abiti, i più femminili, delle parrucche che il don possedeva. Lo sapevano tutti, la scusa ufficiale è che servivano per fare teatro…

    …ricordo una sera, ero con quattro amici e andammo da don Franco. Ci vestì da donna, ci truccò e poi andammo a ballare… All’epoca non esisteva ancora la Fraternità, io non la vidi mai… Don Franco mi ha molestato più volte, ma ero attratto da mio stesso sesso e a 15 anni ero confuso, non li vedevo come abusi, allora… oggi invece mi rendo conto…

    Tutto finì il giorno che dissi al don che secondo me lui era omosessuale. Per questo non vidi mai la Fraternità, da quel momento fui defenestrato, rimasi solo e isolato dal gruppo. Mi segnò moltissimo.“

    Nei dieci giorni d’indagine, sentendo uno a uno i testimoni, uomini e donne, c’è chi racconta che spesso durante le prediche del don piangeva, erano coinvolgenti e affascinavano al punto tale da commuovere. Chi ricorda il fascino che il don aveva, “era speciale”: “almeno all’epoca lo credevamo (come per Guglielmo), riusciva a capire quello che piaceva alle persone, i loro gusti, desideri, ambizioni.”

    Prediligeva intorno a sé i bei ragazzi, anche quelli di intelletto, ma con una caratteristica comune: la fragilità. Divennero una sorta di adepti in quella che fu la Fraternità.

    Non coinvolgeva molto le donne, tranne una. Divenne un po’ il punto di riferimento nel gruppo femminile, la portavoce, consigliera, insomma, il contatto col don. Era molto devota, ingenuamente faceva il gioco del don. “Oggi penso che approfittò della sua ingenuità per manipolarla e tenerci sotto controllo”.

    Il gruppo degli uomini – venti scarsi – era invece seguito da don Franco in persona.

    Qui avveniva la manipolazione principale. Nella cultura cattolica è un principio “naturale” la sovranità del maschio sulla femmina, ad un cattolico passa quasi inosservata. Condizionando gli uomini della Fraternità, questi a loro volta condizionavano le loro donne, le quali erano poi in qualche modo controllate dalla loro referente, quella più vicina al don.

    Il don aveva creato un sistema piramidale con lui al primo posto “per l’autorità conferita da Dio”. Dopo di lui l’élite, un gruppo di uomini di cui aveva il controllo, a loro volta privilegiati in quella posizione. In un paesino di 4000 abitanti come Sori, ha una grande importanza essere nelle grazie di Dio. Qui va ricordata la nostra cultura, ancora visibile oggi nei piccoli borghi dove quando una famiglia ha un problema, va dal parroco.

    Il lunedì sera, solo gli uomini, si riunivano in quello che era un incontro “segreto” nel quale decidere le sorti della Fraternità, si parlava di spirito, di fede e “fraternamente”, in quella sede, ci si metteva a nudo col don, confessando al gruppo le proprie intimità, debolezze, paure.

    In quella sede don Franco li predava delle loro intimità più profonde, plagiati dalla fede e dalla suggestione che quel gruppo di élite, così vicino a Dio, creava in loro.

    Al termine, si benediva il tutto e si sigillava la segretezza dell’incontro, non per il valore in sé dei contenuti, ma per il valore emotivo personale di quei contenuti (il bottino del don), con qualcosa di ancora più emotivo e compromettente, che non potevi rifiutare a quel punto: diversamente eri fuori dal gruppo, restavi isolato, nella vergogna e di fronte al paese.

    “Fraterni” rapporti orali, non costretti ma in qualche modo fortemente indotti, quasi d’obbligo. Un forte rituale “baciatemi come gli apostoli con Gesù”… per poi proseguire.

    Ma quel sesso non era il sesso del don, quello era soprattutto un compromettente atto per consolidare la Fraternità e la fratellanza. In sostanza uno strumento per assicurarsi il silenzio.

    Don Franco aveva anche i suoi amanti, non solo Guglielmo.

    Mattia racconta che in chiesa, sull’altare lo spogliava… fino all’orgasmo. Mentre ne parlo con la sua ex fidanzata dell’epoca, ha il magone, fortissimo in lei il senso di colpa. Poi singhiozza, alza lo sguardo ma un pelo al di sotto dei miei occhi e dice “l’ho portato io in parrocchia”.

    Un’altra del gruppo delle donne mi confessa di sentirsi sciocca per non aver capito. Col senno di poi “mio marito era omosessuale, pensandoci oggi, era evidente, ma ero una ragazzina”.

    “Mi sento sciocca se penso che lo accompagnavo dal don, poi mi mettevo in sala a leggere un libro, loro andavano di là, pensavo per la Fraternità, erano cose riservate, noi donne non dovevamo saperle. Ho capito dopo che non parlavano quando andavano di là…”

    Ricorda che fu don Franco a “combinare” il matrimonio, ad intervenire col marito nei quasi palesi momenti di crisi. Oggi riflettendone con me, realizza che quel matrimonio tanto spinto dal don, forse era solo un modo per rendere un suo amante insospettabile, che, accompagnato dalla moglie lo andava a trovare. Mentre siamo in un bar di Genova, in una sua riflessione; “quando annullammo il matrimonio presso la Sacra Rota, ricordo che non vollero entrare in dettagli, don Franco ci sposò e in quel documento il suo nome doveva restare solo per colui che celebrò il matrimonio… omettemmo tutto il resto”.

    La signora di cui sto parlando non è un personaggio qualunque della nostra storia, è colei che all’epoca era la referente del gruppo femminile e il suo, risulterà poi non essere l’unico matrimonio annullato.

    Una comunità di 4000 abitanti dove la chiesa è il cuore della società, il parroco è il “primo cittadino”, poi vengono il medico, il maresciallo e infine il sindaco, dove gli scandali del paese si lavano in paese… ma tutti sanno e c’è tanta rabbia da un lato, dall’altro la confusione e il dolore di chi, in qualche modo, è coinvolto.

    Primi anni novanta, ci sono delle denunce alla diocesi di Genova, dalla quale La fraternità sembra attendesse un riconoscimento ufficiale e, invece, la diocesi fa chiudere la setta e sposta il don sopra a Sori, a Canepa, borgo di poche anime dove continuerà a vedere i suoi fedelissimi.

    1998, don Franco viene nuovamente spostato. La sua destinazione è improbabile, soprattutto perché in diocesi c’è un fascicolo con accuse gravi contro di lui.

    Parroco di Albaro: un pò come fossimo ai Parioli genovesi, la parrocchia del cardinale Angelo Bagnasco, un posto di lustro. Lì vari gruppi di giovani ruotano intorno alla parrocchia.

    L’aria di Albaro fa decisamente bene al don, al punto tale di redimerlo, almeno pare…

    Ma nella lettera anonima sembra trattarsi di fatti recenti, quelli di Sori li ho scoperti per caso quando mi recai nella parrocchia di Albaro, presentandomi come vittima e mi venne chiesto, se ero vittima di Genova o di Sori, lì capii che dovevo indagare a Sori prima che a Genova. D’altra parte lì avevo già provato, inviando due complici ai quali più persone, uscendo dalla messa della domenica, risposero nell’omertà più profonda di non conoscere il don, lì da 20 anni.

    Eppure la cronaca locale, che oggi clamorosamente tace il caso, di lui ne ha parlato molto in passato; “Genova, senzatetto in parrocchia il prete lo vuole cacciare, è scontro” ci fu anche una raccolta firme “Firme contro il senzatetto, il parroco è per il suo bene”. Se ne parlò tanto anche per la visita del papa “Aspettando Papa Francesco, viaggio nelle parrocchie. Don Castagneto: “Sarà uno stimolo per la città“.

    Oggi pare si sia persa memoria.

    A differenza dei colleghi che andarono per me sul posto, non trovai neppure strana la cosa, anzi, mi feci la solita domanda: perché tanta omertà?

    Nel frattempo, domenica 1 dicembre 2019, sul Fatto Quotidiano “Quel prete deve sparire”.

    Ben quattro pagine sul caso, nella rubrica Sherlock a firma di Ferruccio Sansa. Il Fatto parlerà della vicenda per quattro giorni consecutivi.

    Quanto accaduto a Sori trenta anni prima, e tenuto nascosto dalla chiesa malgrado il fascicolo del 98, era finalmente di dominio pubblico. Come è normale che sia in questi casi, mi contattano presunte vittime, testimoni, chi sapeva soltanto e ancora oggi sente il peso per non aver parlato e vuole farlo adesso.

    Scopro che non esiste solo il fascicolo del 98, gestito all’epoca da monsignor Alberto Tanasini (che conferma): nel 2017, più fonti raccontano di altre persone andate in diocesi.

    …don Franco era già ad Albaro …poi, nell’agosto 2019, prima di ricevere la lettera anonima, la chiesa lo fa sparire. Mi chiedo perché? I fatti di Sori sono vecchi di trent’anni, non ha senso li affrontino oggi… no?

    Lo stesso mons. Tanasini però, se pur blindato nei suoi ruoli, parlando del recente, si lascia scappare convinto quel “sentore” che immediatamente dopo, attribuirà glissando, ad una mera sensazione.

    Rifletto tra me: possibile che ad Albaro nessuno fiati? Possibile che nessuno sia almeno incazzato per il fatto che la chiesa sapesse e lo abbia lasciato a contatto con minori? hanno affidato a quel prete i propri figli, possibile non ci sia una sola persona almeno indignata?

    Da una parte decine di testimonianze, dall’altra uno squilibrio, il più totale silenzio di un’intera comunità, nessuno che esprima un’opinione. Non vengo neppure attaccato per aver fatto uscire la storia …La scena è inquietante, sembra di essere nel centro del deserto. Persino l’arcidiocesi di Genova fa scena muta.

    È il 3 dicembre, suona il telefono. Una persona mi fa riflettere.

    Un po’ sulle sue e irritato mi dice “Zanardi ma perché questa roba esce dopo trenta anni? Se lo è domandato?”, quasi ad accusare che qualcuno mi stia strumentalizzando… Parliamo e capisce che non è così, si apre, ma a questo giro sono io che mi chiedo chi c’è dall’altra parte del telefono… Mi parla di matrimoni combinati, capisco che sa, lì io c’ero già arrivato. Mi parla anche di possibili indennizzi o accordi… roba recente…

    …indennizzi? potrebbe essere: non sono inusuali gli accordi tra le parti con il vincolo della riservatezza, soprattutto quando la presunta vittima è prescritta, ma malgrado ciò, il caso dà ancora prurito a qualcuno.

    Approfondisco, inizio a sentire le persone che ho a disposizione, vengo messo in contatto con altre, passano giorni. Scopro che più persone, negli ultimi 10 mesi, si sono recate alla diocesi di Genova. Qualcuno addirittura è stato convocato. Tutti per don Franco Castagneto.

    Qualcuno confermerebbe di aver sentito parlare di accordi… Commenta “ora forse si spiega anche il retro front di alcuni”. Ma qualora ci fossero stati accordi, il vincolo della riservatezza fa il suo lavoro e non se ne viene a capo, diversamente decade l’accordo.

    Il 13 dicembre, una testata genovese “FIVEDABLIU”, pubblica la risposta della curia, alla richiesta di chiarimenti sul caso di don Franco Castagneto “La questione, già da diverso tempo, è stata affidata alla competente Congregazione vaticana cui spetta di procedere“.

    Per ora, solo il doloroso riscatto di chi per trenta anni si è tenuto dentro questa sofferenza, oggi emersa, dando in qualche modo ai protagonisti, l’opportunità di rielaborare quei fatti lontani, che però hanno pesantemente condizionato la loro vita.

    L’inizio del percorso che li porterà a non essere più vittime di quei fatti. L’inizio della convivenza con quel vissuto. La ragione.

    Francesco Zanardi

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webpwp-content/uploads/2026/01/il-vescovo-di-bilbao-riconosce-il-lavoro-di-el-pais-per-indagare-sulla-pedofilia-e-gli-sforzi-delle-vittime-per-denunciare.webp2019/12/08/il-fallimento-della-chiesa-di-genova-sulla-pedofilia-note-a-margine-del-caso-don-franco-castagneto/

    P.S.

    Continueremo a prestare attenzione all’evolversi del caso, attualmente già all’attenzione della Procura di Genova. Alcune cose non sono state riportate in quanto al momento non trovano rilevanza. I racconti sono stati volutamente sintetici e parziali, esposti integralmente non avrebbero accresciuto i fatti.

    Per segnalazioni potete contattarci qui

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  • Monsignor Zanchetta il 27.11 si presenterà alla giustizia argentina: chiesto l’arresto per abusi sessuali

    Monsignor Zanchetta il 27.11 si presenterà alla giustizia argentina: chiesto l’arresto per abusi sessuali

    Monsignor Gustavo Zanchetta si presenterà alla giustizia argentina, che ha chiesto il suo arresto con l’accusa di abusi sessuali. Lo rende noto un comunicato del suo difensore canonico, Javier Belda Iniesta. «Mons. Zanchetta – informa l’avvocato – partirà lunedì 25 novembre di sera, ed atterrerà all’aeroporto di Sala la mattina del 26 novembre», in vista dell’udienza del 27 novembre. Il difensore ribadisce poi che Zanchetta intende «continuare a collaborare, come ha fatto finora» all’accertamento della verità.

    Zanchetta ormai è cittadino vaticano e dal 2015 risiede a Santa Marta. Era stato Papa Francesco a chiamarlo in curia quattro anni fa, per aiutarlo a risolvere una serie di problemi che erano nati nella diocesi di Orani, legati però non tanto ad abusi ma al suo rapporto burrascoso con il clero locale e ad una presunta mala gestione finanziaria.

    Il caso Zanchetta è ben conosciuto in Vaticano ed è fonte di enormi imbarazzi da un paio d’anni in qua, quando l’accusa di presunti abusi è emersa. Il magistrato, secondo quanto venne pubblicato da El Tribuno, lo ha accusato di avere molestato due seminaristi. Il giornale argentino aveva anche reso noto che sul cellulare dell’arcivescovo erano state trovate delle fotografie oscene su una sua relazione omosessuale.

    Il Papa non ha mai voluto parlare direttamente di queste vicende anche se l’anno scorso, alla televisione messicana Televisa, aveva accennato che Zanchetta sarebbe restato in Vaticano perchè nel dubbio bisogna sostenere il presunto colpevole. In dubbio pro reo. Zanchetta si proclama innocente.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/monsignor_zanchetta_abusi_sessuali_giustizia_argentina_arresto_oggi_ultime_notizie-4882204.html

  • ‘Chierichetti’ del Papa, altri tre presunti abusi

    ‘Chierichetti’ del Papa, altri tre presunti abusi

    Altri tre presunti abusi a chierichetti del papa nel pre-seminario San Pio X, unico posto all’interno delle mura Vaticane dove vivono dei bambini a 200 metri dalla basilica di San Pietro. Lo rivelano Le Iene nella puntata di ieri sera mentre la notizia rimbalza sui media internazionali dal britannico ‘The Guardian‘ all’americano ‘New York Times‘ che hanno visionato in anteprima l’inchiesta di Italia Uno. Con altre tre testimonianze inedite, salirebbero dunque a cinque i casi di presunti abusi e a tre quelli dei sacerdoti coinvolti, dagli anni 70 fino ai giorni nostri. Vatican Youth Seminary Scandal Grows With New Abuse Claims

    L’inchiesta del programma di Italia Uno, condotta da Gaetano Pecoraro e Riccardo Spagnoli, risale a due anni fa. La trasmissione aveva già raccontato la storia di uno degli ospiti del pre-seminario che, dopo aver servito per anni sia Joseph Ratzinger che papa Francesco, aveva rivelato di essere stato testimone oculare di abusi sessuali che il suo compagno di stanza avrebbe subìto da ragazzino nel pre-seminario. Dopo il primo servizio andato in onda, si era unito al coro degli accusatori anche un secondo ragazzo, che aveva puntato il dito sempre contro lo stesso seminarista, poi diventato sacerdote, che respingeva fermamente le accuse proprio come avevano fatto anche tutte le più alte cariche sopra di lui.

    Il 17 settembre di quest’anno, direttamente dalla sala stampa della Santa Sede, lo stato del Vaticano aveva chiesto il rinvio a giudizio di due sacerdoti con l’accusa di favoreggiamento. “Per la prima volta nella storia della Chiesa si indaga su quello che sarebbe accaduto, secondo i testimoni, tra le mura del Vaticano – commentano Le Iene – Il processo non si sarebbe mai potuto svolgere se non fosse stato per la diretta e personale volontà di Bergoglio che, sul caso specifico, ha modificato la procedura rimuovendo la causa di improcedibilità”.

    Nel servizio di ieri, partendo da una email contenente quelle che sono le nuove accuse, Gaetano Pecoraro ha incontrato altri tre presunti abusati e presunti abusatori. Le accuse sono sempre le stesse: alcuni seminaristi testimoniano di essere state vittime o di essere a conoscenza di abusi sessuali ai danni di ragazzini di soli 11 anni. Arrivano dunque a ben cinque i casi di pedofilia e a tre quelli dei sacerdoti coinvolti.

  • Abusi sui “chierichetti del Papa”, il nuovo servizio delle Iene: «Molestie a ragazzini di soli 11 anni»

    Abusi sui “chierichetti del Papa”, il nuovo servizio delle Iene: «Molestie a ragazzini di soli 11 anni»

    I presunti abusi in Vaticano sui “chierichetti del Papa” sono al centro della nuova inchiesta de “Le Iene” a cura di Gaetano Pecoraro. Il caso non è nuovo: già nel 2017 la trasmissione di Italia 1 si era occupata di questa storia di molestie su minori all’interno del pre-seminario San Pio X. A finire nell’occhio del ciclone è stato don Gabriele Martinelli, accusato di di abusi da due minori e rinviato a giudizio (insieme al rettore don Enrico Radice) lo scorso settembre per volontà proprio di Papa Francesco.

    Le Iene tornano a occuparsi di questa storia, raccogliendo nuove testimonianze e accuse verso i presunti religiosi pedofili. Nelle nuove testimonianze emergono i dettagli di quanto sarebbe avvenuto. «L’ha buttato sul letto e sembrava che voleva fargli qualcosa, con intenzioni ambigue. Lui gli ha dato una gomitata ed è scappato via». E ancora: «Si è trovato in braccio sulla sedia e gli ha detto di tirarlo fuori».

    «Mi ha detto di salire nella sua stanza – racconta un ex alunno – Non ci vedevo nulla di male, avevo undici anni. Mi chiese di avvicinarmi, mi mise una mano sulla gamba, poi piano piano salì. Mi mise una mano sul p***, il dito sopra e la mano sopra, a cucchiaio. E mi chiese se avessi avuto voglia di farglielo vedere, più di una volta». Il servizio si chiude con la versione del prete: «Io non ho mai toccato i ragazzi. Ma per l’amor del cielo. Quando ero Rettore non andavo nemmeno a guardarli mentre facevano la doccia».

    Nel servizio che andrà in onda stasera altre tre testimonianze inedite offrono ulteriori racconti su ciò che sarebbe successo sempre all’interno di quelle mura, facendo arrivare a ben cinque i casi di presunti abusi e a tre i sacerdoti coinvolti, dagli anni ’70 fino ai giorni nostri. Partendo da una email contenente quelle che sono nuove accuse, Gaetano Pecoraro incontra presunti abusati e presunti abusatori. Le accuse sono sempre le stesse: alcuni seminaristi testimoniano di essere state vittime o di essere a conoscenza di abusi sessuali ai danni di ragazzini di soli 11 anni.

    La trasmissione aveva già raccontato la storia di Kamil che, dopo aver servito per anni sia Joseph Ratzinger che Papa Francesco, un giorno ha deciso di raccontare la sua versione dei fatti: sostiene infatti di essere stato testimone oculare di abusi sessuali che il suo compagno di stanza Marco avrebbe subìto da ragazzino durante la sua vita nel pre-seminario. Dopo il primo servizio andato in onda, si era unito al coro degli accusatori anche un secondo ragazzo, che aveva puntato il dito sempre contro la stessa persona, Don Gabriele Martinelli un seminarista, poi diventato sacerdote.

    Martinelli respingeva fermamente le accuse proprio come avevano fatto anche tutte le più alte cariche sopra di lui, partendo da Don Enrico Radice, rettore del pre-seminario (ai tempi in cui Marco e Kamil lo frequentavano) e di Don Gabriele Martinelli stesso. Il 17 settembre di quest’anno, direttamente dalla sala stampa della Santa Sede, risuona la notizia che «lo Stato del Vaticano ha chiesto il rinvio a giudizio di Don Gabriele Martinelli, con l’accusa di abusi sessuali e di don Enrico Radice, rettore del pre-seminario all’epoca dei fatti, con l’accusa di favoreggiamento». Un processo che non si sarebbe mai potuto svolgere se non fosse stato per la diretta e personale volontà proprio di papa Bergoglio che, sul caso specifico, ha modificato la procedura rimuovendo la causa di improcedibilità. Per la prima volta nella storia della Chiesa si indaga su quello che sarebbe accaduto, secondo i testimoni, tra le mura del Vaticano.

    https://www.ilmessaggero.it/televisione/pedofilia_preti_vaticano_chierichetti_papa_le_iene_servizio_ultime_notizie-4866991.html

  • Abusi, accolto il ricorso presentato dal cardinale George Pell

    Abusi, accolto il ricorso presentato dal cardinale George Pell

    La richiesta d’appello presentata dal cardinale George Pell è stata accolta. Si allungano così i tempi processuali. Il Vaticano ha fiducia nella giustizia australiana

    Il cardinale George Pell sarà giudicato in appello. Questa è, in sintesi, la conseguenza della decisione che arriva dall’Australia, dove la vicenda processuale del porporato continua a tenere banco.

    L’uomo che Papa Francesco aveva individuato per la guida della Segreteria per l’Economia è stato condannato in primo grado a sei anni per abusi sessuali. Quelli che il porporato avrebbe commesso anni fa, quando era ancora incaricato nella sua nazione d’origine, ai danni di due minorenni. Nello specifico, le molestie sarebbero state inflitte a due giovanissimi membri di un coro. Parliamo di episodi che avrebbero avuto luogo negli anni 90′. Trattasi, qualunque sia la verità, dell’ecclesiastico più alto in grado mai coinvolto in una vicenda giudiziaria di questa tipologia. E anche per questo motivo il caso di George Pell è seguito da anni da buona parte dei media internazionali.

    Per quanto valga però la pena rimarcare come l’accusato, sin dall’inizio di queste vicessitudini, abbia sempre rivendicato la sua assoluta innocenza. Un dettaglio non di poco conto, che è stato anche sottolineato pure dalla Santa Sede nel momento in cui la Sala Stampa ha voluto commentare la notizia sul via libera alla richiesta d’appello da parte dell’Alta Corte australiana. I tempi previsti non sono proprio brevi: si pensa che la prima udienza possa svolgersi entro l’inizio della prossima primavera. La chiarezza giudiziaria, insomma, non sembra essere dietro l’angolo. Ma ci sarà un’altra pronuncia. Quella che dovrebbe stabilire, una volta per tutte, se Pell è colpevole o no.

    Nel frattempo, il cardinale, che è anche considerato un convinto conservatore, dovrà con ogni probabilità rimanere all’interno del carcere di Melbourne, da dove, di recente, ha persino tuonato contro alcune scelte fatte, da un punto di vista dottrinale, durante le fasi che hanno preceduto il Sinodo panamazzonico. Il Vaticano, dal canto suo, ha subito rilasciato delle dichiarazioni sulla novità emersa attorno all’appello: “La Santa Sede, nel confermare la propria fiducia nella giustizia australiana, prende atto della decisione dell’Alta Corte australiana di accogliere la richiesta di appello presentata dal cardinale George Pell, consapevole che il cardinale ha sempre affermato la propria innocenza”, ha fatto sapere il Direttore della Sala Stampa Matteo Bruni.

    Attraverso i medesimi virgolettati, la Santa Sede ha in ogni caso ribadito “la propria vicinanza a quanti hanno sofferto a causa degli abusi da parte dei membri del clero”. A riportare questi commenti, tra gli altri, è stata l’Adnkronos. La questione degli abusi in Australia è molto sentita. La nazione oceanica, come il Cile e gli Stati Uniti, è stata colpita da quello che Joseph Ratzinger ha chiamato “collasso morale”. Il governo australiano e gli enti intermedi stanno anche cercando di mettere in campo una serie d’iniziative legislative che garantiscano le vittime, prescindendo per esempio dal segreto confessionale.

    http://www.ilgiornale.it/news/mondo/abusi-accolto-ricorso-presentato-cardinale-george-pell-1783790.html