Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Mendoza: sono state chieste condanne a 45 e 50 anni per i due sacerdoti accusati di abuso sessuale nel Provolo

    Mendoza: sono state chieste condanne a 45 e 50 anni per i due sacerdoti accusati di abuso sessuale nel Provolo

    Il reclamo richiedeva la pena massima per Horacio Corbacho e 5 anni in meno per Nicola Corradi. In precedenza, l’accusa aveva chiesto 45 per entrambi. Per il giardiniere Gomez, 22 anni e mezzo.

    In piena fase di accuse durante il processo per abuso sessuale nell’istituto Próvolo , l’accusa ha richiesto condanne a 45 anni di carcere per i sacerdoti Nicola Corradi (83) e Horacio Corbacho (59), mentre ha richiesto 22 anni e mezzo per ex giardiniere Armando Gómez (48).

    Poi è stata la volta della denuncia, che ha richiesto  50 anni per Corbacho  e, come aveva fatto l’accusa, 45 per Corradi e 22 e mezzo per Gomez.

    Tutti e tre sono accusati di abusi sessuali e corruzione di minori nella struttura dove hanno lavorato a Carrodilla, Mendoza. La pena massima per questi crimini raggiunge i 50 anni.

    Il processo è iniziato il 5 agosto di quest’anno e il dibattito è affidato al Collegio penale n. 2, composto dai magistrati Carlos Díaz, Aníbal Crivelli e Mauricio Juan, che potrebbe emettere la sentenza la prossima settimana. Più di 20 ex studenti hanno riferito di essere stati maltrattati e attaccati mentre studiavano nel Próvolo.

    Tutto indicherebbe che la sentenza sarebbe stata prima del 26 novembre , quando i tre anni dagli arresti e il terzo anniversario delle aberrazioni che hanno scioccato Mendoza e il mondo sono venuti alla luce .

    Il procuratore Iturbide ha affermato che Corbacho “ha il maggior numero di accuse di stupro (abusi sessuali aggravati)”, mentre Corradi aggrava la sua situazione perché “era il reggente dell’istituto e ha coordinato tutto ciò che è accaduto lì”. ¿Gomez? “Una persona influente, analfabeta, con poca istruzione e sorda.”

    “Nel caso del sacerdote Corbacho, siamo stati in grado di verificare la materialità di 16 fatti , 6 di Corradi per corruzione di minori e 6 di Gomez per semplice abuso e corruzione di minori”, ha detto Iturbide in una conferenza stampa. Delle 16 accuse contro Corbacho, 8 sono per abusi sessuali aggravati con accesso carnale (stupri).

    “È molto grave quello che è successo al Provolo, queste persone avevano tutti gli elementi per fare qualcosa di buono in quella scuola e aiutare i bambini con questa disabilità e hanno rovinato tutto ” , ha detto il funzionario, che ha aggiunto. “Non abbiamo chiesto per 50 anni, come stabilito dalla pena più grave per questi crimini, perché non avevano precedenti”.

    Il procuratore, Gustavo Stroppiana, ha ritenuto che “nella nostra struttura argomentativa ciò che esprimiamo è che vi è certezza dei fatti , che le vittime sono vittime e, grazie al sostegno degli operatori sanitari, queste persone con disabilità potrebbero dire cosa era successo a loro “.

    Pochi minuti fa, gli avvocati dell’accusa Sergio Salinas e Lucas Lecour – della ONG Xumek – erano responsabili per aver confermato la loro richiesta di condanna per i fatti che coinvolgono le 5 vittime che difendono. E hanno richiesto la pena massima per il sacerdote Corbacho , che ha il maggior numero di imputazioni -16 in totale- e anche che accumula il maggior numero di accuse per violazioni.

    Gli avvocati di Xumek – come riferisce Los Andes – hanno anche aderito alla richiesta della Procura (composta anche da Gustavo Stroppiana) in riferimento alle sanzioni per Corradi e Gómez. Per quanto riguarda i suoi difensori, solo il sacerdote ottantenne è coinvolto per un episodio di corruzione e l’ex giardiniere per due.

    Inoltre, Salinas e Lecour hanno avanzato una serie di richieste riguardanti misure di prevenzione, sia per le vittime che per evitare simili episodi futuri. Tra questi, chiedono che la Chiesa cattolica presenti una “richiesta di scuse pubbliche” a coloro che sono coinvolti in questo caso.

    Lunedì, il pubblico ha dovuto recarsi in un’improvvisa sala intermedia poiché, mentre stava facendo il suo appello di Iturbide, Corradi ha subito un guasto, per il quale è stato curato nel reparto e ha dovuto essere trasferito all’Ospedale Centrale.

    Corradi è agli arresti domiciliari a causa della sua età avanzata e dei suoi problemi di salute. Come è stato appreso, il sacerdote ha sofferto di una lipotimia, ma la sua foto non era seria, poiché questo martedì era presente in tribunale per ascoltare il resto dell’accusa.

    Nel frattempo, mercoledì saranno le accuse di Leandro Lanci e Oscar Barrera, che rappresentano anche le vittime. Mentre giovedì e venerdì, la difensore ufficiale dei tre imputati, Alicia Arlotta, proverà a confutare le accuse dell’accusa.

    Gli imputati sono accusati di quasi 30 atti di abusi sessuali aggravati, semplici abusi e corruzione di minori commessi tra il 2004 e il 2016 presso l’Istituto Antonio Próvolo per i bambini sordi e con problemi di udito nella città di Mendoza, Luján de Cuyo.

    SC

    https://www.clarin.com/sociedad/caso-provolo-fiscalia-pidio-45-anos-prision-curas-acusados-abusos_0_KOyqprS3.html

  • Guai per Zanchetta, diocesi perquisita e sequestrati i pc

    Guai per Zanchetta, diocesi perquisita e sequestrati i pc

    Nico Spuntoni

    Nuove ombre su Gustavo Óscar Zanchetta, il vescovo argentino sul quale è già in corso un’inchiesta per presunti abusi sessuali. I locali della diocesi di Orán sono stati perquisiti dagli uomini della Procura della Repubblica. Un provvedimento scaturito nell’ambito di un’indagine per presunte frodi contro lo Stato ed amministrazione fraudolenta.

    Nuove ombre su Gustavo Óscar Zanchetta, il vescovo argentino sul quale è già in corso un’inchiesta per presunti abusi sessuali. I locali della diocesi di Orán, di cui il prelato fu titolare dal 2013 al 2017, sono stati perquisiti dagli uomini dell’Unità per i crimini economici della Procura della Repubblica.

    Un provvedimento scaturito nell’ambito di un’indagine per presunte frodi contro lo Stato ed amministrazione fraudolenta. L’accusa è relativa a fatti che sarebbero avvenuti proprio nel periodo in cui Zanchetta, prima di essere nominato a sorpresa assessore dell’Amministrazione del patrimonio della Sede Apostolica, ricopriva l’incarico di vescovo. La perquisizione, condotta da Monica Viazzi, procuratore penale di Salta, ha portato al sequestro dei computer e dei documenti presenti nel quartier generale amministrativo della diocesi e risalenti a quel lasso temporale.

    La scorsa estate il pubblico ministero competente ha formalizzato contro Zanchetta l’accusa di “abusi sessuali continui ed aggravati” sulla base delle testimonianze di due seminaristi che hanno raccontato di aver subito molestie sessuali tra il 2016 ed il 2017. Dall’Argentina, i problemi del vescovo emerito di Oràn sono arrivati in Vaticano: su di lui è stata aperta un’indagine anche da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede.

    Questo però non gli ha impedito di partecipare agli esercizi spirituali nella Casa del Divin Maestro ad Ariccia lo scorso marzo, invitato direttamente da Francesco. Il papa ed il vescovo indagato si erano conosciuti quando entrambi lavoravano nella conferenza episcopale argentina: Zanchetta era stato il sottosegretario esecutivo durante la presidenza dell’allora cardinale Bergoglio. La sua era stata una delle prime ordinazioni episcopali dell’attuale pontificato, il 23 luglio del 2013. Quattro anni dopo, però, il pontefice aveva dovuto accogliere le sue dimissioni arrivate dopo le continue lamentele pervenute in Vaticano tramite la Nunziatura e relative ad una presunta gestione economica disordinata della diocesi e a comportamenti autoritari.

    Nonostante ciò, il 19 dicembre del 2017 Zanchetta è stato nominato Assessore dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica, incarico nel quale non ha predecessori e – finora – neppure successori. Pur essendo sospeso dalle sue funzioni per l’indagine portata avanti sul suo conto dall’ex Sant’Uffizio, il nome del prelato argentino continua a comparire nella struttura dell’organismo guidato da monsignor Galantino. Non a caso, lo scorso giugno, nell’ambito del processo argentino per abusi nel quale è imputato, Zanchetta ha ottenuto il permesso di tornare a Roma per motivi di “natura occupazionale” almeno fino ad agosto.

    La decisione del giudice Claudio Alejandro Parisi non aveva accolto le richieste del pm che si era opposto alla possibilità di lasciar partire il vescovo, ma aveva mantenuto le misure restrittive disposte in precedenza. Francesco, rispondendo ad una domanda sull’ex sottosegretario della conferenza episcopale argentina, durante un’intervista concessa alla giornalista Valentina Alazraki per Televisa, aveva spiegato di aver creato per Zanchetta una posizione ad hoc all’Apsa, la cassaforte immobiliare della Santa Sede, perché “economicamente era disordinato, ma non ha gestito male economicamente le opere che ha fatto. Era disordinato ma la visione è buona”.

    La Santa Sede, attraverso un comunicato emesso allo scoppio del caso dall’allora portavoce ad interim della Sala Stampa, Alessandro Gisotti, aveva sostenuto che al momento della nomina presso l’organismo presieduto da monsignor Galantino, contro il vescovo argentino erano emerse accuse di autoritarismo ma non ancora quelle di abusi sessuali.

    https://lanuovabq.it/it/guai-per-zanchetta-diocesi-perquisita-e-sequestrati-i-pc

  • Emanuela Orlandi, Viganò: ”Sera scomparsa telefonata in Vaticano” – “Ecco cosa dissero”

    Emanuela Orlandi, Viganò: ”Sera scomparsa telefonata in Vaticano” – “Ecco cosa dissero”

    Dario D’Angelo – Sul caso Emanuela Orlandi, la 15enne cittadina vaticana scomparsa il 22 giugno del 1983 a Roma, parla per la prima volta Carlo Maria Viganò, ex nunzio negli Usa, noto per le sue posizioni contro Papa Francesco, intervistato da Aldo Maria Valli (ex vaticanista Rai, oggi a sua volta critico nei confronti del Santo Padre) sul suo sito.

    E sono dichiarazioni importanti, visto che Viganò all’epoca lavorava a stretto contatto con l’arcivescovo Eduardo Martinez Somalo, il sostituto per gli affari generali, una sorta di ministro dell’interno. Viganò parla di una telefonata che giunse in Vaticano in seguito alla sparizione della Orlandi:”Quella sera mi trovavo in ufficio in segreteria di Stato alla terza loggia insieme con monsignor Sandri, mentre il sostituto era assente. Erano circa le 20, o forse più tardi, quando ricevetti una telefonata da padre Romeo Panciroli, allora direttore della sala stampa vaticana, il quale mi annunciò che era giunta, appunto alla sala stampa, una telefonata anonima che annunciava che Emanuela Orlandi era stata rapita.

    Padre Panciroli mi disse che mi avrebbe inviato immediatamente via fax un testo con il contenuto della telefonata“. Viganò aggiunge: “Purtroppo la memoria non mi assiste sul contenuto preciso di quel documento. Vi si affermava che Emanuela Orlandi era detenuta da loro e che la sua liberazione era collegata a una richiesta, il cui adempimento non necessariamente dipendeva dalla volontà della Santa Sede. Si trattava di un messaggio formulato in termini precisi e ben costruito. Esso è indubbiamente reperibile nell’archivio della segreteria di Stato“.

    EMANUELA ORLANDI, EX NUNZIO VIGANO’: “I MIEI RICORDI DELLA SERA DELLA SCOMPARSA”

    Nel ripercorrere quei frangenti così concitati, monsignor Viganò ricorda le perplessità nutrite in Vaticano:”L’arcivescovo Achille Silvestrini (futuro cardinale, morto il 29 agosto scorso, ndr) lesse il testo e commentò che secondo lui si trattava dello scherzo di pessimo gusto di qualche squilibrato. Da parte mia gli feci notare che il testo era redatto in termini molto rigorosi e scritto in modo professionale e che quindi doveva essere preso in seria considerazione. Mi venne in mente che il contenuto della telefonata anonima presentava una strana coincidenza con un’altra vicenda. Poco tempo prima era giunta in segreteria di Stato una lettera, firmata da un sedicente rifugiato di un paese dell’Est Europa, il quale diceva di trovarsi in un campo profughi in Friuli e chiedeva asilo politico in Vaticano. Alla lettera allegava una sua fotografia formato tessera e un certificato della sua iscrizione al medesimo istituto di musica sacra frequentato da Emanuela Orlandi.

    Erano le dieci di sera passate e con monsignor Sandri chiamammo immediatamente il responsabile dell’archivio perché ci desse quel documento, che consegnammo in copia quella sera stessa al dottor Volpe, dell’ispettorato di pubblica sicurezza presso il Vaticano, perché facesse le opportune indagini. Nel mio ruolo di segretario non mi fu dato sapere quali iniziative abbia preso nell’immediato monsignor Silvestrini, ma non ho dubbi che ne informò il sostituto e il cardinale segretario di Stato Agostino Casaroli e anche papa Giovanni Paolo II“.

    Aldo Maria Valli nella sua intervista chiede a Viganò di precisare quel “detenuta da loro”, ma l’ex nunzio negli Stati Uniti spiega:”Mi rendo conto dell’imprecisione della mia risposta, ma la mia memoria non mi permette di precisare ulteriormente“. In ogni caso, suggerisce, Viganò, risalire al contenuto di quella telefonata non dovrebbe essere così complicato:”Certo, il testo di quella telefonata, l’appunto che ricevetti da padre Panciroli, deve essere nell’archivio della segreteria di Stato e non so se fu mai dato agli inquirenti italiani. Mi meraviglierei che non fosse stato fatto“.

    https://www.ilsussidiario.net/news/emanuela-orlandi-viganosera-scomparsa-telefonata-in-vaticano-ecco-cosa-dissero/1944286/

  • Padova: prete posta foto porno sulla chat dei cresimandi. La Diocesi lo rimuove

    Padova: prete posta foto porno sulla chat dei cresimandi. La Diocesi lo rimuove

    Genitori sotto choc. L’ipotesi è che abbia digitato il tasto sbagliato

    PADOVA Una foto «hot», con tanto di santini sullo sfondo, nella chat del catechismo. Grande sconcerto e imbarazzo a Padova tra i fedeli di una delle chiese più frequentate della zona ovest della città, dalla quale è di recente stato allontanato un sacerdote di 73 anni, strettissimo collaboratore del parroco.

    Rimosso per la «disavventura»

    L’anziano religioso, che fino a un paio d’anni fa si occupava della sala di preghiera allestita all’interno di un grande centro d’accoglienza per i profughi della provincia di Venezia, è stato rimosso dal proprio incarico, su decisione del vescovo padovano monsignor Claudio Cipolla, in seguito appunto a una «disavventura» dai contorni piuttosto «hard». La vicenda, sulla quale i vertici della parrocchia e quelli della Diocesi hanno invano provato a mantenere il più assoluto riserbo, risale alla fine di settembre scorso. Ma inevitabilmente, come quasi sempre succede in circostanze del genere, la cosa è venuta a galla. E nel giro di poco più di tre settimane, è giunta alle orecchie di decine di persone. Tanto che da un po’ di giorni, dentro e fuori il quartiere in questione, non si parla d’altro.

    Le immagini dello scandalo

    Teatro dell’«incidente» a luci rosse, come dimostrano gli «screenshot» memorizzati in tanti telefonini, è una chat di WhatsApp creata dallo stesso sacerdote e da due catechiste insieme con i genitori di circa venti bambini di quinta elementare (quindi di nove/dieci anni), prossimi a ricevere i sacramenti della Comunione e della Cresima. Una chat, come ormai capita un po’ in tutti gli ambiti, dalla scuola allo sport passando per il lavoro, che viene adoperata per scambiarsi informazioni e darsi appuntamenti. E proprio questo sta accadendo quando, una sera, tra un messaggio e l’altro, qualcuno pubblica la foto «incriminata». Cioè un pene in primo piano, una mano «tempestata» di anelli e, sullo sfondo, una mensola con appoggiati due santini religiosi. Lì per lì, evidentemente, nessuno fa caso a chi l’ha spedita. Tutti, infatti, si concentrano su altro. Poi però, quando ci si accorge che il mittente è proprio l’anziano prete, mamme e papà stentano a credere ai loro occhi e reagiscono imbufaliti: «Padre, ma cosa fa? E’ impazzito? Cos’è questa schifezza? La tolga immediatamente! Per fortuna che i nostri figli sono già a letto e non invece qui a guardare il cellulare assieme a noi!».

    Catechiste sotto choc

    A quel punto, nel disagio più totale, una delle catechiste tenta di placare gli animi, sostenendo che il telefonino del sacerdote sarebbe stato colpito da un hacker e che, di conseguenza, lo scatto «hard» sarebbe stato inviato da qualche ignoto pirata informatico. Il religioso invece, senza apparentemente mostrare alcun turbamento, si rifà vivo soltanto la mattina seguente: «Carissimi, sono dispiaciuto di quanto successo ieri notte. Stamattina – scrive – ho parlato con il parroco e mi ha consigliato di mettermi in contatto con la polizia postale. Cosa che ho fatto. Ora sono in attesa di avere delle informazioni precise. Vi auguro buona giornata».

    Le scuse

    Nessuno, chiaramente, presta fede alle parole del prete. E più di qualche genitore, sempre più stupefatto e rabbioso, si sente addirittura preso in giro: «Hacker, polizia postale – sbotta un papà – Ma credono forse che siamo tutti scemi?». Indignazione e collera, insomma, crescono a dismisura. A tal punto che poche ore dopo, rispondendo alla sommossa delle famiglie, tocca sempre a una delle catechiste comunicare che «i superiori e la Curia stanno prendendo provvedimenti nei confronti del don, il quale non sarà più presente nella nostra comunità. Vi chiediamo di mantenere riservatezza sull’accaduto, dato che si tratta di una vicenda molto delicata». La storia però, in questa grande parrocchia di Padova, è subito diventata di dominio pubblico. E la foto di quel pene e di quella mano piena di anelli, con quei santini sullo sfondo, ha presto cominciato a fare il giro di tante altre chat di WhatsApp. Preti, sesso e nuove tecnologie. Un mix esplosivo. Da noi contattata, per la cronaca, la Diocesi ha preferito non rilasciare alcuna dichiarazione. Almeno per ora.

  • Ozon, la mia storia di preti e pedofilia

    Ozon, la mia storia di preti e pedofilia

    In sala ‘Grazie a Dio’. Regista, racconto fragilità degli uomini

    ROMA – ‘Grazie a Dio’ di Francois Ozon è un film sorprendente, duro, che, nonostante il tema per nulla mainstream (preti e pedofilia), ti prende come il più appassionante dei thriller. Il fatto è che in questo film, tratto da una storia vera (il caso Preynat-Barbarin su abusi sessuali ai danni di minori commessi nella diocesi di Lione) e in sala dal 17 ottobre con Academy Two, le emozioni sono tante: uomini adulti che confessano nei minimi particolari, e tra mille imbarazzi, gli abusi subiti trent’anni prima e, soprattutto, la prepotenza della Chiesa nel negare i fatti, la sua ostentata impunità.

    “Non volevo fare un film sul cattolicesimo e sulla pedofilia, ma piuttosto sulla fragilità maschile. Una cosa che si vede poco al cinema” ci tiene a dire oggi a Roma il regista. Protagonista del film – che ha vinto il premio della Giuria al Festival di Berlino – è Alexandre (Melvil Poupaud) che un giorno scopre come padre Preynat (Bernard Verley), il prete che lo ha molestato durante l’infanzia, è tornato a dir messa nella regione di Lione. Una cosa assurda perché Alexandre, oltre ad essere una vittima, è anche un padre e non accetta che il sacerdote possa avere ancora contatti con altri bambini. Considerato che la Chiesa si rifiuta di sanzionare Preynat, grazie anche alla copertura dal cardinale Barbarin (Francois Marthouret), Alexandre è pronto ad agire per conto suo, e poi insieme ad alcuni amici di vecchia data ed ex vittime, Francois (Denis Ménochet) ed Emmanuel (Swann Arlaud). Iniziano così le denunce alla giustizia ordinaria, anche se nella maggior parte dei casi i reati sono andati in prescrizione. Lentamente le vittime degli abusi escono allo scoperto e prendono coraggio, anche grazie alla costituzione di un’associazione che raccoglie le testimonianze degli abusi, e così la battaglia all’omertà ecclesiastica prende forza fino a trovare giustizia.

    Questa la situazione giudiziaria ad oggi. Preynat è stato costretto dalla Chiesa alle dimissioni dello stato clericale, ma è ancora sotto processo per la giustizia ordinaria, mentre il cardinale Barbarin, colpevole di “omessa denuncia di maltrattamenti” in primo grado, ha presentato le sue dimissioni a Papa Francesco che le ha però rifiutate. “A Lione il film ha avuto un successo imprevedibile e inatteso – dice Ozon – come d’altronde in tutta la Francia dove ha ottenuto un milione di spettatori. Va detto che c’è stata una forte resistenza della Chiesa, una cosa che alla fine ci ha fatto anche pubblicità. Ma una cosa è certa, a pochi giorni dall’uscita prevista del film nessuno di noi era certo che sarebbe mai arrivato in sala”. “Da parte della Chiesa – spiega il regista – si continua a parlare di tolleranza zero verso queste cose, ma di fatto le azioni non sembrano seguire questa volontà. Ad esempio – conclude – dispiace pensare che Papa Francesco a tutt’oggi non abbia accettato le dimissioni di Barbarin”.

    http://www.ansa.it/sito/notizie/cultura/cinema/2019/10/10/ozon-storia-di-preti-e-pedofilia_3ba3209d-f592-4169-b2f6-e40afbea189b.html

  • Parroco abusa del ragazzino dopo pranzo, sconto in Appello

    Parroco abusa del ragazzino dopo pranzo, sconto in Appello

    MONSELICE È stata parzialmente confermata anche in Appello la condanna al prete di Monselice, don Nicola De Rossi, per violenza sessuale nei confronti di un minore. Il religioso, in primo grado era stato condannato a due anni e otto mesi. I giudici lagunari gli hanno ridotto la pena a due anni e un mese, perchè ha spiegato alla corte di fare volontariato e perchè ha già risarcito la famiglia del bambino con 15 mila euro. Quel pomeriggio del luglio del 2016, il ragazzino di 15 anni è andato a pranzo con il suo parroco. Aveva avvisato papà e mamma, e loro gli hanno dato il consenso perchè di quel prete si fidavano. Ma dopo avere mangiato la situazione è degenerata.
    Il religioso ha invitato il quindicenne nella sua camera da letto. Lo ha fatto sdraiare sul letto, lo ha toccato nelle parti intime e si è strusciato su di lui. Il ragazzino, disperato e in lacrime, è corso a casa e ha raccontato tutto ai genitori. Papà e mamma non hanno perso tempo e si sono recati alla stazione dei carabinieri di Monselice per presentare la denuncia. Così sono scattate le indagini, coordinate dal sostituto procuratore Roberto Piccione, e il sacerdote è stato intercettato al telefono in più momenti. La telefonata che ha incastrato il don è quella effettuata con un amico: «…Come ho fatto a ridurmi così, mi faccio schifo…» aveva confidato il prete al conoscente. E poi c’è quella telefonata tra il don padovano e la psicoterapeuta. La donna lo ha consolato dicendogli: «…Se è stato un gioco allora prosegui su questa strada…». E poi ancora all’amico sacerdote «…Tra noi non è un rapporto alla pari, ma alla dispari…». Il prete era già stato sospeso su ordine del vescovo da ogni incarico pastorale. Don Nicola De Rossi, 42 anni, era stato ordinato nel 2002 ed era stato assegnato al Duomo di Asiago in provincia di Vicenza. A luglio del 2016 era stato indicato come parroco moderatore della comunità di Caselle de’ Ruffi, Sant’Aneglo di Maria di Sala e Murelle nella provincia di Venezia. L’obiettivo era quello di costituire un’unica unità pastorale con Villanova. Ma a settembre sempre del 2016, quando la storia era emersa, la sua nomina è stata subito sospesa. L’ex parroco aveva passato altri guai, perchè gli inquirenti nel computer gli trovarono e sequestrarono del materiale pedopornografico.

    https://www.ilgazzettino.it/nordest/padova/monselice_don_nicola_de_rossi_pedofilia-4776339.html

  • Abusi sessuali in Vaticano?/ Chiesto processo per due preti (Quarto grado)

    Abusi sessuali in Vaticano?/ Chiesto processo per due preti (Quarto grado)

    Carmine Massimo Balsamo

    Presunti abusi sessuali in Vaticano, rinviati a giudizio don Gabriele Martinelli e don Enrico Radice: le ultime notizie a Quarto Grado.

    Presunti abusi sessuali in Vaticano, nuovi sviluppi dall’indagine sui fatti che sarebbero avvenuti nel Preseminario San Pio X in anni precedenti il 2012: come vi abbiamo raccontato, il promotore di giustizia del Tribunale dello Stato Vaticano ha chiesto il rinvio a giudizio di due preti. Parliamo di don Gabriele Martinelli, per l’ipotesi di reato di abusi sessuali, e di don Enrico Radice, per l’ipotesi di reato di favoreggiamento. Un’inchiesta che ha scosso la Santa Sede e che Quarto Grado seguirà da vicino nella puntata in onda questa sera, venerdì 27 settembre, su Rete 4. Le indagini erano state avviate nel novembre 2017, partite da indiscrezioni giornalistiche, e la sala stampa del Vaticano ha precisato: «Nonostante i fatti denunciati risalgano ad anni in cui la legge all’epoca in vigore impediva il processo in assenza di querela della persona offesa da presentarsi entro un anno dai fatti contestati, il rinvio è stato possibile in virtù di un apposito provvedimento del Santo Padre del 29 luglio scorso, che ha rimosso la causa di improcedibilità».

    ABUSI SESSUALI IN VATICANO? CHIESTO PROCESSO PER DUE PRETI

    Come evidenziato dai colleghi di Avvenire, a far esplodere il caso furono il libro “Peccato originale”, scritto dal conduttore di Quarto Grado Gianluigi Nuzzi, nonché i servizi del medesimo programma e de Le Iene. Il giornalista raccontò nel suo scritto la storia di Kamil Jarzembowski, ex alunno di San Pio X, che denunciò abusi sessuali su un compagno di stanza nell’estate del 2014. Il polacco fu testimone oculare della violenza subita dal giovane e, oltre lui, altri due ex alunni si fecero avanti con accuse simili. Gli inquirenti della Santa Sede hanno condotto una lunga indagine e, dopo aver visionato almeno un centinaio di casi, avrebbero verificato la consumazione di rapporti omosessuali all’interno del preseminario San Pio X – che dal 1956 ospita alunni delle scuole medie per il cosiddetto “discernimento vocazionale” – come evidenziato dal Corriere della Sera, i rapporti avrebbero coinvolto alcuni coetanei tra loro.

    PRESUNTE VIOLENZE SESSUALI AL PRESEMINARIO SAN PIO X: LE ULTIME

    Voluto fortemente da Pio XIII, il preseminario San Pio X venne affidato a don Giovanni Folci e nel corso degli anni ha assunto l’importante ruolo di ospitare tutti quei giovani che intendono riflettere sul futuro e su una possibile chiamata alla vita sacerdotale. Come spiega Avvenire, i ragazzi frequentano la scuola parificata Sant’Apollinare a Roma durante il giorno, prestando poi servizio liturgico come ministranti nella Basilica di San Pietro. Don Gabriele Martinelli, 28enne, è stato ordinato in diocesi di Como il 10 giugno del 2017, mentre l’ex rettore don Radice è sacerdote della diocesi lariana. L’accusa di abusi sessuali chiama in causa il primo, che avrebbe perpetrato violenze su alunni poco più giovani di lui. Attesi aggiornamenti nel corso dei prossimi giorni su uno dei più grossi scandali della storia recente, la richiesta di rinvio a giudizio per i due preti traccia un solco…

    https://www.ilsussidiario.net/news/abusi-sessuali-in-vaticano-chiesto-processo-per-due-preti-quarto-grado/1930719/

  • Abusi, respinto in Australia l’appello del cardinale Pell

    Abusi, respinto in Australia l’appello del cardinale Pell

    L’ex prefetto della Segreteria per l’Economia torna in carcere, i suoi avvocati valutano il ricorso all’Alta Corte. Il Vaticano: prendiamo atto della sentenza, siamo vicini alle vittime di abuso

    IACOPO SCARAMUZZI

    CITTÀ DEL VATICANO. La Santa Sede «prende atto» della sentenza, ricorda che Pell «ha sempre ribadito la sua innocenza» e «conferma la vicinanza alle vittime di abusi sessuali e l’impegno, attraverso le competenti autorità ecclesiastiche, a perseguire i membri del clero che ne siano responsabili», precisando che, per quanto riguarda il processo canonico che il Vaticano può intraprendere autonomamente rispetto alla giustizia australiana, «la Congregazione per la Dottrina della Fede attende gli esiti del processo in corso e la conclusione definitiva di tutti i gradi di giudizio prima di occuparsi del caso».

    L’ex prefetto vaticano della Segreteria per l’Economia è tornato in carcere, dove continuerà a scontare la condanna. La libertà vigilata sarà possibile dopo tre anni e otto mesi. È probabile che i suoi legali facciano appello all’Alta Corte, il grado supremo della giustizia australiana. Secondo la stampa australiana, tale ultimo appello non è automatico ma, vista l’importanza del caso, è probabile.

    Il cardinale Pell «è ovviamente deluso dalla decisione odierna», ha dichiarato un suo portavoce presso l’arcidiocesi di Sidney. «Tuttavia i suoi avvocati esamineranno attentamente la sentenza per decidere se chiedere un congedo speciale alla Corte suprema. Nel notare che la decisione è stata presa due a uno, il cardinale Pell continua a protestare la propria innocenza».

    Gli avvocati di Pell avevano fatto appello contestando 13 ragioni per le quali gli abusi sessuali sarebbero stati «fisicamente impossibili» da compiere, sia per quanto riguarda la cronologia, sia perché la violenza sessuale sarebbe avvenuta in sagrestia a conclusione di una messa affollata, sia per l’impossibilità fisica di compiere tale violenza con addosso i pesanti paramenti sacri della messa. Due giudici su tre che componevano il collegio giudicante, Anne Ferguson e Chris Maxwell, hanno respinto l’appello, mentre il giudice Mark Weinberg lo avrebbe accolto. Nel dispositivo di sentenza di oltre 300 pagine si legge che il giudice Weinberg ha trovato che nella testimonianza della vittima ci fossero discrepanze tali da mettere in dubbio la colpevolezza di Pell e che, più in generale, le altre prove portate dalla vittime rendevano il suo racconto «impossibile da accettare». Tuttavia, ha spiegato il giudice Ferguson, «l’appello su base dell’irragionevolezza (dell’accusa, ndr) è stato respinto perché due di noi hanno un diverso punto di vista sui fatti». I giudici hanno invece respinto all’unanimità altri due argomenti della richiesta d’appello relative a presunte irregolarità procedurali del processo di primo grado.

    Pell, ha tenuto a precisare il giudice Ferguson, «non è stato reso il capro espiatorio per alcuna mancanza percepita della Chiesa cattolica o per alcun fallimento relativo all’abuso sessuale dei minori da parte del clero».

    Il primo ministro australiano Scott Morrison ha commentato la sentenza affermando che «i tribunali hanno fatto il loro lavoro, hanno emesso le loro sentenze. E questo è il sistema di giustizia in questo paese e deve essere rispettato» ed ha aggiunto che prevede che a Pell verranno ritirate le onorificenze statali. In una distinta dichiarazione, il governatore generale David Hurley ha affermato che ritirare l’Order of Australia sarà fatto «quando tutte le procedure legali avranno fatto il loro corso».

    L’arcivescovo di Melbourn Peter A. Commensoli ha commentato da parte sua la condanna esprimendo rispetto per la sentenza ma sottolineando che «la complessità della ricerca della verità in questa materia ha messo molti alla prova e continuerà probabilmente a farlo». L’Arcivescovo ha precisato che Pell continuerà a ricevere sostegno pastorale in segno di «carità cristiana» e ha ribadito il proprio sostegno alle vittime di abuso sessuale.

    Una folla di persone ha atteso fuori dalla Corte la sentenza ed ha salutato la condanna con esclamazioni di gioia.

    Gli abusi al centro del processo sarebbero avvenuti a danno di due uomini che nel 1996 e 1997 erano minorenni. Delle due vittime, rimaste anonime, una ha potuto testimoniare in tribunale, la secondo è morta di overdose nel 2014. La vittima sopravvissuta ha commentato oggi la sentenza con un comunicato nel quale si dice «sollevato» dalla sentenza, contesta chi ha messo in discussione le sue motivazioni e rivendica di aver messo a repentaglio la propria privacy, la propria salute e la serenità della propria famiglia: «Il mio viaggio non è stato un viaggio facile», scrive, aggiungendo: «Ora ho bisogno di definirmi lontano da tutto questo. Di recente ho iniziato un nuovo capitolo della mia vita come padre. L’esperienza che ho attraversato mi ha aiutato a comprendere cosa è veramente importante».

    Il processo di Melbourne, va ricordato, è distinto dalle accuse di insabbiamento di abusi compiuti da altri sacerdoti a Ballarat di cui è stato accusato Pell, e che risalgono all’epoca in cui egli era vescovo ausiliare, che hanno portato il cardinale australiano a comparire a marzo del 2016 davanti alla Royal Commission into Institutional Responses to Child Sexual Abuse (Commissione reale sulle Risposte istituzionali agli Abusi sessuali sui Minori) in video-collegamento da Roma.

    Quanto al processo attuale, per il quale a giugno del 2017, sentito papa Francesco, Pell, dopo iniziale tentennamento, ha deciso di tornare in Australia per difendersi in tribunale, senza opporre l’immunità diplomatica, già lo scorso febbraio la Sala stampa della Santa Sede aveva reso noto che «dopo la sentenza di condanna di primo grado nei confronti del cardinale Pell, la Congregazione per la dottrina della fede si occuperà ora del caso nei modi e con i tempi stabiliti dalla normativa canonica».

    Il portavoce vaticano Matteo Bruni, oggi, ha commentato così: «Ribadendo il proprio rispetto per le autorità giudiziarie australiane, come dichiarato il 26 febbraio in occasione del giudizio in primo grado, la Santa Sede prende atto della decisione di respingere l’appello del Cardinale George Pell. In attesa di conoscere gli eventuali ulteriori sviluppi del procedimento giudiziario, ricorda che il Cardinale ha sempre ribadito la sua innocenza e che è suo diritto ricorrere all’Alta Corte. Nell’occasione, insieme alla Chiesa di Australia, la Santa Sede conferma la vicinanza alle vittime di abusi sessuali e l’impegno, attraverso le competenti autorità ecclesiastiche, a perseguire i membri del clero che ne siano responsabili».

    «Come per altre vicende, la Congregazione per la Dottrina della Fede attende gli esiti del processo in corso e la conclusione definitiva di tutti i gradi di giudizio prima di occuparsi del caso», ha inoltre precisato Matteo Bruni. «Come dichiarato dalla Sala Stampa il 26 febbraio scorso, il Santo Padre aveva già confermato le misure cautelari disposte nei confronti di George Pell al rientro del cardinale in Australia, ossia, come di norma, la proibizione dell’esercizio pubblico del ministero e il divieto di contatto in qualsiasi modo e forma con minori di età».

    https://www.lastampa.it/vatican-insider/it/2019/08/21/news/abusi-respinto-in-australia-l-appello-del-cardinale-pell-1.37366775?refresh_ce

  • Caso Orlandi, “trovate migliaia di ossa”

    Caso Orlandi, “trovate migliaia di ossa”

    “Sono state ritrovate migliaia di ossa, lunghe piccole e frammentate”. A dirlo è stato il genetista della famiglia Orlandi Giorgio Portera, parlando dei primi esami e della repertazione dei materiali ossei, contenuti nei due ossari individuati sotto la pavimentazione di un’aerea all’interno del Pontificio Collegio Teutonico. Servirà una diagnosi strumentale per capire se si tratta di ossa che risalgono a decine di anni o centinaia di anni fa. Sono molte tipologie, molte craniche, di adulti ma anche no”.

    “Il caso è assolutamente aperto” ha detto il genetista Portera. “Dobbiamo capire se all’interno del teutonico ci siano le ossa del teutonico o anche altre ossa. Ritengo necessario che all’accertamento scientifico segua un accertamento documentale su un registro dei movimenti che ci sono stati all’interno del cimitero altrimenti è’ difficile districarsi in un numero così elevato di reperti”.  Alle operazioni ha partecipato anche l’avvocato  della famiglia Orlandi Laura Sgrò entrata in Vaticano qualche minuto prima delle 9 insieme Portera e a Federica Orlandi, la sorella di Emanuela, la 15enne cittadina vaticana scomparsa in circostanze mai chiarite il 22 giugno 1983. Il legale degli Orlandi ha spiegato il teatro dell’operazione. “Stamani – continua –  sono state riaperte le botole: si tratta di due botole distanti due metri e cinquanta l’una dall’altra, profonde un metro e cinquanta, contigue, in uno spazio pieno di ossa”. La prossima settimana continueranno gli esami “per cercare di dare una prima datazione delle ossa, sulla base di un’analisi morfologica”.

    Le analisi dei resti, che potrebbero appartenere alle due principesse delle tombe vicine, Sophie von Hohenlohe e Carlotta Federica di Mecklenburgo, si sono concluse oggi poco dopo le 15 subito dopo l’apertura degli ossari, e proseguiranno sabato 27 luglio alle 9 come fa sapere il direttore ad interim della sala stampa vaticana Alessandro Gisotti.

    “Attendiamo i risultati delle analisi sulle ossa ritrovate per capire qualcosa di più, considerato anche il numero elevato di resti presenti nei due ossari. Un dato non atteso che potrebbe prevedere tempi lunghi. Noi continuiamo a cercare la verità”. A dirlo all’Adnkronos Pietro Orlandi, fratello di Emanuela. In attesa della ripresa dei lavori, Orlandi ribadisce la propria disponibilità a essere ascoltato dagli inquirenti vaticani. “Sono sempre a disposizione – sottolinea il fratello di Emanuela – e pronto a ribadire che le fonti della mia istanza non sono solo anonime. Se mi convocheranno avrò modo di spiegare tutto”.

    “Giovanni Arcudi e il suo staff, alla presenza del perito di fiducia nominato dalla famiglia Orlandi hanno portato alla luce i resti presenti negli ossari che sono stati sottoposti a una prima valutazione”, ha ribadito Gisotti. “Con questa nuova attività peritale – dopo le operazioni dell’11 luglio scorso – si evidenzia ancora una volta la disponibilità della Santa Sede verso la Famiglia Orlandi. Disponibilità dimostrata – ribadisce Gisotti – fin dall’inizio, nell’accogliere la richiesta di verifiche nel Campo Santo Teutonico pur sulla base di una mera segnalazione anonima“. Secondo quanto ha disposto il promotore di giustizia vaticano, spiega ancora Gisotti, “le operazioni peritali proseguiranno sabato 27 luglio alle 9 con una approfondita analisi morfologica dei reperti contenuti negli ossari”. Si ricorda che la scorsa settimana erano state aperte due tombe sempre nell’ambito delle incombenze istruttorie della vicenda della ragazza figlia di un commesso vaticano scomparsa 36 anni fa. Le tombe, che appartenevano a due principesse, erano state trovate vuote. Quindi il ritrovamento di due ossari nel cimitero Teutonico che hanno fatto ipotizzare lo spostamento dei resti delle principesse in seguito a interventi strutturali che nel tempo sono stati fatti nelle due tombe del cimitero vaticano.

    In piazza del Sant’Uffizio questa mattina sono arrivati anche Sandro Masetti, Renata Grattoni e Cinzia Di Florio, tre amici di Pietro Orlandi e attivisti della pagina Facebook ‘petizione.emanuela@libero.it’ (VIDEO): “Noi vogliamo il dossier, chiediamo verità e giustizia. Se oggi non si troverà nulla nel cimitero noi continueremo. Emanuela Orlandi è diventata il simbolo di tutti gli scomparsi. Pietro dà luce a chi vive nella disperazione”. “Sono 36 anni che aspettiamo la verità – ribadisce Masetti – quando il Vaticano vede questa maglietta sulla quale è ritratta Emanuela, se deve sentì male”.

    https://www.adnkronos.com/fatti/cronaca/2019/07/20/caso-orlandi-via-esame-resti-ossari-teutonico_Ha81TESl47ExJinnB1UaHP.html?fbclid=IwAR3qT1WiuW-bamBSKdRGlx2yY6NC7GWumOTEDQ2w-FL8Xifzm7_T5ijXEIE

  • L’incubo di Angela nei Testimoni di Geova: “A cinque anni mi parlarono di incesto e di sesso”

    L’incubo di Angela nei Testimoni di Geova: “A cinque anni mi parlarono di incesto e di sesso”

    Angela, 33enne napoletana, è una ex testimone di Geova. Seguace del culto fin da bambina, ne è uscita quando aveva 15 anni. “Da sei mesi vado dalla psicanalista per superare i traumi che gli anziani della congregazione mi hanno provocato da piccola”, racconta a Fanpage.it. “Fino a poco tempo fa, provavo così tanta vergogna che non avevo il coraggio di parlarne con nessuno, nemmeno con i miei amici”.

    “All’interno della mia congregazione dei testimoni di Geova ho sofferto molto per colpa di meccanismi psicologici malati”. A parlare è Angela (un nome di fantasia), una 33enne napoletana che ha passato la propria giovinezza tra i fedeli di questa religione. La donna ha voluto raccontare per la prima volta la sua testimonianza a Fanpage.it a patto che non fosse rivelato il suo vero nome, né la sua foto. Angela, infatti, teme la reazione di alcuni familiari che ancora fanno parte dei testimoni di Geova. “Da sei mesi – spiega – sto andando da una psicoanalista per colpa dei traumi che ho subito da piccola. Fino a poco tempo fa, provavo così tanta vergogna del mio passato che non avevo il coraggio di parlarne con nessuno, nemmeno con i miei amici”.

    “A 5 anni mi hanno detto cos’era un incesto”
    E’ la madre, seguace di Geova, a spingere Angela ad abbracciare questa religione quando è solo una bambina. I suoi primi turbamenti sono legati proprio all’infanzia: “Nella congregazione parlavano apertamente di sesso. Con la scusa di proteggermi da una condotta sbagliata, a 5 anni mi hanno detto cos’era l’incesto. Mi hanno insegnato come si concepiva un bambino. Non mi è mai stato risparmiato nulla”. “Certi argomenti non dovrebbero essere affrontati a quell’età – afferma – e neppure in quel modo”.

    “Nei testimoni di Geova – continua – il sesso è vissuto in maniera troppo rigida, ossessiva, quasi paranoica. A 13 anni, ad esempio, mi hanno rimproverata perché sono andata al mare con un vestitino appena sopra il ginocchio che, secondo loro, violava i precetti religiosi”. “Moltissimi ragazzi della mia Sala del Regno (il luogo di culto dei testimoni di Geova, ndr), inoltre, si sono sposati appena diventati maggiorenni. Per i giovani, insomma, il matrimonio diventava l’unico modo per mantenere relazioni sentimentali, che altrimenti erano assolutamente proibite”.

    Il bullismo a scuola giustificato dagli anziani
    Angela a 10 anni si battezza ed entra formalmente nei testimoni di Geova. I problemi legati alla religione, però, si acuiscono. “A scuola non potevo frequentare altri bambini che non fossero della congregazione né partecipare alle feste di compleanno. Mia mamma su questo era intransigente”. E non va certo meglio con alcuni suoi coetanei. “Sono stata bullizzata dai miei compagni di classe per essere una testimone di Geova. Gli anziani della mia congregazione, quando lo hanno saputo, consideravano normale che venissi emarginata e presa in giro dagli altri ragazzini perché ʻi servitori di Dio sono sempre perseguitatiʼ. Nessuno quindi è stato in grado di aiutarmi a superare questo difficile momento”.

    I comitati giudiziari degli anziani per punire i “peccati” di un’adolescente
    A 12 anni accade un episodio che segnerà il suo rapporto con la religione. Angela ruba un telefonino a scuola. “L’ho restituito quasi subito. E’ stata una sciocchezza – ammette – per mettermi in mostra con le mie compagne di classe”. Quando la scoprono, la portano direttamente al cospetto degli anziani che le fanno un comitato giudiziario. E’ solo una ragazzina, tuttavia capisce molto bene cosa significhi il peccato, e la punizione. “Hanno deciso di affidarmi a due ʻsorelleʼ che avrebbero dovuto essere le mie ʻmadri spiritualiʼ. In realtà, mi hanno sorvegliata continuamente per un anno intero”.

    Passa poco tempo e Angela finisce ancora davanti allo speciale tribunale dei testimoni di Geova. Questa volta per aver partecipato ad una manifestazione studentesca. Per di più, qualcuno dei fedeli l’ha sorpresa a fumare una sigaretta. Per questa religione, infatti, fumare è peccato. Inoltre, i seguaci non possono “immischiarsi” in questioni politiche perché devono mantenere un atteggiamento neutrale.

    L’ultimo processo lo subisce a 15 anni. Si innamora di un ragazzo “del mondo”, come vengono chiamati dai fedeli di Geova coloro che non fanno parte della congregazione. “Gli anziani mi hanno costretta a confessare che avevo commesso un peccato carnale. Mi chiedevano se avessi fatto sesso. E volevano sapere pure i dettagli. Se non mi fossi pentita, mi avevano minacciata di raccontare tutto a mio padre. E’ sconvolgente pensare che chi ha un ruolo spirituale possa rivelare i particolari della vita di una persona ad un altro. Come se un prete cattolico raccontasse i segreti della confessione!”. E’ in quel momento che Angela decide di allontanarsi per sempre dai testimoni di Geova.

    La morte dei genitori: Angela rimane sola
    “Mia mamma si è ammalata di Alzheimer a 50 anni. E’ stato terribile perché in poco tempo è diventata una vegetale”. Il padre muore nel 2008. Pochi mesi dopo, anche la mamma viene a mancare. Angela è una ventenne e si ritrova da sola perché nessuno dei parenti, che fanno ancora parte della congregazione, è disposto a starle vicino. “Predicano la pace e l’amore ma è solo una grande ipocrisia. In dieci anni di malattia, nessuno dei fratelli di mia madre, che sono testimoni di Geova, è mai venuto a trovarla”.

    Un ambiente asfissiante simile ai regimi totalitari
    “L’ambiente dentro i testimoni di Geova è asfissiante. Il controllo psicologico è assoluto, simile a un regime totalitario. Ogni fedele finisce per spiare gli altri, per vedere se compiono dei peccati e poi riferirlo agli anziani. Viene instillato un senso di colpa costante per cui hai sempre paura di dispiacere a Geova. E anche quando abbandoni questa religione – conclude Angela – questo sentimento ti rimane dentro ancora per molto tempo”.

    https://www.fanpage.it/attualita/lincubo-di-angela-nei-testimoni-di-geova-a-cinque-anni-mi-parlarono-di-incesto-e-di-sesso/