Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Quando il Governo italiano scelse di tutelare i pedofili dalle vittime che chiedevano giustizia

    Quando il Governo italiano scelse di tutelare i pedofili dalle vittime che chiedevano giustizia

    “Cogliendo la sua preoccupazione per il momento difficile che sta vivendo la Chiesa, il governo italiano ha inviato a Benedetto un messaggio in cui si è schierato incondizionatamente dalla sua parte. «Solidarietà» è stata espressa al pontefice per «la inqualificabile campagna diffamatoria contro la Chiesa e il Papa». Molti gli auguri da tutto il mondo politico. Dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ai vertici di Camera e Senato, al sindaco di Roma («devotae profonda solidarietà – ha scritto Gianni Alemanno – in un momento in cui alcuni organi di stampa hanno abbandonato il loro primo obiettivo che è quello di comunicare la verità per servire una logica pericolosa, basata sul dileggio e su insinuazioni gratuite e fuori luogo»)”. La Repubblica – Marco Ansaldo il 17 aprile 2010

    Di Francesco Zanardi – Quello che fu inqualificabile è il tradimento del giuramento nei confronti dei cittadini, del Governo in carica, che alla loro salute psicofisica preferì i buoni rapporti con uno Stato estero.

    Il 2010 fu l’annus horribilis della Chiesa cattolica quando la “pandemia” della pedofilia nel clero iniziata dodici anni prima negli USA aveva da tempo raggiunto l’Australia e l’Europa, l’Irlanda, il Belgio, la Germania ecc., dove la drammaticità della situazione spinse il Vaticano ad istituire commissioni indipendenti d’inchiesta e i governi a mettere mano alla situazione.

    Ma in Italia qualcosa non funziona e controcorrente al resto d’Europa, come riporta la Repubblica dell’epoca, il Governo da subito si schiera e quei pochi sopravvissuti che superando la paura e la vergogna anche in Italia avevano fatto sentire la propria voce, furono subito accusati di aver dato vita a una «inqualificabile campagna diffamatoria contro la Chiesa e il Papa».

    La stessa stampa, che all’epoca non si limitava come oggi a fare copia incolla dei comunicati della sala stampa vaticana, ma ancora qualche inchiesta giornalistica la faceva raccogliendo persino il parere delle vittime e dei loro rappresentanti, fu subito accusata di aver “abbandonato il loro primo obiettivo che è quello di comunicare la verità per servire una logica pericolosa, basata sul dileggio e su insinuazioni gratuite e fuori luogo”.

    Solo qualche giorno prima, il 2 aprile 2010 un altro inquietante episodio quando l’allora Ministro della Giustizia Angelino Alfano ordina un’ispezione nell’ufficio del pubblico ministero di Milano Pietro Forno, l’accusa, di aver denunciato le coperture da parte delle autorità ecclesiastiche. Il procuratore Forno di fatto aveva solo sottolineato l’analogia con comportamenti già notati 12 anni prima negli USA, dove l’efficienza della legge – al contrario della nostra – vide incriminare per intralcio alla giustizia lo stesso Ratzinger che diventato papa, si salvò dal processo grazie all’immunità.

    Tuttavia quell’ispezione a uno dei magistrati italiani più attivi all’epoca in materia, fu un messaggio chiaro a tutta la magistratura, non si sarebbe tollerato in Italia, guanto invece si indagava all’estero.

    I complici di papa Francesco

    E mentre in Italia un Governo genuflesso faceva quadrato per tutelare e soccorrere anziché i cittadini il Papa e la sua reputazione, nel resto dell’Europa i Governi intervenivano istituendo commissioni di inchiesta, introducendo per i vescovi l’obbligo della denuncia e rimovendo gli ostacoli prescrittivi, creando finestre temporali entro le quali anche le vittime già prescritte potessero denunciare.

    Interventi tanto semplici quanto efficaci dietro ai quali anche la chiesa ha dovuto fare i suoi passi. Le Conferenze Episcopali non solo a differenza di quella italiana hanno inserito l’obbligo della denuncia per i vescovi, ma hanno anche tentato accordi risarcitori direttamente con le vittime in quanto la rimozione della prescrizione e la finestra temporale per i prescritti, dava loro in alternativa alla sola chiesa, la possibilità di ottenere giustizia in un tribunale civile.

    Fu proprio in questa circostanza che il Governo italiano si tirò fuori e decise deliberatamente, in virtù dei buoni rapporti e degli interessi con la chiesa, di non intervenire e sacrificare non solo i cittadini già rimasti vittime, ma anche quelli che si sono prodotti da quel momento a oggi .

    Una scelta criminale di un Governo ben consapevole, quello che parallelamente accadeva nel resto dell’Europa non lasciava la minima speranza che l’Italia potesse essere l’unica “miracolata” isola felice.

    Quella lettera di solidarietà inviata nel 2010 a Ratzinger dal Governo in carica resterà nella storia come l’unico documento che dimostra che almeno un Governo in Italia, anche se in modo così deplorevole, ha messo mano alla piaga dei preti pedofili, le loro vittime.

    Tolleranza zero contro il Concordato

    Dieci anni dopo nulla è stato ancora fatto, lo testimonia il pesante richiamo all’Italia del 2019 da parte del Comitato per la tutela dell’infanzia (Par. 21), comitato al quale il Vaticano non risponde dal 2014. Le vittime rimangono prive di giustizia in quanto quasi sempre si ritrovano prescritte. Non esiste neppure una quantificazione governativa che censisca l’entità del fenomeno nel paese. Gli unici dati italiani li forniamo paradossalmente noi della Rete L’ABUSO ma sono parziali e in pesante difetto in quanto privi di tutto il sommerso. Tuttavia contiamo più di 300 casi solo sul suolo italiano, dal 2003 a oggi.

    Nessun dato neppure su quante siano le vittime in Italia, ma grazie ad uno studio statistico condotto dal collega irlandese Mark Vincent Healy, che in assenza di un dato italiano ha prodotto per la Rete L’ABUSO una proiezione sulla base degli esiti delle commissioni di inchiesta fatte negli altri paesi, dalla quale non solo per via del numero di religiosi, sul suolo italiano abbiamo un potenziale sommerso che potrebbe arrivare a 4000 preti pedofili, ma le stesse vittime potrebbero arrivare addirittura al milione.

    Francesco Zanardi

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  • Vaticano, abusi e violenze ai “chierichetti del Papa”: al via il processo

    Vaticano, abusi e violenze ai “chierichetti del Papa”: al via il processo

    È durato pochi minuti la prima udienza nei confronti dei due parroci. Le accuse si riferiscono a episodi tra il 2007 e il 2012

    CITTÀ DEL VATICANO. Otto minuti. Dalle 9.37 alle 9.45. Tanto è durata la prima udienza di quello che è stato ribattezzato il «processo dei chierichetti del Papa», il procedimento giudiziario in Vaticano per accertare le accuse di abusi sessuali avvenute dal 2007 al 2012 nel Preseminario San Pio X. Un’altra brutta storia all’ombra del Cupolone, in cui gli abusi di potere si intrecciano alle violenze sessuali, avvenuta nel Palazzo San Carlo che Pio XII aprì nel 1956 per ospitare studenti delle scuole medie inviati dalle diocesi del mondo desiderosi di intraprendere un cammino di discernimento verso il sacerdozio.

    Sul banco degli imputati della piccola Aula del Tribunale vaticano, presieduto dall’ex procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone, ci sono don Gabriele Martinelli, 28 anni, e monsignor Enrico Radice, 71 anni, entrambi incardinati nella Diocesi di Como. Il primo, secondo le accuse formulate dal promotore di giustizia Gian Piero Milano, coadiuvato dai due aggiunti Alessandro Diddi e Gianluca Perone, è accusato di abusi sessuali su un giovane ospite del Preseminario, minorenne e quasi suo coetaneo all’epoca dei fatti; il secondo, allora rettore, è invece accusato di favoreggiamento.

    Martinelli, classe 1992, residente a Como, è arrivato per primo in Tribunale. In mascherina, polo nera e maglioncino sulle spalle, scrutava chiunque entrasse in Aula dopo il controllo col termoscanner. Solo in un momento ha alzato gli occhi, con una smorfia quasi di contrizione, mentre venivano elencati i capi d’accusa. «Abusando della sua autorità e approfittando delle relazioni di fiducia in qualità di frequentatore anziano del pre-Seminario, tutore e coordinatore delle attività dei seminaristi»m ha letto il cancelliere, Martinelli «con violenze e minacce» ha costretto la vittima «a subire rapporti carnali, atti di sodomia, masturbazione», «in diversi tempi e luoghi nello Stato della Città del Vaticano». Tutto è iniziato quando Martinelli e la vittima erano minorenni: 14 e 13 anni. Ma gli abusi si sono perpetrati finché entrambi hanno raggiunto la maggiore età: 19 il primo, 18 il secondo.

    Radice, vestito da prete, con in mano tutto il tempo un ombrello, guardava invece sul soffitto. In un momento sembrava quasi che stesse pregando. Su di lui pesa l’accusa di aver insabbiato «atti omosessuali o di libidine» avvenuti nel Preseminario quando era rettore. «In tempi e luoghi diversi, in Italia e anche all’estero, ha aiutato Martinelli ad eludere le investigazioni», è stato letto in Tribunale.

    Radice è inoltre accusato di aver contraddetto le denunce della vittima presentate al vescovo di Como, Diego Coletti, in una lettera del 3 ottobre 2013 in cui parlava di «fumus persecutionis». L’anziano monsignore ha inoltre falsificato una lettera, firmandola a nome del vescovo Coletti su carta intestata della Diocesi, per annunciare che Martinelli sarebbe diventato presto sacerdote. Un modo per accelerare l’ordinazione del suo protetto che sembrava potesse saltare viste le voci accusatorie che circolavano sul suo conto. Non solo: nel 2018, durante un interrogatorio coi pm vaticani, il monsignore ha sostenuto «con certezza assoluta» di non essere a conoscenza dei misfatti avvenuti nel San Pio X. «Ha così intralciato le indagini».

    Il 29 luglio 2019 il promotore di giustizia del Tribunale vaticano ha chiesto il rinvio a giudizio per i due sacerdoti. Nonostante i fatti denunciati risalissero ad anni in cui la legge allora in vigore impediva il processo in assenza di querela della persona offesa, da presentarsi entro un anno dai fatti contestati, il rinvio – sottolineava allora la Sala Stampa vaticana – «è stato possibile in virtù di un apposito provvedimento» di Papa Francesco del 29 luglio scorso «che ha rimosso la causa di improcedibilità».

    A difendere oggi i due imputati c’erano due avvocatesse: Rita Claudia Baffioni per Martinelli, Agnese Camilli Carissimi per Radice. Parlavano tra di loro a inizio udienza e, alla fine, prima di uscire, hanno raggiunto ognuna il proprio assistito. Hanno già depositato le ammissioni di prova, ma questa mattina non hanno presentato alcuna istanza. Pignatone ha chiesto all’avvocatessa di Radice di «decifrare meglio i temi di prova entro venerdì», perché: «Questo Tribunale vuole dare il maggiore spazio possibile alla difesa». «A causa di impegni di questo Tribunale per una causa già avanzata», ha detto ancora il presidente, ha rinviato l’udienza a martedì 27 ottobre, alle 14, «per lo scioglimento della riserva delle prove e l’interrogatorio degli imputati».

    A rivelare per primo la vicenda del Preseminario era stato il giornalista Gianluigi Nuzzi nel libro “Peccato Originale”, riportando le confessioni di un ex alunno del San Pio X, il polacco Kamil Jarzembowski (oggi assente), che, entrato nel settembre del 2009, aveva denunciato nell’estate del 2014 alle autorità ecclesiastiche abusi su un compagno di stanza di cui era stato testimone oculare. Erano seguiti diversi servizi televisivi che rivelavano testimonianze di altri ex allievi su presunti atti sessuali compiuti nelle camere dell’Istituto, in particolare da soggetti che sui più giovani esercitavano un potere di intimidazione. Una testimonianza, in particolare, riferiva del fatto che un abusatore era poi diventato prete.

    «A seguito di notizie divulgate da organi di stampa», annunciava una nota vaticana, nel novembre 2017 erano state avviate le indagini. Pochi giorni dopo la diocesi di Como reagì alle prime notizie con un comunicato in cui precisava che «i presunti fatti denunciati a mezzo lettera nel 2013, in seguito agli accertamenti conclusi nel 2014 da parte di tutte le competenti sedi ecclesiastiche, erano stati ritenuti infondati e tutte le valutazioni sulla personalità del seminarista erano risultate positive. Tra la documentazione prodotta non risultava alcun parere negativo da parte delle persone a conoscenza della vicenda».

    Valutazione diversa da quella data dai magistrati vaticani.

    https://www.lastampa.it/cronaca/2020/10/14/news/vaticano-abusi-e-violenze-ai-chierichetti-del-papa-al-via-il-processo-1.39415958

  • La Corte ha confermato le condanne dei sacerdoti che hanno abusato di bambini sordi presso l’istituto Próvolo

    La Corte ha confermato le condanne dei sacerdoti che hanno abusato di bambini sordi presso l’istituto Próvolo

    Il più importante caso di abuso ecclesiastico nella storia di Mendoza ha già la sua ferma condanna. Questa mattina il tribunale provinciale ha ratificato le condanne elevate (45 e 42 anni per i sacerdoti Corbacho e Corradi) che erano state annunciate nel processo di novembre dello scorso anno. Le parti possono ancora presentare ricorso alla Corte Suprema della Nazione.

    La Suprema Corte di Giustizia di Mendoza ha confermato questa mattina le condanne contro i sacerdoti Horacio Corbacho (a 45 anni di carcere) e Nicola Corradi (42 anni di carcere) per gli abusi sessuali e gli episodi di corruzione su minori da loro commessi nell’istituto religioso per l’educazione dei ragazzi sordi Antonio Próvolo (Luján de Cuyo). Ha anche ratificato la condanna dell’ex giardiniere Armando Gómez , condannato a 18 anni di carcere.

    La risoluzione della Corte, firmata dal presidente Dalmiro Garay e con il ministro Pedro Llorente e il giudice di camera Alejandra Orbelli come preopiners, ratifica all’unanimità la sentenza che i magistrati avevano annunciato il 25 novembre dello scorso anno nella risoluzione tribunale del più grande scandalo di abusi ecclesiastici nella storia di Mendoza. In questo senso, conferma le condanne e le assoluzioni del tribunale. Il più alto organo giudiziario di Mendoza dovrebbe essere emesso a questo proposito prima del 30 settembre.

    Inoltre, non c’è spazio per le cassazioni depositate sia dalla difesa dei condannati che dagli avvocati delle vittime (soprattutto a causa di uno dei fatti per i quali la Giustizia ha assolto il sacerdote Corbacho ); quindi è praticamente un dato di fatto che entrambe le parti si appelleranno alla Corte Suprema della Nazione per insistere su queste richieste. Nel caso degli avvocati dei sopravvissuti , sebbene la sentenza condanni gli autori dei reati; Insisteranno per un appello federale straordinario poiché il tribunale ha assolto Corbacho per uno degli aberranti atti di stupro (anche questo è stato ratificato dalla Corte).

    I fatti

    La mattina del 25 novembre 2019 è stata storica nei tribunali di Mendoza. Con le alte condanne dei tre imputati giunti in giudizio nel primo dei casi del caso Provolo a Mendoza – a cui si aggiunge quella di Jorge Bordón , condannato nel settembre 2018 nell’ambito dello stesso caso e 10 anni di prigione -; i sopravvissuti agli abusi hanno trovato un po ‘di pace . C’erano stati innumerevoli anni di sofferenza, sofferenza e incubi che includevano stupri, toccamenti, maltrattamenti e persino episodi in cui erano costretti a guardare video pornografici.. E con le sentenze a Mendoza, c’era giustizia; non solo per gli ex studenti del Provolo Mendoza , ma anche per quelli dei campus di La Plata e Italia , dove altri giovani avevano denunciato in precedenza di aver subito abusi , anche se i casi non sono stati processati . E con un dettaglio fondamentale: in quelle due località , come a Mendoza, Corradi era tra gli accusati.

    Corradi ha già 84 anni e sta eseguendo la sua condanna (la stessa confermata questa mattina) sotto forma di arresti domiciliari , in una casa per anziani . Corbacho ha scontato i suoi 60 anni nella prigione di Boulogne Sur Mer ; lo stesso luogo in cui Gomez ha festeggiato il suo 50 ° compleanno all’inizio di settembre.

    Dei 25 fatti con cui sono arrivati ​​i tre imputati al momento della sentenza, i giudici hanno condannato per 20 i due sacerdoti e l’ex funzionario amministrativo . Così, dei 16 atti per i quali Corbacho è stato accusato , è stato condannato per 13 . Nel frattempo, Corradi è stato condannato per le 5 accuse che stava portando con sé; e Gómez – che era arrivato alla sentenza con 4 accuse – è stato condannato per 2 . Tutto questo è stato ratificato dalla Corte di Mendoza.

    A Mendoza Justice si è ottenuto quello che era un debito pesante e doloroso per gli ex studenti del Provolo ; non solo dalla nostra provincia, ma anche da Verona (sede) e La Plata . E la notizia ha oltrepassato ogni confine, tanto da essere stata celebrata – con emozione – da una delle vittime di Corradi nella città italiana di Verona .

    Era Gianni Bisoli (61), uno degli ex studenti della sede di Próvolo che aveva denunciato il prete ottuagenario per abusi e maltrattamenti tra gli anni Sessanta e Settanta . Nonostante il fatto che ci fosse un caso legale nella giustizia italiana, il processo era nullo; e la rete dei sopravvissuti agli abusi sessuali in Argentina – insieme alla loro controparte nel paese europeo, La Rete – hanno denunciato e dimostrato che per far “crollare” il processo in quel paese, le autorità ecclesiastiche hanno alterato la documentazione chiave riferita alle date. .

    Quella mattina di Mendoza del 25 novembre (pomeriggio in Italia), Bisoli e altre vittime seguirono online la lettura della sentenza . E l’ emozione dopo la condanna è stata indiscutibile.

    “Finalmente … Grazie, alla giustizia argentina! Grazie!” Bisoli riuscì a dire con voce rotta prima di mettersi a piangere eccitato quando fu informato che Corradi era stato condannato a 42 anni di carcere ; come si può vedere in un video caricato sulla pagina Facebook dell’Associazione Sordi “Antonio Próvolo” (dall’Italia).

    Sulla spianata dei tribunali provinciali , quella mattina c’era anche – accompagnando i sopravvissuti di Mendoza – Daniel Sgardelis, uno dei querelanti a La Plata e la cui causa venuta alla luce dopo che lo scandalo era noto a Mendoza è stata riattivata in per mano del procuratore Cecilia Corfield .

    La seconda prova

    Il caso Provolo non si è concluso con la sentenza del novembre dello scorso anno, quella che comprendeva le tre condanne che oggi sono state ratificate dal Tribunale di Mendoza.

    Fatto sta che tra gli eventi figurano anche altre 9 donne accusate e che hanno già iniziato a percorrere la strada prima del secondo processo per gli abusi all’istituto Carrodilla . Tra di loro ci sono due suore : la giapponese Kumiko Kosaka , e che era la sua superiora per la custodia del rifugio delle ragazze, Asunción Martínez .

    Sebbene l’inizio del processo non abbia una data confermata, a febbraio sono iniziate le udienze preliminari . Prima di forma del viso e in questi giorni con udienze remote , gli avvocati delle vittime e gli imputati sono stati incaricati di fare la presentazione delle prove, la dichiarazione dei fatti ; oltre a richiedere annullamenti . Da diverse settimane, infatti, le udienze a distanza (virtuali) presiedute dal giudice Horacio Cadile sono state prorogate fino al sabato mattina .

    Quanto agli accusati , otto di loro sono in libertà ; mentre la suora Kosaka ottempera agli arresti domiciliari . La suora giapponese ha le accuse più aberranti: un totale di 7 accuse formali , tra cui alcune spiccano come autore di eventi e altre come partecipante (tra l’altro, è accusata di essere la “consegna” di alcune vittime in modo che siano umiliate da sacerdote Corbacho).

    Nel frattempo, la suora Martínez, l’ex rappresentante legale del Próvolo, Graciela Pascual , quattro ex direttori dell’istituto, una psicologa ed un’ex cuoca , sono accusati come partecipanti per omissione (senza riportare i fatti accaduti al Próvolo). Alle due suore e Pascual si uniscono gli ex direttori Gladis Pinacca, Cristina Leguiza, Valesca Quintana e Laura Gaetan ; la psicologa Cecilia Raffo e l’ex cuoco Noemí Paz .

    L’ accusa della Procura della Repubblica contro i nove imputati -come formalizzata- prevede ulteriori pene detentive all’interno del caso Próvolo. Secondo l’accusa con cui sono pervenute a questa istanza, le donne potrebbero ricevere condanne elevate simili a quelle degli autori (il massimo è di 50 anni di reclusione ).

    Mendoza, 22 de octubre de 2018 Sociedad
    Provolo Graciela Pascual Tribunales
    En Sala de audiencias 4 de Tribunales de Mendoza se reralizo la audiencia para ver si podia quedar libre la ex representante legal del Provolo Graciela Pascual.
    El Tribunal colegiado numero 2 decidio que Graciela Pascual siga con su prision domiciliaria
    Foto: Ignacio Blanco / Los Andes

    Da parte della difesa , secondo quanto evidenziato sinora nelle udienze preliminari, la strategia mira ad esonerare gli interessati . Oppure, se c’è una condanna, è per “copertura” . In questo caso, le sanzioni sono inferiori.

    Tuttavia, questa missione non sarà facile per gli avvocati della difesa. È che ogni volta che qualcuno degli imputati che stanno o stavano scontando la detenzione preventiva ha chiesto il recupero della libertà da considerare come insabbiamenti e non partecipanti, la Giustizia non ha dato spazio al cambio di qualifica .

    https://www.losandes.com.ar/sociedad/la-corte-confirmo-las-historicas-condenas-a-los-curas-que-abusaron-a-ninos-en-el-instituto-provolo/

  • Usa, il vescovo di Duluth si dimette un mese prima di entrare in carica: è accusato di abusi

    Usa, il vescovo di Duluth si dimette un mese prima di entrare in carica: è accusato di abusi

    Papa Francesco ha accettato oggi la rinuncia di padre Michel Mulloy. La diocesi di Rapid City ha ricevuto il 7 agosto un’accusa contro il prete di molestie su un minore negli anni ’80

    CITTÀ DEL VATICANO. Era stato eletto lo scorso 19 giugno vescovo di Duluth, diocesi statunitense nel Minnesota di circa 500mila abitanti. Ma non ha fatto in tempo neppure a ricevere l’ordinazione episcopale, in programma l’1 ottobre, che padre Michel Mulloy ha rassegnato le sue dimissioni. Papa Francesco le ha accettate oggi, come annuncia la Sala Stampa vaticana. Il motivo della rinuncia? Un’accusa di abusi su un minorenne che il mancato vescovo, 66 anni, avrebbe compiuto nei primi anni Ottanta.

    Lo rende noto la diocesi di Rapid City, che il sacerdote – orfano da bambino di madre, laureato in lettere e per anni parroco di campagna – ha servito come vicario generale e vicario del clero dal 2017. L’anno scorso, era stato nominato amministratore diocesano dopo il trasferimento del precedente vescovo nel Michigan. In un comunicato pubblicato sul sito ufficiale, accompagnato da uno statement in allegato, la chiesa di Rapid City spiega nel dettaglio come la situazione spinosa sia stata gestita e a quali risultati ha portato l’indagine indipendente avviata dalla stessa diocesi.

    Come si legge, in seguito alla nomina di Mulloy, il 7 agosto la diocesi di Rapid City ha ricevuto la notifica di un’accusa contro il sacerdote per abusi sessuali su un minore risalenti ad oltre trent’anni fa. Nessun’altra accusa oltre a questa: «La diocesi di Rapid City non ha altre accuse di abuso sessuale che coinvolgano padre Mulloy», recita il comunicato.

    Seguendo la procedura stabilita, monsignor Peter Muhich, vescovo di Rapid City, ha informato le forze dell’ordine e Mulloy ha ricevuto l’ordine di astenersi dall’esercizio del ministero. La Diocesi ha quindi commissionato un’indagine indipendente «per determinare se l’accusa giustificasse ulteriori indagini secondo il Diritto canonico».

    Ad inchiesta conclusa, i risultati sono stati condivisi con la “Commissione diocesana di revisione” di Rapid City, organismo interdisciplinare a maggioranza laica istituito in conformità con gli standard del Diritto canonico e «la politica» della diocesi di Rapid City. Ovvero l’impegno – seguito da tutte le diocesi degli Stati Uniti dopo il turbolento scandalo McCarrick – a fare in modo che «tutte le accuse di cattiva condotta sessuale che coinvolgono bambini o giovani e sacerdoti, diaconi, dipendenti laici o volontari al servizio della diocesi di Rapid City» siano «segnalate alle autorità civili e oggetto di indagine».

    Il Comitato ha stabilito – come si legge in un passaggio un po’ fumoso della nota – che «l’accusa era conforme agli standard del Diritto canonico per ulteriori indagini e conclusioni» e che «la Santa Sede è stata informata dal vescovo Muhich». A Mulloy è stata recapitata una sintesi dell’accusa contro di lui; ha quindi presentato al Papa le dimissioni da vescovo eletto di Duluth.

    Dal sacerdote non è giunta finora alcuna dichiarazione. Le uniche parole sull’accaduto sono quelle di monsignor James Bissonnette che, fa sapere la Nunziatura negli Usa, guiderà la diocesi vacante di Duluth in qualità di amministratore diocesano fino a nuova nomina di un nuovo pastore. «Siamo addolorati per tutti coloro che hanno subito abusi sessuali e per i loro cari», ha detto il prelato, come riportato da diversi siti Usa. «Vi chiedo di pregare per la persona che si è fatta avanti con questa accusa, per padre Mulloy, per i fedeli della nostra diocesi e per tutti coloro che ne sono stati colpiti. Riponiamo la nostra speranza e la nostra fiducia nella provvidenza di Dio mentre aspettiamo, ancora una volta, la nomina del nostro prossimo vescovo».

  • Abusati e spaventati, i ragazzi dell’orfanotrofio chiedono aiuto ma lo Stato e la chiesa li deludono

    Abusati e spaventati, i ragazzi dell’orfanotrofio chiedono aiuto ma lo Stato e la chiesa li deludono

    Un proverbio dice che per crescere un bambino ci vuole un villaggio, ma spesso basta una sola persona per rovinargli la vita. A Depok, nella Giava Occidentale, un’intera comunità di adulti potenti sembra aver abbandonato dei bambini che sarebbero stati molestati in un orfanotrofio cattolico gestito dalla comunità locale. Lontani dai genitori, senza nessuno che si prendesse cura di loro se non il direttore dell’orfanotrofio, noto come Fratel Angelo Ngalngola, il presunto molestatore in persona, i bambini gridavano aiuto. Un team collaborativo tra il Jakarta Post e Tirto.id ha scoperto fatti che confermano che sia lo Stato che la Chiesa cattolica hanno sentito le grida dei ragazzi ma se ne sono lavati le mani, consentendo al sospettato di uscire libero dalla detenzione della polizia per festeggiare il Natale e, qualche mese dopo, di fondare un nuovo orfanotrofio e di tornare a vivere tra ragazzi vulnerabili. A settembre dell’anno scorso, Fratel Angelo, il capo dell’orfanotrofio Kencana Bejana Rohani, è stato arrestato dalla polizia di Depok per presunti abusi sessuali su diversi ragazzi.

    La polizia lo ha rilasciato a dicembre dopo che non è riuscita a completare i dossier per l’ufficio del pubblico ministero per portare il caso in tribunale. Ad agosto, Angelo era ancora il capo di un nuovo orfanotrofio, sebbene avesse cambiato nome in Fratel Geovanny Ngalngola e vivesse tra più di 20 bambini sotto la sua cura. La Commissione nazionale per la protezione dei minori (KPAI) sponsorizzata dallo Stato e la Chiesa cattolica hanno iniziato i bambini abusati a settembre dell’anno scorso, ma in seguito hanno abbandonato i ragazzi durante le indagini della polizia. I ragazzi hanno detto al team di indagine collaborativa di non aver ricevuto alcuna assistenza legale o consulenza psicologica dallo Stato o dalla Chiesa cattolica dopo l’arresto di Angelo.

    Il terrore del “pipistrello notturno”

    Lukas Lucky Ngalngola, o Fratello Angelo come si faceva chiamare, della congregazione dei Missionari della Carità del Santissimo Sacramento (BSMC), con sede nelle Filippine, è stato accusato di essersi intrufolato nella stanza dei ragazzi di notte vestito completamente di nero e di averne molestati diversi. Le vittime che hanno parlato con Tirto.id il 12 e il 22 agosto di quest’anno, hanno affermato che Angelo le avrebbe baciate e fatto sesso orale. Alcuni ragazzi dormivano e si sono svegliati nudi, altri erano mezzi svegli, alcuni non sono stati molestati ma lo hanno visto entrare nel buio, avvicinarsi a un amico addormentato e hanno sentito il rumore delle sue molestie al ragazzo. È diventato noto ai ragazzi come il kelelawar malam (pipistrello notturno). Lo Stato venne a conoscenza del caso quando la commissaria del KPAI Susanah Affandy ricevette un rapporto sui presunti abusi sessuali dal preside della scuola frequentata da alcuni dei ragazzi. Invece di denunciare personalmente l’accusa alla polizia di Depok o di inviare qualcuno del KPAI a presentarla, ha lasciato che un comune cittadino senza alcun potere legale, Farid Ari Fandi, facesse il rapporto il 13 settembre dell’anno scorso. “Ho sentito un forte bisogno di accompagnare e aiutare i bambini perché mi rivedevo in loro. Sono cresciuto anche io in orfanotrofi. Sono cresciuto in diversi orfanotrofi, lottando per sopravvivere”, ha detto Farid al Post in una recente intervista.

    Troppo spaventato per denunciare

    Farid ha detto che all’epoca i bambini troppo spaventati per rilasciare dichiarazioni perché, come ha detto una delle vittime, le loro vite erano nelle mani di Angelo. Lontani dai genitori, non volevano creare problemi con il loro unico fornitore a Depok. La maggior parte dei bambini non sono in realtà orfani, ma ragazzi provenienti da famiglie povere del Nord Sumatra, delle Molucche e dell’Est Nusa Tenggara.
    “Volevo stare con loro e convincerli a parlare perché nessun altro lo avrebbe fatto. Inoltre, sentivo che era una chiamata per me. Anche Mbak Susianah [del KPAI] mi ha sostenuto e spinto a sporgere denuncia alla polizia”, ​​ha detto Farid .
    “Volevo stare con loro e convincerli a parlare perché nessun altro lo avrebbe fatto. Inoltre, sentivo che era una chiamata per me. Anche Mbak Susianah [del KPAI] mi ha sostenuto e spinto a sporgere denuncia alla polizia”, ​​ha detto Farid .

    La posizione di Farid all’epoca era in effetti più simile a quella di un passante preoccupato. Il KPAI gli chiese inizialmente di aiutarlo non a denunciare i presunti abusi, ma a trovare luoghi adatti per i 68 residenti dell’orfanotrofio affidati alle cure di Angelo, perché non avevano un posto dove andare. Farid era il vicedirettore del National Orphanage Forum. Il KPAI contattò anche altre persone: attivisti dell’Indonesian Child Protection Agency (LPAI), guidati dall’icona attivista per la protezione dell’infanzia Seto Mulyadi, la Depok Social Affairs Agency e una suora cattolica con esperienza nella gestione di un orfanotrofio. Dopo aver partecipato a un incontro con la polizia di Depok, Susianah apparentemente ha lasciato Farid a occuparsi delle indagini da solo. Alla richiesta di conferma, Susanah ha detto al team di reporter di chiamare il capo del KPAI, Susanto, che ha rifiutato di parlare con il Post perché ha affermato di essere troppo impegnato. Il team ha contattato il commissario del KPAI Putu Elvina, ma lei si è rifiutata di approfondire il caso a settembre e ha continuato spiegando che il KPAI aveva contattato di nuova la polizia e avrebbe proseguito le indagini. L’indagine della polizia di Depok di settembre sembrava destinata al fallimento fin dall’inizio. Anche se Angelo ha fatto una confessione documentata di aver molestato alcuni dei ragazzi, la polizia ha detto che non poteva portare Angelo in tribunale. La polizia ha detto che l’ufficio del procuratore voleva che aggiungessero altre dichiarazioni delle vittime e dei testimoni, ma non sono riusciti a trovare i tre ragazzi che avevano fatto le denunce originali alla polizia.

    A causa della sua mancanza di posizione formale nel caso, Farid non aveva informazioni costanti sul luogo in cui si trovavano i ragazzi. A parte Farid, i bambini non avevano un rappresentante legale né avevano ricevuto alcuna consulenza psicologica dopo il trauma. L’ultima volta che Farid incontrò i tre ragazzi che erano pronti a parlare fu all’ufficio di polizia quando presentarono dichiarazioni ufficiali e stavano per sottoporsi a un esame fisico. Ma la polizia esaminò solo uno dei tre perché poi furono prelevati da qualcuno. La polizia non sviluppò chi fosse stato a prelevare i ragazzi.

    Il capo del dipartimento di investigazione criminale della polizia di Depok, Wadi Sabani, ha affermato di aver ricevuto informazioni secondo cui i tre bambini erano tutti tornati nella loro città natale nel Nord Sumatra, quindi non hanno potuto completare i dossier come richiesto dai procuratori. Altre fonti hanno affermato che i ragazzi erano stati effettivamente adottati dalla Chiesa cattolica in un orfanotrofio a Puncak a Bogor, West Java, e in un altro nel centro di Giacarta. Wadi ha ricordato che, prima ancora che i tre ragazzi venissero prelevati e poi dispersi senza più essere contattati, avevano ritrattato le loro denunce contro Angelo, adducendo come motivo un “debito di gratitudine nei confronti di Angelo”. “Il sospettato [Angelo] li ha sostenuto finanziariamente dal primo giorno in cui sono arrivati ​​​​qui [a Depok]. Erano consapevoli che nessuno si sarebbe preso cura di loro e degli altri all’orfanotrofio dopo che avevamo arrestato [Angelo]. Sapevano che nessuno avrebbe pagato l’affitto o le tasse scolastiche. Pertanto, alla fine ognuno di loro ha dichiarato di aver perdonato [Angelo] perché gli avevano un debito di gratitudine”, ha detto Wadi. Farid ha dichiarato che, per quanto ne sapeva, nonostante Angelo fosse in detenzione, lui continuava a sostenere economicamente i bambini mentre erano affidati alle cure di un conoscente di Angelo, Darius Rebong. Il ruolo della diocesi di Bogor Dopo che Angelo fu arrestato e trattato il 14 settembre, la diocesi di Bogor e le chiese parrocchiali vicine all’orfanotrofio Kencana Bejana Rohani si presero cura del resto dei bambini per circa due settimane dopo la sua detenzione. Ma la diocesi non informò Farid e la polizia del luogo in cui si trovavano i bambini, ostacolando così le indagini della polizia, e quando Farid e sua moglie, l’attivista per la protezione dei minori Ilma Sovri Yanti Ilyas, chiamavano un funzionario della divisione legale della diocesi, entrambi furono licenziati perché non avevano alcun titolo legale nel caso. “Chi sei? Di quale istituzione? Vogliamo occuparci solo dell’LPAI”, disse il funzionario come citato da Ilma, riferendosi all’istituzione di Seto. La diocesi di Bogor ha confermato di aver trasferito tutti i bambini dall’orfanotrofio Kencana Bejana Rohani a diversi orfanotrofi sotto la supervisione della diocesi dopo l’arresto di Angelo. Il vescovo di Bogor, Paskalis Bruno Syukur, ha definito la decisione da prendere in carico e trasferire i bambini come un “gesto umanitario”, sottintendendo che non era realmente responsabilità della chiesa. La decisione è stata presa dopo che la diocesi ha ricevuto segnalazioni da membri della chiesa sulle condizioni miserabili dei bambini dopo essere stati abbandonati dal loro unico tutore, Angelo.

    Parlando di recente con due giornalisti del Post e di Tirto.id nella sala riunioni della diocesi di Bogor, il vescovo Paskalis ha detto che il suo ufficio non sapeva nulla di Farid, non avendo sentito parlare del caso dal KPAI. La spiegazione di Paskalis è stata ripetuta più volte dagli otto avvocati e consulenti del team legale della diocesi, così come da altri quattro sacerdoti, che hanno accompagnato Paskalis durante l’intervista. Un membro del team legale, Agus Setya Purwoko, ha detto che la diocesi è stata informata che il KPAI era la parte che ha presentato la denuncia contro Angelo alla polizia. “Non avevamo mai sentito il nome Farid fino a oggi”, ha detto. Più tardi durante l’intervista Paskalis e il suo team hanno detto che non volevano preoccuparsi del procedimento legale contro Angelo dicendo, “sono affari loro [di Farid e del KPAI]”. La diocesi si lava le mani di Angelo La diocesi ha insistito sul fatto che la questione non è un suo problema perché ritiene che Angelo non fosse un vero fratello cattolico, dato che la sua congregazione, la BSMC, non è un ordine ufficialmente riconosciuto. In una lettera datata il 19 settembre, cinque giorni dopo la detenzione di Angelo, la diocesi ha scritto una lettera ai cattolici nella loro giurisdizione. Firmata e timbrata, tra gli altri, dal vescovo Paskalis, la lettera affermava che da aprile 2019 la diocesi aveva chiesto ad Angelo di smettere di riferirsi a se stesso come bruder (fratello) e di smettere di indossare l’abito di un fratello in un ordine cattolico. “Ma ha infranto le sue promesse”, affermava la lettera. “Per questo motivo, tutte le sue azioni e le conseguenze sono di sua responsabilità personale e devono essere affrontate da lui secondo le leggi dello Stato e della Chiesa”, affermava la lettera. Tuttavia, quando gli è stato chiesto se la diocesi avesse formalmente chiarito lo status di Angelo ai membri della parrocchia per impedirgli di usare impropriamente la sua presunta identità sacerdotale per raccogliere denaro per sostenere il suo orfanotrofio, padre Yohannes Driyanto, uno dei sacerdoti che sedeva con Paskalis, ha detto che non era necessario poiché si trattava di “una questione interna”. “Non possiamo proibire alle persone che hanno buone intenzioni di aiutare. Quindi, non andremmo là fuori e diremmo ‘Ehi cattolici, non supportatelo [Angelo]’. Ma informiamo coloro che sono venuti a cercare informazioni prima di fare qualsiasi donazione. Diremmo per favore andate avanti ad aiutare ma sapere che lui [Angelo] non è un fratello [cattolico]”, ha detto Driyanto. La diocesi non ha spiegato neanche cosa è successo nell’aprile dell’anno scorso che l’ha portata a denunciare la BSMC. Ha anche detto che una foto del vescovo Paskalis in posa con Angelo ei bambini dell’orfanotrofio, pubblicata il marzo dell’anno scorso sulla versione web della più rinomata pubblicazione cattolica del paese, la rivista Hidup , non era realmente un segno di approvazione dell’orfanotrofio. “Come vescovo non posso rifiutare nessuna richiesta di scattare una foto con me. È lo stesso quando Angelo ha chiesto di scattare una foto con me”, ha detto Paskalis.

    https://www-thejakartapost-com.translate.goog/news/2020/08/28/abused-and-frightened-orphanage-boys-cry-for-help-but-the-state-church-fail-them.html

  • Un altra testa mitrata cade in Polonia

    Un altra testa mitrata cade in Polonia

    di Vik van Brantegem

    Il Bollettino della Sala Stampa della Santa Sede N. 415 di oggi, 13 agosto 2020 ha reso noto che il Santo Padre Francesco ha accettato la rinuncia al governo pastorale dell’Arcidiocesi Metropolitana di Gdansk (Polonia) presentata da Mons. Sławoj Leszek Głódź e che ha nominato il Vescovo di Elbląg, Mons. Jacek Jezierski, Amministratore Apostolico sede vacante et ad nutum Sanctae Sedis.

    Nonostante Głódź abbia compiuto 75 anni (nato il 13 agosto 1945), l’età richiesta ai vescovi cattolici romani per presentare al Papa la loro rinuncia, l’accettazione odierna è stata interpretata dagli osservatori come “cacciata”, poiché è molto insolito che il Papa accetti tali dimissioni nel giorno esatto del compleanno di un prelato. Fatto è che le voci su Głódź circolano da moltissimi anni nell’ambiente della Curia romana (negli anni 1981-1991 la lavorato alla Congregazione per le Chiese orientali come capo della sezione della Chiesa bizantino-ucraina e della sezione della Chiesa in Bielorussia di rito bizantino-ruteno) e ne sentì parlare per la prima volta in occasione del Viaggio Apostolico di Papa Giovanni Paolo II in Polonia nel 1991, ma è rimasto sempre un “intoccabile”… fino ad oggi.

    Negli anni che lavorava alla Santa Sede, era sotto sorveglianza dei servizi segreti della Repubblica Popolare di Polonia, che lo consideravano un loro informatore e valutavano le informazioni da lui fornite come preziose [A. Gajcy, T. Krzyzak: L’Arcivescovo Slawoj Leszek Glódź è stato utilizzato dai servizi segreti militari della Repubblica popolare polacca come informatore – rp.pl, 10.06.2018]. Il quel periodo era anche registrato come collaboratore del Servizio di sicurezza della Repubblica Popolare di Polonia con lo pseudonimo di “Guastar” e doveva fornire importanti informazioni sulla politica della Santa Sede nei confronti dei Paesi dell’Europa centrale e orientale. Per anni, Glódź ha fornito ai servizi segreti della Repubblica Popolare di Polonia informazioni su Papa Giovanni Paolo II e sulla sua politica nei confronti del blocco sovietico, secondo i documenti resi disponibili dall’Istituto di Memoria Nazionale della Polonia. Dopo la caduta del comunismo, l’Arcivescovo Metropolita di Gdansk non ha mai fatto i conti con il suo passato [L. Szymowski : un falso amico. Per SB Arcivescovo Leszek Slawoj Glód era un informatore – wiadomosci.wp.pl, 30.09.2018].

    Il 17 marzo 2013, il settimanale polacco Wprost pubblicò un articolo con dei racconti anonimi dal entourage di Glódz, accusandolo di umiliazione e intimidazione di subordinati, mobbing e organizzazione di libagioni alcoliche. Le accuse anonime di sacerdoti contro Glódź erano state trasmesse per la prima volta in un rapporto investigativo trasmesso sul canale TVN24. In quel programma, una dozzina di preti anonimi accusavano Glódź di bullizzare regolarmente i subordinati e di offrire incarichi ecclesiastiche a pagamento, con cui finanziava uno “stile di vita sontuoso”. Umiliazioni pubbliche, linguaggio volgare e offensivo e una cultura della paura erano caratteristiche dell’ambiente nell’Arcidiocesi, hanno denunciato i sacerdoti. Un prete ha persino accusato Glódź di averlo molestato per la sua obesità. “Se metti su un altro chilogrammo, fra un anno ti libererò di te”, gli disse l’arcivescovo, ha riferito il sacerdote. Sebbene le accuse contro Glódź andate in onda su TVN24 fossero anonime, successivamente sedici sacerdoti hanno firmato una lettera rilasciata all’agenzia di stampa polacca PAP e inviata al Nunzio Apostolico in Polonia, l’Arcivescovo Salvatore Pennacchio. La lettera – che include anche accuse di ricatti e intimidazioni – è stata firmata, tra gli altri, dal Professore di filosofia e sacerdote di Varsavia Adam Swiezynski.

    TVN24 ha anche affermato che gli ultimi due nunzi in Polonia erano a conoscenza delle accuse contro Glódź ma si sono rifiutati di intraprendere qualsiasi azione. Il noto giornalista e commentatore cattolico Tomasz Terlikowski aveva definito “scandaloso” il comportamento di Glódź e ha chiesto il suo licenziamento. Terlikowski aveva detto che Glódź potesse essere costretto a dimettersi comunque nei prossimi mesi, quando avrebbe raggiunto l’età di 75 anni, il 13 agosto 2020. Cosa puntualmente avvenuta.

    Da parte sua, l’Arcidiocesi di Danzica aveva negato furiosamente le accuse contro Glódź. In una dichiarazione firmata dai vescovi ausiliari, dal capitolo della cattedrale e dai sacerdoti anziani, l’Arcidiocesi aveva espresso la sua “indignazione” e il “rifiuto” delle accuse, “che non corrispondono alla realtà”. L’Arcidiocesi aveva aggiunto che le iniziali accuse anonime su TVN24 avevano snaturato l’immagine dell’Arcivescovo Glódź, e aveva detto che le notizie non costituivano solo un “complotto contro il capo dell’Arcidiocesi”, ma un “attacco sistematico al clero e ai fedeli dell’Arcidiocesi di Gdansk”.

    Nel maggio 2019 il documentario “ Tylko nie mów nikomu” (Non dirlo a nessuno) sugli abusi sessuali sui minori commessi da preti polacchi pedofili, suscitò un’ondata di indignazione nella cattolicissima Polonia. Realizzato dai fratelli Tomasz e Marek Sekielski, il documentario inizia con la storia di Anna Misiewicz, una donna di 39 anni, che trova il coraggio di affrontare Padre Jan A., un anziano sacerdote che l’ha molestata quando aveva 8 anni. Parlando con il prete carnefice, ha raccolto con una telecamera nascosta la sua testimonianza di quando la toccava, la baciava e la violentava. “Lo so non avrei dovuto, ma ho ceduto ad una stupida passione”, gli ha detto. “Era il diavolo che mi consigliava”. Il documentario è stato visto in Polonia da circa 20 milioni di persone.

    Accusato dal documentario “Non dirlo a nessuno” di aver insabbiato denunce di abusi sessuali nei confronti del prete pedofilo che ha molestato Anna Misiewicz, il 25 giugno 2020 Papa Francesco aveva “commissariato” il Vescovo di Kalisz, Mons. Edward Janiak, affiancando come Amministratore apostolico sede plena l’Arcivescovo Metropolita di Łodz Mons. Grzegorz Rys, in un ruolo non molto frequente che prevede che “il vescovo diocesano collabora, per quanto gli compete, al pieno, libero e sereno espletamento del mandato dell’amministratore apostolico”.

    Nel documentario “Non dirlo a nessuno” Mons. Sławoj Leszek Głódź fu descritto sia indifferenti alle vittime sia elogiando un eminente sacerdote accusato di essere un predatore sessuale. Alla richiesta di commentare il film, disse: “Non guardo niente di vecchio”. Ha poi rilasciato un comunicato che recitava: “Non intendevo offendere le vittime di abusi sessuali con le mie parole, e mi dispiace”. Alcuni ecclesiastici locali chiesero le sue dimissioni.

    Nel 2019, tre manifestanti rovesciarono una statua di Don Henryk Jankowski in seguito alle rivelazioni secondo cui aveva abusato sessualmente di Barbara Borowiecka quando era una ragazza. Jankowski, che fu anche indagato per abuso sessuale di un ragazzo, che fu archiviato nel 2004, era stato dimesso dallo stato clericale nel 2005. Tuttavia, è morto nel 2010 senza essere mai stato condannato per abusi sessuali. È stato anche riconosciuto che il cappellano personale di Lech Wałęsa, Don Franciszek Cybula, era stato accusato di aver commesso atti di abuso sessuale durante il suo servizio. Głódź è elencato tra due dozzine di vescovi polacchi ordinari e in pensione, accusati di proteggere i preti predatori (tra cui Jankowski e Cybula), insabbiando gli abusi sessuali commessi. E Głódź aveva anche presieduto i funerali di Cybula e nel documentario “Non dirlo a nessuno” viene mostrato mentre elogia il noto prete pedofilo Cybula, nonostante fosse a conoscenza dei suoi abusi.

    “Sono così, così felice e sconvolto”, ha detto Barbara Borowiecka all’AP, ricevendo la notizia che Papa Francesco aveva accettato le dimissioni dell’Arcivescovo Głódź. “Non mi sarei mai aspettato questa notizia, mai in un milione di anni”. Negli ultimi due anni aveva inviato diverse email al Vaticano chiedendo la sua rimozione e accusandolo di aver coperto preti predatori e di aver screditato le vittime. Ha notato di aver ricevuto minacce violente per aver osato rendere pubbliche le sue affermazioni, così come il sostegno dei ordinari polacchi.

    Anne Barrett Doyle della risorsa online per gli abusi BishopAccountability ha detto, che la decisione di Papa Francesco di rimuovere Głódź esattamente il giorno del suo compleanno è stata incoraggiante e segnala “la sua forte disapprovazione”. Ma ha aggiunto che Papa Francesco poteva fare di più. “Se è indignato dalle attenzioni dell’Arcivescovo nei confronti dei molestatori, perché non denunciarlo pubblicamente? Perché non licenziarlo esplicitamente piuttosto che dargli la dignità della pensione?”. La vera responsabilità, ha detto, richiederebbe a Głódź di “incorrere in sanzioni proporzionali al dolore che ha causato”.

    Secondo Super Express, Mons. Sławoj Leszek Głódź riceve dal 2004 una pensione militare, a cui ha diritto come Vescovo dell’Ordinariato Militare della Polonia dal 1991 al 2004, con il rango di maggiore generale. Secondo le informazioni del Ministero della Difesa nazionale, la pensione potrebbe variare da 10.000 PLN (circa 2.300 Euro) a 17.000 PLN (circa 3.800 Euro) lordi. Quando ha lasciato l’esercito, avrebbe avuto diritto ad una liquidazione di 250.000 PLN (circa 57.000 Euro). Ora ha diritto a una pensione ecclesiastica mensile di circa 5.000 PLN (circa 1.150 Euro). Inoltre, ha diritto, secondo lo statuto della Conferenza Episcopale Polacca, ad un appartamento con cappella, pagamento delle bollette, una somma forfettaria per i pasti e un’eventuale copertura delle spese mediche.

    Postilla
    Secondo un sondaggio, pubblicato il 1° agosto 2020 dal Centrum Badanja Opinii Społecznej (CBOS), la percentuale di polacchi che critica la Chiesa Cattolica Romana è salita al 39%, mentre la percentuale di coloro che la valutano favorevolmente è scesa al 53%.

    Un altra testa mitrata cade in Polonia

  • Emanuela Orlandi 36 anni dopo, la telefonata dal Vaticano che non ci fu

    Emanuela Orlandi 36 anni dopo, la telefonata dal Vaticano che non ci fu

    Emanuela Orlandi. Il mistero continua. La trappola era pronta a scattare.

    Pronta anche a rilanciare in campo le “fazioni vaticane” di Marco Fassoni Accetti e annessi e connessi, “codici” compresi, ma la banda Bassotti ha sbagliato i conti, li ha fatti senza l’oste.

    Perciò è scivolata malamente sulla buccia di banana di una telefonata che non può esserci stata.

    Come è noto, monsignor Carlo Maria Viganò – ex nunzio apostolico negli Usa, cioè ex ambasciatore vaticano a Washington – ha rilasciato un’intervista “sensazionale” al giornalista Aldo Maria Valli, vaticanista di lungo corso.

    Nell’intevista il prelato afferma che la sera del giorno della scomparsa di Emanuela Orlandi, 22 giugno ’83, rivecette nel suo ufficio alla Segreteria di Stato una telefonata del direttore della sala stampa vaticana Romeo Panciroli. Costui, attorno alle ore 20, lo avrebbe avvertito di avere appena ricevuto una telefonata “dei rapitori”.

    Panciroli era in Polonia

    Ma Panciroli era in Polonia, per l’esattezza a Cracovia, con Papa Wojtyla, NON in Vaticano. Senza contare che la sala stampa era chiusa da sei ore perché il suo orario di lavoro finiva alle 14 (oggi alle 15).

    Per cercare di mettere una toppa al clamoroso e indecoroso buco, Pietro Orlandi su Facebook non tiene in nessun conto l’orario di lavoro della sala stampa, chiusa da sei ore. E insiste a spiegare che la telefonata ci fu, cioè che Panciroli telefonò davvero a Viganò. Ma dalla Polonia e non dal Vaticano.

    Ma i telefonini non esistevano, e nemmeno la teleselezione internazionale con i Paesi dell’Est, Infatti tale ipotetica telefonata potrebbe essere stata fatta solo con i telefoni fissi. E solo se all’epoca fosse già esistente la teleselezione.

    C’’è però un problema, insuperabile anche questo. Nell’83 la Polonia era un Paese comunista del blocco del Patto di Varsavia, blocco e Patto contrapposti alla NATO. Era cioè un Paese satellite dell’Unione Sovietica (URSS), realtà contro la quale il Papa polacco Wojtyla si batteva con tutte le sue forze.

    Solo con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, formalizzata il 26 dicembre 1991, ben otto anni e mezzo DOPO la scomparsa di Emanuela, è stato possibile allacciare linee telefoniche dirette dall’Europa all’ex URSS e annessi ex Paesi satelliti, Polonia compresa.

    Come ho già scritto anche in un mio libro, ad accompagnare Wojtyla in quel viaggio in Polonia c’era tra gli altri – per sfortuna dei bugiardi e degli smemorati – anche il suo e mio amico polacco Jacek Palkiewicz, che a quell’epoca viveva a Bassano del Grappa, Italia. E Jacek è categorico:

    “Ho cominciato a poter telefonare in Polonia in teleselezione, cioè senza passare per i centralini internazionali, solo nel 1992, un anno dopo il crollo dell’Unione Sovietica”.

    Jacek ricorda male? Tutti possiamo sbagliare, non solo Viganò. Ma dato il suo mestiere, addestratore di corsi di sopravvivenza anche per cosmonauti ed esploratore indomito, Jacek dovrebbe essere dotato di buona memoria. Vedremo.

    Telefonate complicate

    Anche a voler credere che – pur essendo chiusa da sei ore – qualcuno abbia ricevuto la telefonata in sala stampa e telefonato dal Vaticano a Cracovia per avvertire Panciroli. E che questi abbia a sua volta telefonato a Viganò. Si tratta di (ipotetiche) telefonate che devono necessariamente essere passate per i centralini internazionali.

    I quali non ti davano certo la linea in tempo immediato…. Anche perché i telefoni utilizzati da Wojtyla e dal suo seguito in Polonia erano ovviamente controllatissimi dai servizi segreti polacchi e sovietici. Per l’URSS il polacco Wojtyla era un pericoloso sovversivo.

    Infine un altro problema: il centralino internazionale la chiamata la smistava su un telefono fisso, in questo caso di albergo o sede religiosa, ma certamente né Panciroli né gli altri passavano le 24 ore della giornata fermi davanti al telefono fisso, anche perché oltretutto ce n’era più d’uno.

    Chi riceveva la telefonata doveva andare a cercare Panciroli o chi per lui, e così, ammesso che sapesse dov’era e riuscisse quindi a trovarlo, passava altro tempo.

    CONCLUSIONE: il racconto di Viganò non sta in piedi da qualunque punto lo si analizzi. Ma facciamo finta di nulla e procediamo.

    L’intervista del prelato si conclude con una ben precisa domanda e una ancor più precisa risposta.

    La domanda:

    “Lei pensa che il cardinale Casaroli condusse una sua trattativa riservata, al di là di quanto si è saputo?”.

    La risposta:

    “Non ne ho idea. Ma su questo punto potrebbe sapere qualcosa monsignor Pier Luigi Celata, che era il suo segretario di fiducia”.

    In cauda venenum

    Il motto latino “in cauda stat venenum” a volte ci azzecca. Anche questa volta, si direbbe. Il cardinale Agostino Casaroli all’epoca era il Segretario di Stato del Vaticano. Viganò nella sua intervista sostiene che “i rapitori” al telefono hanno più volte chiesto del Segretario.

    Specificando che avrebbero trattato solo con lui. Telefonate che NON risultano da nessuna parte. Tralasciamo anche qui? No, non tralasciamo affatto. Proprio la circostanza che non risultano da nessuna parte rende ancora più ghiotta la testimonianza del segretario di fiducia di Casaroli, cioè di monsignor Pier Luigi Celata.

    Testimonianza desiderata e auspicata con nonchalance .

    Come ha più volte spiegato Marco Accetti, il fotografo romano autoaccusatosi inutilmente nel 2013 del “rapimento consenziente” di Emanuela,

    “Celata fu mio direttore e confessore nel collegio San Giuseppe De Merode”.

    Se fosse passata la storiella raccontata da Viganò a Valli era pronto a scattare anche il resto. E cioè che Piazza Borromini e la casa di moda delle sorelle Fontana, due luoghi emersi come  possibili tracce di Emanuela all’inizio delle indagini,  sono indicazioni simboliche e precisi riferimenti.

    Per le sorelle Fontana, Accetti nelle sue “rivelazioni” ai magistrati ha detto che, guarda caso,  sono “un riferimento a monsignor Pierluigi Celata, direttore del collegio San Giuseppe De Merode, la scuola da me frequentata che si trova a fianco del loro atelier”.

    Accetti ai magistrati ha addirittura fatto notare che “non a caso uno dei primi due telefonisti a casa Orlandi (tre chiamate il 25 e 26 giugno 1983) si qualificò proprio con il nome di Pierluigi”, nome di battesimo di Celata.

    Sempre secondo le “rivelazioni” di Accetti, il riferimento a Piazza Borromini sarebbe invece da collegare a Francesco Pazienza, il chiacchieratissimo ex capo del Super SISMI, ramo molto particolare dei servizi militari italiani di quei tempi.

    I giornali e la tv rilanciano

    Per fortuna siamo riusciti a scongiurare nuove tracimazioni e tsunami di “verità risolutive” più false di Giuda. Ma le televisioni e i giornali che hanno rilanciato le affermazioni fatte da Viganò a Valli fanno finta di nulla.

    L’opinone pubblica resterà quindi ingannata nella sua stragrande maggior parte. E così il Mistero Orlandi Show potrà continuare. Altri 36 anni…

    https://www.blitzquotidiano.it/opinioni/nicotri-opinioni/emanuela-orlandi-telefonata-dal-vaticano-3205477/?fbclid=IwAR3ACx5LXdJv1HFjRVgUIgzLQKG_aiHNQnEqWbadjfnMH2hIXM4_81jBLq4

  • Il caso Casati Stampa: cronistoria di una storiaccia nera (prima parte – i fatti) VDP

    Il caso Casati Stampa: cronistoria di una storiaccia nera (prima parte – i fatti) VDP

    Sabato 8 gennaio 1927
    Nasce il marchese Camillo Casati Stampa
    • Nasce a Roma il marchese Camillo Casati Stampa di Soncino. Figlio di secondo letto di Camillo e Anna Ewing Cockrell, americana e figlia di senatore. Il padre, separato da Luisa Casati, (la marchesa che fu amante di D’Annunzio, anche nota per l’abitudine di andare in giro con ghepardi al guinzaglio e pitoni vivi al collo) lo riconosce ma presto se ne disinteressa. Non gli starà mai vicino.
    • Da bambino Camillo detto Camillino, molto viziato e solito ad eccessi improvvisi di collera, durante i ricevimenti organizzati dalla madre per raccogliere fondi di beneficenza, appena può mette le mani nel piatto dei soldi per ficcarseli in tasca o si intrufola sotto i tavoli per alzare le gonne alle signore e pizzicare le gambe ai loro mariti. Da ragazzo prende a calci i camerieri che non fanno ciò che lui comanda: una volta le dà di santa ragione a un poveraccio che lo sveglia troppo presto (la servitù ne trae una poesiola: «È accaduto un bel mattino, che il marchese di Soncino dà la sveglia in senso lato a qualcun che lo ha svegliato»). La madre, dalle idee moderne, convinta che i figli per non diventare rammolliti debbano crescere da soli, prima lo affida al personale addetto alla sua educazione e poi lo manda a studiare in un collegio in Svizzera.
    • Si appassiona ben presto alla caccia («Quando vedo una possibile preda volante, camminante, saltellante o strisciante difficilmente mi trattengo da spararle. So di essere facile alle collere e penso che uccidere gli animali rappresenti un buon canale di sfogo per me»), all’ornitologia («Più di tutti mi piacciono i falchi pellegrini. Passo le ore ha guardarne il volo e le picchiate velocissime in verticale quando avvistano una preda. Mi piacciono perché sono grandi cacciatori come me»), all’enigmistica e alle corse dei cavalli.

    Martedì 19 marzo 1929
    Nasce Anna Fallarino
    • Nasce ad Amorosi (Benevento) Anna Fallarino, figlia di Ernesto, impiegato alle poste, e di Amelia, casalinga con diploma da maestra, di origini calabresi e famiglia benestante. Quando Anna ha tre anni la madre scappa con un amante, abbandonando il tetto coniugale. Anna viene affidata ad una zia paterna che ha già due bambine mentre Velia, la sorella più piccola, va a stare da altri parenti.

    Martedì 19 marzo 1929
    L’infanzia di Anna Fallarino
    • L’infanzia di Anna non è felice. A scuola va male e cresce circondata dall’invidia delle cugine («Mi snobbavano, non mi facevano giocare con loro e la mattina prima di andare a scuola dovevo rassettare la casa») e di una sorellastra che la madre ha avuto da un amante napoletano. Nonostante ciò in paese è considerata una ragazza di buona famiglia, bella ed educata. Il suo solo difetto sembra essere il timbro di voce, molto alto (quando è eccitata o agitata non riesce a regolarlo).

    1943
    I primi amori di Anna Fallarino
    • A quattordici anni il primo fidanzatino («solo abbracci e baci umidicci e salivosi»), a sedici il secondo («Il mio corpo cominciò a svegliarsi, sentivo qualcosa di speciale nel cuore, nella testa e in quel posticino basso. E mentre pensavo a qualche giovane che mi andava a sangue mi accorsi che se mi sfioravo lì mi deliziava»). Poi ci fu Marcello, un muratore di vent’anni («Mi faceva impazzire, mi sbatteva contro la porta e me lo infilava tra le cosce. Il mascalzoncello ci ha provato a metterlo dentro ma non ci è mai riuscito»).

    1946
    Anna si trasferisce a Roma
    • Anna Fallarino decide di interrompere gli studi e di lasciare casa della zia. Si trasferisce a Roma in via Milano 43 interno 5, a casa dello zio Mario, sottufficiale di Polizia. Per non pesare sul bilancio familiare si mette a fare la commessa in un negozio d’abbigliamento. Trasforma gli straccetti usati dalle amiche in vestitini e si disegna a penna sulle gambe la riga posteriore delle calze per fingere di indossarle. Così riesce a farsi notare e inizia a fare la modella prima per le Sorelle Fontana, poi per altre case di moda. In più, tenta di fare la comparsa a Cinecittà. Sogna di diventare famosa e ricca.
    • Anna, pelle olivastra, compatta, liscia e levigata, spalle diritte, fronte spaziosa, sopracciglia arcuate, ciglia finte, zigomi pronunciati, naso dritto, capelli castani lunghi e folti, bocca grande, labbra piene, denti bianchissimi, seno abbondante, glutei tondi, alti e sodi, attira gli sguardi ammirati e vogliosi degli uomini senza fare nulla.

    1946
    Storielle romane
    • Appena arrivata a Roma conosce il vicino Remo Lorenzoni, garzone nella macelleria del padre (in via del Lavatore, vicino alla fontana di Trevi) che abita all’interno 4 di via Milano: «Voleva fare sul serio, ma non era cosa. Primo la sua famiglia non mi aveva presa in simpatia poi io aspiravo ad un uomo più colto, più raffinato e di un altro livello di classe sociale». L’innocenza la perde con un «pancione fedifrago» che le ha promesso film con Marlon Brando e sfilate di Cardin: «Con lui e poi con altri che non mi aggradavano chiudevo forte gli occhi e fingevo di essere un’altra».

    1949
    Camillo Casati sposa Letizia Izzo
    • Il marchese Camillo Casati sposa Letizia Izzo, ex ballerina di avanspettacolo, più nota con il nome di Lydia Holt. Abitano a palazzo Barberini a Roma.
    • Anna Fallarino fa la comparsa nel film Totò Tarzan, la particina gliela procura un amico fonico di Cinecittà. Indossa una ghirlanda di fiori tra i capelli e un reggiseno troppo largo con un grappoletto di quattro banane attaccato alla sommità della coppa destra. Totò: «Come ti chiami?». Lei: «Ranocchia». E lui: «Allora senti Ranocchia, andiamo a fare un girino». La carriera cinematografica di Anna Fallarino finisce qui.
    • Alla festa di un’amica a Roma, Anna conosce Peppino Drommi, padrone di una piccola industria alimentare. Si innamorano. Lui, un giovane bruno, alto ed elegante, subito la riempie di regali tra cui un anello di brillanti, la presenta in famiglia e chiede al padre di lei il permesso per il fidanzamento ufficiale. Facoltoso, mondano, stimato nella Roma che conta, porta Anna alle feste più belle.

    1950
    Le nozze di Anna Fallarinoo e Peppino Drommi
    • Anna Fallarino e Peppino Drommi si sposano. L’amore l’hanno fatto già prima del matrimonio: «Ero innamorata. Una sera, da fidanzati, venne a cena da me, poi ci stendemmo sul divano e lui baciandomi con la bocca che sapeva di fragola mi tolse camicetta, reggiseno, gonna e mutandine». Poi la gran delusione: Peppino soffriva di eiaculazione precoce. «Rimasi come una scema (…) e capii che avevo bisogno di essere appagata dal sesso. Peppino, in ogni caso, non era un egoista, provava a resistere più che poteva e se non ce la faceva mi soddisfaceva in altri modi. Si dava un gran da fare»

    Martedì 22 maggio 1951
    Nasce Annamaria Casati
    • Nasce a Roma Annamaria, figlia di Camillo Casati Stampa di Soncino e Letizia Izzo.

    1955
    Camillo Casati incontra Anna Fallarino
    • Peppino, caro amico di Camillo Casati Stampa, viene invitato a palazzo Barberini. Peppino porta la moglie. Il marchese se ne innamora.

    Sabato 4 giugno 1955
    Villa San Martino, Arcore
    • Muore lo zio di Camillo, Alessandro Casati Stampa: «Lo zio, al quale devo la maggior parte delle mie ricchezze, m’ha lasciato ogni suo bene perché l’ho convinto che credevo nella religione e nella libertà del suo amico Benedetto Croce». Tra i suoi beni lo zio gli ha lasciato Villa San Martino ad Arcore. Costruita nel XVI secolo, fino al Quattrocento era un monastero che accoglieva le suore benedettine. Nel Settecento il conte Giulini la fece ristrutturare per farne una residenza che divenne dei Casati a seguito del matrimonio di Anna Giulini Della Porta con Camillo Casati nell’Ottocento, per passare poi alla fine di quel secolo al ramo Casati Stampa di Soncino.

    1958
    Le avances di Porfirio Rubirosa
    • In un viaggio in Costa Azzurra, dopo aver mangiato ostriche e bevuto Kyr Royale, Peppino Drommi e Camillino Casati decidono di andare al Pirata di Cap Martin con le rispettive mogli. Lì incontrano Porfirio Rubirosa che cinge la spalla di Anna con il suo braccio e, noncurante delle occhiatacce lanciate dalla moglie Odile, dal marito di lei Peppino (noto per le sue scenate di gelosia) e da Camillino, le sfiora ripetutamente il seno con la mano. Racconta Anna: «Peppino, fuori dai gangheri, prima gli chiede educatamente di togliere la mano dalla mia spalla, poi, dato che il figuro non gli dava retta, gli dà una violenta spintonata e incominciano a picchiarsi». A dar man forte a Peppino ci pensa Camillo. «Tavoli, sedie all’aria, bicchieri, piatti e bottiglie rotte. Tutta quella gazzara per me!». Quella stessa sera stringe amicizia con Letizia Izzo, la moglie del marchese.
    La corte di Camillo Casati ad Anna Fallarino
    • Camillo inizia a fare la corte ad Anna, lei ne è lusingata ma finge indifferenza («Non volevo essere un’amante qualunque»). Letizia se ne accorge e chiude ogni rapporto con lei.

    1958
    La festa galeotta
    • Una sera durante una festa Peppino alza il gomito e dopo una scenata di gelosia se ne va lasciando Anna sola. Camillo la conforta, la stringe a se mentre ballano Unforgettable («significa indimenticabile, come tu sei stata per me da quando ti ho vista la prima volta»). Letizia, seduta in disparte, li guarda con le lacrime agli occhi. Finita la festa Camillo mette su un taxi la moglie e le dice che fra loro è finita.

    La prima notte di Camillino e Anna
    • Anna e Camillino trascorrono la notte in un albergo di lusso. Fanno l’amore e poi ordinano champagne. Poi fanno l’amore di nuovo, questa volta davanti al cameriere del room service: «Camillo ha preteso che rimanesse in piedi davanti a noi col tovagliolo sul braccio in attesa dell’ordine di stappare la bottiglia. Poi lo ha toccato sulla patta per sentire l’effetto che gli avevamo fatto. Dopo averlo invitato a bere un calice gli ha dato una mancia spropositata. Ci siamo posseduti selvaggiamente e ripetutamente per tutta la notte. La mattina dopo io con la lingua escoriata e il basso ventre bruciante sono tornata a casa mia. Era deserta. Sul comodino un biglietto di Peppino: si dichiarava pronto a concedermi la separazione e a mantenermi per un certo periodo purché me ne andassi al più presto». Prende poche cose e si trasferisce da un’amica.

    La convivenza di Camillo e Anna
    • Qualche settimana dopo Anna va a vivere con Camillo a palazzo Barberini. Nell’appartamento affianco vive la madre («Mi pare che tu sia la donna adatta ad un uomo come mio figlio, vedo che hai classe e so che ti farai, sono sicura che l’incontentabile e pretenzioso Camillo con te smetterà di cercare… come dicono i romani? Maria per Roma»). Camillo ha già avviato la separazione da Letizia (le passerà seicento milioni di liquidazione, una casa di tredici stanze, alimenti per Annamaria, una rendita e una casa per la sorella.

    Martedì 27 gennaio 1959
    Un divorzio costato un miliardo
    • Dopo aver sborsato più di un miliardo di lire in bustarelle per vescovi, cardinali e alti prelati del Vaticano, Camillo ottiene l’annullamento dalla Sacra Rota del suo matrimonio con Letizia Izzo.

    Venerdì 24 aprile 1959
    La Sacra Rota annulla il matrimonio di Anna e Peppino
    • Anche Anna Fallarino si separa ufficialmente da Peppino Drommi con l’annullamento dalla Sacra Rota.

    Mercoledì 21 giugno 1961
    Anna e Camillo si sposano in chiesa
    • Dopo essersi già sposati in Svizzera (1959) e col rito civile (nel 1960), Anna Fallarino e il marchese Camillo Casati Stampa si uniscono in chiesa: «Ci tenevo tanto al matrimonio religioso per stare in pace con Gesù e con la Madonna, sai io sono tanto devota alla Madonnina di Pompei».

    Mercoledì 21 giugno 1961
    Anna Casati: «Quando uno ama tutto è lecito»
    • Anna Fallarino in Casati Stampa di Soncino vive ora nel lusso più sfrenato. Quasi ogni ora della giornata richiede un abito particolare, dalla vestaglia di seta alla mise cucita su misura per la serata. I coniugi frequentano i Ruspoli, i Torlonia, gli Odescalchi, i Lancillotti. Hanno diverse case (un attico in via Puccini a Roma, palazzo Soncino a Milano e altri beni a Cinisello Balsamo, Usmate, Muggiò, Nova Milanese, Trezzano sul naviglio, Gaggiano, Bareggio), un castello a Cusago, la settecentesca villa di Arcore (3.700 metri quadri con una pinacoteca che annovera quadri di Tintoretto e del Tiepolo e una biblioteca di oltre diecimila volumi), una scuderia a Tor di Valle (per lui che ama i cavalli e le corse), barche. D’estate si spostano dall’isola di Zannone a L’île du Levant (nota spiaggia nudista) con puntatine in Corsica o a Porto Rotondo per far da anfitrioni a Aga Khan o a Donà delle Rose. Lei cede a tutte le fantasie sessuali del marito: «Quando uno ama tutto è lecito e diventa più gradevole».

    Mercoledì 21 giugno 1961
    «All’inizio eravamo soli io e lui, magari con qualche spettatore»
    • La marchesa a proposito del marito: «Non so come fa a non stancarsi, vorrebbe che io facessi continuamente l’amore e non solo con lui, anzi quasi mai con lui! All’inizio quando mi parlava di certe libertà sessuali e di rapporti promiscui, credevo che lo facesse per eccitarsi o per incuriosirmi. All’inizio eravamo soli io e lui, magari con qualche spettatore. Peccato che è durato poco».

    Mercoledì 21 giugno 1961
    I marchesi abitano al 9 di via Puccini
    • L’appartamento dei marchesi, affacciato su villa Borghese, occupa il terzo e il quarto piano della palazzina. Al terzo piano ci sono l’ingresso, le camere da letto dei marchesi, i bagni, una sala da gioco, un salotto soggiorno e una camera degli ospiti. Al quarto gli alloggi della servitù, la sala da pranzo, il salone per gli ospiti, meglio conosciuto come il salone degli uccelli per via dei trecento volatili impagliati (tra i quali anche dei fenicotteri) e della rastrelliera di fucili.

    agosto 1961
    Maria Teresa, la cugina quindicenne, confidente della marchesa
    • Nell’estate del 1961 Maria Teresa Fiumanò, cugina quindicenne di secondo grado di Anna, trascorre l’estate in compagnia dei marchesi. Il padre, Ninì Fiumanò, è un funzionario di polizia postale ed è molto legato ad Anna e Camillo. Non potendo confidare al cugino i suoi segreti Anna decide di sfogarsi con la figlia quindicenne di lui e le racconta tutta la sua vita dai primi baci salivosi con i ragazzi di scuola ai gusti sessuali o alle doti del marchese: «A parte i Santi in paradiso non ho che te con cui sfogarmi. Ma so che terrai tutto per te. Sei molto matura».

    agosto 1961
    La regia dei festini
    • Sull’isola di Zannone il marchese oltre ad andare a caccia è solito organizzare festini proibiti. «Grovigli di corpi nudi sdraiati sugli scogli si contorcevano in pose plurime davanti all’obiettivo del marchese, che, con l’appendice svettante verso l’alto, fotografa da tutte le angolazioni i copulanti e impartisce loro istruzioni precise sul da farsi come un regista» (Maria Teresa Fiumanò, che appostata dietro uno scoglio, ha visto tutto). La protagonista assoluta naturalmente è Anna che si dà a tutti i convenuti eseguendo accuratamente ogni ordine del marito, ansimando e muovendosi a comando. Spesso lui le promette: «Se sarai brava dopo ti possiederò io e vedrai come godremo».

    agosto 1961
    Anna Casati non riesce ad avere figli
    • Anna rimane incinta ma dopo soli due mesi abortisce spontaneamente. I due ci provano e ci riprovano. Lei si sottopone a molte cure: interi mesi di riposo, consulti all’estero, farmaci. Ma ogni gravidanza non dura più di due mesi («Ci provavo io a trattenerlo in grembo ma è inutile quando sento qualche crampetto comincio a perdere sangue e so che è la fine di un’altra mia speranza»). Ai nomi ci pensava sempre: se fosse stato un maschio lo avrebbe chiamato come gli antenati di Camill Gabrio, Eriberto («che fa tanto fine») o anche Cristiano («ma mi fa pensare a un guerriero martire»). Per un femmina aveva scelto: Giada, Verde o Selvaggia.
    • La figlia di Camillo, Annamaria, è una bambina viziata, appassionata di caccia, che vive con la madre (fino alla morte di Letizia per cancro). Molto legata al padre, con Anna è un po’ dura ma più cresce più i rapporti migliorano.

    1965
    Camillo paga gli uomini per far sesso con la moglie
    • Sulla spiaggia di Coccia di Morto o su quella di Ostia il marchese seleziona alcuni passanti, preferibilmente avieri, burini o soldatini con bei corpi muscolosi e gli dà dalle trenta alle cinquantamila lire per possedere la moglie, a cielo aperto o nella loro cabina al Gambrinus, mentre lui fotografa e gode della gioia di lei.
    • Dal diario del marchese: «Oggi Anna mi ha fatto impazzire di piacere. Ha fatto l’amore con un soldatino in modo così efficace che da lontano anche io ho partecipato alla sua gioia. Mi è costato trentamila lire, ma ne valeva la pena». «Siamo stati sul litorale di Fiumicino, in molti la guardavano. Abbiamo scelto un giovane. È stato appagante. Lo abbiamo ricompensato con trentamila lire». «Al mare con Anna ho inventato un nuovo gioco. L’ho fatta rotolare sulla sabbia, poi ho chiamato due avieri per farle togliere i granelli dalle pelle con la lingua».
    • Anna Fallarino alla cugina Maria Teresa Fiumanò: «Per amor di mio marito ho imparato ad andare a cavallo, camminare tra i boschi e nelle riserve di caccia, ma quando si tratta di sparare a povere creaturelle innocenti sparo in aria o sui tronchi d’albero, faccio finta di essere incapace di tenere in mano un fucile e sparo in aria».

    maggio 1967
    L’iniziazione della marchesina
    • Il marchese Camillo e la moglie Anna chiedono a Maria Teresa di accompagnare Annamaria a Madrid: la giovane si è innamorata e il padre vuole a tutti i costi che la figlia abbia la sua iniziazione amorosa, però ha timore a mandarla da sola. In Spagna non si vedono quasi mai, una va per musei l’altra segue la movida, tuttavia raggiungono un’ottima intesa.

    1968
    L’altra Anna
    • Camillo conosce un’attricetta olandese, una certa Isolde, che somiglia molto alla moglie. Le fa tingere i capelli, le fa modificare il viso con una plastica facciale: la rende un clone della marchesa. Ogni tanto vuole avere due Anne con cui sollazzarsi.

    gennaio 1970
    L’incontro con Massimo Minorenti
    • Durante una festa di beneficenza nei primi giorni del nuovo anno, la marchesa conosce un Massimo Minorenti, 25 anni, giovane, bello e squattrinato. Subito lo presenta al marito ed iniziano un ménage à trois. Massimo Minorenti, studente di Scienze politiche fuori corso (non ha mai dato un esame), è figlio di un funzionario in pensione della Gescal (Istituto per le case dei lavoratori). Pariolino, fascista, ha un fisico atletico, capelli biondi spioventi che gli incorniciano il volto (Camillino lo chiama: «Il capellone»). Trascorre le sue giornate a oziare e le notti da un night all’altro, da un flirt all’atro (tra i suoi amori annovera la soubrette Lola Falana), gli piace l’azzardo («Sono nato per vincere»). Ha una fidanzata jugoslava, Zorika Milosevic, 30 anni, anche lei senza troppi quattrini che però vive in un elegante superattico tra il Flaminio e Ponte Milvio (è assai nota nei locali notturni di via Veneto).

    febbraio 1970
    L’amore clandestino di Anna Casati e Massimo Minorenti
    • Anna e Massimo ogni tanto s’incontrano di nascosto dal marchese in un albergo (in viale Liegi) o in casa di un amico di lui. Lei cerca l’intimità di un rapporto a due, lui la corteggia, le manda dei fiori, le regala il disco di Modugno La lontananza così che quando non si vedono lei possa pensarlo ma soprattutto vuole i soldi. Lei apprezza la dolcezza e l’ironia di questo ragazzino che definisce lei stessa: «spassoso». Certo gli dà dei soldi e altri glieli dà Camillo per le sue prestazioni sessuali ma con lui Anna torna ragazzina.

    febbraio 1970
    Anna Casati Stampa, pioniera della chirurgia plastica
    • In una clinica romana Anna Casati Stampa, 40 anni, si sottopone, per volere di Camillo, ad una mastoplastica e a una addominoplastica riduttiva. L’inserimento delle protesi al silicone riesce perfettamente mentre per la seconda rimane, molto visibile, la cicatrice.

    Sabato 28 marzo 1970
    Anna Casati: «La mia vita è un inferno»
    • Anna fa la sua convalescenza a Zannone. Si annoia e scrive a Massimo: «Sono molto triste. Di solito amo quest’isola, ma quest’anno la odio. Il peggio è che non posso farci nulla, mi auguro con il tempo di calmarmi, ma per ora la mia vita è un inferno. Penso che un tuo scritto mi renderebbe felice. Se puoi scrivi la busta a macchina e come mittente metti Sartoria Botti, Corso Italia 21, Roma. Ora debbo lasciarti. Camillo sta rientrando. Ti abbraccio forte. La tua Anna».

    giugno 1970
    Anna Casati: «Camillo vuole troppo. Mi sento una mignotta»
    • Anna si riprende finalmente dall’operazione anche se è molto turbata dalla cicatrice sul basso ventre che è rimasta visibile. Se non migliorerà fra un anno il chirurgo ci rimetterà le mani. Riprende a frequentare Massimo, Camillo si ingelosisce anche perché Anna cerca da tempo di fargli capire che di questa vita non ne può più. Lei scrive in una lettera: «Prima il nostro era un allegro e singolare passatempo che lui proponeva al quale io dovevo partecipare e capitava ogni tanto. Ora, invece, lo devo accontentare due o tre volte la settimana. (…) Mi pare di essere diventata la peggio delle mignotte. (…) Mi fa passare le pene dell’inferno ma io lo amo ancora».

    giugno 1970
    La lettera di Camillo per il cugino Ninì
    • Camillo scrive una lettera a Ninì Fiumanò, cugino di Anna, nella quale lo prega di parlare con lei. Lo informa che «la bella Anna ha perso la tresibonda per il giovane Massimo», lo prega di farla ragionare quanto prima e lo invita a controllare la fedina penale del ragazzo.

    Martedì 7 luglio 1970
    Camillo Casati: «La più grande delusione della mia vita»
    • Camillino sente che Anna si sta allontanando sempre di più. Si isola. È scorbutica e si ribella ai suoi voleri. Il 7 luglio annota sul suo diario: «La più grande delusione della mia vita. Vorrei essere morto e sepolto, che schifo, piccineria, voltastomaco, quello che mi ha fatto Anna. Pensavo che fossimo l’unica coppia legata veramente, e invece…».

    agosto 1970
    Massimo Minorenti, l’ometto mancato
    • Sull’isola di Zannone ricominciano i festini estivi, tra gli invitati anche Massimo. Durante un’orgia Camillino lo tratta malamente: «Massimo, ma come ti muovi. Balordo. Non ti attizza mia moglie? Eppure ti piace quando nessuno vi guarda. Ometto mancato. Ora ti faccio vedere io come si fa». In una crisi di gelosia, lo strattona via, e lo rimpiazza con un certo Mariano. Poi prima di mandarlo via possiede la moglie e la fa ansimare forte per essere sicuro che «il capellone» l’abbia sentita.

    agosto 1970
    La promessa di Minorenti e il ricatto della Fallarino
    • Anna non ce la fa più. Vuole uscire da questa situazione infernale. Ha creato un piano per ricattare Camillo con Massimo Minorenti, che le ha promesso di aiutarla in cambio di denaro. Alla cugina Maria Teresa scrive (lettera aperta post-mortem): «Ho soldi, ville, pellicce, gioielli e le invidie degli altri ma non sono la ricchezza e la nobiltà, come mi pensavo, che donano la felicità. Sarei stata felice se solo fossi stata amata in maniera normale. Massimo è stato uno dei tanti e il gioco è bello quando dura poco. Lui si è messo in testa di aprire un autosalone con due amici (Cesare Marangoni e Aurelio Facchini). Per cui lui verrà da me con mio marito (alla fine del mese) quando andrò a parlargli. Non sarà nemmeno necessario che Massimo apra bocca. Basterà la sua presenza a intimorire Camillo. Lui ha partecipato a tutte le porcherie che Camillo mi ha fatto subire negli anni. Sarò io a ricattarlo e a farmi dare parecchi soldi. Se Camillo lo vorrà io resterò con lui perché lo amo ancora ma voglio liberarmi delle sue perversioni».

    agosto 1970
    La lettera di Anna alla cugina
    • Nello stesso periodo sull’isola c’è anche la cugina e confidente di Anna, Maria Teresa Fiumanò. Le due non riescono a farsi le loro confidenze, causa i molti ospiti, e Maria Teresa se ne va. Poco prima di salpare Anna le corre incontro e le consegna una lettera: «Non ho modo di comunicare con te a voce, non c’è tempo. Non mi è rimasta altra possibilità che scriverti. Promettimi però che leggerai questa lettera solo quando sarà necessario, quando e se succederà qualcosa. Mi fido di te».

    Mercoledì 19 agosto 1970
    Le centomila lire della marchesa
    • Massimo Minorenti ha trascorso la notte con i marchesi. Camillo lo vuol pagare ma questa volta è la moglie a dare i soldi al ragazzo. Centomila lire. Camillo Casati è sconvolto, conosce troppo bene il gioco per non sapere il senso dell’improvviso gesto della moglie. Esce di casa e ne rimane lontano per alcune ore; quando torna non saluta il maggiordomo che era andato ad aprirgli la porta, un atteggiamento inconsueto per lui: è burbero ma educato.

    Venerdì 21 agosto 1970
    Dal diario del marchese
    • «Sono a terra, spossato moralmente e ancor più fisicamente» (Camillo Casati Stampa sul suo diario).

    Domenica 23 agosto 1970
    Camillino: «Vorrei tanto separarmi ma non ce la faccio»
    • «Anna mi è completamente caduta, ma la malattia che ho per lei mi lega. Non riesco a dormire, vorrei tanto. Ma coma faccio quando lei mi dice: “Tengo la linea del telefono finché non dormo”, e poi fa una telefonata, ne riceve un’altra, ne fa un’altra, e non mi dice nulla, e io nel salotto a struggermi? Perché è così perfida? Io non sopporto più questa situazione. Vorrei tanto separarmi ma non ce la faccio».

    Lunedì 24 agosto 1970
    Dal diario del marchese/2
    • «Io sto letteralmente morendo internamente e ho perso tutto…» (Camillo Casati Stampa sul suo diario).

    Mercoledì 26 agosto 1970
    Dal diario del marchese/3
    • «A Fiumicino nudissimi. Anna bella spaparanzata. Dopo un aviere nuovo… tutto divino».

    Venerdì 28 agosto 1970
    Massimo Minorenti tra le braccia di Zorika
    • Massimo Minorenti trascorre la notte da Zorika, la sua ex-fidanzata jugoslava («credo che Massimo intendesse riprendere con me una relazione che avevamo interrotto qualche tempo prima, forse proprio quando nella sua vita apparve la marchesa»). Insieme progettano un fine settimana a Porto Santo Stefano (Argentario). A lei la marchesa non piace («Con Massimo la chiamiamo “La vecchia”») e vuole allontanarlo da quella situazione. Massimo invece spera che lasciando Roma riesca a svincolarsi dalla promessa fatta ad Anna Casati. La tensione non gli fa chiudere occhio e passa la notte steso sul letto, abbracciato all’ex.

    Sabato 29 agosto 1970
    Camillo Casati va a caccia dai Marzotto
    • Camillo prende un aereo e va a Venezia. Raggiunge il suo amico Vittorio Marzotto a Valdagno per una battuta di caccia.

    Sabato 29 agosto 1970
    Massimo Minorenti raggiunge Anna Casati
    • Alle prime ore del mattino Massimo prende finalmente sonno, Zorika lo lascia dormire e se ne va dal parrucchiere ma al suo ritorno Massimo non c’è più. Appena si è svegliato ha raggiunto Anna in via Puccini.

    Sabato 29 agosto 1970
    A cena con la marchesa
    • Nel pomeriggio in via Puccini arrivano anche due amici di Massimo, Cesare Marangoni e Aurelio Facchini (quelli con cui Massimo vuole aprire l’autosalone). I quattro cenano nell’attico dei marchesi.

    Sabato 29 agosto 1970
    Le minacce del marchese Casati
    • Nel pomeriggio Anna Casati telefona al marchese dai Marzotto ma lui ancora non è arrivato. Appena lo informano la richiama ma stavolta è lei a non rispondergli. Alle 20.10 mentre il marchese è a cena riceve la telefonata della moglie. Dopo qualche minuto di conversazione il marchese le dice: «Non ti sembra di affrettare troppo le cose? Non ti sembra di essere precipitosa?». Verso le 22.45, i coniugi Marzotto vanno a dormire e il marchese rimane in compagnia del giovane Gaetano, che ha 17 anni. Camillo chiede di poter parlare ancora con Roma e lo fa tre volte. Nell’ultima, il colloquio è tempestoso. Gaetano Marzotto racconta poi al padre di avere ascoltato involontariamente una parte della telefonata: «No. No… Non precipitare le cose… Se è così fra noi tutto è finito, ma tu allora devi uscire subito di casa e lui deve mantenersi… Venite a casa mia domani, alle 18.30 e sistemeremo tutto. Se invece le cose non dovessero sistemarsi, io lo rovino, magari lo ammazzo… A te, comunque, non succederà nulla; stai tranquilla». Sempre nel corso di questa telefonata, il marchese Casati chiede alla moglie di parlare direttamente con Massimo Minorenti. Il giovane va all’apparecchio e Camillo rabbioso gli grida: «Vigliacco, marchettaro». [Lizio Zanotti, Sta. 11/9/1970] Alle due di notte, dopo l’ultima telefonata del marchese, Anna e Massimo, spaventati dalle minacce, lasciano via Puccini e vanno a casa di Cesare Marangoni in via Ripense 4. Non dorme nessuno. Anna si abbrutisce di caffè e tra una sigaretta e l’altra, ripete in continuazione: «Camillo non minaccia mai a vuoto».

    Domenica 30 agosto 1970
    Camillo abbatte 183 anatre in poche ore
    • Camillo si alza molto presto e inizia a sparare: abbatte 183 anatre. Pranza con i Marzotto, sembra molto tranquillo e subito dopo chiede di essere riaccompagnato a Venezia per prendere l’aereo del pomeriggio: «Tornerò per la prossima battuta di caccia. Verrò con Anna».

    Domenica 30 agosto 1970
    Anna Casati chiede aiuto al cugino Ninì
    • Alle 11 del mattino Anna telefona al cugino Ninì Fiumanò (ora vicequestore dirigente responsabile della Polizia postale di Napoli) che si trova a Roma con la famiglia per chiedergli di accompagnarla a casa, in via Puccini, con Massimo Minorenti. Lui si rifiuta di accompagnarla: non vuole interferire nella loro relazione ma le sconsiglia caldamente di recarsi dal marito con il ragazzo.

    Domenica 30 agosto 1970
    La lettera d’addio per Massimo Minorenti
    • Anna consegna ad Aurelio Facchini un biglietto da dare a Massimo dopo l’incontro con Camillo. Vuole chiudere definitivamente la loro relazione: «Ti scrivo mentre non so se il mio amore esiste ancora. Per me, tu non sei stato una semplice avventura. Cerca di rifarti una nuova vita. La tua Anna».

    Domenica 30 agosto 1970
    Camillo arriva a casa
    • Camillo è tornato a casa con un taxi da Fiumicino. Sono le 18 circa. Si toglie gli abiti sportivi e indossa la vestaglia da camera e le pantofole in pelle. Beve una spremuta di pompelmo, siede in poltrona e legge una lettera che Anna gli ha fatto recapitare da un cameriere: «Mio caro, perdonami se ho sbagliato, ma ti prometto che chiuderò con Massimo e torneremo amici come prima» (la lettera però non sarà mai ritrovata).

    Domenica 30 agosto 1970
    Annamaria torna dalle vacanze
    • Alle 18.40 Annamaria chiede di essere ricevuta dal padre, è appena tornata dalle vacanze, ma lui le manda a dire da un cameriere che sta aspettando gente. La figlia gli telefona («All’inizio è stato anche brusco, si è raddolcito quando io ho insistito per sapere cosa avesse. Mi ha chiesto allora come stavo, quando ero tornata dalle vacanze, se Vittoria e Livia Lancellotti erano con me. Ci siamo salutati come sempre, affettuosamente, d’accordo che sarei venuta a Palo e ci saremmo incontrati in serata o l’indomani mattina») e se ne torna a Palo Laziale dove era ospite dai Lancellotti.

    • Alle 19 Anna e Massimo arrivano in via Puccini su una Fiat 500 di uno degli amici di Massimo mentre Cesare Marangoni e Aurelio Facchini li seguono col Rover 3000 dei marchesi fin sotto al portone.
    Domenica 30 agosto 1970
    Anna Fallarino e Massimo Minorenti incontrano Camillo

    • Verso le 19.15 Anna e Massimo entrano nel salotto. Camillo li ha fatti aspettare. Ha tirato fuori dalla rastrelliera un fucile da caccia e lo carica con cinque cartucce per cinghiale (probabilmente per intimorire i due) e ha dato l’ordine ad Adriano, il cameriere, di non essere disturbato per nessun motivo. I camerieri rispettano religiosamente gli ordini del marchese, lo temono molto. Sa come essere generoso ma se qualcosa va storto rischiano il posto di lavoro e alcune ossa rotte.
    Domenica 30 agosto 1970
    Omicidio-suicidio

    • Il marchese, in un raptus di follia dovuto alla gelosia e al rancore covato negli ultimi mesi, carica il suo Browning calibro 12 da caccia e abbatte la moglie con tre colpi, l’amante con due e poi si suicida.
    Domenica 30 agosto 1970
    «Noi non possiamo entrare. Il marchese ce lo ha impedito»

    • Più tardi i camerieri di via Puccini chiamano Velia, la sorella di Anna che si trova nella villa di Rocca di Papa. Sono preoccupati dalle grida disperate provenienti dal salotto: «Noi non possiamo entrare. Il marchese ce lo ha impedito».

    Domenica 30 agosto 1970
    La scena del delitto
    • Alle 21.30 Velia Fallarino in Spanò entra nel salotto di via Puccini 9 con Adriano, il cameriere e Cesare Marangoni che aspettava giù al portone. C’è sangue dappertutto: sui tendaggi di broccato, sui mobili di Luigi XV, sulle poltrone papaline. La sorella è seduta su di una poltrona, con le gambe fasciate da un paio di pantaloni, accavallate e poggiate su uno sgabello. È stata colpita al braccio, alla gola e al seno. Dallo squarcio sul torace si intravedono le protesi di silicone che si era fatta inserire qualche mese prima. Massimo Minorenti, colpito alla schiena e alla nuca, giace mezzo raggomitolato a braccia conserte in una pozza di sangue dietro il tavolinetto. Indossa una camicia fantasia su dei pantaloni in pelle. È morto con un occhio spalancato. Il marchese è riverso sulla schiena dietro una poltrona, il capo dilaniato, vicino a lui il suo Browning calibro 12. Sul muro retrostante pezzi di materia cerebrale, sul quadro il suo orecchio. È probabile che si sia servito della poltrona per puntarsi il fucile sotto il mento.

    Domenica 30 agosto 1970
    Tutti al 9 di via Puccini
    • Velia fa chiamare la Croce Rossa e la Polizia. Appena saputa la tragedia il cugino Ninì torna a Roma e va direttamente in via Puccini. Nel salotto trova una folla di gente, cronisti, fotografi, camerieri, parenti di Anna, amici di Massimo, poliziotti, vicini di casa. Anche Annamaria torna di corsa a Roma, ma non ha il coraggio di entrare nel salone (tuttavia sarà lei a fare il riconoscimento ufficiale dei tre cadaveri).
    • Alle 22 irrompono nel salotto il vicecapo della squadra mobile Ferrante, i funzionari della omicidi Gianfrancesco, Maini e Scali e il magistrato di turno Scorza.

    Domenica 30 agosto 1970
    La Fallarino leggeva Baudelaire
    • Annamaria entra nello studio, tra le grandi vetrine bianchissime, piene di bacheche, i libri della sua matrigna sono pochissimi. Uno è I fiori del male rimasto aperto su questi versi: «Poiché s’era già spento il lume tutto in giro – il focolare solo la stanza rischiarava – qualora esso guizzava un ardente sospiro – inondava di sangue quella sua pelle d’ambra».

    Domenica 30 agosto 1970
    Il diario verde del marchese Casati
    • Durante la perquisizione dello scrittoio di Camillo vengono ritrovati il diario con la copertina verde del marchese nel quale lui appuntava ogni giorno gli incontri promiscui, i suoi pensieri, le sue fantasie e più di 1.500 foto di Anna nuda o in gonna di pelle con le gambe divaricate con fruste e catene, e un calendario di donnine sul retro del quale il marchese ha scritto: «Muoio perché non posso sopportare il tuo amore per un altro uomo. Quel che faccio lo devo fare. Perdonami. E qualche volta vienimi a trovare» (il calendario è scomparso).

    Lunedì 31 agosto 1970
    L’Italia si scandalizza
    • Tutti i giornali gridano allo scandalo. Il Messaggero titola: «Il marchese Casati Stampa uccide moglie e amico, poi si spara in faccia». Nell’occhiello: «Il dramma della gelosia». Quotidiani e riviste maschili titolano: «Il diario del marchese»; «Le foto proibite della marchesa»; «I turpi festini dei nobili degenerati»; «Camillo Casati di Soncino uccide la moglie, l’amante della moglie e si uccide»; pubblicano le immagini della marchesa nuda. Molti degli amanti pagati da Camillino si fanno avanti raccontando le loro avventure, o pubblicando alcuni carteggi in cambio di qualche soldo. [Leggi la lettera di Camillo Casati ad una coppia di scambisti e la lettera scritta dal marchese (con il nome della moglie) alla rivista Men]

    • Remo Lorenzoni, il macellaio romano che era stato uno dei primi amori di Anna appena arrivata dalla provincia: «Siamo stati fidanzati tre anni. Avremmo dovuto sposarci – ricorda – non se ne fece più niente. Non riesco a credere che sia finita così. I giornali parlano tutti di orge, perversioni, di cose strane che avrebbe fatto con il marchese. Io la ricordo come era allora: una ragazza semplice, capace di badare a se stessa. Io posso ricordarla solo in questo modo, e voglio dirlo a tutti, adesso che ognuno parla di lei come l’ultima delle donne. Anna non sarebbe mai diventata così – conclude l’ex fidanzato – se qualcuno non l’avesse traviata».

    • Un allegato al Corriere d’Italia: «Il vero Diario della Marchesa Anna Casati Fallarino», corredato di 212 pagine e di 150 foto, sia in bianco e nero che a colori. In copertina c’è un puzzle fotografico (formato cm 15×24, brossurato). Al centro un ovale con lei ancora una volta nuda, con occhiali e cappellone con nastro. Poi degli spicchi a corona intorno alla foto principale: lei nuda in cravatta, un’altra di lei, ovviamente anche qui nuda, inquadrata dal basso mentre si sorregge il seno con l’avambraccio e i capelli al vento. Poi un ennesimo mezzobusto della serie nuda con cravatta e una foto in bianco e nero con Anna e Camillo in abito da sera ad un ricevimento. All’interno, dove l’editore si fa coraggio e pubblica le inquadrature genitali, una frontiera che allora era temeraria anche nelle riviste per soli adulti.

    • L’Osservatore Romano in un articolo di Raimondo Manzini: «Il tragico evento passionale che occupa le cronache di Roma con diffuse informazioni illustrative e figurative sulle tre vittime della strage e sui loro rapporti rivela al suo fondo degradazioni e tolleranze di ordine coniugale ed extra coniugale che gettano sinistra luce sui cedimenti di costume cui giunge il nostro tempo. Non basta la dignità di una famiglia, il privilegio di un nome, l’eredità d’una tradizione a salvaguardare da diffuse e abominevoli esperienze: la ricchezza, anzi, può diventare condizione agevole al perseguimento di torbide licenze».

    Lunedì 31 agosto 1970
    Il profilo del marchese secondo Servadio
    • Emilio Servadio (psicanalista e sessuologo, presidente del centro psicoanalitico di Roma) in un’intervista a Sandro Ottolenghi per l’Europeo: �«Quello che colpisce nel profilo psicologico del marchese Casati sono le sue deviazioni. (…) Per prima cosa c’è quello che si chiama voyerismo, cioè il desiderio di assistere, vedere, osservare. Ma anche di più. Quest’uomo non solo si compiaceva dei rapporti della moglie con altri uomini, ma li fotografava, li filmava, li esigeva e li promuoveva in ogni occasione. (…) C’è sempre una componente omosessuale. (…) �Senza rendersene conto, in poche parole, l’individuo proietta la sua componente femminile sulla donna, (…) e l’incontro diventa veramente omosessuale. (…) Questi individui hanno anche una forte componente sado-masochista. In fondo, loro si pongono come vittime di una situazione, sono mariti traditi. (…) �Casati non era uno di quegli uomini a cui piace farsi frustare o picchiare, ma quello che chiamerei masochismo morale lo trovo evidente nel suo comportamento. (…)»

    Mercoledì 2 settembre 1970
    Gli abiti per la sepoltura dei marchesi
    • Annamaria sceglie gli abiti per la sepoltura. Per il padre uno spezzato: giacca scura e pantaloni chiari, cravatta colorata su camicia bianca. Anna invece è avvolta da un completo di velluto foderato di seta con ricami di perline e guarnizioni d’argento sulle maniche, tutto cosparso di pietre dure. Domani, a Muggiò, i funerali.

    Giovedì 3 settembre 1970
    I funerali dei marchesi Casati Stampa
    • Con una cerimonia semplice i corpi di Camillo Casati Stampa marchese di Soncino e della moglie Anna Fallarino sono stati inumati nella cappella mortuaria di famiglia al cimitero di Muggiò. Le due salme sono giunte nel piccolo centro della provincia poco dopo le 7.30, a bordo di due autofurgoni di un’impresa di pompe funebri di Roma. Alle 9.30 è arrivato don Luigi Gadda, il parroco della chiesa di San Pietro e Paolo a Muggiò, e la cerimonia ha avuto inizio. Poche le persone presenti. La figlia Annamaria, vestita di un golf nero sopra una gonna blu con borsa a tracolla, è entrata nel cimitero da un ingresso secondario per evitare fotografi e curiosi. In chiesa Gabrio Visconti di San Vito, che l’ha abbracciata. Accompagnata dal giovane, che le è sempre stato vicino per tutto il tempo che si è trattenuta nel cimitero, ha raggiunto il piccolo recinto che ospita le tombe di famiglia. Con lei c’era anche la sorella di Anna Fallarino, Velia, vestita a lutto con un soprabito nero, con la figlia maggiore (uniche rappresentati della famiglia della marchesa). Le bare, in noce massiccio, vengono trasportate con un carrello dalla chiesa fino al luogo della sepoltura, prima quella della donna, poi quella del marito, e vengono sistemate nella tomba dove si trova sepolto il padre del marchese. La prima a scendere nel loculo è quella del marchese, Annamaria ha lo sguardo fisso ma non tradisce alcuna emozione. Molto commosso appare invece il maggiordomo dei marchesi Casati Stampa, Adriano Boni. Il giovane ha seguito la cerimonia della sepoltura in silenzio, con gli occhi arrossati. Tumulate le salme, Annamaria Casati ha subito lasciato il cimitero, accompagnata da Gabrio Visconti di San Vito. La giovane ha percorso a passo svelto il breve tratto di sentiero che porta all’uscita secondaria ed è salita su di una 124 bianca targata Napoli (a bordo della quale si trovavano altre due giovani parenti e un uomo), che è partita alla volta di Arcore. Tra gli altri erano presenti Cesare Previti, un giovane avvocato, qualche amico della marchesina e tre donne del paese.

    Giovedì 3 settembre 1970
    I funerali di Minorenti
    • I funerali di Massimo Minorenti si sono svolti a Roma nella chiesa di San Lorenzo Fuori le Mura. Veste un completo nero e una camicia molto accollata, tra le mani incrociate un rosario in legno. La bara dopo la funzione viene trasportata al Cimitero di Guidonia. Al Verano non ci sono più posti.

    Martedì 22 settembre 1970
    Il testamento del marchese Casati Stampa
    • Pubblicato il testamento del Marchese Casati Stampa di Soncino. Il documento autografo è firmato al 19 luglio 1961 e non è mai stato modificato. Il marchese nomina sua unica erede Anna Fallarino. Alla figlia Annamaria Casati lascia 100 milioni di lire e un’assicurazione sulla vita e alla madre l’uso degli appartamenti di palazzo Barberini vita natural durante. I periti devono quindi accertare che Anna abbia esalato l’ultimo respiro prima del marito, altrimenti la marchesina dovrà spartire il patrimonio con i Fallarino.

    Lunedì 9 agosto 1971
    La marchesina unica erede
    • I congiunti di Anna Fallarino non parteciperanno alla spartizione dell’eredità del marchese. L’inchiesta, finita con una sentenza di archiviazione, ha accertato che la marchesa spirò prima del marito. Ciò significa che il patrimonio dei Casati (stimato in 400 miliardi) va alla figlia di primo letto Annamaria, 19 anni. I congiunti della Fallarino avranno i cospicui beni personali della marchesa.
    Tratto da contributi di Vincenzo Cerami e Niní Fiumanò

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  • Francia, Card. Barbarin assolto in Appello/ “Non coprì prete pedofilo”, ma si dimette

    Francia, Card. Barbarin assolto in Appello/ “Non coprì prete pedofilo”, ma si dimette

    Francia, Cardinal Barbarin assolto in Appello: l’arcivescovo di Lione “non coprì il prete pedofilo Preynat”. Restano però le dimissioni inviate al Papa

    Il Cardinal Philippe Barbarin è stato assolto da ogni accusa in Appello dopo la condanna di primo grado presso la Procura di Francia: l’Arcivescovo di Lione era stato accusato di aver coperto gli abusi sessuali su minori di un ex prete pedofilo, Bernard Preynat (destituito dallo stato clericale l’estate scorsa). Il prelato si è sempre definito innocente, spiegando che il suo unico giudice è Dio, ma l’opinione pubblica in Francia da tempo ne chiedeva le dimissioni perché lo considerava, anche prima della sentenza di Primo Grado, colpevole per aver coperto gli abusi del suo ex sacerdote nella Diocesi di Lione: 6 mesi con la condizionale per «omessa denuncia» prese ormai all’inizio del 2019, oggi però in Appello la sentenza è stata del tutto ribaltata. «Non ho mai – ripeto: mai – cercato di nascondere né tantomeno di coprire questi fatti orribili», si è sempre difeso Barbarin che nel 2015 sospese e rimosse Preynat da ogni incarico dopo aver ricevuto le prime denunce nel 2014 (secondo l’accusa). Il procuratore generale di Lione ha osservato nella sua requisitoria che «le vittime, divenute adulte, potevano presentare loro stesse denuncia alle autorità e bisognava distinguere le responsabilità morali e penali della Chiesa come istituzione dal caso individuale di Barbarin, considerato che i fatti erano avvenuti decenni prima che fosse nominato arcivescovo».

    CARDINAL BARBARIN CONFERMA LE SUE DIMISSIONI

    Ora che però la sentenza lo assolve da ogni colpa, il Cardinal Barbarin che lo scorso 19 marzo si era già dimesso da Arcivescovo di Lione per le pressioni fortissime giunte sulla sua missione di pastore della Diocesi (ma che erano state rifiutate da Papa Francesco) ha deciso di rinnovare la sua scelta, ripresentando le dimissioni al Vaticano. «Questa sentenza permette di voltare pagina. Rimetterò di nuovo il mio incarico di arcivescovo di Lione nelle mani del Santo Padre. Naturalmente, se il Santo Padre desidera vedermi, andrò a Roma. A marzo aveva respinto le mie dimissioni, accettando che mi ritirassi per la durata del processo. Ora posso serenamente rinnovare la mia domanda. I miei pensieri vanno alle vittime. Continuerò a pregare per loro e le loro famiglie, ogni giorno», ha spiegato ai cronisti il Cardinal Philippe Barbarin, in attesa di una nuova decisione della Santa Sede circa le sue dimissioni. In una nota in serata della Sala Stampa Vaticana, il portavoce di Papa Francesco Matteo Bruni fa sapere «La Santa Sede ha appreso la notizia della sentenza della Corte d’Appello di Lione nei confronti del Cardinale Philippe Barbarin e della decisione di Sua Eminenza di rimettere nuovamente il suo mandato nelle mani di Papa Francesco». Lo stesso portavoce conclude poi come «Unitamente alla Conferenza episcopale francese, la Santa Sede riafferma la propria vicinanza a tutte le vittime di abusi, nella loro sofferenza, e alle loro famiglie e comunità, ed è al fianco della Chiesa di Lione, duramente provata. Il Santo Padre, che continua a seguire da vicino lo svolgimento di queste dolorose vicende, comunicherà la propria decisione a tempo debito».

    Francia, Card. Barbarin assolto in Appello/ “Non coprì prete pedofilo”, ma si dimette

  • Il Papa approva come vice Decano l’argentino Sandri che tacque sui crimini di padre Maciel, violentatore di 60 bambini

    Il Papa approva come vice Decano l’argentino Sandri che tacque sui crimini di padre Maciel, violentatore di 60 bambini

    di Franca Giansoldati

    Il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Per coincidenza e tanta ironia del destino le nuove nomine ai vertici del Collegio Cardinalizio – il decano e il vice decano – nelle persone dei cardinali Giovanni Battista Re e Leonardo Sandri, sono state annunciate mentre è in corso la radicale revisione dei Legionari di Cristo, la cui storia ha appena portato alla luce l’orrendo bilancio criminale compiuto da padre Maciel Marcial Degollado, il fondatore dell’ordine che ha abusato di una sessantina di minori, compreso i suoi due figli naturali, avuti da una donna messicana alla quale è stato legato per decenni. Si può considerare il più grande scandalo di pedofilia, corruzione e delitti della Chiesa del XX secolo. Uno scandalo esploso alla fine degli anni Novanta ma occultato sistematicamente nell’ultima parte del pontificato di Giovanni Paolo II.