Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Il cardinale Barbarin dal Papa per rassegnare le dimissioni

    Il cardinale Barbarin dal Papa per rassegnare le dimissioni

    Tra le possibilità sul tavolo: Francesco può rifiutarle, accettarle con effetto immediato, nominarlo come amministratore diocesano o nominare un altro amministratore temporaneo

    IACOPO SCARAMUZZI
    CITTÀ DEL VATICANO

    Il cardinale Philippe Barbarin è stato ricevuto dal Papa per rassegnare le dimissioni nelle sue mani dopo essere stato condannato dalla giustizia francese per non aver denunciato un sacerdote della sua diocesi accusato di pedofilia.

    Il tribunale correzionale di Lione lo scorso 7 marzo ha inaspettatamente condannato il porporato, arcivescovo della città francese dal 2002, a sei mesi, con la condizionale, per non aver denunciato gli abusi sessuali che il sacerdote Bernard Preynat ha compiuto a danno di numerosi scout minorenni negli anni Settanta e Ottanta. Solo a settembre del 2015 la diocesi aveva vietato al sacerdote il contatto con i minorenni e solo a inizio 2016 Preynat, ancora in attesa di giudizio, è stato messo sotto sorveglianza giudiziaria.

    Una prima procedura si era conclusa nell’agosto del 2016 con la decisione della procura lionese di archiviare il caso ritenendo che l’arcivescovo, che nel 2014 aveva ricevuto una esplicita denuncia contro il sacerdote dalla testimonianza personale di una vittima, Alexandre Hazez, non aveva ostacolato il corso della giustizia (mentre la Corte aveva considerate prescritte le voci che erano giunte al cardinale negli anni precedenti). Hazez e altre nove vittime di Preynat, però, non soddisfatte del verdetto, hanno chiamato nuovamente in causa Barbarin, tramite la procedure della «citazione diretta» che, nel sistema giurisdizionale francese, permette di saltare l’indagine preliminare e andare direttamente a processo. E il tribunale correzionale di Lione, presieduto dalla giudice Brigitte Vernay, ha stabilito, questa volta, che l’arcivescovo è «colpevole di mancata denuncia di maltrattamenti, privazioni o molestie sessuali».

    «Dopo la decisione del tribunale, indipendentemente dalla mia sorte personale tengo a ribadire innanzitutto la compassione per le vittime e tutto il posto che loro e loro famiglie hanno nelle mie preghiere», aveva detto Barbarin subito dopo il verdetto con una secca dichiarazione alla stampa. «Ho deciso di andare dal Santo Padre per rassegnare nelle sue mani le mie dimissioni. Mi riceverà nei prossimi giorni». L’arcidiocesi di Lione aveva poi precisato che l’udienza con il Papa era stata concordata una quindicina di giorni prima del giorno della sentenza e aveva poi comunicato, nei giorni scorsi, che l’udienza papale avrebbe avuto luogo questa mattina alle 10.

    Francesco ha ricevuto oggi Barbarin nella prima delle numerose udienze che, come ogni mattina, concede nel Palazzo Apostolico vaticano. La durata prevista era di mezz’ora. La Santa Sede e l’arcidiocesi lionese non hanno fornito dettagli dell’incontro né sono previste comunicazioni ufficiali in giornata. Barbarin, a quanto si apprende, sarà di ritorno a Lione questa sera stessa.

    Gli avvocati del cardinale, peraltro, nei giorni scorsi hanno presentato appello. «È importante dire», ha spiegato monsignor Emmanuel Gobilliard, vescovo ausiliare della città francese e portavoce del porporato, «che quello delle dimissioni è l’atto di un pastore, l’atto dell’arcivescovo di Lione, che riguarda la diocesi: pensa in coscienza di dimettersi per il bene della Chiesa di Lione. Ma è anche cittadino francese, ha dei diritti e gli avvocati pensano che (con la sentenza di condanna per non denuncia, ndr) ci siano conseguenze per il diritto, per la giurisprudenza, c’è una interpretazione nuova del diritto».

    La Procura ha fatto a sua volta appello. E, riferisce la stampa francese, gli avvocati del porporato André Soulier e Jean-Felix Lucani, hanno scritto una nota giuridica tradotta in spagnolo e destinata al Papa per l’udienza odierna per comunicargli la loro convinzione che il porporato in appello sarà prosciolto.

    La Santa Sede non aveva commentato la sentenza di condanna, il 7 marzo scorso, limitandosi a segnalare, per mezzo della sala stampa, il comunicato con il quale la Conferenza episcopale francese prendeva atto della sentenza, spiegava di non voler commentare la decisione, assicurava preghiere per Barbarin «e per la diocesi di Lione», e ricordava che, «come ogni cittadino francese, il cardinale Barbarin ha il diritto di utilizzare le possibilità del ricorso a sua disposizione. È ciò che egli ha fatto e attendiamo l’esito di questa nuova procedura».

    Quanto alla sua decisione di rassegnare le dimissioni nelle mani di Papa Francesco, proseguiva la nota a firma del presidente dell’episcopato francese, l’arcivescovo di Marsiglia Georges Pontier, «essa riguarda la sua coscienza personale. Anch’essa non chiama in causa un commento da parte della conferenza episcopale francese. Dipende dal Papa di darle il seguito che riterrà opportuno. La conferenza episcopale francese – concludeva la nota – ribadisce la propria determinazione contro ogni aggressione sessuale commessa da preti contro i minori».

    Sugli schermi francesi, intanto, è uscito il film “Grace a Dieu” (“Grazie a Dio”, da un’espressione utilizzata in una conferenza stampa da Barbarin, quando disse che «la maggioranza dei fatti grazie a Dio è prescritta ma altri forse no, sarà la giustizia a decidere») del regista François Ozon che ruota attorno all’affairePreynat e alla nascita dell’associazione “La Parole liberée” che, costituita da alcune vittime del sacerdote, ha promosso le denunce.

    Quanto alle prospettive che si aprono adesso, è stato lo stesso monsignor Gobillard a spiegare che c’è un ventaglio di prospettive possibili: «Il Papa può rifiutare le dimissioni, può accettarle con effetto immediato, può accettarle ma chiedendogli di rimanere come amministratore diocesano per assicurare la transizione per il tempo che il successore sia nominato, può nominare un altro amministratore diocesano, o può incaricare il vescovo ausiliare più anziano di riunire il collegio dei consultori che elegga un amministratore diocesano». Il cardinale Barbarin, precisava il suo portavoce, «mi ha detto: le vittime hanno sofferto troppo, la diocesi ha sofferto troppo, forse è venuto il momento di vivere un cambiamento».

  • Il Papa sempre più complice: Zanchetta, denunciato per abusi, è un amico

    Il Papa sempre più complice: Zanchetta, denunciato per abusi, è un amico

    Gustavo Oscar Zanchetta è stato invitato ad un ritiro spirituale con Papa Francesco. Il vescovo è sotto indagine per accuse di abusi sessuali. Sul suo cellulare sono stati trovati materiali pornografici e selfie in compagnia di giovani.

    Al ritiro spirituale in Vaticano, voluto da Papa Francesco, c’era anche Gustavo Oscar Zanchetta, Vescovo di Oran, località della provincia di Sala, al nord dell’Argentina, sotto indagine per abusi sessuali. Un nome che ha fatto scalpore e che getta buio proprio sulla figura di Bergoglio. Se il Vaticano tenta di coprire gli abusi, la più alta rappresentanza della Chiesa non si fa di certo problemi ad andare in giro con persone di dubbia moralità.

    E se George Pell – condannato a 6 anni di reclusione per abusi su due minori quand’era arcivescovo a Melbourne – sarebbe dovuto essere il consigliere di Papa Francesco, Zanchetta è stato invitato ugualmente dal Papa a unirsi agli esercizi spirituali nella Casa ad Ariccia. Non curante, per nulla, delle cattive voci e accuse che ruotano attorno a lui. Del resto, i due sembrano essere molto amici, tanto che il vescovo argentino venne chiamato a Roma nel 2017 per una nomina ad assessore all’Apsa – Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica. La promozione fece storcere il naso e alimentò le dicerie su Papa Francesco, tanto più se Zanchetta, poco prima, aveva rinunciato  al governo della sua diocesi per “problemi di salute”, salvo poi, quattro mesi dopo, accettare la nomina.

    Sul vescovo piovono denunce presentate alla nunziatura di Buenos Aires e riguardano abusi in seminario. Sul suo telefono sono state trovate fotografie pornografiche e selfie in compagnia di giovani, ad avvallare le denunce per abusi sessuali piovute sul suo conto. Attualmente, è sotto indagine da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede. Stando a quanto riporta il neo direttore ad interim della sala stampa della Santa Sede, Alessandro Gisotti, le notizie sono giunte mesi dopo la nomina da parte del Papa. Eppure, stando a fonti argentine, diversi preti della diocesi di provenienza di Zanchetta, affermano che una denuncia era stata presentata già nel 2015. Il Papa, dunque, non poteva non sapere.

    La notizia della presenza dell’arcivescovo al ritiro spirituale è circolata su diversi giornali anglosassoni e ha fatto il giro del web. Si discute il ruolo di Papa Francesco in relazione allo scandalo dei preti pedofili che da mesi ormai invade la Chiesa, percepito ormai come un alleato.

  • Abusi, al ritiro spirituale con Papa Francesco anche il vescovo argentino sotto indagine

    Abusi, al ritiro spirituale con Papa Francesco anche il vescovo argentino sotto indagine

    Città del Vaticano – In Vaticano nominare Zanchetta suscita enormi imbarazzi. Non fosse altro perché l’arcivescovo argentino molto amico di Papa Francesco – chiamato a Roma nel 2017 a ricoprire un importante incarico all’Apsa – è sotto indagine da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede per una serie di abusi sessuali. Sul suo cellulare sono state trovate fotografie porno, selfie in compagnia di giovani. Insomma, un caso scomodo non solo per la faccenda degli abusi, ma perchè getta una luce obliqua persino su Papa Francesco, responsabile della sua promozione nonostante le chiacchiere che in Argentina tutti conoscevano. Zanchetta però è stato invitato ugualmente dal Papa a unirsi agli esercizi spirituali nella Casa del Divin Maestro ad Ariccia. Come se niente fosse. La notizia che inizialmente è circolata su alcuni giornali anglosassoni, tra cui il Catholic Herald, ha inziato a fare il giro del mondo, suscitando sconcerto.

    Le denunce contro Zanchetta sono presentate alla nunziatura di Buenos Aires e indicano abusi in seminario. Per il neo direttore ad interim della sala stampa della Santa Sede, Alessandro Gisotti, le notizie sono giunte mesi dopo la nomina da parte del Papa. Ma secondo quanto racconta il giornale El Tribuno di Oran, la diocesi di provenienza di Zanchetta, diversi preti della diocesi affermano che una denuncia era stata presentata già nel 2015, e che di ciò si parlava apertamente nella diocesi e fra i preti. Il Papa, dunque, allude El Tribuno, non poteva non sapere.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/abusi_vaticano_papa_francesco_ultime_notizie_oggi-4356465.html?fbclid=IwAR2TLuYL7SFHhLTxlslgNePiyij7eQfaFxMvUOg9JlWYSKxEG0Kze86WakY

  • La condanna di Barbarin scuote (ancora) la Chiesa: al Papa la decisione sulle sue possibili dimissioni

    La condanna di Barbarin scuote (ancora) la Chiesa: al Papa la decisione sulle sue possibili dimissioni

    Il porporato condannato a sei mesi di carcere con la condizionale per non aver denunciato un prete pedofilo

    “Per non creare uno scandalo, come mi aveva chiesto Roma”. Il Cardinale di Lione Philippe Barbarin, condannato a sei mesi di carcere con la condizionale per non aver denunciato un prete pedofilo, lo ha sostenuto più volte: ha voluto gestire gli abusi di cui era venuto direttamente a conoscenza senza il clamore che una denuncia alla magistratura avrebbe suscitato.

    Glielo aveva chiesto Roma, cioè il Vaticano. Il Vaticano cioè la Congregazione per la dottrina della fede. Cioè Luis Francisco Ladaria Ferrer, numero due dell’allora Prefetto, Gerard Muller, dal 2008. E dal 1 luglio 2017, successore di Muller, e dal giugno 2018 anche cardinale.

    Ladaria non è entrato nel processo di Lione semplicemente perché il Vaticano, nell’ottobre 2018, lo ha “scudato” con l’immunità diplomatica. Quindi la sua corrispondenza con il cardinale Barbarin, che tra qualche giorno sarà ricevuto dimissionario dal Papa, non ha potuto essere utilizzata, né lui chiamato a testimoniare.

    Lo stesso Papa Francesco era fiducioso nell’esito del giudizio di Lione. In una intervista del maggio 2016 a La Croix il Papa aveva detto che Barbarin “ora non deve dimettersi”. “È vero – aveva sostenuto in generale Francesco – che non è facile giudicare i fatti decenni dopo, in un altro contesto. La realtà non è sempre chiara. Ma per la Chiesa, in questo campo, non può esserci prescrizione. (…) Dagli elementi di cui dispongo credo che a Lione il cardinale Barbarin ha preso le misure necessarie, ha preso bene le cose in mano. È un coraggioso, un creativo, un missionario. Dobbiamo ora attendere il seguito del processo davanti la giustizia civile”. “Quindi non deve dimettersi?”, gli si chiedeva: “No, sarebbe un controsenso, un’imprudenza. Si vedrà dopo la conclusione del processo. Ma ora, sarebbe ammettere la propria colpevolezza”.

    Ancora alla fine dell’agosto 2018 sul volo papale di ritorno dall’Irlanda Francesco aveva sollecitato la corrispondente di Le Monde ad attendere il corso della giustizia.

    Resta il fatto che in meno di due settimane, dopo il caso McCarrick dell’autunno scorso, ben due cardinali elettori in un futuro Conclave, Barbarin appunto e il cardinale Pell, sono stati condannati dal sistema giudiziario del loro Paese: il primo per copertura di un prete pedofilo. Il secondo addirittura per abusi sessuali personali. Mai accaduto.

    Neppure un caso come quello di Barbarin era mai successo, si tratta di una prima mondiale (l’ex cardinale di Boston Law del Caso Spotlight non venne mai condannato dalla giustizia americana). Gli avvocati di Barbarin hanno detto che ricorreranno in appello. La Conferenza episcopale francese ha detto che sospende il suo giudizio fino alla fine dell’iter processuale. Il caso ha suscitato un’enorme clamore in Francia dove Barbarin è molto noto per iniziative contro i matrimoni gay e dove centomila persone avevano firmato una petizione perché si dimetta. La vicenda è stata oggetto di un film ,”Grace à Dieu” .

    Il punto è che adesso anche questo caso è arrivato a Roma. Innazitutto bisognerà vedere se le dimissioni che Barbarin si è detto pronto a presentare saranno solo dal ruolo di arcivescovo della città francese o anche da cardinale. E resta da vedere che cosa deciderà il Papa in relazione alla sua berretta rossa ( l’arcivescovo francese era stato addirittura considerato papabile allo scorso conclave) e a quella di Pell, considerato che la loro posizione potrebbe influenzare la prossima elezione papale (tra l’altro Barbarin ha solo 68 anni e quindi sarebbe elettore per altri dodici anni).

    La Sala Stampa vaticana per il momento ha rimandato alla dichiarazione pubblica resa da Barbarin alle 13 di oggi. Mentre il Papa che ha incontrato questa mattina il clero di Roma in San Giovanni al Laterano ha fatto riferimento indiretto ai casi di pedofilia dicendo: “Sento di condividere con voi il dolore e la pena insopportabile che causano in tutto il corpo ecclesiale l’onda degli scandali di cui i giornali del mondo intero sono ormai pieni”.

    Motivazione della condanna.Il dispositivo del giudice non lascia spazio a dubbi. Barbarin ha fatto prevalere la difesa della Chiesa all’accertamento della verità richiesto dalle vittime. Il tribunale correzionale di Lione spiega che il porporato, arcivescovo della città francese dal 2002, aveva saputo nel 2010, una prima volta, e successivamente nel 2014, degli abusi perpetrati dal sacerdote Bernard Preynat negli anni Settanta e Ottanta a danno di un gruppo di scout, ed è ritenuto colpevole dalla giustizia francese per non avere preso l’iniziativa di denunciare il sacerdote alla Procura. La Corte, presieduta dalla giudice Brigitte Vernay, scrive, nella sentenza, che già nel 2010 Barbarin era venuto a sapere degli abusi di don Preynat grazie a una lettera inviata al suo predecessore dai genitori di una sua vittima, ma “bisogna constatare che all’epoca da parte del cardinale non è stata compiuta alcuna denuncia”, cosa “tanto più deplorevole poiché si sarebbe potuta ordinare un’inchiesta”, la vittima sarebbe potuta essere ascoltata prima così come si sarebbero potute cercare altre vittime.

    Il porporato “non spiega il suo silenzio se non con la certezza che dopo il 1991 questi fatti non erano più accaduti”, prosegue la sentenza, “ma questa convinzione non poteva essere sufficiente a dispensarlo dal rispettare l’obbligo di denuncia” previsto dal codice penale francese all’articolo 434 comma 3. Don Preynat invece venne nominato nella parrocchia di Sainte Claire en Loire et Rhins e nel 2013 diventa decano. Ma poiché questi fatti sono avvenuti nel 2010, il delitto di mancata denuncia per questo primo capo d’accusa è prescritto”, spiega il tribunale.

    La seconda vicenda. Si tratta in questo caso della denuncia che il cardinale Barbarin ricevette nel luglio del 2014 da un’altra vittima, Alexandre Hezez, uno dei promotori di questo processo, che gli riferì anche, a partire dal marzo 2015, che ci sono altre vittime. “Il cardinale Barbarin non ha mai manifestato alcun dubbio su queste informazioni”, si legge ancora nella sentenza, e l’arcivescovo “aveva l’obbligo di denunciare questi fatti”. Ma “per tutto il 2014, non ha denunciato né gli abusi da Hezez né l’esistenza possibile di fatti analoghi. Non ha preso iniziativa nonostante le domande e l’insistenza di Alexandre Hezez” che “spiegava di non riuscire a capire come Bernard Preynat fosse ancora titolare di una parrocchia”.

    Il principale argomento citato da Barbarin, si legge ancora nella sentenza, è che Hezez “gli diceva che i fatti di cui era stato vittima erano prescritti. Ma come comprendere la stessa inerzia quando si trattava dell’esistenza di altre vittime?”. Barbarin, ancora, “obiettava che dubitava dell’opportunità di denunciare fatti antichi che non si erano ripetuti Ma quest’ultima convinzione derivava da quanto lo stesso prete accusato, Preynat dichiarava. E in questo caso – si legge ancora – perché sollecitare il consiglio del Segretario della Congregazione per la Dottrina della fede in Vaticano” l’allora monsignore Luis Francisco Ladaria, oggi prefetto dello stesso dicastero, “il 13 dicembre 2014, ossia cinque mesi dopo il primo messaggio di Alexandre Hezez, se non perché quest’ultimo non diminuiva la sua determinazione”.

    “Da questo punto di vista, continua la sentenza , è opportuno sottolineare che una denuncia alla Procura della Repubblica poteva contenere le stesse informazioni di quella trasmessa a Roma. Sappiamo adesso che la risposta inviata dal segretario della Congregazione per la Dottrina della fede prevedeva di prendere delle misure di allontanamento di Bernard Preynat ma invitava ad evitare “ogni scandalo pubblico”. Sembra infine che non era che questa unica priorità, espressa esplicitamente, che bisognava perseguire, l’unico motivo dell’inerzia di Philippe Barbarin nel corso del 2015. E mentre le sue funzioni gli davano accesso a ogni informazione e aveva la capacità di analizzarle e comunicarle utilmente- continua la sentenza – Philippe Barbarin ha scelto in coscienza, per preservare l’istituzione alla quale appartiene, di non trasmetterle alla giustizia”.

    “Visto l’insieme di questi elementi – scrivono i giudici di Lione – è opportuno dichiarare Philippe Barbarin colpevole di mancata denuncia di maltrattamenti, privazioni o molestie sessuali inflitte ad un minore di quindici anni”. La decisione è stata presa in considerazione del “l’autorità che il cardinale Barbarin rappresenta, il potere che ha di decidere in piena indipendenza. Era a conoscenza della problematica legata ai comportamenti pedofili e ai danni causati alle vittime, come testimonia la sua partecipazione alla definizione dei principi adottati dalla conferenza episcopale in questo ambito. E, inoltre, non si può ignorare che aveva conoscenza più antica degli abusi contestati a Bernard Preynat”.

    Per questo, “volendo evitare lo scandalo causato dagli abusi sessuali multipli commessi da un prete, ma anche per le decisioni decisamente poco adeguate prese dai vescovi che lo hanno preceduto, Philippe Barbarin ha preferito prendere il rischio di impedire la scoperta di numerosissime vittime di abuso sessuale da parte della giustizia e di vietare l’espressione del loro dolore”. È per questo che, secondo i giudici, “deve essere condannato alla pena di sei mesi di prigione” con la condizionale.

    https://www.huffingtonpost.it/2019/03/07/la-condanna-di-barbarin-scuote-ancora-la-chiesa-al-papa-la-decisione-sulle-sue-possibili-dimissioni_a_23687020/

  • Caso Orlandi: “Aprite quella tomba nel cimitero teutonico”. E il Vaticano trema

    Caso Orlandi: “Aprite quella tomba nel cimitero teutonico”. E il Vaticano trema

    La famiglia Orlandi ha fatto arrivare in Vaticano un’istanza nella quale si chiedono una serie di informazioni su una tomba all’interno del cimitero teutonico Vaticano. Sarebbero custodite lì, secondo una lettera ricevuta dal legale della famiglia Orlandi Laura Sgrò, le risposte al mistero di Emanuela Orlandi, la quindicenne sparita nel nulla nel 1983.

    Per questo il legale ha scritto al segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, chiedendo, oltre all’apertura del loculo, anche una serie di informazioni su quel sepolcro. Non solo. Gli Orlandi chiedono anche una serie di audizioni delle persone coinvolte e ancora in vita: il cardinale Giovanni Battista Re, il cardinale Eduardo Martinez Somalo e il cardinale Angelo Sodano.

    Appoggiato a una parete del cimitero teutonico c’è la statua di un angelo che tiene un foglio con la scritta in latino “Requiescat in pace”, “Riposa in pace”. Per terra una lastra con una scritta funeraria dedicata alla principessa Sofia e al principe Gustavo von Hohenlohe che nel 1857 fu nominato arcivescovo da papa Pio IX. Ma la datazione della statua è diversa da quella della lastra.

    “Alcune fonti – è scritto nella richiesta depositata dall’avvocato Sgrò il 25 febbraio scorso – riferiscono che più persone da anni sono solite deporre i fiori in segno di pietà nei confronti dell’Orlandi che lì sarebbe seppellita. Per fugare ogni dubbio sul contenuto, si ritiene opportuno una ricerca negli archivi di ogni documento relativo a tale loculo per individuare chi vi risulti essere stato sepolto”.

    “In ogni caso si chiede l’apertura della tomba alla presenza della sottoscritta di un rappresentante della famiglia Orlandi e del nostro consulente tecnico, il dottor Giorgio Portera, affinché possa partecipare alle operazioni con tutte le garanzie necessarie vista la gravità del caso”. Nel corso degli anni sono state tante le “piste”, poi rivelatesi false, per ritrovare Emanuela Orlandi. L’ultima risale a qualche mese fa, quando sono state ritrovate delle ossa nella sede della Nunziatura apostolica a Roma.

    “Posso confermare che la lettera della famiglia di Emanuela Orlandi è stata ricevuta dal cardinale Pietro Parolin e che verranno ora studiate le richieste rivolte nella lettera”. Lo ha affermato il direttore “ad interim” della Sala Stampa della Santa Sede, Alessandro Gisotti.

    Caso Orlandi: “Aprite quella tomba nel cimitero teutonico”. E il Vaticano trema

  • Tolleranza zero contro il Concordato

    Tolleranza zero contro il Concordato

    Federico Tulli – LEFT 22 febbraio 2019

    Il 16 febbraio, cinque giorni prima del summit mondiale sulla pedofilia convocato in Vaticano da papa Francesco, l’ex cardinale Theodore McCarrick, già arcivescovo di Washington, è stato ridotto allo stato laicale. Un caso senza precedenti nei confronti di un porporato che fa seguito a un’altra rarità: il 28 luglio 2018 Bergoglio gli aveva infatti tolto il cardinalato. La sentenza definitiva della Congregazione per la dottrina della fede che ha riconosciuto McCarrick colpevole di crimini sessuali contro minori e adulti ha messo la parola fine alla sua poderosa carriera ecclesiastica. E la decisione di spretarlo, sottolinea il comunicato della Cdf emanato dalla sala stampa vaticana, è inappellabile, «non soggetta a ulteriore ricorso». Per il cardinale Daniel DiNardo, presidente della Conferenza episcopale Usa, il messaggio è chiaro: «Nessun vescovo, non importa quanto influente, è al di sopra della legge della Chiesa». Tutto qui. Per i vertici della Chiesa togliere la tonaca a un sacerdote che violenta delle persone è una condanna esemplare.

    E meno male che almeno in questo caso è avvenuto senza il vincolo del segreto pontificio che di norma pende sulle pronunce della Cdf con il risultato che ex preti con storie di violenza alle spalle se ne vadano in giro senza che nessuno abbia informato le autorità giudiziarie dei Paesi interessati. L’epilogo della vicenda di McCarrick è anche per altri motivi una storia interessante. Perché di solito la pena stabilita dalla Chiesa cattolica ai sacerdoti che violano le sue leggi interne consiste in un periodo di silenzio e preghiera in luoghi “protetti” lontano dai clamori mediatici.

    Cosa che infatti era stata disposta per l’ex cardinale dopo la punizione del 28 luglio scorso in attesa del giudizio definitivo della Cdf. Ma silenzio e preghiera è anche il modo in cui di norma il Vaticano «reagisce» pubblicamente alle notizie sui crimini compiuti da ecclesiastici. Silenzio e preghiera sono le parole usate da papa Francesco per commentare l’accusa – che gli era stata rivolta nell’agosto 2018 dall’ex nunzio vaticano negli Usa, monsignor Carlo Maria Viganò – di aver insabbiato per anni (fino al 2018 appunto) le denunce contro McCarrick. «Perché la verità è mite, la verità è silenziosa, la verità non è rumorosa» e quindi «il giudizio fatelo voi», ha detto Bergoglio il 3 settembre 2018 durante la sua omelia a Santa Marta. Cosa ha indotto il papa a cambiare atteggiamento? E come si combinano il “silenzio e la preghiera” con i suoi frequenti proclami di «tolleranza zero»?

    Va considerato in primis che è prassi consolidata in Vaticano intervenire pubblicamente laddove non è più possibile celare e risolvere le situazioni di crisi nelle “segrete stanze”. Si spiegano così, ad esempio, oltre alle ripercussioni pubbliche del dossier Viganò su McCarrick, il secondo summit convocato in Vaticano dalla Santa sede in sette anni, a cui devono partecipare tutti i capi delle Conferenze episcopali del mondo.

    Inoltre, c’è dietro l’idea che dai peccati “Dio salva”, e che verso i peccatori vanno usati “misericordia e perdono”, perché «chi tra voi è senza peccato scagli la prima pietra».

    Questa doppia morale è da sempre l’asse portante nel modo in cui la Chiesa (non) affronta la pedofilia al suo interno, e affonda le sue radici nella confusione che fa tra reato e peccato. L’abuso, cioè «l’atto sessuale di un chierico con un minore», è ritenuto un delitto contro la morale, un’offesa a Dio, in violazione del sesto comandamento, e non la violenza efferata contro una persona. Di conseguenza la vera vittima sarebbe Dio

     e il peccatore (che sotto sotto per certa cultura è anche il bambino) secondo la visione degli appartenenti al clero, deve rispondere alla persona che rappresenta l’Altissimo in Terra (il papa), e non alle leggi della società civile di cui fa parte.

    Di tutto questo non tiene conto lo Stato italiano nel tenere in vita il Concordato rinnovato nel 1984 con il Vaticano, sebbene dal 1996 in poi la nostra legislazione in materia di reati a sfondo sessuale sui bambini (e le donne) abbia fatto enormi progressi. Con quali conseguenze per l’incolumità dei bambini che frequentano le parrocchie, gli oratori, i seminari minori e le scuole cattoliche? Lo raccontiamo in questa storia di copertina, prendendo spunto dalla vibrante denuncia del Comitato Onu per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza che il 7 febbraio scorso ha pubblicato il Rapporto in cui indica al nostro governo tutto quello che andrebbe fatto per dare piena attuazione alla Convenzione di New York ratificata nel 1989.

    Nell’indifferenza della stampa italiana, che ha dell’incredibile, sono state messe nero su bianco tutte le criticità derivanti dal Concordato che da un lato solleva i vescovi dall’obbligo di collaborare con l’autorità civile, e dall’altro come ci racconta l’avvocato Mario Caligiuri rappresentante legale di Rete L’Abuso, «limita fortemente nelle indagini la magistratura italiana con il rischio di impedire l’esercizio dell’azione penale nei confronti dei preti sospettati di pedofilia e dei “superiori” che trasferendoli di parrocchia in parrocchia consentono loro di rimanere in contatto con minori e di ripetere l’abuso».

    Questa garanzia d’impunità è intollerabile per un Paese laico e civile ed è ora che Stato e Chiesa ne prendano atto. Facciamo pertanto nostre le parole della pediatra e psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti: «Rispetto a un delitto gravissimo e incredibilmente diffuso, così lesivo della realtà fisica e psichica dei minori non si può rivendicare una extraterritorialità o il diritto di difendere la sacralità, cioè la natura specifica, della dottrina che di fatto garantisce uno statuto speciale per i suoi ministri. I preti pedofili vivono su questa terra e devono rispettare le leggi della società in cui vivono, anche se sono convinti che le credenziali vantate rispetto alla sfera del trascendente consentano loro comportamenti caratteristici dei criminali e dei malati mentali».

    Da LEFT del 22 febbraio 2019 http://www.left.it/

  • Vertice sugli abusi in Vaticano: le vittime sono deluse

    Vertice sugli abusi in Vaticano: le vittime sono deluse

    Marina Tantushyan

    Al vertice delle Conferenze Episcopali “La tutela dei minori nella Chiesa” (21-24 febbraio) presieduto da Papa Francesco, padre Federico Lombardi, moderatore dell’incontro in Vaticano, ha annunciato le iniziative intraprese dalla Santa Sede.

    Nuovo Motu Proprio per la protezione dei minori, per le persone vulnerabili, la pubblicazione della Congregazione per la dottrina della fede di «un vademecum per aiutare i vescovi a comprendere doveri e compiti e, infine, la creazione di unità operative (Task forse) di persone competenti per aiutare le diocesi.

    Martedì 26 febbraio, è arrivata la notizia “allucinante”: il cardinale George Pell, principale consigliere finanziario di papa Francesco e ministro dell’Economia vaticano, è stato giudicato colpevole da un tribunale in Australia di abusi sessuali su due ragazzini di 13 anni e rischia fino a 50 anni di carcere. Pell sarà detenuto nella Assessment Prison di Melbourne in attesa della sentenza prevista per il 13 marzo 2019.

    La Santa Sede passerà finalmente dai pronunciamenti ai fatti? Le vittime sono soddisfatte dal vertice che ha suscitato interesse della stampa internazionale? Per parlarne Sputnik Italia ha raggiunto Francesco Zanardi, vittima degli abusi di un sacerdote all’età di undici anni e attualmente presidente della Rete L’Abuso — Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero.

    — Francesco, qual è il Suo giudizio sul summit appena finito?

    — Il mio pensiero non è purtroppo positivo. Ci aspettavamo qualcosa di molto più concreto. Per esempio, che dall’incontro dei 191 capi delle conferenze episcopali uscisse già la notizia sulle dimissioni di vescovi che hanno nascosto in tutti questi anni gli abusi. Se Papa Francesco, che dall’inizio del suo pontificato continua a lamentarsi che i vescovi sappiano, davvero ha dei buoni propositi, allora deve annunciare subito le loro dimissioni. Se no, ricadiamo nei soliti giochi quando il Papa da una parte dice che le cose devono essere cosi ma poi non si fa perché dall’altra parte c’è la scusa che i vescovi non ubbidiscono. Direi che questo il primo punto da superare.

    — Quindi, si può dire che questo vertice è stato una specie di fiasco?

    — E’ stato un enorme fiasco perché io ero tra le otto persone che lunedì scorso sono stati ricevuti dal Comitato organizzatore del summit. Ho parlato per due ore e mezzo con mons. Scicluna, padre Zollner e padre Lombardi. I punti del mio intervento erano ben chiari: l’annuncio del licenziamento di diversi vescovi e l’apertura degli archivi e la loro consegna alla magistratura. Sostanzialmente noi abbiamo chiesto la Chiesa di mettersi nei panni nostri, nei panni delle vittime. Lo scandalo pedofilia nel mondo emerso sui giornali nel 1999. Oggi siamo nel 2019, cioè in questi 20 anni si sono dette un sacco di chiacchiere ma di fatto la Chiesa è ancora qua per cercare un punto di partenza.

    — Però non avete incontrato il Papa, come si aspettava, vero? Si sente deluso?

    — Esatto, la promessa c’era ma poi in realtà non l’ho abbiamo incontrato. Io non sono cattolico, non sono credente, però devo ammettere che sono deluso per un motivo molto semplice. A mio avviso, il Papa, essendo è il capo dello stato del Vaticano, quindi è la persona che ritiene il potere legislativo, esecutivo e giudiziario, doveva partecipare all’incontro così importante.

    — Comunque durante il vertice il Vaticano ha cercato di mandare al mondo un messaggio molto chiaro, sottolineando che ora si passa alla concretezza di precisi provvedimenti. Ha annunciato un nuovo Motu proprio papale e ha parlato della necessita di rinnovare la formazione dei Seminari. Queste misure, a Suo avviso, potrebbero davvero aiutare a purificare la Chiesa? Sarebbe possibile, utilizzando le parole di Francesco, “trasformare questo male in un’opportunità”?

    — Sono oramai da vent’anni che il Vaticano dice queste cose. Papa Bergoglio ha già fatto un Motu proprio in precedenza che però non è stato mai applicato. Per quale motivo io devo essere contento per questo nuovo? È solo una pubblicità. Per il momento non ha fatto niente, solo ha detto che lo farà. Ma dire e fare sono i due verbi diversi. L’unica cosa che io vedo che Francesco non ha parlato con le vittime per vedere insieme con noi come si può non solo cambiare la situazione da oggi e in avanti ma anche di assumere la responsabilità per quello che è stato fatto prima. Anzi, nel comunicato che è uscito dalla sala stampa vaticana la Chiesa addirittura sostiene di essere vittima. Ma io sinceramente credevo di essere io la vittima, invece no, adesso la Chiesa si presenta come una vittima.

    — Subito dopo il summit sugli abusi si è scoppiato il caso Pell. Si stratta di una pura coincidenza o la Santa Sede vuole fare di questo prelato un capro espiratorio per far vedere a tutto il mondo che il Vaticano ha iniziato una vera e propria lotta contro gli abusi? Non pensa che per la Santa Sede è più facile mettere Pell alla gogna che portare avanti i cambiamenti concreti?

    — Direi che qui il Vaticano non centra niente, perché la condanna non è della Chiesa ma di un tribunale civile in Australia. La Chiesa poteva condannarlo due anni fa, invece non l’ho fatto, per cui questo verdetto non è il merito del Vaticano.

    — La Sua “ricetta”: cosa deve fare la Chiesa per porre fine a questo fenomeno pericoloso? La mossa del governo tedesco, che chiede alla Chiesa in Germania di aprire i propri archivi che finora ha secretato, potrebbe essere considerata il primo passo?

    — Quello che fa adesso il governo tedesco dovrebbe fare la Chiesa, il Papa. Noi ci aspettavamo lunedì che Francesco ordinasse l’apertura di archivi che venissero consegnati alle autorità giudiziaria dei paesi dove crimini sono stati commessi. Questa è una cosa molto concreta. Le parole che pronuncia fino adesso il Papa sono sempre quelle che fa dal 2013. Siamo veramente stanchi di parole di Papa Bergoglio! Vogliamo i fatti!

    — E voi come la Rete d’abuso come pensate di muoversi adesso dopo questo summit?

    — Purtroppo siamo costretti a fare opposizione, a protestare. Vediamo come andrà a finire questo nuovo Motu proprio ma vedrà che finirà come quello precedente. Il 22-23 gennaio noi come Associazione abbiamo partecipato all’incontro presso il Comitato per la tutela del fanciullo delle Nazioni Unite di Ginevra. Abbiamo portato l’Italia al processo perché noi riteniamo che lo stesso Stato italiano ha adottato politiche e normative che hanno favorito la prosecuzione degli abusi e l’impunità dei responsabili. Questa la portata degli abusi da noi censiti nella mappa interattiva, che raccoglie solamente i casi italiani passati alla cronaca nell’ultimo decennio. Quasi 300 quelli noti. L’Onu ci ha dato ragione. Per cui vorrei sottolineare che se non ci fossero stati le vittime, che in tutti questi anni protestavano, il summit di Papa, di cui hanno parlato tutti i giornali italiani e quelli stranieri, non sarebbe mai stato. Si stanno scoppiando casi in tutto il mondo e la Chiesa non poteva più fare finta che non succede niente, doveva dire qualcosa…
  • Preti con figli, il cardinale Stella: lascino il loro stato per il bene dei bambini

    Preti con figli, il cardinale Stella: lascino il loro stato per il bene dei bambini

    Il prefetto della Congregazione del Clero spiega le linee guida del Dicastero applicate nei casi dei preti di rito latino che hanno prole: «Il celibato non è in discussione»

    SALVATORE CERNUZIO
    CITTÀ DEL VATICANO
    «Il bene dei bambini». Per la Santa Sede è questo il criterio principale da seguire nei casi dei preti di rito latino con figli. Lo dice il cardinale Beniamino Stella, prefetto della Congregazione del Clero, che – intervistato dal direttore editoriale dei media vaticani, Andrea Tornielli, per L’Osservatore Romano – conferma l’esistenza di linee guida della Chiesa per i casi in cui un prete rompa il voto del celibato e, dal rapporto sessuale, nascano bambini.

    L’esistenza di queste indicazioni era stata resa nota nelle scorse settimane dallo psicoterapeuta Vincent Doyle, che dopo aver scoperto da adulto di essere figlio di un parroco irlandese, ha fondato l’associazione “Coping International” per la difesa dei diritti dei figli di sacerdoti cattolici. Obiettivo di Doyle è far «uscire dall’anonimato» e aiutare psicologicamente «le tante persone nate da una relazione fra una donna e un prete» in varie parti del mondo. Lo psicoterapeuta irlandese in recenti interviste sui media parlava di un documento della Congregazione per il Clero – un documento “tecnico” di uso interno, impropriamente definito «segreto» – riguardante l’atteggiamento da tenere in questi casi di cui lui era a conoscenza dal 2017. La notizia era stata rilanciata poi dal New York Times e confermata dal direttore ad interim della Sala Stampa vaticana, Alessandro Gisotti.

    Oggi è Stella, responsabile in Curia del Dicastero che si occupa di sacerdoti, ad affrontare con grande trasparenza e dovizia di particolari un tema spinoso, rimasto per lungo tempo un tabù. Soprattutto in passato, tanto che le conseguenze ricadevano sugli stessi bambini che crescevano senza un padre conosciuto e riconosciuto.

    Il cardinale spiega che il Dicastero segue «una prassi» fin dai tempi in cui era prefetto il cardinale Claudio Hummes – da una decina di anni – il quale per primo aveva portato all’attenzione del Papa di allora, Benedetto XVI, «i casi di sacerdoti minori di 40 anni con prole, proponendo di far loro ottenere la dispensa senza attendere il compimento del quarantesimo anno come previsto dalle norme di quel tempo».

    Una tale decisione aveva allora e ha tuttora «come obiettivo principale quello di salvaguardare il bene della prole, il diritto cioè dei bambini ad avere accanto a sé un padre oltre che una madre». Anche Papa Francesco, che già si era espresso in questo senso da arcivescovo di Buenos Aires nel famoso dialogo col rabbino Abraham Skorka pubblicato nel libro “Il cielo e la terra” , è stato categorico: «L’attenzione prioritaria da parte del sacerdote deve essere nei riguardi della prole».

    E per «attenzione», spiega Stella, «non ci si riferisce soltanto al pur necessario sostentamento economico. Ciò che deve accompagnare la crescita di un figlio è soprattutto l’affetto dei genitori, una adeguata educazione, di fatto tutto ciò che comporta un effettivo e responsabile esercizio della paternità, soprattutto nei primi anni della vita».

    Il porporato spiega che «una situazione di questo genere è considerata “irreversibile” e richiede che il sacerdote abbandoni lo stato clericale anche qualora egli si ritenga idoneo al ministero. Un calcolo approssimativo sulle richieste di dispensa fa emergere che circa 1’80% di queste comporta la presenza di prole, benché spesso concepita dopo l’abbandono del ministero stesso».

    Un caso del genere viene trattato, di fatto, «come una causa praticamente “automatica” per una presentazione celere del caso al Santo Padre ai fini della concessione della dispensa stessa», spiega ancora il cardinale. «Si cerca dunque di fare il possibile perché la dispensa dagli obblighi dello stato clericale sia ottenuta nel più breve tempo possibile – un paio di mesi – così che il prete possa rendersi disponibile accanto alla madre nel seguire la prole».

    Capita però che vescovi e superiori religiosi presentino a volte la situazione di sacerdoti che non intendono chiedere la dispensa, anche di fronte alla presenza di figli, soprattutto quando è cessata la relazione con la madre. «In tali casi – spiega Stella – ci sono, purtroppo, vescovi e superiori i quali pensano che, dopo aver sistemato economicamente la prole, o dopo aver trasferito il sacerdote, il chierico possa continuare a esercitare il ministero. Le incertezze in questa materia, quindi, nascono dalla resistenza dei sacerdoti a chiedere la dispensa, dall’assenza di una relazione affettiva con la donna e a volte dal desiderio di alcuni ordinari di offrire al sacerdote pentito e ravveduto una nuova opportunità ministeriale».

    Quando «la situazione richiede che il sacerdote si faccia carico delle responsabilità derivanti dalla paternità, ma non vuole chiedere la dispensa, il caso viene presentato alla Congregazione per la dimissione del chierico dallo stato clericale».

    Di fondo c’è sempre una certezza: che «un figlio è sempre un dono di Dio, comunque sia stato generato», evidenzia il cardinale. La perdita dello stato clericale non deve dunque risultare come una “punizione” ma «si dà perché la responsabilità genitoriale crea una serie di obblighi permanenti che nella legislazione della Chiesa latina non prevedono l’esercizio del ministero sacerdotale».

    Ogni caso è comunque specifico e va esaminato nel merito, chiarisce il capo Dicastero, «le eccezioni sono in realtà molto rare». Ad esempio ci può essere «un neonato, figlio di un sacerdote, che per determinate situazioni entra a far parte di una famiglia già consolidata, in cui un altro genitore assume nei suoi confronti il ruolo di padre». Oppure, quando si tratta di sacerdoti avanti con gli anni, di «figli in età già “matura”, di 20-30 anni». O ancora «preti che hanno avuto in gioventù dolorose vicende affettive e che hanno poi provveduto ai figli con accompagnamento economico, morale e spirituale, e oggi esercitano il loro ministero con zelo e impegno, dopo aver superato le fragilità affettive precedenti».

    In queste situazioni, la Congregazione per il Clero «non obbliga i vescovi a invitare i preti a chiedere la dispensa. Si tratta, mi pare, di casi in cui il Dicastero consiglia un più flessibile discernimento all’interno di una prassi e di linee guida rigorose per la Congregazione».

    Stella infine, interpellato da Tornielli a riguardo, risponde anche a quanti affermano che la presenza di figli dei preti sia uno spunto per introdurre il celibato facoltativo per i sacerdoti della Chiesa latina. Il giudizio del cardinale è netto: «Il fatto che alcuni preti abbiano vissuto delle relazioni e abbiano messo al mondo dei figli non tocca il tema del celibato sacerdotale che rappresenta un dono prezioso per la Chiesa latina, sul cui valore sempre attuale si sono espressi gli ultimi Pontefici, da san Paolo VI fino a Papa Francesco. Così come l’esistenza di casi di abbandono del tetto coniugale e della prole ovviamente non tocca il valore sempre attuale del matrimonio cristiano. L’importante – conclude il porporato – è che il sacerdote di fronte a questa realtà sia in grado di comprendere qual è la sua responsabilità di fronte al figlio: il suo bene e la sua cura devono essere al centro dell’attenzione della Chiesa perché non manchino alla prole non soltanto il necessario per vivere, ma soprattutto il ruolo educativo e l’affetto di un padre».

  • Carcere per George Pell, cardinale pedofilo. Difesa choc del suo legale al processo: “Fu una semplice penetrazione”

    Carcere per George Pell, cardinale pedofilo. Difesa choc del suo legale al processo: “Fu una semplice penetrazione”

    Il Vaticano rompe gli indugi: non ha più l’incarico di Prefetto dell’Economia, parte il processo canonico a suo carico

    Il cardinale George Pell sta trascorrendo la sua prima notte in carcere dopo che i giudici australiani gli hanno revocato la libertà su cauzione (concessa l’anno scorso per permettergli di subire un intervento chirurgico alle ginocchia). E il Vaticano rompe gli indugi registrati ieri. La sala Stampa della Santa Sede ha comunicato che la Congregazione per la dottrina della fede ha aperto un processo canonico nei confronti di George Pell “dopo il verdetto di colpevolezza” del processo penale in Australia. Il Vaticano insomma non aspetterà più il compimento dell’intero iter penale, ma valuterà autonomamente le accuse che potrebbero portare all’esclusione dal collegio cardinalizio del porporato – Pell è un cardinale elettore avendo 77 anni – e/o alla “laicizzazione”, come già avvenuto per Theodore McCarrick.

    Dettagli choc sono emersi nell’udienza che ha condotto in carcere Pell, per bocca del suo stesso avvocato. Il principe del Foro australiano Robert Richter ha affermato che uno dei reati “non era più di un semplice episodio di penetrazione sessuale (plain vanilla sex, l’espressione usata, ndr) in cui il bambino non partecipava attivamente”. L’avvocato ha fatto questa affermazione-boomerang allo scopo di chiedere una condanna meno grave sostenendo che il cardinale non doveva rispondere di “circostanze aggravanti” ed era stato probabilmente “preso da un impulso irresistibile”, secondo quanto ha scritto The Guardian. Richter ha ulteriormente minimizzato – suggerendo ancora che un assalto era solo “fugace” e sostenendo che le vittime avrebbero mostrato segni a casa se fossero stati “veramente angosciati” – il Chief Justice Peter Ridd ha ribattuto definendo “insensibile, sfacciato e offensivo” e “scioccante” il comportamento di Pell.

    Complessivamente il Vaticano ha reagito lentamente alla notizia della condanna dell’ormai ex per cinque capi di imputazione compreso uno stupro e sesso orale con minorenni di tredici anni, nel cosiddetto “Cathedral Trial”, pur avendo avuto quasi tre mesi di tempo prima che la notizia (dell’11 dicembre) diventasse pubblica, a motivo del fatto che la Corte ha fatto cadere l’ordine di non divulgazione imposto, in attesa di un secondo processo (il cosiddetto “Swimming trial”) che invece non si terrà per la insufficiente consistenza delle accuse.

    Dopo una prima dichiarazione del direttore “ad interim” della Sala Stampa, Alessandro Gisotti ,di martedì mattina sulla “penosa notizia” che rimandava all’attesa per il compimento di tutti i gradi di giudizio per un’ulteriore valutazione, a sera un tweet dello stesso Gisotti ha confermato che Pell dal 24 febbraio non è più Prefetto dell’Economia. Per scadenza del mandato. Una carica quella che era iniziata nel 2014 con i poteri di un vero e proprio “zar dell’economia” vaticana da cui aveva ottenuto dal Papa un “leave of absence”, un permesso di allontanarsi dal Vaticano, nel giugno del 2017 per potersi difendere in Australia. Ora sappiamo non è più Prefetto dal 24 febbraio. Ma già dal 2016 il suo potere aveva subito una forte battuta d’arresto.

    Soprattutto, Gisotti ha comunicato che è iniziato il processo canonico a suo carico, quindi senza aspettare oltre. Evidentemente il Vaticano e lo stesso Papa Francesco hanno compreso che non era possibile fare altrimenti.

    I legali di Pell avevano programmato di chiedere il proseguimento della libertà su cauzione, in attesa del processo di appello, ma hanno improvvisamente rinunciato. Anche se forse adiranno la Corte Suprema australiana. La sentenza che stabilirà l’esatta misura della pena è attesa per il 13 marzo. Ognuno dei cinque capi di imputazione per cui è stato riconosciuto colpevole comporta una pena massima di 10 anni, quindi Pell affronta un rischio di 50 anni di carcere.

    https://www.huffingtonpost.it/2019/02/27/carcere-per-george-pell-cardinale-pedofilo-al-processo-il-suo-legale-disse-fu-una-semplice-penetrazione_a_23679421/

  • Pedofilia, il cardinale Pell va in carcere: “Fu una semplice penetrazione”

    Pedofilia, il cardinale Pell va in carcere: “Fu una semplice penetrazione”

    Pedofilia: revocata libertà su cauzione, Pell va in carcere. Rischia fino a 50 anni

    Il cardinale australiano George Pell si e’ visto revocare la liberta’ su cauzione dopo essere stato riconosciuto colpevole di abusi sessuali su due minorenni. Il 77enne sara’ detenuto in un centro di custodia cautelare fino alla sua condanna, quando sara’ trasferito in una prigione. La sentenza verra’ emessa il 13 marzo: l’alto prelato rischia fino a 50 anni di carcere per i 5 reati nei confronti delle due vittime di 12 e 13 anni, abusate negli anni ’90 nella sagrestia della chiesa St Patrick a Melbourne. Pell ha presentato appello contro il verdetto di colpevolezza.

    Dettagli choc sono emersi nell’udienza che ha condotto in carcere Pell, per bocca del suo stesso avvocato. Il principe del Foro australiano Robert Richter ha affermato che uno dei reati “non era più di un semplice episodio di penetrazione sessuale (plain vanilla sex, l’espressione usata, ndr) in cui il bambino non partecipava attivamente”. L’avvocato ha fatto questa affermazione-boomerang allo scopo di chiedere una condanna meno grave sostenendo che il cardinale non doveva rispondere di “circostanze aggravanti” ed era stato probabilmente “preso da un impulso irresistibile”, secondo quanto ha scritto The Guardian. Richter ha ulteriormente minimizzato – suggerendo ancora che un assalto era solo “fugace” e sostenendo che le vittime avrebbero mostrato segni a casa se fossero stati “veramente angosciati” – il Chief Justice Peter Ridd ha ribattuto definendo “insensibile, sfacciato e offensivo” e “scioccante” il comportamento di Pell.

    Pedofilia: Gisotti, Pell non ha piu’ incarico Vaticano

    Il cardinale George Pell non e’ piu’ prefetto della Segreteria vaticana per l’Economia. A confermarlo, nella tarda serata di ieri, e’ stato con un tweet Alessandro Gisotti, direttore ad interim della sala stampa della Santa Sede. “Posso confermare che George Pell non e’ piu’ il prefetto della Segreteria per l’Economia”, ha scritto Gisotti.
    http://www.affaritaliani.it/cronache/pedofilia-il-cardinale-pell-va-in-carcere-fu-una-semplice-penetrazione-590338.html?fbclid=IwAR1DS1oDNggowjS2mmaC4jRtp_5pQXhNdIh787WpCWjqM7LE-tET3nuaeKY