Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Salerno

  • FAIANO; Fu condannato per pedofilia su alunne 12enni. La chiesa intitola un oratorio in sua memoria.

    FAIANO; Fu condannato per pedofilia su alunne 12enni. La chiesa intitola un oratorio in sua memoria.

    Sembrerebbe uno scherzo macabro e di cattivo gusto, ma purtroppo non è cosi e a darcene notizia è il quotidiano online Salerno Notizie sul quale si legge che ieri sera è stato finalmente inaugurato il nuovo oratorio dedicato alla memoria di don Giuseppe Salomone, scomparso proprio il 26 giugno scorso.

    La vicenda di don Salomone , condannato in 3° grado a due anni e quattro mesi, oltre all’interdizione dai pubblici uffici per lo stesso periodo, per atti di libidine nei confronti di due alunne 12enni alle quali insegnava religione presso una  scuola media, suscitò parecchio scalpore soprattutto per la spudoratezza con la quale il prete agiva.

    Si legge infatti in uno stralcio della sentenza ”…durante lo svolgimento delle lezioni tenute presso il corso I-A di quell’Istituto, in più di un’occasione , approfittando della presenza ravvicinata della minore D.R.A.A. chiamata alla cattedra per la lettura di un brano, toccava con la propria mano la schiena e le natiche della giovane studentessa, ed in un’altra occasione infilò la mano all’interno del maglione indossato dalla minora P.A. nel mentre questa era intenta a svolgere un compito in classe, così toccandole la schiena nuda partendo dal collo. Il G.S., poi, in altre occasioni utilizzò epiteti offensivi nei confronti di alcuni alunni della scuola, lesivi dell’onore dei medesimi … <ricchione, puttanelle, ma che cosa hai fatto ti sei masturbato con degli amici>… “

    Malgrado ciò – scontata la condanna – la chiesa locale non sembrò molto scossa da quanto accaduto e non ritenne di dover prendere alcun provvedimento nei confronti del sacerdote, nemmeno quello di allontanarlo dai minori e così come se nulla fosse, don Giuseppe Salomone venne reintegrato nel 2009 nel suo ruolo di insegnante di religione, oltre che di parroco.

    Il 26 giugno del 2016 don Giuseppe Salomone più conosciuto come don Peppe, dopo una lunga malattia passerà a miglio vita.

    Esattamente un anno dopo, il 26 giugno del 2017, la comunità cattolica locale che malgrado tutto lo rimpiange, dedicherà, come si legge nel comunicato “L’oratorio di Faiano intitolato all’indimenticato Don Giuseppe Salomone. Quello spazio che lui volle fortemente per i giovani del borgo adesso porta il suo nome”.

  • Don Marino, Giada e il vescovo: in udienza tra “giustizia e vendetta”

    Don Marino, Giada e il vescovo: in udienza tra “giustizia e vendetta”

    Nello scambio dialettico tra Pm, vescovo e difensore tutto il senso del processo a carico di don Marino Genova. Si sono ritrovati in aula, dinanzi a Giada Vitale e alla sua mamma, peraltro teste anche lei.

    Il Pm ha anche chiesto al presule De Luca perché l’allora minorenne era andata da lui. Il vescovo ha risposto “perché voleva giustizia”, mentre il difensore dell’ex parroco di Portocannone ha tuonato, “per vendetta”.

    Una vicenda che dovrebbe definirsi, giudiziariamente, il prossimo 3 ottobre, ma pende la richiesta di riapertura delle indagini presentata da Giada Vitale e dal suo legale Giuseppe D’Urbano.  La difesa, oltretutto, punta sugli innumerevoli impegni del sacerdote, tra vita parrocchiale, insegnamento di religione e messe, per confutare la tesi dei numerosi incontri a sfondo sessuale portati avanti per oltre 4 anni secondo la denuncia presentata e dai riscontri della Procura.

    Una giornata molto particolare per la 22enne Giada Vitale, che al mattino si è recata a Salerno per affrontare la prima prova dell’esame di Stato e in tutta fretta, appena consegnato il compito, è ripartita alla volta di Larino, dove alle 15 era in programma la terz’ultima udienza del processo a carico di don Marino Genova, l’ex parroco di Portocannone, accusato di atti sessuali con minorenne (articolo del codice penale 609 quater) nei confronti della ragazza, per il periodo della loro frequentazione in cui la ragazza originaria di Portocannone aveva meno di 14 anni.

    Dinanzi al collegio presieduto dal giudice Michele Russo l’ultima volta sono sfilati altri 5 testimoni, alcuni chiamati a deporre dalla Procura frentana, rappresentata dal Pm Ilaria Toncini. Insieme a don Michele Valentini, che prese il posto di don Marino all’indomani del suo allontanamento, è stata acquisita anche la deposizione del vescovo della diocesi di Termoli-Larino, monsignor Gianfranco De Luca. Oltre alla madre di Giada, un corista e una violinista.

    L’imputato è difeso dall’avvocato Ciro Intino, mentre per la parte civile Giuseppe D’Urbano, che nel novembre scorso ha sostituito Arturo Messere nel perorare la causa della parte lesa. «Monsignor De Luca ha risposto alle domande del Pm, della parte civile e della difesa. Ha raccontato tutto – ci riferisce la stessa Giada Vitale – della prima volta che andammo io e Teresa, di quello che gli ho raccontato, di quello che gli ha detto don Marino e del processo canonico». Secondo quanto emerso in aula, don Marino dinanzi al presule avrebbe sostanzialmente ammesso i fatti, come già il vescovo affermò quando venne sentito dal Pm Venturi in fase di indagini preliminari.

    La madre di Giada, invece, ha rievocato alcuni particolari, come quando ci fu un primo approccio tra loro due e lei non volle credere alla ragazza, poiché pensava che il prete non potesse comportarsi così, ma ha anche detto come Giada sia stata in cura da diversi specialisti e costretta ad assumere psicofarmaci. Una deposizione che come quella della 22enne a dicembre, ha ripercorso l’intera vicenda, fino a quando scoprì la situazione e il suo primo colloquio col vescovo.

  • Tutti assolti nel caso Suor Soledad: attesa Cassazione su ricorso contro sentenza di appello

    Tutti assolti nel caso Suor Soledad: attesa Cassazione su ricorso contro sentenza di appello

    A breve – nella giornata di lunedì 10 aprile – la decisione della Cassazione sul ricorso delle parti civili contro la sentenza della Corte d’appello di Salerno che ha assolto tutti gli imputati coinvolti nel processo di Suor Soledad. I genitori dei bambini credono alle violenze sessuali nell’asilo gestito dalle suore a Vallo della Lucania. E su questa ipotesi è stato formulato il ricorso in Cassazione dalle parti civili contro l’assoluzione degli imputati da parte dei giudici per insussistenza del fatto.

    La vicenda risale al 2006 quando l’asilo ‘Paolo VI’ venne travolto da un’inchiesta per pedofilia. Coinvolta Suor Soledad, la novizia peruviana Carmen Soledad Bazan Verde, il muratore Aniello La Bruna (presunto fidanzato di Soledad) e il fotografo Antonio Rinaldi, accusato di foto pedopornografiche. Poi accusate anche le consorelle Agnese Cafasso e Giuseppina De Paola, per favoreggiamento. La Bruna e Rinaldi sono stati assolti già in primo grado dal tribunale di Vallo della Lucania, che ha invece condannato a 8 anni suor Soledad per pedofilia e a 16 mesi le consorelle.

    A marzo scorso la sentenza d’appello ha, invece, assolto tutti perchè «il fatto non sussiste».  Ma nelle motivazioni arrivate dopo 90 giorni, gli stessi giudici sospettano che i bambini abbiano potuto subire dei maltrattamenti.

    http://www.giornaledelcilento.it/it/10_04_2017_tutti_assolti_nel_caso_suor_soledad_attesa_cassazione_su_ricorso_contro_sentenza_di_appello_38708.html#.WOufoojyi71

  • Suor Soledad: Cassazione accoglie ricorsi solo contro la novizia e le suore

    Suor Soledad: Cassazione accoglie ricorsi solo contro la novizia e le suore

    La Corte d’appello di Salerno deve riesaminare la questione, sollevata dalla difesa delle parti civili, sul processo relativo al caso di Suor Soledad. Lo ha stabilito la Corte suprema, che, dopo una camera di consiglio svolta lunedì, ha annullato con rinvio alla Corte d’appello per gli interessi civili limitatamente ai reati di violenza sessuale contestati a Suor Soledad e favoreggiamento alle due consorelle. Rigettati invece i ricorsi contro La Bruna e Rinaldi, fuori definitivamente dal processo già assolti con formula piena in Appello.

    Bisognerà attendere il deposito delle motivazioni per capire quali siano i perché che hanno convinto la Suprema Corte ad accogliere i ricorsi delle parti civili e quali siano dunque i punti da chiarire. I fatti risalgono al 2006 quando l’asilo ‘Paolo VI’ venne travolto da un’inchiesta per pedofilia. Coinvolta Suor Soledad, la novizia peruviana, il muratore Aniello La Bruna (presunto fidanzato di Soledad) e il fotografo Antonio Rinaldi, accusato di foto pedopornografiche. Poi accusate anche le consorelle Agnese Cafasso e Giuseppina De Paola, per favoreggiamento. La Bruna e Rinaldi sono stati assolti già in primo grado dal tribunale di Vallo della Lucania, in Appello, e ora in via definitiva, mentre in primo grado erano state condannate a 8 anni suor Soledad per pedofilia e a 16 mesi le consorelle, poi assolte dalla corte d’appello.

    L’annullamento con rinvio della Cassazione ora riapre il caso. Per saperne di più, occorre attendere il deposito delle motivazioni del verdetto emesso nel pomeriggio di oggi. Il caso si chiude definitivamente solo per La Bruna e Rinaldi. «La Corte Suprema ha rigettato i ricorsi contro un umile lavoratore, Aniello La Bruna, proposti sebbene nei suoi confronti fosse già stata pronunciata una doppia sentenza di assoluzione dei giudici di merito – ha commentato il legale, l’avvocato Franco Maldonato – Si chiude così una vicenda che non avrebbe dovuto mai aprirsi e che ha provocato dolori insanabili e danni non ristorabili, anche per effetto della risonanza assicurata da un sistema d’informazione non consapevole del proprio ruolo».

    http://www.giornaledelcilento.it/it/10_04_2017_suor_soledad_cassazione_accoglie_ricorsi_solo_contro_la_novizia_e_le_suore_38729.html#.WOvXSIjyi71

  • Morto don Giuseppe Salomone, condannato per molestie a Salerno Tornò a insegnar religione dopo sentenza definitiva per molestie su alunne 12enni

    Morto don Giuseppe Salomone, condannato per molestie a Salerno Tornò a insegnar religione dopo sentenza definitiva per molestie su alunne 12enni

    PONTECAGNANO FAIANO. Nella giornata di ieri, la comunità di Faiano dice addio a Don Giuseppe Salomone, storico parroco di San Benedetto. Il prete, più noto come Don Peppe, si è spento dopo una lunga malattia. L’anno scorso, come riporta La Città, passò il testimone dopo cinquant’anni di sacerdozio – 40 dei quali a Faiano – al nuovo parroco, Don Roberto Faccenda. Proprio a lui si deve la realizzazione dell’oratorio di San Benedetto. Oggi, alle 16, i funerali.

    http://www.occhiodisalerno.it/cronaca/lutto-pontecagnano-faiano-addio-don-peppe/#sthash.mUwehBOx.dpuf

  • Suor Soledad, i perché della sentenza: «Indagini non approfondite, mistero su dettagli sessuali conosciuti dai bambini»

    Suor Soledad, i perché della sentenza: «Indagini non approfondite, mistero su dettagli sessuali conosciuti dai bambini»

    I giudici della Corte d’appello hanno assolto con formula piena tutti gli imputati coinvolti nel processo sui presunti abusi sessuali ai danni dei piccoli alunni dell’asilo Paolo VI di Vallo della Lucania. Ma nelle motivazioni della sentenza, arrivate dopo 90 giorni, gli stessi giudici sospettano che i bambini abbiano potuto subire dei maltrattamenti. Principale coinvolta e indagata suor Soledad, una novizia peruviana all’anagrafe Carmen Soledad Bazan Verde, accusata di aver abusato di oltre quaranta bambini di età dai 3 ai 5 anni dell’asilo gestito dalle religiose dell’ordine di Santa Teresa del Bambino Gesù, poi due suore accusate di favoreggiamento, e in un secondo filone d’inchiesta indagati anche il muratore Aniello La Bruna (ritenuto il presunto fidanzato di suo Soledad) e il fotografo Antonio Rinaldi. Questi ultimi erano stati già assolti in primo grado da Tribunale di Vallo che invece aveva condannato la suora a 8 anni e a 16 mesi le due consorelle, Agnese Cafasso e Giuseppina De Paola. Presunti abusi a Vallo della Lucania: assolta Suor Soledad e tutti gli imputati.

    La Corte d’appello di Salerno ha dunque accolto la richiesta del procuratore generale Maddalena Russo, che aveva chiesto l’assoluzione per tutti gli imputati. Ma forse qualcosa in quell’asilo è successo. Lo ipotizzano gli stessi giudici nelle motivazioni della sentenza depositata nei giorni scorsi. Nello specifico – scrivono – alla luce dell’intero compendio probatorio dei medici si ritiene che nessun abuso di natura sessuale sia stato commesso all’interno dell’asilo dalla suora e che le prove portino ad escludere la sussistenza del reato di atti sessuali ai danni dei piccoli alunni dell’istituto – ma non esclude che – le attività investigative hanno compromesso la possibilità di accertare in modo obiettivo e sereno i fatti verificatisi, che al più si concretano in ipotesi di maltrattamenti (reato che però ormai sarebbe prescritto in ragione della data dei fatti e del tempo trascorso.

    Sul secondo filone i giudici sottolineano «che in assenza di altri elementi di prova da porre a riscontro dei fatti (intercettazioni, reperimento dei reperti fotografici e audiovisivi) le testimonianze indirette dei minori sono assolutamente inidonee a comprovare i reati». I giudici poi ipotizzano che all’origine delle testimonianze rese dai bambini possano esserci «l’involontario stimolo al racconto proveniente dalle persone che circondavano i minori, il condizionamento generato sulla psiche di questi ultimi dal clamore provocato dalle investigazioni e il desiderio – scrive il collegio – ben comprensibile di un bimbo giovanissimo di continuare ad ottenere dai genitori le cure e il trattamento oltremisura affettuoso ricevuto con ogni probabilità nel trimestre precedente».

    Nelle motivazioni i giudici però «bacchettano» gli inquirenti sia per il primo che per il secondo filone d’indagine. «La presenza di un quadro dichiarativo di tale complessità avrebbe reso necessario l’esperimento di un nuovo incidente probatorio e ciò allo scopo di operare con l’ausilio di esperti, l’opportuna depurazione delle dichiarazioni dei minori e di far affiorare la realtà se esistente dei fatti da essi narrati», scrivono e aggiungono: «Una operazione possibile solo se posta in essere tempestivamente ossia nella fase delle indagini preliminari, nei modi opportuni e con l’ausilio di qualificati psicologi dell’età evolutiva. Rimane il mistero su come i minori (nello specifico tre) abbiano potuto conoscere in modo dettagliato determinate pratiche sessuali. Nei loro racconti i tre minori hanno fatto riferimento a scene di esplicito tenore pornografico» e qui il riferimento a quanto raccontato dai bambini su «scene di sesso orale e pipì sul seno».

    http://www.giornaledelcilento.it/it/suor_soledad_i_perche_della_sentenza_indagini_non_approfondite_mistero_su_dettagli_sessuali_conosciuti_dai_bambini.html#.V19xUvmLTIX

  • Don Rebagliati, monsignor Scarano e il cardinale Domenico Calcagno. Il Docu-Film

    Don Rebagliati, monsignor Scarano e il cardinale Domenico Calcagno. Il Docu-Film

    Il Docu-Film Giovedì 9 giugno ore 18 Libreria UBIK Savona

    Ancora una volta la chiesa savonese finisce sulle pagine delle cronache nazionali ed estere, l’ennesimo scandalo che questa volta coinvolge oltre alla Diocesi uno dei più potenti cardinali, monsignor Domenico Calcagno, ex vescovo di Savona e oggi presidente dell’APSA (amministrazione del patrimonio della sede apostolica).

    Un’indagine partita nel 2011 grazie al coraggio e alle denunce di don Carlo Rebagliati, suo economo ai tempi in cui era vescovo di Savona. Rebagliati voleva vederci chiaro su alcuni affari, speculazioni e legami con aziende molto chiacchierate con le quali la Diocesi faceva affari.

    A soli due anni dall’arrivo di Calcagno a Savona, Rebagliati chiese di essere dimesso da tutti gli incarichi, temeva di rimanere coinvolto in quei traffici. Ma Calcagno, ben 2 volte gli negò le dimissioni lasciandolo di fatto senza poteri, ma giuridicamente responsabile dell’economato.

    A Savona qualcuno mise in giro la voce che Rebagliati fosse “pazzo” per via di ciò che sosteneva e che aveva denunciato all’Autorità Giudiziaria savonese.

    Pochi mesi dopo la sua morte però, da tutt’altra parte d’Italia, a Salerno, viene arrestato un contabile dell’APSA, monsignor Nunzio Scarano che agli inquirenti racconterà non di riciclaggio su conti APSA, ma anche di traffici e di finte donazioni che hanno una somiglianza impressionante con quelli che Rebagliati raccontava a Savona. Scarano accuserà i suoi superiori di essere stati a conoscenza di quanto accadeva.

    Tra questi anche il presidente dell’APSA monsignor Domenico Calcagno, oggi indagato a Savona per malversazione.

    Grazie alla carte interne alla Diocesi savonese e alle memorie che don Rebagliati lasciò a Francesco Zanardi con il preciso ordine di consegnare alla procura, oggi siamo stai in grado di ricostruire, anche grazie all’aiuto di un revisore contabile, quanto potrebbe essere accaduto e come funziona quel sistema che veniva chiamato “il gioco delle tre carte”.

    Giovedì 9 giugno presso la Libreria UBIK di Savona, la Rete L’ABUSO e la Casa della Legalità (osservatorio sulle mafie) presentano “Romanzo Cardinale” il docu-film, dedicato alla memoria di don Carlo Rebagliati, nel quale si ricostruisce la vicenda che oggi ha portato gli inquirenti savonesi all’indagine.

    Interverranno Francesco Zanardi, portavoce della Rete L’ABUSO, Christian Abbondanza, Presidente della Casa della Legalità e Ferruccio Sansa, giornalista del Fatto Quotidiano che pochi mesi prima della morte di Rebagliati raccolse le sue dichiarazioni.

    Un documento prodotto da Francesco Zanardi, Christian Abbondanza e Mario Molinari.

    Si ringrazia per la collaborazione; Ferruccio Sansa, Mimmo Lombezzi, WWF Savona, Ernesto Johansson per l’elaborazione dei dati contabili, Francesca Lagatta per l’ufficio stampa.

    L’evento sarà trasmesso in diretta streaming sulla pagina Facebook della Rete L’ABUSO https://www.facebook.com/retelabuso/

    Per informazioni ufficiostampa@retelabuso.org

  • Romanzo Cardinale: E don Rebagliati disse basta al vescovo Calcagno.

    Romanzo Cardinale: E don Rebagliati disse basta al vescovo Calcagno.

    Don Carlo Rebagliati, economo della diocesi di Savona lamentava operazioni speculative secondo lui azzardate ed eccessive e lui, in quanto economo ne era penalmente responsabile. Raccontava di un sistema, il così detto “gioco delle tre carte” , fu per questo che ben due volte chiese all’allora vescovo Domenico Calcagno, di potersi dimettere, ma le dimissioni furono respinte.

    Di Rebagliati si diceva anche che fosse pazzo…

    E quei soci dell’INCISA così tanto chiacchierati con i quali per anni l’istituto sostentamento clero ha fatto i suoi affari. Gli avvisi di garanzia degli ultimi giorni forse non sono così inaspettati perché a Savona, in più occasioni, molti avevano da tempo sollevato perplessità, qualcuno le aveva pure scritte.

    Proprio pochi giorni dopo la morte di Rebagliati, a Salerno, viene arrestato monsignor Nunzio Scarano un alto funzionario, contabile dell’APSA (Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica). L’accusa nei suoi confronti è di aver utilizzato conti APSA per fare riciclaggio. Il sistema usato è davvero molto simile a quello che Rebagliati chiamava “gioco delle tre carte”.

    In un’intervista a Repubblica, Scarano dichiarerà; “L’Apsa era diventata come una proprietà privata, che non portava più servigi alla Chiesa né opere di carità”.

    Si scoprirà che l’APSA ha caratteristiche analoghe allo IOR, ma meno clienti. Secondo Scarano solo 23 conti per pochi potenti, di cui 15 riconducibili a vescovi e cardinali, altri 8 riconducibili a laici. Nel Portfolio 339 dell’Apsa, c’erano per esempio quattro conti su cui il banchiere Giampietro Nattino (proprietario della Banca Finnat) si muoveva autonomamente.

    Un viaggio che secondo Rebagliati partiva anche da Savona, passando per Salerno arrivava in Vaticano e si fermava ad uno sportello bancario che questa volta non si chiama IOR, ma APSA.

    Dall’archivio dell’ex economo don Carlo Rebagliati i documenti che forse potranno fare chiarezza Anche sui fatti che la cronaca savonese ci sta ultimamente proponendo.

    Giovedì 9 giugno 2016, Cristian Abbondanza (Casa della legalità) e Francesco Zanardi (Rete L’ABUSO) presentano “Romanzo Cardinale”, il docu-film sugli affari e gli intrecci di una chiesa decisamente poco francescana.

    Rete L’ABUSO

  • Asilo di Vallo, verdetto choc: niente abusi sui bimbi, tutti assolti

    Asilo di Vallo, verdetto choc: niente abusi sui bimbi, tutti assolti

    Vallo della Lucania. Assoluzione per tutti gli imputati perché il fatto non sussiste. Colpo di scena nel processo di appello sui presunti abusi all’istituto Santa Teresa di Vallo della Lucani. La Corte d’Appello presieduta da Claudio Tringali, con la sentenza emessa ieri pomeriggio, ha assolto con formula piena la suora Bazan Verde Carmen Soledad, accusata di molestie sessuali su oltre 40 bambini che frequentavano la scuola religiosa, e le due consorelle suor Agnese e suor Romana accusate di favoreggiamento. Sono stati altresì assolti tutti gli altri imputati, già assolti in primo grado, tra cui il fotografo Antonio Rinaldi (difeso dall’avvocato Gaetano Di Vietri) e il muratore Aniello Labruna (difeso dall’avvocato Franco Maldonato).

    Il tribunale di Vallo tre anni fa aveva condannato suor Soledad ad 8 anni di reclusione, e ad un anno e 4 mesi le altre due suore. Tutti assolti ora, perché il fatto non sussiste. La Corte d’Appello ha rigettato l’appello della Procura generale e delle parti civili e le ha condannate al pagamento delle spese processuali.
    Si chiude così, a distanza di quasi dieci anni, una vicenda che ha sconvolto la comunità cilentana.

    http://www.ilmattino.it/salerno/asilo_di_vallo_verdetto_choc_niente_abusi_sui_bimbi-1604610.html

  • La verità del vescovo sul cadavere di Elisa  Oggi monsignor Superbo in aula

    La verità del vescovo sul cadavere di Elisa Oggi monsignor Superbo in aula

    POTENZA – È un giorno importante. Per alcuni fondamentale. La deposizione dell’arcivescovo di Potenza, Agostino Superbo, nell’ambito del processo alle donne delle pulizie della chiesa della Trinità, assume contorni che vanno al di là della semplice “testimonianza”.

    Il presidente della Conferenza episcopale di Basilicata non è un imputato. È un testimone dell’accusa. Significa che per il pm, le sue parole, possono “incastrare” le colf della Trinità, accusate di aver reso falsa testimonianza ai giudici. Ma è anche il teste della difesa dei Claps e delle donne delle pulizie.

    I giudici, a questo punto, vogliono capire una volta per tutte, come e soprattutto quando è stato trovato il cadavere di Elisa Claps.

    Una premessa. L’opinione pubblica sull’arcivescovo è spaccata. Da una parte c’è chi lo vede come uno “stratega” capace di aver architettato una messinscena (come la famiglia di Elisa e l’avvocato delle colf) e, quindi, di aver coinvolto loro malgrado le donne delle pulizie, dall’altra gli innocentisti che lo vedono come vittima di un sistema anche mediatico  alla costante ricerca di un capro espiatorio.

    Il prelato verrà ascoltato sulla base di ciò che ha reso nelle “informazioni sommarie testimoniali” in tre date diverse: il 20 marzo (a tre giorni dalla scoperta dei resti di Elisa Claps), il 15 aprile e il 22 maggio del 2010.

    A queste vanno aggiunti i riscontri scientifici rappresentati dai tabulati telefonici (le intercettazioni telefoniche in questo processo non sono state ammesse n.d.r.).

    In questa ricostruzione partiamo proprio da quello che ha detto l’arcivescovo ai giudici.

    QUANDO LA POLIZIA “SETACCIÒ” LA TRINITÀ

    Dice l’arcivescovo agli inquirenti il 20 marzo 2010: «Don Mimi Sabia non mi ha mai parlato della vicenda Claps se non quando mi chiese di parlare con il prefetto per far rimuovere i sigilli dei locali sotterranei della Chiesa apposti per accertamenti dell’Autorità giudiziaria».

    Monsignor Superbo si riferisce all’indagine fatta partire dall’allora questore di Potenza Vincenzo Mauro.

    E’ il 2007 e precisamente il 9 novembre. La polizia oltre alle scale mobili, “setacciò” (è il termine usato dal cronista di allora del “Quotidiano”) anche la chiesa della Trinità (vedere la pagina de “Il Quotidiano” del 10 novembre 2007 che riproponiamo  in alto a destra).

    Non ci fu un semplice sopralluogo come quello del 2001 (che pure c’è stato), ma una vera e propria ispezione certosina fatta con l’ausilio di radar di ultima generazione.

    Scrive Barbara Strappato alla fine del 2008 nell’informativa consegnata alla procura di Salerno riferedosi all’omicidio di Elisa: «L’azione violenta è stata condotta verosimilmente in un luogo contiguo alla centralissima chiesa della Trinità, ricandente nella zona soggetta a ricostruzione post-sismica e per tale motivo non frequentata».

    Purtroppo nessuno pensò di andare nel sottotetto, che pure faceva parte della chiesa, dove giacevano già da 14 anni i resti di Elisa. Per la cronaca i locali della Trinità sequestrati vennero riconsegnati diversi mesi dopo, come lo stesso vescovo precisa nel suo verbale.

    I LAVORI DEL 2010

    Siamo a febbraio del 2010. Lungo una parete delle stanze ubicate al piano superiore della Trinità vi è un’infiltrazione.

    «Effettuammo un sopralluogo con il capo dell’Ufficio tecnico don Pasquale e  la ditta Lacerenza  – racconta Superbo – Arrivammo fin sotto l’ingresso che accede al terrazzo, tuttavia io non salii perchè non era necessario ed anche perchè sopra era allagato».

    Questo problema venne risolto subito. Gli operai quello stesso giorno salirono sul terrazzo e liberarono le canalette di scolo.

     «Dopo circa 15 giorni – continua l’arcivescovo – don Ambrogio comunicò che vi era un’infiltrazione nella Chiesa. Chiamammo nuovamente la ditta Lacerenza che tardò alcuni giorni a inviare i lavoratori a causa del maltempo. Alla prima giornata di sole, il mercoledì (giorno del ritrovamento di Elisa ndr) vennero gli operai».

    Sui lavori si è fatto un gran parlare. I “messinscenisti” la vedono come una “scusa” per far ritrovare il corpo della povera Elisa.

    Ma perchè, allora, farlo ritrovare dagli operai? Non era meglio, qualora fosse stato scoperto prima, dirlo subito?

    A sostegno degli innocentisti che credono alla versione del vescovo, vi è una relazione di un pool di tecnici – non della diocesi – formato dai Vigili del fuoco, dalla Soprintendenza e dal Comune, redatta qualche settimana  dopo il decreto di dissequestro di parte del tempio di culto. Sul posto c’era anche il personale della Polizia.

    E’ il 27 aprile 2012. Nella relazione – pubblicata su tutti i quotidiani locali con la foto che ripubblichiamo a destra  – si precisa:  «I presenti prendono atto che tutto l’immobile (Chiesa) è interessato da notevoli fenomeni di infiltrazioni d’acqua e umidità con piccoli distacchi di intonaci. Per quanto attiene alla canonica, la cui situazione è molto più grave dal punto di vista delle infiltrazioni, si consiglia: di sgomberare da mobili e suppellettili; di puntellare i solai interessati dalle infiltrazioni; di regimentare le acque meteoriche. Per quanto concerne le opere d’arte eventualmente da rimuovere, le relative operazioni saranno concordate con la soprintendenza BSAE di Matera. Si precisa che non è stato possibile accedere e ispezionare il terrazzo e il sottotetto, in quanto sottoposti a sequestro giudiziario a tutt’oggi». A quanto pare, dunque, quei lavori erano davvero necessari.

    Nel marzo di quest’anno, inoltre – come riportato da “Il Quotidiano” – sono caduti alcuni calcinacci dalla parete esterna, il segno di un deterioramento della struttura in continua evoluzione.

    Per la cronaca: al sottotetto sono ancora apposti i sigilli. Anche per questo gli interventi sono rinviati a data da destinarsi.

    “MENTRE STAVO RECANDOMI A SATRIANO”

    Questa frase è diventata, secondo i “messinscenisti” una delle prove che inchioderebbe il vescovo. Superbo era ancora a Potenza quando, la mattina del 17 marzo 2010, riceve la telefonata di don Wagno che lo avverte del ritrovamento di un cadavere nella chiesa. Questa circostanza sarebbe supportata dal fatto che quando arriva la chiamata del sacerdote brasiliano, la cella telefonica avrebbe agganciato un ponte radio fissato nel centro di Potenza. E’ risaputo che le celle telefoniche hanno un ampio raggio e il fatto che la cella sia stata agganciata al ponte radio del centro, non vuol dire che l’arcivescovo si trovasse nel centro storico. E’ un dato oggettivo.

    In realtà si stava recando a Satriano, come dimostra  il fatto – sempre per lo stesso principio – che pochi minuti dopo il suo cellulare sarebbe stato agganciato nei pressi di Tito. Il vescovo dunque era in movimento quando riceve la prima telefonata di don Wagno. Da aggiungere un altro particolare. Il tutto si svolge in pochissimo tempo: dalla prima telefonata di don Wagno a quelle dell’arcivescovo alla Polizia, passano forse non più di 2-3 minuti. Per dare corpo alla tesi messinscenistica, l’arcivescovo avrebbe nel giro pochissimo tempo: ricevuto la telefonata di don Wagno, chiamato un sacerdote per farsi accompagnare a Satriano, chiamare la polizia, chiamare poi i sacerdoti per organizzare l’incontro e recarsi poi nella città del Melandro. Inverosimile.

    In realtà quell’incontro a Satriano era stato organizzato da diverso tempo. L’arcivescovo  stava già  facendo delle riunioni zonali con il clero per promuovere la visita pastorale indetta con un proprio decreto qualche mese prima. Il 15 marzo lo stesso incontro si era tenuto nel seminario di Potenza con la zona pastorale della città e il giorno dopo, e cioè il 16 marzo, l’arcivescovo si recò in Val D’Agri e precisamente a Viggiano per lo stesso motivo. Il 17 toccava appunto a Satriano. Ecco perchè Superbo si reca nel Melandro dove, per completezza di cronaca, c’erano ad attenderlo una dozzina di sacerdoti.

    Ma allora perchè non tornare indietro? D’altronde era stato trovato un cadavere in chiesa.

    In realtà la prima cosa che fece l’arcivescovo è quella più ovvia: chiamare la polizia. Pare che fece più di qualche telefonata tra questura e 113. Sul posto oltre alla presenza di un membro della diocesi, e cioè don Wagno con cui è rimasto in costante contatto, arrivò  subito dopo la polizia. Intorno a mezzogiorno, poi, arriva in Chiesa anche il vicario generale della diocesi avvertito precedentemente da Superbo. Intorno alle 13 l’arcivescovo è di nuovo a Potenza. «Io gli dissi (a don Wagno ndr) di far scendere tutti  – racconta il presidente della Conferenza episcopale di Basilicata – di non far allontanare nessuno e chiamai personalmente il 113, accertandomi poco dopo che fosse giunta sul posto la Polizia. Per non creare intralcio agli accertamenti per due giorni ho evitato di andare presso la Chiesa della Ss Trinità». E così fece. Andò nella Trinità la sera del giovedì.

    IL CRANIO E L’UCRAINO

    Se si volesse prendere in giro l’arcivescovo di Potenza, basterebbe dire: «cranio e ucraino».

    Queste due parole dal suono simile, sono entrate di diritto nel vocabolario del potentino medio diventando sinonimo da una parte di “stupidità”, dall’altra di inciucio.

    In realtà la questione è ben diversa da come è stata raccontata.

    Dice il vescovo agli investigatori: «Verso la sera del giovedì (il mercoledì precedente era stato scoperto il corpo di Elisa ndr) don Wagno mi disse una cosa che io non capii bene anche perchè lui si esprime con un po’ di difficoltà quando è nervoso. Don Wagno mi disse che la signora delle pulizie aveva visto un “cranio” quando mi aveva telefonato a gennaio e successivamente se ne era dimenticato. In verità io capii ucraino che portava un sacco di immondizia mentre lui diceva cranio nell’immondizia».

    E’ sabato 20 marzo quando il vescovo racconta agli inquirenti questa circostanza. Un dettaglio non da poco perchè spinge a una serie di riflessioni. La prima: è l’arcivescovo che, nel descrivere i suoi spostamenti dal 17 marzo 2010 in poi, porta a conoscenza del fatto gli inquirenti. La seconda: è un dialogo “de visu” con il sacerdote brasiliano (e non una telefonata). Terzo: l’incontro – ed è un dettaglio non da poco – è avvenuto dopo il ritrovamento del corpo di Elisa.   Superbo, infatti, riferisce di aver incontrato don Wagno la sera di giovedì 18 marzo.

    L’arcivescovo, per la prima volta dopo la scoperta dei resti della povera Elisa, si era recato nella chiesa della Trinità e proprio all’interno del tempio incontrò per qualche minuto il sacerdote brasiliano che cercò di raccontagli la vicenda. Cercò ma non vi riuscì. Superbo infatti capendo «ucraino con l’immondizia», liquidò il sacerdote dopo pochi minuti e si intrattenne a parlare con la polizia. La sera di quello stesso giorno parlando al telefono con don Ambrogio, parroco della Trinità che in quel periodo si trovava a Roma per motivi di studio gli racconta, ricorda Superbo «ciò che avevo capito dal primo colloquio con Don Wagno e cioè che era stato visto un “ucraino” con una busta di immondizia».

    L’immaginario collettivo ha sempre confuso la circostanza del “cranio e l’ucraino” con la telefonata che don Wagno fece all’arcivescovo quando salì nel sottotetto.

    In quella telefonata di qualche settimana prima del ritrovamento, parlarono per pochi secondi. «Mi disse che doveva comunicarmi una cosa importante. Ricordo di avergli detto che ero impegnato e che ne avremmo parlato al mio ritorno».

    In realtà di questa circostanza ne parlarono due volte ma solo dopo il ritrovamento. La prima il 18 marzo 2010 con l’equivoco del cranio e l’ucraino e la seconda il giorno dopo, e cioè il 19 marzo,  nella chiesa di San Rocco Confessore dove era in programma una messa, in suffragio di Elisa Claps, concordata con i familiari della ragazza.

    Solamente qui l’arcivescovo, parlando nuovamente con il sacerdote brasiliano, capì la gravità della situazione.

    «Ho capito cosa volesse dirmi in quel gennaio quando mi aveva telefonato».

    «La donna delle pulizie – continua  nel suo verbale in merito  a quanto gli aveva riferito lo stesso don Wagno il 19 marzo – aveva visto un cranio senza spiegarmi dove e per questo motivo mi aveva cercato».

     Superbo la sera del 19 marzo immediatamente si attivò per segnalare la questione alla polizia.

    «Dopo aver inutilmente cercato la dottoressa Strappato  ho invitato quest’ultimo (e cioè don Wagno ndr) a recarsi in Questura».

     Don Wagno si recherà in questura il 20 marzo per raccontare che in quel sottotetto lui c’era salito. La sera dello stesso giorno, l’arcivescovo rese agli inquirenti la sua prima testimonianza.

    Nelle varie versioni rese da don Wagno e l’arcivescovo c’è effettivamente una discrepanza. Nei primi verbali si parla di fine gennaio come il periodo in cui don Wagno sarebbe salito nel sottotetto.

    Il sacerdote brasiliano il 30 marzo (il 20 era stato sentito per la prima volta dagli inquirenti n.d.r.) si presenta spontaneamente in Questura. Erano giorni in cui sui giornali e in tv, si parlava solo di lui, dell’arcivescovo e delle presunte coperture della Chiesa.

    Era molto inquieto «a causa – ha poi spiegato agli inquirenti – delle notizie pubblicate dai giornali che mi hanno molto offeso».

    In quella circostanza don Wagno consegna uno scontrino che attestava l’acquisto di medicinali che riportava la data del 24 febbraio. Il giorno che salì nel sottotetto, pare stesse poco bene. Circostanza che sembra essere stata confermata anche da altre persone sentite dalla polizia nell’ambito della vicenda. Ricordando la sua malattia – effettivamente si assentò dalla parrocchia per diversi giorni – sarebbe poi risalito alla data in cui è salito nel sottotetto.

    «Nello scorso verbale – racconta il prete – ho riferito che ero stato nel sottotetto con la mamma di Annalisa  e quest’ultima, nel mese di gennaio: ciò non risponde al vero perchè in base a quello che si rileva dallo scontrino il tutto è accaduto a febbraio di quest’anno e non a gennaio come vi ho riferito». Gli investigatori, chiaramente, hanno indagato anche su questa circostanza chiedendo anche all’arcivescovo dove si trovasse proprio quel 24 febbraio.

    Superbo, quando ad aprile e maggio si reca nuovamente dagli inquirenti, porterà con sé l’agenda personale dove segna tutti i suoi appuntamenti.

    Il 24 febbraio si trovava a Frosinone per degli esercizi spirituali che ha tenuto per delle suore.

    Alla fine di gennaio – ecco perché in un primo momento si confonde – era a Roma a un Consiglio permanente della Cei. La versione di don Wagno (a cui nel frattempo era stata perquisito l’appartamento dove viveva e sequestrato il computer, successivamente restituito) e dell’arcivescovo (il cui telefono è stato intercettato per diverse settimane) è stata ritenuta credibile dagli inquirenti. Ecco perché in questo processo sono dei testimoni e non degli imputati.

    SCENARI

    Questo è quanto accaduto in quei giorni che hanno cambiato il volto della Chiesa potentina.

    Se da una parte, a quanto pare, gli inquirenti hanno ritenuto credibile la versione dei membri della diocesi, dall’altra c’è la famiglia Claps che da 4 anni a questa parte, chiede che il vescovo dica la verità.

     Sono stati anni in cui Gildo non ha lesinato critiche a  Superbo definendolo, in un discorso davanti la chiesa della Trinità, «incapace» oppure che «aveva coperto» i responsabili dell’omicidio della sorella. E come non ricordare quando, durante la trasmissione “Chi l’ha visto” Filomena Iemma – circostanza poi ritrattata dalla stessa trasmissione nella puntata successiva a seguito di una dura presa di posizione della diocesi – aveva sostenuto che l’arcivescovo «copriva i pedofili». La famiglia non si è arresa durante tutti questi anni e in un memoriale consegnato alla Procura di Salerno (la notizia fu pubblicata da Panorama nell’agosto 2012 dal titolo “Il vescovo mentì sulla morte di Elisa”), i Claps hanno denunciato di fatto Superbo sostenendo senza mezzi termini che ha mentito ai pm, favorito l’occultamento del cadavere e per questo «punta – è scritto nell’articolo – anche al risarcimento danni a carico dell’arcidiocesi».  Parole forti. A dissipare gli animi tra i Claps e la Chiesa di Potenza, non è bastata neanche la telefonata di Papa Francesco alla mamma di Elisa.

     Dal canto suo l’arcivescovo non ha mai alzato la voce continuando a mantenere un atteggiamento “cristiano”.

    Nonostante le accuse mossegli  ha sempre preferito non entrare in polemica con la famiglia. Per questo è stato anche criticato. Fin dal primo momento si è messo a disposizione dell’autorità giudiziaria (lo dimostra per esempio il viaggio pagato al sacerdote congolese per farlo venire a deporre a Salerno) confidando nel fatto che la verità venisse prima o poi a galla. Ha sempre raccontato la stessa versione sostenendo – anche con la famiglia nelle volte che li ha potuti incontrare – che è venuto a conoscenza della scoperta del cadavere il 17 marzo 2010 e di aver appreso da don Wagno che era salito nel sottotetto, soltanto il 19 seguente.

    Questo processo, che oggi lo vedrà protagonista, non è a carico suo ma alcuni sperano che possa contraddirsi nella sua deposizione. Sarebbe la prova che ha mentito e “abiliterebbe” la magistratura ad aprire un fascicolo per falsa testimonianza.

    Scenari plausibili? Forse.

    Intanto nell’ultima nota diramata dall’Ufficio comunicazioni sociali, monsignor Superbo si dice «sereno di rendere testimonianza il prossimo 17 giugno allo scopo di contribuire all’accertamento della verità»

    Una verità che una parte della città mette in dubbio. Anche se ciò che emerge dagli atti è l’assoluta estraneità nella vicenda del presidente della Conferenza episcopale di Basilicata.

    POTENZA – È un giorno importante. Per alcuni fondamentale. La deposizione dell’arcivescovo di Potenza, Agostino Superbo, nell’ambito del processo alle donne delle pulizie della chiesa della Trinità, assume contorni che vanno al di là della semplice “testimonianza”.

    Il presidente della Conferenza episcopale di Basilicata non è un imputato. È un testimone dell’accusa. Significa che per il pm, le sue parole, possono “incastrare” le colf della Trinità, accusate di aver reso falsa testimonianza ai giudici. Ma è anche il teste della difesa dei Claps e delle donne delle pulizie.

    I giudici, a questo punto, vogliono capire una volta per tutte, come e soprattutto quando è stato trovato il cadavere di Elisa Claps.

    Una premessa. L’opinione pubblica sull’arcivescovo è spaccata. Da una parte c’è chi lo vede come uno “stratega” capace di aver architettato una messinscena (come la famiglia di Elisa e l’avvocato delle colf) e, quindi, di aver coinvolto loro malgrado le donne delle pulizie, dall’altra gli innocentisti che lo vedono come vittima di un sistema anche mediatico  alla costante ricerca di un capro espiatorio.

    Il prelato verrà ascoltato sulla base di ciò che ha reso nelle “informazioni sommarie testimoniali” in tre date diverse: il 20 marzo (a tre giorni dalla scoperta dei resti di Elisa Claps), il 15 aprile e il 22 maggio del 2010.

    A queste vanno aggiunti i riscontri scientifici rappresentati dai tabulati telefonici (le intercettazioni telefoniche in questo processo non sono state ammesse n.d.r.).

    In questa ricostruzione partiamo proprio da quello che ha detto l’arcivescovo ai giudici.

    QUANDO LA POLIZIA “SETACCIÒ” LA TRINITÀ

    Dice l’arcivescovo agli inquirenti il 20 marzo 2010: «Don Mimi Sabia non mi ha mai parlato della vicenda Claps se non quando mi chiese di parlare con il prefetto per far rimuovere i sigilli dei locali sotterranei della Chiesa apposti per accertamenti dell’Autorità giudiziaria».

    Monsignor Superbo si riferisce all’indagine fatta partire dall’allora questore di Potenza Vincenzo Mauro.

    E’ il 2007 e precisamente il 9 novembre. La polizia oltre alle scale mobili, “setacciò” (è il termine usato dal cronista di allora del “Quotidiano”) anche la chiesa della Trinità (vedere la pagina de “Il Quotidiano” del 10 novembre 2007 che riproponiamo  in alto a destra).

    Non ci fu un semplice sopralluogo come quello del 2001 (che pure c’è stato), ma una vera e propria ispezione certosina fatta con l’ausilio di radar di ultima generazione.

    Scrive Barbara Strappato alla fine del 2008 nell’informativa consegnata alla procura di Salerno riferedosi all’omicidio di Elisa: «L’azione violenta è stata condotta verosimilmente in un luogo contiguo alla centralissima chiesa della Trinità, ricandente nella zona soggetta a ricostruzione post-sismica e per tale motivo non frequentata».

    Purtroppo nessuno pensò di andare nel sottotetto, che pure faceva parte della chiesa, dove giacevano già da 14 anni i resti di Elisa. Per la cronaca i locali della Trinità sequestrati vennero riconsegnati diversi mesi dopo, come lo stesso vescovo precisa nel suo verbale.

    I LAVORI DEL 2010

    Siamo a febbraio del 2010. Lungo una parete delle stanze ubicate al piano superiore della Trinità vi è un’infiltrazione.

    «Effettuammo un sopralluogo con il capo dell’Ufficio tecnico don Pasquale e  la ditta Lacerenza  – racconta Superbo – Arrivammo fin sotto l’ingresso che accede al terrazzo, tuttavia io non salii perchè non era necessario ed anche perchè sopra era allagato».

    Questo problema venne risolto subito. Gli operai quello stesso giorno salirono sul terrazzo e liberarono le canalette di scolo.

    «Dopo circa 15 giorni – continua l’arcivescovo – don Ambrogio comunicò che vi era un’infiltrazione nella Chiesa. Chiamammo nuovamente la ditta Lacerenza che tardò alcuni giorni a inviare i lavoratori a causa del maltempo. Alla prima giornata di sole, il mercoledì (giorno del ritrovamento di Elisa ndr) vennero gli operai».

    Sui lavori si è fatto un gran parlare. I “messinscenisti” la vedono come una “scusa” per far ritrovare il corpo della povera Elisa.

    Ma perchè, allora, farlo ritrovare dagli operai? Non era meglio, qualora fosse stato scoperto prima, dirlo subito?

    A sostegno degli innocentisti che credono alla versione del vescovo, vi è una relazione di un pool di tecnici – non della diocesi – formato dai Vigili del fuoco, dalla Soprintendenza e dal Comune, redatta qualche settimana  dopo il decreto di dissequestro di parte del tempio di culto. Sul posto c’era anche il personale della Polizia.

    E’ il 27 aprile 2012. Nella relazione – pubblicata su tutti i quotidiani locali con la foto che ripubblichiamo a destra  – si precisa:  «I presenti prendono atto che tutto l’immobile (Chiesa) è interessato da notevoli fenomeni di infiltrazioni d’acqua e umidità con piccoli distacchi di intonaci. Per quanto attiene alla canonica, la cui situazione è molto più grave dal punto di vista delle infiltrazioni, si consiglia: di sgomberare da mobili e suppellettili; di puntellare i solai interessati dalle infiltrazioni; di regimentare le acque meteoriche. Per quanto concerne le opere d’arte eventualmente da rimuovere, le relative operazioni saranno concordate con la soprintendenza BSAE di Matera. Si precisa che non è stato possibile accedere e ispezionare il terrazzo e il sottotetto, in quanto sottoposti a sequestro giudiziario a tutt’oggi». A quanto pare, dunque, quei lavori erano davvero necessari.

    Nel marzo di quest’anno, inoltre – come riportato da “Il Quotidiano” – sono caduti alcuni calcinacci dalla parete esterna, il segno di un deterioramento della struttura in continua evoluzione.

    Per la cronaca: al sottotetto sono ancora apposti i sigilli. Anche per questo gli interventi sono rinviati a data da destinarsi.

    “MENTRE STAVO RECANDOMI A SATRIANO”

    Questa frase è diventata, secondo i “messinscenisti” una delle prove che inchioderebbe il vescovo. Superbo era ancora a Potenza quando, la mattina del 17 marzo 2010, riceve la telefonata di don Wagno che lo avverte del ritrovamento di un cadavere nella chiesa. Questa circostanza sarebbe supportata dal fatto che quando arriva la chiamata del sacerdote brasiliano, la cella telefonica avrebbe agganciato un ponte radio fissato nel centro di Potenza. E’ risaputo che le celle telefoniche hanno un ampio raggio e il fatto che la cella sia stata agganciata al ponte radio del centro, non vuol dire che l’arcivescovo si trovasse nel centro storico. E’ un dato oggettivo.

    In realtà si stava recando a Satriano, come dimostra  il fatto – sempre per lo stesso principio – che pochi minuti dopo il suo cellulare sarebbe stato agganciato nei pressi di Tito. Il vescovo dunque era in movimento quando riceve la prima telefonata di don Wagno. Da aggiungere un altro particolare. Il tutto si svolge in pochissimo tempo: dalla prima telefonata di don Wagno a quelle dell’arcivescovo alla Polizia, passano forse non più di 2-3 minuti. Per dare corpo alla tesi messinscenistica, l’arcivescovo avrebbe nel giro pochissimo tempo: ricevuto la telefonata di don Wagno, chiamato un sacerdote per farsi accompagnare a Satriano, chiamare la polizia, chiamare poi i sacerdoti per organizzare l’incontro e recarsi poi nella città del Melandro. Inverosimile.

    In realtà quell’incontro a Satriano era stato organizzato da diverso tempo. L’arcivescovo  stava già  facendo delle riunioni zonali con il clero per promuovere la visita pastorale indetta con un proprio decreto qualche mese prima. Il 15 marzo lo stesso incontro si era tenuto nel seminario di Potenza con la zona pastorale della città e il giorno dopo, e cioè il 16 marzo, l’arcivescovo si recò in Val D’Agri e precisamente a Viggiano per lo stesso motivo. Il 17 toccava appunto a Satriano. Ecco perchè Superbo si reca nel Melandro dove, per completezza di cronaca, c’erano ad attenderlo una dozzina di sacerdoti.

    Ma allora perchè non tornare indietro? D’altronde era stato trovato un cadavere in chiesa.

    In realtà la prima cosa che fece l’arcivescovo è quella più ovvia: chiamare la polizia. Pare che fece più di qualche telefonata tra questura e 113. Sul posto oltre alla presenza di un membro della diocesi, e cioè don Wagno con cui è rimasto in costante contatto, arrivò  subito dopo la polizia. Intorno a mezzogiorno, poi, arriva in Chiesa anche il vicario generale della diocesi avvertito precedentemente da Superbo. Intorno alle 13 l’arcivescovo è di nuovo a Potenza. «Io gli dissi (a don Wagno ndr) di far scendere tutti  – racconta il presidente della Conferenza episcopale di Basilicata – di non far allontanare nessuno e chiamai personalmente il 113, accertandomi poco dopo che fosse giunta sul posto la Polizia. Per non creare intralcio agli accertamenti per due giorni ho evitato di andare presso la Chiesa della Ss Trinità». E così fece. Andò nella Trinità la sera del giovedì.

    IL CRANIO E L’UCRAINO

    Se si volesse prendere in giro l’arcivescovo di Potenza, basterebbe dire: «cranio e ucraino».

    Queste due parole dal suono simile, sono entrate di diritto nel vocabolario del potentino medio diventando sinonimo da una parte di “stupidità”, dall’altra di inciucio.

    In realtà la questione è ben diversa da come è stata raccontata.

    Dice il vescovo agli investigatori: «Verso la sera del giovedì (il mercoledì precedente era stato scoperto il corpo di Elisa ndr) don Wagno mi disse una cosa che io non capii bene anche perchè lui si esprime con un po’ di difficoltà quando è nervoso. Don Wagno mi disse che la signora delle pulizie aveva visto un “cranio” quando mi aveva telefonato a gennaio e successivamente se ne era dimenticato. In verità io capii ucraino che portava un sacco di immondizia mentre lui diceva cranio nell’immondizia».

    E’ sabato 20 marzo quando il vescovo racconta agli inquirenti questa circostanza. Un dettaglio non da poco perchè spinge a una serie di riflessioni. La prima: è l’arcivescovo che, nel descrivere i suoi spostamenti dal 17 marzo 2010 in poi, porta a conoscenza del fatto gli inquirenti. La seconda: è un dialogo “de visu” con il sacerdote brasiliano (e non una telefonata). Terzo: l’incontro – ed è un dettaglio non da poco – è avvenuto dopo il ritrovamento del corpo di Elisa.   Superbo, infatti, riferisce di aver incontrato don Wagno la sera di giovedì 18 marzo.

    L’arcivescovo, per la prima volta dopo la scoperta dei resti della povera Elisa, si era recato nella chiesa della Trinità e proprio all’interno del tempio incontrò per qualche minuto il sacerdote brasiliano che cercò di raccontagli la vicenda. Cercò ma non vi riuscì. Superbo infatti capendo «ucraino con l’immondizia», liquidò il sacerdote dopo pochi minuti e si intrattenne a parlare con la polizia. La sera di quello stesso giorno parlando al telefono con don Ambrogio, parroco della Trinità che in quel periodo si trovava a Roma per motivi di studio gli racconta, ricorda Superbo «ciò che avevo capito dal primo colloquio con Don Wagno e cioè che era stato visto un “ucraino” con una busta di immondizia».

    L’immaginario collettivo ha sempre confuso la circostanza del “cranio e l’ucraino” con la telefonata che don Wagno fece all’arcivescovo quando salì nel sottotetto.

    In quella telefonata di qualche settimana prima del ritrovamento, parlarono per pochi secondi. «Mi disse che doveva comunicarmi una cosa importante. Ricordo di avergli detto che ero impegnato e che ne avremmo parlato al mio ritorno».

    In realtà di questa circostanza ne parlarono due volte ma solo dopo il ritrovamento. La prima il 18 marzo 2010 con l’equivoco del cranio e l’ucraino e la seconda il giorno dopo, e cioè il 19 marzo,  nella chiesa di San Rocco Confessore dove era in programma una messa, in suffragio di Elisa Claps, concordata con i familiari della ragazza.

    Solamente qui l’arcivescovo, parlando nuovamente con il sacerdote brasiliano, capì la gravità della situazione.

    «Ho capito cosa volesse dirmi in quel gennaio quando mi aveva telefonato».

    «La donna delle pulizie – continua  nel suo verbale in merito  a quanto gli aveva riferito lo stesso don Wagno il 19 marzo – aveva visto un cranio senza spiegarmi dove e per questo motivo mi aveva cercato».

    Superbo la sera del 19 marzo immediatamente si attivò per segnalare la questione alla polizia.

    «Dopo aver inutilmente cercato la dottoressa Strappato  ho invitato quest’ultimo (e cioè don Wagno ndr) a recarsi in Questura».

    Don Wagno si recherà in questura il 20 marzo per raccontare che in quel sottotetto lui c’era salito. La sera dello stesso giorno, l’arcivescovo rese agli inquirenti la sua prima testimonianza.

    Nelle varie versioni rese da don Wagno e l’arcivescovo c’è effettivamente una discrepanza. Nei primi verbali si parla di fine gennaio come il periodo in cui don Wagno sarebbe salito nel sottotetto.

    Il sacerdote brasiliano il 30 marzo (il 20 era stato sentito per la prima volta dagli inquirenti n.d.r.) si presenta spontaneamente in Questura. Erano giorni in cui sui giornali e in tv, si parlava solo di lui, dell’arcivescovo e delle presunte coperture della Chiesa.

    Era molto inquieto «a causa – ha poi spiegato agli inquirenti – delle notizie pubblicate dai giornali che mi hanno molto offeso».

    In quella circostanza don Wagno consegna uno scontrino che attestava l’acquisto di medicinali che riportava la data del 24 febbraio. Il giorno che salì nel sottotetto, pare stesse poco bene. Circostanza che sembra essere stata confermata anche da altre persone sentite dalla polizia nell’ambito della vicenda. Ricordando la sua malattia – effettivamente si assentò dalla parrocchia per diversi giorni – sarebbe poi risalito alla data in cui è salito nel sottotetto.

    «Nello scorso verbale – racconta il prete – ho riferito che ero stato nel sottotetto con la mamma di Annalisa  e quest’ultima, nel mese di gennaio: ciò non risponde al vero perchè in base a quello che si rileva dallo scontrino il tutto è accaduto a febbraio di quest’anno e non a gennaio come vi ho riferito». Gli investigatori, chiaramente, hanno indagato anche su questa circostanza chiedendo anche all’arcivescovo dove si trovasse proprio quel 24 febbraio.

    Superbo, quando ad aprile e maggio si reca nuovamente dagli inquirenti, porterà con sé l’agenda personale dove segna tutti i suoi appuntamenti.

    Il 24 febbraio si trovava a Frosinone per degli esercizi spirituali che ha tenuto per delle suore.

    Alla fine di gennaio – ecco perché in un primo momento si confonde – era a Roma a un Consiglio permanente della Cei. La versione di don Wagno (a cui nel frattempo era stata perquisito l’appartamento dove viveva e sequestrato il computer, successivamente restituito) e dell’arcivescovo (il cui telefono è stato intercettato per diverse settimane) è stata ritenuta credibile dagli inquirenti. Ecco perché in questo processo sono dei testimoni e non degli imputati.

    SCENARI

    Questo è quanto accaduto in quei giorni che hanno cambiato il volto della Chiesa potentina.

    Se da una parte, a quanto pare, gli inquirenti hanno ritenuto credibile la versione dei membri della diocesi, dall’altra c’è la famiglia Claps che da 4 anni a questa parte, chiede che il vescovo dica la verità.

    Sono stati anni in cui Gildo non ha lesinato critiche a  Superbo definendolo, in un discorso davanti la chiesa della Trinità, «incapace» oppure che «aveva coperto» i responsabili dell’omicidio della sorella. E come non ricordare quando, durante la trasmissione “Chi l’ha visto” Filomena Iemma – circostanza poi ritrattata dalla stessa trasmissione nella puntata successiva a seguito di una dura presa di posizione della diocesi – aveva sostenuto che l’arcivescovo «copriva i pedofili». La famiglia non si è arresa durante tutti questi anni e in un memoriale consegnato alla Procura di Salerno (la notizia fu pubblicata da Panorama nell’agosto 2012 dal titolo “Il vescovo mentì sulla morte di Elisa”), i Claps hanno denunciato di fatto Superbo sostenendo senza mezzi termini che ha mentito ai pm, favorito l’occultamento del cadavere e per questo «punta – è scritto nell’articolo – anche al risarcimento danni a carico dell’arcidiocesi».  Parole forti. A dissipare gli animi tra i Claps e la Chiesa di Potenza, non è bastata neanche la telefonata di Papa Francesco alla mamma di Elisa.

    Dal canto suo l’arcivescovo non ha mai alzato la voce continuando a mantenere un atteggiamento “cristiano”.

    Nonostante le accuse mossegli  ha sempre preferito non entrare in polemica con la famiglia. Per questo è stato anche criticato. Fin dal primo momento si è messo a disposizione dell’autorità giudiziaria (lo dimostra per esempio il viaggio pagato al sacerdote congolese per farlo venire a deporre a Salerno) confidando nel fatto che la verità venisse prima o poi a galla. Ha sempre raccontato la stessa versione sostenendo – anche con la famiglia nelle volte che li ha potuti incontrare – che è venuto a conoscenza della scoperta del cadavere il 17 marzo 2010 e di aver appreso da don Wagno che era salito nel sottotetto, soltanto il 19 seguente.

    Questo processo, che oggi lo vedrà protagonista, non è a carico suo ma alcuni sperano che possa contraddirsi nella sua deposizione. Sarebbe la prova che ha mentito e “abiliterebbe” la magistratura ad aprire un fascicolo per falsa testimonianza.

    Scenari plausibili? Forse.

    Intanto nell’ultima nota diramata dall’Ufficio comunicazioni sociali, monsignor Superbo si dice «sereno di rendere testimonianza il prossimo 17 giugno allo scopo di contribuire all’accertamento della verità»

    Una verità che una parte della città mette in dubbio. Anche se ciò che emerge dagli atti è l’assoluta estraneità nella vicenda del presidente della Conferenza episcopale di Basilicata.