Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • La Polonia pubblica nomi e cognomi dei pedofili

    La Polonia pubblica nomi e cognomi dei pedofili

    La Polonia mette all’indice i pedofili. Con l’inizio dell’anno 2018, il ministero della giustizia di Varsavia ha realizzato una delle promesse fatte da tempo rendendo pubblico, sul proprio sito, il registro dei condannati per reati di pedofilia ai danni di minori di 15 anni. Ne parlano diversi media locali e internazionali.

    Per poter consultare l’elenco non è necessario registrarsi, almeno nella parte pubblica che contiene i dati di 768 persone, con il loro nome e cognome, foto, data e luogo di nascita e la località di residenza. “Il diritto di difendere i nostri bambini è più importante per noi che quello di tutelare l’anonimato”, ha spiegato il ministro della Giustizia Zbignew Ziobro che ricopre anche la carica di procuratore generale del paese.

    Secondo Ziobro, i pedofili “devono restare sempre sotto il controllo”, anche dopo aver scontato la pena, “in modo che tutti sappiano di averli come vicini” di casa. Non bisognava aspettare molto perché scattasse la gogna: fra ieri e oggi diverse testate locali hanno copiato e pubblicato sulle proprie pagine le foto dei pedofili provenienti dalla loro regione.

    “C’è il rischio di stigmatizzare non solo i colpevoli, ma anche le loro intere famiglie”, avvertono gli esperti dell’emittente Tok Fm, secondo i quali una tale pubblicazione può contribuire non tanto alla maggiore tutela di bambini quanto all’aumento di tensione sociale, sopratutto nelle piccole località. Per Adam Bodnar l’ombudsman polacco, l’iniziativa è sbagliata perché toglie il senso alle terapie contro abusi sessuali e rende impossibile la reintegrazione sociale degli ex detenuti.

    E’ curioso che l’elenco pubblico dei pedofili non contenga nessun nome dei preti pedofili scoperti negli ultimi anni in Polonia. Lo rende noto Marek Lisinski della Fondazione Nie lekajcie sie (Non abbiate paura) che dispone di dossier di 50 casi dei sacerdoti già legalmente condannati per questo reato. “Forse sono in quell’altro elenco, non pubblico”, precisa Lisinski.

    Accanto al registro pubblico, il ministero ha reso nota l’esistenza anche di un altro, con accesso limitato, che contiene i nomi di 2.614 condannati che hanno commesso reati sessuali contro giovani fra i 15 e i 18 anni. Si tratta di una lista che può essere consultata solo delle forze d’ordine, dagli investigatori ma anche degli imprenditori (prima di offrire il lavoro ai ex detenuti). Secondo il portale Wirtualna Polska, tutti gli elenchi contengono inoltre molte imprecisioni che potrebbero ulteriormente complicare le pratiche di rientro alla vita da parte degli ex detenuti. (Ansa)

  • All’indice i pedofili: pubblicati 768 nomi

    All’indice i pedofili: pubblicati 768 nomi

    VARSAVIA – La Polonia mette all’indice i pedofili. Con l’inizio dell’anno 2018, il ministero della giustizia di Varsavia ha realizzato una delle promesse fatte da tempo rendendo pubblico, sul proprio sito, il registro dei condannati per reati di pedofilia ai danni di minori di 15 anni. Ne parlano diversi media locali e internazionali.

    Per poter consultare l’elenco, non è necessario registrarsi, almeno nella parte pubblica che contiene i dati di 768 persone, con il loro nome e cognome, foto, data e luogo di nascita e la località di residenza.

    «Il diritto di difendere i nostri bambini è più importante per noi che quello di tutelare l’anonimato», ha spiegato il ministro guardasigilli Zbignew Ziobro che ricopre anche la carica di procuratore generale del paese. Secondo Ziobro, i pedofili «devono restare sempre sotto il controllo», anche dopo aver scontato la pena, «in modo che tutti sappiano di averli come vicini» di casa.

    Non bisognava aspettare molto perché scattasse la gogna: fra ieri e oggi diverse testate locali hanno copiato e pubblicato sulle proprie pagine le foto dei pedofili provenienti dalla loro regione.

    «C’è il rischio di stigmatizzare non solo i colpevoli, ma anche le loro intere famiglie», avvertono gli esperti dell’emittente Tok Fm, secondo i quali una tale pubblicazione può contribuire non tanto alla maggiore tutela di bambini quanto all’aumento di tensione sociale, sopratutto nelle piccole località.

    Per Adam Bodnar l’ombudsman polacco, l’iniziativa è sbagliata perché toglie il senso alle terapie contro abusi sessuali e rende impossibile la reintegrazione sociale degli ex detenuti.

    È curioso che l’elenco pubblico dei pedofili non contenga nessun nome dei preti pedofili scoperti negli ultimi anni in Polonia. Lo rende noto Marek Lisinski della Fondazione Nie lekajcie sie (Non abbiate paura) che dispone di dossier di 50 casi dei sacerdoti già legalmente condannati per questo reato. «Forse sono in quell’altro elenco, non pubblico», precisa Lisinski.

    Accanto al registro pubblico, il ministero ha reso nota l’esistenza anche di un altro, con accesso limitato, che contiene i nomi di 2614 condannati che hanno commesso i reati sessuali contro giovani fra i 15 e i 18 anni.

    Si tratta di una lista che può essere consultata solo delle forze d’ordine, dagli investigatori ma anche degli imprenditori (prima di offrire il lavoro ai ex detenuti). Secondo il portale Wirtualna Polska, tutti gli elenchi contengono inoltre molte imprecisioni che potrebbero ulteriormente complicare le pratiche di rientro alla vita da parte degli ex detenuti.

    http://www.tio.ch/estero/attualita/1233174/all-indice-i-pedofili–pubblicati-768-nomi

  • Australia: il rapporto governativo sugli abusi sessuali punta il dito contro la Chiesa

    Australia: il rapporto governativo sugli abusi sessuali punta il dito contro la Chiesa

    ROMA-ADISTA. Lo scorso 15 dicembre la Royal Commission australiana ha presentato al governatore generale sir Peter Cosgrove il suo rapporto finale sull’inchiesta, durata 5 anni, sulle risposte istituzionali agli abusi sessuali: un’inchiesta che ha toccato, naturalmente, anche la Chiesa cattolica, e i cui risultati sono i più gravi mai svelati da un’indagine statale sul tema. Si è trattato di un’indagine ad amplissimo raggio: 4mila le istituzioni su cui si è concentrata l’attenzione, oltre 15mila le vittime di abusi che sono state ascoltate. Ad essere passati al vaglio, scuole, organizzazioni sportive e ricreative, istituzioni religiose (oltre alla Chiesa cattolica, anche quella anglicana, l’Esercito della salvezza, i Testimoni di Geova, due scuole del movimento ebraico Chabad-Lubavitch). Spaventosi i numeri, che danno un’idea della vastità del fenomeno; di tutti i casi esaminati, la maggior parte infatti vede coinvolta la Chiesa cattolica: «Dei 4.029 sopravvissuti che ci hanno raccontato nei colloqui privati l’abuso sessuale vissuto da bambini in istituzioni religiose, 2.489 (il 61,8%) ha citato istituzioni cattoliche (…). Dei 2.413 sopravvissuti che hanno parlato del ruolo del responsabile, il 74,7% ha citato persone che avevano un ministero religioso e il 27,6% insegnanti», si legge nel Report. Non solo: di tutti i presunti responsabili, continua il documento, il 37% erano religiosi non ordinati (il 32% religiosi e il 5% religiose); il 30% erano preti, il 29% laici (…). Di tutte le denunce riguardanti abusi sessuali minorili in una scuola cattolica, il 74% coinvolgeva religiosi o preti. Di tutti i preti cattolici compresi nell’inchiesta che hanno esercitato il loro ministero tra il 1950 e il 2010, tenendo in considerazione la durata del ministero, il 7% erano presunti responsabili di abusi».

    «Abbiamo concluso – afferma i sei membri della commissione – che vi sono state da parte della leadership della Chiesa cattolica errori catastrofici per molti decenni, in particolare prima degli anni ’90». Parole durissime, quelle dei Royal commissioner: «Questi errori hanno causato sofferenza a un grande numero di bambini, alle loro famiglie e alle comunità. Per molti, il danno è stato irreparabile. In molti casi, quel danno si sarebbe potuto evitare se le autorità della Chiesa cattolica avessero agito nell’interesse dei bambini anziché nel proprio».

    Colpa del celibato obbligatorio

    Il dito è stato puntato contro il celibato obbligatorio e la castità promessa nei voti religiosi, responsabili di aver «contribuito al verificarsi dell’abuso sessuale dei minori, specialmente se associati ad altri fattori di rischio». «Solo una minoranza del clero cattolico e dei religiosi ha abusato sessualmente di minori – spiegano – ma in base alla ricerca possiamo concludere che c’è un elevato rischio di abuso sessuale laddove un clero maschile forzatamente celibe ha accesso privilegiato ai bambini in certi tipi di istituzioni cattoliche, come scuole, istituti residenziali e parrocchie». Il celibato ecclesiastico, infatti, è un elemento che torna in molti casi di «isolamento emotivo, solitudine, depressione e malattia mentale. Esso può aver contribuito a varie forme di disfunzione psicosessuale, tra cui l’immaturità psicosessuale, che pone un rischio permanente alla sicurezza dei bambini. Per molti membri del clero e religiosi, il celibato è un ideale irraggiungibile che conduce a vivere una doppia vita, e contribuisce a una cultura di segreto e ipocrisia».

    Il rapporto, nelle sue 189 raccomandazioni alla Chiesa cattolica (su un totale di 400 raccolte in 17 volumi), sollecita i vescovi australiani a chiedere alla Santa Sede di considerare l’introduzione del celibato volontario, e che gli istituti religiosi cattolici applichino misure atte a affrontare i rischi per i bambini, nonché la potenziale disfunzione psicologica e sessuale associata al celibato. Vescovi e congregazioni religiose, afferma la Commissione, devono stabilire un protocollo di selezione dei candidati prima e durante la formazione seminariale e prima dell’ordinazione sacerdotale; il Vaticano, poi, deve stabilire dei criteri per la selezione dei vescovi, e definire una procedura trasparente di nomina dei vescovi che contempli la partecipazione dei laici».

    Oltre a ciò, una priorità per la commissione è che la Chiesa crei un nuovo reato per chi non tutela i minori in un’istituzione, nel quale rientri anche la non osservanza da parte dei vescovi delle linee guida elaborate dopo gli scandali degli abusi, e rendendo obbligatoria, a livello di codice di diritto canonico, la denuncia dei responsabili alle autorità. Attualmente in Australia solo i vescovi del New South Wales e di Victoria sono perseguibili per omissione di denuncia.

    I Commissioners hanno individuato anche nella Confessione uno degli elementi che hanno contribuito sia al verificarsi di abusi sia all’inadeguata risposta istituzionale ad essi. Il fatto che la confessione di un abuso nell’ambito del sacramento della riconciliazione resti segreta e che il responsabile riceva l’assoluzione «ha consentito agli abusatori di risolvere il loro senso di colpa senza il timore di essere denunciati», oltre a creare «una situazione in cui i bambini si trovavano soli con un prete. Abbiamo saputo che in alcuni casi i minori hanno vissuto un abuso da parte di preti cattolici nei confessionali». Di qui la necessità, affermano, che le confessioni per i bambini avvengano in uno spazio aperto e alla vista di un adulto e che i ministri religiosi siano obbligati a denunciare il reato di abuso quando lo ascoltano in confessione.

    Il report della Royal Commission poi attacca il clericalismo e il suo legame con «un senso di autorità, superiorità e esclusione, e con l’abuso di potere». «Il concetto teologico che il prete, con l’ordinazione, viva un “cambiamento ontologico”, che lo pone su un piano diverso rispetto agli altri esseri umani è una componente pericolosa della cultura del clericalismo».

    http://www.adista.it/articolo/58025

  • Casta divina

    Casta divina

    Di Massimo Gramellini

    Mentre tra italiani ci si divide sulla sepoltura in patria del Savoia fellone, senza fare una piega gli abitanti di un piccolo Stato confinante si accingono a tumulare nella basilica extraterritoriale di Santa Maria Maggiore le spoglie del cardinale che a Boston coprì per decenni i preti pedofili. Durante i funerali, celebrati ieri alla presenza di ambasciatori e prelati d’alto bordo, non una parola è stata spesa per le vittime dello scandalo rivelato dai segugi del Boston Globe e raccontato nel film Spotlight. Decine e decine di bambini sottoposti ad abusi e ricatti da parte di un manipolo di sacerdoti deviati, che il cardinal Law proteggeva anteponendo alla tutela dei deboli e degli indifesi quella del buon nome della sua Chiesa.

    Si rimane ogni volta ammaliati e sgomenti davanti allo spettacolo di questo consesso bimillenario di uomini anziani fatto di santi ma anche di una casta che a ogni costo difende e perpetua se stessa. Proprio nell’anno in cui il maschio di potere alla Weinstein ha perso il suo senso di impunità, parte dell’alto clero continua a ritenersi un pianeta a sé, slegato dalle leggi e dai costumi che valgono per tutti gli altri. La stessa logica ha guidato il cardinal Law nel proteggere gli orchi in sottana e la Curia nel proteggere lui. Prima in vita, assegnandogli un rifugio di lusso a Roma. Poi in morte, garantendogli esequie e sepoltura degni di quel principe che non è stato, ma che l’appartenenza a una lobby ristretta di privilegiati gli ha consentito di credersi.

    http://www.corriere.it/caffe-gramellini/17_dicembre_21/caffe-gramellini-casta-divina-cardinale-law-boston-a65a7ac8-e696-11e7-a31d-9c65415bd8d8.shtml

  • Preti pedofili: l’Onu attacca il Vaticano

    Preti pedofili: l’Onu attacca il Vaticano

    DOPO GLI SCANDALI «Le vittime non hanno giustizia, chi abusa la fa franca»

    Dopo gli scandali internazionali si teme che anche in Italia ci possa essere un sistema per coprire i casi di pedofilia tra i p re t i . Un timore che non è frutto dell’immaginazione di qualche detrattore della Chiesa, ma che nasce da un documento stilato dal comitato dell’Onu che ha interpellato il Vaticano circa gli impegni presi per la tutela dei diritti del fanciullo. Il documento dovrebbe garantire la tutela dell’infanzia in ambito internazionale, ma il comitato Onu che se ne è occupato ha perplessità sugli impegni presi dalla Santa Sede che, interpellata, non ha dato chiarimenti. Un passaggio che non è sfuggito a chi segue queste vicende e si impegna ogni giorno per difendere le vittime di abusi da parte di uomini di chiesa. «Ben noti autori di abusi sessuali su bambini sono stati trasferiti di parrocchia in parrocchia o in altri paesi nel tentativo di tenere nascosti tali crimini, una pratica documentata da numerose commissioni nazionali d’inchiesta. La pratica della mobilità dei criminali, che ha permesso a molti preti di rimanere in contatto con i fanciulli e di continuare ad abusare di loro, tuttora pone i fanciulli di molti Paesi ad alto rischio di abuso sessuale, poiché dozzine di autori di abusi sessuali sul bambino sono segnalati essere tuttora in contatto con fanciulli», recita il documento O nu. L’associazione Rete l’Abuso, attraverso il deputato pentastellato Matteo Mantero, ha presentato un’interpellanza parlamentare per chiedere se il Governo intenda assumere iniziative per prevenire e reprimere il fenomeno degli abusi sessuali, per esempio estendendo l’obbligo di richiedere il certificato antipedofilia per tutte le categorie oggi esenti che vengono a contatto con minori. Quali siano i dati di cui il Governo dispone sul fenomeno e se intenda valutare accordi con il Vaticano per risarcire le vittime oltre allo scambio di informazioni tra i due Stati per prevenire e perseguire altri ca si . La società civile scuote la politica e chiede un suo impegno concreto a difesa delle giovani vittime. Un impegno che deve essere volto a spezzare un meccanismo che troppe volte non permette loro di avere giustizia e, al contrario, consente a pedofili e violentatori di farla franca. Meccanismi che a volte si fanno vero e proprio sistema.

  • CATANIA: udienza preliminare per don Antonio Sapienza, avrebbe minacciato con un coltello e violentato un ragazzino della parrocchia

    CATANIA: udienza preliminare per don Antonio Sapienza, avrebbe minacciato con un coltello e violentato un ragazzino della parrocchia

    Si è svolta oggi presso il tribunale di Siracusa, l’udienza preliminare a carico di don Antonio Sapienza, un sacerdote 51enne della diocesi di Catania accusato di violenza sessuale ai danni di un 15enne.

    Nella vicenda è lo svolgimento dei fatti a disegnare un quadro inquietante e premeditato, che va ad aggravare l’atto della violenza sessuale. Il sacerdote, infatti, sarebbe arrivato ad usare violenza sul minore grazie ad un complice 25enne – che poi si scoprirà avere una relazione con lui – il quale aveva attirato presso la canonica lo sventurato 15enne che, successivamente, sotto la minaccia di un arma da taglio, era stato costretto a subire violenza sessuale dal sacerdote.

    Dopo la denuncia della presunta vittima alle autorità civili il sacerdote era stato sospeso dalla diocesi, tuttavia, grazie all’aiuto di alcuni colleghi, avrebbe continuato indisturbato nelle sue funzioni sacerdotali. Nel marzo del 2016 il giudice per le indagini preliminari Andrea Migneco, per evitare il rischio di reiterazione del reato, aveva disposto per don Antonio Sapienza l’obbligo di dimora.

    Dalle perquisizioni ordinate dalla procura era anche emerso, oltre alla relazione con il 25enne che aveva attirato la presunta vittima in canonica, che il sacerdote era molto attivo nella frequentazione di chat e social network.

    Questa mattina, presso il Tribunale di Siracusa si è svolta l’udienza preliminare durante la quale l’Associazione Rete L’ABUSO, tramite il proprio difensore di fiducia, l’avvocata Alessia Lo Tauro, ha chiesto di potersi costituire parte civile, decisione rimandata al 6 dicembre prossimo, data in cui il gup scioglierà la riserva e deciderà per l’eventuale rinvio a giudizio dell’imputato.

    L’Ufficio di Presidenza

  • Collezionava foto di bimbi nudi, “Condannate prete pedofilo”

    Collezionava foto di bimbi nudi, “Condannate prete pedofilo”

    La procura di Roma ha chiesto 15 anni di carcere per don Dino, il prete accusato di abusi sui ragazzini a Termini

    Una condanna esemplare è stata chiesta dalla procura di Roma per Don Dino, il prete che avrebbe abusato e fotografato diversi ragazzini a Termini.

    Scatti di minorenni nudi, anche raccolti durante le prestazioni sessuali, che avrebbe conservato gelosamente, e ripagato con qualche spicciolo o piccoli regali. Il parroco di Fiumicino, all’anagrafe Placido Greco, come riporta Il Messaggero – ha provato a giustificarsi in aula, ma le sue parole non sono bastate a risparmmiargli una pesante richiesta di condanna: 15 anni di carcere e 150.000 euro di multa per la doppia accusa di produzione di materiale pedopornografico e prostituzione minorile.

    Non basta. C’è il rischio che l’uomo riceva a breve un’altra batosta giudiziaria. Al momento dell’arresto, nel maggio 2015, infatti, era stato ritenuto al centro di una rete di pedofili che adescava e istigava alla prostituzione baby gigolò a Termini. “Mi piacciono i giovani, ma non sono un maniaco di minorenni – ha dichiarato l’ex prete – Catalogo le foto di nudi di ragazzi perché sono un tipo molto ordinato e pure perché la carne è debole e provo piacere a rivederle”.

    http://www.ilgiornale.it/news/cronache/collezionava-foto-bimbi-nudi-condannate-prete-pedofilo-1442313.html

  • Cosa spinge un sacerdote a compiere abusi sessuali?

    Cosa spinge un sacerdote a compiere abusi sessuali?

    Sacerdoti e aspiranti sacerdoti che diventano pedofili incalliti. Cosa spinge a questa degenerazione? Ha provato ad indagare su questo delicatissimo tema Luisa Bove in “Abusi sessuali nella Chiesa? Meglio prevenire” (Ancora editrice).

    La tragedia dei preti pedofili comporta una doppia problematica: psicopatologica in quanto si tratta di pedofilia, ma anche teologica in quanto messa in atto da sacerdoti. Come mai è possibile che un problema del genere possa accadere proprio in un ambiente, come quello ecclesiale, la cui linfa vitale è esattamente l’opposto?

    Questa è la domanda da cui partire. Va premesso che per tutti l’uso strumentale della vocazione è sempre in agguato e quando si inizia a farlo (a volte già prima di entrare in vocazione) non si inizia con modi patologici. Ma con modi di fare apparentemente buoni e a volte benedetti anche dai superiori.

    Il pedofilo si apposta, sa aspettare, blandisce, inizia con discorsi spirituali, previene le remore della vittima e ad attacco avvenuto lo fa passare come cosa normale, dalla valenza addirittura spirituale. E prima o poi, lì ritorna e ricomincia (la recidiva è pressoché la norma). Sull’impresa investe, davvero, tutte le sue energie. Ma cosa puo’ spingere un prete a diventare un pericoloso pedofilo?

    1) INNAMORAMENTO ANOMALO

    Ascoltando le biografie dei pedofili si rimane colpiti dalla cocciutaggine, destrezza, furbizia, tenacia, pazienza con cui il pedofilo persegue il suo piano, senza la considerazione del danno.

    Se, poi, ascoltiamo la biografia di altri preti che pedofili non sono, ma che sono da tutti considerati virtuosi, si può trovare la stessa tenacia e determinatezza, ma contrabbandata come virtù e zelo per la causa del Signore: destrezza negli affari, furbizia nelle alleanze, cocciutaggine a resistere nel posto che si occupa pur con l’evidenza che si è diventati un impedimento, non considerazione del peso che le proprie decisioni metteranno sulle spalle del successore.

    In entrambi i casi profondono energie per un vizio. Si innamorano della brama con cui devono raggiungere ad ogni costo il loro obiettivo.

    2) ABUSO DELLA PROFESSIONE

    Raramente il pedofilo è un pezzente, un barbone della vita, un nullatenente. Di solito è un insospettabile, uno che detiene un ruolo di autorità o di potere. Non pochi seminaristi vivono il loro sacerdozio futuro come un arrivo su cui sognare e non come un cammino da verificare nel suo svolgersi passo dopo passo.

    Questi abusi «innocui» non sono tanto strani visto che il prete riceve il potere per mandato, quindi non è un potere meritato né conquistato e, quindi, più facilmente esposto ad usi difensivi.

    3) VALORI DI COPERTURA

    Quando si scopre che un prete è un pedofilo, di solito si cade dalle nuvole. Chi mai lo avrebbe immaginato? Certo, esistono le accuse ingiuste che proliferano in tempi di caccia alle streghe o di alta rivalità (questo tipo di accusa è un metodo impeccabile per far fuori il rivale).

    Ma anche ad accusa provata ci si continua a meravigliare, perché quel prete di solito è generoso, dedito alla gente, obbediente, sostenitore delle norme e a volte fin troppo (difficilmente il pedofilo si riconosce in crisi di vocazione e raramente la lascia spontaneamente). È il «fin troppo» che avrebbe dovuto insospettire.

    LA FORMAZIONE “RISCHIOSA”

    Queste tre dinamiche toccano tre elementi della formazione vocazionale molto sensibili: gestione degli affetti, uso del potere, funzione dei valori. Se negli anni della formazione (e soprattutto in quelli della formazione permanente) non vengono monitorati, qualcosa prima o poi deborda.

    VOCAZIONE AMBIGUA

    E’ evidente che la relazione fra ciò che è successo prima e ciò che succederà dopo non è di causa ed effetto, e che i possibili segni premonitori (difficili peraltro da cogliere ad occhio nudo) vanno letti nel contesto della storia di ogni persona. Ciò non toglie che la vocazione cristiana possa essere erroneamente interpretata da persone che useranno il ruolo del sacerdote (anche) come copertura per soddisfare (non troppo inconsciamente) progetti più o meno fantasiosi e che vedono in essa promesse che la vocazione non si immagina nemmeno di offrire.

    L’ “ARRIVO” DELLA PERVERSIONE

    Quando i valori – che dovrebbero essere le travi portanti del tipo di scelta fatta – sono «obbediti», proclamati, anche praticati…, ma dal di fuori, rimasti cioè a livello di impalcatura esterna della propria casa interiore, allora, in questo caso, con il passare del tempo e quando la vita presenta il conto, quei valori appaiono in tutta la loro artificiosità, crollano e lasciano il posto non a valori migliori, ma ad un qualche tipo di perversione.

    Gelsomino Del Guercio/Aleteia Italia | Set 09, 2017

  • La violenza silenziosa: in Italia 35mila bimbe infibulate

    La violenza silenziosa: in Italia 35mila bimbe infibulate

    Il nostro Paese tollera ancora la pratica delle mutilazioni genitali sulle immigrate provenienti dai Paesi musulmani. L’integrazione mancata comincia a scuola

    La tollerantissima Gran Bretagna è talmente tollerante che tollera perfino che 65.790 donne inglesi abbiano subìto mutilazioni genitali.

    Idem per la Francia: anche lei molto tollerante, riesce a sopportare che in 61mila siano state sottoposte alla stessa pratica. L’Italia, che pare un po’ meno tollerante, riesce comunque a non fare un plissé di fronte al fatto che 35mila donne siano state costrette a sottoporsi a questa umiliazione. I dati sono dell’Unicef e si riferiscono al 2015; raccolgono i numeri di diverse ricerche nazionali che, per quanto riguarda l’Italia, parlano di almeno altre mille donne a rischio mutilazione ogni anno. Qui il discorso si fa estremamente delicato, ma bisognerebbe chiedersi il motivo dell’abissale distanza tra lo scandalo che provoca lo stupro commesso da immigrati e l’indifferenza più assoluta di fronte a una pratica ugualmente violenta e ugualmente compiuta contro la volontà della donna. Probabilmente perché la mutilazione genitale femminile, che comunque è perseguibile per legge, è una pratica organica a una cultura e, se si accetta l’idea che ogni cultura va accolta così com’è occorre di conseguenza, tollerarne anche gli aspetti più odiosi e inaccettabili.

    Ma la cultura si forma a scuola e quella dei Paesi del Mena (Medio Oriente e Nord Africa), dove la pratica della mutilazione genitale femminile coinvolge fino al 90% delle donne, rivela tutta la sua debolezza. Il grafico pubblicato in queste pagine mostra il numero di anni che mediamente un adulto dei vari Paesi dell’area Mena ha trascorso sui banchi di scuola. In Yemen, Sudan Mauritania, Marocco, Oman, Iraq, Siria, Kuwait, Egitto e Tunisia non si raggiungono i 7 anni di studio. Ed è da notare un fatto importante: è vero che tra questi ci sono Paesi tra i più poveri del mondo per di più martoriati da anni di guerra, ma altri sono Paesi non solo pacifici, come Marocco e Tunisia, ma anche ricchi, anzi, ricchissimi, come l’Oman (26esimo Stato più ricco del mondo), l’Arabia Saudita (14esimo), Emirati Arabi (nono) e Kuwait (sesto). Significa che l’educazione non è affatto solo una questione di possibilità economiche ma è soprattutto un tema di priorità politica. Se un adulto europeo (Europa a 22) ha studiato in media 9,6 anni, non è solo perché l’Europa se lo può permettere, ma è perché l’Europa ha da sempre considerato l’educazione come strategica.

    E, in questo senso dovrebbe far riflettere (molto) la smania del ministro Valeria Fedeli di abbassare il numero di anni di formazione. Alla Fedeli, che ha deciso di far partire una sperimentazione a livello nazionale per portare gli anni di liceo da 5 a 4, si è aggiunta la sottosegretaria Angela d’Onghia che, al grido «ce lo chiede l’Europa», ha evocato la possibilità di tagliare, invece, la scuola media (da 3 a 2 anni). In questo modo l’Italia, dove la sola scuola dell’obbligo dura 8 anni e dove mediamente un adulto va a scuola per 13,2 anni, si avvicinerebbe agli standard della Libia (7,35 anni) rinunciando a raggiungere la media britannica di 14,2.

    Violenza sulle donne, scarsa alfabetizzazione e, anche, criminalità giovanile. Se sia possibile mettere in relazione i tre fenomeni è argomento da simposio, ma si guardano i numeri pubblicati dal sito Truenumbers.it sul numero dei minori che, in un Paese a noi molto vicino politicamente e geograficamente come la Turchia, fanno avanti e indietro dalle carceri si resta francamente impressionati. I dati provengono dai rapporti della polizia turca che segnala un aumento senza sosta del numero di ingressi di minorenni nelle carceri turche. Nel 2016 ci sono stati 218mila ingressi di minorenni maschi e 115mila di minorenni femmine. Attenzione: il rapporto segnala gli ingressi, non il numero di persone: significa che ai 333mila ingressi totali non corrispondono a 333mila minori (una persona può essere entrata ed uscita più volte nel corso dell’anno), ma resta il fatto che il numero complessivo registrato l’anno scorso è superiore del 10% rispetto a quello del 2015 ed è in costante crescita dal 2010. Il dettaglio drammatico è che il 21,9% dei ragazzini entrati in carcere ha meno di 11 anni. Secondo la polizia il primo motivo dell’incarcerazione è «attacco armato» mentre il secondo motivo è, sia per i maschi che per le femmine, «abusi sessuali». Tutto torna.

    http://www.ilgiornale.it/news/violenza-silenziosa-italia-35mila-bimbe-infibulate-1436877.html?utm_source=Facebook&utm_medium=Link&utm_content=La%2Bviolenza%2Bsilenziosa%3A%2Bin%2BItalia%2B35mila%2Bbimbe%2Binfibulate%2B-%2BIlGiornale.it&utm_campaign=Facebook+Page

  • Montreal: preti sotto sorveglianza

    Montreal: preti sotto sorveglianza

    La diocesi di Montreal ha scelto di sperimentare una forma piuttosto severa e prolungata di sorveglianza sui preti e sui laici impegnati nella vita e nelle attività ecclesiali in ordine alla tutela delle persone maggiormente vulnerabili rispetto a episodi di violenza fisica o psicologica (minori, malati, anziani).

    Alla norma che non consente a nessun prete o laico, membro a qualsiasi titolo del personale di una parrocchia, di isolarsi con un minore senza essere sotto «lo sguardo di un altro adulto» (che può comportare anche la sorveglianza di un adulto nel momento della confessione), al divieto di fotografare un minore o una persona vulnerabile con il proprio cellulare o macchina fotografica e di scambiare con lui comunicazioni (telefonate, sms, email…) al di fuori del quadro delle attività parrocchiali, si aggiunge ora – per tutte le posizioni giudicate «ad alto rischio» (parroco, cappellano, diacono, responsabile del coro ecc.) – la richiesta di fornire le impronte digitali alla polizia e la verifica dei precedenti giudiziari, ogni tre anni.

    La sperimentazione, che si concluderà nel 2020, riguarda 194 parrocchie e coinvolgerà decine di persone per ciascuna, lasciando prevedere tempi lunghi per effettuare i controlli. Mons. Faubert, vicario generale della diocesi, è incaricato della supervisione del progetto, che si è ispirato alle «buone prassi» già in uso presso gli scout e alcune associazioni sportive. «La fiducia la si deve meritare», ha affermato a Le Journal de Montréal. «La Chiesa non fa eccezione. Non credo che essa possa rivendicare il diritto di essere creduta sulla parola su tutto quanto fa e dice. Dobbiamo mostrare la nostra coerenza».

    Se non sono mancati i malumori di una parte del clero davanti alle nuove richieste, è stato tuttavia riconosciuto dai più che tali provvedimenti tuteleranno anche gli stessi preti. La tutela del clero e dei membri del personale delle parrocchie contro «false accuse» è in effetti uno degli obiettivi dichiarati dalla diocesi di Montreal.

    Secondo i dati riportati lo scorso anno dallo stesso Le Journal de Montréal sarebbero oltre 600 le persone in Québec vittime di violenze da parte di preti, religiosi o impiegati parrocchiali, dal 1940.

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