Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • “IL CASO SPOTLIGHT”: CI SONO STORIE CHE HANNO BISOGNO DI QUALCUNO CHE LE RACCONTI

    “IL CASO SPOTLIGHT”: CI SONO STORIE CHE HANNO BISOGNO DI QUALCUNO CHE LE RACCONTI

    La pellicola racconta l’indagine svolta dalla squadra giornalistica “Spotlight” del Boston Globe sugli abusi sessuali di oltre settanta sacerdoti della Arciodiocesi di Boston ai danni di minori. L’autorità ecclesiastica cercò di insabbiare il caso, ma la squadra investigativa del giornale è stata più che mai determinata nel portare alla luce la verità, che è sempre stata ignorata dai media. Il team, pur tenendo conto del rischio di mettersi contro la Chiesa Cattolica, che ha protetto e coperto preti pedofili, decise di andare a fondo alla vicenda. Un’inchiesta talmente importante da ricevere il Premio Pulitzer, e che lascia una lezione del miglior giornalismo possibile. Un’immagine vera del giornalismo, che rispetta i principi e quindi coltiva e difende il diritto di informazione di tutti i cittadini, e che tutela la verità, con la maggiore accuratezza possibile.

    Il film ha il potere di portare all’attenzione tematiche forti e vere: gli abusi da parte del clero sono un argomento molto attuale, non sempre vicino all’interesse dell’opinione pubblica. La più importante conseguenza degli scandali è la perdita di credibilità della Chiesa Cattolica per quanto riguarda le norme morali, dal momento che non si è solo di fronte a degli abusi, ma perfino al loro occultamento da parte delle autorità, che in molti casi hanno fatto poco e niente per proteggere le vittime.

    “Non ne ho tratto nessun piacere”, dice un prete commentando uno degli abusi commessi, come se questa ammissione possa attenuare la colpevolezza. “Il caso Spotlight” non tentenna e non si piega mai di fronte ad un nemico dapprima invisibile: la pellicola respinge ogni sentimentalismo e si immerge in un’investigazione condotta da giornalisti che lottano con coraggio contro una dilagante omertà. Il film può essere vista come una sorta di remake di “Tutti gli uomini del presidente”: la Chiesa e il Governo sono avversari intercambiabili, ciò che conta è la lotta condotta dai giornalisti contro le istituzioni che smettono di lavorare per proteggere i cittadini e pensano solo ai propri interessi.

    “Ho fatto questo mio mestiere proprio come una missione religiosa, non cedendo a trappole facili. La più facile è il Potere. Perché il Potere corrompe, il Potere ti fagocita, il Potere ti tira dentro di sè! Se ti metti accanto a un candidato alla presidenza in una campagna elettorale, se vai a cena con lui e parli con lui diventi un suo scagnozzo, no? Un suo operatore. Il mio istinto è sempre stato di starne lontano. Proprio starne lontano, mentre oggi vedo tanti giovani che godono, che fioriscono all’idea di essere vicini al Potere, di dare del “Tu” al Potere, di andarci a cena col Potere, per trarne lustro, gloria, informazioni magari. Ho sempre avuto questo senso di orgoglio che io al potere gli stavo di faccia, lo guardavo, ma quando ero nella sua stanza, invece di compiacerlo controllavo che cosa non andava, facevo le domande. Questo è il giornalismo”, ha detto Tiziano Terzani. È paradossale come definisca il suo impegno in questa professione come una “missione religiosa”, ed è proprio l’autorità ecclesiastica a sconvolgere per la sua amoralità ne “Il caso Spotlight”.

    “IL CASO SPOTLIGHT”: CI SONO STORIE CHE HANNO BISOGNO DI QUALCUNO CHE LE RACCONTI

  • In replica all’articolo de “IL SUSSIDIARIO” del 20/07/2020 ”Preti in Italia tutti pedofili? Falso”/ Di Giacomo “i dati smontano fango su Chiesa”

    In replica all’articolo de “IL SUSSIDIARIO” del 20/07/2020 ”Preti in Italia tutti pedofili? Falso”/ Di Giacomo “i dati smontano fango su Chiesa”

    In riferimento all’articolo in oggetto pubblicato il 20 luglio scorso dal titolo ”Preti in Italia tutti pedofili? Falso”/ Di Giacomo “i dati smontano fango su Chiesa” a firma di Niccolò Magnani nel quale si riportano le dichiarazione del sacerdote e giornalista don Filippo Di Giacomo e premesso che sarei ben felice se le cose stessero così, ho tuttavia alcune perplessità sul contenuto dell’articolo e sulla fonte dei dati esposti, che nell’articolo non viene citata.

    Non è neppure chiara la comparazione fatta riguardo le categorie, ovvero se la comparazione è sommaria – sacerdoti e laici- o se la comparazione è stata effettuata su una corretta e reale analisi delle categorie, ovvero; sacerdoti; insegnanti; allenatori; familiari ecc.

    Nel primo caso non procedo neppure, in quanto la base di analisi è a dir poco forviante e inattendibile, nel secondo caso, ovvero quello di una analisi percentuale delle diverse categorie – premesso che in Italia non esiste un dato pubblico attendibile fornito dallo Stato, soprattutto sulla categoria dei sacerdoti – ci si chiede su quale basi sia stata fatta la comparazione.

    È tuttavia possibile sulla base dei dati globali delle altre nazioni, pressappoco analoghi tra loro, esporre dati attendibili.

    Per quanto riguarda le varie categorie, insegnanti; allenatori; familiari ecc. la statistica – nella categoria più a rischio – si aggira intorno all’1,8%, mentre in quella dei sacerdoti, sulla base dei risultati ottenuti dalle varie commissioni di inchiesta, parte dal 4% e arriva come nel caso dell’Australia, fino all’8%.

    Un dato di gran lunga superiore, aggravato dalle politiche criminali tutt’ora in atto da parte delle gerarchie cattoliche, le quali, anche sulla base dell’ultimo Motu proprio di papa Francesco “VOS ESTIS LUX MUNDI” , omettendo sistematicamente la denuncia alle autorità civili e spostando ogni volta il sacerdote, favoriscono maggiormente gli abusi.

    Nella proiezione fatta dal collega Mark Vincent Healy, sulla base degli studi fatti da il Dr. padre Richard Sipe e quelli di padre Andrew M. Greeley, possiamo notare non solo il potenziale della recidiva nei preti cattolici (per via dell’omertà vaticana), ma anche, se pur in assenza di una quantificazione italiana, che proprio il nostro paese, è quello che sulla base della popolazione cattolica e quella dei sacerdoti, ha il più alto potenziale al mondo.

    A smentire ulteriormente il dato piuttosto dubbio del don giornalista Filippo Di Giacomo, è l’atteggiamento criminale di tutti i sacerdoti cattolici. Non che si voglia fare di tutta l’erba un fascio, ancor meno dire che siano tutti pedofili, tuttavia il fatto che non esista traccia di un solo sacerdote che abbia denunciato alle autorità civili un collega pedofilo, li rende quanto meno tutti complici.

    Francesco Zanardi

  • Le distorsioni cognitive nei child abusers

    Le distorsioni cognitive nei child abusers

    Recentemente ci siamo imbattute in un video di un’inchiesta svolta da Fanpage relativa ai casi di abuso su minori sordomuti avvenuti all’Istituto Provolo di Verona.

    Guardando il video ciò che più ci ha stupito non è stata tanto la denuncia delle vittime circa le atrocità subite, bensì la tendenza che gli abusatori mostravano nel minimizzare e giustificare l’accaduto. L’abusatore durante l’intera intervista non ha mai parlato di abusi, ma si riferiva ad essi come “scherzi di mano” perché “maschio con maschio è uno scherzo, un vizio, mentre con una donna è più grave”, inoltre era normale perché “a quel tempo (inizio anni ‘60) lo facevano tutti”. Un’altra cosa che ci ha stupito è la tendenza a screditare e colpevolizzare le stesse vittime, infatti l’intervistato ci tiene a sottolineare che “i sordomuti sono tutti corrotti e l’unico scherzo che ho fatto è stato con un ragazzo che veniva nella mia camera e mi mostrava di sua iniziativa il suo membro… è stato lui!”.

    Queste affermazioni a prima vista insensate per la maggior parte delle persone possono essere comprese se lette alla luce di un modello che spieghi i processi cognitivi che intervengono nella razionalizzazione di un comportamento. In letteratura sono molti gli studiosi che si sono interrogati sul meccanismo che interviene nella giustificazione e minimizzazione degli abusi sessuali e la maggioranza concorda nell’affermare che le distorsioni cognitive hanno un ruolo fondamentale nella razionalizzazione dell’abuso (Pomilla, 2018).

    I primi ad utilizzare il termine distorsioni cognitive in reati di natura sessuale furono Abel e coll. (1984; 1989) i quali utilizzarono il termine “cognitive” per riferirsi ai processi interni, comprese le giustificazioni, le percezioni e i giudizi utilizzati dal molestatore sessuale per razionalizzare il suo comportamento di molestia nei confronti di minori (Abel, Gore, Holland, Camp, Becker, Rathner, 1989). Gli autori riferendosi alla teoria dell’apprendimento sociale di Bandura spiegano come in alcuni casi il “normale” percorso di sviluppo venga disatteso facendo sì che i soggetti mantengano, da adulti, ideali e pratiche sessuali inappropriate che solitamente si estinguono. Per Abel e coll. (1984; 1989) la distorsione cognitiva permette di affrontare la discrepanza tra i propri comportamenti sessuali inappropriati e le norme socialmente condivise sviluppando un insieme di credenze pro-offesa sessuale che riducano la discrepanza rendendo accettabili le loro azioni e i loro pensieri.

    In un loro studio Abel, Becker e Cunningham-Rathner (1984) e Navathe Ward & Gannon (2008) hanno indicato le seguenti distorsioni cognitive:

    • la mancanza di resistenza fisica equivale al consenso;
    • gli adulti devono educare i bambini, (anche) attraverso contatti sessuali con loro;
    • i bambini non rivelano/denunciano i coinvolgimenti sessuali perché segretamente ne godono;
    • le generazioni future arriveranno ad accettare la validità dei rapporti sessuali adulto-bambino;
    • i toccamenti sessuali non sono dannosi per il bambino;
    • i bambini sono naturalmente curiosi delle attività sessuali;
    • le relazioni adulto-bambino sono valorizzate (anche) dalla sessualità.

    Nonostante ad Abel e colleghi venga riconosciuto il merito di aver proposto un modello teorico che spiegasse tali comportamenti altri autori hanno mosso critiche circa i meccanismi responsabili dello sviluppo delle distorsioni cognitive.

    A tal proposito Ward (2000) ha concettualizzato il modello delle teorie implicite, che permettono di comprendere i processi cognitivi attraverso cui i molestatori leggono e interpretano le informazioni del loro mondo sociale. Purtroppo il tema delle loro interpretazioni è essenzialmente orientato all’essere offensivo e poiché le teorie implicite si basano su esperienze soggettive e non hanno basi empiriche, sono relativamente radicate e resistenti al cambiamento (Ward e Keenan, 1999).

    Ward e Keenan (1999) hanno revisionato una serie di studi da cui sono emerse cinque principali teorie implicite che si possono riscontrare nei child abuser:

    1. Child as a sexual being (bambini come esseri sessuali): ovvero la credenza che i bambini amano e ricercano le relazioni sessuali con gli adulti e non vengono danneggiati da questo tipo di contatto sessuale;
    2. Entitlement (diritto): secondo cui l’abusatore si sente superiore e più importante degli altri, di conseguenza si sente in diritto di fare sesso con chi vuole, quando vuole;
    3. Dangerous world (mondo pericoloso): per cui il sex offender crede che il mondo sia un posto pericoloso e ostile, le persone adulte sono essenzialmente inaffidabili, al contrario dei bambini;
    4. Uncontrollability (incontrollabilità): ovvero la credenza che il mondo, comprese le emozioni, i pensieri e gli eventi, sia incontrollabile e che quindi il comportamento accada al di fuori del controllo del soggetto;
    5. Nature of harm (natura del danno): si basa sulla credenza che il danno sia inserito all’interno di un continuum di gravità e che quindi l’attività sessuale sia innocua e non causi dolore, neanche ad un bambino.

    Marziano e colleghi (2006) hanno effettuato uno studio per indentificare queste cinque teorie implicite in un campione composto da 22 maschi adulti, condannati per reati sessuali contro i bambini. I soggetti sono stati sottoposti ad un’intervista, nella prima parte venivano chieste informazioni demografiche, mentre nella seconda veniva effettuata un’intervista semi-strutturata. Ai soggetti venivano poste domande aperte relative al reato commesso e alle loro condizioni di vita prima di esso. A queste venivano poi aggiunte delle domande ricavate dai temi principali emersi nelle cinque teorie implicite, nello specifico veniva chiesto loro le credenze riguardo alla conoscenza sessuale della vittima; come hanno percepito la relazione di abuso; la loro percezione delle relazioni adulte; la loro percezione del danno commesso; e il livello di controllo che hanno esercitato durante il loro reato. Le domande sono state riferite a tre punti temporali specifici, la fase pre-reato, il momento del reato e la fase post-reato. Successivamente le risposte e le affermazioni emerse durante l’intervista sono state codificate in “unità di significato”, ovvero un’idea in grado di resistere da sola in grado di comunicare un significato nel contesto dello studio. Infine, ogni singola unità di significato è stata attribuita alla categoria della teoria implicita corrispondente.

    Dai risultati di questo studio emerge che le distorsioni cognitive evidenziate all’interno del campione possono essere categorizzate all’interno delle cinque teorie implicite descritte da Ward e Keenan (1999). La categoria maggiormente legata alle distorsioni cognitive presentate dai soggetti è quella dei “bambini come esseri sessuali”. Nello specifico questa teoria implicita è più frequente negli abusatori di bambini maschi, questo potrebbe riflettere un framework di credenze e desideri che vede i bambini in grado di godere e desiderare il sesso con gli adulti.

    Successivamente al modello delle teorie implicite sono stati aggiunti i concetti di credenze e valori per spiegare le condizioni che conducono il soggetto a commettere la violenza e a trovare un significato e delle giustificazioni all’azione commessa. Quindi credenze, valori ed azioni sono interconnesse tra loro e riflettono il contesto culturale, sociale e personale dell’individuo.

    Howitt e Sheldon (2007) propongono una sintesi dei modelli esposti in precedenza, facendo riferimento ai concetti di distorsioni cognitive, credenze e valori connesse al reato e alla fase che precede e segue quest’ultimo. Ne risulta la seguente classificazione:

    • distorsioni cognitive quali set di credenze utilizzate per superare le inibizioni e gestire il senso di colpa: riferendosi alle distorsioni cognitive introdotte (Abel e coll.), fanno parte di questa categoria le distorsioni che portano all’azione e rappresentano una forma di negazione verso se stessi del possibile danno;
    • distorsioni cognitive quali set di razionalizzazioni utilizzate per creare scuse o giustificazioni quando gli aggressori vengono interrogati per rispondere delle proprie azioni (da agenti di polizia, psicologi, etc.): questo tipo di distorsioni invece vengono utilizzate dall’aggressore dopo il reato per giustificare a terzi la propria condotta;
    • distorsioni cognitive rivolte non alla rappresentazione degli altri e/o della propria condotta, bensì alle proprie esperienze di vita: in questa categoria rientrano le esperienze di vita, spesso avverse, che condizionano lo sviluppo del soggetto.

    All’interno di questo articolo abbiamo visto come vi sono una serie di distorsioni cognitive che caratterizzano la pedofilia e che permettono di spiegare la condotta criminosa, la conservazione dell’immagine di sé da parte dell’autore, la minimizzazione della responsabilità penale e delle conseguenze per la vittima (Abel et al., 1984; Abel et al., 1989; Ward, Hudson et al., 1997). Comprendere i meccanismi utilizzati per superare le inibizioni o gestire il senso di colpa è un passo fondamentale all’interno del trattamento di questi soggetti, in quanto permette di lavorare sui processi che potrebbero portare a recidiva, date le rilevanti conseguenze psicologiche che queste condotte hanno sulle vittime.

    https://www.stateofmind.it/2020/05/distorsioni-cognitive-abuso/

  • “Qui c’è un prete pedofilo” ora è un’app a segnalarlo

    “Qui c’è un prete pedofilo” ora è un’app a segnalarlo

    Di Andrea Gualtieri per “Il venerdì della Repubblica”

    ARRIVARE in un paese o in una città, attivare la geolocalizzazione dello smartphone. E trovarsi davanti, invece di musei e ristoranti consigliati, i luoghi nei quali c’è il rischio di imbattersi in un prete pedofilo.

    L’archivio e la mappa dei casi di cronaca meticolosamente organizzai negli anni sul sito web della Rete L’ABUSO, potrebbe ora diventare un’app grazie e una raccolta fondi.

    “Abbiamo bisogno di 12.800 euro” afferma Francesco Zanardi , fondatore dell’associazione che riunisce vittime dei reati sessuali commessi dai religiosi.

    Ma serve davvero uno strumento simile ?

    “La prevenzione in queste vicende è fondamentale”, rivendicano i promotori della Rete. Assicurano di avere 900 attivisti, in gran parte ex assistiti della Rete, che indicano le chiese, conventi e persino comunità di recupero nelle quali hanno trovato rifugio o copertura i protagonisti degli scandali ecclesiastici.

    Tutti finiranno nella app Priest Advisor, anche se non si può avere certezza che il prete in questione si trovi ancora li, né soprattutto che le denunce  o le relative omissioni riferite al suo caso siano fondate. “Abbiamo centinaia di segnalazioni ma non tutte vengono pubblicate, aspettiamo sempre che ci siano riscontri” garantisce Zanardi. “E’ vero che si fa fatica poi a seguire ogni iter processuale, ma in genere quando arriva un proscioglimento gli avvocati dell’indagato non tardano a contattarci”.

    La Rete L’ABUSO ha classificato le diocesi con una scala di colori; si va dal nero di quelle che ospitano sacerdoti indagati all’estero, al giallo di quelle in cui ci sono casi in attesa di giudizio o dei quali si sono perse le tracce. I vescovi italiani, in realtà, dopo il vertice mondiale convocato un anno fa da papa Francesco hanno ricevuto nuove linee che impongono di denunciare i casi sospetti ai magistrati.

    Ma per Zanardi “si fa ancora poco per impedire che i preti pedofili commettano altri abusi”.

    E allora capiterà, forse, di veder apparire sul cellulare una notifica più inquietante del solito.

    Da “Il venerdì” Andrea Gualtieri – Repubblica del 20 marzo 2020

  • Decine di suore abusate per anni da preti. Erano violentate a turno

    Decine di suore abusate per anni da preti. Erano violentate a turno

    È l’Associated Press che ha raccolto per prima le denunce delle vittime: “Era ubriaco. Non sapevo come dirgli di no”. Un’inchiesta che per gravità e dimensioni corre il rischio di coinvolgere l’intero mondo cattolico indiano. Alcune suore hanno fatto riferimento ad “amicizie” e concessioni di favori sessuali che non riuscivano a negare, altre riferiscono di vere e proprie violenze e stupri sistematicamente tenuti sotto silenzio dalle gerarchie ecclesiastiche locali.

    Secondo l’Associated Press “il Vaticano, pur non essendo mai intervenuto, era tuttavia da tempo a conoscenza di abusi sessuali ai danni di suore da parte di preti e vescovi in Asia, Europa, Sud America e Africa”. In tutto l’agenzia giornalistica ha raccolto le testimonianze di due dozzine di persone – tra suore, ex monache e preti con conoscenza diretta degli abusi. (Continua dopo la foto)

    Josephine Villoonnickal, di 44 anni, è stata la prima a rompere il muro di omertà, rendendo tutto di dominio pubblico indispettita dalla inattività dei vertici ecclesiastici locali ai quali aveva ripetutamente denunciato la situazione. La suora ha denunciato alla polizia del Kerala il suo vescovo con l’accusa di averla stuprata 13 volte in due anni. Denuncia a sua volta sostenuta da altre consorelle tutte unanimi nel richiedere l’arresto del vescovo Franco Mulakkal.

    Secondo Josephine Villoonnickal la prima violenza risalirebbe al 5 maggio 2014 e l’ultima il 23 settembre 2016. Il vescovo si è però difeso negando ogni addebito, accusando a sua volta le sorelle di aver inventato tutto. Questo, però, non gli ha evitato la detenzione per tre settimane. Attualmente si trova a piede libero dopo esser stato rilasciato su cauzione. Tuttavia la Conferenza episcopale indiana al momento non avrebbe preso alcuna posizione invitando, anzi, i media locali a attendere la pronuncia degli organi giudiziari preposti. (Continua dopo la foto)

    Alcune testimonianza raccolte dall’AP risalgono anche a decine di anni fa. Una suora rivela di aver respinto una violenza quando aveva vent’anni, nel corso di un ritiro spirituale prima del rinnovo dei voti, agli inizi degli anni ’90. A tentare di abusare di lei un sacerdote che aveva circa 60 anni. Il prete era uscito per partecipare ad una festa locale e quando è tornato, di sera, ha bussato alla porta nella novizia dicendole che voleva “parlarle”.

    La suora aveva capito che era ubriaco ma l’uomo forzò la porta e provò a baciarla, tentato di toccarla dove poteva. La religiosa alla fine è riuscita a sfuggire alla morsa e a richiudere la porta. La madre superiora evitò altri incontri con il prete che fu poi trasferito, forse a seguito di una sua lettera anonima dove denunciava l’accaduto. Il prete però ha continuato a vestire la tonaca. (Continua dopo la foto)

    L’Associated Press tuttavia non demorde e incalza il Vaticano sul tema generale, sostenendo che si tratti di pratiche diffuse e accusando le gerarchie ecclesiastiche di inattività nonostante le numerose denunce. Molte suore, secodo l’AP, rinuncerebbero a denunciare episodi simili per paura di essere isolate e cacciate dalla propria congregazione. Per non parlar del fatto che nei Paesi più poveri, dove sono maggiormente presenti questi fenomeni, il ricatto economico è paralizzante in considerazione del fatto che molte congregazioni di suore sono finanziariamente sostenute dalle parrocchie e dalla curia.

  • PROVOLO;  L’istanza preventiva della Rete L’ABUSO al Governo italiano sull’estradizione di Pirmati

    PROVOLO; L’istanza preventiva della Rete L’ABUSO al Governo italiano sull’estradizione di Pirmati

    Il 13 luglio scorso, dopo che l’Espresso diede la notizia che Eliseo Pirmati – oggetto di una richiesta di estradizione del Governo argentino – girava in ottime condizioni di salute e del tutto indisturbato per Verona – gli avvocati della Rete L’ABUSO che nei primi mesi del 2017, attraverso tre denunce alla Procura della Repubblica di Verona, erano riusciti a far aprire un fascicolo – hanno ritenuto di dover formalizzare alle autorità italiane e parallelamente informare quelle argentine, quanto era emerso dal settimanale l’Espresso. (Istanza Pirmati )

    Un atto dovuto, in quanto le Istituzioni non acquisiscono questo tipo di notizie dai giornali e, soprattutto, perché la richiesta di estradizione argentina, non era ancora stata notificata all’Italia, quindi tecnicamente il Governo italiano non era informato e, di conseguenza, non aveva motivi di agire. Il rischio, alla notizia dell’imminente richiesta di estradizione, era che data l’età del Pirmati, appellandosi a problemi di salute , questa potesse essere negata.

    Al fine di scongiurare questa possibilità, visto che l’Espresso era anche riuscito a filmare il Pirmati, che nei video appariva in forma ed in prefetto stato di salute, si è ritenuto di vitale importanza, inviare l’informativa sia all’Italia che all’Argentina.

    Il Ministero della Giustizia–Dipartimento per gli Affari di Giustizia, Direzione Generale della Giustizia Penale–Ufficio II- Cooperazione Giudiziaria Internazionale, ha accolto l’istanza pochi giorni dopo, il 18 luglio.

    Pochi giorni fa, il Governo argentito ha formalmente notificato la richiesta alle autorità italiane.

    L’Ufficio di Presidenza

  • Abusi sessuali sulle suore, parlano le vittime

    Abusi sessuali sulle suore, parlano le vittime

    La piaga degli abusi sessuali commessi dal clero sulle suore si configura meglio. In novembre l’Unione Internazionale dei Superiori Generali ha chiesto che le religiose vittime di abusi riferiscano alla propria congregazione.

    Laurence Poujade è la presidente dell’associazione Sentinelle contro gli abusi nel clero di cui anche lei era stata vittima.

    Laurence Poujade: “Abbiamo dovuto attendere la testimonianza dei più deboli, specialmente le vittime dei preti pedofili, in modo da poter affrontare l’argomento. E nell’episcopato, grazie alla nostra vasta esperienza associativa, ci è stato già detto che era necessario aspettare l’emersione dei casi di pedofilia, poi si sarebbero occupati del nostro dossier. Stiamo aspettando già da 20 anni di parlare”.

    L’omertà trova radice in una pluralità di fattori come l’idea che il celibato e la castità interdicano il matrimonio, ma non la sessualità, il timore del contagio dell’AIDS, che fa delle suore una preda sessuale più sicura, la posizione subordinata della donna al maschio nella società e nella Chiesa.

    “La mancata castità implica considerazioni private, si può avere un comportamento passionale o una relazione che diventa trasgressiva ma il problema dell’abuso sessuale è un’altra cosa e non dobbiamo mescolare la passione con l’aggressione, sono cose ben diverse che vengono spesso confuse ed è ottimo che il papa le separi”.

    Va riconosciuto al cattolico National Catholic Reporter il merito di aver stracciato il silenzio sugli abusi contro le suore nel lontano 2001 con un ampio reportage che generò una vasta eco.

    https://it.euronews.com/2019/02/07/abusi-sessuali-sulle-suore-parla-la-presidente-di-sentinelle

  • Il tempo delle parole e il tempo dei fatti

    Il tempo delle parole e il tempo dei fatti

    “Lungo, fruttuoso e buono”. Così i dirigenti della Conferenza episcopale degli Stati Uniti hanno definito l’incontro avuto in Vaticano con Francesco sulla crisi degli abusi. Non sono entrati nei dettagli, limitandosi a parlare di “scambio” con il papa e ringraziandolo per averli ricevuti.

    All’incontro erano presenti il cardinale Daniel DiNardo, presidente della Conferenza episcopale Usa, e il cardinale Sean O’Malley di Boston, che è anche presidente della Pontificia commissione per la protezione dei minori.

    “Non vediamo l’ora di continuare attivamente il nostro discernimento insieme, identificando i prossimi passi più efficaci”, si legge nella dichiarazione, ma non si fa cenno alla richiesta di visita apostolica avanzata giorni fa dai vescovi americani.

    Il clima deve essere stato molto cordiale , almeno a giudicare dalla foto diffusa dal Vaticano, nella quale i presenti appaiono tutti sorridenti e divertiti (forse sarebbe stato meglio scegliere un’altra foto, data la drammaticità del tema al centro dell’incontro).

    Il papa ha convocato tutti i presidenti delle Conferenze episcopali del mondo, più di cento prelati, per un vertice che si terrà in Vaticano dal 21 al 24 febbraio 2019. Il provvedimento è di portata eccezionale, così come eccezionalmente grave è la crisi in corso.

    Con la sua decisione Francesco intende evitare di ripetere gli errori commessi nel caso del Cile, dove la vicenda degli abusi è stata affidata per lungo tempo alla gestione, rivelatasi fallimentare, della Chiesa locale, salvo poi intervenire di persona, ma in ritardo e non senza contraddizioni.

    La svolta che Francesco vuole imprimere è netta: passare da una situazione in cui il papa appare parte del problema a una in cui la sua leadership sia forte e autorevole.

    Bergoglio si sta giocando molto:  in ballo ci sono il suo carisma e la sua credibilità. Non è detto però che la formula del confronto assembleare con i capi delle Conferenze episcopali possa garantire i risultati auspicati.  Il rischio è che alla fine si produca più o meno il solito documento, ma le parole ormai non bastano più. Inoltre febbraio sembra un po’ lontano. Certamente i vertici degli episcopati di ogni parte del mondo non si possono convocare a Roma da un giorno all’altro, ma forse una data più ravvicinata avrebbe dato un segnale più efficace.

    E da qui a febbraio? Tutto resterà come prima? Nessuna risposta sul caso McCarrick? Nessuna risposta a i vescovi che, dopo il rapporto del gran giurì della Pennsylvania, hanno detto che il tempo delle parole è finito e occorrono interventi concreti, portando a galla tutto il marciume e svelando tutte le coperture e le connessioni?

    La scelta di febbraio può essere dovuta anche alla necessità di dare il tempo alle Conferenze episcopali di attrezzarsi con politiche adeguate, ma allora i cinque mesi che ci separano dal vertice appaiono pochi.

    Quanto alla durata dell’incontro, che dire? Davvero è pensabile che in tre giorni oltre cento prelati provenienti da situazioni tanto diverse possano confrontarsi seriamente e concludere qualcosa che non sia il solito documento pieno di buone intenzioni?

    Dopo il memoriale Viganò nulla può essere più come prima. Lì ci sono accuse alle quali occorre dare risposte. La manovra iniziale, centrata sul tentativo di screditare l’ex nunzio, non sembra aver dato i risultati sperati. Quando il vescovo di Grand Rapids, David Walkowiak, dice che la testimonianza dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò deve essere investigata a fondo e attende risposte non fa che esprimere un’idea diffusa tra molti pastori.

    In questo complesso quadro, il tassello rappresentato dal caso del cardinale Donald Wuerl di Washington suscita altre domande. Da più parti sono state chieste le sue dimissioni e una scuola cattolica americana ha addirittura tolto il suo nome da quello dell’istituto. Wuerl ha annunciato che presto si recherà a Roma per chiedere a Papa Francesco di accettare le sue dimissioni per raggiunti limiti di età. Il fatto è che i settantacinque anni li ha compiuti tre anni fa e allora la sua richiesta di dimissioni, inviata in Vaticano come da norma, non è masi stata accettata. Perché?

    Aldo Maria Valli

    Il tempo delle parole e il tempo dei fatti

  • “Inutile voler linciare e ammazzare il mostro se non si fa qualcosa. Celibato? Non c’entra”

    “Inutile voler linciare e ammazzare il mostro se non si fa qualcosa. Celibato? Non c’entra”

    Don Feliciani parla della pedofilia nella Chiesa, “una volta si pensava che bastasse spostare un prete in un’altea parrocchia, ora si sa che è una patologia”

    CHIASSO – In questi giorni, con la visita in Irlanda del Papa e le accuse tra alti prelati di sapere e aver taciuto, nella Chiesa si parla molto di pedofilia. Un tema delicato che abbiamo voluto affrontare col mai banale arciprete di Chiasso, don Gianfranco Feliciani.

    Cosa pensa del tema? Se ne discute molto: troppo, giusto o lo si faceva troppo poco prima?
    “È un problema gravissimo che investe la società intera, prima di tutto le famiglie. Se troviamo pedofili in tutte le estrazioni sociali, dai maestri agli avvocati, dai ginnasti agli idraulici sino ai preti, vediamo questo tristissimo fenomeno soprattutto nei padri di famiglia e va detto. Chiaro che nel clero suscita un particolare ribrezzo proprio perché chi dovrebbe educare è chi invece tradisce in un modo orribile. Il rischio è quello di trovare il capro espiatorio, una volta erano le donne che erano streghe, poi gli ebrei che avevano i soldi di tutto il mondo, adesso possono essere i preti. Le cose vanno guardate a livello statistico e oggettivo. Va anche detto, per non colpire il passato per il solo gusto di farlo, che all’interno di scuola o Chiesa c’era la tendenza a giudicare il fenomeno come quando qualcuno si innamora di una donna e per scordarla deve solo essere allontanato. Un prete pedofilo veniva spostato in un’altra parrocchia, pensando che gli passasse, ricordo accadeva anche a livello scolastico. Ma non è un innamoramento folle, essere pedofili è una patologia e non si risolve così, si fa più danno, si porterà in un altro posto quel terribile disturbo della personalità. Man mano che la scienza medica ha indagato si è riusciti a comprendere che è una patologia, a volte si trovano persone ingenue a livello morale che hanno una tendenza alla pedofilia e non si rendono nemmeno conto di fare del male in modo gravissimo”.

    All’interno della Chiesa, possiamo collegare il fenomeno al fatto che si sceglie una vita di celibato e di rinuncia alle attività sessuali?
    “Direi decisamente di no, sono i medici e le statistiche a dirlo. Infatti abbiamo più pedofili, ripeto, fra i padri di famiglia che fra i celibi. Una persona celibe, non solo un prete, se ha voglia di fare sesso, va con una donna, dice la logica. Nel caso della pedofilia non siamo dentro la logica ma in una pedofilia. Il celibato non è assolutamente correlato al problema”.

    Il tema è attuale agli alti livelli della Chiesa. Si è preso coscienza del problema o vi è nascosta una lotta di potere interna?
    “Chi si macchia di pedofilia, sia nella Chiesa che nella scuola o nello sport, non viene solo rimosso e collocato in un altro posto, come anni fa. Dunque parlare di coperture e di omertà non è corretto, non bisogna giudicare il passato con le conoscenze che abbiamo acquisito oggi. Lo sforzo che stanno facendo il Papa, i Cardinali ed anche il mondo laico siano sinceri, non fatti solo per pulirsi un po’ la faccia”.

    La problematica tocca anche la Chiesa ticinese? È mai venuto a conoscenza di fatti o anche solo voci?
    “Non dico niente di nuovo, la stampa qualche anno fa segnalò alcuni campi di preti che hanno avuto un regolare processo e sono stati ridotti allo stato laicale. Se venissi a conoscenza di un caso cosa farei? Prima bisognerebbe informarsi bene, affinchè non siano solo voci calunniose. Se avessi la consapevolezza che c’è un caso del genera nelle fila del clero avviserei contemporaneamente il Vescovo e la Magistratura”.

    Cosa vuol dire ai genitori che hanno paura a mandare i propri figli in Chiesa, all’oratorio, a catechismo?
    “A tutta la società vorrei dire che dobbiamo partire dalla tolleranza zero, ed essa dovrebbe toccare non solo quelle conseguenze orribili che vediamo ma anche le causa. Quando vedo che la tv, per non parlare di Internet o dei social, con una disinvoltura spaventosa, propongono cose osé, scandalose, pornografia, ritengo che bisognerebbe avere tolleranza zero. La tv spesso mostra la sessualità in modo degradante e perverso e ci stupiamo che saltano fuori i mostri? Quando poi arrivano, si corre e ammazzarli e linciarli, troppo comodo. È un compito di tutti, Magistratura, Stato, scuola, cittadini, famiglie. Che i genitori scrivano alla televisione quando vedono certi programmi diseducativi. Siamo tutti bravi a linciare il mostro ma se l’aria è viziata e la società stessa lo alimenta, siamo tutti responsabili. Se il mondo va male è anche per colpa nostra, anche in modo indiretto, se va bene è merito di tutti. Non possiamo delegare tutto alla Chiesa o allo Stato”,

    https://www.ticinolibero.ch/attualita/cronaca/1317811/-inutile-voler-linciare-e-ammazzare-il-mostro-se-non-si-fa-qualcosa–celibato–non-c-entra-

  • Abusi, la Chiesa australiana non abolirà il segreto della confessione

    Abusi, la Chiesa australiana non abolirà il segreto della confessione

    Vescovi e religiosi respingono la proposta della Royal Commission di violare il sigillo e imporre l’obbligo di denuncia ai preti: contrario alla fede cattolica e alla libertà religiosa

    SALVATORE CERNUZIO
    CITTÀ DEL VATICANO

    Vescovi e religiosi australiani dicono “no” alla proposta di abolire il sigillo sacramentale della Confessione per denunciare eventuali casi di abusi appresi in confessionale. Il clero del nuovo continente approva quasi tutte le 122 raccomandazioni formulate dalla Royal Commission volte a riformare il sistema penale per tutelare meglio le vittime di abusi, specie quelle minori, tranne una. La 7.4, appunto, in cui si chiede di rimuovere il segreto durante il sacramento della Riconciliazione in modo che il sacerdote che venisse a conoscenza di crimini di pedofilia o abusi possa presentare denuncia alle autorità.

    Non si tratta di continuare a tenere in piedi un sistema di copertura degli scandali, come insinuato in queste ore da alcuni organi di stampa locale, e come effettivamente è avvenuto in diverse diocesi australiane negli ultimi 30/40 anni, ma – spiegano i vescovi della Conferenza episcopale (Acbc) e i religiosi cattolici (Cra) – si tratterebbe di imporre una pratica totalmente «contraria» alla fede cattolica, come pure alla «libertà religiosa». Principio, questo, riconosciuto dalla legge del Paese.

    La risposta, quindi, è no. Lo stesso no che già il presidente dei vescovi,l’arcivescovo di Brisbane Mark Coleridge, aveva espresso a dicembre («Un’intrusione dello Stato nel dominio del sacro», aveva detto) alla pubblicazione della proposta nel report di oltre 57 pagine della Commissione, frutto di una lunga e accurata indagine di quattro anni d’inchiesta a vasto raggio che hanno fatto emergere circa 4.440 casi di abusi su minori commessi tra il 1980 e il 2010, nei quali 1.880 sacerdoti risultano coinvolti . Scandali che hanno sfigurato il volto della Chiesa australiana.

    Dopo il presidente dei vescovi, 600 preti australiani avevano manifestato a luglio il dissenso verso l’ipotesi di legge che vorrebbe sostituire all’obbligo del segreto l’obbligo di una denuncia.

    A distanza di mesi, la posizione non è cambiata: «Sarebbe contrario alla nostra fede e ostile verso la libertà religiosa. Siamo impegnati alla salvaguardia dei bambini e delle persone vulnerabili, pur mantenendo il sigillo della confessione. Non vediamo le due cose come mutualmente esclusive», ha spiegato sempre Coleridge oggi, durante la presentazione in conferenza stampa del comunicato di risposta alle raccomandazioni della Commissione d’inchiesta. «Non vuol dire che ci poniamo al di sopra della legge – ha spiegato il prelato – siamo impegnati alla salvaguardia dei bambini e le persone vulnerabili, pur mantenendo il segreto. Non riteniamo che le due cose si escludano a vicenda, né che l’abolizione del segreto renderebbe i bambini più sicuri».

    Ciò non toglie che la Chiesa è disposta ad offrire la più piena collaborazione per la prevenzione e la lotta alla piaga degli abusi. «Never again» (mai più), è il motto di vescovi e leader di ordini religiosi: «Non vi saranno più insabbiamenti, non vi saranno trasferimenti di persone accusate di abusi, non si proteggerà la reputazione della Chiesa a spese della sicurezza dei minori», ha assicurato monsignor Coleridge.

    In ogni caso, la Chiesa cattolica australiana ha accolto con favore e preso in considerazione le varie raccomandazioni della Commissione Reale. Esattamente «il 98%», ha sottolineato il vescovo, affiancato durante la conferenza dalla presidente del Catholic Religious Australia suor Monica Cavanagh. Più nel dettaglio 47 indicazioni sono state accettate, 13 trasmesse alla Santa Sede, una è oggetto di ulteriori approfondimenti, cinque sono accettate in linea di principio, 12 sono sostenute e una appoggiata in linea di principio. Quest’ultima è relativa al fatto di condurre una revisione nazionale delle strutture di governance e di gestione di diocesi e parrocchie, particolarmente riguardo a questioni di trasparenza e responsabilità. «Troppi preti, religiosi e laici in Australia hanno mancato al dovere di proteggere e onorare la dignità dei bambini», ha commentato il pastore di Brisbane. «Molti vescovi hanno mancato di ascoltare, di credere, hanno mancato di agire. Queste mancanze hanno permesso ad alcuni molestatori di offendere ripetutamente, con conseguenze tragiche e a volte fatali».

    Invece, tra le raccomandazioni sottoposte all’attenzione della Santa Sede figurala possibilità di introdurre il celibato volontario per i sacerdoti. La proposta della Royal Commission era una modifica delle leggi canoniche sull’obbligo del celibato, tra le principali cause – secondo l’organismo governativo – della repressione sessuale dei sacerdoti e, dunque, dei comportamenti inappropriati sfociati in molestie o violenze. A riguardo, il numero uno dei vescovi ha spiegato che «la formazione iniziale e continuata dei sacerdoti sulla vita di celibato può aver contribuito a un maggior rischio di abusi sessuali a minori – ha ammesso – tuttavia la Commissione d’inchiesta non ha accertato una connessione causale fra celibato e abusi». Tuttavia sarà chiesto il consiglio di esperti teologi e canonici, e anche se «un rapido cambiamento nella disciplina universale del celibato del clero è improbabile» non è escluso che in futuro potrebbe esserci una possibilità.

    Tra le recommendations trasmesse dai presuli al Vaticano ci sono anche l’introduzione nel Codice di diritto canonico di norme specifiche per gli abusi sessuali sui minori; la modifica del “segreto pontificio” nei casi di violenze; la pubblicazione delle decisioni prese dalla Santa Sede e dai tribunali canonici; la modifica dei canoni relativi alla distruzione di documenti connessi con reati penali canonici.

    In conclusione del documento, vescovi e religiosi – che comunque precisano di «non poter parlare a nome di tutta la Chiesa», in quanto essa è un’istituzione articolata e «molto decentralizzata» – ringraziano coloro che hanno contribuito alle indagini e alla stesura del report. Ma il ringraziamento più grande va ai «sopravvissuti» per il coraggio avuto nel denunciare quanto subito: «Ad essi e alle loro famiglie – si legge – presentiamo le nostre scuse sincere e senza riserve e rinnoviamo l’impegno a fare il possibile per sanare le ferite degli abusi e rendere la Chiesa un luogo veramente sicuro per tutti».

    In questo senso, il rapporto finale della Royal Commission è «un significativo passo avanti in un cammino che continuerà nel futuro». Molte raccomandazioni sono infatti divenute già una prassi normativa nelle diocesi del paese, e le istituzioni ecclesiastiche – ha assicurato Coleridge – ottempereranno a qualsiasi legge futura in materia o che si stanno adeguando gli standard indicati dallo stesso organismo.

    http://www.lastampa.it/2018/08/31/vaticaninsider/abusi-la-chiesa-australiana-non-abolir-il-segreto-della-confessione-Ale4tzrfBHLLibMa8ffXDK/pagina.html