Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Schio

  • Violenza su minori in ambito settario e religioso, Stefania Ascari deposita una interrogazione parlamentare

    Violenza su minori in ambito settario e religioso, Stefania Ascari deposita una interrogazione parlamentare

    Malgrado giacciano ancora impolverate – la prima dal 2010, la seconda dal 2017 – sugli scaffali della Camera le interrogazioni parlamentari presentate dall’Onorevole Maurizio Turco e dall’onorevole Matteo Mantero, Stefania Ascari prova nuovamente a toccare l’enorme problema italiano dei minori abusati, in particolare da sette e in ambito religioso.

    Lo fa con una nuova interrogazione depositata il 15 novembre 2024 rivolta a PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI; MINISTERO DELL’INTERNO; MINISTERO DELLA GIUSTIZIA;  MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI E DELLA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE ai quali chiede:

     Al Ministro dell’interno, al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:

    in tutto il mondo esistono comunità di fede che forniscono risorse, sostegno e opportunità ai soggetti maggiormente vulnerabili, rivestendo un ruolo significativo anche nella protezione dei minori;

    altre istituzioni religiose sono tuttavia annoverate tra le organizzazioni formali in cui risultano gravi carenze nelle politiche di salvaguardia, abusi psicologici e sessuali sistematici verso i bambini e insabbiamenti delle accuse;

    in data 1o novembre 2024, l’Ansa ha riferito che una inchiesta della Procura di Firenze ha condotto all’incriminazione di un testimone di Geova accusato di abusi sessuali reiterati contro 7 bambine. Le violenze, protrattesi per 4 anni, avrebbero avuto inizio nel 2014 all’interno della Sala del Regno;

    con un comunicato stampa la confessione religiosa ha reso noto di ignorare la vicenda e di avere espulso l’affiliato nel 2018;

    secondo fonti governative estere e di stampa, i Testimoni di Geova sarebbero stati oggetto di plurime inchieste di autorità governative di Stati esteri che avrebbero concordemente rilevato, tra l’altro, le inadeguatezze delle procedure e politiche interne di tutela dei minori, la tendenza a non incentivare le denunce, l’occultamento di vicende di abusi e pedofilia, la mancata collaborazione con le autorità, nonché gravi casi di vittimizzazione secondaria;

    nei Paesi Bassi dove la confessione si sarebbe opposta all’invito di istituire una indagine interna sui casi di abusi in danno di minori, la Camera dei deputati avrebbe commissionato ai ricercatori dell’Università di Utrecht tale studio. Le pesanti conclusioni della relazione, resa pubblica nel gennaio 2020, sarebbero in linea con quanto emerso nelle inchieste governative;

    la recente indagine della Commissione reale neozelandese, oltre a confermare analogamente le risultanze delle altre commissioni governative, avrebbe evidenziato che l’interrogatorio di bambini e giovani vittime di abusi sessuali condotto dai membri del cosiddetto comitato giudiziario interno dei Testimoni di Geova, si sarebbe configurato come «inappropriato ed emotivamente e psicologicamente violento»;

    per istituire un comitato giudiziario in caso di abusi, i Testimoni di Geova di tutto il mondo, si avvarrebbero della regola scritturale dei «due testimoni» secondo cui una segnalazione di abusi è ritenuta attendibile solo laddove vi siano almeno due testimoni oculari del fatto;

    benché la religione sostenga che la regola disciplini unicamente questioni di natura ecclesiastica, le citate inchieste governative avrebbero rilevato che applicata a contesti di abuso su minori, avrebbe contribuito a falsificare la realtà, aumentato il rischio del crimine e generato ulteriore sofferenza alle vittime;

    anche nel nostro Paese gli organi di informazione avrebbero più volte riferito in merito a vicende di abusi e insabbiamenti in seno alla confessione, confermate da ex anziani di congregazione che presiedevano tali comitati giudiziari, senza tuttavia alcuna attenzione da parte istituzionale –:

    se non ritengano necessario e urgente, per quanto di competenza, adottare iniziative volte ad approfondire i fenomeni descritti in premessa;

    se e quali iniziative, per quanto di competenza, i Ministri interrogati intendano eventualmente adottare per fronteggiare il grave fenomeno degli abusi su minori in contesti religiosi.

  • Messina: prete arrestato per abusi sessuali su una donna ospite di una casa accoglienza

    Messina: prete arrestato per abusi sessuali su una donna ospite di una casa accoglienza

    Un sacerdote è stato accusato, e posto agli arresti domiciliari, con l’accusa di violenza sessuale nei confronti di una donna ospite in una casa di accoglienza di Messina.

    Le indagini, delegate alla sezione di polizia giudiziaria della procura di Messina, sono avviate dopo la denuncia presentata dalla vittima su episodi di abuso avvenuti nella struttura.

    «Il giudice per le indagini preliminari – dice la procura messinese – ritenendo sussistente una piattaforma indiziaria grave (costituita da testimonianze, acquisizioni documentali e sopralluoghi) di colpevolezza e un concreto rischio di reiterazione del reato, ha disposto la misura cautelare degli arresti domiciliari.

    In base alle prime informazioni – continuano dalla procura – il sacerdote nell’estate del 2022, approfittando della debolezza della vittima, avrebbe costretto la giovane donna, cittadina extracomunitaria da poco arrivata in Italia, a subire atti sessuali».

    Messina: prete arrestato per abusi sessuali su una donna ospite di una casa accoglienza

  • “Suore abusate e zittite: ora c’è un sindacato e il Vaticano lo boicotta”

    “Suore abusate e zittite: ora c’è un sindacato e il Vaticano lo boicotta”

    “Sono le donne a te nere in piedi la Chiesa. Le donne a testimoniare la carità, principalmente le donne a organizzare la rete di assistenza, a dare corpo e vita al cattolicesimo nel mondo. Nella Chiesa non esistono più suorine ignoranti, schiave ubbidienti e purtroppo silenti. Testimoni assolute del dolore e dell’orrore di cui erano vittime”.

    Lucetta Scaraffia, il suo impegno femminista dentro l’universo cattolico è riconosciuto e apprezzato. Mica tanto! Chiunque valo rizzi, studi, sostenga la condizione femminile viene emarginato, vigilato, tolto dal circuito del confronto e della discussione, non dico della decisione.

    Il potere dei maschi è ancora assoluto. Lei dice: la Chiesa è donna anzitutto. Sono i numeri che raccontano chi interpreta e rappresenta la Chiesa. È questa grande forza culturale femminile. Le suore oggi sono competenti, spesso laureate, assolutamente dentro il circuito culturale e sociale. Il potere è ancora tutto dei maschi?

    Il rapporto è uno a cento. Sappia che quando ho partecipa to al sinodo sulla famiglia subivo sempre la perquisizione all’ingresso. Mi conoscevano tutti eppure mi scambiavano sempre per qualcun’altra, ritenevano sempre di procedere con formalità che non erano necessarie per i maschi.

    Donna delle pulizie? Così chiedeva il picchetto della vigilanza vaticana per sincerarsi dell’identità. Però ci sono novità rilevantissime anche se misconosciute.

    La Chiesa al femminile. Le donne hanno saputo valorizzare un’organizzazione esistente –la Uisg – che raggruppa tutte le superiore generali del mondo, e che si oc cupa di difendere la condizione femminile nel mondo, di vigilare sul traffico degli esseri umani, di dare sostegno attivo alla lotta per la dignità delle persone. Gli organi di rettivi di questa associazione vengono eletti dalle iscritte, che valorizzano donne capaci e intraprendenti, non donne obbedienti. Le iscritte, cioè le suore? Esatto. La Superiora Generale è eletta, così come il comitato direttivo, l’ufficio stampa. Sembra il sindacato delle donne.

    È anche un sindacato, sì. Il problema è che i meriti di questa associazione sono stati riconosciuti dalle Nazioni Unite con onorificenze, ma non dal Vaticano. Non se ne parla in nessuno dei media d’oltretevere, non è considerata un interlocutore dalle gerarchie ecclesiastiche e dal Papa. Una condizione taciuta, chiusa alla vista. La Chiesa ancora è immersa negli scandali a sfondo sessuale. Io direi che più grave ancora della pedofilia è la sequela dei reati contro le donne.

    Nel conventi il numero degli aborti obbligati dopo le violenze e gli abusi è alto, così come le violenze sessuali e la gerarchia liquida la faccenda come una trasgressione, una viola zione del sesto comandamento da parte del maschio e della femmina. La fuitina dei peccatori, diciamo così. Ecco, in questo modo si copre l’orrore di veri e propri soprusi, la viltà della schiavizzazione. La verità è che la cultura ecclesiastica è essenzialmente paternalistica e le parole delle religiose che denunciano non contano niente.

    Ma Bergoglio è il Papa dell’apertura, il Pontefice che muta i rapporti di for za dentro il mondo immutabile di una gerarchia conservatrice, volta a sigillare la fede. La sua è la strategia del doppio colpo: uno al cerchio e l’altro alla botte.

    Sui gay dice: chi sono io per giudicare e poi se ne esce con quella parola (la frociaggine, ndr ) che oltraggia i gay e mina l’istituzione, prende a martellate l’edificio culturale e semantico con cui la Chiesa parla al mondo.

    Quando sento il Prefetto per la dottrina della fede Fernandez commentare un documento pontificio dicendo “fa re una cazzata”, capisco che il lessico è usato a mo’ di piccone. Cosa si aspetta da un piccone? Macerie.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2024/06/03/lucetta-scaraffia-suore-abusate-e-zittite-ora-ce-un-sindacato-e-il-vaticano-lo-boicotta/7572066/

  • REPLICA DELL’AVV. MARIO CALIGIURI AL COMUNICATO DEL SACERDOTE LIVIO GRAZIANO RESO ATTRAVERSO IL SUO DIFENSORE

    REPLICA DELL’AVV. MARIO CALIGIURI AL COMUNICATO DEL SACERDOTE LIVIO GRAZIANO RESO ATTRAVERSO IL SUO DIFENSORE

    Lascia basiti la sfrontatezza delle parole che il religioso ha affidato al suo difensore con cui, poco dopo la sentenza definitiva, si autoproclami innocente, rimettendosi con fiducia alla Giustizia Divina.

    A riguardo sono d’obbligo, senza alcuna pretesa di completezza, le seguenti osservazioni.

    La denuncia, tempestivamente presentata dal padre del tredicenne, ha consentito ai Carabinieri del Nucleo Investigativo di Avellino, l’avvio di indagini dall’esisto granitico in grado di resistere nel prosieguo del procedimento ad ogni successivo tentativo di confutazione in fatto ed in diritto.

    Basti considerare la sequela di segnali emotivi colti sul figlio, comprovati dal numero impressionante di messaggi inviati dal sacerdote sul cellulare del ragazzino.

    Ciò ha consentito agli inquirenti, oltre che approdare ad importanti elementi di prova, di poter desumere quei tratti di personalità del sacerdote inclini al controllo compulsivo ossessivo permanente.

    Il minore è stato ascoltato in ambiente protetto e ritenuto attendibile.
    A questo punto si rivolgono due domande.

    La prima è su quale sia stato il movente che ha animato un’intera famiglia a sostenere il falso.

    La seconda se sia il caso di appellarsi alla Giustizia Divina in considerazione dell’alta rischiosità di ottenere questa volta una pena perenne.

  • Simo non c’è più

    Simo non c’è più

    Simo non c’è più. Se ne è andata per sempre, dopo più di un mese di Covid che, con la fragilità portata dalla Sclerosi Multipla avanzata, l’ha devastata.

    È sato come un incontro sul ring, durato dalla metà di dicembre fino ad oggi. Le arrivava un colpo e lei reagiva, si rialzava; arrivava il secondo colpo e lei ancora reagiva e si rialzava, al terzo colpo di fila il suo organismo non ha retto e alla fine, dopo aver combattuto anche questa volta, ormai stremata, ha detto basta a una sofferenza che non le lasciava più scampo.

    Ci stringevamo le mani, ci guardavamo negli occhi. Quei suoi occhi che sono come l’infinito – per me parlarne al passato non è possibile – facevano trasparire la voglia di dire basta ma anche quella di non lasciarsi, dopo oltre vent’anni. “Hai combattuto con tutte le tue forze, se sei stanca ora è giusto che tu ti possa riposare”. Dai suoi occhi un’espressione di sollievo, il viso rilassato, anche dietro la mascherina che spara l’ossigeno, mi stringe forte la mano e inizia a rilassarsi e lasciarsi andare, non distogliendo il suo sguardo dolce dal mio.

    Trattengo le lacrime, la coccolo con una mano, mentre l’altra è ancora stretta con la sua, il suo volto dopo tanti giorni di sofferenza, di una lotta continua ed impari, diventa sereno. Le parlo ancora, ci parliamo soprattutto con gli occhi, come ormai facevamo da tempo, quando, nei momenti del riacutizzarsi della Sclerosi Multipla, faceva fatica a parlare. Senza più opposizione, piano piano scende la pressione, scendono le pulsazioni, entra così dopo qualche decina di minuti, in quella fase che precede l’addio. L’addio definitivo.

    Non posso smettere di stringere la sua mano, di accarezzarle il volto, di tenere la sua testa nella mia mano, con le dita tra i suoi capelli. Piano piano il respiro rallenta. Poi arriva l’ultimo, mentre i battiti del cuore sono ormai ridotti allo zero.

    Le lacrime a quel punto possono scendere, libere, mentre le gambe iniziano a dare segni di cedimento. È un’istante che sembra non passare mai.

    Vent’anni insieme, nelle battaglie dell’associazione che è nata soprattutto per la sua spinta ideale e pratica, e che fino all’ultimo ha voluto seguire e sostenere, nonostante le limitazioni sempre maggiori della sua patologia.
    Più di vent’anni insieme nella vita. La passione per la musica, i concerti, i libri… gli stessi valori. Si affrontava sempre ogni caduta come una spinta a rialzarsi. Gli attacchi che ha avuto sono stati tanti, troppi. Li ha sempre affrontati e vinti, recuperando tutto il possibile. Non voleva gli ospedali, era stanca dei ricoveri, soprattutto dopo il 2016. Voleva curarsi e recuperare a casa, nel suo ambiente. E così si è fatto. Grazie ai terapisti dell’Aism, in particolare Matteo e Sara. Grazie all’assistenza costante della Gigi Ghirotti, in particolare con Manuel, Cristina, Yuri, ai volontari, alla neurologa dottoressa Marogna e allo pneumologo dottor Ferrara. Grazie al nutrizionista, dottor Bogdanovic, che l’ha seguita con costanza senza guardare ai giorni festivi o agli orari. Così è stato sino al penultimo giorno, quando poi l’ossigenazione troppo bassa ha convinto anche lei a dire “sì, andiamo al Pronto Soccorso”. Un rischio per lei, con le difese immunitarie ormai abbattute, di contrarre altri nuovi contagi. Ma solo così si poteva tentare di vincere l’ultima battaglia o, quantomeno, arrivare ad una fine serena e dignitosa. Come poi è stato, grazie agli operatori di Villa Scassi.

    In 59 anni aveva sofferto l’inverosimile e non si è mai arresa, fino a poco prima delle cinque del 18 gennaio. Le avevo promesso di non lasciarla mai, di prendermi cura di lei e di rispettare le sue volontà. Una promessa che pesava più a lei che a me. Non voleva restare sola e quando stava male comunicava solo con me, con gli altri serrava la bocca o, in certi casi, mandava l’interlocutore tranquillamente in quel posto.

    Negli ultimi ricoveri, compreso quello senza ritorno, non è mai rimasta sola. Non potevo tradire quella promessa che mi aveva chiesto di farle e che il suo sguardo smarrito, quando ci si è dovuti separare, ieri per alcune ore, arrivati all’Ospedale, mi ricordava.

    È stata dura in questi anni, vedere i colpi che la malattia le infliggeva a ripetizione. Ma è stato naturale accompagnarla in questi momenti e sostenerla nella sua reazione e ripresa. Ancora l’estate scorsa, quando per la mancanza di cerotti alla scopolamina, era arrivata la bronchite. Pochi mesi ed eccola che aveva recuperato. Sino all’arrivo del Covid.

    Non ci credo ancora che non ci sia più. Non riesco ad accettarlo. Non posso vedere stanza e ufficio vuoti. Vuoti sì, perché manca lei. Manca la sua determinazione e schiettezza nel portare avanti le battaglie della “Casa”. Anche qui, non usava mezzi termini, era diretta, coraggiosa. Quando non ha più potuto seguire direttamente le attività esterne, voleva essere aggiornata. Tenuta informata. Soffriva per non poter essere più attiva come prima, ma ha sostenuto la “Casa” come nessun altro ha fatto in questi anni, dando il poco che aveva per permettere di continuare il lavoro iniziato nel 2004, fino a che siamo diventati un’associazione nel 2016. L’ironia era una delle sue armi migliori, così come il non tirarsi indietro davanti agli attacchi era forse il principale tra i suoi tratti caratteriali. Non si nascondeva e metteva faccia, nome e cognome. Odiava il compromesso, la reticenza e l’indifferenza.

    Ora però non c’è più.
    È vero senza alcun dubbio che era ormai stanca di questa lotta continua contro i colpi della Sclerosi Multipla e di ciò che a margine la colpiva. È vero che si è liberata da un dolore che ormai era diventato insopportabile ed è stata serena nelle ultime ore prima di addormentarsi e andarsene per sempre. È tutto vero, non vi è dubbio. Ma il vuoto che ha lasciato in me non trova fine. Mi manca e mi mancherà per sempre, perché non era “un peso” sostenerla e curarla, giorno e notte, in ogni momento di bisogno. Era naturale farlo. Era nella natura stessa del rapporto che avevamo. Così come era naturale confrontarsi con lei, sempre, sulle cose da fare come associazione, anche negli ultimi pesanti mesi.

    Simo mi ha insegnato a non cedere davanti alle cadute. Mi ha dato forza in questi decenni, perché quella forte tra noi due era lei, che contro ogni tentazione egoistica davanti al personale dolore della malattia, ha dato una prova di forza straordinaria: combattere quella patologia devastante che l’accompagnava e al contempo le ingiustizie e le mafie.

    Non riesco a entrare nella stanza e in ufficio. Non ce la faccio. È troppo doloroso. E non entrando mi viene spontaneo l’impulso di aprire la porta perché “ora vado a vedere come va Simo”. Ma Simo non c’è più. È e resterà per sempre dentro di me. Non posso dirle addio. Non ci riesco. Fa male, troppo male.

    Le lacrime scorrono. Scorrono anche se penso: ora ha smesso di soffrire, e si è meritata quelle poche ore di serenità che hanno anticipato il riposo profondo e quindi la morte. Scorrono anche se vi è la consapevolezza che ormai questa botta finale aveva compromesso praticamente ogni organo e l’equilibrio del suo fragile corpo e se, per una sorta di miracolo, ne fosse uscita, non sarebbe più stata la persona che desiderava essere ma si sarebbe ritrovata ridotta a uno stato vegetativo, una prospettiva che aveva sempre rifiutato. Lei, con il suo attivismo, con il suo coraggio e la sua determinazione, non avrebbe mai voluto – mai e poi mai – finire così. Consapevolezze che danno certamente un leggero sollievo al dolore, ma non lo cancellano. Non possono cancellarlo, perché lei non c’è più.

    Grazie a chi è venuto, a chi ha telefonato, a chi ha scritto. Grazie di cuore a tutti, a chi ha espresso le condoglianze, a chi ha mandato o dato un abbraccio, a chi ha cercato di dare consolazione. Grazie davvero. Ma c’è una cosa che Simo merita: rimanere “viva” nel ricordo di tutti coloro che l’hanno conosciuta. E chi l’ha conosciuta sa che per lei il ricordo è impegno, altrimenti è solo retorica e la retorica non la sopportava proprio.
    Tenerla “viva” è portare avanti il lavoro della “Casa” che le è costato tanti sacrifici. Tenerla “viva” è l’espressione di un saluto da parte di chi l’ha incrociata nella sua vita di impegno, sabato alle ore 12 al Tempio Laico del Cimitero Monumentale di Staglieno. Si dice sempre che chi ci lascia “vive” nel ricordo e nel portare avanti il suo impegno, e allora questo credo sia il modo migliore per farla “vivere” ancora.

    Ma il mio GRAZIE più profondo, come se la stringessi ancora in un abbraccio, è te Simo. Per questi decenni vissuti ed affrontati insieme. Un percorso di vita intenso, con tutte le difficoltà incontrate, che ora fanno sentire un vuoto davvero incolmabile, in cui vi sono i ricordi che si sovrappongono, le sensazioni vissute che riemergono, che se rendono quel vuoto della tua assenza ancora più profondo, resteranno per sempre dentro di me.

    Christian Abbondanza Simonetta Castiglion

  • ARGOVIA – Prete pedofilo presto libero perché «impossibile eliminare la sua dipendenza»

    ARGOVIA – Prete pedofilo presto libero perché «impossibile eliminare la sua dipendenza»

    AARAU – Dal 2000 ha consumato in maniera ossessiva materiale pedo pornografico. Ulteriore aggravante è che sempre dal 2000 e fino al 2013 l’uomo è stato vice parroco in diverse chiese del canton Argovia e poi anche nei cantoni Berna e San Gallo. E a nulla sono serviti, in questi decenni, terapie di gruppo e procedimenti penali perché ha continuato a consumare contenuti illegali. E adesso, a breve, l’uomo sarà rilasciato dal carcere.

    La storia – Ma ecco nel dettaglio cosa è accaduto in questi lunghi anni fino ad arrivare alla recente decisione. Nel 2013 il tribunale distrettuale del Toggenburg lo ha condannato a una pena detentiva di un anno, sostituita però con misure terapeutiche ambulatoriali. Cure che sono durate per tre anni fino a quando, visti i rapporti positivi delle autorità, le misure sono state revocate. Purtroppo però la realtà si è ben presto dimostrata differente e il pastore si è ben presto comportato come in passato continuando a consumare materiale pornografico illegale anche mentre frequentava le sedute di terapia.
    Sono così scattate nuove indagini e, nel 2018, il tribunale distrettuale argoviese ha condannato l’uomo a una pena detentiva di 22 mesi.  Anche in questo caso si è deciso di sostituire la detenzione con un trattamento psichiatrico ospedaliero. Ma gli effetti non sono stati molto convincenti visto che si è scoperto come l’uomo, dall’ospedale, avesse scritto una lettera dal contenuto pornografico a un quindicenne. Ragione per cui ha subito una nuova condanna

    Si arriva così fino al 2020 quando il pastore si rivolge al Tribunale federale per difendersi dalla misura di ricovero, che all’epoca era già durata più della pena detentiva. Ricorso respinto.

    Infine la vicenda arriva ai giorni nostri visto che i cinque anni complessivi per i quali il tribunale distrettuale aveva imposto la misura di ricovero sono terminati ad agosto 2023. Il sistema carcerario argoviese aveva già chiesto una proroga di due anni, cosa alla quale anche l’uomo si è opposto. E in questo caso la Camera d’appello del Tribunale superiore di Argovia ha ordinato il suo rilascio immediato perché «la terapia non era abbastanza efficace».

    Gli esperti – Affinché la misura ospedaliera possa essere prolungata, deve esserci ancora un rischio per la sicurezza pubblica: terapisti, esperti e medici concordano sul fatto che questo esiste ancora. Sul cuore del tema si è però così espressa la Camera d’appello del Tribunale superiore di Argovia. «Il rischio che il sacerdote continui a consumare materiale pedo pornografico non può essere eliminato, ma può solo essere leggermente ridotto», si legge nella relazione di un esperto risalente al 2022. E la Corte teme che l’uomo «continuerà a utilizzare tale materiale in futuro e lo consumerà in misura imprevedibile». La proroga della misura di ricovero è stata quindi respinta e l’uomo dovrà essere liberato.

    https://www.tio.ch/svizzera/attualita/1724479/prete-pedofilo-presto-libero-perche-impossibile-eliminare-la-sua-dipendenza

  • SPAGNA – Questo è il rapporto di Cremades

    SPAGNA – Questo è il rapporto di Cremades

    I vescovi hanno opportunamente nascosto la notizia all’interno della dichiarazione di mercoledì scorso in cui ne riportavano la consegna, senza avvisare i media né farla apparire in prima pagina sul loro sito. 231219-Informe-Cremades-Calvo-Sotelo

    Chiavi: L’azienda propone un risarcimento compreso tra 6.000 e 100.000 euro per le vittime di abusi nella Chiesa e la creazione di un fondo iniziale di 50 milioni di euro, da parte della Conferenza Episcopale e della Conferenza dei Religiosi, per coprire queste spese

    La Chiesa coprirà le riparazioni per le vittime, “qualunque sia l’ordine, con i propri beni, per la fornitura e la garanzia dell’adeguatezza di cui eventualmente dispone di beni immobili”.

    “In nessun caso si può condizionare il patrimonio dei carnefici, né solidarizzare il rischio generato con i parrocchiani che non possono essere utilizzati per aumentare le risorse disponibili, né utilizzare i fondi provenienti dallo Stato o lo stanziamento dello 0,7% del personale imposta sul reddito. “

    “Più di 100.000 ore di lavoro e numerose difficoltà di ogni genere hanno segnato il nostro cammino alla ricerca della verità dei fatti, della verità giuridica, della verità umana e della verità istituzionale”

    «Una delle cose che abbiamo sentito più spesso è che la Conferenza episcopale vive in una sorta di paranoia. Conoscono i dati, sanno che c’è un grosso problema, perché non sono pochi casi, ma migliaia nel corso degli anni.

    Da anni, però, non sanno come reagire e ricorrono, forse istintivamente, al solito meccanismo, che ci ha portato fin qui: non essere proattivi con i dati, e negare la realtà sistemica del problema, sostenendo che lo è – come in Si tratta – accade – di una percentuale minoritaria del clero spagnolo.

    La percezione di molti è che i vescovi siano preoccupati della propria responsabilità.

    È evidente che ce l’hanno”.

    231219 Segnala Cremades Calvo Sotelo di Jesús Bastante su Scribd

    https://www.religiondigital.org/espana/documentos-RD-informe-cremades-abusos-iglesia-espana_0_2626237365.html

  • Ex responsabile di Azione Cattolica arrestato per violenze su minori. La procura accusa: «Protetto dalla Curia»

    Ex responsabile di Azione Cattolica arrestato per violenze su minori. La procura accusa: «Protetto dalla Curia»

    Responsabile nazionale dell’Azione cattolica ragazzi dal 2002 al 2008. Poi di quella di Tivoli e anche responsabile locale dell’ufficio scuola della Diocesi. E ancora vice preside dell’istituto Fermi, autore di pubblicazioni sull’educazione religiosa dei più giovani, di video online durante il lockdown («Mi mancate ragazzi»), accompagnatore nei campi scuola e nei soggiorni di studio in varie città italiane. Mirko Campoli, arrestato ai domiciliari, non è solo un professore di religione.

    È un personaggio ben conosciuto dalla Curia di Tivoli, che secondo la Procura della cittadina alle porte di Roma non ha fatto molto per denunciare gli abusi che il 46enne avrebbe commesso su almeno quattro minorenni fra il 2016 e il 2021. L’ultima violenza su un 13enne già ospite di una casa famiglia a Roma per ragazzi vittime di abusi sessuali, dove Campoli era stato trasferito in seguito alle ripetute segnalazioni sul suo comportamento.

    «Il clima di diffidenza verso le dichiarazioni dei minorenni non ha consentito un rapido intervento da parte delle forze dell’ordine che avrebbe potuto evitare ulteriori violenze sessuali: il clima di omertà ambientale è molto simile a quello mafioso. Chi non denuncia deve sapere che avrà sulla coscienza eventuali ulteriori violenze ai danni di altri bambini. Non vogliamo fare processi morali, ma se avessimo avuto subito dall’autorità religiosa tutte le carte, lo avremmo fermato prima», accusa senza mezzi termini il procuratore di Tivoli, Francesco Menditto, che ha coordinato le indagini del commissariato locale dopo la prima denuncia del 23 marzo.

    Il riferimento è proprio al comportamento delle autorità religiose che avrebbero quantomeno sottovalutato la portata di ciò che era accaduto ai ragazzi, fra i 10 e i 15 anni. Compresa quella al Consultorio diocesano, del quale è presidente il vescovo di Tivoli, monsignor Mauro Parmeggiani, che ieri ha sottolineato come «appena appresa la notizia di un presunto abuso fu inviata immediata segnalazione all’autorità di pubblica sicurezza» e «ricevuta poi la denuncia in sede canonica da parte dei genitori della medesima presunta vittima, constatato il fumus delicti, da parte sua ha immediatamente revocato l’idoneità all’insegnamento della religione cattolica al docente e da allora lo stesso non ricopre più alcun incarico pastorale nella diocesi». Il vescovo «esprime il proprio dolore e quello della chiesa locale, insieme alla vicinanza e intima sofferenza verso coloro che soffrono in questo frangente».

    Secondo il gip tuttavia «il prof era un uomo impossibile da odiare, un secondo padre, una persona conosciuta e benvoluta da tutti, capace di comprare il silenzio delle vittime con regali costosi, ma anche con l’ascolto, con la comprensione, con parole adatte a consolare dalle angosce dell’adolescenza». Così avrebbe approfittato della condizione di inferiorità fisica e psichica per abusare di due ragazzini che frequentavano strutture religiose fra il 2016 e il 2020 e fra il 2018 al 2020. E ancora: da educatore di un campo scuola avrebbe violentato un altro minore «all’interno di una struttura destinata alla formazione» a Loreto (Ancona) nel luglio 2017. Infine l’ultimo episodio, a Roma, su un altro adolescente nella casa famiglia dove era stato trasferito.

    In realtà chi ha segnalato alla diocesi quello che stava accadendo, si sarebbe sentito rispondere che bisognava essere cauti perché la madre di Campoli era molto malata e il coinvolgimento del figlio in una storia del genere avrebbe potuto far precipitare la situazione. Ora il professore è ai domiciliari con il braccialetto elettronico. Secondo il gip «in atti vi sono elementi che consentono di confidare in atteggiamenti collaborativi e/o resipiscenti da parte dell’indagato», pur sottolineando che Campoli «non ha avuto scrupoli nell’approfittarsi nella fiducia in lui riposta» dai genitori che gli avevano affidato i figli, «ignorando completamente le gravi ricadute del suo agire nei confronti dei minori», e c’è il rischio che «il medesimo reiteri condotte analoghe».

    Il sospetto è che in questo lasso di tempo ci siano state altre violenze. Almeno altre due. «Risulta agli atti – spiega ancora Menditto – che i minorenni avevano rivelato in confidenza, temendo di non essere creduti, come poi è purtroppo accaduto». Ora le indagini proseguono: «Chiunque ritenga di avere informazioni utili – è l’invito del procuratore – può prendere contatti con il commissariato di Tivoli al numero 0774/319482».

    https://roma.corriere.it/notizie/cronaca/23_maggio_24/ex-responsabile-di-azione-cattolica-arrestato-per-violenze-su-minori-la-procura-accusa-protetto-dalla-curia-965410e6-9ca3-401d-9405-6eba91517xlk.shtml

  • Patriarcato: quanto conta la sudditanza ideologica nel non raggiungimento o nella negazione dei diritti?

    Patriarcato: quanto conta la sudditanza ideologica nel non raggiungimento o nella negazione dei diritti?

    Uno dei motivi non da poco per cui in Italia non si denuncia l’abuso minorile e non, ha uno stretto legame con l’ancora radicata cultura patriarcale del paese.

    Mentre se pur sgradevole il rapporto tra una bambina (nelle donne adulte spesso spacciato per consenziente) ed un adulto maschio, è “tollerato” in quanto rappresenta nell’immaginario collettivo e culturale del paese, il caso dell’autorità maschile che esercita un suo “diritto”, rendendo quasi “pretestuosa” la “polemica” perché la fanciulla era minorenne, spesso “aggravata” dal fatto che questa fosse anche in balia dello sviluppo e, magari, a legittima difesa “provocante”…

    Dall’altro lato dello squilibrio, si nota invece quando la vittima è un ragazzino e lo stupratore una donna adulta, malgrado i moltissimi casi, praticamente nessuna denuncia. Spesso addirittura un vanto per chi subisce. Quasi come se in questo caso cambiasse nella psiche della vittima un qualcosa che non è legato realmente alla psiche e al trauma effettivo, ma che è accolto meglio culturalmente, quindi non si riflette nell’apparenza in modo negativo.

    La situazione di chi poi si riconosce o non si riconosce, a seguito di molestie sessuali da parte del suo stesso sesso, che sia sia omosessuale e ancora più complesso nella seconda. Una cosa che non dovrebbe essere un problema in una società civile in quanto si sta denunciando un crimine subito, la propria sessualità non conta, tranne che per i pregiudizi ideologici, ma di fatto pesa come nelle precedenti due situazioni.

    Tre situazioni che sistematicamente notiamo pesare spesso nelle denunce che pervengono in associazione. Situazioni che creano un ulteriore ostacolo alla libertà della denuncia, spesso anche a comprendere in tempi procedibili dalla giustizia, il crimine subito.

    Un unico punto di partenza culturale, che si fonda su basi ideologiche di certo poco democratiche e rinnegate da qualunque convenzione civile nel pianeta, ma ancora in voga in Italia, con un peso tristemente ancora notevole.

    Ci troviamo di fronte al caso di persone che a fronte di una Costituzione democratica mai applicata, dove dovrebbero circolare per il paese, anche se ignoranti tutelati dai diritti, restano invece vittime di stupro e successivamente delle stesse Istituzioni dello Stato.

    Per via di un pregiudizio culturale che va rispettato, ma non può negare come sta facendo i diritti ed essere di ostacolo (per timore del giudizio) alla denuncia di un crimine.

    F.

  • R come Rupnik, come Ribes? R come “Rape Culture”

    R come Rupnik, come Ribes? R come “Rape Culture”

    Il caso recentemente emerso degli abusi perpetrati dal gesuita p. Marko Rupnik non rappresenta nulla di nuovo in ambito ecclesiastico.

    L’unico elemento di novità è costituito dalla notorietà del soggetto, tenuto in altissima considerazione e venerato tanto da raggiungere una sorta di intoccabilità. Per il resto, le dinamiche emerse non mostrano altro che un sistema consolidato:
    – di reti di potere, rinsaldate dall’appartenenza a un grande Ordine religioso;
    – di perversione del potere, che usa il sacro per mistificare;
    – di massimo controllo sulle vittime e di assoggettamento del loro pensiero, delle azioni e delle scelte;
    – di coperture rese possibili da un meccanismo di opacità e omertà, dal culto idolatrico della personalità e dalla mancanza di credibilità attribuita alle vittime per il solo fatto di essere donne adulte.

    La stessa richiesta della Compagnia di Gesù alle vittime di farsi avanti, dopo un’altalena di affermazioni contraddittorie e tutt’altro che trasparenti, risponde a una logica di svalutazione delle persone coinvolte, la
    cui sfiducia nell’istituzione sarebbe più che legittima.

    Il singolo caso, nei suoi elementi strutturali, assomiglia a tanti altri: uno per tutti, impressionante anche per l’identico contesto artistico, è quello del francese p. Louis Ribes, il “Picasso della Chiesa”, accusato di aver abusato sessualmente di decine di bambini e bambine, dopo averli convinti a posare per le sue opere.
    Occorre tuttavia superare la frammentarietà dei singoli casi, soprattutto per risalire il fiume e individuare e riconoscere le radici strutturali degli abusi, frutto di una cultura pervasiva ben salda nella Chiesa cattolica:
    – una teologia del ministero ordinato che divinizza il prete (alter Christus, ipse Christus), ponendolo in una posizione asimmetrica di superiorità e persino di differenza d’essenza (cf. LG 10) rispetto al resto del popolo cattolico, in particolare rispetto alle donne.

    Questa posizione apre la strada ad abusi affettivi, di potere, psicologici, spirituali, sessuali e patrimoniali, e consente al prete predatore, con il suo corredo di mistificazioni teologiche tese a legittimare i suoi atti, di manipolare le vittime e di risultare più credibile della vittima che lo denuncia.
    – La negazione e l’annullamento della dimensione sessuale con ricadute devastanti sulla vita dei preti; esiste nel clero un analfabetismo affettivo e relazionale di gravissimo livello, in contraddizione con il ruolo di guida che ricopre di fatto perfino nelle relazioni intime dei fedeli.

    Il celibato ministeriale obbligatorio, spesso unicamente di facciata, è funzionale tuttavia ad avvalorare la qualità ascetica e superiore del prete stesso; la sessualità umana, compressa e repressa, ne viene patologizzata e pervertita, privata spesso della dimensione relazionale-empatica
    e trasformata così in puro strumento di gratificazione autoreferenziale e strumento di controllo e potere sulle persone.
    – Una svalutazione delle donne, ancora trattate, nella pratica e nonostante proclami di ogni sorta, come esseri di serie B. Una svalutazione veicolata tramite una mariologia mistificante, strumentalmente tesa a trasmettere un ideale femminile di superiorità fittizia, docilità e obbedienza, che nega in definitiva un piano di parità con gli uomini; una svalutazione che va ricondotta alla «logica del dominio del chierico maschio “ontologicamente superiore”» (cfr. comunicato del 22/12 del gruppo “Re-in-surrezione”).
    – Una vita consacrata femminile nella quale difficilmente le capacità intellettuali sono fatte crescere, i talenti alimentati, le competenze valorizzate, a tutto favore di una permanenza delle religiose in un ruolo di subalternità, non di rado ben poco rispettoso della dignità e dell’autonomia della persona.
    – Una permanente tutela dell’istituzione a fronte del diritto alla giustizia, alla verità e alla dignità delle vittime e dei sopravvissuti/e ad abusi perpetrati dal clero, che si tratti di bambini, di donne o di persone in situazione di vulnerabilità; una tutela dell’istituzione che si nutre di omertà, di mancanza di trasparenza, di conservazione di equilibri di potere, di ritorsioni; che esprime viltà, disonestà intellettuale e quanto di più lontano dal messaggio evangelico; che porta a una rivittimizzazione delle persone colpite, le quali si sentono tradite per la seconda volta da quell’istituzione che hanno chiamato “madre” e da quegli uomini che hanno chiamato “padre”.
    – Una giustizia canonica opaca e “personalizzabile” che si flette e si torce sempre e solo in difesa dell’imputato e a misura della sua grandezza e fama; che non conosce trasparenza né comunicazione pubblica e si aggrappa alla decadenza dei termini per salvare il colpevole; che nel nostro Paese, svincolata da qualsivoglia obbligo giuridico di denuncia alla giustizia laica, spesso abbandona la vittima al suo destino, nell’impunità consentita dall’assenza totale di vigilanza e attenzione dello Stato nei confronti di ogni tipo di abuso perpetuato nella Chiesa.

    Le dinamiche dolorosamente – ma opportunamente – narrate dalla stampa, cui va ascritto il merito di aver fatto emergere il caso Rupnik, non hanno trovato nessuno di noi impreparato. L’abuso – affettivo, di potere, psicologico, spirituale, sessuale, patrimoniale – è insito nella cultura stessa, autoreferenziale e autoprotettiva, dell’istituzione, rimasta essenzialmente clericocentrica nonostante il Concilio Vaticano II.

    È ora che la base cattolica e la cittadinanza aprano gli occhi e gridino il loro “basta!” davanti a questo sfiguramento della dignità e dei diritti umani; che le vittime possano prendere la parola e testimoniare apertamente, senza timore di non essere credute o di ritorsioni, questo scempio fatto in nome del Vangelo; che le donne nella vita consacrata pretendano strumenti di emancipazione, formazione, discernimento e autonomia; che la gerarchia della Chiesa si occupi in primo luogo di chi è stato ferito, annientato, ucciso nello spirito, quando non anche nel corpo.

    https://italychurchtoo.it/2023/01/r-come-rupnik-come-ribes-r-come-rape-culture/