Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Australia, il 7% dei preti cattolici avrebbe molestato 4mila bambini

    Australia, il 7% dei preti cattolici avrebbe molestato 4mila bambini

    Sono più di 4500 i minori che avrebbero subito abusi sessuali da parte di preti cattolici in Australia tra il 1980 e il 2015. Lo rivela un rapporto della Commissione federale d’inchiesta istituita 4 anni fa per indagare il fenomeno dagli anni ‘50 ad oggi. Le cifre sono inquietanti: sotto accusa il 7% dei sacerdoti ma in alcune chiese si raggiungono punte del 40%.

    Le vittime

    Ad essere prese di mira soprattutto le bambine di 10 anni e mezzo e i maschi di 11 anni e mezzo. «Le storie delle vittime sono tutte uguali e questo è molto deprimente» ha detto alla Bbc Gail Furnell, il capo degli avvocati che assistono la commissione nel suo lavoro. «I bambini sono stati ignorati o peggio ancora puniti per aver raccontato i fatti. Nessuno ha indato sulle loro accuse. I preti o altre figure religiose sono stati spostati in altre parrocchie senza che si sapesse nulla del loro passato» ha aggiunto Furness.

    Le cifre

    Sotto inchiesta ci sarebbero 1000 istituzioni della Chiesa cattolica australiana ma la commissione sta indagando anche su organizzazioni non religiose. In cima alla triste classifica St. John of God Brothers dove il 40,4 dei religiosi è sotto accusa, seguita dai Christians Brothers con il 22% e dai Salesiani di Don Bosco con il 21,9%.

    L’inchiesta

    È l’inchiesta più approfondita sulla pedofilia nella storia d’Australia, che ha indagato su chiese, enti di beneficenza, governi locali, scuole, organizzazioni comunitarie, gruppi di boy scout e club sportivi, e sulla polizia. Non sono solo le comunità cattoliche ad essere nel mirino. Il 60% delle denunce di abusi riguarda organizzazioni religiose di cui circa due terzi sono cattoliche.

    Le scuse

    La Chiesa cattolica australiana parla di «un fallimento gigantesco» nel compito di proteggere i bambini. «Questi numeri sono tragici, scioccanti e indifendibili. Come cattolici ci vergogniamo» dice con le lacrime agli occhi Francis Sullivan il capo del Consiglio per la verità, la giustizia e la cura che si occupa di rispondere al rapporto. Nelle prossime settimane è prevista l’audizione di alcuni sacerdoti. Il rapporto finale sarà presentato alla fine dell’anno.

    Il Vaticano

    Il Vaticano segue con attenzione il caso. Il cardinale George Pell, oggi ministro per l’economia di Papa Francesco, lo scorso marzo ha deposto davanti alla commissione che lo accusa, in sostanza, di avere coperto, negli anni ‘70 e ‘80, sacerdoti responsabili di abusi, permettendo che fossero trasferiti da una parrocchia all’altra, e di aver insabbiato gli scandali. Il cardinale aveva parlato con i commissari in collegamento video dall’Hotel Quirinale di Roma, una Bibbia per prestare giuramento: «Non sono qui per difendere l’indifendibile. La Chiesa ha commesso errori enormi ma sta lavorando per rimediare». «In quel tempo, se un prete negava questi comportamenti, io ero fortemente incline a credergli» è stata la sua difesa.

    http://www.corriere.it/esteri/17_febbraio_06/australia-7percento-preti-cattolici-avrebbe-abusato-4mila-bambini-aa09bea8-ec42-11e6-b0dc-72bd53481b5d.shtml

  • «I casi di pedofilia? Guardiamo avanti»

    «I casi di pedofilia? Guardiamo avanti»

    Il vescovo Marino: Savona ripiegata su se stessa, non rimuoviamo il passato ma guariamo dalle ferite

    SILVIA CAMPESE SAVONA.

    «Invito i savonesi a intraprendere un percorso di guarigione della memoria. Non rimuovere, ma imparare a guardare avanti». Risponde così il nuovo vescovo Calogero Marino, invitato a esprimersi sul dramma della pedofilia, che ha sconvolto la diocesi savonese. Ieri mattina, in visita al Campus di Legino, come aveva promesso sin dai primi giorni del suo insediamento, lo scorso 15 gennaio, don Gero (come ama farsi chiamare) ha voluto conoscere l’università savonese confrontandosi con gli studenti, in modo informale, senza sottrarsi alle domande dei ragazzi, nell’aula magna e, poi, in giro per le strutture e le palazzine della cittadella. Il tutto lontano dall’ufficialità: no all’abito talare, nessun accompagnatore. Soltanto lui, con la sua Punto grigia, con cui ha raggiunto, dal vescovado, l’università, in uno stile improntato alla semplicità, molto vicino a quanto predicato e messo in atto da Papa Francesco. «Dagli incontri che sto avendo in questo primo periodo–ha detto-ho percepito una città, per alcuni versi, ripiegata su se stessa. Persino nei rapporti con Genova, “nemica” di Savona, come si legge nei libri di storia, eppure percepita, ancora oggi, da alcuni anziani, come rivale. Bisogna imparare a guardare avanti: custodire la memoria del passato, ma investire sul futuro». Infastidito dalla domanda ricorrente, relativa alla pedofilia e ai drammatici casi che si sono verificati nella diocesi savonese, il vescovo Marino ha sottolineato il concetto di “«guarigione della memoria»: affrontare il passato, ma non restarne imprigionati. Un invito in diretto a voltare pagina, senza ignorare, o rimuovere, ciò che è accaduto. Al punto che il vescovo ha dichiarato la propria disponibilità a incontrare le vittime di pedofilia, aderenti alla Rete l’Abuso, presieduta da Francesco Zanardi. «Sono disponibile a incontrare chiunque me lo chieda», ha chiosato sull’argomento. Un tema delicato, che monsignor Marino ha utilizzato come punto di partenza per una riflessione sul ruolo educativo degli adulti: i genitori, i docenti, ma anche i sacerdoti. «I nostri giovani–ha sottolineato–hanno bisogno di essere accompagnati, non invasi. Hanno bisogno di fiducia. Hanno bisogno, ancora, di avere al proprio fianco, adulti capaci di autorevolezza. Fior fiore di psicanalisti ha parlato di una società senza padri: un problema che riguarda anche la nostra chiesa. Si deve educare a giusta distanza. Non troppo vicini, ma nemmeno troppo distanti. Quella degli scout è una buona palestra di umanizzazione e vedo che, a Savona,i gruppi sono molto attivi». Una città da “annaffiare” ha detto il vescovo con una metafora. «A casa avevo una pianta quasi del tutto secca– ha raccontato -. La davo ormai per morta, ma poi, non so nemmeno il perché, le ho dato un po’ d’acqua. Si è ripresa e ho iniziato,ogni giorno, a innaffiarla. Credo che il meccanismo sia simile a quello che serve anche qui rispetto al rapporto con il passato e con il futuro». Parole accolte con interesse dai ragazzi, che hanno donato al vescovo la maglia del Campus. «Gli adulti che non si divertono – ha detto- non sanno fare i genitori, i docenti e nemmeno i preti. Qui vedo tanta passione, tanta cura nelle strutture, di grande bellezza. Ho studiato Legge in via Balbi a Genova, ma qui vedo un ambiente più accogliente e piacevole». Calogero Marino, accompagnato dal delegato del rettore,Federico Delfino, ha voluto conoscere le dotazioni tecnologiche del Campus, dalla centralina del controllo energetico, alla biblioteca multimediale. Ha parlato con gli studenti chiedendo a ciascuno di presentarsi informandosi sulle materie di studio, il paese di provenienza. A un giovane libanese ha detto: «Mi piace imparare dai giovani. Mi piacerebbe imparare la tua lingua». Affrettato nel salutare i ragazzi ai tavoli di studio, si è lasciato scappare, con i docenti, il timore di «far perdere tempo agli altri. È la mia paura costante». Una stretta di mano a tutti e via, sulla sua utilitaria.

    IL SECOLO XIX del 04-02-17

  • “Vi svelo i casi di 200 preti pedofili che il Vaticano continua a coprire”

    “Vi svelo i casi di 200 preti pedofili che il Vaticano continua a coprire”

    Crimini sessuali e violenze secretati dalla Chiesa che non collabora con i magistrati italiani nonostante il papa proclami trasparenza. E abusi che si moltiplicano

    di Cristiano Sanna

    Il caso di Don Andrea Contin e della parrocchia nel Padovano dove si consumavano orge, con donne ma anche con uomini di colore, e filmando il tutto, è solo la punta di un iceberg sempre più grosso. Sono duecento i casi di abusi sessuali, soprattutto su minori, che vengono documentati nel libro Lussuria del giornalista de L’Espresso Emiliano Fittipaldi. Un’inchiesta che scoperchia un calderone di perversioni, soprusi e omertà della gerarchia ecclesiastica, fino ai più alti gradi in Vaticano.

    Il celebre caso Spotlight, diventato anche un film di grande successo dopo la pubblicazione dell’inchiesta sugli abusi nell’arcidiocesi di Boston, riguardava meno casi di quelli documentati in Lussuria. Siamo a uno scenario italiano di assolutà gravità.
    “Erano un’ottantina i religiosi dello scandalo Spotlight, in Italia solo i casi denunciati negli ultimi dieci anni sono duecento. In gran parte sconosciuti all’opinione pubblica perché in Italia, come negli altri Paesi latini cattolici, vige la cultura del silenzio ed è difficile affrontare l’autorità della Chiesa”.

    Quanto è comprensibile che l’ordinamento giudiziario vaticano preveda che in caso di abuso sessuale, anche su minori, ci sia una giustizia interna alla Chiesa ma non l’obbligo di denuncia alle autorità italiane?
    “Per me non è comprensibile. Soprattutto durante un pontificato come quello di Francesco, che ha proclamato urbi et orbi la trasparenza e la guerra senza quartiere alla piaga degli scandali sessuali. In realtà non sappiamo ancora nulla di come avvengono i processi canonici in Vaticano. Nel mondo solo negli ultimi tre anni, sotto il pontificato di Francesco, ci sono state oltre 1200 denunce verosimili. Noi non conosciamo i nomi dei carnefici né le circostanze dei processi perché coperti da segreto pontificio. Non solo, il Vaticano non è riuscito a cambiare le regole della Cei per obbligare i vescovi a denunciare chi è colpevole di scandali sessuali. Il caso di don Contin vede la Procura padovana sentirsi rispondere dalla curia locale che non avrà i documenti richiesti circa gli abusi sessuali del prete.  In genere i vescovi non vengono considerati pubblici ufficiali, per via dei Patti Lateranensi e cade l’obbligo di denuncia di crimini sessuali. Questo nonostante l’Onu nel 2014 abbia chiesto anche in maniera molto dura al Vaticano e al pontefice di cambiare le regole”.

    Ci sono casi limite, come quello di don Mauro Inzoli, potente monsignore di Comunione e Liberazione, che fu condannato per abusi, rimosso da papa Ratzinger e dopo aver fatto ricorso ha ottenuto il reintegro sotto papa Francesco.
    “Esatto, questo è uno degli aspetti più incredibili e anche dei meno raccontati dalla stampa, forse perché da fastidio criticate questo papa. Don Inzoli era chiamato dai suoi parrocchiani “don Mercedes” perché ama la bella vita e le auto di lusso. Il magistrato che è riuscito a farlo condannare a quattro anni e nove mesi in primo grado ha documentato quasi cento episodi di abusi sessuali da lui compiuti, finiti in prescrizione tranne nove. La cosa incredibile di questa vicenda è che il magistrato ha chiesto alla Congregazione della dottrina e della fede le carte del processo canonico voluto da Ratzinger in gran segreto, ottenendo un secco no dalla congregazione. Nel 2015 le carte erano ancora sotto segreto pontificio. Alla faccia della trasparenza. Nonostante questa condanna, dopo il ricorso vinto, Inzoli ha riottenuto il sacerdozio e sconta con una pena secondo cui deve vivere in preghiera e riservatezza. Un po’ troppo poco per i crimini commessi”.

    Altro caso eclatante, quello del cardinale Calcagno confermato anche sotto il pontificato di Francesco come presidente dell’Apsa, l’ente che gestisce il patrimonio immobiliare Vaticano, dopo aver semplicemente trasferito di sede don Giraudo dopo le accuse di abusi su minori che poi si sono ripetuti.
    “Ho scoperto che non solo c’è stato il trasferimento, nonostante don Giraudo quasi confessasse di avere un’attrazione per il sesso e dei ragazzini, ma al momento del trasferimento il cardinale Calcagno non ha sporto denuncia. Quando però in un campo scout don Calgagno ha molestato un ragazzino, la vittima lo ha denunciato. Nonostante questa vicenda, il cardinale ha fatto una straordinaria carriera in Vaticano”.

    Mentre le inchieste fanno venire a galla i fatti, che possibilità c’è di scardinare un ordinamento legislativo e giudiziario che permette agli uomini della Chiesa di non collaborare con gli inquirenti italiani?
    “Innanzi tutto bisognerebbe cambiare i Patti Lateranensi, in altri Paesi i sacerdoti sono costretti a rispettare le leggi dello Stato in cui vivono. Nessuno può obbligare il Vaticano a cambiare le regole della Conferenza episcopale, ma se lo facesse sarebbe un passo avanti per dare sostanza alle dichiarazioni di Francesco e i suoi predecessori e trasformarle in fatti”.

    http://notizie.tiscali.it/cronaca/articoli/lussuria-preti-pedofili-omerta-vaticano-intervista/

  • Abusi al Provolo, l’accusa: «Bergoglio ordini di denunciare i preti pedofili»

    Abusi al Provolo, l’accusa: «Bergoglio ordini di denunciare i preti pedofili»

    Zanardi (onlus L’Abuso) ha denunciato in un esposto il caso dell’istituto sordomuti a Verona. E spiega: «i pedofili non sono gay»

    Marco Milioni

    Il savonese Francesco Zanardi è l’animatore e il portavoce della rete contro la pedofilia nel clero denominata L’Abuso. La sua testimonianza è presente nel libro di recentissima uscita “Lussuria”, firmato dal giornalista Emiliano Fittipaldi, dedicato agli abusi sessuali dei preti. Il lavoro della onlus di Zanardi ha un risvolto veneto: pochi giorni fa ha presentato un corposo esposto alla procura di Verona, che ha dovuto riaprire il caso Provolo, istituto scaligero per sordomuti in zona Chievo preso di mira a più riprese per una storiaccia ultradecennale di presunti abusi di sacerdoti a danno dei giovani ospiti.

    «Per quanto riguarda il Provolo  – racconta Zanardi – allegati alla mano ho rappresentato al magistrato una serie di situazioni delle quali la nostra rete è venuta conoscenza e soprattutto abbiamo chiesto alla procura di valutare eventuali coperture nei confronti degli abusi. La domanda che mi pongo è come mai nessuno a Verona si sia mosso in modo autonomo? Mi stupisco che a fronte di simili notizie ciò non sia accaduto. Faccio notare per di più che per l’affaire Provolo, alla diocesi di Verona negli anni sono stati segnalati ben quattordici sacerdoti tutt’ora in vita, tutt’ora operanti presso quell’istitituto; due esclusi, che sono stati spediti uno nel Lazio ed uno in Argentina. Jorge Bergoglio, oggi pontefice, sapeva. Aggiungo ancora che dalla indagine della commissione d’inchiesta diocesana che ha analizzato tali posizioni, questi nomi, con l’eccezione di cinque, son tutti spariti. Uno fra questi cinque, e la commissione sembrava manco essersene accorta, era pure deceduto. Il che la dice lunga su come in vescovado hanno condotto gli accertamenti». E tant’è, da quello che riferisce la stampa locale gli inquirenti starebbero sondando anche l’ipotesi del favoreggiamento che potrebbe lambire la curia scaligera.

    «Enti come il Provolo – accusa Zanardi – avevano lo scopo ultimo di essere dei veri e propri harem sicuri, pieni di ragazzi svantaggiati che per definizione non si possono difendere, per quei prelati che ne avevano combinate troppe in altri ambienti. Per paura di perdere questi preti, la chiesa ha promosso la fondazione di questi enti. Il che è una cosa gravissima». Zanardi sa di dire cose «scomode» ma l’esperienza gli viene non solo dalla onlus che anima ma anche «dal vissuto personale»: il prete che in passato abusò di lui undicenne «è stato condannato in via definitiva».

    «Quando a dieci dodici anni ti capita una cosa del genere ne esci devastato – racconta il 46enne ligure  – A quell’età non hai ancora ben chiaro quello che ti è capitato. Ed è facilissimo finire nel vortice dell’alcol o delle droghe. Quando diventi adulto fai fatica a relazionarti col tuo partner. Finisci che hai una paura matta ad accarezzare un figlio se ce l’hai o anche a cambiargli un pannolino. Oltretutto – aggiunge ancora il portavoce della onlus – va sfatato il mito per cui i pedofili sono gay. I gay pedofili, lo dicono i dati delle inchieste sono sporadici come sporadici sono i pedofili donna, anche nella chiesa».

    Ma allora perché la maggior parte degli abusi, quanto meno in ambito clericale, si consuma dai maschi verso i maschi? «Tutto nasce – sottolinea Zanardi – nei luoghi in cui la sessualità, appena si manifesta, viene repressa. Il seminario o il collegio sono gli esempi tipo. A quell’età gli ormoni e la natura hanno la meglio sulla fede e le proibizioni, ed è in quei luoghi che la sessualità comincia ad avere un imprinting distorto. Quella matrice poi si ripeterà in un meccanismo di stampo prettamente pedofilo, da maschio su maschio, senza che ci sia l’omosessualità di mezzo». Un po’ come avviene nelle carceri, che essendo maschili o femminili, vedono rapporti tra i detenuti che possono essere, per costrizione e necessità, solo di tipo omosessuale.

    Questo scenario, sempre secondo la rete l’Abuso, è peggiorato dalla norma che nel 2014 ha dato vita al cosiddetto certificato antipedofilia. Lo possono pretende solo i datori di lavoro «e stranamente non viene reso obbligatorio» per quel mondo dell’associazionismo o del volontariato dove invece «tali pratiche abbondano. A questo punto – conclude Zanardi – abbiamo anche una legge che suggerisce di fatto al pedofilo conclamato, che magari fa l’insegnate, di starsene buono a scuola perché tanto più o meno è tenuto a portata d’occhio dai colleghi, e di andare a cercarsi le sue esperienze morbose quale volontario in un campo scout o in un campo scuola parrocchiale. Questa legge è una porcheria».

    Zanardi (in foto), ateo e gay dichiarato, punta il dito contro tutti coloro che a suo parere impediscono di affrontare il problema. Oltre a parlare di «una minore sensibilità» (leggi: indignazione) in particolare in Veneto ed Emilia, imputa poi a papa Francesco la mancanza di una vera volontà di prendere di petto la questione: «perché non emana una norma che obblighi tutti gli uomini di chiesa a denunciare gli abusi su minori di cui vengono a conoscenza?». La risposta se la dà da solo: «se ci fosse tale regola, farebbe letteralmente implodere la stessa chiesa». Ma se la prende anche con Fi, Pd e M5S che pur contattati tra Camera e Senato per aprire una commissione parlamentare d’inchiesta, «hanno di fatto nicchiato». Spiega che non c’è nessuna forza politica pronta a cancellare l’istituto della prescrizione per i reati di pedofilia, e denuncia le pressioni e l’influenza che il clero negli anni ha avuto «nei confronti della magistratura che è assai sensibile a certe pressioni».

    Fonte

  • “La chiesa nasconde i preti pedofili. Il Pontefice ordini di denunciarli”

    “La chiesa nasconde i preti pedofili. Il Pontefice ordini di denunciarli”

    di Alessandro Milan – “Il Papa dovrebbe fare una cosa sola per risolvere il problema: inserire per i vescovi l’obbligo di denuncia all’autorità giudiziaria”. Francesco Zanardi ha 46 anni e presiede l’onlus ‘L’Abuso’. Quello che lui chiama ‘il problema’ è la pedofilia all’interno della Chiesa. In settimana è uscito il libro “Lussuria” in cui Emiliano Fittipaldi (già autore di “Avarizia” che gli valse un processo da parte del Vaticano, finito poi con l’assoluzione) denuncia l’omertà del Vaticano nel trattare i casi di abusi sessuali compiuti da preti. Uno di questi casi riguarda Zanardi, violentato per quattro anni negli anni Ottanta da don Nello Giraudo, allora parroco di Spotorno.

    “Spero che questo libro porti consapevolezza – aggiunge Zanardi – dato che l’Italia è molto connivente con il potere della Chiesa. Basti pensare che non è mai stata fatta una commissione d’inchiesta parlamentare sul tema”.

    Don Giraudo, oggi ridotto allo stato laicale, è stato condannato a un anno e sei mesi di carcere con la condizionale, anche se non per gli abusi subiti da Zanardi e da altri ragazzini. Per quelli è intervenuta la prescrizione.

    Quando nasce la rete ‘L’abuso’?

    “Nel 2010, quando noi vittime italiane di molestie da parte dei sacerdoti manifestammo vicino al Vaticano con le vittime mondiali. Ci guardammo in faccia”.

    E?

    “Fu, per me come per gli altri, una sorta di terapia collettiva straordinaria. Eravamo una mezza dozzina di abusati italiani. Andammo a mangiare una pizza, ci confrontammo, ci capimmo al volo. <Cosa possiamo fare?> ci dicemmo”.

    La risposta?

    “Il pedofilo ha il profilo simile a quello di un serial killer, non si ferma finché non viene arrestato. Dovevamo pensarci noi, e per farlo dovevamo trovare vittime recenti e denunciare. Iniziai proprio io a Savona con don Nello e trovai un ragazzino che fu abusato da lui nel 2005”.

    Ci arriviamo. Prima partiamo da lei. Quando scatta la prescrizione per questi reati?

    “All’epoca dopo dieci anni, dall’ottobre del 2013 con il trattato di Lanzarote è stata raddoppiata a vent’anni. Ma i miei fatti sono successi 35 anni fa”.

    I fatti.

    “Avevo 11 anni. C’era questo prete, don Nello Giraudo, la cui carriera era partito malissimo. Nel 1980 prende i voti ed è subito denunciato da una mamma che nota le sue morbose attenzione nei confronti del figlio”.

    Che ne è stato di questa denuncia?

    “Venne alla luce vent’anni dopo perché purtroppo i genitori la presentarono al vescovo, non in procura. Monsignor Giulio Sanguinetti non fece altro che spostare don Nello di sette chilometri, a Spotorno, nella mia parrocchia. Qui il prete ha fatto una strage, si contano almeno una trentina di sue vittime”.

    Che fa don Nello?

    “Quando lo denunciai lo feci inizialmente per gli abusi subiti al campeggio vicino a Garessio. Ma tante violenze le avevo rimosse. Parlando con un’altra vittima mi venne in mente un particolare: i pantaloni di velluto”.

    Cioè?

    “Quel ragazzo li citò, per me fu come un risveglio. Ricordai il primo abuso, nel seminterrato della parrocchia. Don Nello che mi fece sedere sulle sue gambe, su quei pantaloni. E mi masturbò”.

    Come reagì lei?

    “Rimasi di ghiaccio. Lo so che è assurdo ma mi sembrava una cosa normale. Lui era un prete. Don Nello con i ragazzini parlava di sesso in modo aperto, esplicito. A 11 anni non hai la coscienza di un ventenne. Pensi: <Il prete è un uomo di Dio, è una persona buona, non fa nulla che non vada fatto>. Sei perplesso, ma non hai gli strumenti per elaborare la cosa”.

    Ci sono state altre molestie?

    “Tantissime. Questo prete organizzava dei campeggi. Si partiva in cinque, lui e quattro ragazzini, con due tende, una da tre posti e una da due. Uno dei ragazzi a turno dormiva con lui”.

    E lì altre molestie?

    “Sapevamo tutti cosa succedeva a chi dormiva con lui, ma non ne parlavamo tra di noi. Provavamo vergogna”.

    Cosa succedeva?

    “Anche rapporti completi, di cui parlava con noi singolarmente, in modi piuttosto spudorati”.

    Lei cosa raccontava a casa, in famiglia?

    “Nulla. Assolutamente bocca cucita, per carità. Il profilo tipico della vittima non è quello di un ragazzo con una famiglia presente. A casa mia avevo poche attenzioni da parte di mio padre, mia madre invece era maniaca della scuola e della Chiesa”.

    In che senso maniaca?

    “La domenica dovevo fare il chierichetto alle tre funzioni del mattino perché mia madre a sorpresa veniva a vedere se stavo servendo Messa. Don Nello frequentava casa mia, usciva a cena con mio padre. E’ un classico del rapporto prete-vittima, ma l’ho scoperto solo dopo”.

    Quanto continuarono gli abusi?

    “Circa quattro anni. Non riuscendo a reagire, verso i 15 anni iniziò il mio tracollo. Abbandonai la parrocchia, persi tutti gli amici, caddi nell’eroina. Mi sono fatto fino ai 26 anni”.

    E’ incredibile pensare che per anni lei sia stato in silenzio.

    “Le dirò di più per capire come funziona questo blocco psicologico. Quando nel 2000 emerse lo scandalo negli Usa io leggevo le notizie e pensavo: <Mamma mia cosa fanno questi preti in America>. Invece un sacerdote lo aveva fatto anche a me”.

    Non ricordava?

    “Non volevo ricordare. L’avevo rimosso. Non riuscivo ad accettare di essere stato abusato. Ero come in uno stato di incoscienza”.

    Invece era successo.

    “Ma ho denunciato solamente nel 2008. La molla mi scattò quando scoprii che il vescovo di Savona aveva fatto aprire a don Nello una comunità per adolescenti in difficoltà”.

    Addirittura?

    “Ho attraversato una crisi tremenda, non riuscivo a parlarne. C’è voluta un’amica che mi ha letteralmente trascinato dai Carabinieri. Lo ricordo come il giorno più brutto della mia vita. Provai una vergogna tremenda”.

    Però denunciò.

    “Ma il giorno dopo incassai la delusione più cocente mai provata. Il maresciallo mi disse che il reato era comunque prescritto. La svolta ci fu nel 2010. Mi chiamò Giovanni Battista Ferro, pm a Savona. Mi disse: <Zanardi, lei conosce qualche vittima più recente>?

    Lei la trovò?

    “Trovammo una vittima fresca, scusi l’espressione. Un ragazzo abusato nel 2005 in un campo scout. Don Nello è stato condannato a un anno e sei mesi con la condizionale. Non ha fatto un solo giorno di carcere”.

    Dov’è?

    “A Savona, lo vedo spesso. Ma non provo nulla, lui cammina a testa bassa. All’inizio gli urlavo <pedofilo!> quando lo incontravo in mezzo alla gente. Ma ho lasciato da parte la rabbia”.

    E’ ancora prete?

    “No, ma solo perché lui ha chiesto la riduzione allo stato laicale. Lavora come cuoco in una rosticceria. Ma fosse stato per la Chiesa, lo avrebbero spostato da un’altra parte e stop”.

    Succede?

    “Eccome. Fittipaldi nel libro racconta di don Francesco Rutigliano, caso scoperto da me. Lui è un prete della Locride condannato dal tribunale canonico a quattro anni per abuso di minore. Risultato: l’hanno trasferito a Civitavecchia”.

    Perché, secondo lei?

    “In Italia esiste poca cultura sul tema. Se si scopre un vicino di casa pedofilo i condomini gli fanno la pelle, se il denunciato è un prete istintivamente viene massacrata la vittima. Nel caso di don Nello alcuni parrocchiani dicevano: <Forse toccava alcuni ragazzini ma serviva bene Messa>”.

    Mi può dare qualche numero sul fenomeno?

    “Attualmente ci sono 112 preti indagati e 133 condannati in via definitiva. Ma sono dati parziali e relativi solo agli ultimi 15 anni”.

    Non crede all’apertura del Papa?

    “La Chiesa è omertosa. Anche questo Papa fa solo annunci, basti vedere il caso dell’Istituto ‘Provolo’ di Verona. Le vittime hanno scritto le prime lettere alla Santa Sede nel 2009 e hanno consegnato formalmente a Papa Francesco le denunce nel 2014. Sono passati due anni e i tempi lunghi  rendono le vittime sacrificabili. Tenga conto che al ‘Provolo’ gli abusati che hanno denunciato sono 63. I preti coinvolti sono 26”.

    Numeri impressionanti.

    “La Chiesa non vuole perdere preti. Quando ci sono casi chiacchierati, fa di tutto per coprire e mettere a tacere lo scandalo”.

    Zanardi, com’è oggi la sua vita?

    “Vado avanti con la forza d’animo. Ma ho diversi problemi”.

    Me ne dica uno.

    “Il trauma resta. Quando denunciai nel 2010 non riuscii più a fare sesso, per esempio. Ho assistiti che non riescono a cambiare il pannolino ai figli”.

    Si dice: spesso il pedofilo è una persona a sua volta abusata da piccolo.

    “Qualche caso c’è, purtroppo. L’abbiamo avuto anche in associazione”.

    Lei può ottenere risarcimenti?

    “Certo. La prescrizione per la causa civile è di cinque anni, ma scattano da quando ti rendi conto di avere subito il trauma. Io e altri quattro abusati stiamo per chiedere un milione e 200mila euro a testa”.

    Puntate ai soldi.

    “Le nostre vite sono state distrutte. Tra i nostri associati abbiamo persone con malattie psicosomatiche assurde. Un abusato di certo non diventa un direttore di banca, non è una persona con una stabilità psichica. I soldi non ci servono per fare la bella vita”.

     

     

  • Giraudo BIS: le vittime savonesi chiedono un incontro al Papa. Anche il Vicario don Ferri mentì.

    Giraudo BIS: le vittime savonesi chiedono un incontro al Papa. Anche il Vicario don Ferri mentì.

    Saranno tempi difficili per il nuovo vescovo di Savona Calogero Marino costretto a risanare una diocesi sconquassata da anni di mala gestione e salita agli onori/orrori della cronaca sia per l’alta densità di preti pedofili (il 6% stando all’annuario ufficiale), sia per i modi in cui le varie vicende sono state gestite.

    Una pesante eredità quella che monsignor Vittorio Lupi e i suoi predecessori lasciano al nuovo vescovo partendo dalla richiesta danni, 6 milioni di euro, che avanzeranno per il momento solo 5 delle vittime di don Giraudo, i guai derivanti dall’affaire delle colonie bergamasche e le varie speculazioni che vedono coinvolto l’Istituto per il Sostentamento del Clero e indagato per malversazione l’ex vescovo di Savona, il cardinale Domenico Calcagno.

    Monsignor Calogero Marino dovrà probabilmente anche rivedere e risanare i vertici della curia e quei consiglieri che hanno portato il suo predecessore Lupi, ad un fallimento della gestione diocesana così clamoroso. Tra questi il vice del vescovo Lupi, monsignor Antonio Ferri (già vicario ai tempi di Lafranconi) che da quanto emerge dal carteggio dell’inchiesta BIS su don Giraudo, avrebbe mentito sia alle vittime che alla comunità cattolica savonese per anni.

    Don Antonio Ferri infatti ha sempre dichiarato pubblicamente di non essere mai stato informato delle tendenze pedofile di don Giraudo e di non aver mai avuto sentore di quanto il Giraudo facesse. Ma da quanto emerge dalla sua deposizione fatta alla Squadra Mobile il 21 gennaio del 2012 non è così. Don Ferri infatti era ben a conoscenza della pericolosa condizione del Giraudo sin dagli anni novanta quando ricevette le confidenze allarmate di una scout del Savona 7° la quale gli riferì alcuni episodi di esibizionismo denunciati già allora da alcuni ragazzi ospiti della colonia estiva Padre Cocchi di Garessio.

    In quegli anni don Ferri sarebbe potuto intervenire denunciando, in quanto era Vicario Generale. Ma non lo fece mantenendo così un clima di poca trasparenza che ha portato alla rovina decine di vite umane. In quegli anni si contano più di 50 bambini savonesi che subirono le perversioni sessuali di Giraudo.

    Ma dal carteggio emerge anche quanto poco la diocesi savonese, in barba alle raccomandazioni di Papa Francesco, abbia collaborato in questi anni con l’autorità giudiziaria, così poco da costringerla, dopo la condanna del 2012, ad aprire un fascicolo BIS su don Giraudo. In quel fascicolo decine di nomi, tutti ragazzi ospiti della comunità di Orco Feglino gestita dal prete. Nomi che erano negli archivi ma non furono mai comunicati alla magistratura, almeno dalla diocesi di Savona, li comunicò la Rete L’ABUSO che dopo aver sentito le varie vittime, solo nel 2014 è riuscita a ricostruire faticosamente nome per nome, un quadro decisamente diverso da quello sempre dichiarato dalla diocesi savonese.

    Sulle vicende dei preti pedofili nella diocesi di Savona va ricordato che anche il vescovo Lupi ha sempre mentito facendo credere di non sapere nulla, quando invece, non solo possedeva in cassaforte l’intero carteggio sulle vicende, ma nel 2008 ne era stato informato da più fonti. Ha sempre sostenuto che l’unica vittima di don Giraudo fosse Francesco Zanardi, una bugia che crollò dopo la messa in onda dei 2 servizi delle Iene nei quali sfilarono ben più di una vittima. (Servizi; “Abusi coperti dalla chiesa” e “Abusi nascosti dalla chiesa”)

    Anche le promesse fatte alla comunità cattolica non furono mai mantenute a partire dalla fantomatica commissione d’inchiesta che Lupi annunciò nel 2010, alle promesse di riduzione allo stato laicale dei sacerdoti responsabili degli abusi, ultimo di questi don Pietro Pinetto che anziché essere processato in sede canonica è stato trasferito in una parrocchia che raccoglie quasi 200 minori, quella di San Francesco da Paola.

    L’unico sacerdote che monsignor Vittorio Lupi ridusse allo stato laicale in tempo record, fu don Carlo Rebagliati, reo di aver deposto davanti ai magistrati e di aver esternato la sua omosessualità, tra le altre cose mai accusato di pedofilia.

    Nei giorni scorsi, un sostanzioso gruppo di vittime dei preti pedofili della diocesi di Savona – Noli hanno sottoscritto una lettera inviata a Papa Francesco nella quale chiedono un incontro nel quale si rendono disponibile da subito ad integrare il materiale già fatto pervenire lo scorso anno, tramite don Giovanni Lupino, al Visitatore Apostolico Mons. Alberto Tanasini.

    Crediamo che l’operato del vescovo Lupi e quello di monsignor Ferri, come prevedono le nuove linee guida di Papa Francesco, debba essere valutato da un tribunale canonico. Questa richiesta è dovuta non solo al fatto che nella diocesi savonese, anche se per ora non sono arrivati agli onori della cronaca, vi sono ancora sacerdoti che per il momento ci limitiamo a definire “chiacchierati”, ma anche perché la salute e l’integrità morale dei vertici della curia è fondamentale perché le linee guida vaticane attualmente in vigore siano applicabili. Queste infatti prevedono che i sacerdoti segnalino ai propri superiori presunte o eventuali notizie di reato, sarà poi compito dei superiori intervenire ed eventualmente denunciare all’autorità civile.

    Una condizione che dai dati di fatto sopra esposti non esiste in questa diocesi e che proprio per questa condizione rende poco sicura la presenza di bambini nelle parrocchie della diocesi.

    Spiego meglio, le procedure attuali vietano ai sacerdoti la denuncia di questi crimini, pena la scomunica e questo ce lo ricorda bene il vescovo di Albenga, monsignor Guglielmo Borghetti che riguardo alla vicenda di pochi giorni fa che ha visto coinvolto l’ex vescovo di Albenga Mario Olivieri, ha rimproverato al sacerdote che ha deposto davanti all’autorità giudiziaria, il fatto di non aver informato prima i suoi superiori. Una mancanza che potrebbe costare a don Filippo Bardini non solo una querela penale, ma in sede canonica addirittura la scomunica. Questo proprio in base ad una modifica del codice canonico apportata nel 2013, dove sostanzialmente viene vietata ai membri del clero la facoltà di denunciare autonomamente alle autorità civili, pena la scomunica.

    Capirete bene quindi che se i vertici della curia sono dediti all’omertà, le parrocchie, a prescindere dalla bontà e dall’onestà del parroco, diventano luoghi poco sicuri ed inadeguati per i bambini.

    Ad accompagnare le richieste poste al Pontefice, anche una petizione che ad oggi ha raccolto più di 10.000 firme.

    frazan

  • Pedofilia e sesso di scambio: le nuove accuse al Vaticano

    Pedofilia e sesso di scambio: le nuove accuse al Vaticano

    Ferruccio Sansa, inviato ad Albenga (Savona) – Devo riferirle che il vescovo Mario Oliveri paga sistematicamente per avere prestazioni sessuali nel suo studio. Che io sappia si tratta di maggiorenni, i quali in cambio della prestazione sessuale ottengono soldi. Sono soggetti che vanno per un aiuto, e poi subiscono le pesanti richieste del vescovo”.

    È il 15 gennaio 2015 quando la procura di Savona ascolta come testimone don Filippo Bardini, all’epoca direttore della Caritas di Albenga. Oggi il contenuto di quelle carte è pubblico con gli atti dell’inchiesta sul sacerdote Nello Giraudo (che patteggiò un anno, mentre tante altre accuse sono finite in prescrizione).

    Per Francesco Zanardi, attivista anti-pedofilia della Rete l’Abuso: “Le parole di don Bardini rappresentano il primo atto d’accusa proveniente da un sacerdote – poi sostituito alla guida della Caritas – nei confronti delle diocesi di Albenga e Savona”. Quelle diocesi al centro di scandali di pedofilia e non solo. Un atto d’accusa nei confronti del vescovo Oliveri che all’epoca guidava Albenga e che poi è stato sostituito da Papa Francesco. Sulle affermazioni di Bardini è stato aperto un fascicolo senza indagati. Oliveri non è stato indagato: i fatti sarebbero comunque prescritti e non è detto che siano da considerare reati.

    Ma Bardini parla anche di Domenico Calcagno, all’epoca dei fatti vescovo di Savona e oggi potentissimo cardinale in Vaticano. È presidente dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica: “Posso dichiarare che il fatto che don Giraudo avesse rapporti sessuali con minori era di dominio pubblico e purtroppo i vertici della chiesa locale tacquero; sia l’allora vescovo Dante Lafranconi che Calcagno, che si avvaleva di Giraudo come cuoco, erano a conoscenza del fatto che abusava dei minori affidatigli”.

    E tra le carte ecco una lettera che Calcagno scrisse nel 2003 all’allora cardinale Joseph Ratzinger: “Presento con animo colmo di sofferenza il caso di don Nello Giraudo… per quanto possibile intendo evitare che abbia comunque responsabilità che lo mettano a contatto di bambini e adolescenti”. Calcagno insomma scrisse in Vaticano. Ma nell’estate 2005 Giraudo durante un campo scout a Vara molestò un ragazzo e fu per questo condannato.

    I vertici ecclesiastici sapevano? Un’accusa che non abbandona i vescovi di Albenga e Savona. Calcagno ha sempre negato. Non è stato indagato. E Benedetto XVI lo ha promosso in Vaticano. Nel maggio scorso eccolo indagato in un’inchiesta per malversazioni amministrative relativa al periodo in cui era stato vescovo di Savona. “Ho fiducia nella magistratura, chiarirò tutto”, aveva detto. Poi le polemiche per la collezione di armi, la grande passione di Calcagno.

    Don Filippo Bardini, il sacerdote scomodo autore della testimonianza, non è più ai vertici della Caritas di Albenga. E qui un altro scandalo, ma avvenuto quando già in Riviera era arrivato Guglielmo Borghetti, vescovo mandato da Bergoglio per rivoluzionare la Curia: alla Caritas infatti dopo Bardini era stato nominato don Francesco Zappella. Ma nel settembre 2015 ecco che viene toccato da un’inchiesta per reati sessuali. Borghetti sembrò difenderlo: “Per quanto lo conosco io don Francesco è una persona buona e generosa”, disse. L’inchiesta si risolse con un’archiviazione (tra l’altro i fatti sarebbero stati prescritti), ma emerse – come riportarono Il Secolo e il Corriere – che lo stesso sacerdote anni prima era già stato condannato per atti di libidine su minorenni.

    Ferruccio Sansa

    Il FATTO QUOTIDIANO del 19/10/2016

     

  • “Il vescovo chiedeva sesso a chi aveva bisogno di soldi. E diceva: ‘Fammi gustare la natura di Dio’” (Contiene estratti dei verbali)

    “Il vescovo chiedeva sesso a chi aveva bisogno di soldi. E diceva: ‘Fammi gustare la natura di Dio’” (Contiene estratti dei verbali)

    Di Ferruccio Sansa

    L’accusa di don Filippo Bardini è agli atti della Procura di Savona nell’ambito dell’inchiesta sullo scandalo che coinvolge le curie di Savona e Albenga. Racconta delle presunte richieste di prestazioni del vescovo Mario Oliveri – che non è indagato – a persone bisognose di aiuto economico. E parla degli abusi perpetrati da un altro sacerdote di cui, dice, i vertici della diocesi sapevano.

    “Fammi gustare la natura di Dio”. È scritto così nella testimonianza di don Filippo Bardini agli atti della Procura di Savona sullo scandalo sessuale che coinvolge le curie di Savona e Albenga. Questa frase, secondo l’allora direttore della Caritas di Albenga, sarebbe stata pronunciata da un vescovo nel momento in cui incontrava i suoi amanti. Povera gente che sarebbe andata dal prelato per chiedere un aiuto economico e che, sostiene il sacerdote, veniva convinta a fornire prestazioni sessuali dal vescovo che poi gli avrebbe pagato tra 600 e 700 euro per gli incontri.

    È il 15 gennaio 2015 quando il pm savonese Giovanni Battista Ferro ascolta come testimone don Bardini, all’epoca direttore della Caritas di Albenga. Oggi il contenuto di quelle carte è pubblico con gli atti dell’inchiesta sul sacerdote Nello Giraudo (che patteggiò un anno, mentre tante altre accuse sono finite in prescrizione). Francesco Zanardi, attivista anti-pedofilia della Rete l’Abuso, commenta: “Le parole di don Bardini sono fondamentali, perché sono il primo atto d’accusa proveniente da unsacerdote – poi sostituito alla guida della Caritas – nei confronti delle diocesi di Albenga e Savona”. Quelle diocesi al centro di scandali di pedofilia e non solo.

    Don Bardini è un sacerdote scomodo, da sempre critico con chi guida la sua diocesi. E anche davanti al pm decide di non tacere. Anzi: “Devo riferirle che il vescovo Mario Oliveri – racconta – paga sistematicamente per avere prestazioni sessuali nel suo studio. Che io sappia si tratta di maggiorenni, i quali in cambio della prestazione sessuale ottengono soldi. Sono soggetti che vanno per un aiuto, e poi subiscono le pesanti richieste del vescovo”. Un atto d’accusa nei confronti del vescovo Oliveri che all’epoca guidava Albenga e che poi è stato sostituito per volere di Papa Francesco. Sulle affermazioni di Bardini è stato aperto un fascicolo senza indagati. Oliveri non è stato indagato: i fatti sarebbero comunque prescritti e non è detto che siano da considerare reati.

    Il verbale entra nei dettagli (alcuni di una crudezza che non è possibile riportare), ma utili secondo Bardini per descrivere l’ambiente delle diocesi oggetto dell’inchiesta: i soggetti che hanno rapporti con il vescovo, sostiene il sacerdote, “si rivolgono a lui inizialmente per chiedere un aiuto economico o lavorativo e poi vengono” convinti “a subire l’atto sessuale in discussione… l’allora convivente di una di queste persone mi ha parlato di corrispettivi in contanti anche di 600-700 euro per un rapporto sessuale. Non so di che soldi disponga il vescovo Oliveri e dove attinga per pagare le prestazioni sessuali”.

    Fino a quel passaggio: “Negli ultimi due mesi si sono rivolte a me cinque o sei persone per raccontarmi sempre questa storia, ragion per cui mi son risolto a contattare la magistratura… tutti dicono le stesse cose, con singolari coincidenze tra i dichiaranti, per esempio circa la geografia dei luoghi e il frasario del vescovo (“fammi gustare la natura di dio”). Sono portato ad escludere pertanto un disegno calunnioso o anche solo diffamatorio in capo alle persone che ho sentito”.

    Ripetiamo: Oliveri non è stato indagato. Per Zanardi “si tratta comunque di una testimonianza di pubblico interesse. Icittadini, soprattutto i fedeli, hanno interesse a conoscere questo racconto dopo gli scandali che hanno toccato le curie del Ponente ligure. E perfino la Chiesa dovrebbe essere interessata vista la battaglia di Papa Francesco contro gli scandali sessuali”.
    Ma Bardini parla anche di Domenico Calcagno, all’epoca dei fatti vescovo di Savona e oggi potentissimo cardinale in Vaticano. È presidente dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica: “Posso dichiarare che il fatto che don Giraudo avesse rapporti sessuali con minori era di dominio pubblico e i vertici della chiesa locale tacquero; sia l’allora vescovo Dante Lafranconi che Calcagno, che si avvaleva di Giraudo come cuoco, erano a conoscenza del fatto che abusava dei minori affidatigli”.

    E tra le carte ecco una lettera che Calcagno scrisse nel 2003 all’allora cardinale Joseph Ratzinger: “Presento con animo colmo di sofferenza il caso di don Nello Giraudo… per quanto possibile intendo evitare che abbia comunque responsabilità che lo mettano a contatto di bambini e adolescenti”. Calcagno insomma scrisse in Vaticano. Ma nell’estate 2005 Giraudo, durante un campo scout a Vara, molestò un ragazzo e fu per questo condannato.

    I vertici ecclesiastici sapevano? Un’accusa che non abbandona i vescovi di Albenga e Savona. Calcagno ha sempre negato. Non è stato indagato. E Benedetto XVI lo ha promosso in Vaticano. Nel maggio scorso eccolo indagato in un’inchiesta per malversazioni amministrative relativa al periodo in cui era stato vescovo di Savona. “Ho fiducia nella magistratura, chiarirò tutto”, aveva detto. Poi le polemiche per la collezione di armi, la grande passione di Calcagno.

    Don Filippo Bardini, il sacerdote scomodo autore della testimonianza, non è più ai vertici della Caritas di Albenga. E qui un altro scandalo, ma avvenuto quando già in Riviera era arrivatoGuglielmo Borghetti, vescovo mandato da Bergoglio per rivoluzionare la Curia: alla Caritas, infatti, dopo Bardini era stato nominato don Francesco Zappella. Ma nel settembre 2015 ecco che viene toccato da un’inchiesta per reati sessuali. Borghetti sembrò difenderlo: “Per quanto lo conosco io don Francesco è una persona buona e generosa”, disse. L’inchiesta si risolse con un’archiviazione (tra l’altro i fatti sarebbero stati prescritti), ma emerse – come riportarono Il Secolo XIX e il Corriere della Sera – che lo stesso sacerdote anni prima era già stato condannato per atti di libidine su minorenni.

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/10/19/il-vescovo-chiedeva-sesso-a-chi-aveva-bisogno-di-soldi-e-diceva-fammi-gustare-la-natura-di-dio/3108852/

  • Don Nello Giraudo, inchiesta bis per presunti abusi su minore. Sentita dai p.m. anche la cognata Isabella Sorgini

    Don Nello Giraudo, inchiesta bis per presunti abusi su minore. Sentita dai p.m. anche la cognata Isabella Sorgini

    Giraudo, inchiesta bis per presunti abusi su minore.

     La procura indaga su casi accaduti nella comunità di Feglino

    SAVONA. Ci sarebbero almeno altri 8-9 casi di presunti abusi sessuali commessi da Nello Giraudo nella casa famiglia La Lanterna di Orco Feglino. Il sostituto procuratore Giovanni Battista Ferro è il titolare di questo fascicolo bis rimasto sotto traccia fino a poche settimane fa quando l’ex prete (ha chiesto ed ottenuto la riduzione allo stato laicale nell’ottobredel2010) è comparso a giudizio per minacce nei confronti proprio di uno dei minori coinvolti nella vicenda.

    Dopo il patteggiamento ad un anno per gli abusi commessi ai danni di un quindicenne nel campo scout di Vara, la malattia dell’ex “don” torna di attualità. A dare il via a questa seconda inchiesta è stata l’ennesima denuncia di Francesco Zanardi, presidente della Rete L’Abuso e nei mesi scorsi il pm e gli uomini della polizia giudiziaria hanno ascoltato alcune delle vittime e decine di testimoni alla ricerca di eventuali episodi che non fossero coperti dalla prescrizione. La comunità La Lanterna è stata infatti chiusa nel 2003 ed eventuali episodi di presunti abusi sarebbero comunque coperti dalla prescrizione. Il lavoro della magistratura è però andato avanti nel massimo riserbo. Nei prossimi giorni una delle vittime si sarebbe decisa a sporgere denuncia formale alla procura, anche se gli eventuali abusi sarebbero ormai datati. Il pm Ferro avrebbe infatti già chiesto al gip l’archiviazione delle accuse per prescrizione.

    Tra le persone ascoltate dalla procura ci sarebbe anche Isabella Sorgini, ex assessore ai servizi sociali del comune di Savona, cognata di Giraudo e soprattutto capo scout del campo di Vara dove nel 2005 si verificò la violenza sessuale. La procura ha aperto un modello 45 (atti non costituenti notizia di reato) per accertare eventuali responsabilità di vigilanza dei vertici scout e soprattutto nell’assunzione di Nello Giraudo nel campo,ben sapendo delle sue devianze sessuali, ma il fascicolo è rimasto tale e soprattutto pronto ad essere archiviato direttamente dal pm senza che siano state riscontrate responsabilità da parte di qualcuno. L’inchiesta bis su Giraudo è stata invece aperta a noti. Il nome dell’ex presbitero è stato iscritto nel registro degli indagati e per almeno due anni il lavoro investigativo è andato avanti nel massimo riserbo. Fino al mese scorso quando Nello Giraudo è finito a processo per minacce ad una delle sue presunte vittime incontrate per strada a Finale. Ed è in quel momento che è venuto alla luce il secondo filone a carico dell’ex notissimo prete.

    GIOVANNI CIOLINA Il Secolo XIX Savona

  • Barbarin, fine della bufera mediatica

    Barbarin, fine della bufera mediatica

    Dopo l’archiviazione delle accuse contro il Cardinale Arcivescovo di Lione sulla diocesi si spengono i riflettori.

    TRENTO

    Sono stati mesi di dolorosa attesa quelli vissuti dalla diocesi di Lione a seguito delle denunce di pedofilia presentate nel mese di marzo: l’inchiesta giudiziaria riguardava un prete, Bernard Preynat, accusato a fine gennaio scorso di abusi compiuti in un gruppo di scout tra il 1986 e il 1991, ma i fatti conducevano inevitabilmente ai vertici, all’arcivescovo cardinale Philippe Xavier Ignace Barbarin, un pastore assai noto soprattutto nell’era pre-Bergoglio o se vogliamo pre-Pontier, l’attuale presidente della Conferenza episcopale francese, per la disinvoltura con cui scendeva in piazza accanto ai manifestanti in difesa della famiglia e per le sue parole chiare contro alcune decisioni del governo (tanto che qualcuno sottovoce alludeva a una sorta di rappresaglia tardiva).

    L’accusa nei suoi confronti era quella di «occultamento di crimine», come dire insabbiamento, e non sembrano esserci dubbi sulla consapevolezza della «gravità della situazione», come ha dichiarato all’indomani lo stesso Barbarin che ha subito assicurato piena disponibilità a far luce sulla vicenda che, come si può ben immaginare (le vittime all’epoca avevano dagli 8 agli 11 anni), richiedeva un approccio prudente.

    Una vicenda sulla quale far luce diventava oltremodo complicato anche per il fatto che, all’epoca dei fatti arcivescovo di Lione era Albert Decourtray, deceduto nel 1994.

    Secondo l’avvocato delle vittime, Federico Doyez, «i fatti erano noti alle autorità ecclesiastiche fin dal 1991», anche il portavoce della diocesi di Lione ha sempre dichiarato che «il cardinal Barbarin aveva ricevuto la prima informazione solo nel corso dell’estate 2014» e dal Vaticano si aggiungeva che, di conseguenza, la responsabilità era precedente. Mentre lo scandalo cresceva in tutto il Paese e contemporaneamente l’imbarazzo dei vescovi francesi – determinati ben prima a stroncare sul nascere ogni forma di pedofilia e decisi a denunciare ogni abuso «Stiamo lavorando da 15 anni su questi temi» dichiarava con amarezza monsignor Georges Pontier – Barbarin in un’intervista a La Croix dell’11 febbraio, iniziava ad ammettere di esserne venuto a conoscenza già negli anni 2007-2008 e di aver allontanato padre Preynat, reo confesso davanti all’autorità giudiziaria, dalla sua parrocchia di Roannais a fine agosto 2015.

    L’incontro in Vaticano con papa Francesco a maggio aveva posto fine alle tante voci che chiedevano le dimissioni del Cardinale (qualcuno era determinato a «far saltar la diocesi») o quantomeno un disappunto pontificio nei suoi confronti. Barbarin nel corso della Quaresima 2016 aveva anche chiesto scusa alle vittime a nome della diocesi. Lo stesso Bergoglio, in un’intervista a La Croix del 17 maggio esprimeva fiducia nella magistratura astenendosi da ogni giudizio. «Non si abbandona una nave nella tempesta» dichiarava Barbarin su Le Figaro del 21 maggio al rientro.

    E ieri, 1 agosto, la conclusione della vicenda con l’archiviazione dell’inchiesta parallela a quella di padre Preynat.

    Evidentemente ai giudici le accuse non erano sufficienti a incriminare l’Arcivescovo attuale, come non era bastata la lettera indirizzata a papa Francesco partita da Lione a fine marzo a firma di tre membri dell’associazione delle vittime, denominata «La Parole libérée» per chiedere a Bergoglio «maggior coerenza di quella espressa dalla Chiesa di Francia» e indurlo a rimuovere Barbarin.

    Se il sito della diocesi di Lione non fa ancora cenno alla notizia dell’archiviazione, il quotidiano Le Monde pubblica invece un’ampia ricostruzione dei fatti sottolineando in particolare la lunga audizione, oltre dieci ore, avuta da Barbarin in procura e dove il cardinale si era mostrato categorico nell’affermare di non aver «mai» coperto atti di pedofilia.

    «Questa decisione ci ha sorpreso, ma la rispettiamo» ha dichiarato Emmanuelle Haziza, una degli avvocati delle vittime. Il fatto è che l’archiviazione era necessaria, da parte dell’autorità giudiziaria, per via dei tempi di prescrizione (sono ormai trascorsi più di 25 anni) e perché i magistrati han dovuto tener conto delle dichiarazioni a loro rese da Barbarin (ossia di esserne venuto a conoscenza solo nel 2014) e non di quanto da lui affermato nell’intervista, non acquisibile agli atti. E tantomeno potevano tener conto della risposta del 3 febbraio 2015 a firma dell’arcivescovo Ladaria, segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede che, «dopo aver attentamente studiato il caso di Bernard Preynat» raccomandava «una sanzione adeguata, evitando pubblico scandalo». Di fatto Preynat con decreto del 29 luglio 2015 veniva sospeso da ogni ministero pastorale che comportasse un contatto con minori.

    Secondo l’indagine giudiziaria non si sono ravvisati altri atti penalmente perseguibili compiuti da padre Preynat dal 1991 in qua. All’epoca dei fatti il termine per la prescrizione per atti di violenza sessuale era di 3 anni, quindi, secondo gli avvocati difensori di padre Preynat, le vittime avrebbero dovuto esporre denuncia al più tardi entro il 1994.

    Nel frattempo i vescovi francesi, nel corso dell’assemblea plenaria di primavera dell’aprile scorso a Lourdes avevano introdotto una linea di ancora maggior fermezza dichiarando che «la violenza subita non va in prescrizione» e introducendo le cosiddette «cellule di sorveglianza» per una lotta permanente alla pedofilia.

    Difficile dire se la conclusione della vicenda giudiziaria sarà sufficiente a placare la bufera mediatica e spegnere i riflettori sulla diocesi di Lione in una terra di Francia già scossa dalle dolorose vicende delle scorse settimane.

    http://www.lastampa.it/2016/08/02/vaticaninsider/ita/nel-mondo/barbarin-la-fine-della-bufera-mediatica-pASozJEgrUDReBmdZkI1NK/pagina.html