La diocesi ha scelto di divulgare lo scambio epistolare tra il prete ed il Vescovo.
Lo scorso marzo la diocesi di Savona-Noli era stata investita da un grosso scandalo: don Pietro Pinetto, parroco di Celle, sarebbe infatti stato accusato di pedofilia. La notizia aveva avuto un grande risalto sulla stampa: a seguito state condotte indagini sia da parte della difesa che della Magistratura a seguito delle quali non hanno trovato riscontro i fatti denunciati.
Coerentemente con la ferma volontà di totale chiarezza ribadita in più occasioni, e in particolare nell’Omelia della festa Patronale del 18 marzo scorso, il vescovo Vittorio Lupi ritiene opportuno portare a conoscenza della comunità diocesana e della cittadinanza questa notizia che, di fatto, pone fine alla vicenda e restituisce la dignità a un sacerdote. Il sacerdote ha scritto una lettera al Vescovo e da lui ha ricevuto una risposta.
Come già affermato, il Vescovo rinnova la propria totale disponibilità ad accogliere ogni tipo di segnalazione che riguardi eventuali comportamenti inappropriati in ambito ecclesiale, ma la diocesi respingerà con forza la pratica di processi sommari e mediatici e le accuse strumentalmente diffamatorie, operando per il corretto accertamento dei fatti e, se del caso, tutelando gli interessati nelle sedi appropriate.
Di seguito riportiamo entrambi gli interventi:
Lettera di don Pietro Pinetto, inviata al Vescovo “Caro Vescovo,
dopo tanti mesi di angoscia e tormento personale dovuto alla diffusione di notizie di stampa che mi vedevano accusato e descritto come un mostro, finalmente ho ritrovato un po’ di serenità e trovo giusto condividere questo mio stato d’animo.
A seguito di quelle notizie ho fatto svolgere accurate indagini sugli episodi, assai risalenti nel tempo, dei quali venivo accusato; sulla base dei risultati ottenuti mi sono determinato a querelare coloro che le avevano diffuse. La Magistratura ha ritenuto di svolgere, a sua volta, indagini a riscontro delle mie affermazioni e, alla fine, ho avuto modo di confrontarmi personalmente con chi mi aveva accusato.
Da questo confronto è emerso che le cose, in effetti, non erano andate come inizialmente era stato affermato contro di me e che, in particolare, taluni episodi erano stati del tutto travisati.
Ritengo di poter serenamente convivere con la mia coscienza, come ho fatto finora, sapendo di non aver assolutamente commesso gli abusi dei quali ero stato accusato e ben potendo veder riconosciuta da tutti – proprio in ragione delle ritrattazioni del mio accusatore – la mia innocenza; peraltro sono consapevole, ancor di più di prima, di quanto sia necessario perdonare e ricevere perdono.
Qualcuno, forse – e per ragioni imperscrutabili – vorrà continuare in operazioni strumentali di scandalo e di conflitto violento, non pago delle profonde e personali conclusioni a cui sono pervenute (con fatica, ma costruttivamente) le parti in causa: me ne farò una ragione, convinto – come sono – di aver personalmente agito secondo coscienza e in modo conforme alla mia realtà sacerdotale; costoro faranno i conti con la propria di coscienza e, se del caso, si assumeranno la responsabilità del loro malevolo comportamento.
Voglio concludere ringraziando quanti mi sono stati vicino e, in particolare, quanti hanno consentito un positivo epilogo di questa vicenda, capaci di farci mettere in discussione e di accettare di comprendere le ragioni dell’uno verso l’altro.
Don Pietro Pinetto”
Lettera del vescovo Vittorio Lupi a don Pietro Pinetto Carissimo Don Pietro,
ho ricevuto la tua lettera in cui esprimi il sollievo per la felice conclusione della vicenda che, tuo malgrado, ti ha visto coinvolto. Sono stati mesi di sofferenza per tutti, ma alla fine fa piacere constatare che la verità viene a galla ed in termini assai distanti da quelli che erano stati originariamente prospettati.
Come sai, ho voluto anch’io appurare le eventuali responsabilità senza nemmeno avere la presunzione della tua innocenza: dalle indagini da me fatte svolgere e seguite da vicino ho potuto rilevare l’infondatezza delle accuse che ti venivano rivolte.
Nella mia convinzione, e nella mia certezza che man mano si faceva strada circa la tua innocenza, ero confortato dalle tantissime testimonianze dei tuoi parrocchiani, dei tuoi giovani e di tanti scout che ti conoscono bene e che mi hanno espresso nei tuoi confronti stima e apprezzamento e si sono dichiarati assolutamente determinati nel non dare nessun credito alle accuse che ti venivano mosse. Particolarmente significativa è stata l’adesione degli ex seminaristi che hanno voluto incontrarti per manifestarti la loro stima e il loro affetto. Sono la conferma del tuo positivo operare come educatore del Seminario.
Peraltro ho molto apprezzato che il tuo approccio alla vicenda non si sia limitato ad un arroccarsi su certezze e contrapposizioni: il tuo atteggiamento di comprensione verso le ragioni dell’altro e la riconciliazione che ne è conseguita mi paiono significative di uno stile che dovrebbe sempre informare il modo di procedere di questa nostra Chiesa.
Non mi resta che ringraziare il Signore per questa felice circostanza che vede da una parte restituita la dignità e l’onorabilità a un sacerdote ingiustamente e pubblicamente accusato e dall’altra, una personale presa di coscienza di situazioni di disagio e sofferenza. E’ questa presa di coscienza che ci fa capaci di ricondurre gli eventi nel loro giusto alveo di situazioni personali e non di messa sotto accusa di tutta la linea formativa del seminario quasi fosse una patologia di sistema, come affermato in maniera aberrante da alcuni.
Hai potuto, e noi con te, sperimentare la beatitudine di Gesù per coloro che sono ingiustamente insultati e accusati. Ti ricordo con affetto, prego per te e ti invio la mia benedizione.
di EMILIO GRIMALDI – La Procura della Repubblica di Catanzaro ha chiesto il rinvio a giudizio per don Roberto Mastro, ex prete di Belcastro. E’ accusato di violenza sessuale. Avrebbe abusato di 17 ragazzini, tutti minori di 14 anni, nel periodo in cui ha svolto il suo mandato di parroco tra il 2007 e il 2010. E’ la conclusione di una indagine aperta tre anni fa dopo la denuncia di alcuni genitori. Poi, durante le indagini, le segnalazioni si sono moltiplicate coinvolgendo una parte dei piccoli di Belcastro, un paese con poco meno di mille abitanti.
Durante l’incidente probatorio, seguito da un pool di periti non catanzaresi, sono stati dichiarati attendibili i racconti dei minori. Tutti avrebbero confermato di aver avuto “rapporti di natura sessuale” con il parroco. Soltanto uno dei ragazzini avrebbe negato categoricamente il resoconto dei compagni. Una deposizione, la sua, che non ha convinto né i pubblici ministeri che si sono succeduti, Alfredo Cianfarini, Emanuela Costa e Giovanni Bombardieri, e né il giudice per le udienze preliminari, Tiziana Macrì.
Nominato presbitero della parrocchia di San Michele Arcangelo in Belcastro dall’arcivescovo della Diocesi di Crotone Santa Severina, Domenico Graziani, il 1 ottobre 2007, raccontano che don Roberto ha svolto il suo mandato con un impegno. Ha fondato un gruppo scout, ha favorito la formazione di una Confraternita della Misericordia gemellata con quella di Isola Capo Rizzuto e ha aperto un sito web informativo sulle attività della chiesa locale.
Finché, la notte del 1 dicembre 2010, ha abbandonato in tutta fretta la casa canonica senza dare più notizia di sé. E la Diocesi di Crotone Santa Severina si è chiusa in un riserbo considerato sempre più imbarazzante dai fedeli del paese natale di San Tommaso d’Aquino rimasti senza spiegazioni. Sembra comunque si trovi in una località del Centro Italia.
E scatta l’inchiesta della Procura, condivisa con gli avvocati di parte civile delle famiglie coinvolte, nella quale sono state raccolte e messe a confronto centinaia di testimonianze di minori, genitori, parrocchiani e colleghi di don Roberto. Poi gli interrogatori dei bambini seguiti da psicologi ed esperti. Con la preoccupazione e la rabbia di un intero paese che chiede di non far scendere il silenzio su un caso così grave.
Lunedì è iniziata l’udienza pubblica della Commissione d’inchiesta sugli abusi sessuali sui minori. Coinvolte comunità religiose, orfanotrofi, scuole, Scout e organizzazioni non governative. La terribile realtà di un sistema a danno dei bambinidi TIZIANO RUGI
SYDNEY – “Le testimonianze che stiamo ascoltando saranno uno shock per molti”. Poche parole, quelle di Peter McClellan, presidente della Commissione reale sugli abusi sessuali sui minori in Australia, sufficienti a descrivere il clima di attesa nell’opinione pubblica per quella che potrebbe essere un’inchiesta senza precedenti nella storia australiana. E avere l’effetto di uno tsunami sulle comunità e le istituzioni religiose e non religiose del Paese, dagli orfanotrofi alle scuole, dagli Scout fino ai servizi di assistenza sociale per i figli dei cacciatori arborigeni.
I numeri sono impressionanti: almeno 4.300 i bambini coinvolti, in un arco temporale lungo decenni, ma nei prossimi mesi l’inchiesta potrebbe addirittura ingigantirsi nel caso altre vittime decidano di denunciare gli abusi del passato. A far scattare le indagini lo scorso novembre era stata una serie di scandali sessuali sui minori, con numerosi preti indagati, e l’accusa di un alto funzionario della polizia rivolta alla Chiesa Cattolica di cercare di insabbiare le indagini sugli abusi. Da ieri pomeriggio la Commissione creata dall’ex premier laburista Julia Gillard ha aperto l’udienza pubblica dei testimoni.
E quelle che sono tornate alla luce sono storie agghiaccianti: “Centinaia di vittime hanno sofferto abusi da piccoli e nel corso della loro vita hanno avuto bisogno di costante cura psicologica per limitare i danni: alcuni hanno persino tentato il suicidio”, ha raccontato il capo della Commissione d’inchiesta. Anche perché, spesso, negli orfanotrofi e nei collegi la pedofilia si accompagnava a “incredibili livelli di violenza fisica inflitta ai bambini da adulti che avrebbero dovuto occuparsi del loro futuro”.
Adesso la speranza è quella di un effetto domino: “E’ risaputo che il problema della pedofilia è diffuso nella comunità australiana, ma ancora è presto per stabilire quali siano gli attori coinvolti e le loro responsabilità”, ha ammesso McClellan. Infatti, sotto gli occhi della Commissione non c’è solo la Chiesa Cattolica, ma anche alcune organizzazioni non governative.
Nella prima udienza, dopo aver ascoltato più di quattrocento testimoni, sono state raccolte prove contro gli Scout, il servizio per i figli dei cacciatori arborigeni e la residenza per bambini della Ymca di Grafton. Nella prossima udienza, invece, sarà discusso il ruolo della Chiesa Cattolica nelle procedure di sanzione avviate in seguito alle denunce di abusi. Il sospetto è che in molti casi siano state quanto meno poco zelanti. La gravità della situazione era infatti a conoscenza delle alte gerarchie ecclesiastiche.
A settembre la Chiesa Cattolica dello stato di Victoria aveva confermato che più di 600 bambini avevano subito abusi sessuali dai preti fin dagli anni Trenta. E durante la visita in Australia nel liglio del 2008, Papa Benedetto XVI aveva incontrato alcune vittime e si era scusato in pubblico accusando i preti pedofili.
A Savona tutto doveva restare nel più assoluto silenzio. Nell’assoluta impunità. Per la Diocesi gli abusi sessuali sui minori dovevano restare impuniti. Chi finiva vittima di quel girone infernale doveva subire in silenzio. Qualcuno però, alla fine, ha avuto il coraggio di denunciare. Di incoraggiare le altre vittime a denunciare. E questo non è stato tollerato dalla Diocesi che, con i suoi Vescovi, sapeva di don Nello Giraudo (come di altri) e lo (li) proteggeva e protegge.
Francesco Zanardi ha denunciato. Ha convinto a denunciare chi era stato, come lui, vittima. Ha convinto a parlare di quei fatti, di quelle vergogne, chi nella Diocesi sapeva. Francesco Zanardi, così come don Carlo Rebagliati (l’ex economo che raccontò tutto, e non solo sui prelati pedofili, anche alla Procura della Repubblica) entrarono così in un altro girone infernale.
Ora qui, in questa prima parte, pubblichiamo ciò che non è mai stato pubblicato. La storia, con gli Atti, delle inchieste a carico di don Nello GIRAUDO e monsignor LANFRANCONI e, con questi, le omissioni della DIOCESI savonese e di quanti altri sapevano ed hanno omesso di impedire che Nello GIRAUDO frequentasse minori, tra campi scout e parrocchie…
E’ una storia che ha origine nei campi Scout “Savona 10”, dove il prelato Nello GIRAUDO poneva le sue attenzioni e pratiche sui ragazzini. Era il campo scout dove tra i “responsabili” vi erano il fratello di GIRAUDO, Livio, ed uno dei due “capi-gruppo” era Isabella SORGINI, divenuta poi moglie di Livio GIRAUDO e cognata di don Nello GIRAUDO. Livio GIRAUDO poi alla guida dell’ATA, la municipalizzata del Comune di Savona e Isabella SORGINI attuale Assessore ai Servizi Sociali del Comune di Savona. Due nomi indicati dallo stesso GIRAUDO nelle pagine della sua difesa.
Una storia che poteva essere stroncata sul nascere se chi aveva responsabilità, dagli Scout alla Diocesi, avessero presentato denuncia contro Nello GIRAUDO. Una storia che – come hanno raccontato le Iene – è stata invece coperta da una cappa di omertà meschina. Al diffondersi delle “voci” (e delle prime denunce!) sugli abusi compiuti dal GIRAUDO, la Diocesi applicava la più perversa pratica che la rendeva complice: tacere nel più assoluto stile omertoso, spostando di sede e funzione il GIRAUDO nella zona del savonese, permettendogli di continuare nella sua vergognosa pratica sui minori.
Il fascicolo su Nello GIRAUDO viene aperto dalla Procura di Savona nel 2009. Dalle testimonianze raccolte, così come dalle denunce ed esposti presentati, il quadro sui suoi comportamenti diventano evidenti quanto inconfutabili. Evidenti come il fatto che la Diocesi sapeva tutto, così come – dalle stesse memorie difensive di GIRAUDO, prodotte dal noto avvocato Marco RUSSO, esponente del PD – il fatto che una delle vittime certamente “era affidato “per ragioni di cura, educativa, vigilanza e custodia” a Stefano CORSINOVI e Daniela CARINI, nonché a Isabella SORGINI e Sandro FOLCO”.
Questa storia racconta che Nello GIRAUDO andava ai campi Scout del “Savona 10” sia responsabilità della propria funzione “pastorale”, sia occasionalmente e senza alcuna specifica “missione”. Come detto la Diocesi savonese (così come il Vaticano) sapeva tutto, tanto che, in un carteggio tra il Vaticano ed il Vescovo di Savona-Noli, Vittorio LUPI, tra il 29 marzo 2010 ed il 16 aprile 2010, si legge “mi riferisco al caso del Rev. Nello GIRAUDO, del Clero della Sua Diocesi, che fu denunciato nel 1980 per abuso di minori e che nel 2002 manifestava al Vicariato Generale la propria tendenza pedofila”.
Dagli Atti interni della Diocesi savonese si apprende che nonostante si sapesse delle pratiche sessuali del GIRAUDO Nello, gli si permetteva di avere continui rapporti con minori e che la principale preoccupazione del Clero fosse che nulla trapelasse sui giornali. Si legge chiaramente, per le stesse affermazioni del Vescovo LUPI, che sul “banco degli imputati” per la Diocesi, non vi era il “povero” Nello GIRAUDO, bensì Francesco Zanardi che denunciava tali fatti e li rendeva noti attraverso gli organi di informazione.
La Diocesi ha una responsabilità oggettiva negli atti perpetuati da Nello GIRAUDO. E’ chiaramente indicata anche dal GIP di Savona in merito all’ex Vescovo Mons. LANFRANCONI.
Si legge nell’Ordinanza del GIP di Savona: “alla luce di tutti gli elementi sopra elencati non vi è dubbio che LANFRANCONI fosse a conoscenza delle gravi condotte addebitate al GIRAUDO e, nonostante spettasse a lui, quale ordinario della Diocesi alla quale detto sacerdote apparteneva, tutelare la comunità dei fedeli (ed in special modo i minori) che venivano a contatto con Don Nello si guardò bene dall’assumere qualsivoglia iniziativa volta ad evitare che questi continuasse nelle sue esecrabili condotte, addirittura consentendogli di gestire una comunità per minori con difficoltà familiari (e, per ciò stesso, particolarmente fragili e privi di protezione)”. Ed ancora: “insomma, nonostante l’indagato (LANFRANCONI, ndr) avesse il potere ed il dovere di scongiurare la perpetrazione da parte del GIRAUDO di gravi condotte delittuose (quali quelle compiutamente descritte dalle sue vittime ZANARDI Francesco, (…omissis…) o, comunque, di limitarle, nulla fece in tal senso, non agendo neppure al fine di fare giustizia all’interno dellasocietas perfecta costituita dalla chiesa (cfr. le dichiarazioni ex art. 362 CPP rese da Don REBAGLIATI) e rendendosi in tal modo corresponsabile di tali condotte”.
Il successore del LANFRANCONI alla guida della Diocesi di Savona-Noli, Mons. Domenico “armeria” CALCAGNO, era ben conscio della questione GIRAUDO. Né scrisse a RATZINGER quando questi era Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Era nel settembre 2003. Scrive non per annunciare una denuncia all’Autorità Giudiziaria ma per chiedere consiglio. Consigli che non arriveranno, nemmeno quando RATZINGER (già informato) divenne Papa.
Sono passati 33 anni da quando GIRAUDO venne denunciato la prima volta, appena ordinato sacerdote e nominato vice-parroco a Valleggia. 33 anni passati da quanto (lo si legge nelle stesse carte della Diocesi) “si è verificato il primo, serio inconveniente (incoveniente, sic! ndr): insegnante di religione nelle statali è stato accusato da una mamma di atteggiamenti morbosi nei riguardi del suo bambino (tenuto sulle ginocchia e palpato in modo difficilmente precisabile)”.
In Diocesi (e poi in Vaticano) sanno ma tacciono. Lo sanno per certo i Vescovi con i quali GIRAUDO si è confessato. Scrive il GIP del Tribunale di Savona: “la circostanza (riferita dal medesimo GIRAUDO) che egli avesse confidato “soltanto in confessionale” i suoi problemi ai Vescovi che si erano succeduti alla guida della Diocesi (e quindi al LANFRANCONI), avrebbe impedito a quest’ultimo di denunciare il sacerdote alle autorità competenti, non non di assumere i provvedimenti opportuni atti a scongiurare il compimento da parte dello stesso di atti di pedofilia”.
La stessa Comunità per Minori che era stata attivata dallo stesso GIRAUDO nell’ambito della propria attività pastorale, è sta chiusa solo a dopo che non venivano più mandati minori a tale comunità.
In una nota interna della Diocesi savonese si legge che la Comunità veniva vista dal Vescovo CALCAGNO come un pericolo per don GIRAUDO e non invece, come dovrebbe essere, per i minori affidati ad una Comunità gestita da un pedofilo.Testualmente: “Mons. CALCAGNO, giunto a Savona nel marzo 2002, già in angustie perché intuisce il pericolo a cui don Nello (GIRAUDO, ndr) si espone (anche perché continua a gestire la comunità senza un preciso programma educativo), riceve confidenze allarmate di un assistente sociale che gli comunica che vari Comuni hanno deciso di non affidare altri ragazzi alla Comunità”.
Incalza il GIP di Savona:“triste è osservare come, a fronte della preoccupazione per la “fragilità” e la “solitudine” del GIRAUDO e il sollievo per il fatto che “nulla è trapelato sui giornali”, nessuna espressione di rammarico risulta dai documenti agli atti a favore degli innocenti fanciulli affidati alle cure del sacerdote e rimasti vittime delle sue “attenzioni”.”
GIRAUDO ha evitato il processo patteggiando un anno di reclusione, ma resta aperta la domanda del perché, oltre alla Diocesi, nessuno dei responsabili Scout del gruppo SAVONA 10 (tra cui il fratello di don GIRAUDO, Livio e la SORGINI) abbiano impedito che Nello GIRAUDO – noto già dal 1980 per la predilezione a rapporti sessuali con i minori !!! – frequentasse i campi scout (sia in veste formale, sia in quella informale).
Resta anche un’altra amarezza, che affronteremo nella seconda puntata, per il fatto che per la Diocesi (e amici fedeli) la “peste” da annientare non erano i pedofili che indossano l’abito talare, ma coloro che aveva avuto la “colpa” di denunciare all’Autorità Giudiziaria il GIRAUDO ed i suoi protettori.
Monsignor LUPI, attuale Vescovo di Savona, aveva annunciato lo scorso anno che la Chiesa vuole Giustizia, ma l’unica cosa certa è stata la “vendetta” contro chi ha osato rompere l’omertà… ed allora di tutto questo occorre che la comunità venga a conoscenza, diversamente Zanardi e i compagni di sventura, saranno vittime per la seconda volta.
Savona e i preti pedofili: l’inchiesta sulla diocesi “omertosa” Savona. E’ impietoso il ritratto della diocesi savonese che esce dall’inchiesta del quotidiano “La Repubblica” (così come dalle due puntate de “Le Iene” dedicate al tema) sui casi di pedofilia che sarebbero stati coperti dalla chiesa all’ombra della Torretta.
Tutto nasce dalle accuse di Francesco Zanardi, oggi 43enne, anch’egli vittima delle “attenzioni” deviate di don Nello Giraudo, accuse che trovano poi supporto in quelle di don Carlo Rebagliati, ex economo della diocesi, mancato qualche tempo fa, ridotto allo stato laicale dopo aver avuto il coraggio di “parlare”, anche e soprattutto situazioni poco chiare riguardanti la gestione finanziaria della diocesi (sulle quali c’è un altro filone d’inchiesta ancora aperto). “Vogliono farmi fuori” sono le parole di don Rebagliati, sulla cui omosessualità e sieropositività, da quanto si legge nell’inchiesta di Repubblica, la Curia ha chiuso un occhio, ma solo fino a quando non è diventato un testimone scomodo.
“Don Rebagliati ha avuto trattamento esemplare — racconta Zanardi nel video di Repubblica tv — Denunciato dopo aver denunciato gli abusi dei sacerdoti savonesi è stato indagato lui stesso e prosciolto dall’accusa di istigazione alla prostituzione. Denuncia che lo ha screditato: don Carlo aveva 65 anni ee era malato, togliendogli la parrocchia e riducendolo allo stato laicale, cosa gli rimaneva? Solo lo stipendio dato dall’istituto di sostentamento al clero, un’ottima arma di ricatto”. In ballo ci sono 32 anni di una vicenda sconvolgente per una città di provincia come Savona, vicenda che vede alcuni sacerdoti pedofili approfittare del loro ruolo all’interno di gruppi scout, ma anche di case di accoglienza e centri in cui i minori avrebbero dovuto essere ancor più tutelati, per abusare ripetutamente dei bambini.
“Emergono le coperture date a don Barbacini, insegnante al liceo classico Chiabrera, già condannato una decina di anni fa per episodi analoghi, ma arrivano anche nuove testimonianze — si legge nell’inchiesta di Repubblica — E alla fine anche don Nello Giraudo, nel frattempo ridotto allo stato laicale ma accolto in un convento in qualità di cuoco e factotum, verrà condannato. Lui che abusò di Zanardi quando era poco più che bambino, patteggia un anno per l’unico episodio che la Procura riesce a salvare dalla prescrizione. Tre vescovi finiscono nel mirino, i monsignori Sanguineti, Lafranconi e Calcagno che si sono succeduti a cavallo tra la fine degli anni 90 e il decennio successivo”.
Quel don Calcagno che, con una lettera del settembre 2003 all’allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede cardinal Joseph Ratzinger, lo informava del caso di don Giraudo, chiedendo di spostarlo altrove evitando “per quanto possibile, che abbia comunque responsabilità che lo mettano a contatto di bambini o adolescenti”. Don Giraudo sarà affidato alle cure “di un religioso psicologo” e la diocesi si salva così dallo scandalo. Oggi, Zanardi chiede che don Calcagno non partecipi al Conclave e chi ha coperto i preti pedofili paghi.
Varazze, luglio 1907. Mentre sui quotidiani italiani divampa lo scandalo degli abusi sulle piccole ospiti dell’Asilo della Consolata di Milano, di cui furono accusati due sacerdoti, il Collegio dei Salesiani della cittadina ligure è investito dalle clamorose rivelazioni del diario di Alessandro Besson, uno studente quattordicenne che descrive messe nere e riti orgiastici tra monache, preti e giovani convittori.
In due giorni il caso Besson passa dalle gazzette locali ai quotidiani nazionali e fa scoppiare in tutto il Regno d’Italia manifestazioni di piazza, disordini, violenti scontri che a La Spezia provocano l’incendio di alcune chiese, un morto e un centinaio di arresti. E crisi fra il governo Giolitti e la Santa Sede, la Massoneria viene accusata di aver architettato lo scandalo.
Il fronte democratico dei blocchi popolari cavalca lo sdegno collettivo per affermare la necessità di una scuola pubblica e laica, mentre quello cattolico si compatta e trova sostegno tra i moderati interessati a contenere l’avanzata socialista.
Attraverso questa vicenda, scatenata dal diario Besson, ritrovato e qui reso pubblico, emerge un quadro avvincente e torbido dell’Italia giolittiana. Una storia che vede coinvolti in primo piano il poeta Gian Pietro Lucini, figura chiave della cultura letteraria italiana tra Otto e Novecento, e famosi psichiatri e criminologi come Cesare Lombroso e Enrico Morselli, ricostruita e raccontata questo saggio con minuzia di particolari. Prefazione di Edoardo Sanguineti.
Un pretesto? Anche se Pier Luigi Ferro avesse raccontato lo scandalo Besson soprattutto per proporre una riconsiderazione delle vicende della storia d’Italia, avrebbe fatto una buona cosa. C’è molto bisogno di conoscere, e riflettere: per esempio, sul rapporto tra stato e chiesa qual era allora e qual è oggi, con equivoci sulla laicità non così sfumati e certo non eliminati.
L’opinione pubblica, e non solo le istituzioni come polizia e magistratura, si mostrarono in quella occasione ambigue o almeno volubili. La popolazione di Varazze che accoglie alla stazione come trionfatori i salesiani “vittime” dell’inchiesta è la stessa che in altri momenti si dimostra indignata e quasi pronta alla rivolta. Qualcuno la ha manipolata, ma essa stessa si è lasciata manipolare e si è confusa.
Stato e chiesa, giudici e sacerdoti, vittime e carnefici, non sono tanto chiari nella mentalità popolare della cittadina rivierasca. Siamo cambiati, o il grido alla “persecuzione giudiziaria” si è solo spostato a sedi più alte e la manipolazione si serve di mezzi tecnologici nuovi e potentissimi? In realtà Ferro rende un buon servizio al lettore perché fa entrambe le cose, cioè ricostruisce con straordinaria precisione storica e documentaria la scabrosa vicenda e nello stesso tempo usa tutte le occasioni per estendere l’argomento al contesto generale del paese.
È un’operazione che richiede cultura e polso, ma Ferro vi riesce assai bene. Mi trovo personalmente ad avere una condizione di osservazione privilegiata, quindi un po’ insidiosa, ma assai vicina agli ambienti ricostruiti nel volume. Ho vissuto a Varazze gli anni dell’infanzia e della prima adolescenza. Sono stato alunno esterno, cioè non convittore, del Collegio Don Bosco. Vi si trovava più di un sacerdote a disagio con il problema della castità, in una località frequentata d’estate da una umanità colorata, abbronzata e non di rado in anticipo discinta. Ho sentito a tratti un’aura di ossessione sulla materia della sessualità e sulla figura della donna. Ho avuto conoscenza di atti ambigui nel confessionale o di qualche vischiosa tenerezza verso miei compagni di scuola. Ricordo però anche esortazioni a nobili valori, pratiche sportive, gagliarde uscite degli scout. E begli esempi di fede e carità. Questa digressione per dire che non ho prevenzioni di sorta, ma non sono disposto, proprio per questo, a rifiutare di credere ciò che ha una dignità di prova a proprio sostegno. Non c’è “attacco alla chiesa” se si accusano di pedofilia alcuni sacerdoti.
Ciò che è accaduto in tante parti del mondo in questa materia quasi invoca un lavoro come quello di Ferro, gli dà ragione e necessità e al tempo stesso ne riceve un supporto di rigore e ragionevolezza. Dunque: nel primo Novecento, nell’Italia di Giolitti, a Varazze scoppia uno scandalo che ha al centro l’accusa di pedofilia contro i padri salesiani.
Un giovane in particolare assume il ruolo di accusatore, sostenuto da una madre che diviene figura da romanzo. E anche sotto il profilo narrativo Ferro sa il fatto suo. Giornali cattolici e liberali pubblicano dettagli scabrosi che anche oggigiorno susciterebbero imbarazzo. Alcuni di loro, con clamoroso voltafaccia, passano dall’indignazione contro i pedofili alla sdegnata accusa verso la cospirazione massonica e anticlericale.
Si scopre già allora che l’insabbiamento dei processi è una tecnica fruttuosa, cui giova il trascorrere del tempo con la compagnia dell’oblio nel quale gli italiani sono spesso maestri. Il libro si apre con un prefazione di Edoardo Sanguineti proposta in forma di intervista, che ora colpisce anche per il suono della voce che si è da poco spenta nella morte. Proprio tra le carte di un poeta caro a Sanguineti, Gian Pietro Lucini, è emerso il diario che accusava.
Lucini raccolse ampio materiale con il proposito di dedicare un libro alla vicenda. Non lo concluse mai, e tuttavia Ferro non si lascia scappare l’occasione per approfondire accuratamente anche la sua opera e la sua poesia. La notizia giornalistica è di “turpitudini” nel collegio salesiano. Intervengono fulmineamente ed energicamente i carabinieri, interrogano, arrestano, mentre filtrano immagini da lupanare con preti e suore.
A Savona e La Spezia si manifesta contro chiese e oratori, ne parlano addirittura i giornali americani. Un giovane muore per lo sparo di un carabiniere preso dal panico durante i disordini. Sta di fatto che nel processo gran parte dei genitori ritirano le querele che erano allora necessarie per perseguire quei reati sessuali. Besson aveva parlato di abusi ma anche di messe nere in un memoriale fantasioso, forse morboso, difficile da valutare. Nonostante la constatazione da parte dei medici legali di lesioni di origine inequivocabile sulle vittime, lo scandalo si dissolse. Tra improcedibilità per remissione di querela, assoluzioni, condanne limitate a un sacerdote frattanto datosi alla fuga e l’allontanamento dello stesso Besson e di sua madre.
Ma altri dettagli importanti e singolarmente significativi non stanno in una recensione, che non deve d’altronde anticipare quegli aspetti più “romanzeschi” cui si è accennato. Né si può qui far apprezzare quella ampiezza dell’affresco storico-culturale che la lettura del libro di Ferro fa invece pienamente e utilmente godere. Impossibile nascondere però, proprio per la qualità del testo, il disagio e l’amarezza per certe debolezze della cultura civile e del costume, certe ipocrisie e sopraffazioni che ancora improntano il nostro paese e lo avviliscono e davvero sembrano non passare mai.
Si sono concluse le indagini su don Giangiacomo Ruggeri, 44 anni, ex portavoce del vescovo di Fano, arrestato un anno fa con la pesante accusa di pedofilia e atti osceni in luogo pubblico per presunti abusi compiuti in spiaggia su una sua giovanissima parrocchiana.
Il sacerdote, che nel frattempo è tornato in libertà, è accusato di aver compiuto atti sessuali con una ragazzina di 13 anni, consumati sulla spiaggia di Torrette di Fano in due occasioni, il 10 e il 12 luglio 2012.
A denunciare il parroco il 10 luglio era stato il bagnino della spiaggia che, come altri bagnanti, aveva assistito incredulo allo scambio di effusioni in pubblico tra il religioso e la tredicenne. La polizia era stata avvertita ma all’arrivo della pattuglia le effusioni erano terminate. La chiamata aveva però insospettito il capo del commissariato di Fano che aveva fatto posizionare quella stessa notte delle telecamere nascoste per riprendere eventuali nuove effusioni dei due. Due giorni dopo, il 12 luglio don Giangiacomo era tornato in spiaggia con la ragazzina e aveva ripreso con effusioni sotto l’ombrellone, dietro le cabine e soprattutto in acqua dove, secondo l’accusa, i due avrebbero consumato un rapporto sessuale.
Il filmato di circa due ore ripreso dalle telecamere nascoste aveva convinto gli inquirenti a chiedere l’arresto del sacerdote per il pericolo di reiterazione del reato e di inquinamento probatorio.
Al sacerdote non sono stati contestati episodi con altre minori, né sono state riscontrate violenze nella circostanza. “Non sono emerse né violenze fisiche né coercizioni morali – ha spiegato Gianluca Sposito, l’avvocato difensore – bensì una relazione affettiva fra la minore e il mio assistito”.
Giangiacomo Ruggeri, ex parroco a Orciano, giornalista collaboratore di “Avvenire”, vice direttore del Servizio nazionale per la Pastorale giovanile della Cei, era anche assistente ecclesiastico dell’Associazione cattolica guide e Scout d’Europa, e docente di teologia nell’Istituto teologico marchigiano.
La diocesi di Ratisbona è lontana chilometri da un chiaro chiarimento dei casi di abusi sessuali. Ciò è esemplificato dagli oltre 50 anni di storia di insabbiamento dell’ex direttore dei Domspatzen Georg Friedrich Zimmermann.
A metà aprile 2013, il nuovo vescovo di Ratisbona, Rudolf Voderholzer, ha parlato per la prima volta di casi di abusi nelle istituzioni cattoliche nella sua diocesi. Quando gli è stato chiesto se vedeva la necessità di ulteriori azioni dopo aver esaminato i file pertinenti, ha risposto in modo cortese ma vago. Lo vergogna, lo preoccupa, “ciò che è venuto alla luce.” Tutto deve essere chiarito.
Ma chi è il destinatario di questo ricorso? La sua stessa cattedra, che finora è stata coinvolta meno nel chiarimento che nell’occultamento dei collegamenti? Il suo predecessore Gerhard Ludwig Müller, che nel frattempo è stato promosso prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede e deve quindi chiarire la propria inadeguatezza come ex vescovo di Ratisbona? O la corporazione dei giornalisti che il vescovo Müller ha voluto spazzare nell’angolo nazista insieme a Joseph Goebbels nel 2010?
Chi ricapitola i precedenti annunci della cattedra di Ratisbona in relazione alle indagini sui casi di abuso scoprirà presto che il bel parlare non corrisponde all’azione concreta. Questa è una delle principali fonti della continua perdita di credibilità della Chiesa cattolica romana.
Quanto lontano si sia realmente nella diocesi di Ratisbona da un trasparente chiarimento degli episodi di abuso annunciati nel marzo 2010 tramite tutti i media si può ben mostrare in una storia di insabbiamenti che dura da più di 50 anni: nella storia dell’ex direttore dell’orchestra diocesana di musica e cattedrale Georg Zimmermann, che è stato più volte notato per “fornicazione con tossicodipendenti”.
Georg Zimmermann: allievo del seminario maschile di St. Wolfgang
Nato nel 1916 a Pfrentsch vicino a Eslarn, Georg Zimmermann non ha avuto un inizio di vita facile. Dopo aver perso il padre all’età di tre anni, il secondo marito di sua madre non voleva avere niente a che fare con lui. Mentre frequentava le scuole elementari, il musicalmente talentuoso Georg aveva già annunciato di voler diventare prete.
A quel tempo, i ragazzi provenienti da ambienti poveri vi arrivavano tramite il seminario maschile episcopale a St. Wolfgang. Dal 1883 il suo scopo principale è stato l’educazione scolastica dei giovani sacerdoti, che mancavano ovunque. Questo è finanziato fino ad oggi dal birrificio della fondazione vescovile “Bischofshof”, tra gli altri. Gli alunni sono stati alloggiati negli edifici dell’Obermünsterstift, durante il giorno hanno frequentato l’”Altes Gymnasium” in Ägidienplatz.
Dopo aver conseguito il diploma di scuola superiore nel 1937, Zimmermann entrò in seminario e studiò teologia all’Università di Ratisbona. Con l’inizio della seconda guerra mondiale, le università statali filosofiche e teologiche della Baviera furono chiuse.
Come la maggior parte degli altri seminaristi, Zimmermann fu arruolato nel servizio militare – nessuno rifiutò. Più di 30 dei 167 seminaristi della diocesi di Ratisbona sono morti “una morte eroica per la patria”, secondo una dichiarazione. La sua morte probabilmente non fu dolce, tuttavia, poiché la targa commemorativa degli “Eroi della prima guerra mondiale” presso l’”Alten Gymnasium” giura: “Dulce et decorum est pro patria mori” (in inglese: It is sweet and honorable to morire per la patria). Zimmermann è sopravvissuto ma ha perso una gamba a causa di un grave infortunio.
Zimmermann diventa sacerdote, prefetto di musica e direttore dei Domspatzen
Dopo il suo ritorno da un breve periodo come prigioniero di guerra, Zimmermann terminò il seminario clericale e fu ordinato sacerdote dal vescovo Buchberger a metà del 1949. Un anno dopo assunse la carica di prefetto nel seminario vescovile di Straubing, dove divenne prefetto di musica. Tuttavia, è stato liberato da questo obbligo dal vescovo Buchberger, che lo ha costantemente patrocinato, per lo studio tanto atteso della musica. Per fare questo, Zimmermann si recò prima a Monaco, poi a Colonia e Vienna.
Presumibilmente c’erano piani concreti per sostituire Theobald Schrems, che era già malato, come direttore della cattedrale. Anche qui Zimmermann ha avuto l’appoggio del vescovo Buchberger. Ma gli eventi al collegio di Domspatzen si intensificarono e Zimmermann non sostituì il Domkapellmeister, ma sostituì Friedrich Zeitler come direttore del collegio di Domspatzen dal gennaio 1959. Contestualmente , secondo un comunicato della cattedra del 5 marzo 2010 , è stato nominato direttore del liceo musicale. Tuttavia, queste informazioni contraddicono le relazioni annuali del Gymnasium.
La carriera dei Domspatzen, all’epoca molto apprezzata, terminò dopo soli otto mesi, da quando il direttore Zimmermann abusò dei suoi allievi del collegio, come il suo predecessore Friedrich Zeitler. La storia di Zeitler è strettamente legata a quella di Zimmermann.
alla maniera di Zeitler
Friedrich Zeitler, nato nel 1918, era l’unico figlio di una famiglia di mastri fabbri a Mitterteich. Anche se avrebbe dovuto rilevare l’azienda di famiglia, decise di diventare sacerdote. Presumibilmente, il fatto che Zeitler, come affermano gli atti del tribunale di Ratisbona, da bambino di otto anni sia stato ripetutamente “abusato sessualmente” da un fabbro operaio ha giocato un ruolo non trascurabile qui.
Il percorso di Zeitler per realizzare il suo desiderio di diventare di nuovo sacerdote ha attraversato l’Episcopal Boys’ Seminary di St. Wolfgang. Theobald Schrems, anch’egli originario di Mitterteich, potrebbe aver collocato il ragazzo Friedrich nell’Obermünsterstift. Per inciso, Schrems frequentò anche il Seminario Episcopale da ragazzo, e in seguito vi lavorò come prefetto (1920-1924).
Nel seminario per ragazzi, Zeitler ha poi incontrato Georg Zimmermann. Entrambi si diplomarono nello stesso anno ed entrarono insieme in seminario, dove frequentarono lo stesso corso. Entrambi furono ordinati sacerdoti dal vescovo Buchberger nel 1949. Da studente, Zeitler era ancora coinvolto nel collegio Domspatzen. Nel 1939, come prefetto, visse sotto lo stesso tetto del Domkapellmeister Theobald Schrems in Orleansstrasse.
Questi intrecci sociali a volte duraturi e le molteplici sovrapposizioni in termini di luoghi di origine e seminari cristiani sembrano essere tipici dell’intero ambiente del collegio. L’odore stabile di un seminario per ragazzi aiuta a poter sorgere nella diocesi, in particolare in quella dell’Obermünsterstift.
La fuga di Zeitler
Dopo la sua ordinazione sacerdotale, Friedrich Zeitler ha lavorato come collaboratore a Deggendorf, dove si è occupato anche dei boy scout locali come “leader spirituale”. Quando nel 1953 fu aperto il nuovo edificio del collegio Domspatzen in Reichsstrasse, Zeitler fu incaricato. Tuttavia, la posizione di direttore del collegio divenne vacante nell’aprile 1958 perché sfuggito all’accusa fuggendo in Svizzera.
Zeitler è stato inizialmente ricercato a livello internazionale per mesi con l’accusa di “fornicazione con tossicodipendenti”. Dopo il suo ritorno dal suo nascondiglio svizzero a St. Johannes-Stift Zizers, si è consegnato alla giustizia. Nel maggio 1959, dopo una confessione su larga scala, fu infine condannato a tre anni di carcere dal tribunale distrettuale di Ratisbona.
Ciò che colpisce della confessione di Zeitler è un dettaglio che non ha conseguenze, cioè non aumenta la pena. Di conseguenza, aveva già commesso “atti di indecenza” nel 1941 durante il viaggio di propaganda nazista dei “Domspatzen” in Spagna. Tra l’altro, ha confessato di aver sentito i genitali di uno studente di cattedrale di 13 anni “con intenzioni lussuriose”. Intanto: i suoi stupri di ragazzi del coro nella cappella della casa in Orleansstrasse intorno al 1940, denunciati nel 2010 dalle persone colpite al cosiddetto “commissario agli abusi della diocesi” dott. Birgit Böhm fu denunciata e divenne nota nell’ambiente Domspatzen, Zeitler all’epoca aveva taciuto durante il processo. Il professore lo tiene ancora segreto fino ad oggi.
Dopo la sua scarcerazione anticipata, Zeitler tornò in Svizzera e, nonostante fosse stato bandito dal lavoro, dall’ottobre 1961 lavorò come direttore spirituale al Constantinaeum, un collegio femminile di Coira. Secondo le informazioni della diocesi di Coira, non vi invadeva più.
Digressione: prima fornicazione oggi abuso
Secondo la situazione legale dell’epoca, i rapporti sessuali di Zeitler con gli studenti erano classificati come crimini continuati di “fornicazione con persone a carico” o di “bambino” e “fornicazione tra uomini”. Notevole: Dopo che gli studenti interessati avevano superato l’età di 14 anni, avrebbero potuto essere perseguiti anche secondo il “§ 175 – fornicazione tra uomini”, cosa che non è avvenuta.
Lo sfortunato §175 è stato rimosso dal diritto penale nel 1994 dopo diversi tentativi di riforma. Tuttavia, i rapporti sessuali con alunni o alunni (fino all’età di 16 anni e in casi speciali 18 anni) sono ancora puniti come reati gravi ai sensi del § 174, “Abuso sessuale dei reparti”.
Nonostante l’applicazione del §175, la condanna di Zimmermann e Zeitler non riguardava gli omosessuali che sono stati purtroppo perseguitati, ma i molestatori sessuali. Si tratta di sacerdoti immaturi che vivevano le loro preferenze sessuali in modo asociale con reparti dipendenti. Questa preferenza sessuale non era evidentemente rivolta ai bambini ma agli adolescenti – la classificazione scientifica: efebofilia – dello stesso sesso. Quindi, per quanto si può vedere, non è un pedofilo, ma un modello efebofilo.
Il fatto che gli autori abbiano prestato poca attenzione alle leggi statali è dovuto, tra l’altro, al fatto che le autorità ecclesiastiche non hanno quasi mai denunciato di propria iniziativa i preti abusivi alle autorità giudiziarie statali fino al 2010. E, ultimo ma non meno importante: si tratta di autori di atti spirituali che hanno ricevuto parti essenziali della loro dubbia socializzazione in istituzioni cattoliche d’élite per la creazione di giovani sacerdoti.
Velo sul caso Zimmermann
Da quando la cattedra di Ratisbona ha preso il volo nel marzo 2010 nel caso di Georg Zimmermann con una conferenza stampa, sono circolate molte informazioni sbagliate e incoerenti.
Uno dei motivi della conferenza stampa era che l’ex Domspatz Franz Wittenbrink aveva annunciato che sarebbe apparso in un talk show. Wittenbrink riferì all’epoca che il direttore del collegio dell’epoca, Zimmermann, si masturbava con gli studenti davanti al vino rosso e che anche tra gli studenti erano avvenute aggressioni sessuali.Le dichiarazioni di Wittenbrink non furono successivamente né ufficialmente smentite né confermate.
La politica di informazione diocesana nel caso Zimmermann rientra maggiormente nella categoria del “mimetizzazione e inganno”. Le informazioni ufficiali sulla data del processo e sulla durata della detenzione sono semplicemente errate. Inoltre, la cattedra afferma che a Zimmermann fu concesso inutilmente un congedo dal lavoro nell’agosto 1959 per studiare musica. Questa manovra diversiva è smentita dal fatto che l’uomo sfrattato ha fondato e diretto la “Sing- und Musikschule Eslarn” nella sua città natale nel 1961 dopo il suo intermezzo con i Domspatzen. Che discesa! Da direttore di Domspatzen a insegnante privato di musica nel “villaggio sulla striscia della morte” (come il titolo di un programma BR).
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Ma l’ordinariato non rimase inattivo. Dopo che Georg Zimmermann è stato presentato come un criminale condannato e deceduto alla conferenza stampa del marzo 2010, il personale diocesano ha determinato “abuso sessuale” sul posto e ha portato tutte le informazioni disponibili sull’ex direttore musicale a Ratisbona. In cambio, tuttavia, a Eslarn sono state lasciate informazioni fuorvianti. Da allora, le persone non hanno solo aspettato lì nel municipio un rapporto significativo sul caso Zimmermann.
Sono state respinte le richieste scritte all’Archivio Centrale Episcopale e al Vicariato Generale per le ragioni del suo licenziamento e per la verifica dei dati biografici di Zimmermann. La falsa informazione viene così cementata. Dall’archivio c’era almeno il bellissimo necrologio colorato del giornale della diocesi “Chi Dio dà la croce – in memoria del direttore musicale Georg Zimmermann” in occasione della morte di Zimmermann il 17 gennaio 1984. In esso, Zimmermann è ritratto come un esistenza sofferente. Non una parola sui suoi abusi e “cattiva condotta”.
Zimmermann (non) un “molestatore di ragazzi”
I dettagli dell’ambiente familiare di Zimmermann, d’altra parte, possono essere riconciliati con la descrizione di Wittenbrink. Alla domanda sui motivi della sostituzione di Zimmermann come direttore dei Domspatzen nel 1959, è stato detto che aveva “avuto a che fare con i ragazzi” in un modo speciale. Proprio come “gli antichi greci”. Ma per non essere accusato di essere un “molestatore di ragazzi”, rinunciò volontariamente alla sua posizione con i passeri della cattedrale.
Le circostanze del licenziamento di Zimmermann dal “Domspatzen” non sono ancora note. Ciò che può essere considerato certo, tuttavia, è che si è reso intollerabile come regista che coltivava “l’amore dei ragazzi” e non ha impedito abusi sessuali nella sua casa e nemmeno li ha commessi lui stesso. Soprattutto perché il suo predecessore Zeitler è fuggito e poi è andato in prigione proprio per questi crimini. Poiché anche gli attacchi di Zeitler furono pubblicamente lamentati, la reputazione della giovane scuola di musica minacciò di affondare ulteriormente sotto Zimmermann.
Direttori Domspatzen come abusatori
Ma la serie di direttori sessualmente abusanti del collegio di Domspatzen non si è conclusa con la sostituzione di Zimmermann. Il suo successore Siegfried Lintl, a sua volta ex allievo del seminario episcopale di St. Wolfgang e sacerdote del seminario di Ratisbona, è sospettato di aver abusato sessualmente di studenti della cattedrale.
Sorgono delle domande: come erano le condizioni sociali nel seminario di studio episcopale di Obermünster, noto come fucina di sacerdoti e che godeva della massima reputazione fino alla sua chiusura nel 1998? È una pura coincidenza che i primi tre direttori di collegio, Friedrich Zeitler, Georg Zimmermann e Siegfried Lintl – tutti ex sacerdoti e seminaristi di St. Wolfgang impiegati da Theobald Schrems – siano diventati sessualmente aggressivi nel collegio di Domspatzen? Difficilmente probabile.
Il breve episodio di Zimmermann con i “Domspatzen” sarebbe stato probabilmente dimenticato molto tempo fa se ex pensionanti come Wittenbrink e altri non avessero sottolineato le azioni del regista in quel momento. Nelle pubblicazioni commemorative e nei rapporti annuali dei Domspatzen, Zimmermann viene soppresso a buon mercato. Questi insabbiamenti ricordano i membri di una famiglia violenta che mentono a se stessi ea coloro che li circondano piuttosto che affrontare le realtà violente.
Ma come si è comportato Georg Zimmermann a Eslarn dopo essere stato sostituito come direttore del Domspatzen?
Da insegnante privato di musica a direttore musicale diocesano
Apparentemente come una sorta di reminiscenza del posto precedentemente previsto di direttore della cattedrale, Zimmermann iniziò inizialmente ad addestrare i ragazzi a Eslarn “per il sacro servizio nel canto corale”. È così che la cronaca parrocchiale di Eslarner del 1965 riportava teologicamente esagerata. Nel 1961 fondò e diresse la “Sing- und Spielschule Eslarn”, da cui si sviluppò la “Knaben-Kapelle Eslarn” e dalla quale Zimmermann reclutò le sue prossime vittime, per così dire.
Seguì presto un certo successo e la cappella raggiunse la stima nazionale. Zimmermann era considerato da molti dei suoi contemporanei un insegnante di musica molto dotato. Ma Eslarn era solo una soluzione di emergenza per lui.
Quando a Zimmermann fu offerto un ritorno a una posizione di alto livello nella diocesi, accettò immediatamente. A metà del 1964 è stato nominato primo direttore musicale diocesano di Ratisbona sotto il vescovo Rudolf Graber. Diresse così il neocostituito dipartimento diocesano per la musica sacra. Insieme al maestro di cappella della cattedrale, dall’inizio del 1964 Georg Ratzinger, e al direttore della musica sacra di Ratisbona, Ferdinand Haberl, il direttore musicale diocesano Zimmermann è stato uno dei tre principali musicisti di chiesa della diocesi. Che splendida rimonta. Tuttavia, il prossimo incidente non si è fatto attendere.
Già nel gennaio 1968, il suo secondo incarico di regista terminò bruscamente. Questa volta la sostituzione non è avvenuta in background, ma con una certa attenzione pubblica. Questa volta è stato anche arrestato per un breve periodo dopo che una madre a Eslarne lo ha denunciato con mandato d’arresto. Il sospetto di “fornicazione con persone a carico” venne processato. Nel febbraio 1969 Zimmermann fu condannato a 20 mesi di carcere e rilasciato nuovamente nel maggio 1969 dalla cattedra di Ratisbona.
La punta dell’iceberg di Eslarn
In un servizio giornalistico del NEUE TAG del 22 febbraio 1969, il giorno dopo il processo, sotto il titolo “Bevendo fuori strada”, viene tracciata l’immagine di un uomo pietoso che purtroppo cadde vittima di fornicazione. In base a ciò, Zimmermann, in quanto invalido di guerra, non è stato in grado di raggiungere il suo (non specificato) obiettivo professionale elevato, nonostante le “promesse di un anno fatte dai suoi superiori”. Di conseguenza, “è iniziato a bere”, ha preso antidolorifici, è stato respinto dalle donne e alla fine “è finito nelle grinfie di un omosessuale sposato”. È così che è arrivato a “sentire la mancanza dei suoi studenti di musica.” Gli “errori” sono andati avanti per alcuni anni. Spesso incontrava “resistenza violenta da parte dei ragazzi” “quando voleva toccarli indecentemente.” Poi si lasciò andare,
Poiché l’imputato ha confessato e si è pentito, i ragazzi interessati non hanno dovuto testimoniare. Il direttore sanitario di Ratisbona Sebastian Maier ha approvato la ridotta sanità mentale di Zimmermann, il che significa che di tutta la serie di reati penali “rimane solo una piccola mancia per la condanna”, secondo il pubblico ministero citato nel rapporto del quotidiano. Dei tre anni richiesti, sono rimasti 20 mesi di carcere.
Quello che il giornale non menziona è la posizione di Zimmermann come sacerdote e direttore del “Domspatzen”. Apparentemente anche la corte non sapeva che lì aveva già “trattato con ragazzi”, poiché gli incidenti del 1959 erano stati gestiti con discrezione. Visto il gran numero di attacchi rimasti comunque impuniti, probabilmente non volevano più sapere tutto questo con precisione. Dopo il suo rilascio dalla prigione, il consiglio parrocchiale di Eslarner, tra gli altri, ha discusso la situazione e ha sostenuto di dare a Zimmermann un’altra possibilità. Gli fu poi permesso di dare di nuovo lezioni di musica per i giovani.
La terza possibilità di Zimmermann
Dopo circa un anno e mezzo come insegnante di musica a Eslarn, Zimmermann è stato autorizzato a lavorare per la terza volta per la cattedra di Ratisbona all’inizio di settembre 1972. Questa volta Zimmermann ricevette la carica di prefetto di musica nel seminario di studio episcopale a Weiden, guidato dal pastore Heinrich Hiebl come direttore. Hiebl, che ha ricoperto una posizione dirigenziale nel seminario di Obermünster dal 1941 al 1955, potrebbe aver saputo delle aggressioni sessuali di Zimmermann. In ogni caso, c’era la condizione che Zimmermann non potesse pernottare al seminario, ma che dovesse tornare a Eslarn, a quasi 40 chilometri di distanza, ogni sera, quando la “tentazione” è nota per essere più forte.
Dopo circa un anno da prefetto ci fu un altro contenzioso. Di conseguenza, Zimmermann fu licenziato per la terza volta nel novembre 1973 o andò in pensione anticipata all’età di 57 anni. Ciò non è stato fatto dal regista Hiebl, ma dal suo successore. Sorprendentemente, anche Heinrich Hiebl, all’età di 62 anni, è stato messo in pensione anticipata in questa occasione. Cosa sia successo esattamente non è ancora noto.
Come valutare questo rinnovato impiego di Zimmermann o la “precauzione” di non consentire il pernottamento nel seminario? Ingenui, negligenti o inerenti alle strutture di abuso? Dal punto di vista odierno, l’edizione sembra aver perso il nocciolo del problema. Sarebbe stato facile per Zimmermann incontrare i rioni in città o fuggire a Eslarn. Il collega Zeitler fece lo stesso e abusò per un po’ di uno dei suoi allievi Domspatzen nella sua nativa Mitterteich.
Chiunque chieda i motivi della sostituzione di Zimmermann si imbatterà in un cartello del silenzio o “persone ignoranti”.
Un “Obermünsterer” non sa nulla
Tuttavia, ci sono ex dirigenti del seminario Weiden che potrebbero contribuire all’illuminazione.
L’ultimo direttore di Weiden, Joseph König, che ha frequentato il seminario di Obermünster (Abitur 1964) e ha lavorato prima come prefetto con i Domspatzen e poi nel seminario di Weiden, quando gli è stato chiesto del caso si è ricordato immediatamente del caso Zimmermann. Alla domanda sui motivi del licenziamento di Zimmermann, König ha detto che “non deve lavare i panni sporchi, vero?” Devi capirlo. No, “non è successo niente” nel seminario per quanto riguarda le aggressioni sessuali, non sapeva nulla degli incidenti a Eslarn. Joseph König, attualmente “Direttore della Fondazione Pielenhofen dei passeri del duomo di Ratisbona”, ha conservato ciò che è realmente accaduto, la cui sporcizia è ancora attaccata alla biancheria della cui biancheria.
In una relazione finale sul seminario di studio episcopale di Weiden, scritta quando l’istituto fu sciolto nel 1989, si cerca invano eventuali incidenti o un prefetto di musica di nome Georg Zimmermann. Josef Ammer, allora prefetto a Weiden, fu incaricato della stesura di questo documento. Dal 2006 Ammer è canonico e funzionario (vicario di corte) di Ratisbona. Rappresenta il vescovo nel suo ambito di giurisdizione ed è a capo dell’autorità del tribunale ecclesiastico, che è responsabile, tra l’altro, dei cosiddetti delitti morali.
Ammer è un tipico discendente diocesano auto-allevato, un “Obermünsterer”, come dice lui: A Regensburger di undici anni venne nel 1965 al seminario di studio St. Wolfgang Obermünster (Abitur 1975), lavorò nell’istituto successore come Sottoprefetto, ha ricevuto l’ordinazione sacerdotale nel 1980, e poi dal 1984 al 1989 ha lavorato come prefetto nel seminario maschile di Weiden. Alla domanda sui motivi del licenziamento di Zimmermann, Ammer ha immediatamente rassicurato che all’epoca non sapeva nulla di Zimmermann, un prefetto della musica, o del sottofondo, quindi il fatto che non fosse menzionato nel rapporto non significava nulla. Inoltre non sa nulla di una chiesa o di un’indagine penale contro Zimmermann. Di fronte a una via Zimmermann a Eslarn, invece, rimarrebbe sorpreso: “Pensate che una via porti il nome di un
Da Eslarn a Moosbach
Dopo che Zimmermann dovette lasciare il seminario di Weiden nell’autunno del 1973, tornò a Eslarn come pensionato. Poiché ora c’erano delle riserve su di lui, non gli era permesso dare lezioni di musica individuali, solo lezioni di gruppo. L’allora scuola di canto e di recitazione ancora esistente era pragmaticamente chiamata “Grenzlandmusikschule Eslarn e. V.” ehm. Secondo il registro municipale delle associazioni, un tale gruppo esiste ancora a Eslarn.
Cosa accadde esattamente negli anni seguenti, nessuno vuole o può dare informazioni. In ogni caso Zimmermann fu infine giudicato intollerabile e, su insistenza del parroco locale, non fu più autorizzato a dare lezioni di musica. Nel 1978 si è poi trasferito nella vicina città mercato di Moosbach. Fu ricevuto lì con un bacio sulla mano e lasciato a lui per dirigere e addestrare la neonata “Jugendmusikcorps Moosbach”. Zimmermann mantenne questa posizione fino alla sua grave malattia a metà del 1983.
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Un ex studente di Moosbacher Zimmermann (e seminarista di Obermünster) non ha nulla di negativo da dire sul suo insegnante all’epoca: “Non era invadente con me o con gli altri.” Il suo insegnante di musica, aveva l’impressione, fosse stato cacciato da Eslarn. Zimmermann aveva le lacrime agli occhi quando ha detto che non gli era più permesso insegnare il coro dei suoi ragazzi. Tuttavia, secondo l’ex studente, in una certa identificazione con l’autore, il crimine compiuto di Zimmermann non dovrebbe oscurare i suoi meriti e il lavoro di una vita. Si dice che quasi tutti i musicisti attivi delle generazioni rilevanti a Eslarn, Moosbach e dintorni provengano dalle scuole di Zimmermann.
Aggressione contro le persone colpite e onorare l’autore
Diversi Moosbacher ed Eslarner – per lo più ex studenti del sacerdote – hanno subito espresso il loro dispiacere o hanno parlato di “casino” per il fatto che le gesta di 40 anni sarebbero state riesumate dopo la pena detentiva. L’oggetto di questo oltraggio aggressivo non è però la cattedra di Ratisbona, che nel marzo 2010 ha alimentato i media con la causa Zimmermann (o Zeitler) per ragioni tattiche, ma un nipote e vittima di abusi di Zimmermann: Gottlieb Hochwart.
Quasi sempre era (ed è) presunto un motivo finanziario, dal momento che ha usato le prime segnalazioni di abusi al Domspatzen nel marzo 2010 come un’opportunità per denunciare il proprio (ripetuto) stupro a nove anni da parte di suo zio nel 1959 . Hochwart riuscì a superare il vergognoso silenzio solo dopo 50 anni.
Il rapporto di Hochwart suona credibile e tipico di coloro che vogliono vedere condannata l’aggressione sessuale subita e che vogliono che gli autori siano identificati come autori. Tuttavia, nessuno di coloro che sono stati colpiti dall’ex banda di ragazzi degli anni ’60 ha parlato finora. Che sia per vergogna o disinteresse.
D’altra parte, le reazioni tendenzialmente aggressive degli ex studenti di Zimmermann nei confronti di Hochwart dopo aver accusato suo zio di abusi possono essere spiegate solo con la mancanza di empatia della vittima e/o di identificazione con l’autore del reato. Si adatta all’immagine inquietante quando senti da un’anziana signora di Eslarn che Zimmermann ha regolarmente infilato denaro nei ragazzi maltrattati della band maschile negli anni ’60 quando sono tornati a casa dopo le prove musicali. In privato si parla anche del termine “silenzio denaro”.
Ultimo ma non meno importante, l’identificazione con l’autore del reato ha portato a un’iniziativa a Eslarn 20 anni fa da parte di diversi club e gruppi musicali che volevano onorare Zimmermann con il nome di una strada. Di conseguenza, il consiglio comunale del mercato ha deciso alla fine del 1993 di creare una “Gg.-Zimmermann-Straße”.
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Un ex studente di Moosbacher Zimmermann (e seminarista di Obermünster) non ha nulla di negativo da dire sul suo insegnante all’epoca: “Non era invadente con me o con gli altri.” Il suo insegnante di musica, aveva l’impressione, fosse stato cacciato da Eslarn. Zimmermann aveva le lacrime agli occhi quando ha detto che non gli era più permesso insegnare il coro dei suoi ragazzi. Tuttavia, secondo l’ex studente, in una certa identificazione con l’autore, il crimine compiuto di Zimmermann non dovrebbe oscurare i suoi meriti e il lavoro di una vita. Si dice che quasi tutti i musicisti attivi delle generazioni rilevanti a Eslarn, Moosbach e dintorni provengano dalle scuole di Zimmermann.
Aggressione contro le persone colpite e onorare l’autore
Diversi Moosbacher ed Eslarner – per lo più ex studenti del sacerdote – hanno subito espresso il loro dispiacere o hanno parlato di “casino” per il fatto che le gesta di 40 anni sarebbero state riesumate dopo la pena detentiva. L’oggetto di questo oltraggio aggressivo non è però la cattedra di Ratisbona, che nel marzo 2010 ha alimentato i media con la causa Zimmermann (o Zeitler) per ragioni tattiche, ma un nipote e vittima di abusi di Zimmermann: Gottlieb Hochwart.
Quasi sempre era (ed è) presunto un motivo finanziario, dal momento che ha usato le prime segnalazioni di abusi al Domspatzen nel marzo 2010 come un’opportunità per denunciare il proprio (ripetuto) stupro a nove anni da parte di suo zio nel 1959 . Hochwart riuscì a superare il vergognoso silenzio solo dopo 50 anni.
Il rapporto di Hochwart suona credibile e tipico di coloro che vogliono vedere condannata l’aggressione sessuale subita e che vogliono che gli autori siano identificati come autori. Tuttavia, nessuno di coloro che sono stati colpiti dall’ex banda di ragazzi degli anni ’60 ha parlato finora. Che sia per vergogna o disinteresse.
D’altra parte, le reazioni tendenzialmente aggressive degli ex studenti di Zimmermann nei confronti di Hochwart dopo aver accusato suo zio di abusi possono essere spiegate solo con la mancanza di empatia della vittima e/o di identificazione con l’autore del reato. Si adatta all’immagine inquietante quando senti da un’anziana signora di Eslarn che Zimmermann ha regolarmente infilato denaro nei ragazzi maltrattati della band maschile negli anni ’60 quando sono tornati a casa dopo le prove musicali. In privato si parla anche del termine “silenzio denaro”.
Ultimo ma non meno importante, l’identificazione con l’autore del reato ha portato a un’iniziativa a Eslarn 20 anni fa da parte di diversi club e gruppi musicali che volevano onorare Zimmermann con il nome di una strada. Di conseguenza, il consiglio comunale del mercato ha deciso alla fine del 1993 di creare una “Gg.-Zimmermann-Straße”.
La prima Messa è il culmine altamente carico e sfaccettato di una comunità parrocchiale, l’obiettivo raramente raggiunto di coloro che lavorano per riprodurre il clero cattolico all’interno della propria comunità. Sebbene la benedizione di Zimmermann si sia rivelata una maledizione per molti, Eslarn onora il suo sacerdote.
Illuminazione concreta invece di parole vuote
Nel 2004, l’avvocato canonico di Bamberg Alfred E. Hierold ha presentato un inventario coerente a una conferenza di diritto canonico sul tema “Pedofilia ed efebofilia: protezione legale per vittime e accusati”: “Le vittime tacciono perché si vergognano”, i responsabili della comunità perché “temono effetti negativi sulla reputazione della comunità”. Anche le istanze di giustizia secolare tengono la luce agli occhi del pubblico. Al campanile non vengono appesi i risultati delle indagini e le sentenze dei tribunali per non “danneggiare l’immagine della chiesa”. Le pene detentive sono gestite con discrezione, le informazioni vengono fornite solo in silenzio. “Anche molti vescovi hanno taciuto per non smascherare i sacerdoti”.
Tutte queste osservazioni valgono anche per il caso Zimmermann. Ma Hierold si sbagliava su una cosa. Ha detto che i tempi sono cambiati radicalmente e che la Chiesa cattolica romana ha detto addio alla mentalità del carro e “ha professato una cultura di trasparenza e autocritica”. Questo non è affatto il caso della diocesi di Ratisbona, dove le frasi vuote e il freddo rifiuto delle persone colpite sono state finora l’unica cosa che è accaduta. Sarebbe una grande sorpresa se il vescovo Voderholzer rompesse in modo specifico con la precedente gestione degli abusi sessuali da parte del clero da parte dell’Ordinariato di Ratisbona.
Don Ruggeri, 44 anni, nell’estate scorsa si fece beccare a fare del sesso su una spiaggia di Torrette con una 13enne della sua parrocchia. A metà aprile chiuderà l’inchiesta ma lui è ancora in servizio: trasferito in Umbria
Redazione 15 aprile 2013
E’ pensantemente accusato di pedofilia Don Giacomo Ruggeri – 44 anni – ed è stato trasferito a Perugia dove lavora direttamente nella biblioteca della diocesi. Un luogo di fatto destinato ad essere a contatto con il pubblico anche se questa situazione varia a secondo delle mansioni e non si conoscono quelle del parroco. Don Ruggeri è stato filmato, seguito e arrestato da agenti in borghese dopo che aveva fatto del sesso sulla spiaggia di Torrette con una minorenne di 13 anni della sua parrocchia.
Dal dicembre scorso è stato rimesso in liberà ed è in servizio al Vescovado di Perugia. E tutto questo quando il Pm intorno al 20 aprile deciderà di chiudere le indagini e molto probabilmente chiedere il rinvio a giudizio. Molte le polemiche in questi giorni arrivano anche dalle Marche, sponda Fano, dato che il prete dopo essere stato sospeso dalla Curia di Fano e stato riportato in servizio in quella perugina.
Don Ruggeri era stato denunciato dal bagnino testimone delle effusioni con la minore, una delle parrocchiane del sacerdote ad Orciano. Il 2 agosto scorso la tredicenne era stata ascoltata con la formula dell’incidente probatorio e l’assistenza di una psicologa. Una testimonianza secretata, nella quale la vittima avrebbe descritto un rapporto privilegiato con il sacerdote. “Non so cosa mi sia successo”: ha sempre detto agli inquirenti l’ indagato, che all’epoca dei fatti era anche direttore dell’Ufficio comunicazioni sociali e della web tv della Diocesi, oltre che assistente regionale delle Scolte Scout. E adesso sta da noi.
Rome (CNN) — A plain clothes policeman watches Francesco Zanardi. As he waits for his moment just outside the Vatican in St Peter’s Square, Zanardi’s intention is clear. So is the policeman’s. The 42-year-old from Savona has traveled 550 kilometers [342 miles] to Rome, determined to make a delivery at the Vatican. The policeman, however, is just as determined to stop him.
Zanardi clutches a red case, emblazoned with a picture of Domenico Calcagno — one of the cardinals who will elect a new pope in the conclave this week — across it are the words, “Fuori Dal Conclave” or “Out of the Conclave.” Read: Cardinals prepare to choose new pope It’s stuffed with thousands of signed letters all claiming that Calcagno covered up the serial sex abuse of a priest in northern Italy. They want the cardinal to be disqualified from voting in the conclave.
But no one is more insistent than Francesco Zanardi. When he was an 11-year-old altar boy in 1981 at the Santissime Anunziate church in the town of Spotorno, Zanardi says he was raped by Father Nello Giraudo at least once a week for 5 years. He says many of his school friends also suffered repeated abuse at the hands of Giraudo. “I didn’t have [consensual] sex until I was 26,” Zanardi says in Italian. “I was using drugs, I used to inject heroin. I went into rehab and had counseling, and later realized I was taking drugs because of the abuse.” His quest to reveal the truth behind what happened to him eventually uncovered a cache of damning documents that went all the way to former Pope Benedict XVI.
First Zanardi attempted to prosecute Giraudo for the abuse he suffered but the statute of limitations had expired in his case. So he had to pursue other means of gaining justice. Only last year, Giraudo was convicted for sexually abusing a boy at a Catholic boy scouts retreat in the Piedmont Mountains in 2005. Giraudo pled guilty and Zanardi was instrumental in the trial. He gave evidence and convinced four boys, who were allegedly sexually abused by Giraudo, to do the same and prove the former priest was a serial abuser.
Despite the long pattern of behavior, Giraudo was sentenced as a first-time offender and given a suspended one year prison term. As a witness, Zanardi was allowed to request all the evidence from the court. He was astonished by what he discovered. On 8th September 2003, Calcagno, who was at the time the Bishop of Savona, wrote to Cardinal Ratzinger who was then the Vatican’s enforcer of church doctrine and responsible for investigations into the sexual abuse of minors by clergy. Calcagno’s letter read: “I would request your kind advice on how I should act in view of the fact that the priest intends to continue his pastoral work.
As far as possible, I intend to avoid him having any responsibilities which might bring him into contact with children or adolescents.” Watch: Papal conclave 101 This letter was accompanied by a church dossier on Giraudo, compiled by then Bishop Calcagno’s chief aide, Vicar General, Andrea Giusto. “Nothing has leaked to the papers. No complaints have been filed with the police,” read Giusto’s report. “The documents were ugly to read,” Zanardi told CNN. The church was concerned with the well-being of a pedophile, but they don’t talk about a victim. The victims aren’t even taken into consideration the only thing they are trying save is the image of the church.” Despite incontrovertible evidence against Giraudo, Calcagno didn’t kick the pedophile priest out of the church. Instead, he was given counseling, sent to work with prison inmates and simply moved from parish to parish. He was even allowed to set-up and run a care home for troubled children in the church rectory. We don’t know Cardinal Ratzinger’s response to this letter.
Two years later — in 2005 — Ratzinger became Pope Benedict XVI. Further documents reveal church officials were aware of Giraudo’s crimes from as far back as 1980. On 29th March 2010, Archbishop Ladaria from Thibica wrote to the current Bishop of Savona, Vittoria Lupi. It says Giraudo “was reported in 1980 for abuse of minors” and that Giraudo admitted his own “pedophile tendencies” to the Vicar General of Savona in 2002. Despite all this, it took more than 30 years before the Church forced Giraudo to write a letter of resignation on March 27th, 2010. Papal Conclave: By the numbers Cardinal Calcagno’s office declined to give a comment to CNN and in a written statement, the Diocese of Savona, where Giraudo served as a priest, said the Diocese invited him to resign in 2009, but he refused. It went on to say the diocese has been in the forefront of combating abuse by priests.