Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Sean O’Malley

  • Papa Leone, ci dica: per caso il processo a Rupnik non s’ha da fare?

    Papa Leone, ci dica: per caso il processo a Rupnik non s’ha da fare?

    Il processo ecclesiastico a Marko Rupnik può attendere. Le indiscrezioni che davano per oggi, 13 ottobre, la sua apertura al Dicastero per la dottrina della fede, non hanno trovato conferma e il sacerdote sloveno, accusato di abusi sessuali e spirituali nei confronti di almeno trenta suore – il dato lo ha fornito il generale dei gesuiti, Arturo Sosa Abascàl – per ora può continuare a vivere relativamente tranquillo nel convento di Montefiolo, un tempo casa delle suore benedettine di Priscilla e oggi quartier generale di Rupnik e dei suoi fedelissimi, o nella Casa Maria Consolatrice a Santa Severa, dove il Centro Aletti tiene regolarmente gli esercizi spirituali.

    Dopo lunga e laboriosa ricerca, i giudici sono stati trovati – lo ha detto il prefetto del Dicastero per la dottrina della fede Victor “Tucho” Fernandez già qualche mese fa – l’inchiesta è già stata fatta nel 2021, le vittime hanno testimoniato: praticamente le carte sono tutte sul tavolo eppure, ancora una volta, non succede niente.

    Non è la prima volta, infatti, che si indaga sugli abusi dell’ex gesuita nella Comunità Loyola: il Dicastero ci aveva già provato, quando era prefetto il cardinale Luis Ladaria Ferrer, ma nell’ottobre 2022 il procedimento si era fermato per la volontà di papa Francesco di non processare Rupnik e sulla denuncia delle suore era calata la mannaia della prescrizione. Nell’ottobre del 2023 Bergoglio è stato poi obbligato dalla pressione delle vittime e dei media – e dalla rissa dietro le quinte del Sinodo sulla sinodalità con Sean O’Malley, fino al luglio 2025 presidente della Pontificia commissione per la tutela dei minori – a togliere la prescrizione. È da allora, esattamente da due anni, che si attende che questo processo venga celebrato.

    Francesco non ha mai avuto la volontà di processare Rupnik. Lo ha sempre protetto – in modo anche smaccato, come quando nel 2020 gli ha fatto togliere la scomunica che il prefetto Ladaria Ferrer gli aveva appena impartito – e fino all’ultimo ha tenuto nella sua stanza a Santa Marta la riproduzione di un’opera dell’ex gesuita, proprio mentre nella chiesa infuriava la discussione se i mosaici dell’abusatore andassero distinti dal suo autore o distrutti perché offensivi.

    Francesco proteggeva gli amici, è cosa nota, ma Leone? Per quanto se ne sa, Prevost non ha mai nemmeno incontrato Rupnik ma con il pontificato ha ereditato anche questo processo e si trova alle prese con una gigantesca patata bollente. Da un lato le vittime non hanno intenzione di accettare l’oblio su quanto hanno subito e chiedono giustizia e risarcimenti; dall’altro Rupnik, che negli ambienti della giustizia vaticana gode della reputazione di uomo vendicativo e tutt’altro che collaborativo, ha intessuto negli anni reti di complicità, presumibilmente corroborate dalla grande quantità di denaro accumulata vendendo mosaici alle chiese di tutto il mondo, e questo contribuisce a rendere difficile per il Vaticano un soluzione limpida a questa oscura vicenda.

    Sono passati oltre cinque mesi dall’elezione di Leone XIV e ancora nulla si muove per un processo che praticamente è fatto, basterebbe fissare una data. Chi vive dentro la curia ha capito che il papa non se ne vuole occupare direttamente e lascia al prefetto Fernandez (l’uomo che negli ultimi anni ha protetto Rupnik per ordine di Francesco) il compito di sbrogliare l’intricata matassa. Qualcuno parla di tempi tecnici, qualcun altro pensa che semplicemente questo processo non s’ha da fare, almeno fino a quando il papa non avrà deciso se per la sua parossistica prudenza sia più pericoloso per la Chiesa l’insabbiamento perpetuo o un verdetto di colpevolezza per decine di abusi sessuali per l’ex gesuita Marko Rupnik, il protetto di Bergoglio.

    https://federicatourn.substack.com/p/papa-leone-ci-dica-per-caso-il-processo

  • Il cardinale Cupich nei guai: è sotto inchiesta

    Il cardinale Cupich nei guai: è sotto inchiesta

    Il sito Church Militant rende pubblici una serie di documenti che rivelano che il defunto arcivescovo Joseph Bernardin, stella del progressismo, avrebbe commesso abusi sessuali, con tanto di profanazione satanica dell’Eucaristia. E ora il suo successore all’arcidiocesi di Chicago, Blase Cupich, sarebbe sotto esame degli inquirenti per non aver riferito i fatti, nonché per corruzione.

    Church Militant, un sito statunitense molto attivo nella battaglia per una Chiesa più trasparente, ha ricevuto da fonti sconosciute all’interno della diocesi di Chicago un dossier di lettere e altri documenti che fra l’altro rivelano accuse molto pesanti nei confronti del defunto cardinale e arcivescovo di Chicago, Joseph Bernardin (1928-1996). E pongono l’attuale cardinale e arcivescovo, Blase Cupich, in una posizione estremamente difficile nei confronti della giustizia civile.

    Fra l’altro, secondo Church Militant, il porporato – che è giunto a quella posizione grazie all’aiuto del cardinale Maradiaga e su consiglio dell’ex cardinale McCarrick – sarebbe già sotto inchiesta da parte della giustizia americana. Cupich, come i lettori ricorderanno, era stato scelto dal Pontefice per condurre la regia del vertice delle conferenze episcopali sugli abusi, tenutosi a febbraio, in Vaticano, scavalcando quello che era il candidato naturale per quel compito, il cardinale Sean O’Malley.

    Church Militant mostra alcuni dei documenti relativi a questa nuova bomba nel video visibile a questo link. Secondo Michael Voris, Church Militant ha ricevuto questo dossier esplosivo da parte di persone all’interno della diocesi di Chicago, nauseate dal clima di copertura e di complicità. Il carteggio è custodito in un caveau della sede arcivescovile. E Church Militant ha saputo che l’attuale arcivescovo, Cupich appunto, è sotto esame da parte degli organismi giudiziari statali e federali perché ha mancato di segnalare questi fatti.

    Il dossier comprende lettere, corrispondenza varia, email e relazioni che rivelano che Bernardin sarebbe stato responsabile di abusi sia nei confronti di minori che di maschi adulti. La mole principale dei documenti copre gli anni dal 1993 al 1995, ma la prima accusa riguarda il 1957, quando Bernardin, allora giovane prete a Charleston (South Carolina), cinque anni dopo l’ordinazione commise un abuso sessuale su un minore, nella parrocchia di St. Mary a Greenville. Oltre a Bernardin, vi avrebbe partecipato anche il futuro vescovo John J. Russell (1897-1993). Gli abusi, secondo l’accusa, sarebbero stati parte di un rito satanico che comprendeva la profanazione dell’Eucarestia.

    Molti anni dopo – nell’aprile del 1993 – la vittima ha contattato l’arcidiocesi di Chicago per telefono e per lettera, volendo denunciare i fatti di tanti anni prima. I documenti ottenuti da Church Militant rivelano che sia l’arcidiocesi di Chicago sia il pro-nunzio negli Usa (monsignor Cacciavillan) sia la Segreteria di Stato furono avvisati delle accuse. Ma non sembra che vi sia mai stata un’inchiesta, anche solo per giudicare la fondatezza o meno del caso.

    Church Militant è in possesso delle copie delle lettere e della ricevuta di ritorno della raccomandata firmata da un ufficiale dell’arcidiocesi l’8 aprile 1993. La vittima scrisse anche una lunga lettera a Bernardin, facendo presenti le sue accuse, chiedendogli di ammettere pubblicamente le sue colpe, e di pentirsi.

    La vittima ha scritto anche due volte a Roma, a Giovanni Paolo II. Una lettera firmata da monsignor Leonardo Sandri, allora assessore alla Segreteria di Stato, datata 4 settembre 1993, ne dà ricevuta. Si ignora se il Papa polacco sia mai stato messo al corrente delle accuse.

    La vittima, non essendo riuscita ad avere soddisfazione a Chicago, si è recata a Roma nel 1995 e dopo aver scritto due volte alla Congregazione per i Vescovi si è presentato di persona. Come si evince dalla documentazione, dalla lettera indirizzata alla vittima dal pro-nunzio, la corrispondenza su questo argomento è stata registrata con il numero di archivio 17.598. È probabile che le accuse non siano state giudicate credibili, ma da nessuna parte risulta che vi sia stata un’inchiesta o un procedimento di qualche genere per appurare i fatti. Che, comunque, avrebbe dovuto avere un input o un’approvazione romana, posto che l’accusato era un arcivescovo e cardinale. Secondo quello che si capisce, e secondo quanto la vittima denuncia in una lettera, la diocesi di Chicago ha cercato di fare in modo che la vittima rivelasse tutti i fatti rilevanti della sua accusa, in modo da capire esattamente quello che sapeva e riferirlo al cardinale Bernardin.

    Tutta questa documentazione era custodita in dossier segreti dell’arcidiocesi e non era stata consegnata all’allora procuratore generale dell’Illinois, Lisa Madigan, nonostante l’affermazione del cardinale Cupich secondo cui l’arcidiocesi stava cooperando pienamente con l’indagine dello Stato. Nel dicembre scorso l’ufficio di Madigan aveva stupito tutti, affermando che i vescovi dell’Illinois, Cupich incluso, non avevano consegnato – deliberatamente – i documenti e i nomi di più di 500 preti accusati di abusi.

    Secondo Church Militant i funzionari stanno ora esaminando accuse collegate direttamente alla gestione di Cupich a Chicago, che riguarderebbero appropriazione indebita di fondi e corruzione. Secondo quanto detto a suo tempo da Lisa Madigan, “scegliendo di non compiere un’inchiesta completa sulle accuse, la Chiesa è venuta meno al suo obbligo morale di fornire ai sopravvissuti, ai fedeli e al pubblico una relazione completa e accurata di ogni comportamento sessualmente inappropriato concernente i preti in Illinois”.

    Ora il cardinale Cupich si trova di fronte a un dilemma non semplice: o consegna i documenti di cui Church Militant ha avuto le copie, o deve affrontare l’accusa di distruzione di prove perché questi documenti sono esistiti. Il mese scorso Church Militant ha inviato a Cupich una serie di domande relative ai documenti ricevuti, senza ricevere risposta.

    Ma questo dossier, che dimostrerebbe la volontà da parte dell’arcidiocesi di Chicago di “coprire” quella che è sempre stata considerata un’icona della Chiesa progressista americana, Joseph Bernardin, non è il solo. Church Militant afferma di essere venuta in possesso di un gran numero di informazioni e documenti riguardanti Bernardin, comprese accuse di crimini sessuali. Come commenta Michael Voris: “La Chiesa in America come la conosciamo è stata disegnata e fatta esistere non da uno (McCarricck) ma da due predatori omosessuali che hanno fatto fare carriera a numerosi vescovi che stanno ancora svolgendo la loro funzione in posti di responsabilità”. E Voris promette altre rivelazioni a breve.

    http://lanuovabq.it/it/il-cardinale-cupich-nei-guai-e-sotto-inchiesta

  • L’amministratore apostolico di Santiago del Cile: incontrerò le vittime

    L’amministratore apostolico di Santiago del Cile: incontrerò le vittime

    «Se i tribunali ritengono che dobbiamo indennizzare le vittime lo faremo». Il Papa gli ha raccomandato di guardare avanti ed essere pastore con tutti. L’incontro imprevisto con Scicluna

    IACOPO SCARAMUZZI
    CITTÀ DEL VATICANO

    L’amministratore apostolico di Santiago, monsignor Celestino Aos, incontrerà le tre vittime del sacerdote pedofilo Fernando Karadima, appena tornato in Cile dopo gli incontri di questi giorni a Roma con il Papa e altri rappresentanti vaticani, ed è convinto che la Chiesa debba pagare gli indennizzi decisi dalla giustizia civile. Il cappuccino, che ha incontrato anche il cardinale Sean O’Malley, presidente della pontificia commissione per la Tutela dei minori, e monsignor Charles Scicluna, l’inviato papale in Cile all’origine della svolta impressa da Francesco, ha sottolineato che il Pontefice gli ha confermato la sua vicinanza pastorale al popolo cileno, l’importanza di curare tutto il popolo di Dio e la necessità di guardare avanti.

    «Con il Santo Padre abbiamo avuto una cordiale riunione di più di un’ora», ha detto monsignor Aos incontrando nel pomeriggio di lunedì un gruppo di giornalisti a Roma, «i temi li potete immaginare: il cammino di una Chiesa importante e complessa come la Chiesa di Santiago. San Paolo parlava della Chiesa come di un corpo con tutte le sue membra, e con il Papa abbiamo parlato del fatto che la Chiesa è un insieme di membra: ci sono le vittime che sono ferite ma è anche una Chiesa molto ricca, con matrimoni, giovani, bambini, anziani, lavoratori. Il Santo Padre ha insistito molto sul fatto che io sono il pastore di tutta la Chiesa di Santiago».

    Il Papa, ha detto ancora il cappuccino, «è molto vicino: mi ha detto di riferire che è vicino al popolo del Cile e che desidera dare ai fedeli il miglior governo pastorale possibile. Il Papa è il pastore di tutto il mondo e desidera che la Chiesa del Cile sappia che lui è consapevole che sta vivendo un grande dolore e una grande sofferenza e anche che ritiene che certamente il passato interessa, che bisogna riconoscere la situazione, ma che dobbiamo andare avanti con fede e speranza. Il Papa è un uomo di fede, che sa che tra le cose umane c’è la presenza misteriosa del Signore che è morto risuscitato e sta con noi nella Chiesa». Ai giornalisti che domandavano perché l’incontro con il Papa non sia stato preannunciato, «dovreste chiederlo alla segreteria vaticana», ha risposto con un sorriso.

    Quanto alle tre vittime di Karadima, James Hamilton, Juan Carlos Cruz e José Andres Murillo, che la Chiesa cilena dovrà risarcire con indennizzi stabiliti dalla corte di appello di Santiago, «l’orientamento della Chiesa cilena – ha detto Aos – è collaborare in tutto il necessario con la giustizia civile, perché non viviamo in un mondo a parte, siamo cittadini cileni, non abbiamo privilegi e se c’è un sacerdote, un vescovo che commette un delitto deve sottoporsi ad un tribunale e deve accettare le sue decisioni. Questo è il principio di fondo. Ora, se la Chiesa in alcuni casi ha la responsabilità per non essere stata diligente e non aver compiuto il suo dovere e i tribunali ritengono che debba indennizzare, lo faremo. In questo caso concreto, noi non appelleremo la sentenza e da quel che capisco non lo faranno le tre vittime: con loro mi sono sentito al telefono e intendo incontrarli appena torno a Santiago: se dobbiamo indennizzarli lo faremo. Ma vorrei sottolineare che quel che ci preoccupa non è tanto indennizzare con il denaro ma quel che ci interessa è come aiutare, riparare queste vittime che hanno sofferto. Inoltre vorremmo che le vittime ci aiutino affinché, uniti, troviamo un futuro diverso, che non si ripeta il passato che io non sognavo e non immaginavo che esistesse ed esistesse con quella gravità».

    L’amministratore apostolico ha raccontato anche del suo incontro odierno con il cardinale Sean O’Malley: «L’incontro con il cardinale O’Malley è sempre simpatico perché è cappuccino come me. L’avevo conosciuto superficialmente in un incontro che ha avuto luogo in passato a Roma tra vescovi cappuccini, ora l’ho conosciuto meglio. E’ un uomo molto amabile che ha vissuto nella sua diocesi di Boston. Abbiamo avuto una conversazione amabile, nella quale abbiamo trattato questo tema (degli abusi, ndr.), ha grande esperienza: mi ha raccontato quel che cosa ha fatto a Boston e mi ha detto anche che prega per noi perché loro sono già passati da situazioni come la nostra». Toccherà anche all’arcidiocesi di Santiago quel che è toccato all’arcidiocesi di Boston, ossia vendere l’episcopio per indennizzare le vittime dei preti pedofili? «Non lo so, sono cose ipotetiche», ha risposto il presule: «Ma indubbiamente dobbiamo rispettare le decisioni dei tribunali».

    Il vescovo cappuccino ha incontrato anche mons. Scicluna: «L’ho incontrato casualmente, pensavo che non l’avrei incontrato, che non era qui, ma questa mattina a Casa Santa Marta l’ho incontrato, ci siamo abbracciati e abbiamo preso un appuntamento per domani. Monsignor Sicluna è molto accogliente, ha sofferto molto, come sapete è specialista, per così dire, di questi temi e mi interessa sottolineare che qui in Vaticano, alle congregazioni o negli uffici dove vengo ricevuto, tutti ci tengono a collaborare, aiutare, per permetterci di uscire da questa situazione e organizzare un futuro diverso. Stimo molto mons. Scicluna e spero mi possa dare consigli utili per la Shiesa di Santiago». Quanto all’informativa scritta da Scicluna per il Papa dopo che Francesco lo inviò in Cile ad approfondire le denunce degli abusi, Aos ha ribadito che si tratta di un documento confidenziale per il Pontefice, ma «se i procuratori chiederanno» l’accesso a singole informazioni, il Papa «studierà ogni caso e toglierà se necessario il segreto pontificio e offrirà tutta la collaborazione necessaria».

    L’amministratore apostolico di Santiago ha sottolineato la necessità di imprimere un cambiamento radicale alla Chiesa della capitale cilena: «Non so quali cambi ci saranno, io spero che ci saranno cambiamenti, nuovi vescovi ausiliari, perché come potete immaginare è impossibile che io o un’altra persona possa da solo tenere il peso di governo di una Chiesa così grande. Per questo ho chiesto al Santo Padre che quando ci sarà una riunione della congregazione dei vescovi, si individuino vescovi ausiliari che possano collaborare con me». Quanto alla propria persona, il cappuccino ride quando i giornalisti gli domandano se il Papa lo veda come il volto della Chiesa del futuro: «Non so come mi vede, credo che mi veda per quello che sono, un povero cappuccino di 74 anni: il Papa sa che non basta cambiare una o due persone, ma la Chiesa e la società devono cambiare il cuore, e questo non si cambia con un decreto: se si potesse, firmerei domani stesso una pila di decreti».

  • Abusi, al summit in Vaticano focus su vescovi negligenti e obbligo di denuncia

    Abusi, al summit in Vaticano focus su vescovi negligenti e obbligo di denuncia

    Secondo giorno di lavori sul tema dell’«accountability». In arrivo un dossier sulle indagini della Santa Sede su McCarrick. Il cardinale O’Malley: «Va rivisto il segreto pontificio». Padre Lombardi: «“Tolleranza zero” concetto limitativo»

    Una revisione del segreto pontificio, un chiarimento sui vescovi negligenti, un nuovo dossier su McCarrick con i risultati delle indagini condotte dalla Santa Sede. Importanti novità quelle che si prospettano per i prossimi mesi nel cosiddetto «follow up» del summit sugli abusi in Vaticano, giunto oggi al suo secondo giorno di lavori dedicato al tema della «accountability».

    Ad annunciarle durante il quotidiano briefing nell’Istituto Augustinianum sono stati i membri del comitato organizzatore del vertice: il cardinale Blase Cupich, l’arcivescovo di Malta Charles Scicluna e padre Federico Lombardi. Presente anche il cardinale Sean O’Malley, arcivescovo di Boston e presidente della Pontificia Commissione per la tutela dei minori, che alcuni organi di stampa statunitensi indicavano in «rapporti tesi e formali» con il Papa tanto da essere stato escluso dal team organizzativo del summit.

    Il porporato cappuccino appariva invece tranquillo in conferenza stampa nel riferire dell’andamento dei lavori, dicendosi anche «felice» nel vedere che il focus delle riflessioni dei 190 pastori riuniti in Aula Nuova del Sinodo non si è concentrato su indicazioni e «condanne scontate» (per dirla alla Papa Francesco), bensì sulla «sofferenza delle vittime», sul «tradimento inflitto su così tanti bambini e adulti vulnerabili». «Credo che la leadership debba cominciare a capire i danni degli abusi, tutto quello che ha rovinato la vita delle persone» e, da qui, «indicare un piano d’azione», ha affermato O’Malley, ribadendo il concetto di «trasparenza» che «è fondamentale se dobbiamo affrontare il problema, non solo nei diversi Paesi ma anche nella stessa Santa Sede».

    «È chiaro che rivedere tutto il concetto del segreto pontificio è importante», ha affermato il presidente della Commissione per la tutela dei minori. E interpellato dai cronisti – specie quelli americani che continuano ad insistere da giorni sulla questione del nesso abusi-omosessualità – il cardinale ha annunciato che «a breve riceveremo un rapporto della Santa Sede» sulle indagini a carico di Theodore McCarrick, l’arcivescovo di Washington colpevole di pedofilia che Bergoglio ha “spretato” sabato scorso, dopo avergli già tolto la porpora a luglio. «È un momento triste e vergognoso nella storia», ma «le indagini procedono», ha confermato Cupich. «So che Ouellet (il cardinale prefetto della Congregazione dei vescovi, ndr) ha fatto dichiarazioni e scritto lettere che contengono informazioni. Le singole diocesi sono state coinvolte e la Santa Sede è in contatto con loro. Mi è stato detto che ci sarà un rapporto in un futuro non molto lontano».

    A breve arriverà da parte del Vaticano anche un «chiarimento al motu proprio “Come una madre amorevole” per i vescovi negligenti». A confermarlo è sempre O’Malley che spiega che si lavora proprio in questo tempo nei Sacri Palazzi per stilare un documento che – alla luce anche dei risultati del summit – renderebbe più chiare le indicazioni contenute nella lettera papale del giugno 2016 su come agire nei confronti di un vescovo che ha insabbiato o che è stato negligente nei casi di abusi compiuti da sacerdoti della sua diocesi.

    Anche Scicluna ha ricordato il motu proprio sottolineando che esso ha «un’azione più ampia ed efficace» di quella di un eventuale “tribunale speciale”che metta sotto inchiesta i vescovi negligenti (la sua istituzione è una richiesta avanzata a più riprese dalle vittime). L’ex pm vaticano, attuale sottosegretario della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha spiegato: «Nel motu proprio, il Papa ha introdotto la fattispecie penale dell’abuso d’ufficio che punta a sanzionare i vescovi negligenti. Il provvedimento del Pontefice è più ampio del tribunale perché il tribunale presuppone un delitto o la violazione della legge; invece “Come una madre amorevole” guarda allo stato oggettivo, all’incapacità di fare bene o alla non volontà di fare bene. Non entra nella questione del dolo, della malizia, che ci vuole per provare un delitto. Invece chi denuncia non deve provare questo ma solo denunciare il fatto oggettivo».

    «È lo stesso che si fa nei canoni 1740 e 1741 – ha aggiunto Scicluna – dove si descrivono le cause per le quali il vescovo può rimuovere il parroco, che è un pastore di un gregge, in base allo stato oggettivo di incapacità di governare e essere pastore. Togliere il leader – ha chiarito il presule maltese – non perché sei una cattiva persona ma perché sei incapace, non puoi governare. Non si esclude il momento penale e il motu proprio già apre a questa possibilità quando il Papa chiama una commissione di giuristi e decide cosa fare».

    Ancora Scicluna ha risposto ad una domanda sul concetto di “tolleranza zero”, rifiutato da alcuni vescovi – come riferiva nel briefing il prefetto del Dicastero della comunicazione, Paolo Ruffini – che vedono in esso un’accezione troppo «secolare». Per Scicluna il discorso è semplice: «Questo principio non ha niente a che fare con le pene ma con una constatazione prudenziale e di urgenza: non possiamo permettere che nel ministero ci sia chi possa fare male ai giovani. Può anche non piacere il concetto di “tolleranza zero” ma nessuno oserebbe dire se c’è una persona che può fare del male ai giovani lo lascio nel ministero. È un principio già dichiarato da Giovanni Paolo II che deve animare ogni decisione pastorale».

    Pertanto, si possono dimettere chierici dallo stato clericale, condannare vescovi e cardinali ad una vita di silenzio e preghiera, e «la pena può essere anche espiatoria» ma non è questo il punto: «La questione della idoneità al ministero non è primariamente penale», ha detto Scicluna. «Non tolgo la persona dal ministero per punirla ma per proteggere il gregge».

    Anche padre Lombardi ha voluto chiarire alcune sfumature sulla “tollerenza zero”: «Ho scritto tre lunghi articoli su La Civiltà Cattolica senza mai usare la parola se non in una nota – ha esordito l’ex portavoce vaticano -. Perché ho difficoltà ad usare o lasciarmi catturare dalla espressione “tolleranza zero”? Perché si riferisce ad una parte limitata della problematica che invece riguarda anche la cura pastorale, la selezione del clero, la prevenzione in parrocchie. Tutto questo nella parola non è compresa».

    «“Tolleranza zero” – ha proseguito il gesuita – si riferisce ad un modo di intervenire punitivo: una parte fondamentale ma, appunto, una parte di tutto il problema della protezione dei minori che è molto più grande». Quindi anche una certa «adeguatezza» del vocabolario può aiutare ad affrontare «l’ampiezza e la complessità del problema» abusi. «Poi se per dei colleghi americani e canadesi “tolleranza zero” indica un preciso tipo di provvedimento sono perfettamente d’accordo, ma quando parlo di protezione minori parlo di molte altre cose», ha chiosato Lombardi.

    Infine ancora Scicluna, insieme ad O’Malley e Cupich hanno riferito della rilevanza data in assemblea al tema della «collegialità». «Ogni diocesi ha a capo un vescovo responsabile che al contempo partecipa della responsabilità della Chiesa universale. Nel villaggio globale non possiamo non capire che se succede una cosa comunque coinvolge, tocca anche il resto del mondo», ha sottolineato il cardinale di Boston. Quindi l’errore più grande è di «preoccuparsi solo della propria area».

    Guai a pensare «questo è mio, mi riguarda in quanto vescovo», ha fatto eco Cupich, «siamo insieme un collegio di vescovi: quello che succede in una parte della terra riguarda tutti perché tutti dobbiamo aver cura dei figli di Dio». Ciò implica trasparenza, responsabilità, una comunicazione costante, visione ma anche strategia, e soprattutto la «testimonianza di vita chiara senza zone d’ombra». «Si possono fare tutte le leggi possibili – ha concluso l’arcivescovo di Chicago – ma senza un reale senso di responsabilità dei vescovi e delle Conferenze episcopali non arriveremo a nessun risultato».

  • Summit abusi, l’appello delle vittime: “È ora che chi ha abusato o insabbiato venga spretato”

    Summit abusi, l’appello delle vittime: “È ora che chi ha abusato o insabbiato venga spretato”

    Le associazioni di sopravvissuti hanno organizzato diversi incontri “paralleli” a Roma negli stessi giorni del vertice vaticano. Ieri un briefing in via della Conciliazione dopo la conferenza, domani l’incontro con il comitato organizzatore 

    SALVATORE CERNUZIO

    «Zero, zero, zero tolerance». Il tono è arrabbiato e non nasconde la profonda sofferenza che questo appello porta con sé. Peter Isely, abusato da un sacerdote del Wisconsin e membro dell’Eca (Ending of Clergy Abuse), organizzazione che riunisce 22 vittime dei cinque continenti, parla in via della Conciliazione davanti a telecamere e microfoni di giornalisti delle diverse lingue appena usciti dalla conferenza in Sala Stampa vaticana dove il cardinale Cupich, monsignor Scicluna, padre Lombardi e padre Zollner hanno appena presentato il summit “La protezione dei minori nella Chiesa” del 21-24 febbraio.

    La partecipazione è stata massiccia, e le associazioni di vittime – non solo Eca, ma anche altre organizzazioni come Rete-L’abuso, Infancia Robada e Bishopaccountability – si sono fatte trovare lì fuori. In questa settimana del grande meeting a Roma vogliono approfittare di ogni spazio pubblico per lanciare il loro appello a mettere realmente in pratica quella «tolleranza zero» professata negli ultimi anni dalla Chiesa contro i chierici che si macchiano dei crimini di abusi. Quindi hanno organizzato diversi appuntamenti “paralleli” – quasi un «contro-summit» lo ha definito qualcuno – che coinvolgono la Stampa Estera e la Camera dei Deputati e che prevedono anche marce e sit-in a Castel Sant’Angelo e Piazza del Popolo.

    Domani mattina, mercoledì 20 febbraio, alla vigilia del summit, una rappresentanza di queste associazioni – circa una decina da ogni Paese – sarà ricevuta privatamente intorno alle 11.30 in un ufficio del Vaticano dai membri del comitato organizzatore del vertice. Tra gli altri vi parteciperanno Francesco Zanardi, fondatore di Rete-L’abuso, Miguel Ángel Hurtado, ex sacerdote dei Legionari di Cristo e referente della organizzazione spagnola Infancia Robada, reso noto dal documentario di Netflix “Esame di Coscienza”, e anche Juan Carlos Cruz, una delle più famose vittime del sacerdote cileno Fernando Karadima (dimesso dallo stato clericale da Francesco nell’ottobre dello scorso anno), che ha mantenuto i contatti con l’arcivescovo maltese Charles Scicluna, per due volte inviato dal Papa in Cile per indagare sui casi di abusi nelle diocesi del Paese sudamericano e organizzatore degli incontri tra il Papa e le vittime a Casa Santa Marta.

    Proprio Scicluna e gli altri membri del comitato del summit hanno richiesto un incontro con le diverse associazioni: una mano tesa verso questi uomini e queste donne che continuano a dirsi «delusi» dalle risposte della Chiesa alla piaga degli abusi. «Sarà un’occasione per condividere le opinioni, le attese e i desiderata» dei sopravvissuti, ha spiegato padre Lombardi nel briefing di ieri.

    Una di queste attese è che il Papa emani «una legge universale» valida per tutte le Chiese mondiali contro la pedofilia. Il problema si estende infatti a livello «globale» e lo stesso summit ne è la dimostrazione, sottolinea Isely che parla a nome di tutte le vittime presenti, alzando spesso la voce e indicando più volte il Cupolone, emblema della basilica di San Pietro che si staglia sullo sfondo.

    Accanto a lui, cappellino bianco e giacca a vento azzurra (tutto targato “Eca”), c’è Peter Saunders. Il suo nome è conosciuto: anche lui vittima in passato di pedofilia, era uno dei membri della prima formazione della Pontificia Commissione per la Tutela dei minori, l’organismo istituito dal Papa nel 2014, nove giorni dopo la sua elezione, e guidato dal cardinale Sean O’Malley dal quale Saunders è stato allontanato nei primi mesi del 2016 dopo un’aspra polemica contro il cardinale George Pell e gli stessi membri del team pontificio.

    Più pacato, quasi sorridente, Saunders si infiamma solo quando risponde ad alcuni cronisti statunitensi che – come già pochi minuti prima in conferenza stampa – battevano il chiodo sulla teoria della omosessualità quale radice degli abusi. «Non c’è alcun nesso. Gli abusi nascono da una perversione», afferma Saunders. «Ma l’80% delle vittime sono maschi!». «Si ma ci sono anche tante donne, tante bambine. È qualcosa che va oltre l’orientamento sessuale». Intanto altri membri dell’Eca e delle altre associazioni, provenienti da Congo, Messico, Regno Unito, Cile, Giamaica e via dicendo, sono alle sue spalle e annuiscono.

    In ogni caso non è questo il punto per queste persone che portano il peso delle violenze subite sul corpo e nella psiche. «Quello che chiediamo – spiega Isely – è che ogni prete colpevole venga dimesso dallo stato clericale e anche i vescovi che hanno coperto devono essere espulsi dalla Chiesa. Chiediamo che sia obbligatorio per tutti i vescovi denunciare alle autorità civili i casi di abuso».

    «Sarebbe molto importante per il Vaticano chiarire cosa si intende per “tolleranza zero”», fa eco intanto Hurtado parlando con i giornalisti di lingua ispanica. «Nei Paesi più avanzati significa che se un sacerdote abusa di un bambino viene cacciato dal sacerdozio, ma questa definizione viene applicata, con grande difficoltà in Irlanda e negli Stati Uniti. In Spagna ci sono sacerdoti condannati dal sistema giudiziario dopo aver ammesso i crimini che continuano a far parte della Chiesa…».

    Tutte le vittime concordano sul fatto che il summit voluto da Papa Francesco con i presidenti delle Conferenze episcopali del mondo può essere, in questo senso, un’occasione «storica». «È un traguardo monumentale perché la sofferenza, i sacrifici, le debolezze, le testimonianze delle vittime di tutto il mondo sono riconosciute. Per questo ci dispiace quando il Papa dice che non bisogna avere grandi aspettative da quello che ne potrà venire. È come dire ai fedeli che se un prete abusa dei loro figli in Chiesa non devono avere l’aspettativa che verrà condannato».

    Dispiaciuti i “survivors” si dicono anche per il fatto che Papa Francesco – impegnato a tempo pieno nei quattro giorni del summit – non li riceverà personalmente. Saunders però taglia corto: «Non è questo l’importante, il punto non è parlare con noi ma agire, quello che ci aspettiamo è il minimo che la Chiesa possa fare: spretare i pedofili e i vescovi che hanno coperto».

    Più caustico invece Francesco Zanardi, fondatore della italiana Rete-L’abuso, violentato a 13 anni da un prete: «Sono vent’anni che si parla di abusi nella Chiesa e finora non è stato fatto nulla di concreto. Se si vuole dare un vero segnale in questo senso bisogna dimostrare di voler realmente punire tutti i vescovi che in questi anni non hanno fatto altro che insabbiare questi casi».

    «Crimini del genere vanno trattati dalla magistratura, con cause penali e civili», aggiunge Zanardi. «La Chiesa ha tutto il diritto di fare il processo canonico, ma nella società civile non è sufficiente perché è un processo sulla violazione del sesto Comandamento dove la vittima è Dio e non il ragazzino abusato. Si rimane in ambito ecclesiastico, mentre bisogna assumersi la responsabilità di questi scandali anche di fronte alla giustizia ordinaria. I colpevoli andrebbero segnalati alla magistratura del Paese in cui si compie il reato».

  • La diocesi di Brooklyn pubblica i nomi di 108 preti pedofili

    La diocesi di Brooklyn pubblica i nomi di 108 preti pedofili

    Continua l’opera di disvelamento della Chiesa americana. Nei giorni scorsi cinque diocesi del New Jersey avevano pubblicato altri 180 nomi. Prima condanna per pedopornografia

    A pochi giorni dal summit in Vaticano che per volontà del Papa vedrà riuniti i capi della Chiesa cattolica per affrontare il tema della pedofilia, la diocesi di Brooklyn ha pubblicato un elenco di oltre 100 preti che si sono credibilmente macchiati di abusi nei confronti di minori.

    L’annuncio è solo l’ultimo di una serie di rivelazioni che stanno scatenando un terremoto nella Chiesa cattolica negli Stati Uniti. Nei giorni scorsi cinque diocesi del New Jersey hanno pubblicato i nomi di altri 180 preti accusati di pedofilia.

    La pubblicazione delle liste è un’operazione che riguarda solo gli Stati Uniti, dove sull’onda del successo del “Caso Spotlight”, la fortunata pellicola che riprendeva l’indagine del Boston Globe sulle coperture dell’arcivescovo Bernard Francis Law, sostituito nel 2003 e oggi sul banco degli imputati, le pressioni in America si sono fatte crescenti.

    A sostituire Law c’è oggi Sean O’Malley, il frate cappuccino della «tolleranza zero» nei confronti dei pedofili. L’uomo diventato punto di riferimento di papa Francesco ma tanto duro da aver avuto recenti screzi con lo stesso Pontefice sul caso dei sacerdoti cileni.

    Le liste sono un segnale di “espulsione” dei pedofili dalla comunità clericale. L’ennesimo segnale che il clima, con papa Francesco, è cambiato. Come dimostra anche l’introduzione di nuovi reati nel codice Che il clima con papa Francesco sia cambiato e che le liste siano un segnale di “espulsione” dei pedofili dalla comunità clericale, lo dimostrano anche le modifiche al codice penale che hanno introdotto nuove fattispecie di reato. Proprio oggi il Promotore di giustizia del tribunale vaticano, aprendo l’anno giudiziario al tribunale della Santa Sede, ha parlato della prima condanna per pedopornografia inflitta a monsignor Carlo Alberto Capella, ex consigliere alla nunziatura apostolica a Washington. Capella è stato condannato a cinque anni, il massimo della pena edittale, con le attenuanti generiche equivalenti alle aggravanti dovute al comportamento processuale dell’imputato che ha fornito la massima collaborazione e riconosciuto tutti gli addebiti. L’ex consigliere non ha proposto appello e per questa ragione sta già scontando la sua pena.

  • Incontro vaticano sugli abusi, si parte male

    Incontro vaticano sugli abusi, si parte male

    Annunciato il Comitato organizzativo dell’incontro di febbraio su “La protezione dei minori nella Chiesa»: primo nome è il cardinale Cupich, legato all’ex cardinale McCarrick, mentre brilla l’assenza del cardinale O’Malley, presidente della Pontificia commissione per la tutela dei minori. Un regolamento di conti?

    Marco Tosatti

    La Sala Stampa della Santa Sede ha reso noti ieri i nomi dei membri del Comitato organizzativo dell’incontro “La protezione dei minori nella Chiesa”, che si terrà in Vaticano dal 21 al 24 febbraio 2019. Al primo posto c’è il cardinale Blase J. Cupich, arcivescovo di Chicago. Subito dopo il cardinale Oswald Gracias, arcivescovo di Bombay e Presidente della Conferenza Episcopale dell’India. Poi  mons. Charles Scicluna, Arcivescovo di Malta e Segretario aggiunto della Congregazione per la Dottrina della Fede, una nomina recentissima. Infine Padre Hans Zollner, S.J., Presidente del Centro per la Protezione dei Minori della Pontificia Università Gregoriana e membro della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, che ha anche ricevuto l’incarico di referente del Comitato stesso.

    Il comunicato prosegue così: «Alla riunione, cui sarà presente Sua Santità, parteciperanno i Capi delle Chiese cattoliche orientali, i Superiori della Segreteria di Stato, i Prefetti delle Congregazioni per la Dottrina della Fede, per le Chiese Orientali, per i Vescovi, per l’Evangelizzazione dei Popoli, per il Clero, per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica e del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, i Presidenti delle Conferenze Episcopali e i Rappresentanti dell’Unione dei Superiori generali e dell’Unione internazionale delle Superiore generali. Nei lavori preparatori dell’incontro saranno coinvolti, tra gli altri, la dott.ssa Gabriella Gambino, Sottosegretario per la Sezione Vita, e la Dott.ssa Linda Ghisoni, Sottosegretario per la Sezione Fedeli Laici, del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, la Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori e alcune vittime di abusi da parte del clero”.

    Qualche annotazione è d’obbligo. Il primo nominato è il cardinale Cupich, di Chicago, la cui nomina, secondo la testimonianza dell’arcivescovo Viganò, è stata voluta e suggerita dal cardinale Maradiaga e dall’ex cardinale McCarrick, Fra l’altro Cupich è stato protagonista, nei giorni scorsi, di una vicenda poco chiara. La Catholic News Agency l’ha accusato di aver lavorato, insieme con Wuerl, nel campo degli abusi a un piano alternativo a quello dei vescovi Usa, che è stato bloccato da un intervento vaticano dell’ultima ora. Cupich ha negato, ma non si può dire che sia un personaggio di equilibrio sul piano degli equilibri ecclesiastici, e  non toccato dalle recenti turbolente vicende che hanno scosso la Chiesa americana. Fra l’altro una sua dichiarazione, secondo cui il Pontefice aveva cose più importanti degli abusi di cui occuparsi, come il problema del clima o l’immigrazione, aveva scatenato su di lui una tempesta mediatica in agosto. Ma un altro elemento, oltre a questa nomina, suscita interrogativi: ed è l’assenza del cardinale Sean O’Malley, presidente della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori.

    L’assenza è stata rilevata anche da Il Sismografo, un sito paravaticano molto attento in tema di abusi del clero. «Il cardinale statunitense non è nell’elenco dei membri del Comitato organizzativo dell’incontro e non appartiene a nessuna delle categorie che, secondo il comunicato, prenderanno parte ai lavori della riunione. Quindi non risulta che il porporato possa prendere parte ai lavori della riunione di febbraio. Se le cose stanno come si evince dalla nota della Sala Stampa della Santa Sede, si tratta di un’assenza rilevante per tutto ciò che il cardinale O’Malley rappresenta dal punto di vista pastorale ma anche come esperto della materia». Il Sismografo accenna a possibili impegni diocesani come eventuale causa di impedimento. Ma questa è una difficoltà condivisa dagli altri membri responsabili di grandi diocesi, anzi più grandi di Boston.

    Va ricordato che O’Malley si era espresso con una certa severità verso le parole pronunciate durante il viaggio in Cile dal Pontefice, che aveva espresso appoggio al vescovo di Osorno, Barros, accusato di aver coperto abusi. «È comprensibile che le parole di papa Francesco in Cile siano state fonte di grande dispiacere per le vittime di abusi sessuali da parte del clero», aveva detto O’Malley in una nota. Difendendo Barros, il papa aveva detto: «Il giorno che mi portano prove contro il vescovo Barros, allora forse si vedrà, parlerò. Finora non ne ho visto nemmeno una. Non c’è una sola evidenza contro di lui. Questa è calunnia. Chiaro?». O’Malley affermò che se la Chiesa sostiene che «se non riesci a dimostrare le tue lamentele, allora non ti si crederà», questo significherebbe «abbandonare coloro che hanno subito illecite violazioni della loro dignità personale», che si sentirebbero relegati «all’esilio del discredito». E concludeva che non si può sottovalutare la sofferenza.

    http://www.lanuovabq.it/it/incontro-vaticano-sugli-abusi-si-parte-male?fbclid=IwAR3zbl565uQkc0CJmhW1FPnk4c4GbaqQmKGdBS-LK2qvB7Nx2p7lH9b2V6A

  • La figura dell’ex card. McCarrick nell’inchiesta del Washington Post

    La figura dell’ex card. McCarrick nell’inchiesta del Washington Post

    Vi propongo una inchiesta di Michelle Boorstein del The Washington Post che delinea la figura dell’ex card. Theodore McCarrick e degli abusi sessuali negli Stati Uniti.

    Eccola nella mia traduzione.

     Sabino Paciolla

    Nel novembre 2000, un sacerdote di Manhattan si era stufato dei segreti che conosceva di un arcivescovo di nome Theodore McCarrick e decise di dirlo al Vaticano.

    Per anni, il reverendo Bonifacio Ramsey aveva sentito dai seminaristi che McCarrick li stava spingendo a dormire nel suo letto. Gli studenti gli dissero che non erano stati toccati, ma comunque, secondo lui, era un comportamento del tutto inappropriato e irresponsabile – specialmente per il nuovo arcivescovo di Washington.

    Ramsey chiamò l’allora ambasciatore del Vaticano, l’arcivescovo Gabriel Montalvo, il quale implorò il sacerdote di scrivere l’accusa perché potesse essere inviata a Roma. “Manda la lettera!“. Chiese Montalvo, ricorda Ramsey.

    Non ricevette mai risposta da Montalvo, e da allora Ramsey distrusse la copia della sua lettera del 2000, ha detto.

    “L’ho pensato come segreto e in qualche modo anche sacro – qualcosa da non divulgare“, ha detto Ramsey al Washington Post. Non è stata la questione di un chierico che occasionalmente “scivolava” riguardo al voto del celibato a scioccare Ramsey, che crede che sia una cosa comune. E’ stata la natura ripetuta e non consensuale delle accuse nei confronti di McCarrick.

    Da quando Papa Francesco ha sospeso McCarrick quest’estate per aver palpeggiato un chierichetto e molti chierici sono stati accusati di aver coperto McCarrick, è stato piazzato un riflettore sull’unico posto con l’autorità di sovrintendere a un cardinale: il Vaticano.

    Ci sono ancora molte più domande che risposte sul ruolo di Roma. A chi è stato detto del problema e cosa è stato detto? Quelle discussioni furono mai trasmesse ai papi Francesco e Benedetto? E, infine, se i pontefici sapevano di quello che stava succedendo, cosa hanno fatto, se non altro?

    La lettera di Ramsey del 2000 a Montalvo, morto da allora, è il primo rapporto noto al Vaticano su McCarrick, che solo un paio di mesi dopo è salito ai vertici del cattolicesimo come cardinale.

    Ma i rapporti sul suo comportamento continuarono, e le accuse divennero sempre più gravi. Oltre a Ramsey, almeno altre tre persone inviarono lettere agli ambasciatori del Vaticano – chiamati nunzi (apostolici, ndr). Tra questi, il noto sacerdote-psicologo Richard Sipe e due vescovi del New Jersey, Paul Bootkoski e John Myers.

    Il rapporto più completo su ciò che può essere accaduto alle comunicazioni su McCarrick una volta entrate in Vaticano è stato quello dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò, un ex ambasciatore negli Stati Uniti, che ha sganciato una bomba a fine agosto. Viganò ha scritto che un certo numero di alti funzionari vaticani – tra cui i papi Benedetto e Francesco – erano stati informati del presunto comportamento scorretto di McCarrick.

    Da quando Viganò ha pubblicato il suo resoconto, in gran parte non verificato, su diversi siti conservatori, la maggior parte delle persone in esso citate hanno rifiutato di commentare. Almeno uno, monsignor Jean-François Lantheaume, che lavorava presso l’Ambasciata degli Stati Uniti in D.C., ha risposto alla lettera, dicendo, senza dare ulteriori dettagli, che esso è vero.

    Domenica scorsa (il 7 ottobre 2018, ndr), un cardinale (Marc Ouellet, ndr), nella prima risposta diretta del Vaticano alle accuse che papa Francesco fosse a conoscenza e abbia nascosto la presunta cattiva condotta sessuale (di McCarrick, ndr), ha descritto quelle affermazioni come “un complotto politico che non ha alcuna base reale”.

    La lettera, scritta dal cardinale canadese Marc Ouellet, Prefetto della Congregazione dei vescovi del vaticano, diceva che era “incredibile e senza fondamento” accusare Francesco di “aver coperto consapevolmente il caso di un presunto predatore sessuale“. Ouellet – che, come Lantheaume, è stato nominato nella lettera come persona a conoscenza delle azioni di McCarrick – ha raffigurato Viganò come pieno di amarezza e deluso a causa della sua carriera (mancata, ndr) all’interno della Santa Sede e ha detto di essere in “ribellione aperta e scandalosa“. Ouellet lo ha anche accusato di sfruttare il più ampio scandalo degli abusi sessuali del clero negli Stati Uniti come un modo per sferrare “un colpo immeritato e inaudito” sul Papa.

    Attraverso decine di interviste, documenti e post pubblicati sul blog dell’epoca, The Washington Post ha messo insieme un resoconto dettagliato sull’origine e la natura delle denunce al Vaticano su McCarrick. Il racconto dietro le denunce, di cui almeno tre nel 2000 o più tardi, illustra anche il grande valore attribuito al rispetto della gerarchia all’interno della Chiesa cattolica, il silenzio e la segretezza intorno al tema dell’attività sessuale dei sacerdoti e l’estrema opacità della burocrazia vaticana – fattori che hanno contribuito a far sì che le accuse contro McCarrick rimanessero nascoste per così tanto tempo.

    “La curia porta la disfunzione a un livello completamente nuovo”, ha detto Tom Doyle, che ha lavorato presso l’Ambasciata del Vaticano negli anni ’80 come sacerdote ed esperto di diritto canonico e che ora lavora come difensore dei sopravvissuti agli abusi del clero.

    Doyle dice di credere che gli ambasciatori negli anni ’90 e all’inizio del 2000 a volte hanno ignorato le comunicazioni sugli abusi sessuali perché l’argomento era nuovo ed esplosivo, e meno tracce cartacee c’erano e meglio era. L’ambasciata del Vaticano a Washington è la prima tappa per le denunce all’interno della Chiesa americana.

    Montalvo, in particolare, “ha semplicemente ignorato tutte le comunicazioni che ha ricevuto sugli abusi sessuali sui bambini“, ha detto Doyle.

    I documenti inviati ai nunzi sono stati molto probabilmente – anche se non sempre – inoltrati al segretario di Stato, presso il Vaticano a Roma, ma spettava a quell’ufficio determinare quali di quelle informazioni dovessero essere trasmesse al pontefice, secondo gli esperti a conoscenza del funzionamento (della burocrazia, ndr) del Vaticano. La Chiesa non condivide abitualmente informazioni sulle comunicazioni interne con laici cattolici o giornalisti.

    Le lamentele su McCarrick inviate da Ramsey, Bootkoski, Myers e Sipe sono entrate in questo oscuro sistema, e i loro viaggi all’interno del Vaticano rimangono per lo più un mistero.

    “Inviami la lettera”.

    Ramsey si assunse un grosso rischio come sacerdote nel novembre 2000, il giorno dopo che Papa Giovanni Paolo II nominò McCarrick arcivescovo di Washington. Il ruolo (specialmente in quella sede, centro della vita politica statunitense, ndr), una delle posizioni più importanti del cattolicesimo americano, garantisce praticamente la berretta rossa di cardinale e il potere indiscusso che ne consegue.

    Ramsey ha detto al Washington Post che chiamò Montalvo per condividere ciò che sapeva. Ramsey era professore di un seminario nel New Jersey quando McCarrick era arcivescovo. Stava condividendo (in quel periodo, ndr) ciò che gli avevano detto i suoi seminaristi.

    Ha detto di aver descritto la situazione al telefono e di aver chiesto se Montalvo avrebbe accettato di ricevere una lettera sull’argomento; l’ambasciatore gli disse di sì. Ramsey ha detto che il giorno dopo era spaventato, e che chiamò Montalvo per dire che aveva avuto dei ripensamenti. E se avessero spifferato a McCarrick che lui aveva condiviso le accuse?

    “Mi mandi la lettera, mi mandi la lettera“, lo esortò con forza Montalvo, ha detto Ramsey. “Cosa pensa che siamo degli stupidi?“.

    Ramsey ha detto di aver inviato la lettera a Montalvo, ma non ha mai ricevuto alcun avviso di ricevimento. Anche se Ramsey ha distrutto la sua copia della lettera, dice che il suo contenuto era simile a quello di una nuova lettera che in seguito ha inviato, nel 2015, all’arcivescovo di Boston, il cardinale Sean O’Malley, capo della Commissione sugli abusi sessuali clericali istituita da Papa Francesco. In quella lettera, che Ramsey ha condiviso con The Washington Post, ha espresso preoccupazione per “una forma di abuso sessuale – molestie sessuali – intimidazione o forse anche solo altamente immorale“.

    Qualche settimana fa, Ramsey ha detto di aver scoperto nei suoi documenti una lettera del 2006 del cardinale Leonardo Sandri, ora capo del collegamento del Vaticano per le Chiese cattoliche in Nord Africa e Medio Oriente. Quella lettera, riportata per la prima volta dal Catholic News Service, sembra confermare che gli alti prelati a Roma avessero ricevuto la nota di Ramsey sulla questione del letto che veniva condiviso (da parte di McCarrick, ndr).

    In quella lettera, Sandri chiede informazioni su un candidato che ha frequentato il seminario di Ramsey. Sembra che Sandri abbia chiesto se il candidato fosse coinvolto nelle accuse su McCarrick.

    “Chiedo con particolare riferimento alle gravi questioni che coinvolgono alcuni degli studenti del Seminario dell’Immacolata Concezione, che nel novembre 2000 lei è stato così gentile da portare all’attenzione di Montalvo in modo confidenziale“, scrive Sandri.

    Nella lettera di Viganò, dice Montalvo e il suo sostituto a Washington, Pietro Sambi – morto nel 2011 – “non ha mancato di informare immediatamente la Santa Sede” della lettera di Ramsey, eppure non offre dettagli e prove.

    Alcuni cattolici hanno messo in dubbio la credibilità di Viganò, un conservatore anti Francesco il cui curriculum personale sulla gestione dei casi di abuso del clero è stato oggetto di esame.

    A Roma, Sandri e una suora che lo accompagnava ha detto a The Washington Post il mese scorso che non avrebbe parlato di nulla di quello di cui era a conoscenza sulle lamentele su McCarrick.

    “Mai, mai“, ha detto la suora che camminava con Sandri a The Washington Post.

    “Oh, beh, Dio solo sa del futuro”, ha detto Sandri con una risata. Ma “nessuno parlerà. È una questione di prudenza, di saggezza“.

    Molte più accuse schiaccianti sarebbero arrivate.

    Le cause legali

    Negli anni ’90, secondo documenti ottenuti da The Washington Post, un sacerdote trentenne della diocesi di Metuchen (New Jersey, USA) ha riferito ai suoi superiori e agli specialisti della salute mentale che in passato era stato molestato e vittima di molestie sessuali, in seminario e dal “suo vescovo”. Mentre i documenti non citano McCarrick, una fonte che conosce molto bene il caso dell’uomo conferma che si trattava di McCarrick.

    Queste storie sono venute fuori attraverso la consulenza dopo che il sacerdote ha riferito ai suoi superiori di essere stato sessualmente coinvolto con due minori maschi. I consulenti, nel corso degli anni ’90, hanno stabilito che il sacerdote era stato vittima varie volte nella sua vita, non era un pedofilo e poteva essere rimandato al ministero.

    Ma dopo l’esplosione degli scandali di abusi all’inizio degli anni 2000, riferisce la fonte, il caso del sacerdote riemerse perché il nuovo vescovo del sacerdote – in un ambiente più consapevole, post-scandalo – riesaminò tutti gli archivi dei suoi sacerdoti, ed avendo visto le situazioni del sacerdote con i minori, cercò di farlo allontanare dal ministero.

    Questo fatto sconvolse gravemente il sacerdote, che fece causa.

    A metà degli anni 2000, il sacerdote raggiunse un accordo transattivo con le diocesi di Trenton, Metuchen e Newark, di cui sono trapelati i dettagli. Viganò ha sostenuto nella sua lettera (testimonianza, ndr) che il sacerdote stesso aveva inviato i dettagli “a circa 20 persone, tra autorità giudiziarie civili ed ecclesiastiche, polizia e avvocati“. Alcuni stralci – senza il nome del sacerdote – erano anche sul noto blog di Sipe e su altri blog cattolici della metà degli anni 2000 che circolano ancora oggi.

    I presunti episodi riportati negli stralci dell’accordo transattivo sono inquietanti. L’allora seminarista descriveva una battuta di pesca con McCarrick e due sacerdoti che si concludeva in una camera di motel con due letti matrimoniali. Egli descrive di essere stato osservatore angosciato mentre McCarrick e un altro sacerdote si accarezzavano “dalla testa ai piedi”, ridendo nel letto accanto. Ad un certo punto, il seminarista ha detto di aver incrociato lo sguardo di McCarrick, e, riferisce: “[McCarrick] mi ha sorriso, dicendo ‘sei il prossimo’. . . . Mi sono sentito male allo stomaco e mi sono rifugiato sotto le coperte“.

    In un altro stralcio dell’accordo transattivo pubblicato sul blog di Sipe, il seminarista ha detto che McCarrick lo convocò per accompagnarlo da Newark a New York City e di aver deviato in un appartamento in città per la notte. McCarrick, si legge nello stralcio dell’accordo transattivo riportato sul blog, è salito nel letto del seminarista e si è avvolto strettamente intorno al giovane, il quale descrive di essersi sentito “paralizzato” e di aver sentito male allo stomaco fino al punto che si è nascosto nel bagno e ha vomitato e pianto.

    L’uomo non ha risposto alle richieste di interviste da parte del The Washington Post. I funzionari diocesani di Newark e Metuchen, che nel 2006 gli hanno pagato 100.000 dollari, hanno rifiutato di commentare questo articolo, così come Barry Coburn, l’avvocato di McCarrick.

    Dopo che l’uomo è diventato sacerdote, alla fine è stato rimosso dal ministero a causa delle accuse che avevano coinvolto i due minori.

    Le diocesi del New Jersey hanno raggiunto l’accordo con quell’uomo, e un secondo ex sacerdote, Robert Ciolek, dice che McCarrick lo ha sottoposto a massaggi indesiderati sulle spalle. Questi risarcimenti sono stati resi pubblici proprio quest’estate, quando McCarrick è stato accusato per la prima volta di aver fatto del male a un chierichetto adolescente.

    Ma le diocesi ora dicono di aver riferito tutto al Vaticano.

    Bootkoski, che guidava la diocesi di Metuchen all’epoca dei due risarcimenti, ha rilasciato una dichiarazione il 28 agosto dicendo di aver chiamato Montalvo (il nunzio apostolico, ndr) e poi di avegli scritto di quelle due denunce contro McCarrick, nel dicembre 2005.

    Bootkoski e le diocesi di Metuchen e Newark hanno rifiutato di condividere con The Washington Post il testo specifico che ha inviato a Montalvo, ma hanno condiviso la lettera di presentazione.

    “In allegato trovate le informazioni di cui abbiamo parlato ieri“, (Bootkoski) scrive a Montalvo. “Se posso esserle di ulteriore aiuto in questa materia, non esiti a chiamarmi. Con sentimenti di stima personale, e i miei auguri di buon auspicio per un Avvento e un Natale benedetti“.

    Un portavoce dell’arcidiocesi di Newark, James Goodness, ha recentemente detto a The Washington Post che Myers, che ha lasciato l’incarico di arcivescovo nel 2016, ha detto anche all’ambasciatore vaticano (cioè al nunzio, ndr) dei due risarcimenti, ma ha rifiutato di dire quando o di fornire la comunicazione.

    Comportamento sessuale tra i sacerdoti

    Il linguaggio delle lettere, che rivela poca urgenza, indica un paradosso nel cuore della Chiesa: Perché tutti erano così tranquilli sui comportamenti sessuali di qualsiasi tipo tra i chierici che avevano fatto voto di castità?

    Il caso McCarrick rivela, tra l’altro, le contraddizioni non dette tra l’immagine dei sacerdoti come completamente celibi e la realtà degli uomini che a volte lottano con la loro sessualità. Alcuni esperti e chierici hanno paragonato i voti di castità dei sacerdoti a quelli delle coppie sposate che diventano infedeli. In altre parole, avviene il contatto fisico o sessuale tra sacerdoti. Ma non è chiaro quanto sia frequente e con quale frequenza sia non consensuale.

    Nel caso di McCarrick, ci sono accuse di comportamenti abusivi in corso. Ma nei decenni passati, le molestie o il comportamento sessuale tra adulti non hanno suscitato altrettanta preoccupazione rispetto agli abusi sui minori da parte dei sacerdoti.

    Anche così, la sessualità dei sacerdoti è stata in gran parte una terza corsia nella Chiesa, con scarso riconoscimento aperto della questione.

    Alcuni citano l’opera di Sipe (un monaco benedettino che in seguito ha lasciato l’abito talare, studioso, ndr), scomparso quest’estate ma che ha passato la sua vita a studiare il celibato nella Chiesa cattolica. Nel suo libro del 1990, “A Secret World“, basato su uno studio sui sacerdoti del periodo 1960-1985, Sipe sosteneva che ad un certo punto solo circa la metà dei sacerdoti erano celibi.

    Monsignor Stephen Rossetti, uno psicologo che studia e scrive sul benessere dei sacerdoti, dice che la Chiesa negli ultimi 15 anni circa è diventata gradualmente molto più severa sul celibato e disposta a discutere l’argomento.

    “Trent’anni fa il messaggio è stato confuso“, ha detto, sostenendo che McCarrick è la prova che le linee erano sfocate. “Abbiamo visto il disastro che ne è derivato“.

    Doyle dice che lo scandalo McCarrick è parte di un processo lungo anni del “mito dei sacerdoti che non hanno vite sessuali distrutte”. Ha detto che molti sacerdoti che conosce cercano di essere celibi, ma spesso falliscono. “E sono buoni sacerdoti”.

    Anche se aveva avvertito il Vaticano della presunta cattiva condotta di McCarrick, Sipe sembrava a volte deferente al sistema a cui ha dedicato la sua vita alla sfida.

    Il suo sito web contiene una lettera del maggio 2008 che dice di aver inviato a Papa Benedetto XVI.

    “Vostra Santità, io, Richard Sipe, mi avvicino a voi a malincuore per parlare del problema dell’abuso sessuale di sacerdoti e vescovi negli Stati Uniti“, ha scritto sul post che è stato ampiamente condiviso.

    Un caso, ha affermato, riguardava McCarrick.

    Sipe scrisse che quando insegnava al St. Mary’s Seminary & University di Baltimora, alla fine degli anni ’70 e all’inizio degli anni ’80 “un certo numero di sacerdoti” gli vennero a riferire che McCarrick li portava in varie case nella zona di New York/New Jersey “e dormiva con alcuni di loro“.

    Sipe ha citato i rapporti di un altro blogger relativi a tre ecclesiastici senza nome (uno un ex sacerdote) che non avevano avuto “nessun contatto sessuale“, ma che avevano condiviso un letto e successivamente avevano ricevuto biglietti e lettere da McCarrick.

    Sipe sembra anche citare, senza nomi o dettagli, la scena della stanza d’albergo che si è conclusa con il risarcimento del seminarista diventato prete.

    I post di Sipe spesso non includevano citazioni, ma quest’estate, prima di morire, ha detto al The Washington Post che aveva parlato con più persone che erano state coinvolte sessualmente con McCarrick, compreso il seminarista che in seguito ha ricevuto un risarcimento. Sipe ha rifiutato di identificare le persone per nome o di mettere in collegamento il Washington Post con loro.

    “Vostra Santità, dovete cercare e ascoltare le loro storie, come ho fatto io da molti sacerdoti sulla loro seduzione da parte di chierici di alto livello, e sulle terribili conseguenze nella loro vita“, scrive Sipe a Benedetto XVI.

    Un post del 2010 di Sipe dice che il caso del seminarista fu inviato alla sezione vaticana dell’enforcing-doctrine (dovrebbe trattarsi del ramo della Congregazione per la Dottrina della Fede, ndr), che supervisiona i casi di abuso del clero, “ma non ha ancora ricevuto risposta“, scrive Sipe (se ci si riferisce alla Congregazione per la Dottrina della Fede, allora il prefetto era il card. Levada, ndr).

    La moglie di Sipe, Marianne Sipe, e Doyle, che ha lavorato a stretto contatto con Sipe, dicono che non ci sono prove che Benedetto abbia mai ricevuto le sue lamentele. C’è, tuttavia, una breve lettera datata 5 maggio 2008, dell’allora nunzio Sambi, che riconosce le accuse esplosive di Sipe su McCarrick.

    “Riconosco la sua gentile lettera, con allegato“, scrive Sambi in una lettera sul sito di Sipe. “Siate certi che la vostra corrispondenza indirizzata alla Santa Sede è stata trasmessa mediante la borsa diplomatica. Con cordiali saluti e auguri di preghiera, io sono, sinceramente vostro in Cristo”.

    (Stefano Pitrelli e Chico Harlan hanno contribuito da Roma)

    Fonte: The Washington Post

    La figura dell’ex card. McCarrick nell’inchiesta del Washington Post

  • Abusi in Cile, il Papa dimette Karadima dallo stato clericale

    Abusi in Cile, il Papa dimette Karadima dallo stato clericale

    Il sacerdote 88enne al centro dello scandalo che sta scuotendo la Chiesa cilena. Tra i suoi allievi a Santiago del Cile il vescovo Barros ora dimesso

    IACOPO SCARAMUZZI CITTÀ DEL VATICANO
    Papa Francesco ha dimesso dallo stato clericale Fernando Karadima, sacerdote al centro dello scandalo degli abusi sessuali in Cile.

    Papa Francesco, si legge in una nota diramata questo pomeriggio in spagnolo dalla Sala stampa vaticana, «ha dimesso dallo stato clericale Fernando Karadima Farina, dell’arcidiocesi di Santiago del Cile. Il Santo Padre ha preso questa decisione eccezionale in coscienza e per il bene della Chiesa. Il Santo Padre ha esercitato la sua “potestà ordinaria suprema, piena, immediata e universale sulla Chiesa, potestà che può sempre esercitare liberamente” (Codice del Diritto Canonico, canone 331), cosciente del suo servizio al popolo di Dio come successore di San Pietro. Il decreto, firmato dal Papa giovedì 27 settembre 2018, è entrato in vigore automaticamente a partire dallo stesso momento, e comporta altresì la dispensa da tutti gli obblighi clericali. È stato notificato a Karadima Farina venerdì 28 settembre 2018».

    Karadima, oggi 88 anni, influente sacerdote della borghesia di Santiago sin dai tempi di Pinochet, nella parrocchia del Bosque, è stato condannato per pedofilia dalla Congregazione per la Dottrina della Fede in primo grado a febbraio del 2011 e in via definitiva il successivo giugno. Papa Francesco ha nominato un suo allievo, il vescovo Juan Barros, nella diocesi di Osorno, nel 2015, ed ha dapprima ignorato le proteste dei fedeli nei suoi confronti, e definito «calunnie» le denuncie delle vittime di Karadima che accusavano Barros di avere insabbiato le denuncie di Karadima. Poi, dopo le riserve espresse dai suoi stessi collaboratori, a partire dal cardinale Sean O’Malley, arcivescovo di Boston e presidente della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, il Papa ha deciso di inviare in Cile monsignor Charles Scicluna e monsignor Jordi Bartomeu per una istruttoria sul caso. Dopo aver ricevuto il rapporto di questa visitazione, Francesco ha invitato in Vaticano tre note vittime di Karadima, ha poi scritto ai fedeli cileni per chiedere scusa ed ha convocato i vescovi cileni che, duramente ripresi, a maggio hanno rassegnato in blocco le dimissioni nelle sue mani. Tra i primi dei sette presuli dei quali il Pontefice argentino ha accettato le dimissioni, sinora, c’è monsignor Juan Barros.

    Esultano le vittime di Karadima che sono state ricevute dal Papa a Casa Santa Marta. «Il pedofilo Karadima espulso dal sacerdozio. Nessuno avrebbe pensato che sarebbe venuto questo giorno. Un uomo che ha rovinato la vita a tante persone», ha commentato su Twitter Juan Carlos Cruz. «Ringrazio Papa Francesco per avere infine preso questa decisione. Spero che molti sopravvissuti sentano oggi un lieve sollievo».

    Nel commentare la decisione, il cardinale di Santiago del Cile, Riccardo Ezzati, ha detto che il Papa ha agito «per il bene della Chiesa e nella Chiesa c’è tutto il popolo di Dio, il bene delle persone che sono state vittime e hanno sofferto gli abusi, il bene dei fedeli che sono chiamati a camminare con rettitudine di vita, il bene dei sacerdoti che sono chiamati a camminare in accordo con i grandi valori della loro vocazione e per il bene della società». I «cattolici di Santiago e le persone di buona volontà», ha proseguito il porporato italo-cileno, «siamo chiamati a accogliere questa decisione del Santo Padre» con «fede e fedeltà alla azione del Santo Padre», e a farlo «con atteggiamento di collaborazione con il compito proprio della Chiesa di riparare a ogni danno causato alle vittime e anche a tutte le persone che hanno sofferto e soffrono per questo fatto, e anche in vista di un cammino che vogliamo sia sempre più trasparente di accompagnamento delle situazioni di formazione affinché non succedano più (gli abusi, ndr.), affinché il “mai più” sia una realtà nella nostra Chiesa di Santiago». La decisione papale è stata comunicata a Karadima questa mattina in un incontro di «mezz’ora».

    Ci sono «due chiavi» per interpretare la decisione del Papa, ha commentato il direttore della sala stampa vaticana, Greg Burke: «La prima è che il Papa agisce in coscienza, la seconda è la motivazione, per il bene della Chiesa. Papa Francesco sta agendo come pastore, come padre, per il bene di tutto il popolo di Dio. La dimissione dallo stato clericale di Fernando Karadima è un passo in più nella linea ferrea di Papa Francesco di fronte agli abusi. Eravamo davanti a un caso molto serio di marciume che andava strappato alla radice. Si tratta di una misura eccezionale, senza dubbio, ma i delitti gravi di Karadima sono stati un danno eccezionale in Cile».

    http://www.lastampa.it/2018/09/28/vaticaninsider/abusi-nella-chiesa-del-cile-il-papa-dimette-karadima-dallo-stato-clericale-GrWwRtrkS3Gv96NgwAIpCL/pagina.html

  • Il tempo delle parole e il tempo dei fatti

    Il tempo delle parole e il tempo dei fatti

    “Lungo, fruttuoso e buono”. Così i dirigenti della Conferenza episcopale degli Stati Uniti hanno definito l’incontro avuto in Vaticano con Francesco sulla crisi degli abusi. Non sono entrati nei dettagli, limitandosi a parlare di “scambio” con il papa e ringraziandolo per averli ricevuti.

    All’incontro erano presenti il cardinale Daniel DiNardo, presidente della Conferenza episcopale Usa, e il cardinale Sean O’Malley di Boston, che è anche presidente della Pontificia commissione per la protezione dei minori.

    “Non vediamo l’ora di continuare attivamente il nostro discernimento insieme, identificando i prossimi passi più efficaci”, si legge nella dichiarazione, ma non si fa cenno alla richiesta di visita apostolica avanzata giorni fa dai vescovi americani.

    Il clima deve essere stato molto cordiale , almeno a giudicare dalla foto diffusa dal Vaticano, nella quale i presenti appaiono tutti sorridenti e divertiti (forse sarebbe stato meglio scegliere un’altra foto, data la drammaticità del tema al centro dell’incontro).

    Il papa ha convocato tutti i presidenti delle Conferenze episcopali del mondo, più di cento prelati, per un vertice che si terrà in Vaticano dal 21 al 24 febbraio 2019. Il provvedimento è di portata eccezionale, così come eccezionalmente grave è la crisi in corso.

    Con la sua decisione Francesco intende evitare di ripetere gli errori commessi nel caso del Cile, dove la vicenda degli abusi è stata affidata per lungo tempo alla gestione, rivelatasi fallimentare, della Chiesa locale, salvo poi intervenire di persona, ma in ritardo e non senza contraddizioni.

    La svolta che Francesco vuole imprimere è netta: passare da una situazione in cui il papa appare parte del problema a una in cui la sua leadership sia forte e autorevole.

    Bergoglio si sta giocando molto:  in ballo ci sono il suo carisma e la sua credibilità. Non è detto però che la formula del confronto assembleare con i capi delle Conferenze episcopali possa garantire i risultati auspicati.  Il rischio è che alla fine si produca più o meno il solito documento, ma le parole ormai non bastano più. Inoltre febbraio sembra un po’ lontano. Certamente i vertici degli episcopati di ogni parte del mondo non si possono convocare a Roma da un giorno all’altro, ma forse una data più ravvicinata avrebbe dato un segnale più efficace.

    E da qui a febbraio? Tutto resterà come prima? Nessuna risposta sul caso McCarrick? Nessuna risposta a i vescovi che, dopo il rapporto del gran giurì della Pennsylvania, hanno detto che il tempo delle parole è finito e occorrono interventi concreti, portando a galla tutto il marciume e svelando tutte le coperture e le connessioni?

    La scelta di febbraio può essere dovuta anche alla necessità di dare il tempo alle Conferenze episcopali di attrezzarsi con politiche adeguate, ma allora i cinque mesi che ci separano dal vertice appaiono pochi.

    Quanto alla durata dell’incontro, che dire? Davvero è pensabile che in tre giorni oltre cento prelati provenienti da situazioni tanto diverse possano confrontarsi seriamente e concludere qualcosa che non sia il solito documento pieno di buone intenzioni?

    Dopo il memoriale Viganò nulla può essere più come prima. Lì ci sono accuse alle quali occorre dare risposte. La manovra iniziale, centrata sul tentativo di screditare l’ex nunzio, non sembra aver dato i risultati sperati. Quando il vescovo di Grand Rapids, David Walkowiak, dice che la testimonianza dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò deve essere investigata a fondo e attende risposte non fa che esprimere un’idea diffusa tra molti pastori.

    In questo complesso quadro, il tassello rappresentato dal caso del cardinale Donald Wuerl di Washington suscita altre domande. Da più parti sono state chieste le sue dimissioni e una scuola cattolica americana ha addirittura tolto il suo nome da quello dell’istituto. Wuerl ha annunciato che presto si recherà a Roma per chiedere a Papa Francesco di accettare le sue dimissioni per raggiunti limiti di età. Il fatto è che i settantacinque anni li ha compiuti tre anni fa e allora la sua richiesta di dimissioni, inviata in Vaticano come da norma, non è masi stata accettata. Perché?

    Aldo Maria Valli

    Il tempo delle parole e il tempo dei fatti