Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Sean O’Malley

  • Vescovi Usa contro la legge anti-pedofili

    Vescovi Usa contro la legge anti-pedofili

    La denuncia dei media: spesi 2 milioni di dollari per mantenere la prescrizione sugli abusi

    La Conferenza Episcopale statunitense, guidata dal cardinale arcivescovo di New York Timothy Dolan, ha speso tra il 2007 ed il 2015 ben 2,1 milioni di dollari per affidare ad una società di lobbisti il compito di bloccare l’approvazione di una legge, «Child Victims Act» che avrebbe reso piu’ semplice alle vittime dei preti pedofili fare causa alla chiesa cattolica. Lo ha scritto il New York Daily News citando documenti statali. Uno dei punti più osteggiati è l’eliminazione della prescrizione per gli abusi sessuali su minori e l’apertura di una «finestra» di un anno per le vittime che non possono più fare causa in base alla legge vigente.

    La notizia ci riporta in pieno nella realtà magistralmente descritta nel film premio Oscar 2016 di Tom McCarthy «Il caso Spotlight» che ripercorre la storia vera trame vere di un’inchiesta realizzata tra il 2001 e il 2002 da un team di giornalisti del Boston Globe, che fece conoscere prima alla città (con la metà degli abitanti di religione cattolica) poi al mondo intero gli abusi sessuali su minori commessi da circa 90 sacerdoti cattolici e mai denunciati dalle autorità ecclesiastiche bostoniane. L’inchiesta del film si allarga fino a toccare molti altri e sempre più importanti esponenti della Chiesa cattolica di Boston, che furono poi accusati di aver coperto quegli abusi, temendone le ripercussioni mediatiche.

    Le inchieste del team Spotlight portarono in seguito alle dimissioni di Bernard Francis Law, arcivescovo di Boston dal 1984. Law si dimise – dopo molte pressioni – perché accusato di non aver denunciato pubblicamente i casi di pedofilia raccontati dal Boston Globe. Sacha Pfeiffer (Rachel McAdams, nel film) ha detto che la storia del film si conclude nel momento giusto, altrimenti «avrebbe dovuto raccontare le dimissioni di Law e la quasi bancarotta dell’arcidiocesi di Boston».

    Michael Rezedes (Mark Ruffalo, nel film) ha detto, sempre parlando del momento in cui finisce Il caso Spotlight: «A quel punto la diga era esplosa. C’erano tutte queste vittime che pensavano di essere sole e soffrivano in silenzio. All’improvviso si sono rese conto di non essere sole. All’improvviso molte di loro volevano parlarne».

    Dal momento in cui finisce il film a oggi ci sono stati soprattutto tribunali, denunce e sentenze. Dal luglio 2003 l’arcivescovo di Boston è lo statunitense Sean O’Malley, che si era già occupato di casi di pedofilia in altre diocesi. Nel settembre 2003 l’arcidiocesi di Boston pagò circa 85 milioni di dollari come risarcimento nei confronti di molte delle vittime di abusi e nell’agosto 2011 l’arcidiocesi di Boston ha pubblicato una lista con i nomi di 159 preti accusati di pedofilia. BBC scrive che il lavoro del team Spotlight fece partire «un effetto domino globale che ha portato a successive inchieste» in altre parti del mondo.

    Ora la notizia apparsa sul New York Daily News riaccende i riflettori sul vergognoso cerchio di omertà sulla pedofilia della Chiesa cattolica in Usa. Ancora non si è spenta negli States la richiesta ai vescovi Usa di di papa Francesco che ha visitato il paese nel settembre 2015: « Mai più crimini di pedofilia» Nel suo discorso ai vescovi incontrati nella cattedrale di San Matteo a Washington, il Pontefice ha ribadito che ci sono «alcune questioni che non è lecito mettere a tacere» come la pedofilia, la «ferita aperta» nel fianco della Chiesa. «Non si ripetano mai più i crimini» ha detto Bergoglio « ho accompagnato il vostro generoso impegno per guarire le vittime, consapevole che nel guarire siamo pur sempre guariti».

    P. Ser.

    http://www.iltempo.it/esteri/2016/06/01/vescovi-usa-contro-la-legge-anti-pedofili-1.1545508

  • Tornano le accuse contro monsignor Anatrella, consultore del Pontificio Consiglio per la famiglia

    Tornano le accuse contro monsignor Anatrella, consultore del Pontificio Consiglio per la famiglia

    Monsignor Tony Anatrella, psicanalista francese, consultore del pontificio consiglio per la famiglia, viene accusato di molestie sessuali. Le accuse, raccolte dal sito Mediapart (fondato da ex giornalisti di Le Monde), provengono da “diverse vittime” che sarebbero state molestate nel corso di sedute psicoterapeutiche. Monsignor Anatrella era stato bersaglio già negli anni passati di accuse, che non avevano avuto seguito, e l’arcidiocesi di Parigi avrebbe ricevuto segnalazioni già nel 2001. Il prelato l’anno scorso fu definito da Avvenire “tra i massimi studiosi mondiali del ‘rischio gender’, autore di numerosi saggi sul tema”. Ed è suo il commento che ha corredato il Documento della Congregazione per l’Educazione Cattolica sulla non ammissione dei gay al sacerdozio, pubblicato sull’Osservatore Romano il 29 novembre 2005.

    “A febbraio scorso – ricorda AskaNews –  monsignor Anatrella ha avuto una certa risonanza mediatica quando, ad un corso di aggiornamento per nuovi vescovi, ha affermato che per i vescovi questo obbligo non esiste. Per il “Vaticano”, i vescovi cattolici “non sono obbligati a denunciare gli abusi del clero sui bambini”, ha riassunto il quotidiano britannico The Guardian. Subito contestato dal cardinale Sean O’Malley, presidente della Pontificia commissione per la tutela dei minori, che in una nota a nome della commissione ha affermato che vige invece la “responsabilità morale ed etica di denunciare gli abusi presunti alle autorità civili”.

    Le accuse contro il sacerdote psicanalista per comportamenti impropri e molestie sessuali durante le sedute di analisi (al limite dello stupro se si considera che l’analista esercita comunque una funzione di guida sul paziente e può abusare di tale potere)  si ripropongono a dieci anni esatti da episodi analoghi che nel 2006 furono riportati dall’agenzia Adista insieme alla drammatica testimonianza di una vittima. In psicoanalisi,  terapia orale fondata sulla parola, senza alcuna azione, non devono esservi contatti fisici di nessun genere. L’analista come persona deve mantenere un ruolo di pura neutralità, per consentire il corretto avvenire del transfert; tra paziente e analista, nessun altro incontro al di fuori delle sedute. “Queste regole fondamentali e rigorose della psichiatria freudiana, monsignor Anatrella, psicanalista, da anni interprete e portavoce delle teorie le ha violate”, denunciò Adista rivelando anche il nome di colui che subì gli abusi sessuali, l’ex seminarista francese Daniel Lamarca, 23enne all’epoca dei fatti.

    Il giovane raccontò che anni dopo gli abusi ebbe un colloquio con Anatrella “per sapere come spiegava che vi fossero stati dei rapporti sessuali nell’ambito di una terapia”. “Lui – ricostruisce l’ex allievo del Seminario della Missione di Francia – cerca di intellettualizzare o di filosofeggiare sui termini, e di spiegarmi che non si può parlare di ‘rapporti sessuali’, che i termini ‘rapporti’ e ‘sessuali’ non potevano essere impiegati qui. Che lui lo chiami come vuole, io so quello che è stato fatto. Gli chiedo se lo trova normale. Allora mi cita il nome di un terapista americano ai cui lavori si appoggia. Allora gli chiedo se è così che cura di solito le persone che vanno da lui. Mi dice che sono stato l’unico. Gli chiedo allora che cosa mi ha fatto meritare questa terapia così particolare. Mi risponde: “perché è lei che me l’ha chiesta”. Ed aggiunge: ‘forse mi sono sbagliato’. Anche se è una risposta che non è da terapista, mi ci è voluto molto tempo per capire che no, non l’avevo chiesta io. Nel 1999 ottengo un’udienza presso il cardinale Lustiger. Gli confido la mia storia. Lui è sorpreso, sconvolto, afferma di credermi, mi assicura la sua preghiera, si preoccupa di quello che mi può accadere, mi dice che dev’essere aperta un’inchiesta. Mi chiede se sarei d’accordo, nel caso in cui l’inquirente lo volesse, a testimoniare davanti a lui ed eventualmente a mettere per scritto ciò che gli ho raccontato. Rispondo di sì, ma fino ad oggi non sono mai stato contattato da un inquirente…”.

    Sante Cavalleri

  • Pedofilia: arriverà la sezione per i vescovi? Fuoco di sbarramento in Curia rallenta l’attuazione di quanto chiesto dal “C 9”

    Pedofilia: arriverà la sezione per i vescovi? Fuoco di sbarramento in Curia rallenta l’attuazione di quanto chiesto dal “C 9”

    Ancora ferma al palo la proposta di Papa Francesco di creare in Vaticano un tribunale che si occupi di casi di pedofilia e che indaghi sui vescovi che coprono sacerdoti accusati di tali crimini? Quantomeno non si ha notizia di passi concreti per dare attuazione alla nuova procedura vaticana pensata da Bergoglio per perseguire questa fattispecie di reato e per concretizzare, in seno alla Congregazione per la Dottrina della fede, l’istituzione di una nuova Sezione Giudiziaria sui casi di pedofilia, con la creazione anche di un segretario “ad hoc” per assistere il cardinale prefetto su questo tema. Ma, scrive l’Agi,  la proposta di una sezione giudiziaria speciale della Congregazione della Dottrina della Fede per giudicare i vescovi ha trovato un vero e proprio fuoco di sbarramento nella Curia Romana dove i giuristi che dovevano dare i loro pareri hanno osservato che questi nuovi tribunali non sono compatibili con le norme attuali del Diritto Canonico, per le quali i vescovi possono essere giudici ma non imputati.

    Nonostante il successo da Oscar del film “Spotlight “, che racconta di come il Boston Globe abbia indagato lo scandalo dei preti accusati di abusi sessuali, e in seguito al discusso e inter-continentale “caso Pell”, la proposta di Francesco non sembra infatti fare grandi passi dal giugno scorso. L’AP ipotizza che il Papa sia caduto vittima di aspettative premature, problemi amministrativi e giuridici irrisolti e che debba affrontare una resistenza sia all’interno che all’esterno della Santa Sede nata quando il 10 giugno 2015 ha annunciato a sorpresa che era stata approvata all’unanimità dal C9 la proposta di creare un nuovo dipartimento all’interno della Congregazione per la dottrina della fede per gestire i casi di “abuso d’ufficio” contro i vescovi accusati di non riuscire a proteggere le loro congregazioni dei preti pedofili.

    In primo luogo, una delle prime ragioni di questa stagnazione, è che la Congregazione dal 2001 non è stata consultata o addirittura informata. “Attualmente, l’organismo per compiere efficacemente il proprio lavoro e per consigliare le diocesi interessate, ha bisogno di risorse e di personale”, ha affermato padre Davide Cito, un canonista e docente presso la Pontificia Università della Santa Croce di Roma, che ha contribuito a indagare sui casi di abuso.

    Il Vaticano da parte sua ha fatto sapere che presto sarà nominato un nuovo segretario per la Congregazione e che personale e risorse saranno fornite per agevolare il grande carico di lavoro. Il Papa stesso di recente ha ribadito che presto sarà aggiunta questa nuova figura all’interno dell’organismo ma – ha sottolineato – “non si tratterà di un ruolo facile perché dovrà affrontare un’impresa titanica”.

    Nonostante le buone premesse in nove mesi nulla di tutto ciò è accaduto. “Ci auguriamo che l’annuncio del Santo Padre di nominare un segretario per la disciplina della Sezione Giuridica sia un chiaro segno dell’attuazione più rapida della sua proposta”, ha dichiarato all’AP il cardinale Sean O’Malley di Boston, presidente della Commissione vaticana per la protezione dell’infanzia.

    Alessandro Notarnicola

  • Pedofilia, la Chiesa sudafricana: “Collaboriamo con i media”

    Pedofilia, la Chiesa sudafricana: “Collaboriamo con i media”

    Dopo l’uscita del film ‘Il caso Spotlight’ sullo scandalo nella diocesi di Boston, una nota dei vescovi sudafricani chiede “apertura e trasparenza” sugli abusi. Il teologo Egan: “no alla cultura dell’insabbiamento”.

    DAVIDE MAGGIORE

    “Il film Il caso Spotlight, prima ancora che un documento dei tempi, è un’opera che parla del valore dell’impegno per la verità”. Padre Anthony Egan, oggi uno dei più noti teologi sudafricani, era a Boston quando, nel 2002, un’inchiesta del quotidiano locale Globe fece scoppiare nel mondo lo scandalo dei preti pedofili americani. Una storia ripresa oggi dalla pellicola candidata a sei premi Oscar e di cui si è tornato a parlare anche per le dichiarazioni recenti dell’attuale arcivescovo della città statunitense, il cardinale Sean O’Malley. “Abbiamo tutti la responsabilità morale ed etica di denunciare i sospetti di abusi” sui minori “alle autorità civili che hanno il compito di proteggere la nostra società”, ha spiegato a metà febbraio il porporato. Parole a cui ha fatto eco Papa Francesco durante il viaggio di ritorno dal Messico, definendo tra l’altro “una mostruosità” e “un sacrificio diabolico”  il comportamento dei religiosi colpevoli di pedofilia.

    “Ringrazio Dio che si sia scoperchiata questa pentola, e bisogna continuare a scoperchiarla”, aveva poi aggiunto il Santo Padre e proprio a queste parole sembra riallacciarsi Egan nel suo ragionamento sulla pellicola di Tom McCarthy. “Parla delle conseguenze morali dell’occultare qualcosa e non si rivolge solo ai religiosi, ma anche al sistema giudiziario e agli stessi media. – spiega – Denuncia una cultura dell’insabbiamento, che è presente in molte realtà sociali e non riguarda soltanto il problema della pedofilia, o soltanto la Chiesa”. Proprio la conferenza episcopale dell’Africa australe (a cui fanno riferimento i vescovi sudafricani, insieme a quelli del Botswana e dello Swaziland) è stata però una delle realtà che hanno fatto dell’uscita del film un’occasione per riflettere sul tema e sull’atteggiamento della Chiesa in questi anni. Una Chiesa che “continua a chiedere perdono per il male che il crimine dell’abuso sui minori ha causato”, come hanno scritto i presuli in un comunicato. “La Chiesa cattolica – prosegue il testo – si impegna ad assumersi la responsabilità per le sue mancanze ed a riformarsi in modo da affrontare atti vergognosi e tenuti nascosti”. L’accento, infine, è stato messo anche sul ruolo svolto dalla stampa nel far emergere i crimini: “Apertura e trasparenza sono gli unici modi in cui si possono affrontare i casi di abuso”, chiarisce il documento.

    “Se qualcuno parte dall’idea che la stampa lavori per ‘scoprirlo’, comincia col piede sbagliato; gran parte dei media esistono per raccontare una storia, i giornalisti sono pagati per fare del loro meglio per ricostruire la verità”, commenta anche Anthony Egan. E prosegue: “Per questo bisogna parlare con loro in modo che scrivano la verità, dando loro informazioni esatte sul contesto e questo vale per tutte le questioni controverse, dentro e fuori dalla Chiesa. Tentare di mettere a tacere la stampa o rifiutare di parlarci non aiuta la causa di nessuno, semmai fa nascere nella mente di alcuni la domanda ‘cos’hanno da nascondere?’. Mostrarsi aperti e disponibili anche a discutere temi difficili, invece, fa guadagnare reputazione e credibilità”. Chiesa e mezzi di comunicazione dovrebbero sempre “lavorare insieme, tanto più in questo periodo in cui la Chiesa è spesso  oggetto delle attenzioni dei media” e nel momento in cui stampa e istituzioni ecclesiali si trovano sulla stessa linea su molti temi, “ad esempio quando si parla di corruzione”, nota ancora il sacerdote.

    “Anche la collaborazione con le autorità statali è essenziale”, continua il teologo, e delle norme in vigore per prevenire e combattere il fenomeno “in accordo con le leggi civili” si occupa anche la nota della conferenza episcopale. Si tratta di disposizioni, riassume Egan “che servono ad assicurare che tutti i vescovi siano sulla stessa lunghezza d’onda” nell’affrontare eventuali casi futuri e di un codice di condotta etico applicato non solo a religiosi e religiose, ma anche ai laici impiegati stabilmente nelle strutture della Chiesa. “Quando lo scandalo è scoppiato la Chiesa ha capito che la maniera con cui era stato affrontato fino a quel momento non era accettabile moralmente né da un punto di vista pratico”, valuta il teologo. Sotto entrambi questi punti di vista, conclude, ora la priorità “è la giustizia”.

    http://www.lastampa.it/2016/02/22/vaticaninsider/ita/nel-mondo/pedofilia-la-chiesa-sudafricana-collaboriamo-con-i-media-xXF45NEcYeTdZGPyLeDcSJ/pagina.html

  • Pedofilia, la Commissione pontificia: obbligo di denunciare gli abusi alle autorità civili

    Pedofilia, la Commissione pontificia: obbligo di denunciare gli abusi alle autorità civili

    L’Organismo guidato dal cardinale Sean O’Malley dopo le dichiarazioni di monsignor Anatrella: c’è «responsabilità morale ed etica» di segnalare i presunti crimini.

    IACOPO SCARAMUZZI – CITTÀ DEL VATICANO

    C’è la «responsabilità morale ed etica di denunciare gli abusi presunti», compiuti da sacerdoti su minori, «alle autorità civili»: lo puntualizza la Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, guidata dal cardinale statunitense Sean O’Malley, dopo che nei giorni scorsi la stampa anglofona aveva dato risalto alle dichiarazioni di un esponente vaticano secondo il quale – è stato il titolo che ne ha tratto per esempio il britannico Guardian – per il «Vaticano», i vescovi cattolici «non sono obbligati a denunciare gli abusi del clero sui bambini».

    La Santa Sede ha diramato oggi una «dichiarazione» scritta dal cardinale Seán O’Malley insieme agli altri membri, «che riguarda l’obbligo di segnalare sospetti abusi sessuali alle autorità civili».

    «Come papa Francesco ha così chiaramente affermato» lo scorso 27 settembre, si legge nel testo: «I crimini e i peccati degli abusi sessuali sui bambini non devono essere tenuti segreti mai più. Garantisco la zelante vigilanza della Chiesa per proteggere i bambini e la promessa della piena responsabilità per tutti». La dichiarazione prosegue: «Noi, il Presidente e gli altri Membri della Commissione, desideriamo affermare che i nostri obblighi ai sensi del diritto civile devono essere rispettati, certamente, ma anche al di là di tali vincoli, abbiamo tutti la responsabilità morale ed etica di denunciare gli abusi presunti alle autorità civili che hanno il compito di proteggere la nostra società». Prosegue la dichiarazione del Cardinale O’Malley, «negli Stati Uniti, la Charter dei nostri Vescovi afferma chiaramente l’obbligo per tutte le diocesi/eparchie e per tutto il personale di denunciare i sospetti abusi alle autorità pubbliche. Ogni anno presso la nostra riunione di novembre, in una sessione di formazione per i nuovi vescovi, questo obbligo è ribadito, e durante ogni mese di febbraio la seconda Conferenza propone un programma di formazione per i nuovi vescovi che ribadisce in modo chiaro ed esplicito questo obbligo. Come Commissione consultiva del Santo Padre per la Tutela dei Minori, abbiamo recentemente condiviso con papa Francesco una panoramica estesa delle iniziative di educazione della Commissione per le Chiese locali nel corso degli ultimi due anni, e ribadito la volontà dei membri di fornire materiali per i corsi offerti in Roma, compreso tra gli altri il programma annuale di formazione per nuovi vescovi e per gli uffici della Curia romana affinché possano utilizzarli nei loro sforzi per la protezione dei minori».

    In merito ad alcuni articoli che ipotizzavano nuove «guidelines», o addirittura un nuovo documento vaticano, in materia di abusi sessuali da parte di membri del clero, era già intervenuto nei giorni scorsi padre Federico Lombardi, direttore della Sala stampa vaticana: l’articolo del Guardian e altri articoli usciti in quei giorni negli stessi giorni «si riferiscono a una relazione fatta da monsignor Tony Anatrella sul tema: “La relation pastorale, l’équilibre de la vie affective des pretres, et problèmes de déviances” pubblicata nel volume collettivo “Testimoni del Risorto. Atti del corso annuale di formazione per i nuovi Vescovi”», ricapitolava Lombardi, ricordando inoltre che il corso «è organizzato dalla Congregazione dei Vescovi ogni anno, questi sono gli atti del corso del 2015». Anatrella, proseguiva il Gesuita, «è un esperto in psichiatria e psicologia e sui problemi della famiglia, ecc. Non si tratta quindi in alcun modo – come erroneamente qualcuno ha interpretato – di un nuovo documento vaticano o di una nuova istruzione o di nuove “guidelines” per i vescovi, ma di una conferenza di un esperto, pubblicata insieme a diverse altre su diversi argomenti. Anatrella non dice nulla di nuovo o di diverso da quanto detto finora dalle competenti istituzioni ecclesiastiche». La Commissione è stata protagonista, nel corso dell’ultima riunione avvenuta nei giorni scorsi, quando ha deciso l’uscita di uno dei suoi membri, il britannico Peter Saunders, ex vittima di abusi sessuali. Sul tema è intervenuta, con una presa di posizione sul National Catholic Reporter, un altro membro della Commissione, l’irlandese Marie Collins, a sua volta sopravvissuta ad abusi sessuali di un sacerdote quando era bambina.

  • Collins: “Sono triste per Saunders, ma ho fiducia nella commissione”

    Collins: “Sono triste per Saunders, ma ho fiducia nella commissione”

    Sopravvissuta agli abusi di un sacerdote, la donna irlandese commenta su Ncr la vicenda dell’uscita del suo collega, anch’egli vittima, dall’organismo pontificio per la prevenzione della pedofilia: mi dispiace ma la commissione per la tutela dei minori è il bersaglio sbagliato.

    Ex vittima di un prete pedofilo, l’irlandese Marie Collins rompe il silenzio sullauscita di un suo collega, anch’egli sopravvissuto alla pedofilia del clero, Peter Saunders, dalla pontificia commissione per la tutela dei minori (ovvero per la prevenzione della pedofilia), sabato scorso, e, in una nota scritta a titolo personale per il National Catholic Reporter, nel nome della trasparenza per la quale combatte da anni nella Chiesa, dice di essere «triste» per l’epilogo della vicenda; spiega che la questione è nata attorno alla «differenza di comprensione della missione e dei poteri» della commissione guidata dal cardinale statunitense Sean O’Malley; rivela di essere il commissario che si è astenuto dal voto che ha portato ad un congelamento della partecipazione di Saunders – non un «voto di sfiducia» –, ma di comprendere al contempo il motivo per il quale i suoi colleghi hanno votato in favore di questa decisione; precisa che il voto non era previsto all’inizio della riunione e che solo dopo i commissari hanno appreso della presenza a Roma di un’altra vittime di preti pedofili, il cileno Juan Carlos Cruz, e del suo desiderio di incontrare la commissione; e ribadisce la propria «fiducia» nei confronti della commissione e dei suoi membri: «Non ho la stessa fiducia in coloro il cui compito all’interno del Vaticano è di lavorare con noi e mettere in pratica la nostra proposte approvate dal Papa».

    «La discussione sabato è nata a causa di una differenza nella comprensione della missione e dei poteri della pontificia commissione per la protezione dei minori. Se un membro non può impegnarsi a lavorare per lo sviluppo dei suoi programmi – che indubbiamente è laborioso, noioso e lento – mentre altri membri sono profondamente impegnati in esso, si raggiunge un impasse. Ogni aspettativa che la commissione possa attaccare o chiedere cose al Papa o inserirsi in casi particolari ignora il mandato effettivo al quale il lavoro del gruppo è sottoposto. Comprendo la frustrazione, l’emozione e la rabbia su ciò che sta ancora accadendo e non dovrebbe! Ma non può essere affrontato dalla commissione».

    Collins fa poi riferimento alla vicenda di Juan Carlos Cruz. Si tratta, come emerso nei giorni scorsi, di un uomo vittima di abusi sessuali di un sacerdote quando era bambino, che si è recato a Roma per trasmettere, per mezzo dello stesso Saunders, una petizione al Papa rivolta da un gruppo di fedeli della diocesi di Osorno, in Cile, per chiedergli di destituire il vescovo Juan Barros, contestato da anni con l’accusa di aver insabbiato le accuse indirizzate al sacerdote pedofilo Fernando Karadima. Un’agenzia di stampa, scrive Collins, «ha riferito dopo una conferenza stampa sabato che Juan Carlos Cruz, un coraggioso sopravvissuto cileno che combatte per la giustizia, ha affermato che “la commissione è una disgrazia, pensano che violentare un bambino è qualcosa che è già alle nostre spalle”. Questo non è vero. E’ proprio perché NON è alle nostre spalle che i membri della commissione stanno lavorando duramente per cambiare le cose».

    La commissione, peraltro, è guidata dal cardinale arcivescovo di Boston Sean O’Malley, cappuccino, che ha ereditato la diocesi statunitense dopo che nel 2002 l’allora arcivescovo, Bernard Francis Law, si dimise in seguito alle inchieste sulla pedofilia del Boston Globe al centro del film Il Caso Spotlight ora sugli schermi. Marie Collins, irlandese, una vita di impegno a favore delle vittime dei preti pedofili, ha raccontato la sua vicenda ad un convegno sul contrasto alla pedofilia ospitato nel 2012 dalla Pontificia università Gregoriana.

    «Il voto – spiega Collins – non era stato programmato prima, non aveva nulla a che fare con qualche dipartimento vaticano. La questione è stata portata all’incontro da uno dei membri laici. Il voto è emerso dopo una discussione durata quasi due ore. Ovviamente non posso citare direttamente cosa è stato detto senza rompere la riservatezza dei membri ma le questioni trattate comprendevano: la difficoltà a condividere apertamente opinioni sincere negli incontri se quello che viene detto compare poi sui media o viene condiviso con altre persone fuori dalla commissione; la difficoltà a lavorare per il Papa mentre in pubblico lo si attacca; la preoccupazione di membri che lavorano su programmi – sensibili e bisognosi di sviluppo – che essi vengano resi pubblici o condivisi prematuramente con persone fuori dalla commissione. Questo è il contesto nel quale si è parlato del fatto che non sempre si è in grado di dire alla stampa esattamente quel che si desidera. Non perché quel che si dice sia contro la Chiesa ma perché potrebbe infrangere la fiducia di altri commissari nel loro lavoro. La questione principale è stata se c’era la volontà di essere coinvolti nel lavoro programmatico della commissione o no. Quando Peter ha spiegato di non potersi impegnare o di non poter dare una indicazione di quanto tempo avrebbe bisogno per riflettere, allora un membro laico della commissione ha proposto un voto. La proposta, per quanto chiaramente io possa ricordare, è stata che prendesse un periodo di assenza per decidere come poter contribuire alla commissione. Non è stato un voto di sfiducia. Tutti i presenti tranne me hanno votato la proposta. Mi sono astenuta ma ho capito perché i miei colleghi hanno votato in quel modo. Sono stata molto triste come molti altri che la situazione sia arrivata a questo punto. I membri hanno deciso di diramare un comunicato stampa sul periodo di assenza come atto di trasparenza. Se non lo avessimo fatto, si sarebbe potuto dire che stavamo coprendo la questione. Non so con che mezzi è stato trasmesso alla stampa ma è stato scritto dalla commissione, non da qualsiasi altra entità vaticana».

    «Ho lavorato nella commissione dal suo primo inizio a maggio del 2014. Non è stata sempre una navigazione piana. Ho preoccupazioni su quello che sta accadendo nella curia vaticana relativamente al nostro lavoro. Come ho già detto ho completa fiducia nella commissione e nei suoi membri. Non ho la stessa fiducia in coloro il cui compito nel Vaticano è di lavorare con noi e mettere in pratica le nostre proposte quando sono approvate dal Papa. Sento fortemente che chi critica la commissione sta scegliendo il bersaglio sbagliato. Ci sono molte persone di buona volontà nella Curia ma sfortunatamente ci sono ancora coloro che, a livello di vertice, sono più preoccupati per il proprio feudo e per la minaccia rappresentata per loro dai cambiamenti che per il lavoro che la commissione sta cercando di fare per proteggere i bambini. Se la commissione è danneggiata dal suo interno, queste forze ne saranno beneficiate – non i sopravvissuti o i bambini del futuro».

  • Ecco come il Papa processerà i vescovi che coprono gli abusi sessuali

    Ecco come il Papa processerà i vescovi che coprono gli abusi sessuali

    Matteo Matzuzzi

    La comunicazione l’ha data ieri padre Federico Lombardi, direttore della sala stampa della Santa Sede, nel briefing al termine della tre giorni di lavoro del C9 (prossima riunione già programmata per settembre), la commissione cardinalizia incaricata dal Papa di predisporre una riforma globale della curia romana.

    UNA NUOVA SEZIONE GIUDIZIARIA AD HOC

    Dopo aver ascoltato la relazione del cardinale Sean O’Malley “sulla proposta da avanzare al Santo Padre riguardo alle denunce di abuso d’ufficio episcopale, proposta preparata dalla Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori”, è stato dato il via libera alla creazione di una nuova sezione giudiziaria cui competerà di giudicare “i vescovi in relazione ai delitti di abuso d’ufficio” in merito alle “denunce di abusi sessuali su minori e adulti vulnerabili da parte del clero”. La relazione si articola in cinque punti.

    L’ORGANIZZAZIONE DEL TRIBUNALE

    Innanzitutto, si è stabilito che “la competenza a ricevere ed esaminare le denunce di abuso d’ufficio episcopale appartenga alle Congregazioni per i Vescovi, per l’Evangelizzazione dei Popoli, o per le Chiese Orientali e tutte le denunce debbano essere presentate alla Congregazione appropriata”. In secondo luogo, si è stabilito che a giudicare i vescovi sarà la Congregazione per la dottrina della fede, all’interno della quale sarà istituita appunto una nuova Sezione giudiziaria, che potrà contare sulla nomina di personale stabile che presterà servizio nel Tribunale apostolico. Su come procedere, si stabilirà in seguito a consultazioni con il cardinale prefetto. Il Papa provvederà anche alla nomina di un Segretario, cui sarà ricondotta la responsabilità della Sezione. Il personale, poi, sarà “utilizzabile anche per i processi penali per l’abuso dei minori e degli adulti vulnerabili da parte del clero”. La proposta è stata approvata dal C9 all’unanimità e Francesco, successivamente, ha disposto che siano fornite “risorse adeguate” per conseguire tali fini.

    “NON INTERVENIRE SAREBBE STATO IMPOSSIBILE”

    Intervistato da Repubblica, padre Hans Zollner, presidente del Centre for child protestino alla Pontificia Università Gregoriana e membro della Commissione guidata dal cardinale O’Malley, ha osservato che “non intervenire avrebbe significato lasciare una pietra pesante sulla missione della Chiesa” e “questa cosa è stata chiara fin da subito al Papa, il quale ci ricorda ogni giorno che dobbiamo vivere ciò che annunciamo”. A ogni modo, aggiunge, “la retroattività nella legge non esiste”, ma “in ogni caso il messaggio che diamo oggi è forte per tutta la Chiesa. Quello che per anni non si è mai fatto, oggi si fa. Comportamenti fino a ieri ammissibili, o quanto meno tollerati, saranno puniti ai sensi del diritto canonico”. Un cambiamento, ricorda il padre gesuita, che “si deve a Benedetto XVI, che iniziò con decisione un nuovo percorso e a Francesco che ha dato una spinta decisiva”. Una stoccata anche all’esuberante Peter Saunders, membro della commissione per la tutela dei minori che nelle ultime settimane ha criticato il Papa per sue affermazioni circa le sculacciate ai bambini, ha contestato la nomina di un vescovo cileno e ha suggerito a Bergoglio di rispedire in Australia il cardinale Pell: “La Commissione non ha competenza per commentare casi o inchieste singole”.

    “DECISIONE STORICA IN TEMPI RECORD”

    Sempre Zollner, stavolta al Giornale, ha parlato di “decisione storica attuata in tempi record. E’ il segnale che il Papa pensa seriamente a come combattere la piaga della pedofilia nel clero. Il Santo Padre non lascia scappatoie, non ammette scuse, ed è un richiamo molto esplicito e autentico a prestare attenzione alle vittime di abusi sessuali”.

    LA POSIZIONE DELLO STORICO

    Sempre sul quotidiano diretto da Ezio Mauro, lo storico Adriano Prosperi ha osservato che “per le autorità ecclesiastiche il problema dominante è sempre stato quello di impedire che le debolezze della carne rovesciassero il discredito sull’intero corpo ecclesiastico. E se per lungo tempo la procedura segreta dei processi canonici risolse il problema, le cose cambiarono agli inizi dell’età moderna con la diffusione dell’informazione e delle satire a mezzo stampa e con la Riforma protestante. Allora la risposta papale fu quella di mettere nelle mani della Congregazione dell’Inquisizione Romana il caso dei preti che approfittavano del contesto della penitenza sacramentale per insidiare sessualmente chi andava a confessarsi”.

  • Pedofilia, la Commissione studia la responsabilità dei vescovi

    Pedofilia, la Commissione studia la responsabilità dei vescovi

    In questi giorni in Vaticano la prima riunione con la plenaria al completo. Le due ex vittime di preti abusatori: senza accountability dei pastori ce ne andiamo. Allo studio una giornata di preghiera e le linee-guida delle conferenze episcopali

    IACOPO SCARAMUZZI – CITTÀ DEL VATICANO

    La commissione vaticana per la tutela dei minori creata da Papa Francesco, riunita in questi giorni in Vaticano per la sua prima plenaria al completo, è «molto preoccupata per la accountability dei vescovi», ossia per la loro assunzione di responsabilità, di fronte ai fedeli, se reagiscono con «negligenza» di fronte alla denuncia  di pedofilia indirizzata a un prete della loro diocesi. Lo hanno riferito i membri dello stesso organismo, nel corso di un briefing in Vaticano, preannunciando che a Jorge Mario Bergoglio verranno presentate «raccomandazioni» in tal senso. I due membri della commissione che sono stati abusati da un prete quando erano bambini hanno affermato che se su questo punto le cose non cambieranno nel giro di un paio di anni rassegneranno le loro dimissioni.

    La commissione «è molto preoccupata sulla accountability dei vescovi e sta lavorando ad alcune raccomandazioni molto concrete» da consegnare al Papa, ha detto il presidente, il cardinale arcivescovo di Boston Sean O’Malley, uno dei nove cardinali consiglieri del Pontefice argentino. L’organismo ha già discusso, e continuerà a farlo, su «procedure che possono essere introdotte» quando un vescovo non prende sul serio le accuse di pedofilia ad un sacerdote: «Ci devono essere conseguenze e ci devono essere procedure che permetteranno di gestire questi casi in modo veloce», ha detto il porporato cappuccino, «è qualcosa di cui tutti i membri della commissione sono molto consapevoli». Con O’Malley sono intervenuti al briefing vaticano anche suor Kayula Gertrude Lesa, dello Zambia e l’inglese Peter Saunders, che, vittima da bambino di un prete pedofilo è stato ricevuto l’estate scorsa dal Papa, ma in sala stampa erano presenti quasi tutti i membri della commissione. «Se non c’è un’azione ferma della Chiesa nella protezione dei bambini in due anni lascio la commissione», ha detto quest’ultimo. C’è un «abissale primato di risposte inopportune da parte di troppi vescovi e preti» di fronte alle denunce e «troppi insabbiamenti», ha detto Saunders, che ha affermato la necessità, per le gerarchie ecclesiastiche, di denunciare i colpevoli alla giustizia civile.

    Anche l’altro membro della commissione vittima da bambina di un prete pedofilo, l’irlandese Marie Collins, ha detto ai cronisti, a margine del briefing, che «se in uno o due anni non cambia la situazione, non solo Peter, ma anche io non sarò più nella commissione». Si tratta, in particolare, di sancire definitivamente la «accountability» dei vescovi, con «sanzioni» quando essi agiscono in modo «negligente» di fronte alle accuse di pedofilia ad un sacerdote. La donna irlandese, già intervenuta alcuni anni fa ad un convegno contro la pedofilia ospitato dalla Pontificia università Gregoriana quando il Pontefice era ancora Benedetto XVI, ha confessato «un po’ di frustrazione» nei confronti dei tempi di lavoro della Chiesa su questi temi: «Come vittima vorrei vedere le cose muoversi più velocemente, sono anni che parliamo di queste cose… Ma sono fiduciosa che da ora in poi avanzeremo più velocemente. Altrimenti – ha aggiunto – non credo che mi vedrete ancora in questa commissione». Le due vittime di preti pedofili sono state peraltro interpellate dai cronisti sulla recente battuta di Papa Francesco sulle sculacciate ai bambini («Una volta ho sentito in una riunione di matrimonio un papà dire: “Io alcune volte devo picchiare un po’ i figli … ma mai in faccia per non avvilirli”»): «Io non farei così e sono contrario alla violenza fisica nell’educazione », ha detto quasi divertito Saunders, «, ma era una battuta che lo rende più umano, se fosse un padre non farebbe così».

    Il cardinale O’Malley ha ricordato la recente lettera – firmata non casualmente nel giorno della presentazione di Gesù bambino al tempio, il due febbraio scorso – con la quale Papa Francesco ha chiesto alle conferenze episcopali e ai responsabili religiosi di tutto il mondo di collaborare con la commissione vaticana, per specificare che invierà a breve una lettera a ogni episcopato per chiedere «il nome di una persona di contatto» che fungerà da interlocutore. Quanto alle linee-guida chieste già nel 2011 dalla Santa Sede a tutte le conferenze episcopali del mondo, ha risposto il «novantasei per cento», «alcuni tuttavia non hanno risposto, altri hanno mandato norme deboli, e noi, in collaborazione con la Congregazione per la dottrina della fede, lavoriamo ora per individuare quali paesi necessitano di più aiuto» anche economico, poiché a non aver risposto per niente sono paesi «di missione» con scarse risorse. Le spese sono state sinora sostenute dal Vaticano. Le indicazioni della Santa Sede, ha detto O’Malley, sono di «tolleranza zero» nei confronti della pedofilia del clero. Tra le altre iniziative, la commissione sta lavorando a una «giornata di preghiera per le vittime di abusi».

    L’arcivescovo di Boston ha accolto con soddisfazione l’invito del Papa ad incontrare le vittime dei preti pedofili, ricordando di aver incontrato «centinaia» di vittime nella sua diocesi negli anni passati, una «opportunità per esprimere il nostro rammarico, il nostro rimpianto e il nostro desiderio di essere perdonati per la nostra negligenza». Saunders, ha parte sua, ha notato che «troppi hanno rifiutato» questi incontri. «Credetemi: abusi accaduti decenni fa vivono con te per il resto della tua vita, non parliamo di crimini “storici”», ha aggiunto.

    La commissione, che questa volta non ha incontrato il Papa ma dovrebbe incontrarlo alla prossima riunione plenaria in Vaticano, fissata per ottobre prossimo, ha stabilito la creazione di diversi sotto-commissioni che, nel periodo intermedio, lavoreranno su singole questioni (come appunto l’accountability, le linee-guida delle conferenze episcopali nazionali, la questione della prevenzione).

    Interpellato da una cronista sul caso dell’ex nunzio polacco in Repubblica domenicana, Jozef Wesolowski, condannato in primo grado per pedofilia dalla congregazione per la Dottrina della fede e rinviato a giudizio dal tribunale vaticano, il portavoce vaticano, da parte sua, si è limitato a rispondere che le indagini «non stanno ristagnando per niente»: «Il procuratore di Santo Domingo è venuto qui, era molto contento dei contatti, ha avuto del materiale, e il promotore di giustizia vaticano ha fatto un interrogatorio con Wesolowski e sta ulteriormente studiando il materiale».

    La commissione, annunciata a dicembre del 2013, ha tenuto il suo incontro inaugurale a maggio 2014: oltre a O’Malley membri, a quell’epoca, Marie Collins, due gesuiti, l’argentino Miguel Yanez e il tedesco Hans Zollner, quest’ultimo psicologo e presidente del Centro per la protezione dei minori alla Gregoriana, la baronessa Sheila Hollins, psichiatra del Regno Unito, la giurista Hanna Suchocka, ex-premier polacca ed ex-ambasciatrice della Polonia presso la Santa Sede, la psichiatra francese Catherine Bonnet, e il canonista italiano Claudio Papale della Pontificia Università Urbaniana. A settembre scorso il «promotore di giustizia» della Congregazione per la Dottrina della Fede, Robert Oliver, anch’egli di Boston, una sorta di procuratore generale della Santa Sede sui casi di pedofilia, è stato nominato segretario della neonata commissione, sostituito all’ex-Sant’Uffizio dal gesuita statunitense Robert Geisinger.

    A dicembre scorso, infine, il Papa ha nominato nuovi membri, «scelti da diverse parti del mondo, così da avere un’ampia rappresentanza di diverse situazioni e culture». Ai precedenti membi si sono aggiunti otto componenti: il sacerdote colombiano Luis Manuel Ali Herrera, parroco e professore di Psicologia pastorale a Bogotà, il filippino Gabriel Dy-Liacco, psicoterapeuta specializzato in infanzia e adolescenza, il neozelandese Bill Kilgallon, direttore dell’ufficio nazionale per gli standard professionali nella Chiesa del suo paese, suor Kayula Gertrude Lesa, esperta dello Zambia in protezione dei bambini, diritti dei rifugiati e tratta degli esseri umani, suor Hermenegild Makoro, insegnante e segretaria della Conferenza episcopale del Sud Africa, Kathleen McCormak, esperta di lavoro sociale nella Chiesa australiana, lo Krysten Winter-Green, statunitense originario della Nuova Zelanda, esperto in assistenza a persone malate di aids, senza-tetto e bambini abusati, e il britannico Peter Saunders, da bambino abusato da un prete, da adulto fondatore della National Association for People Abused in Childhood, una delle vittime dei preti pedofili che incontrarono papa Francesco a luglio scorso in Vaticano. Da ieri a domani, infine, la prima riunione completa.

  • Il Papa completa la Commissione per i minori: 8 donne e 10 laici

    Il Papa completa la Commissione per i minori: 8 donne e 10 laici

    Rappresentati ora tutti i continenti. Tra i 17 membri dell’organismo presieduto dal cardinale Sean O’Malley anche un uomo e una donna vittime di preti pedofili

    IACOPO SCARAMUZZI CITTÀ DEL VATICANO – Papa Francesco ha completato la Commissione per la tutela dei minori con la nomina di otto nuovi componenti. L’organismo, creato da Jorge Mario Bergoglio per la prevenzione della pedofilia, conta ora 17 membri, rappresentanti di tutti i continenti, tra i quali otto donne, dieci laici e due persone, un uomo e una donna, che da bambini furono abusati da un prete.

    La commissione, annunciata a dicembre dell’anno scorso, è stata creata da Jorge Mario Bergoglio su proposta del Consiglio dei suoi cardinali consiglieri e il coordinatore (oggi definito «presidente») è proprio uno del cosiddetto «C9», il cappuccino statunitense Sean O’Malley, che, da arcivescovo di Boston, negli anni passati ha dovuto affrontare la questione della pedofilia nella sua diocesi.

    La commissione ha tenuto il suo incontro inaugurale dal primo al 3 maggio scorso, erano Marie Collins, irlandese, vittima da bambina di un prete pedofilo, intervenuta già sotto Benedetto XVI a una inedita conferenza sulla pedofilia che fu organizzata dalla Pontificia Università Gregoriana, due gesuiti, l’argentino Miguel Yanez e il tedesco Hans Zollner, quest’ultimo psicologo e presidente del Centro per la protezione dei bambini alla Gregoriana, la baronessa Sheila Hollins, psichiatra del Regno Unito, la giurista Hanna Suchocka, ex-premier polacca ed ex-ambasciatrice della Polonia presso la Santa Sede, la psichiatra francese Catherine Bonnet, e il canonista italiano Claudio Papale della Pontificia Università Urbaniana. A settembre scorso il «promotore di giustizia» della Congregazione per la Dottrina della Fede, una sorta di procuratore generale della Santa Sede sui casi di pedofilia, è stato nominato segretario della neonata commissione, sostituito all’ex-Sant’Uffizio dal gesuita statunitense Robert Geisinger.

    Oggi, infine, la Sala stampa della Santa Sede ha annunciato che «il Santo Padre Francesco ha nominato nuovi membri della Commissione per la tutela dei minori, scelti da diverse parti del mondo, così da avere un’ampia rappresentanza di diverse situazioni e culture». Ai precedenti si aggiungono otto componenti: il sacerdote colombiano Luis Manuel Ali Herrera, parroco e professore di Psicologia pastorale a Bogotà, il filippino Gabriel Dy-Liacco, psicoterapeuta specializzato in infanzia e adolescenza, il neozelandese Bill Kilgallon, direttore dell’ufficio nazionale per gli standard professionali nella Chiesa del suo paese, suor Kayula Gertrude Lesa, esperta dello Zambia in protezione dei bambini, diritti dei rifugiati e tratta degli esseri umani, suor Hermenegild Makoro, insegnante e segretaria della Conferenza episcopale del Sud Africa, Kathleen McCormak, esperta di lavoro sociale nella Chiesa australiana, lo Krysten Winter-Green, statunitense originario della Nuova Zelanda, esperto in assistenza a persone malate di aids, senza-tetto e bambini abusati, e il britannico Peter Saunders, da bambino abusato da un prete, da adulto fondatore della National Association for People Abused in Childhood, una delle vittime dei preti pedofili che incontrarono papa Francesco a luglio scorso in Vaticano. Si tratta, ha sottolineato il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, di una commissione «interdisciplinare», con otto donne e dieci laici. La prossima sessione plenaria della Commissione avrà luogo, come già anticipato, in Vaticano nei giorni 6-8 febbraio prossimi.

    «Mentre i cattolici si impegnano a rendere le nostre parrocchie, scuole e istituzioni, luoghi sicuri per tutti i minori – affermavano a maggio scorso i membri della commissione – noi ci impegniamo insieme con le persone di buona volontà a garantire che i bambini e gli adulti vulnerabili siano protetti dagli abusi».

  • “Era colpa mia”. Dolore e rinascita delle vittime dei sacerdoti pedofili

    “Era colpa mia”. Dolore e rinascita delle vittime dei sacerdoti pedofili

     Dal 2004 al 2013 il Vaticano ha ridotto allo stato laicale 884 preti. “E poi bisogna considerare il sommerso, tutti coloro che non sono stati né puniti né denunciati”, precisa Massimilano Frassi, fondatore dell’associazione Prometeo, che offre sostegno alle vittime della pedofilia 

    di Veronica Fernandes“Era colpa mia. Ero io che cercavo il suo abbraccio quando avevo paura. Ero io che volevo andare all’oratorio. Ero io che prima di andare a casa gli davo un bacio sulla guancia”. La vita dei bambini che hanno subito violenza è una vita fatta di pezzi in cui hanno visto crescere tanto il male quanto il senso di colpa. C’è un bambino – che possiamo chiamare Mauro – che dagli 8 agli 11 anni è stato vittima di un pedofilo, tre anni scavati da una certezza paralizzante: “Io ero un bambino religioso, la domenica invece di giocare a calcio andavo a messa e pensavo che se Dio ha permesso questo, mi voleva punire e se lo aveva deciso Dio significava che me lo meritavo”.

    Le vittime di preti pedofili a messa da Papa Francesco
    Massimiliano Frassi – presidente di Prometeo, l’associazione che da 13 anni offre sostegno alle vittime della pedofilia – paragona il senso di colpa di questi bambini all’ergastolo: “Mentre il pedofilo, il carnefice, è libero e si sente libero, chi ha subito violenza vive imprigionato dal dolore e dal silenzio”. Per la prima volta nella storia della Chiesa, Papa Francesco questo silenzio ha deciso di romperlo: domani una  delegazione di vittime di preti pedofili sarà a messa in Santa Marta. Un giorno simbolico: a Roma ci sarà anche l’arcivescovo di Boston Sean O’Malley, coordinatore della commissione che il Papa ha istituito per la tutela dei minori e membro del cosiddetto C9, il consigli di cardinali al lavoro per la riforma della Curia e del governo della Chiesa. Dopo la messa ci sarà un incontro tra le vittime e il Papa. 

    Papa Francesco: preti pedofili come una messa nera
    Per descrivere l’orrore della pedofilia Papa Francesco aveva parlato di messa nera. Massimiliano Frassi prende in prestito la frase di una madre che si è rivolta a Prometeo quando il figlio di otto anni le ha raccontato di avere subito molestie: “Era pallido e quando parlava sembrava che stesse vomitando il mondo intero, poi ha riacquistato colore”. Da lì è iniziato il percorso di cicatrizzazione di una ferita profondissima ma non incurabile.

    I bambini che denunciano
    Più che vittime, questi bambini Massimiliano Frassi li chiama sopravvissuti. Alcuni riescono a liberarsi di questo male muto già da piccoli. Di solito scrivono un tema a scuola e la maestra chiama la madre, lasciano aperto il diario sulla scrivania. A 6, 7, 8 anni sono in grado di dire che sperano di morire. Altre volte, magari quando esplode un caso come quello di Yara, la paura di morire supera la vergogna e riescono a parlare.

    Le donne spesso ne parlano all’apice della felicità
    C’è una signora di 86 anni che lo ha fatto solo oggi. Per 70 anni la sensazione di essere responsabile non l’ha mai abbandonata: un ergastolo, appunto. Alcune donne riescono a liberarsi quando sono all’apice della felicità come Marta – ancora un nome di fantasia – che ha sentito esplodere quel mondo rimosso nel giorno del suo matrimonio, avvolta da un vestito da sposa. A quel punto riescono ad affrontare, combattere e annientare il male subito da bambina. Un’altra ragazza che si è rivolta a Prometeo – che chiamiamo Alessandra – ha lasciato il suo paesino del Sud Italia dopo aver subito violenza da un prete, all’epoca giovane. Anche lei ha scelto il silenzio, per anni. Finchè un giorno, quando torna a casa per le vacanze, trova il paese in festa: il suo carnefice è diventato parroco, le strade sono addobbate e il suo nome rimbalza da uno stricione all’altro. Il dolore che si porta dietro stride con la festa, troppo. E trova il coraggio di iniziare un percorso di liberazione.

    2004-2013: 884 preti ridotti allo stato laicale
    Tra il 2004 e il 2013 il Vaticano – cui l’Onu ha chiesto con forza di aprire indagini contro questi crimini nascosti – ha ridotto allo stato laicale 884 preti accusati di pedofilia. “Il dato reale è molto più alto, c’è il sommerso con le sue mille sfaccettature – spiega Massimiliano Frassi – e poi va ricordato che un pedofilo, e quindi anche un prete pedofilo, non lo è sempre, non abusa di tutti i bambini, ha i suoi gusti e quindi per uno che subisce ce ne sono cento con cui si comporta benissimo”. Alcuni, racconta, preferiscono i bambini timidi, altri quelli di famiglie ai margini della società oppure espansivi, biondi, alcuni solo le bambine alcuni puntano ai bambini figli di genitori molto legati alla Chiesa, per sentirsi più sicuri”.

    Quando i genitori non credono al bambini
    Per i pedofili che indossano l’abito talare è quindi più difficile essere sospettati. La tragedia si consuma quando i genitori non credono ai bambini che raccontano gli abusi, quando non li proteggono, quando difendono il sacerdote a prescindere. Sono i bambini che non ne parleranno più e che vivranno il loro ergastolo immersi nel trauma della violenza e nell’abbandono della famiglia.

    Il coro di voci bianche di don Marco Dessì 
    Se è difficile conoscere i numeri del fenomeno in Italia, nelle missioni è quasi impossibile. Ma questo non significa che non esistano: don Marco Dessì – condannato a sei anni in Cassazione – era andato in Nicaragua per salvare i bambini dalla strada e dalla povertà. Li aiutava ad andare a scuola, per il tempo libero aveva fondato un coro di voci bianche: il vivaio delle sue vittime. 

    http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/papa-francesco-messa-vittime-preti-pedofili-massimiliano-frassi-b8f3d2a8-92d8-44e4-afa9-c8a51e3b9141.html