Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Australia, gli abusi, le conclusioni

    Australia, gli abusi, le conclusioni

    di: Agustín Moreira Hudson
    Sul numero di marzo-aprile di Mensaje il padre gesuita cileno Agustín Moreira Hudson ha sintetizzato il vastissimo materiale che la “Royal Commission” australiana ha raccolto in oltre cinque anni di indagini sugli abusi sessuali perpetrati sui minori. L’articolo si sofferma in particolare su quanto è accaduto  nella Chiesa cattolica ad opera di preti e fedeli. E indica alcune vie d’uscita.
    Diciembre 2017: El ministro de justicia Peter McCellan y el gobernador general Peter Cosgrove, durante la firma
    del Informe.

    Un prezioso passo avanti verso misure più adeguate di riparazione e di giustizia nei confronti delle vittime di abusi, nonché per un rinnovamento della Chiesa cattolica, è rappresentato dal Rapporto che il 15 dicembre 2017 la “Royal Commission” ha consegnato come risposta istituzionale agli abusi sessuali commessi su minori in Australia. È la risposta di quella nazione alle numerose denunce registrate da anni in questa materia. La “Royal Commission” viene attivata quando si tratta di questioni di interesse nazionale.

    L’Australia, il settimo paese più grande con i suoi 7,7 milioni di chilometri quadrati, conta circa 24 milioni di abitanti, di cui il 22,6% si dichiara cattolico. Negli ultimi decenni, questa popolazione è stata scossa dalle notizie di abusi sessuali su minori, che hanno portato l’allora presidente del Consiglio, la prima ministra Julia Gillard, a convocare la “Royal Commission” per esaminare, analizzare e presentare proposte sull’argomento.

    Sei commissari di alto prestigio e di riconosciuta capacità nel servizio pubblico sono stati incaricati di portare a termine l’inchiesta. Nei suoi poco più di cinque anni di intenso ed esauriente lavoro a livello nazionale, la Commissione ha ricevuto 42.000 chiamate, ha effettuato oltre 8.000 sessioni private di ascolto e ha catalogato – dal 1950 al 2017 – 6.875 minori vittime di abusi sessuali, 2.489 delle quali studiavano in istituzioni legate alla Chiesa cattolica.

    Su quest’ultimo aspetto, la Commissione ha effettuato un esame ampio e approfondito. Nel Rapporto finale, 926 pagine sono dedicate all’analisi della sua struttura e del suo modo di operare, oltre a presentare importanti proposte di miglioramento, in un’ottica di protezione dei minori. In Australia, le istituzioni legate alla Chiesa accolgono un bambino su cinque in età scolare. La Commissione ha rivelato che il 36% delle vittime di abusi sessuali su minori apparteneva a questo ambito.

    Della Chiesa cattolica fanno parte 1.880 abusatori di minori, il 96% dei quali maschi. Tra di loro ci sono sacerdoti, religiosi fratelli, laici e volontari. L’età media del primo abuso si è verificata all’età di 10 anni circa, con il 74% delle vittime maschili. Il tempo medio trascorso tra l’abuso e la denuncia è stato di 33 anni.

    Primi passi

    Dal 1940 si parla della propensione degli abusanti a reiterare questo comportamento. Lo stile consueto di vescovi e superiori religiosi di fronte alle accuse di abuso è stato il trasferimento del molestatore in altre parrocchie o scuole. Per lungo tempo, la pedofilia non è stata capita, né si sapeva come procedere nei confronti di un pedofilo. Non si sapeva se questa tendenza fosse compulsiva, ripetitiva e se creava dipendenza. È stata trattata come una colpa morale. Veniva consumata di nascosto ed era messa a tacere per evitare lo scandalo. Fino al 1984 era diffusa la convinzione che i disordini sessuali tra i chierici potessero essere curati con trattamenti psicologici, con una terapia adeguata e con un opportuno sostegno spirituale. A partire dal 1988, il tema dell’abuso sessuale sui minori inizia a essere discusso nella Conferenza episcopale australiana. Sono emerse diverse iniziative; ne riprendiamo solo alcune. Nel 1990 è stato stilato un Protocollo di prevenzione. Si è trattato di un grande sforzo, anche se troppo concentrato sulla difesa della Chiesa e del suo clero, a scapito delle vittime. Nel 1992 c’è stata anche una lettera pastorale sull’argomento. Un punto di rottura con le vecchie pratiche si è verificato con l’iniziativa “Towards Healing” del 1996. Lì si è stabilito che qualsiasi comportamento sessuale con un minore è immorale ed è un crimine. La Chiesa si è impegnata a fare maggiore verità e trasparenza, a risarcire le vittime, a prestare assistenza alle altre persone coinvolte, a dare una risposta efficace agli accusati e ai colpevoli e a migliorare le misure di prevenzione. A ciascuna diocesi o congregazione è stato chiesto di istituire un “Profetional Standards Resource Group” che affronti radicalmente il problema.

    Nel 2000, i rappresentanti della Conferenza dei vescovi australiani e i rappresentanti della Santa Sede si sono incontrati a Roma per risolvere alcune questioni dibattute. Gli australiani ritengono che la Santa Sede sia in ritardo di vent’anni in materia di abusi sessuali su minori. Un grosso problema da risolvere è quello delle prescrizioni e del rapporto tra diritto civile e diritto canonico. E non possiamo dimenticare i 570 vescovi presenti a Roma in quella circostanza, i quali hanno chiesto che si applichi la normativa civile in caso di abusi sui minori. Nel 2001, la Congregazione per la dottrina della fede, attraverso il documento Sacramentorum sanctitatis tutela, si riservava il diritto di esaminare e di sanzionare tutti i casi.

    Che cosa contribuisce all’abuso nella Chiesa

    Le prove confermano che l’abuso sessuale sui minori è un problema molto esteso nella Chiesa cattolica. Esso implica elementi individuali e sociali, aspetti teologici, la struttura gerarchica dell’istituzione, la formazione del clero e la cultura clericale. Più sotto svilupperò alcuni di questi fattori.Tra gli abusatori di bambini in genere bisogna distinguere tra abusatori seriali, abusatori opportunisti e abusatori atipici. I fattori individuali di rischio che possono predisporre agli abusi includono: confusione nell’orientamento sessuale, interessi puerili, mancanza di relazioni tra pari, esperienze sessuali estreme, esperienze di abuso, personalità passivo-dipendenti e immaturità psicosessuale. È stato ribadito con forza che il clericalismo è un fattore che contribuisce ad alimentare gli abusi sessuali. E anche l’idealizzazione del sacerdozio e dell’istituzione della Chiesa cattolica. Essa è caratterizzata da una leadership autoritaria, da una rigida visione gerarchica del mondo e dalla sacralità dello stato sacerdotale, con sentimenti di superiorità. Questa sacralità dei sacerdoti, che assumono il ruolo di Dio, li ha resi oggetto di fiducia e di autorità indiscussa, che qualcuno ha utilizzato per abusare dei minori. Quando si abusa del potere e dei privilegi, viene a mancare il servizio al popolo di Dio. A ciò si aggiunge una cultura clericale che cercava di evitare lo scandalo e che si preoccupava della reputazione della Chiesa, attraverso il silenzio e l’occultamento, schierandosi più dalla parte dei carnefici che delle vittime. Per molto tempo, la pedofilia è stata ritenuta una colpa morale e non un crimine. A livello di struttura organizzativa, la Chiesa assomiglia ad una monarchia assoluta. Il potere è concentrato nel papa e poi nei vescovi o nei superiori religiosi, che governano le loro diocesi o le loro congregazioni con un’autonomia quasi totale, senza i controlli e i contrappesi delle organizzazioni civili. Ciò è dovuto alla presenza schiacciante di chierici di sesso maschile, mentre i laici e le donne sono esclusi dai processi decisionali.Le prove mostrano una carenza di leadership sia nei vescovi sia nei superiori religiosi, e una mancanza di preparazione e di formazione in materia di leadership e di processi decisionali. Nello stesso tempo, il livello di responsabilità riguardante le loro decisioni e le loro gestioni è assai ridotto. Tutto ciò ha reso possibile la segretezza, la mancanza di trasparenza e gli errori ripetuti.

    Nel campo del diritto, la Chiesa cattolica è governata dal Codice di diritto canonico del 1983, che considera l’abuso sessuale dei minori una colpa morale e non un crimine. Prevale il segreto che tutela l’aggressore ed evita lo scandalo (presente in 24 canoni). Il tempo di prescrizione del crimine è stato un fattore che ha reso più difficile il cammino della giustizia. Tutto ciò è cambiato negli ultimi anni. È chiaro che lo standard del Codice di diritto canonico della Chiesa è inferiore a quello del campo dei diritti civili di molti paesi. Nel 2016, il card. Sean O’Malley ha detto, citando papa Francesco, che i crimini contro i minori non possono rimanere segreti e che esiste l’obbligo morale di segnalarli all’autorità civile.

    Molto si è discusso sull’incidenza che il celibato potrebbe avere sull’abuso sessuale dei minori. È bene chiarire che la maggior parte dei casi di abusi sessuali su minori avviene all’interno della famiglia. Non esiste una relazione di causa diretta tra il celibato e la propensione ad abusare dei bambini. Tuttavia, quando vi sono fattori di rischio preesistenti, a cui viene aggiunto il requisito del celibato come onere, il rischio di abusi sui minori può aumentare. Studiando la crisi dovuta agli abusi sessuali, si è concluso che v’è stata una cattiva teologia del corpo e della sessualità nella dottrina della Chiesa cattolica e nella formazione religiosa. C’è immaturità e repressione nell’esperienza della sessualità. Per molti sacerdoti il celibato richiesto è un martirio silenzioso e vorrebbero che fosse dichiarato facoltativo.

    Alla luce delle informazioni che conosciamo oggi, è chiaro che, prima dell’anno 1970, i processi di selezione, di formazione iniziale, di accompagnamento e di preparazione ad una vita da celibe e al lavoro pastorale erano inadeguati nell’ambito della sessualità, della consapevolezza dei propri limiti, della custodia della propria intimità e delle relazioni.

    I candidati, a partire dai dodici anni, entravano in un collegio dove lo sviluppo emotivo-psicosessuale era scarso, inadeguato e fonte di squilibri. I seminari erano isolati e seguivano un modello monastico, la cui formazione era rigida, con un’enfasi sulla parte intellettuale, sulla pietà e sull’obbedienza delle regole. Era normale che sacerdoti e confratelli appena ordinati fossero assegnati a parrocchie o a collegi senza una previa preparazione pastorale. Molti hanno sperimentato la solitudine, l’isolamento, la scarsa vita di comunità, nessuna intimità, scarsa amicizia tra pari, stress, immaturità sessuale ed emotiva, sovraccarico di lavoro, mancanza di controlli e di supporti. I fattori menzionati hanno aumentato il rischio di abusi sessuali sui minori.

    La confessione di abusi sessuali su minori – sia per le vittime sia per i molestatori – nell’ambito del sacramento della riconciliazione, ha relegato questo crimine nella segretezza del sigillo sacramentale e ha reso difficile farlo emergere dalla sfera privata. Ciò ha aumentato il rischio di abuso. Abbiamo ricordato che, per lungo tempo, l’abuso sessuale sui minori è stato considerato un peccato e non un crimine. È stato confinato nell’ambito della confessione, è stata raccomandata più preghiera, senza mai essere denunciato alla polizia. La confessione era un atto che permetteva ai molestatori di continuare ad abusare. Una figlia ha detto che suo padre era un penitente regolare e un molestatore permanente.

    Proposte di prevenzione

    La Commissione è stata critica nei confronti della concentrazione del potere nella gerarchia della Chiesa cattolica. E chiede l’inclusione dei laici, in particolare delle donne, sia nelle strutture di governo sia nel processo decisionale. Propone che la selezione dei vescovi sia un processo che veda un’ampia partecipazione dei laici, maggiore trasparenza, una scelta responsabile dinanzi alla comunità del popolo di Dio e che siano abbandonati i titoli onorifici. Per il buon governo di una diocesi, la Commissione invita ad una frequente celebrazione dei sinodi diocesani, come momento di partecipazione, di consultazione, di dialogo e di ascolto.Per quanto riguarda la selezione dei candidati alla vita sacerdotale e religiosa, la Commissione raccomanda un approccio multidisciplinare, che comprenda le seguenti dimensioni: medica, psicologica, spirituale e sociale. Prima dell’accettazione di un candidato, vengano eseguiti esami specifici da professionisti qualificati. Inoltre, ci sia un’ampia consultazione prima dell’ordinazione sacerdotale e un controllo attitudinale per lavorare con i minori. Poiché ogni relazione pastorale implica implicitamente uno squilibrio di potere, viene sottolineata l’importanza di una formazione permanente che includa corsi obbligatori sull’etica del ministero, sui limiti sulla sessualità, sulla cura dei ragazzi, sulla riservatezza e sull’esercizio responsabile del potere.
    Vi è, inoltre, la necessità di una supervisione professionale delle attività legate alla cura delle persone e alla gestione amministrativa e pastorale della comunità, attraverso processi di valutazione formale.

    La Commissione raccomanda che i reati di abuso sessuale sui minori siano denunciati ai tribunali civili competenti e che l’identità della vittima venga tutelata con la massima riservatezza. Sostiene la modifica del Codice di diritto canonico del 1983 per quanto riguarda gli atteggiamenti di occultamento e propone che l’abuso sessuale sui minori sia riconosciuto come un reato che non cada in prescrizione. Suggerisce che la Congregazione per la dottrina della fede istituisca dei tribunali locali per eseguire sul posto questi processi giudiziari.

    La Commissione ha ricavato abbondanti prove del fatto che il celibato era spesso un peso che provocava isolamento emotivo, solitudine, depressione e malattie mentali. Raccomanda che il celibato sia facoltativo.

    Se, durante il sacramento della riconciliazione, un minore confessa di essere stato vittima di abusi sessuali o una persona confessa abusi sui minori, il sacerdote deve convincerli a riferire questi fatti al di fuori dell’ambito della segretezza del sigillo sacramentale, parlandone con persone che possano adeguatamente perseguire questo crimine. Raccomanda poi che la pratica del sacramento della riconciliazione con i minori avvenga in spazi aperti e sotto la sorveglianza di altri adulti.

    Alla ricerca di una Chiesa accogliente

    L’abuso sessuale sui minori è emerso con forza in diversi paesi, causando irritazione e scandalo. La Chiesa cattolica è stata duramente criticata perché alcuni dei suoi ministri e alcuni fedeli sono stati coinvolti in questi crimini.

    La Commissione australiana ha studiato a fondo questo problema nel suo paese, inclusa la realtà strutturale e operativa della Chiesa cattolica. Si è trattato di un lavoro obiettivo e di qualità, di cui siamo profondamente grati. Ha rivelato la gravità di questo crimine e l’enorme danno causato alle vittime e alle loro famiglie.

    La Commissione esorta a cercare le giuste misure di riparazione per le vittime e ad attivare opportuni cambiamenti nella Chiesa, sia nella sua struttura di governance sia nel suo modo di procedere, per essere davvero la Chiesa di Gesù, che accoglie tutti, specialmente i più deboli.

    http://www.settimananews.it/chiesa/australia-gli-abusi-le-conclusioni/

  • La svolta del Papa sul Cile: a Roma vescovi e vittime di pedofilia

    La svolta del Papa sul Cile: a Roma vescovi e vittime di pedofilia

    Caso Barros-Karadima, polemiche del viaggio, missione Sicluna

    Città del Vaticano, 11 apr. (askanews) – L’atto di accusa di 64 testimoni ascoltati dal suo inviato speciale tra Santiago del Cile e New York sono contenute in 2300 pagine che Papa Francesco invita i vescovi cileni ad accogliere “con il cuore e umilmente”.Papa Francesco volta pagina sul Cile. Il suo viaggio, a gennaio, era stato costellato di polemiche che affondavano le radici negli anni passati. E ora Jorge Mario Bergoglio ha preso carta e penna per scrivere ai vescovi, convocarli a Roma, esprimere “vergogna e dolore”, chiedere “perdono” per gli errori di valutazione e proporre alle vittime di venire anch’esse a Roma per poter comunicare di persone le sue scuse.

    Nel corso del viaggio cileno il Papa ha pubblicamente difeso un vescovo accusato da molti cileni di avere insabbiato le accuse contro un prete pedofilo. Il sacerdote è Fernando Karadima, influente sacerdote della borghesia di Santiago sin dai tempi di Pinochet, con amicizie in Vaticano nella cerchia wojtyliana, condannato nel 2011 dal Vaticano. Tra i suoi pupilli c’era Juan Barros, che ha poi fatto carriera e che Papa Francesco stesso ha nominato vescovo di Osorno. Innescando in molti fedeli delusione, indignazione, aperte manifestazioni di protesta. Anche durante il suo recente viaggio, però, il Papa ha difeso questo presule, sostenendo che le accuse fossero calunnie. Una presa di posizione che gli ha guadagnato una raffica di critiche da parte dei suoi amici e collaboratori: dal cardinale Sean O’Malley, presidente della commissione pontificia per la tutela dei minori, ai gesuiti cileni e statunitensi, dal sito specializzato in informazione vaticana Il Sismografo al Centro per la tutela dei minori della Pontificia Università Gregoriana. Ascoltate tutte queste voci critiche, Jorge Mario Bergoglio si è corretto e ha deciso di mandare in Cile mons. Charles Scicluna, arcivescovo della Valletta a Malta, in passato procuratore generale vaticano nei casi di pedofilia e ora a capo del collegio di appello nei casi di abusi, uomo di Chiesa notoriamente poco incline ai compromessi. Scicluna ha incontrato le vittime di Karadima, che si sono dette molto soddisfatte e finalmente ascoltate. Ora, a quanto emerge, Francesco, ricevuto il rapporto dall’arcivescovo maltese, ha scritto una lettera ai vescovi cileni che verrà resa nota questa sera.

    Nella missiva il Papa esprime “dolore e vergogna” per “i gravi abusi di coscienza e di potere e, in particolare, gli abusi sessuali” su minori da parte di sacerdoti, in una lettera inviata ai vescovi cileni dopo aver inviato nel paese un suo inviato, mons. Charles Scicluna, per ascoltare le vittime e convoca l’episcopato cileno a Roma “per dialogare sulle conclusioni” della visita. “Mi rivolgo a voi, riuniti nella 115esima assemblea plenaria, per chiedere umilmente la vostra collaborazione e assistenza nel discernimento delle misure a corta, media e lunga scadenza che dovrebbero essere adottate per ripristinare la comunione ecclesiale in Cile con lo scopo di riparare il più possibile lo scandalo e ristabilire la giustizia”. “Penso di convocarvi a Roma per dialogare sulle conclusioni della citata visita (di mons. Scicluna, ndr.) e le mie conclusioni. Ho pensato in questo incontro come un momento fraterna, senza pregiudizi ne idee preconcette, con il solo scopo di far rispendere la verità nelle nostre vite. Per quanto riguarda la data chiedo al vostro Segretario generale di farmi conoscere le possibilità”.

    “Riconosco e desidero che lo trasmettiate fedelemente che sono incorso in gravi errori di valutazione e percezione della situazione, specialmente per mancanza di informazione veritiera ed equilibrata”: lo scrive Papa Francesco in una lettera ai vescovi cileni.

    Nella lettera non si menzionano esplicitamente i destini del vescovo Barros. Ma Il Papa scrive: “Sin da ora chiedo perdono a tutti quelli che ho offeso e spero di poterlo fare personalmente, nelle prossime settimane, nella riunione che avrò con i rappresentanti delle persone intervistate” da Scicluna. si tratterebbe in particolare di James Hamilton, Juan Carlos Cruz e José Andrés Murillo, vittime di Karadima che secondo i media cileni avrebbero già confermato il viaggio a Roma. La Conferenza episcopale cilena in una nota ha subito confermato di essere pronta ad accettare la decisione del Papa.

    http://www.askanews.it/esteri/2018/04/11/la-svolta-del-papa-sul-cile-a-roma-vescovi-e-vittime-di-pedofilia-top10_20180411_204432/
  • Invisibili e dimenticati: un’inchiesta del Boston Globe racconta i figli dei preti

    Invisibili e dimenticati: un’inchiesta del Boston Globe racconta i figli dei preti

    39053 BOSTON-ADISTA. C’è chi lo ha saputo fin da quando era piccolo, ma aveva ricevuto dalla madre una devastante consegna del silenzio. C’è chi lo ha saputo in età più adulta, scoprendo una verità nascosta sotto il tappeto. C’è chi è roso dal dubbio, dal sospetto, ma non ha più la possibilità di sapere con certezza. C’è chi è stato allevato con amore e sollecitudine, ma nel segreto, e chi è stato ignorato ed evitato e costretto a tacere, pena la cessazione di qualsiasi aiuto. Sono i figli del “peccato”, uomini e donne nati da relazioni clandestine tra una donna e un prete, una legione ancora in larga parte nascosta e inconsapevole, diffusa ovunque sia presente la Chiesa, ma la cui consistenza sembra potenzialmente molto alta: su di loro, in una nuova coinvolgente inchiesta, fa luce Michael Rezendes, uno dei giornalisti del quotidiano Usa Boston Globe che, con il caso “Spotlight”, una quindicina di anni fa scoperchiò nella Chiesa cattolica il vaso di Pandora della pedofilia nel clero.

    Non voluti, ignorati, dimenticati 

    Molte e dolorose le storie che sostanziano l’inchiesta. C’è Jim Graham, di Buffalo, che ha saputo solo a 48 anni, nel 1993, grazie all’aiuto di due zii, che quel padre che lo aveva cresciuto, distante e anaffettivo, non era il suo vero padre. A dargli la vita era stato un prete, Thomas Sullivan, della Congregazione degli Oblati, all’epoca già morto. Le sue richieste di conferma presso la sede romana non hanno avuto alcuna risposta, finora.

    C’è Chiara Villar, 36 anni, di Toronto, che conosce la verità fin da quando era piccola, ma è stata obbligata a mantenere il segreto e a chiamare il padre, don Anthony Inneo, “zio”. «Tutto ciò che avrei voluto – afferma – è che mi portasse a prendere un gelato e mi dicesse: “Sono orgoglioso della mia bambina”». Sua madre, una esule cubana, all’inizio della relazione con il prete credette alla promessa dell’uomo di abbandonare il sacerdozio, e si trasferì nella rettoria della chiesa, dove fece da perpetua e organista. Dopo la nascita della bambina, fu chiaro che ciò non sarebbe mai accaduto. La madre le chiese di mentire, trattando il padre in pubblico come uno zio. Il peso del segreto lentamente compromise la sua integrità psichica, e arrivò all’autolesionismo. La sua ferita più grande, però, è quella lasciata dal padre, che l’ha sempre tenuta nascosta e ora, malato di Alzheimer, non la riconosce più.

    Anche il diritto canonico tace

    Il numero dei figli dei preti è ignoto. Tuttavia, osserva Rezendes, con più di 400mila preti diffusi nel globo, molti dei quali non osservano l’obbligo del celibato, la cifra potenziale può essere molto alta. Sul tema, ancora poco studiato, le poche cifre a disposizione sono quelle del libro di A. W. Richard Sipe, A Secret World, risalente ormai a 27 anni fa: Sipe vi afferma che il 30% dei preti ha una relazione stabile o occasionale con una donna, e che solo il 50% è fedele all’impegno del celibato. Vincent Doyle ha dato vita al sito Coping International, che offre supporto ai figli di sacerdoti come lui. Se anche solo l’1% dei preti del mondo avesse avuto un figlio, ha detto, si parlerebbe comunque di 4mila persone. Ma sono certamente molti di più: per Paul Sullins, prete e sociologo della Catholic University of America, il numero, solo negli Usa, potrebbe superare quello delle vittime di abusi da parte del clero, che ammontano a poco meno di 20mila: «È certo un impulso meno comune, per un maschio adulto – ha detto – cercare sesso con un minore piuttosto che con una donna». E in Irlanda, ad esempio, si tratta di un fenomeno talmente diffuso da aver originato dei cognomi (McEntaggart e McAnespi) che, in gaelico, significano “figlio del prete” e “figlio del vescovo”. «La gente sapeva, ma non parlava», ha detto al Globe il card. Diarmuid Martin di Dublino.

    Di contro alla rilevanza del problema, la Chiesa non ha mai stabilito delle norme per un rappresentante del clero che diventi padre: nessuna istruzione per il supporto delle madri, spesso lasciate sole a allevare il figlio, né dei figli stessi, trattati come un problema da contenere piuttosto che come una vita da far crescere. Figli che, scossi dalla verità, non di rado cadono nella depressione o nell’abuso di sostanze e in pensieri suicidari. E così, il contributo che un prete-padre può dare alla crescita di un figlio resta continua a essere dipendente dalla sua “generosità” o dalla sua coscienza: il diritto canonico tace anche sulla responsabilità di un vescovo quando uno dei suoi preti diventa genitore. Nel migliore dei casi – e qualcuno ve ne è stato – il prete può essere un padre amorevole, ma in privato, nel segreto. In tanti, riporta Rezendes, hanno promesso alle loro compagne di abbandonare il sacerdozio, ma sono pochissimi ad averlo fatto; altri hanno sperato nell’abolizione prossima ventura dell’obbligo al celibato, e nell’attesa, tuttora vana, i figli sono cresciuti senza di loro. Troppo spesso non si sono assunti la responsabilità legale e finanziaria dei loro figli, e le madri non hanno intrapreso alcuna azione legale: nei casi esaminati dal Boston Globe, solo 2 donne su 10 lo hanno fatto, e 6 bambini su 10 non hanno ricevuto alcun sostegno finanziario dal padre. I preti che vi hanno provveduto, lo hanno fatto, spesso, a condizione che la loro identità restasse segreta. Una richiesta che a volte non era necessaria: le madri avevano un tale culto per l’uomo che consideravano rappresentante di Dio che non avrebbero fatto nulla per danneggiare la sua immagine.

    L’uscita dall’ombra

    Il fenomeno, lentamente, sta venendo in superficie. Tre anni fa, la Commissione dell’Onu per i diritti del bambino, preoccupata del fatto che i preti cattolici obbligassero le donne a restare in silenzio in cambio di assistenza economica, chiese al Vaticano di «definire il numero di figli di preti cattolici, scoprire la loro identità e prendere tutte le misure necessarie per garantire che i diritti di quei bambini fossero conosciuti e rispettati dai loro padri». Il termine concesso scade il primo settembre. L’ufficio del Vaticano presso le Nazioni Unite, rivela il Globe, ha chiesto a Doyle di incontrare il suo ambasciatore mons. Ivan Jurkovic, aggiungendo, senza aggiungere dettagli, di stare lavorando a una risposta.

    Già da una trentina d’anni, tuttavia, la consapevolezza che si tratti di un problema sistemico è cresciuta. Lo provano i rapporti confidenziali di suor Maura O’Donohue e suor Mary McDonald che, negli anni ’90, riferirono al Vaticano il fenomeno delle suore abusate dai preti in Africa e in altre regioni del Terzo mondo (nel 1988 in Malawi un vescovo locale silurò i vertici di una congregazione religiosa che avevano denunciato la gravidanza di 29 suore; il settimanale statunitense National Catholic Reporter li pubblicò nel 2001, e anche Adista, vedi n. 24/01), affermando che in Africa il celibato comportava che un prete non si sposasse ma non che non avesse figli, e che era anche accaduto che le suore abusate e incinte fossero state costrette ad abortire. Il Vaticano derubricò la questione a fenomeno isolato, a casi eccezionali, invece di considerarne la portata. Ma gli episodi si moltiplicarono anche nelle alte sfere: come quello di Eamonn Casey, vescovo irlandese di Galway, che dovette dare le dimissioni nel 1992 dopo che Anne Murphy, americana, madre di suo figlio, scrisse un libro sulla vicenda; quello del fondatore dei Legionari di Cristo, Marcial Maciel Degollado, che fu costretto a lasciare la guida della congregazione dopo le accuse di abusi e la rivelazione dell’esistenza di diversi figli da almeno due donne; quello del vescovo di Los Angeles Gabino Zavala che nel 2012 si dimise dopo aver comunicato di avere due figli adolescenti; la diocesi si assunse il carico del loro sostentamento.

    Vincent Doyle, il fondatore di Coping International, irlandese, nel 2014 è andato a incontrare papa Francesco in piazza san Pietro. A 28 anni aveva scoperto che quel prete amorevole che chiamava “J.J.” e con cui aveva passato molta della sua infanzia era, in realtà, suo padre. Il suo progetto era nato da un gruppo chiuso su Facebook, che aveva coagulato lentamente una comunità di persone segnate dalla stessa storia, migliaia di persone: voleva dare al papa una copia della lettera che aveva scritto ai vescovi del suo Paese, un appello a farsi carico del fenomeno e delle esigenze dei figli dei preti.

    Papa Francesco non gli ha mai risposto. Ma le sue iniziative non sono cadute nel vuoto: i vescovi irlandesi, che hanno finanziato il progetto di Doyle («Un figlio ha il diritto di conoscere suo padre e il padre ha obblighi verso suo figlio», ha detto il card. Martin), hanno emanato, il 29 maggio scorso, delle linee guida (“Principi di responsabilità riguardo ai preti che hanno figli durante il ministero”) che chiedono ai preti-padri di «assumersi le proprie responsabilità: personali, giuridiche, morali, e finanziarie», anche se non esigono l’abbandono del sacerdozio. Il card. Sean O’Malley, uno dei consiglieri del papa nonché presidente della Pontificia Commissione per la tutela dei minori, ha detto che la Commissione non si occuperà delle esigenze dei bambini dei preti: va oltre il mandato dell’organismo, ha detto, spiegando che esso «cerca di assistere le diocesi nell’implementazione di programmi per la prevenzione degli abusi sessuali. Non rientra tra le nostre responsabilità entrare in casi individuali». Tuttavia ha affermato che «Il dono della vita deve essere protetto e curato in tutte le circostanze. Ogni bambino è un dono prezioso di Dio e merita rispetto». Pertanto, «se un prete è padre di un bambino, ha l’obbligo morale di lasciare il ministero e provvedere alla cura e le esigenze della madre e del figlio. Il loro benessere è la priorità più alta».

    http://www.adista.it/articolo/57598

  • Usa, inchiesta sui figli dei preti. O’Malley: “I bambini sono la priorità”

    Usa, inchiesta sui figli dei preti. O’Malley: “I bambini sono la priorità”

    Il cardinale commenta il report del Boston Globe: «Se un sacerdote è padre, ha l’obbligo morale di lasciare il ministero e provvedere alla cura e le esigenze della madre e del figlio»

    «Il dono della vita deve essere protetto e curato in tutte le circostanze. Ogni bambino è un dono prezioso di Dio e merita rispetto». Pertanto «se un prete è padre di un bambino, ha l’obbligo morale di lasciare il ministero e provvedere alla cura e le esigenze della madre e del figlio». Con queste parole il cardinale arcivescovo di Boston, Sean O’Malley, commenta i risultati dell’inchiesta pubblicata il 16 agosto scorso dal Boston Globe intitolata “I figli dei sacerdoti cattolici vivono nel segreto e nella tristezza”.

    Il report – svolto, tra gli altri, da Michael Rezendes, uno dei giornalisti che lanciò anni fa con i colleghi la grande inchiesta sulla pedofilia del clero negli Stati Uniti, a partire dai casi di Boston, divenuta famosa in tutto il mondo grazie al film Premio Oscar nel 2016 “Spotlight” – parla del destino di numerosi bambini, figli di sacerdoti e dunque di relazioni non ammesse dalla Chiesa, che crescono nell’abbandono e nella solitudine.

    Secondo il porporato, anche membro del C9 e presidente della Pontificia Commissione per la Tutela dei minori, il benessere di questi ragazzi «è la priorità più alta». «Al momento della loro ordinazione – spiega – i preti cattolici fanno una promessa di celibato nella Chiesa e si impegnano a servire così le persone. Se un prete è padre di un bambino, ha l’obbligo morale di lasciare il ministero e provvedere alla cura e le esigenze della madre e del figlio. Il loro benessere è la priorità più alta».

    O’Malley rivela inoltre che, già lo scorso anno, la Commissione da lui guidata aveva ricevuto delle lettere riguardanti casi di figli di sacerdoti, ma «dopo un’attenta valutazione» si è convenuto che il tema andasse oltre il mandato affidato all’organismo. «La Commissione – sottolinea il porporato – cerca di assistere le diocesi nell’implementazione di programmi per la prevenzione degli abusi sessuali. Non rientra tra le nostre responsabilità entrare in casi individuali».

    http://www.lastampa.it/2017/08/23/vaticaninsider/ita/nel-mondo/usa-inchiesta-sui-figli-dei-preti-omalleyi-bambino-sono-la-priorit-pp1cBoGkC3H9t5rMDiYzYP/pagina.html

  • I figli dei preti

    I figli dei preti

    Il team “Spotlight” del Boston Globe – quello del film – ha pubblicato la sua ultima inchiesta: sul celibato nella Chiesa cattolica e sui sacerdoti diventati padri

    Il Boston Globe, storico quotidiano di Boston fondato nel 1872, ha pubblicato ieri l’ultima inchiesta di “Spotlight”, il suo team di giornalismo investigativo, uno dei più famosi al mondo. L’inchiesta, divisa in due parti (qui e qui), riguarda i figli dei sacerdoti cattolici, figli “illegittimi” visto che da nove secoli la Chiesa cattolica impone il celibato ai suoi sacerdoti: racconta la storia di alcuni di loro, di come sono venuti a sapere nel corso della loro vita di essere figli di preti, delle difficoltà e problemi che hanno dovuto affrontare e delle risposte che la Chiesa ha dato sul tema negli ultimi anni. L’inchiesta è stata molto ripresa anche per la notorietà ottenuta dal team investigativo del Boston Globe dopo l’uscita del film Il caso Spotlight, nel febbraio 2016, che tra le altre cose ha vinto l’Oscar come miglior film.

    Michael Rezendes, autore dei due articoli del Boston Globe e membro del team Spotlight (nel film Spotlight è il giornalista interpretato da Mark Ruffalo), ha raccontato alla trasmissione CBS This Morning di avere cominciato l’inchiesta dopo essere venuto a conoscenza della storia di uno dei molti figli di sacerdoti negli Stati Uniti, Jim Graham, e di avere capito che non era un episodio isolato – un’eccezione, come sostiene la Chiesa da molti anni – ma di una situazione che probabilmente coinvolge migliaia di persone in tutto il mondo: «Capii che era una cosa sistematica e meritava tutta la mia attenzione», ha detto Rezendes. Gli articoli del team Spotlight partono da qui, dalla storia di Graham e dalle sue ricerche – iniziate ormai più di vent’anni fa – per scoprire qualcosa di più sul suo padre biologico.

    Graham, ha raccontato il Boston Globe, passò la sua giovinezza e parte della sua vita adulta a chiedersi come mai quello che credeva essere suo padre – John Graham, proprietario di una pompa di benzina a Buffalo, nello stato di New York – lo detestasse così tanto. Nel 1993, quando i suoi genitori erano già morti, Graham tornò a Buffalo, dove incontrò i suoi zii per sapere la verità sul suo passato. Sua zia Kathryn tirò fuori una lettera di un ordine religioso cattolico: mise il dito sulla fotografia che ritraeva un uomo calvo, con lo sguardo triste, che indossava il collarino ecclesiastico, il collarino bianco dei preti: «Solo i tuoi genitori lo sanno per certo, ma quest’uomo potrebbe essere tuo padre». Quell’uomo era il reverendo Thomas Sullivan, che si era laureato al Boston College e che poi aveva studiato da sacerdote a Tewksbury, in Massachusetts. Tempo dopo Graham venne a sapere che quello che aveva creduto per molto tempo essere suo padre, John Graham, aveva scoperto che sua moglie lo aveva tradito con Sullivan, e per questo voleva il divorzio: «Assomigliavo così tanto a mio padre [a Sullivan], devo essere stato [per John Graham] un costante ricordo dell’uomo che gli aveva portato via la moglie».

    Oggi Graham sta ancora aspettando la conferma ufficiale che suo padre fosse Sullivan.

    Un’alta storia molto intensa raccontata dal Boston Globe è quella di Chiara Villar, una donna di 36 anni che vive nella periferia di Toronto, in Canada. Villar sa di essere figlia di un prete da quando era molto piccola, ma sua madre le ha sempre detto di riferirsi a lui solo come a uno zio: «Mi chiedevo perché non poteva essere mio padre, così ho cominciato a sentirmi in colpa». La madre di Villar, Maria Mercedes Douglas, incontrò Anthony Inneo all’inizio degli anni Settanta a Buffalo. Douglas non sapeva che Inneo era un sacerdote; quando l’aveva conosciuto non indossava il collarino bianco. Dopo essere tornata a Madrid per un periodo, Douglas andò di nuovo a Buffalo, dove aveva degli amici, e iniziò una relazione con Inneo. Quando Inneo le disse di essere un sacerdote, Douglas non ci poteva credere: «Sembrava uno scherzo di cattivo gusto», ha raccontato al Boston Globe. I due continuarono comunque la loro relazione e Inneo le promise che avrebbe lasciato presto il sacerdozio. Poi, un giorno, lei scoprì di essere incinta: «Fu uno shock. Non sapevo cosa fare». Lo disse a Inneo, ma lui rispose che non era ancora pronto a lasciare la sua vita religiosa. Lei cominciò a credere che non l’avrebbe mai fatto.

    Fin da quando era piccola, Chiara Villar – la figlia di Douglas e Inneo – sapeva la verità sul padre, ma non poteva dirla a nessuno: «Non penso che loro [i miei genitori] capissero il trauma psicologico che mi avrebbe provocato il fatto di dirmi che dovevo mentire», ha raccontato Villar. Negli anni successivi Inneo andò regolarmente a vedere sua figlia, con la quale aveva un ottimo rapporto, ma Villar era costretta a continuare a mentire: «In privato lui era mio padre, ma in un attimo, quando uscivamo dalla macchina di mia madre, era una cosa tipo, “Ok, Chiara, che Dio ti benedica”. Era tutto un Dr. Jekyll e Mr. Hyde». Quando fu più grande, Villar cominciò a sentirsi in colpa e a considerarsi non meritevole dell’amore di suo padre: cominciò a farsi regolarmente dei tagli sul corpo. Villar non ebbe mai la possibilità di avere una relazione normale e pubblica con suo padre: dopo che Inneo si ammalò di Alzheimer, la sua famiglia lo mise in una casa di cura senza dirle niente. Lei trovò l’indirizzo e andò a trovarlo, ma la malattia era già in fase avanzata e lui non la riconobbe: «Mi ha nascosto tutta la sua vita e poi si è ammalato di Alzheimer, e mi ha dimenticata», ha raccontato Villar al Boston Globe.

    Il Boston Globe ha scritto che probabilmente ci sono migliaia di figli di sacerdoti in tutto il mondo: Irlanda, Messico, Polonia, Paraguay, Stati Uniti e molti altri paesi, dovunque ci sia la Chiesa cattolica (quindi ovviamente anche in Italia). Il numero esatto non si può sapere, ma negli ultimi anni molti di loro sono entrati in contatto grazie a un sito internet creato da Vincent Doyle, figlio di un prete cattolico irlandese che ha scoperto la verità sulla sua famiglia quando aveva 28 anni. Grazie al sito, che si chiama Coping International, Doyle ha conosciuto decine di figli di preti, tra cui molte persone che a causa della loro storia – a volte perché costrette a mentire, altre per la mancanza di un sostegno finanziario da parte del padre biologico – hanno avuto problemi psicologici ed economici. Doyle ha anche cercato di rivolgersi direttamente al papa. Nel giugno 2014 andò a San Pietro per assistere alla messa della domenica: quando papa Francesco passò davanti a lui, gli baciò l’anello e gli diede una lettera tradotta in spagnolo che parlava della situazione dei figli dei sacerdoti. A Doyle sembrò che il papa leggesse il primo paragrafo della lettera: «Aveva uno guardo sincero e profondo sul suo viso. Poi strinse la lettera vicino al cuore e disse: “Sì, sì, la leggerò”». Doyle però non ricevette mai una risposta. Nel frattempo la Chiesa cattolica continuò a trattare i figli dei sacerdoti come situazioni negative ma “eccezionali”, minimizzando la dimensione del fenomeno.

    Il diritto canonico, il sistema di leggi, regole e principi che la Chiesa usa per governare il mondo cattolico, non spiega come dovrebbe comportarsi la Chiesa nel caso in cui un sacerdote faccia dei figli. Il contributo economico alla madre del bambino dipende dalla generosità del sacerdote, non esiste nessun obbligo:

    «Alcuni sacerdoti nei casi analizzati dal Globe hanno preso le loro responsabilità seriamente. Sono padri devoti, anche se in privato. Alcuni hanno promesso alle donne madri dei loro figli che avrebbero lasciato il sacerdozio, ma pochi l’hanno fatto; altri le hanno confortate dicendo che sarebbe stato solo questione di tempo prima che la Chiesa abbandonasse l’obbligo del celibato, decisione che però papa dopo papa, compreso papa Francesco, non è mai stata presa.»

    In molti casi i sacerdoti non hanno assunto la responsabilità finanziaria o legale per i loro figli. Dei 10 casi analizzati approfonditamente dal Boston Globe, solo due madri hanno deciso di rivolgersi a un tribunale per ottenere un qualche tipo di sostegno per i loro figli, mentre tutte le altre hanno lasciato che fosse il padre a decidere quanto dare ed essere presente. In altri casi, ha scritto il Boston Globe, non c’è stato nemmeno bisogno che il sacerdote chiedesse segretezza: le madri profondamente cattoliche lo considerano non solo come il padre dei loro figli, ma anche come un rappresentante di Dio. Questo ha fatto sì che le donne vittime di abusi sessuali siano state riluttanti a riportare alle autorità quello che era successo, perché si assumevano spesso la colpa della violenza.

    Negli ultimi anni sono stati pochi i leader della Chiesa cattolica che hanno parlato della situazione dei sacerdoti con figli. Uno di loro è stato l’arcivescovo di Dublino, Diarmuid Martin, che tra le altre cose ha aiutato Doyle a lanciare il suo sito, Coping International. Martin ha detto: «Un bambino ha il diritto di conoscere suo padre e ogni padre ha obblighi fondamentali nei confronti di suo figlio o sua figlia». Di recente la Conferenza episcopale dei vescovi irlandesi ha approvato delle linee guida che chiedono a ogni sacerdote con figli di «affrontare le proprie responsabilità personali, legali, morali e finanziarie», ma non chiedono la rinuncia al sacerdozio. Doyle sperava che una decisione simile fosse presa anche dal Vaticano, ma le cose sono andate diversamente. Il cardinale Sean O’Malley, importante consigliere di papa Francesco e capo della Commissione pontificia per la protezione dei minori, ha scritto un breve comunicatosulla questione in risposta all’inchiesta del Boston Globe. In un passaggio si legge che ciascun sacerdote che ha fatto un figlio ha «un obbligo morale di farsi da parte dal sacerdozio e provvedere alla cura e ai bisogni della madre e del figlio». O’Malley ha aggiunto che la commissione che guida non si occuperò di queste situazioni, perché andrebbero oltre il suo mandato.

    Tre anni fa, la commissione delle Nazioni Unite sui diritti del bambino ha parlato dei casi in cui sacerdoti cattolici avevano costretto le donne incinte dei loro figli a rimanere in silenzio per evitare lo scandalo, in cambio di sostegno finanziario. La commissione aveva chiesto al Vaticano di dire quanti fossero il numero dei bambini figli di sacerdoti, aveva chiesto di scoprire chi fossero e di prendere tutte le misure necessarie per assicurare che i diritti di questi bambini venissero garantiti. Il Vaticano dovrà farlo entro l’1 di settembre di quest’anno.

    http://www.ilpost.it/2017/08/17/figli-sacerdoti-cattolici-spotlight-boston-globe/

  • Commissione anti-abusi: dare risposte più immediate alle vittime

    Commissione anti-abusi: dare risposte più immediate alle vittime

    Conclusa ieri la plenaria dell’organismo: il «grazie» a Marie Collins e la volontà di collaborare con la Congregazione per la Dottrina della fede per le “Linee guida” nel contrasto della pedofilia

    C’è anzitutto la gratitudine per la dimissionaria Marie Collins e per il suo forte impegno per le vittime di abusi nel comunicato finale della plenaria della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, conclusa ieri e iniziata il 24 marzo scorso. Poi, c’è la promessa di un maggiore impegno a trovare «nuove forme» per dar voce ai sopravvissuti e la volontà di collaborare con la Congregazione per la Dottrina della fede – il dicastero maggiormente accusato dall’irlandese Collins di ostacolare il lavoro della Commissione – per diffondere le “Linee guida” sulla lotta agli abusi nella Chiesa. Infine viene annunciata una novità, ovvero il fatto che i 16 membri della Commissione incontreranno di volta in volta i rappresentanti delle Conferenze episcopali che si recano a Roma per le visite ad limina (oggi tocca quindi ai vescovi del Canada occidentale) in modo da discutere della situazione nei diversi Paesi e sviluppare eventuali strategie.

    Più nel dettaglio, nella nota diffusa oggi in inglese a conclusione della tre giorni – e riportata dalla Radio Vaticana – i membri della Commissione e il cardinale presidente Sean O’Malley ringraziano l’ex collega Collins per il grande lavoro svolto a favore di chi (come accadde a lei stessa a 13 anni) è stato costretto a subire abusi, come pure per «la prevenzione» e «il contrasto» della pedofilia. «Le sue raccomandazioni sono state un tema centrale della plenaria», si legge. Un grazie anche per la disponibilità di Marie Collins a continuare a collaborare con il team pontificio nei programmi di educazione per nuovi vescovi e per gli uffici di Curia. La donna ha ricambiato su Twitter scrivendo: «Ho apprezzato e capisco la difficoltà della situazione. C’è brava gente nella Commissione».

    Durante i lavori della plenaria – informa ancora il testo – ci si è soffermati in particolare su un passaggio della dichiarazione di dimissioni della Collins dello scorso 1 marzo, quello che lamentava la mancanza di una risposta immediata – o, a volte, proprio di una risposta – da parte degli uffici vaticani alle vittime che indirizzavano le loro lettere al Papa e alla Santa Sede. La Commissione esprime l’auspicio che ogni bambino o adulto vittima di pedofilia possa ricevere rapidamente un riscontro dalla Curia: «È importante rispondere direttamente», affermano i membri. La Commissione è consapevole che tale compito sia particolarmente impegnativo «visto l’ampio volume e la natura della corrispondenza», e sa che esso «richiede risorse e procedure chiare e specifiche». Tuttavia, rimarca, «riconoscere la corrispondenza e dare risposte tempestive e personali è un modo per promuovere la guarigione e la trasparenza» voluta da Papa Francesco.

    Proprio al Pontefice i membri invieranno «ulteriori raccomandazioni» da sottoporre alla sua considerazione utili ad approfondire e migliorare il lavoro dell’organismo istituito nel 2014. Loro, intanto, assicurano di «continuare a lavorare per assistere le Chiese locali nella loro responsabilità per la protezione dei minori», attraverso visite in loco, conferenze e i già citati corsi di formazione. Oltre a questo, si terranno dei colloqui face to face con i vescovi dei diversi Paesi in visita ad limina per comunicare le “Linee guida” della Pontificia Commissione per la Tutela dei minori definite «un elemento essenziale» della lotta agli abusi nella Chiesa.

    Tali “Linee guida”, peraltro ampiamente sostenute dal Papa, saranno comunicate anche alle congregazioni religiose, o direttamente o attraverso il sito web della Commissione www.protectionofminors.va. In questo lavoro di comunicazione e diffusione viene ribadita «la volontà di lavorare assieme alla Congregazione per la Dottrina della Fede».

    Non si specifica, invece, se saranno reclutati nuovi membri nella squadra per prendere il posto di Marie Collins e dell’inglese Peter Saunders, anch’egli ex vittima di pedofilia, di fatto “allontanato” dai lavori della Commissione dal febbraio 2016 dopo aver pubblicamente e aspramente criticato il cardinale australiano George Pell, perfetto della Segreteria per l’Economia.

    Il comunicato rammenta infine che la plenaria ha fatto seguito ad un evento su educazione e prevenzione dal titolo “Safeguarding in Homes and Schools: Learning from Experience Worldwide”, che si è tenuto il 23 marzo alla Pontificia Università Gregoriana, promosso dal Centro per la Protezione dei Minori istituito in seno all’Ateneo e dalla Congregazione per l’Educazione Cattolica. All’incontro, focalizzato in particolare sull’America Latina, hanno preso parte oltre 150 personalità, tra cui il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin, e diversi responsabili dei Dicasteri della Curia romana, come i cardinali Marc Ouellet, Kevin Farrell, João Bráz de Aviz e Peter Turkson.

    Aprendo i lavori il cardinale O’Malley ha ribadito la linea dura di Papa Francesco, il quale – ha detto – è ancora «pienamente impegnato a sradicare la piaga degli abusi sessuali». «Se la Chiesa non è impegnata nella tutela dei minori i nostri sforzi di evangelizzazione non avranno effetti», ha affermato l’arcivescovo di Boston, «non c’è giustificazione, non possiamo fallire nel mettere a punto efficaci standard di protezione di minori e adulti vulnerabili».

    http://www.lastampa.it/2017/03/27/vaticaninsider/ita/vaticano/commissione-antiabusi-trovare-nuove-forme-per-dar-voce-alle-vittime-ymKi11hqHoR5qFfnruKAoK/pagina.html

  • Quanto la Curia Romana intende “davvero” combattere la pedofilia?

    Quanto la Curia Romana intende “davvero” combattere la pedofilia?

    Nel 2014 Papa Francesco ha istituito una commissione internazionale che ha la missione di prevenire e combattere gli abusi sessuali sui minori da parte dei prelati: la Pontificia commissione anti abusi.

    La commissione, presieduta del cardinale Sean O’Malley, arcivescovo di Boston, oggi conta 16 elementi: studiosi, esperti ecclesiasti.

    Ma nessuna vittima di abusi: gli unici due membri hanno lasciato l’incarico.

    Veniamo i fatti.
    Nel 2016 si è dimesso Peter Saunder, che ha accusato l’ex arcivescovo di Melbourne George Pell (ora prefetto della Segreteria per l’economia in Vaticano, una sorta di plenipotenziario economico), di non aver adeguatamente tutelato i minori nel suo Paese: accuse che il Cardinale ha respinto come “false e fuorvianti”. Saunders aveva chiesto le dimissioni del prelato, che tuttavia è tuttora al suo posto.

    Nel 2017 a dimettersi è Marie Collins (irlandese, vittima da giovane di abusi ripetuti da parte di un sacerdote), a causa della “resistenza da parte di alcuni membri della curia vaticana a collaborare con la commissione”, in particolare, per la “vergognosa” mancanza di cooperazione “da parte del dicastero coinvolto più da vicino nell’affrontare i casi di abuso“. Il riferimento è alla Congregazione per la dottrina della fede, il dicastero incaricato della gestione dei dossier riguardanti i preti pedofili (un tempo denominata la Santa inquisizione).

    Questa la cronaca. Come stanno effettivamente le cose?

    Difficile rispondere senza avere accesso a documenti e testimonianze dirette.

    Possiamo, tuttavia, raccogliere qualche ulteriore notizia e cercare di comprendere meglio il contesto.

    Sempre nel 2016, mentre Papa Francesco riaffermava che “i crimini e i peccati degli abusi sessuali sui bambini non devono essere tenuti segreti” e che i reati di insabbiamento sono paragonabili a “messe nere”, la Conferenza Episcopale Italiana (CEI, una sosta di parlamento dei Vescovi italiani) precisava che “nell’ordinamento italiano il Vescovo, non rivestendo la qualifica di pubblico ufficiale né di incaricato di pubblico servizio, non ha l’obbligo giuridico, salvo il dovere morale di contribuire al bene comune, di denunciare all’autorità giudiziaria statuale le notizie che abbia ricevuto in merito ai fatti illeciti”.

    Insomma, sembrerebbe scontro aperto fra Papa Bergoglio e il Cardinale Bagnasco, che guida la CEI e che sembra rivendicare per i Vescovi la discrezionalità nel denunciare abusi.

    I fatti menzionati e circostanze eclatanti quali le dimissioni di Papa Benedetto XVI sembrano sostenere l’immagine di una Curia Romana (il complesso di organi e autorità che costituiscono l’apparato amministrativo della Santa Sede) come centro di potere tanto forte e radicato da essere intaccato con difficoltà perfino dal Pontefice.

    Tutto questo fa sorgere tre, inquietanti, domande:

    Per quale ragione gli organi di governo della Chiesa appaiono molto solleciti nell’intervenire quando si tratta di temi quali aborto, fine vita, fecondazione assistita e altri ancora, mentre il tema degli abusi sessuali da parte dei prelati è costantemente accompagnato da un assordante silenzio?
    Per quale ragione il Cardinale Bagnasco sente impellente il dovere di riportarci sulla retta via in ogni occasione utile, mentre ritiene di poter discrezionalmente tacere quando un minore è oggetto di abusi sessuali da parte di un prelato?
    Per il Cardinale Bagnasco vale di più la vita di un minore o la reputazione di un prelato che abusa di lui?
    Tu cosa ne pensi?

    Se vuoi avere un’idea dell’ampiezza del fenomeno della pedofilia nella Chiesa guarda questo film.

    http://www.tibicon.net/2017/03/curia-romana-cei-pedofilia-abusi-minori.html

  • Storia del prete analista che abusava dei pazienti (e messo d’accordo Vaticano e psicanalisi)

    Storia del prete analista che abusava dei pazienti (e messo d’accordo Vaticano e psicanalisi)

    Una delle vittime racconta che anni dopo gli abusi ebbe un colloquio con il suo carnefice, il sacerdote psicanalista Tony Anatrella, “per sapere come spiegava che vi fossero stati dei rapporti sessuali nell’ambito di una terapia”. “Lui – ricostruisce l’ex allievo del Seminario della Missione di Francia – cerca di intellettualizzare o di filosofeggiare sui termini, e di spiegarmi che non si può parlare di ‘rapporti sessuali’ e mi cita il nome di un terapista americano ai cui lavori si appoggia. Allora gli chiedo se è così che cura di solito le persone che vanno da lui. Mi dice che sono stato l’unico. Gli chiedo allora che cosa mi ha fatto meritare questa terapia così particolare. Mi risponde: ‘perché è lei che me l’ha chiesta’. Ed aggiunge: ‘forse mi sono sbagliato’. Anche se è una risposta che non è da terapista, mi ci è voluto molto tempo per capire che no, non l’avevo chiesta io”.

    C’è anche questa storia negli atti del tribunale supremo della Segnatura Apostolica, massimo organo giudiziario della Santa Sede, che ha affidato ai giudici ecclesiastici di Tolosa il compito di processare il sacerdote psicanalista francese.

    Abusi sessuali durante la terapia equiparati a violenze sui minori

    E per una volta la Chiesa Cattolica si è trovata d’accordo con le grandi scuole di psicanalisi: il codice di diritto canonico infatti equipara gli abusi sessuali su chi non è in grado di difendersi a quelli sui minori, classificandoli entrambi come “delicta graviora”. Anche per le teorie psicanalitiche “il passaggio all’azione sessuale da parte di un analista, è considerato alla stregua di un atto di pedofilia”, dal momento che “la posizione del terapeuta è di tipo parentale, per la regressione indotta dal trattamento e l’instaurazione del transfert”.

    Padre Tony Anatrella sotto processo

    Padre Anatrella è stato consultore fino allo scorso 31 dicembre del Pontificio Consiglio per la famiglia. Le accuse di abusi sessuali provengono da “diverse vittime” violate nel corso di sedute psicoterapeutiche, uscite allo scoperto dopo l’appello del cardinale di Parigi (diocesi nella quale è incardinato Anatrella): “chi sa parli”.

    La notizia dell’apertura del procedimento dunque era attesa: da dieci anni circolavano dossier sulle “strane terapie” praticate dal personaggio. Ma i documenti sui suoi abusi non hanno impedito al sacerdote, oggi 75enne, di affermarsi nel mondo cattolico come uno “tra i massimi studiosi mondiali del ‘rischio gender’, autore di numerosi saggi sul tema”.

    Personaggio controverso ma anche esperto affermato

    Proprio ad Anatrella era stato affidato, ad esempio, il commento che ha corredato il (contestato) Documento della Congregazione per l’Educazione Cattolica sulla non ammissione dei gay al sacerdozio, pubblicato il 29 novembre 2005 con l’esplicita autorizzazione di Benedetto XVI che lo aveva richiesto.

    A febbraio dell’anno scorso, poi, monsignor Anatrella era finito sui giornali perché ad un corso di aggiornamento per nuovi vescovi, aveva affermato che per la Chiesa l’obbligo di denuncia non esiste. “Per il Vaticano, i vescovi cattolici non sono obbligati a denunciare gli abusi del clero sui bambini”, ha riassunto il quotidiano britannico The Guardian. Ad Anatrella replicò il cardinale Sean O’Malley, presidente della Pontificia commissione per la tutela dei minori, che in una nota a nome dell’organismo voluto da Francesco affermò che vige invece la “responsabilità morale ed etica di denunciare gli abusi presunti alle autorità civili”.

    Le denunce presentate all’arcidiocesi di Parigi

    “Nel 2006 – spiega l’arcidiocesi di Parigi sul suo sito internet – padre Tony Anatrella è stato accusato per via mediatica da suoi ex pazienti per pratiche che sarebbero state utilizzate nel quadro della sua attività professionale come psicoanalista”. “Di fronte a queste accuse anonime, l’arcivescovo di Parigi, nel mese di maggio, ha incoraggiato le persone ad uscire fuori dall’anonimato, a mettersi in contatto personalmente con la diocesi di Parigi e presentare denuncia alla giustizia”. A quel punto la diocesi di Parigi è stata contattata da diverse persone tra maggio e ottobre 2016.

    “All’inizio dell’estate, il cardinale André Vingt-Trois – spiega ancora la diocesi di Parigi – ha istituito una commissione con il compito di raccogliere le denunce e valutare tutti gli elementi insieme. La Commissione, presieduta dal vescovo Eric de Moulins-Beaufort, vescovo ausiliare di Parigi, ha ricevuto tutti coloro che lo desideravano. Ha anche ascoltato padre Anatrella, che ha 75 anni, ed un rapporto è stato presentato all’arcivescovo alla fine dell’anno”.

    Il processo presso il tribunale ecclesiastico di Tolosa

    “Sulla base di tale rapporto – precisa la diocesi – il cardinale Vingt-Trois ha ritenuto necessario aprire un processo canonico. Ne ha informato le autorità romane interessate. Poiché Tony Anatrella ha collaborato in passato con il Tribunale ecclesiastico provinciale di Parigi, il cardinale Vingt-Trois ha chiesto al Tribunale della Segnatura Apostolica, istituzione della Santa Sede attualmente presieduta dal cardinale francese Dominique Mamberti, di affidare la procedura ad un altro Tribunale. Così alla fine di gennaio il dossier è approdato al Tribunale ecclesiastico inter-diocesano di Tolosa. Sul piano civile, il cardinale Vingt-Trois, alla fine del 2016, ha segnalato al procuratore di Parigi di aver aperto il processo canonico”.

    http://www.agi.it/blog-italia/il-papa-pop/2017/03/03/news/storia_del_prete_analista_che_abusava_dei_pazienti_e_messo_daccordo_vaticano_e_psicanalisi_-1546592/

  • Vaticano, commissione anti-abusi: si dimette Marie Collins

    Vaticano, commissione anti-abusi: si dimette Marie Collins

    La sopravvissuta irlandese denuncia «la frustrazione per la mancata collaborazione di alcuni Dicasteri di Curia con la Commissione». Continuerà a svolgere corsi di formazione per i vescovi.

    SALVATORE CERNUZIO
    Si dice «frustrata» e umiliata Marie Collins, membro irlandese della Pontificia Commissione per la tutela dei minori, in passato vittima di abusi, di vedere il lavoro suo e dei suoi colleghi vanificato o respinto dagli stessi Dicasteri di Curia che avrebbero dovuto invece sostenere l’organismo istituito dal Papa nel 2014 nella lotta contro questi crimini aberranti.

    La donna ha deciso di dimettersi. Irrevocabilmente. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è  «la mancata collaborazione di altri Dicasteri della Curia romana» con la Pontificia Commissione, come si legge in una nota diffusa oggi dalla Santa Sede. In particolare da parte del «Dicastero maggiormente coinvolto nel trattare i casi di abusi», come scrive la Collins in un comunicato postato sul suo account Twitter che fa seguito ad un duro articolo pubblicato oggi sul National Catholic Reporter, in cui punta invece esplicitamente il dito contro la Congregazione per la Dottrina della Fede.

    La sua fuoriuscita rappresenta una grossa perdita per la Commissione, della quale Collins era una delle fondatrici e maggiori rappresentanti, tenendo dal 2012 anche corsi di formazione a Roma e nel mondo ai vescovi di recente nomina su come contrastare la piaga degli abusi. Anche quello fu allora una grande conquista. Lo stesso incarico Marie Collins continuerà a svolgerlo in futuro per la Commissione, accettando un invito del cardinale presidente Sean O’Malley. Lo spiega la nota vaticana che sottolinea che Collins proseguirà il suo lavoro per l’organismo «in un ruolo educativo, in riconoscimento delle sue eccezionali capacità di insegnamento e dell’impatto della sua testimonianza come sopravvissuta».

    Le dimissioni erano state presentate il 13 febbraio scorso ad O’Malley, il quale sottolinea che, in questi anni, «Marie ha costantemente e instancabilmente sostenuto le voci delle vittime e dei sopravvissuti affinché fossero ascoltate» e la loro «guarigione» divenisse «una priorità della Chiesa». Lavoro svolto con grande dedizione, affinché nessun altro dovesse patire ciò che lei, tredicenne molestata da un cappellano durante un ricovero in ospedale, era stata costretta a subire. Ma Marie Collins, davanti a sé, ha trovato un muro.

    Come scrive sul NCR, anche la più semplice richiesta avanzata dalla Commissione e «approvata dal Papa», come ad esempio il dover rispondere «sempre» alle lettere inviate al Vaticano dalle vittime di abusi, era stata «rifiutata da un ufficiale della Curia». Ancora peggio, prosegue: «La raccomandazione della Commissione di istituire un tribunale per giudicare i vescovi negligenti era stata approvata dal Papa e annunciata nel giugno 2015. Finora la Congregazione per la dottrina della fede, come la baronessa Sheila Hollins ha dichiarato alla Royal Commission, ha trovato dei problemi “legali” non meglio specificati, e così (il tribunale) non è mai stato istituito».

    «Una situazione impossibile» alla quale «ho assistito con sgomento», afferma Marie Collins. Che calca la mano nella lettera diffusa via Twitter spiegando: «Sin dall’inizio del lavoro della Commissione nel marzo 2014 sono rimasta impressionata dalla dedizione dei miei colleghi e dagli auspici sinceri di Papa Francesco di fornire un’assistenza alla questione degli abusi sessuali del clero. Credo che la costituzione della Commissione, la proposta di far partecipare esperti esterni per consigliarla su ciò che era necessario per rendere più sicuri i minori, sia stata una mossa sincera. Tuttavia, nonostante il Santo Padre abbia approvato tutte le raccomandazioni fatte dalla Commissione, ci sono state battute d’arresto costanti. Questo è avvenuto a causa della resistenza da parte di alcuni membri della Curia vaticana al lavoro della Commissione. La mancanza di cooperazione, in particolare da parte del Dicastero più strettamente coinvolto nel trattamento dei casi di abuso, è stata vergognosa».

    Una decisione obbligata, dunque, quella di lasciare. «Quando ho accettato la mia nomina alla Commissione nel 2014 – spiega Collins – ho detto pubblicamente che se avessi trovato un conflitto tra quello che stava accadendo dietro le porte e ciò che veniva detto pubblicamente, non sarei rimasta (nella Commissione ndr). Ecco, questo punto è arrivato. Sento di non avere altra scelta che dimettermi per mantenere la mia integrità».

    Il Papa ha accettato la decisione esprimendo «profondo apprezzamento» per la sua opera a favore delle vittime. Un «contributo straordinario» che «ci mancherà», come scrive il cardinale O’Malley a nome degli altri membri del team in una breve nota. «Sicuramente – promette il porporato – ascolteremo con attenzione tutto ciò Marie vorrà condividere con noi sulle sue preoccupazioni», che verranno discusse nella plenaria della Pontificia Commissione in programma il prossimo mese. «Siamo profondamente grati per la volontà di Marie di continuare a lavorare con noi nella formazione dei capi della Chiesa, inclusi i prossimi incontri per i nuovi vescovi e per i dicasteri della Santa Sede. Le nostre preghiere rimarranno con Marie e con tutte le vittime e i sopravvissuti di abusi sessuali». La Collins augura invece «il meglio» ai suoi ormai ex colleghi «per il futuro», sperando che riescano «a superare questa resistenza» interna.

    Con le dimissioni della Collins, la Commissione risulta composta da 16 membri, considerando che esattamente un anno fa era uscito di scena l’inglese Peter Saunders, consulente del team, anch’egli vittima di un prete pedofilo, il quale aveva attaccato aspramente nel giugno 2015 il cardinale australiano George Pell, prefetto della Segreteria per l’Economia e membro del C9, durante la trasmissione televisiva australiana 60 Minutes. L’uomo contestava al porporato di aver insabbiato casi di abusi durante il suo ministero di arcivescovo di Sydney e lo definiva «un sociopatico». Ne chiedeva quindi le «immediate dimissioni» dagli «importanti incarichi» in Vaticano. Dichiarazioni al vetriolo alle quali la Segreteria per l’Economia aveva replicato con sdegno, e la stessa Commissione aveva preso le distanze decretando, nel febbraio 2016, che Saunders prendesse «un periodo di aspettativa dalla sua partecipazione come membro per riflettere come egli possa contribuire nel modo migliore al lavoro della Commissione».

    http://www.lastampa.it/2017/03/01/vaticaninsider/ita/vaticano/vaticano-commissione-antiabusi-si-dimette-marie-collins-MMy09RXfloQgwECecgujRK/pagina.html

  • CHIESA, ABUSI E AMBIGUITÀ. CASO ESEMPLARE A PALM BEACH. PRETE CORAGGIOSO DENUNCIA LA DIOCESI.

    CHIESA, ABUSI E AMBIGUITÀ. CASO ESEMPLARE A PALM BEACH. PRETE CORAGGIOSO DENUNCIA LA DIOCESI.

    Marco Tosatti

    Un sacerdote, John Gallagher ha citato una diocesi americana per danni. Accusa il suo ex-vescovo, e di conseguenza la diocesi di averlo isolato, allontanato e impedito di continuare la sua carriera perché due anni fa ha denunciato alla polizia un prete indiano in visita. Era un sacerdote con tendenze omosessuali, responsabile di aver mostrato, dopo la messa, una quarantina di foto pornografiche a un ragazzo di quattordici anni. Gallagher ha parlato con il prete, alla presenza di un ex funzionario di polizia, ha raccolto la sua ammissione, e poi lo ha denunciato alla polizia. Che lo ha arrestato.

    Ma invece di ricevere elogi e complimenti dal suo vescovo, per lui sono cominciati i guai.

    Gallagher, che ha 49 anni ed è sacerdote dal 1992, è irlandese. Dal 2000 è negli USA, e nell’aprile del 2014 gli è stata affidata la parrocchia del sacro Nome di Gesù a Palm beach. Nel dicembre di quello stesso anno dall’India è giunto un sacerdote, Josè Palimatton, come assistente di Gallagher.

    A gennaio Palimatton mostrò una quarantina di foto di ragazzi nudi a un giovane di 14 anni che frequentava la Chiesa; e quella sera stessa gli inviò un SMS augurandogli buona notte e sogni d’oro. Il ragazzo raccontò la storia a un amico, che la riferì al maestro del corso, che a sua volta avvisò Gallagher. Gallagher, secondo quanto afferma all’Irish Independent parlò con qualcuno nella diocesi, che gli avrebbe detto: “Dobbiamo farlo andar via, mettilo su un aereo”. Quella stessa persona gli consigliò di non tenere appunti scritti della vicenda: così risulta da un esposto inviato, da un avvocato canonista, in Vaticano, alla Congregazione per la Dottrina della Fede, da Gallagher.

    Gallagher invece volle incontrare Palimatton, alla presenza di un funzionario di polizia in pensione, che prese appunti del colloquio. Palimatton non solo ammise la sua colpa in quel caso, ma avrebbe anche ammesso di aver infastidito in India altri adolescenti. Questa stessa confessione l’avrebbe poi ripetuta agli agenti di polizia di Palm Beach. Gallagher chiamò l’ufficio dello Sceriffo di Palm Beach. Palimatton fu arrestato, processato, condannato a sei mesi e rispedito in India.

    E qui cominciarono i guai per Gallagher. “Mi fu reso chiaro che quello che avevo fatto non era quello che avrei dovuto fare”. Due mesi più tardi il vescovo. Mons. Barbarito, lo convocò; Gallagher pensava che avrebbe avuto un riconoscimento. Il vescovo gli disse di continuare ancora per un anno come parroco; ma il giorno dopo la decisione fu rovesciata: “Mi disse che sarei stato degradato. Non fu data nessuna ragione. Disse che se non volevo essere degradato e spostato in un’altra parrocchia avrei dovuto lasciare il sacerdozio”.

    Un mese dopo, Gallagher fu ricoverato in ospedale per un sospetto infarto. Chiese a una suora anziana di andare a recuperare i documenti del caso Palimatton a casa sua. La suora lo fece, ma quando tornò di nuovo nell’abitazione del sacerdote trovò ad aspettarla dei funzionari della diocesi che le presero le chiavi. E quando Gallagher uscì dall’ospedale, scoprì che le serrature erano state cambiate. E fu costretto, senza casa, a trovare ospitalità presso un amico.

    Gallagher contattò il card. Sean O’Malley, che aveva preceduto Barbarito nella diocesi di Palm Beach, e che presiede la Commissione creata in Vaticano contro gli abusi, ma non ne ebbe alcun aiuto. E a questo punto ha deciso di intraprendere un’azione legale contro il vescovo e la diocesi; che hanno reagito facendo lettere durante la messa domenicale una lettera in cui si negano le accuse e si critica Gallagher….

    Non è il primo caso del genere, e ci sono siti che accusano apertamente la Chiesa statunitense di ospitare al suo interno troppi sacerdoti con tendenze omosessuali, che si coprirebbero a vicenda. Massimo Introvigne ricorda che secondo il rapporto del John Jay College l’81 per cento dei sacerdoti condannati per abusi in USA avevano tendenze omosessuali. Un dato che certamente non è molto politically correct. Ma è statistica, non opinioni.