Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: sopravvissuti

  • Italy Church Too e lo sguardo della chiesa che sottovaluta gli abusi

    Italy Church Too e lo sguardo della chiesa che sottovaluta gli abusi

    In Italia gli abusi nella Chiesa cattolica sono un’emergenza nazionale e non si fa nulla: non escludo che alcuni pedofili si facciano preti proprio per poter avvicinare i bambini». Pietro Forno, già procuratore aggiunto di Milano, lo aveva già dichiarato più di dieci anni fa, suscitando l’ira dell’allora ministro della Giustizia Angelino Alfano, e lo ha ribadito durante il convegno di Italy Church Too su “Abusi del clero su minori, donne e persone in condizione di vulnerabilità”, che si è svolto a Milano il 3 novembre.

    Alfano all’epoca, nel 2011, voleva chiedere addirittura un procedimento disciplinare per Forno, che aveva osato alzare il velo sull’omertà tutta italiana che circonda i “peccati” ecclesiastici contro i minori. «La Chiesa ha alle spalle duemila anni di coperture ed è immersa in una cultura che in Italia, al di là dei proclami, non si cura di donne e bambini», ha aggiunto il magistrato, ideatore alla fine degli anni ’80 del pool “Soggetti deboli” della Procura di Milano, una squadra di magistrati e agenti specializzata nel campo degli abusi, degli stupri e della violenza sui minori. In questo clima culturale, l’abuso di potere dei preti, radice di ogni altro tipo di violenza, continua a prosperare.

    Poco è cambiato in questi anni anche secondo Dante Ghezzi, membro del Coordinamento italiano dei servizi contro il maltrattamento e l’abuso all’infanzia: «la Chiesa non tutela le vittime – ha detto lo psicologo – ultimamente assistiamo a un’inversione di tendenza ma è lenta, lacunosa e impacciata». «Le autorità ecclesiastiche pensano di risolvere il problema chiedendo al sacerdote pedofilo di pregare e redimersi – ha poi aggiunto Ghezzi – ma l’abuso si può fermare in un modo solo, con la denuncia». In caso contrario la violenza è destinata a ripetersi perché chi la agisce, ha spiegato lo psicologo, «è un soggetto dipendente dalla propria perversione».

    LE TESTIMONIANZE

    Alcuni sopravvissuti e familiari di vittime di abuso presenti in sala hanno voluto dare la propria testimonianza denunciando le inadempienze della Chiesa, che non ha ascoltato la loro sofferenza ma, al contrario, ha cercato di proteggere i sacerdoti responsabili trasferendoli in altre parrocchie o evitando di consegnarli alla giustizia civile. Antonio Messina, vittima di don Giuseppe Rugolo, ha descritto l’ambiente omertoso della diocesi di Enna, in cui in tanti sapevano ma hanno taciuto, e la madre e lo zio di Alessandro Battaglia hanno ricordato che l’abusatore, don Mauro Galli, all’epoca dei fatti venne coperto da monsignor Mario Delpini, oggi arcivescovo di Milano.

    «I vescovi che insabbiano gli abusi compiono di fatto un reato di favoreggiamento», ha sottolineato Ghezzi. Anche un malinteso senso del perdono, invocato dal clero per i responsabili delle violenze, rappresenta una pietra d’inciampo nel perseguimento della verità, con conseguenze tragiche per i minori: «a una dodicenne che in confessione gli raccontava di essere stata violentata dal padre, il parroco raccomandò di perdonare – racconta Forno – un perdono che è costato alla ragazza altri cinque anni di abusi».

    IL VATICANO

    Nel frattempo, in attesa del primo report sull’attività svolta nel 2020 e 2021 dai Servizi diocesani per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili, promessa per il 18 novembre dal presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi, qualche novità è arrivata dal Vaticano. Papa Francesco ha infatti nominato dieci nuovi membri della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, che ora risulta composta da venti esperti. Questa Commissione, il cui presidente è nominato direttamente dal papa, grazie alla nuova Costituzione Apostolica sulla Curia Romana Praedicate Evangelium, è stata collocata all’interno del Dicastero per la Dottrina della Fede ed è incaricata di collaborare con le conferenze episcopali, le diocesi e gli ordini religiosi in vista della prevenzione e della segnalazione degli abusi.

    La Cei e la Commissione, insomma, dovrebbero lavorare a stretto contatto sul tema, in modo da creare una rete globale di Centri per l’accoglienza, l’ascolto e la guarigione delle vittime. Dove? In particolare nei paesi in via di sviluppo, dove la Cei ha destinato a questo scopo uno stanziamento di fondi provenienti dall’otto per mille per i prossimi tre anni, come sottolinea sull’Osservatore Romano padre Andrew Small, segretario pro tempore della Pontificia Commissione.

    Lo sguardo della Chiesa continua quindi a essere orientato verso il sud del mondo, ben lontano dall’Italia, dove la questione degli abusi continua ad essere volutamente sottovalutata.

    https://www.editorialedomani.it/fatti/abusi-chiesa-violenze-federica-tourn-a59nz3uc

  • Conferenza “Abusi del clero su minori, donne e persone in condizione di vulnerabilità” VIDEO

    Conferenza “Abusi del clero su minori, donne e persone in condizione di vulnerabilità” VIDEO

    In Italia, gli abusi sessuali su minori e persone vulnerabili sono ancora un tabù. Il nostro paese, infatti, mentre si fa vanto di aver sottoscritto convenzioni e trattati in materia di diritti umani, non è nelle condizioni di metterli in atto nella realtà.

    Non parliamo solo degli abusi sessuali della Chiesa cattolica, che pure approfitta del vuoto legislativo italiano per proteggere i pedofili ed evitare di rispondere dei reati commessi, ma di uno Stato che non fornisce neppure delle statistiche ufficiali sui casi di abuso; un paese che nei fatti, malgrado le leggi, non offre alle vittime canali percorribili per la denuncia delle violenze, vuoti che di fatto favoriscono chi abusa.

    Cosa dovrebbe cambiare e perché? Italy Church Too con questa giornata di studio e denuncia vuole rompere il silenzio sulla realtà degli abusi clericali. Parleremo di ciò che c’è e soprattutto di quello che manca, e di cosa possiamo fare per cambiare la situazione insieme a giuristi, psicologi, giornalisti, appartenenti a movimenti ecclesiai e, soprattutto, ai sopravvissuti.


    l’approfondimento degli aspetti giuridici e psicologici Relatori: dott. Pietro Forno, già procuratore aggiunto – Procura della Repubblica di Milano;

    dott. Dante Ghezzi, psicologo, psicoterapeuta, supervisore Emdr e membro dell’équipe Tiama;

    avv. Mario Caligiuri, responsabile dell’osservatorio permanente per la tutela delle vittime della Rete L’ABUSO.

    Modera Federica Tourn, che per Domani conduce l’inchiesta sostenuta dai lettori sugli abusi nella Chiesa.

     

     

  • L’iniziativa di Italy Church Too il 3 novembre a Milano sugli abusi della chiesa

    L’iniziativa di Italy Church Too il 3 novembre a Milano sugli abusi della chiesa

    • Ripartire dalle vittime del clero e arrivare a formulare delle proposte di intervento.
    • Italy Church Too organizza a Milano il 3 novembre un convegno su “Abusi del clero su minori, donne e persone in condizione di vulnerabilità”.
    • Questa inchiesta è resa possibile dalle donazioni dei lettori. Qui puoi leggere le puntate precedenti. E qui puoi donare una cifra a tua scelta per permettere la realizzazione dei prossimi episodi

    Ripartire dalle vittime del clero, per fare luce su quello che in Italia non funziona sul fronte della giustizia e della prevenzione e arrivare a formulare delle proposte di intervento.

    A due settimane dall’annunciata presentazione del primo report della Conferenza episcopale sul lavoro degli Sportelli diocesani per la tutela dei minori, il coordinamento Italy Church Too organizza a Milano il 3 novembre un convegno su “Abusi del clero su minori, donne e persone in condizione di vulnerabilità”.

    Nato lo scorso febbraio dall’iniziativa di diverse associazioni di donne e movimenti cattolici proprio per sostenere i sopravvissuti alle violenze sessuali, psicologiche, spirituali ed economiche all’interno della chiesa, il coordinamento continua a denunciare la mancanza di un’adeguata risposta di chiesa e stato alla piaga degli abusi.

    L’INIZIATIVA

    A Milano saranno presenti tra gli altri Antonio Messina, abusato da don Giuseppe Rugolo, che al momento è sotto processo a Enna per violenza sessuale (abbiamo raccontato questo caso su Domani del 3/7/22); ci saranno anche i genitori di Eva Sacconago, la ragazza di Busto Arsizio che si è suicidata in seguito alle ripetute molestie di una ex suora, Mariangela Farè, condannata a tre anni e sei mesi per violenza sessuale, uno dei pochissimi casi noti di religiose abusanti.

    In Italia parlare di questi fatti è ancora un tabù: «Il nostro obiettivo è proprio quello di far sapere quello che succede nella Chiesa attraverso i racconti delle vittime – dichiara Francesco Zanardi, presidente della Rete L’Abuso – e anche mostrare perché in Italia il sistema non funziona: in Spagna la stampa fa un’inchiesta giornalistica e la magistratura apre un fascicolo, mentre da noi le vittime denunciano e non cambia nulla».

    IL RUOLO DELLO STATO

    Lo stato italiano, infatti, è inadempiente sotto il profilo della protezione dei minori: l’Unione europea ha già segnalato più volte la mancata attuazione di convenzioni e trattati internazionali sulla tutela dei diritti dell’infanzia.

    È il caso della Convenzione di Lanzarote del 2010, il primo strumento internazionale che considera reato gli abusi sessuali contro i bambini e prevede anche misure preventive nel reclutamento del personale che lavora a contatto con i minori, come il “certificato antipedofilia”, un documento che garantisce al l’assenza di denunce o condanne per abuso. Il legislatore in Italia, contrariamente alla norme europea, esonera però da questo certificato l’intera categoria del volontariato, quella notoriamente più a contatto con i minori, compresi preti e catechisti.

    Si parlerà quindi degli ostacoli che le vittime incontrano nel denunciare e dei possibili adeguamenti normativi sulla scorta delle pratiche già portate avanti in altri paesi; gli aspetti giuridici e psicologici saranno affrontati in particolare da Pietro Forno, già procuratore aggiunto di Milano, da Dante Ghezzi, psicoterapeuta che si è focalizzato sulla rielaborazione del trauma, e dall’avvocato Mario Caligiuri, responsabile dell’osservatorio permanente della Rete L’Abuso.

    «Lo stato ha abdicato al suo dovere, affidando alla chiesa e al diritto canonico il monopolio della gestione dell’abuso clericale sui minori – spiega Caligiuri – Se la chiesa fosse davvero intenzionata a proteggere efficacemente i minori, le donne e gli adulti vulnerabili, il diritto canonico dovrebbe rendere obbligatoria quanto meno una segnalazione alle procure civili dei preti sospettati di violenze».

    Invece, come ribadisce il motu proprio papale“Vos estis lux mundi”, i membri del clero sono soltanto obbligati a riferire eventuali casi di abuso ai propri superiori e tutto rimane all’interno della chiesa.

    «Le istituzioni ecclesiastiche non pensano alle vittime ma a proteggere i sacerdoti abusanti, spesso con conseguenze drammatiche – aggiunge Caligiuri – lo vediamo con l’insabbiamento intenzionale delle violenze da parte di alcuni vescovi, che organizzano l’allontanamento dei responsabili verso un’altra parrocchia, senza curarsi del fatto che questi possano di nuovo essere a contatto con bambini e adolescenti».

    Il coordinamento chiede invece un’inchiesta indipendente, sul modello di quelle già avviate in altri paesi, sostegno e accompagnamento per le vittime e un adeguato risarcimento per gli abusi subiti, indipendentemente dalla prescrizione.

    L’appuntamento è per il 3 novembre dalle 14 alle 19 presso la sala del Centro di aggregazione multifunzionale in via S. Marco 45 a Milano. I lavori saranno anche trasmessi in diretta Facebook sui canali di Domani.

  • Più esperti, ma dove sono i sopravvissuti? La lotta “sinodale” agli abusi della “nuova” Pontificia Commissione Minori

    Più esperti, ma dove sono i sopravvissuti? La lotta “sinodale” agli abusi della “nuova” Pontificia Commissione Minori

    CITTA’ DEL VATICANO-ADISTA. Molte novità, sulla carta, nella lotta vaticana agli abusi perpetrati dal clero sono stati annunciati in queste ultime settimane: un primo rapporto annuale della Pontificia Commissione vaticana per la Tutela dei Minori (PCTM) – presieduta dal card. Sean O’Malley – vedrà la luce nel 2023, anche se i primi dati utili, secondo p. Andrew Small, segretario ad interim della Commissione, che ha illustrato le iniziative ai giornalisti il 28 ottobre – saranno a disposizione solo nel 2024; un accordo, siglato tra la Commissione stessa e la Conferenza episcopale italiana, per promuovere un impegno comune sulla base di un approccio condiviso, che si servirà di uno scambio regolare tra i due organismi sulle iniziative di tutela e di salvaguardia dei minori e delle persone vulnerabili, a livello di informazioni e di competenze per creare una rete globale di Centri per l’accoglienza, l’ascolto e la guarigione delle vittime.

    La Commissione vaticana si allarga

    Nel frattempo, il 30 settembre scorso, papa Francesco ha ampliato la PCTM nominando dieci nuovi membri, che si aggiungono ai dieci già operativi. Una storia tormentata, quella di questo organismo, soprattutto per i rapporti con il Dicastero per la Dottrina della Fede, e per diversità di vedute all’interno, ma anche per la sua non chiarissima identità, per la lentezza e le resistenze alle proposte della Commissione come quella, approvata dal papa – ma mai realizzata – di creare un tribunale separato per i vescovi che agiscono in modo inappropriato nei casi di abuso sessuale. Il card. O’Malley annunciò la nascita del tribunale nel giugno 2015, ma esso, di fatto non vide mai la luce; al suo posto papa Francesco, l’anno dopo, emanò una nuova legge (il motu proprio Come una madre amorevole) che stabiliva la rimozione dei vescovi negligenti (v. Adista Notizie n. 33/17). In che misura sia stato applicato, finora, non è chiaro.

    Con la Costituzione Apostolica sulla Curia Romana, Praedicate Evangelium, nel marzo di quest’anno il papa ha posto la Commissione all’interno della sezione disciplinare del Dicastero per la Dottrina della Fede, lasciandole, nelle intenzioni almeno, una autonomia, con la nomina diretta pontificia del Presidente, che riferisce direttamente al papa e con l’indipendenza dal Dicastero per ciò che riguarda decisioni su membri e personale e sulle proposte avanzate.

    I nuovi membri designati (con un incarico quinquennale) sono: mons. Peter Karam, vicario patriarcale della Chiesa maronita (Libano); mons. Thibault Verny, vescovo ausiliare di Parigi, incaricato della Protezione dei minori per l’arcidiocesi di Parigi e interlocutore della Commissione CIASE, promotore, tra le altre cose, di un sito web di informazione sugli abusi e di formazione online obbligatoria per gli educatori della Diocesi di Parigi; p. Tim Brennan, della Provincia australiana dei Missionari del Sacro Cuore, impegnato a Roma presso l’Ufficio Tutela della Curia generalizia; suor Niluka Perera (India), assistente sociale professionale, coordinatrice del Catholic Care for Children International (CCCI) dell’Unione Internazionale delle Superiore Generali (UISG) di Roma; suor Teresa Nyadombo, coordinatrice nazionale per l’educazione e la salvaguardia della Conferenza episcopale cattolica dello Zimbabwe; Irma Patricia Espinosa Hernández, psichiatra e psicoterapeuta, esperta di psicologia criminale, profilazione e valutazione delle vittime di abusi sessuali e di autori di reati sessuali, direttrice della Facoltà di Psicologia dell’Universidad Catolica Lumen Gentium di Città del Messico e membro del Consiglio nazionale per la protezione dei minori della Conferenza episcopale messicana, nonché cofondatrice del CEPROME, centro di ricerca e formazione interdisciplinare sulla protezione dei minori con sede a Città del Messico; Maud de Boer-Buquicchio, presidente di ECPAT Internazionale (associazione che opera per contrastare lo sfruttamento sessuale dei minori, la violenza e la tratta), già vice cancelliere presso la Corte Europea dei Diritti Umani (1998), poi (2002-2012) vice segretario generale del Consiglio d’Europa; dal 2014 al 2020 è stata relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla vendita e lo sfruttamento sessuale dei bambini; Anne-Marie Emilie Rivet-Duval (Mauritius), psicologa clinica responsabile dell’Ufficio diocesano di psicologia; Teresa Devlin, con studi in psicologia e scienze sociali, CEO del National Board for Safeguarding Children in the Catholic Church in Irlanda; Ewa Kusz, psicologa clinica, sessuologa e terapeuta, vicedirettrice del Centro per la protezione dell’infanzia presso l’Università dei Gesuiti “Ignatianum” di Cracovia (Polonia), dove ha contribuito a creare il programma di studi post-laurea sulla protezione dell’infanzia.

    Questi nuovi membri si vanno ad aggiungere a mons. Luis Manuel Alí Herrera, vescovo ausiliare di Bogotá, in Colombia, psicologo; p. Hans Zollner, direttore dell’Istituto di Antropologia della Pontificia Università Gregoriana; suor Arina Gonçalves, sociologa e terapeuta; Ernesto Caffo, fondatore e presidente di Telefono Azzurro Onlus e presidente della Fondazione Child; Benyam Dawit Mezmur, professore associato di Giurisprudenza presso il Dullah Omar Institute, University of the Western Cape, a Cape Town (Sudafrica), due volte presidente della Commissione di Esperti sui Diritti e il Benessere dei Bambini dell’Unione Africana, nonché presidente della Commissione Onu sui diritti dei bambini (2015-2017), Neville Owen, giudice della Corte d’Appello della Corte Suprema dell’Australia occidentale, alla guida del Consiglio Giustizia e Riconciliazione creato dalla Chiesa australiana per far fronte alla crisi causata dagli abusi sessuali; Sinalelea Fe’ao, 42 anni di lavoro nel campo dell’educazione; Teresa Kettelkamp Morris, già colonnello nella Polizia di Stato dell’Illinois, direttrice esecutiva del Segretariato per la tutela dei bambini e dei giovani della Conferenza episcopale Usa (2005-2011) e Nelson Giovannelli Rosendo dos Santo, esperto di riabilitazione dalla tossicodipendenza e dall’abuso, fondatore in Brasile delle comunità Fazenda da Esperança. Una sola, per quanto è noto (nel 2018 la Commissione aveva affermato che l’identità delle vittime di abuso sessuale presenti tra i membri non sarebbe stata resa pubblica) la presenza in rappresentanza dei sopravvissuti: nel marzo 2021 si era aggiunto al gruppo il giornalista cileno Juan Carlos Cruz, – vittima da adolescente delle violenze sessuali del prete poi dimesso dallo stato clericale Fernando Karadima – cofondatore nel 2010 della “Fundación para la Confianza”, dedicata al sostegno dei sopravvissuti e alla prevenzione degli abusi, e nel 2018 del “Centro CUIDA”, il primo centro di ricerca per lo studio e l’indagine sugli abusi nella società presso la Pontificia Università Cattolica del Cile.

    Ufficialmente, dunque, Cruz sarebbe l’unico sopravvissuto ad abusi presente in Commissione; Una presenza tormentata, quella delle vittime: il britannico Peter Saunders, fondatore ed ex responsabile dell’associazione di vittime di pedofilia Napac e l’irlandese Marie Collins, entrambi nominati nel 2014, se ne andarono delusi, arrendendosi a lentezze, ostacoli e persino boicottaggi della Curia nei confronti del lavoro del gruppo; la neuropsichiatra infantile francese Catherine Bonnet, specializzata in violenze sessuali su minori, lasciò nel 2018 (v. Adista Notizie n. 8/18): aveva invano insistito sulla necessità di ascoltare le vittime, «singolarmente o nel quadro di associazioni come l’Ending Clerical Abuse (ECA)».

    La “nuova” agenda della Commissione

    Se la Commissione sembra dunque limitare fortemente la presenza di sopravvissuti al suo interno (lasciando il beneficio del dubbio sul una loro presenza “riservata”) afferma peraltro di volere che la voce delle vittime sia ascoltata, e a questo fine ha promosso dei Survivors Advisory Panels (SAP), con l’intento di individuare contenuti e modalità per includere le esperienze delle vittime e dei sopravvissuti all’interno delle politiche di tutela e di cura delle Chiese.

    La Commissione – che non si occupa di casi individuali – dovrà anche supervisionare l’applicazione delle linee guida delle Conferenze episcopali, in base a Praedicate Evangelium; a questo scopo essa è stata incaricata di collaborare con le Conferenze episcopali, le Diocesi e gli Ordini religiosi per garantire l’applicazione e l’efficacia delle linee guida, che oltretutto non sono ancora state elaborate da tutte le 114 Conferenze episcopali del mondo.

    Vengono inoltre istituiti meccanismi di segnalazione di abusi in tutta la Chiesa, in ottemperanza all’articolo 2 del motu proprio Vos Estis Lux Mundi del 2019, e la redazione di un Rapporto Annuale. Poiché vi è una grande disparità nella formazione e nella prevenzione degli abusi sessuali sui minori tra il Nord e il Sud del mondo, la Chiesa, ha spiegato p. Small, è chiamata a intervenire: a questo scopo la CEI – che, lo ricordiamo, continua a rifiutare una ricerca indipendente che dia un quadro dell’abuso in Italia, dove omertà ecclesiastica e vuoti giuridici lasciano il fenomeno ancora largamente sommerso e, dunque, non affrontabile – ha previsto uno stanziamento, per un periodo di tre anni, di fondi dell’8 per mille, per supportare la Commissione nella sua lotta agli abusi nel Sud del mondo.

    Quanto al Rapporto annuale, si tratterà di un documento descrittivo sull’applicazione e l’efficacia delle politiche e delle procedure di salvaguardia nella Chiesa, fornendo un feedback sulle misure di cura e accompagnamento delle vittime e indicazioni sulle best practices da attuare.

    Tra gli auspici formulati da p. Small, quello che il Rapporto annuale «fornisca un grado di trasparenza e responsabilità così urgente in tema di protezione e di gestione degli abusi: il Rapporto Annuale può costituire un importante punto di incontro e di dialogo con tutti i Dicasteri che compartecipano in qualche modo all’attuazione del safeguarding e nella protezione dei minori». Si tratterebbe, insomma, ha detto p. Small, di un approccio «inquadrato in termini di sinodalità. Definendo questo lavoro nella prospettiva della comunione e della sussidiarietà, il Santo Padre lo ha associato a due concetti fondamentali dell’essere e del fare della Chiesa».

    È da sottolineare, però, – e lo ammette lo stesso segretario ad interim della PCTM – che proprio alla luce del processo sinodale manca un “pezzo” importante: «il peso e il significato effettivamente attribuito alle esperienze delle vittime/sopravvissuti agli abusi sessuali da parte del clero nel processo sinodale sono ancora dolorosamente poco chiari e le testimonianze delle vittime/sopravvissuti sono state finora limitate, e l’impatto delle loro esperienze e intuizioni è difficile da discernere».

    https://www.adista.it/articolo/68958

  • Google oscura la mappa sugli abusi sessuali del clero della “Rete l’abuso”.  Violerebbe anti-bullismo e minacce

    Google oscura la mappa sugli abusi sessuali del clero della “Rete l’abuso”. Violerebbe anti-bullismo e minacce

    SAVONA-ADISTA. Il sito dell’associazione “Rete l’abuso”, che si presenta come “associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero”, è uno strumento fondamentale per chi, dentro e fuori la Chiesa cattolica, intenda approfondire il fenomeno degli abusi del clero sui minori attraverso un database di nomi, fatti, circostanze costruito sin dal 2010 da una realtà che resta tuttora l’unica in Italia ad occuparsi della tutela dei diritti delle vittime di preti pedofili.

    Strumento tanto più prezioso in un Paese, quale l’Italia, tra i pochi al mondo in cui le istituzioni laiche (cioè governo e parlamento) ed ecclesiastiche non hanno mai voluto realizzare un’inchiesta pubblica e indipendente su scala nazionale per far luce su un fenomeno ormai chiaramente endemico. All’interno del sito, anche una mappa che ricostruisce i casi recenti di pedofilia nelle oltre 220 diocesi italiane, attualmente più di 360.

    A corredo di questo database, una ricchissima rassegna stampa, con gli articoli su tutti casi di pedofilia clericale, le testimonianze di vittime e sopravvissuti, un contatore con il numero delle denunce, dei casi passati in giudicato, numero e ubicazione delle strutture riservate dove la Conferenza episcopale italiana invia i sacerdoti che hanno commesso reati nonché la mappa delle diocesi considerate non sicure (cioè le diocesi in cui si è verificato almeno un caso di violenza su bambini).

    Ebbene, la mappa che localizzava (attraverso “google maps”), preti condannati e indagati, in Italia e all’estero, e le comunità di recupero dove alcuni di essi sono riparati è stato oscurato nella notte tra il 17 e 18 ottobre scorso: la mappa non è più consultabile perché, come ha denunciato il presidente di Rete l’abuso, Francesco Zanardi, a parere di Google «violerebbe le Norme relative a “molestie bullismo e minacce”».

    Una decisione che ha sorpreso gli animatori del sito perché quello di “Rete l’abuso” – l’unico database italiano degli abusi sessuali del clero – è online da ben 12 anni. Probabilmente, spiegano, qualcuno dei preti segnalati sul database ha chiesto e ottenuto la cancellazione del proprio caso segnalando a Google un presunto stato di pericolo e/o discriminazione. Forse qualcuno che non essendosi potuto appellare al diritto all’oblio per ottenere la cancellazione dal sito degli articoli che lo riguardano, ha trovato il modo di renderne più difficoltoso l’accesso e la consultazione oscurando la mappa che li linkava.

    Da parte sua, “Rete l’abuso” ricorda che in altri Paesi, «per esempio, negli Stati Uniti, sono gli organi di Stato, come l’FBI, a pubblicare online nome, foto e residenza di chi è stato condannato o ritenuto socialmente pericoloso per questi crimini.

    Un manifesto a tutela della comunità che si basa sul dato scientifico che il predatore sessuale non è un malato, ma una persona con una grave devianza della personalità a cui non si può chiedere un autocontrollo. L’unico modo per poterlo integrare evitando che stupri altre persone è quello di dire alle potenziali vittime di stare attente».

    Per questo, scrive Zanardi, «Reputiamo grave quanto accaduto arbitrariamente per mano di Google, verosimilmente a seguito di una segnalazione, almeno si presume, per la quale però non vi è stata possibilità di legittima replica, tanto meno di conoscere la natura effettiva del contenzioso, data l’infamante accusa ai sopravvissuti italiani, che nei fatti vedono etichettato il loro diritto costituzionale al reclamo di giustizia (non concesso in Italia) come fosse “Bullismo; molestie; minacce” a chi lo ha stuprato, ed è stato graziato dai vuoti legislativi italiani e dalle continuate omissioni dei Governi». (valerio gigante)

  • GOOGLE chiude la mappa delle “DIOCESI italiane NON SICURE” della Rete L’ABUSO: arbitraria censura su dati di pubblico interesse

    GOOGLE chiude la mappa delle “DIOCESI italiane NON SICURE” della Rete L’ABUSO: arbitraria censura su dati di pubblico interesse

    Scompare dal web dopo 12 anni la mappa italiana dell’associazione Rete L’ABUSO. Uno dei pochi strumenti che i cittadini avevano nel vuoto delle Istituzioni italiane, per tentare di tutelare altri minori e i propri figli.

    Un oscuramento da parte di Google dell’unico database italiano degli abusi sessuali del clero che non stupisce, visti i precedenti tentativi di rimozione falliti. Anzi, fa riflettere: perché Google, infatti, se ne accorge dopo ben 12 anni dalla sua pubblicazione?

    Dando un’occhiata a quanto Google segnala, è verosimile pensare che qualche sacerdote abbia cercato di ottenere la cancellazione del proprio caso segnalando a Google e “reclamando” un presunto stato di pericolo e/o discriminazione (inesistente, in quanto attualmente non risultano casi con effettiva segnalazione).

    Va ricordato a questo proposito che, per esempio, negli Stati Uniti, sono gli organi di Stato, come l’FBI, a pubblicare online nome, foto e residenza di chi è stato condannato o ritenuto socialmente pericoloso per questi crimini. Un manifesto a tutela della comunità che si basa sul dato scientifico che il predatore sessuale non è un malato, ma una persona con una grave devianza della personalità a cui non si può chiedere un autocontrollo. L’unico modo per poterlo integrare evitando che stupri altre persone è quello di dire alle potenziali vittime di stare attente.

    La nostra richiesta a GOOGLE di revisione del reclamo (sulle cui motivazioni non abbiamo alcun dettaglio), per ora, è superata dalla scomparsa della mappa delle “Diocesi non sicure”, vista oramai da milioni di persone in 12 anni dalla sua creazione.

    Più di 360 casi di pubblico interesse scomparsi in una notte, che quantificavano, anche se per difetto, il vuoto dell’Italia, unico paese dell’UE a non aver mai indagato l’entità del problema: una ricerca richiesta dal 2019 anche dal Comitato per i diritti dell’infanzia dell’ONU, interrogata sul fenomeno con questa istanza.

    Come emerge dalla proiezione di Mark Vincent Healy’, l’Italia sembrerebbe il paese dell’UE con il più alto potenziale di abusi d’Europa.

    L’unico che però non ha mai messo in agenda un tavolo per valutare, visto i dati allarmanti che arrivano dagli altri Stati membri, ultima la Francia, che conta 330.000 vittime di 3000 preti pedofili, con una media di 72 bambini a sacerdote pedofilo.

    L’Italia ha più del doppio dei sacerdoti francesi, verosimilmente il doppio anche delle vittime. Eppure in Italia nessuno è preoccupato. Per primi i Governi.

    Reputiamo grave quanto accaduto arbitrariamente per mano di GOOGLE, verosimilmente a seguito di una segnalazione, almeno si presume, per la quale però non vi è stata possibilità di legittima replica, tanto meno di conoscere la natura effettiva del contenzioso, data l’infamante accusa ai sopravvissuti italiani, che nei fatti vedono etichettato il loro diritto costituzionale al reclamo di giustizia (non concesso in Italia) come fosse “Bullismo; molestie; minacce” a chi lo ha stuprato, ed è stato graziato dai vuoti legislativi italiani e dalle continuate omissioni dei Governi.

    “Le varie Convenzioni ratificate negli anni dall’Italia, in particolare quella delle Nazioni Unite per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, nella fattispecie di reati come quelli oggetto, inquadra la questione prevalendo il c.d. “Interesse superiore”, ancora più quando questo potrebbe coinvolgere soggetti minori. Pertanto insopprimibile ad ogni altra comparazione.”

    Ecco perché parliamo di arbitraria censura su dati di pubblico interesse da parte di GOOGLE


    P.s. In alternativa alla visualizzazione mappa, i quattro database storici separati, fonte della mappa oscurata da GOOGLE

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webposservatorio-permanente/database-abusi/

  • Pedofili, la prudenza della Cei  e la  tolleranza zero del papa

    Pedofili, la prudenza della Cei e la tolleranza zero del papa

    Federica Tourn Editoriale DOMANI – Per il cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei (Conferenza episcopale italiana), l’appuntamento è tra un mese esatto. Il 18 novembre è la data scelta dai vescovi per la Giornata nazionale di preghiera della chiesa italiana per le vittime e i sopravvissuti agli abusi.

    La ricorrenza coincide con la Giornata europea per la protezione dei minori e, nelle intenzioni della Cei, vorrebbe rimarcare la volontà di affrontare con decisione e trasparenza la questione delle violenze sessuali clericali.

    A fine maggio, appena eletto presidente dei vescovi italiani, Zuppi aveva promesso proprio per il 18 novembre la presentazione del primo report della Cei sulla realtà dei Servizi diocesani e dei Centri di ascolto, e sulla loro diffusione ed efficacia nell’azione di accoglienza delle vittime e di prevenzione degli abusi. Sarà il giorno della verità sulla reale volontà di Zuppi di voltare pagina su un fenomeno trattato sempre come interno alla chiesa, sottovalutando l’allarme sociale che genera. E di allinearsi realmente alla linea molto più netta di papa Francesco.

    LA VIA ITALIANA DI ZUPPI 

    Zuppi si è presentato come innovatore, promuovendo una “via italiana” alla lotta agli abusi. Un programma che è stato criticato perché la Cei, invece di avviare un’indagine indipendente, come hanno fatto i vescovi in Francia, Germania e Portogallo, ha previsto soltanto un’inchiesta interna, oltretutto limitata ai dati forniti dal Dicastero per la dottrina della fede inerenti al periodo che va dal 2000 al 2021, e a quelli emersi dal lavoro degli sportelli di ascolto fra il 2020 e il 2021. Un arco di tempo decisamente ristretto, soprattutto se si considera che questi servizi non sono nemmeno disponibili in tutte le diocesi italiane.

    Non solo: la stesura del report, che ha coinvolto «16 coordinatori per i Servizi regionali, 226 referenti per quelli diocesani e 96 responsabili dei Centri di ascolto», come ha comunicato la Cei, è stata affidata a una équipe dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza. Ad elaborare i dati e a valutare il lavoro dei Servizi diocesani è dunque un’istituzione privata strettamente legata alla chiesa, dato che le università cattoliche sono regolate, fra le altre cose, dal Codice di Diritto Canonico.

    Dove sta quindi l’indipendenza dell’analisi? Ancora una volta, a differenza di quanto lo stesso Zuppi aveva assicurato al momento della presentazione del programma di contrasto agli abusi, è la chiesa a giudicare sé stessa e il risultato rischia di essere un’analisi molto parziale della realtà degli abusi: un fenomeno pervasivo che le istituzioni ecclesiastiche hanno sempre teso a nascondere, prima negandolo e poi minimizzandone la portata, curandosi poco delle conseguenze per le vittime.

    D’altronde Zuppi aveva assunto un atteggiamento assai prudente quando, appena eletto, aveva dichiarato nella conferenza stampa di chiusura dell’assemblea dei vescovi che i sacerdoti pedofili sono pur sempre parte della chiesa, descritta come una madre che non abbandona i suoi figli in difficoltà. Lasciando il dubbio che per proteggere questi “figli che sbagliano” si mettano in pericolo i bambini che frequentano gli oratori, le parrocchie o l’ora di religione a scuola; e si tuteli il buon nome del sacerdote e della chiesa anche a costo di risarcire le vittime tramite accordi privati con vincolo di riservatezza, come abbiamo raccontato il 10 ottobre scorso nella precedente puntata dell’inchiesta sulla violenza nella chiesa, provocando la reazione della Cei di cui abbiamo dato notizia ieri.

    Uno dei fenomeni più preoccupanti a questo proposito è che molti di questi sacerdoti, anche dopo sentenze di colpevolezza, una volta scontata la pena si appellano al diritto all’oblio, chiedendo a testate giornalistiche e blog online di deindicizzare il proprio nome e la storia che li riguarda su internet.

    Il prete che non vuole che il suo passato di pedofilo salti fuori a una rapida ricerca su Google, si rivolge a una società specializzata che si incarica di rifargli una reputazione sul web, rendendolo non direttamente rintracciabile sui motori di ricerca. Oppure chiede direttamente la cancellazione dei contenuti da media e social network con un ricorso al Garante della privacy, secondo l’articolo 17 del Regolamento europeo 2016/679.

    Ma la pretesa di essere dimenticati è sempre accettabile? «Si tratta di un attento bilanciamentro fra il diritto all’oblio e il diritto all’informazione e il pubblico interesse – spiega l’avvocato Mario Caligiuri della Rete L’Abuso – soprattutto quando parliamo di soggetti che meritano una tutela particolare, come i minori. Per essere chiari: se un prete ha avuto una sentenza di violenza sessuale su un minorenne, ritengo che sia importante che rimanga segnalata, perché è interesse della collettività proteggersi dalla possibile reiterazione del reato del pedofilo».

    La preoccupazione è ancora più forte per i pedofili che non hanno dovuto rispondere alla giustizia dello Stato grazie alla prescrizione. Che cosa sappiamo, infatti, dei sacerdoti che in seguito a denunce o segnalazioni vengono dirottati in altre parrocchie o in strutture protette dalla chiesa?

    Papa Francesco ha più volte richiamato la chiesa alla trasparenza e alla segnalazione dei responsabili delle violenze sui minori, a partire dal motu proprio “Vos estis lux mundi”. Ne aveva riparlato qualche mese fa quando, con la costituzione apostolica “Praedicate Evangelium”, aveva incluso la Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori nella Curia romana, e più precisamente nell’ambito del Dicastero per la dottrina della fede, che si occupa anche di giudicare gli abusi sessuali del clero.

    L’URLO DI BERGOGLIO 

    «L’abuso, in ogni sua forma, è inaccettabile – ha detto Bergoglio durante l’udienza del 29 aprile con i membri della Commissione – L’abuso sessuale sui bambini è particolarmente grave perché offende la vita mentre sta sbocciando in quel momento. Invece di fiorire, la persona abusata viene ferita, a volte anche indelebilmente. Le persone abusate si sentono, a volte, come intrappolate tra la vita e la morte. Sono realtà che non possiamo rimuovere, per quanto risultino dolorose». Bergoglio ha esortato non solo la Commissione pontificia ma tutti i cattolici «a far conoscere queste ferite».

    «Vescovi, superiori religiosi, presbiteri, diaconi, persone consacrate, catechisti, fedeli laici: ogni membro della chiesa, secondo il proprio stato, è chiamato ad assumersi la responsabilità di prevenire gli abusi e lavorare per la giustizia e la guarigione». È un tema che ritorna spesso nelle preoccupazioni del vescovo di Roma, che in una recente intervista alla Cnn portoghese ha ripetuto che la pedofilia clericale è «una mostruosità».

    «Zero tolleranza sugli abusi», ha specificato il papa, che in quell’occasione ha aggiunto: «Un sacerdote non può rimanere prete se è un molestatore». Indicazione peraltro già presente nelle “Linee guida per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili” divulgate nel 2019 dalla Cei e dalla Conferenza superiore dei religiosi maggiori (che si occupa delle congregazioni religiose), dove si legge che un prete deve essere allontanato dal ministero, qualora sia «di pericolo per i minori e di scandalo per la comunità».

    I PEDOFILI INDISTURBATI 

    Eppure, sono tanti i sacerdoti che, con sentenze per abuso sui minori alle spalle o che hanno scampato la condanna penale soltanto grazie alla prescrizione, continuano a frequentare le parrocchie, dire messa e – cosa ancora più grave – insegnare catechismo ai ragazzini o gestire l’oratorio.

    È il caso di don Giorgio Carli della diocesi di Bolzano-Bressanone, o di don Silverio Mura, condannato dal tribunale civile di Napoli a risarcire la sua vittima ma ancora incardinato formalmente nella diocesi partenopea. I casi che stiamo raccontanto nella nostra inchiesta finanziata dai lettori, non sono certo gli unici.

    Tra sacerdoti assolti dai tribunali ecclesiastici o raggiunti da denunce per pedofilia e trasferiti dai vescovi in altre diocesi, l’elenco potrebbe essere lungo. Chissà se la Cei, per onorare la giornata del 18 novembre e rispondere agli appelli del papa sulla tolleranza zero, si rassegnerà ad aprire gli archivi e a rendere noti i nomi e gli incarichi attuali dei sacerdoti pedofili.

    https://www.editorialedomani.it/fatti/pedofili-la-prudenza-della-cei-e-la-tolleranza-zero-del-papa-jm4lyhk3

     

  • L’archivio oscuro della Chiesa di Medellín: 62 sacerdoti denunciati per abusi sessuali

    L’archivio oscuro della Chiesa di Medellín: 62 sacerdoti denunciati per abusi sessuali

    —Non hai mai scoperto che Roberto Cadavid era a Brooklyn a lavorare in una parrocchia?

    “Non lo sapevo. Ha risposto monsignor Ricardo Tobón.

    — E se l’avesse saputo, quale sarebbe stata la sua azione?

    — Avviserei il vescovo che era sospeso, che era in processo.

    Due mesi dopo questa intervista nel 2018, il vescovo di Brooklyn ha rivelato le due lettere con cui Ricardo Tobón Restrepo, arcivescovo di Medellín, aveva raccomandato al sacerdote Roberto Cadavid, pericoloso predatore sessuale di bambini, di lavorare nella diocesi di New York nel 2012 e poi nel 2015.

    Roberto Cadavid è libero oggi dopo aver violentato decine di bambini in diverse parrocchie dell’arcidiocesi di Medellin, insabbiati dal precedente arcivescovo, Alberto Giraldo Jaramillo, e dall’attuale arcivescovo, Ricardo Tobón Restrepo, che ha mentito in un’intervista per proteggere un pederasta che oggi non è stato chiamato dalla giustizia, nonostante le molteplici prove a suo carico.

    Ma Roberto Cadavid non è stato l’unico ad aver apprezzato l’insabbiamento di Ricardo Tobón. Decine di sacerdoti hanno beneficiato della protezione di un arcivescovo che è in grado di registrare un video per affermare che si tratta di un caso di persecuzione contro la Chiesa cattolica , copione già noto in tutto il mondo quando la stampa libera e indipendente indaga sulla pederastia in quel religioso istituzione.

    Carlos Yepes, famoso telepredicatore di Antioquia con più di un milione di iscritti su YouTube, è stato protetto da Ricardo Tobón dopo essere stato denunciato da tre uomini che affermano di essere stati vittime di abusi sessuali infantili da parte del famoso sacerdote . Invece di essere rimproverato da Tobón, Yepes ha ricevuto le congratulazioni dal suo arcivescovo per essere apparso nel 2018 su una stazione radio nazionale per insultare uno degli uomini che lo denunciava , che non ha abbassato da “diavolo”.

    Due anni dopo, Carlos Yepes è stato sospeso direttamente da papa Francesco, secondo il quotidiano El Colombiano . Da allora l’arcidiocesi di Medellin ha avviato un processo canonico presso il Tribunale ecclesiastico, guidato da sacerdoti amici, colleghi e compagni di Yepes. Una completa presa in giro da questi tribunali ecclesiastici che cercano sempre di assolvere i preti attraverso la Congregazione per la Dottrina della Fede, l’ufficio vaticano incaricato di “indagare” sui migliaia di casi di preti pedofili nel mondo e che, la maggior parte delle volte, finisce per punire i molestatori di bambini per qualche mese o qualche anno e poi mandarli in altre parrocchie, dove di solito tornano a violentare minori.

    Seppur sospeso, è molto probabile che Carlos Yepes venga assolto dai suoi colleghi in breve tempo e userà quell’assoluzione come trofeo per diffamare e vittimizzare nuovamente gli uomini che lo hanno denunciato. Intanto il sistema giudiziario colombiano dorme il sonno dei giusti e non osa avviare un’indagine d’ufficio contro il famoso sacerdote. Al contrario, indaga sui tre uomini e sul giornalista che ha pubblicato l’inchiesta, denunciati per diffamazione e calunnia da Yepes, come strategia per presentarsi innocenti davanti all’opinione pubblica.

    Yepes non è l’unico sacerdote famoso coinvolto in scandali sessuali. Juan Diego Ruiz Arango, protagonista del canale dei gesuiti Televid , è stato denunciato per essersi fatto ubriacare un minorenne e per avergli poi abusato sessualmente . La testimonianza di quest’uomo non è bastata a Ricardo Tobón per rimuovere il sacerdote dall’incarico. Al contrario, l’ha cambiata in una parrocchia migliore e poi ha mentito sulle informazioni che la Corte Costituzionale lo ha costretto a fornire. In quel documento, Tobón ha assicurato di non aver trovato prove convincenti contro Ruiz Arango , ma settimane fa si è scusato con la vittima.

    Uno dei casi più simbolici che dimostrano il disprezzo dell’arcivescovo Ricardo Tobón – e della Chiesa cattolica in generale – di sradicare la pedofilia ecclesiale è quello del Vicario generale dell’arcidiocesi di Medellín, Óscar Augusto Álvarez Zea. Questo sacerdote è il braccio destro dell’arcivescovo Tobón ed è colui che riceve denunce contro i suoi confratelli. Ma ecco una cosa che vale la pena notare: questo vicario è stato accusato, da fonte protetta, di aver messo a tacere un minore con cui il sacerdote affermava di avere una relazione da 20 milioni di pesos . Álvarez Zea è attualmente il parroco del Beato Mariano de Jesús Eusse, una delle parrocchie più ricche di Medellín, situata nel settore El Tesoro, nel quartiere El Poblado.

    Insieme a Roberto Cadavid, Carlos Yepes, Juan Diego Ruiz e Óscar Álvarez, ci sono altri 58 sacerdoti che sono stati denunciati all’arcidiocesi di Medellín, all’ufficio del procuratore generale ea Vorágine , che ha ricevuto decine di storie dai sopravvissuti. Ad esempio, Natalia Restrepo accusa il sacerdote Iván Darío Restrepo Salazar di averla abusata sessualmente, di averla messa incinta e costretta ad abortire.  Restrepo Salazar è stato denunciato da questa donna nel 2007; Le chiesero di perdonarlo e di andare avanti con la sua vita, mentre il sacerdote scalava i ranghi con la protezione di Alberto Giraldo e Ricardo Tobón Restrepo, gli ultimi due arcivescovi di Medellín. Nonostante la denuncia di Natalia, il sacerdote continua come parroco di Nostra Signora dell’Assunzione, nel quartiere Aranjuez di Medellín.

    Un altro dei sacerdoti denunciati per violenze sessuali su minori è José Elías Lopera Cárdenas, confessore di Pablo Escobar e leader del programma Medellín sin Tugurios , che finanziò l’allora boss della droga. Lopera Cárdenas è stata insabbiata dall’arcivescovo Ricardo Tobón, che ha omesso il suo nome nella risposta recentemente data ai media, obbligata dalla Corte costituzionale , nonostante il fatto che la denuncia contro Elías Lopera fosse ampiamente nota in tutto il paese.

    Ma questa non fu l’unica omissione dell’arcivescovo di Medellín. Decine di sacerdoti denunciati negli uffici arcidiocesani restano sotto la protezione di Tobón Restrepo, che ha dato solo pochi nomi per simulare la trasparenza.

    Quasi tutte le denunce contro questi 62 sacerdoti sono state depositate dalla Procura perché l’azione penale è già prescritta. Il procuratore María Victoria Salazar Congote, coordinatrice del Centro di assistenza globale per le vittime di abusi sessuali (CAIVAS) a Medellín, sembra essere il difensore d’ufficio dell’arcivescovo Ricardo Tobón e dell’arcidiocesi di Medellín. In risposta a un diritto di petizione inviatogli da Vorágine, ha affermato di non aver citato l’arcivescovo Tobón perché non c’è alcuna denuncia sessuale contro di lui . Il pm dimentica che Tobón Restrepo ha insabbiato tutti questi sacerdoti e che non ha mai informato la Procura di queste denunce, affinché, con il passare dei giorni, le prescrivessero.Come ha affermato in un’intervista il cardinale Rubén Salazar Gómez, chi viola è criminale tanto quanto chi lo insabbia . Sì, l’ha detto un cardinale al quale, nel tempo, un’inchiesta giornalistica ha scoperto che aveva insabbiato anche dei pederasti.

    Questa la lista con i profili dei sacerdoti denunciati per pederastia e abusi sessuali e dei vescovi che li hanno insabbiati. Uno di loro, Élkin Álvarez, è recentemente uscito in un video per dire che tutti i vescovi erano interessati a “porre fine a questa drammatica e terrificante situazione di abusi sui minori”. Giorni prima di quel video, Álvarez ha chiamato la vittima di un prete per chiedergli di tacere, dicendo che “parlava con attenzione”. Álvarez è ora vescovo di Santa Rosa de Osos ed è stato segretario della Conferenza episcopale della Colombia.

  • La chiesa compra il silenzio delle vittime

    La chiesa compra il silenzio delle vittime

    Federica Tourn per DOMANI – Da quasi vent’anni Massimiliano Gamalero bussa alla porta della Chiesa per denunciare il prete che aveva abusato di lui quando era ragazzo. E nessuno gli ha mai dato retta. Ma oggi che don Carlo Bottero, reo confesso, sta per compiere 74 anni, ecco che fa arrivare alla vittima una proposta di risarcimento per le violenze subite.

    Il prete si impegna a versargli venticinquemila euro in cinque anni, in comode rate di cinquemila euro ciascuna. A farsi garante dell’offerta è Luigi Testore, vescovo della diocesi di Acqui (provincia di Alessandria) a cui Bottero appartiene. Ma c’è il trucco: l’accordo contiene una clausola di riservatezza e, in caso di divulgazione da parte della vittima, l’impegno del prete verrà meno. Insomma: ti paghiamo in cambio dell’oblio.

    Questo è il vero buco nero della Chiesa italiana: quanti casi simili conosce? Quanti abusi sessuali dei sacerdoti sono stati seppelliti sotto la clausola di riservatezza? E questo è anche il problema del nuovo presidente della Cei (Conferenza episcopale italiana), il cardinale Matteo Zuppi che, come vedremo, sull’argomento è costretto a fare lo slalom tra ambiguità e contraddizioni.

    Quando iniziano le violenze, Massimiliano ha sedici anni e il prete venti più di lui. Don Carlo conosce bene il ragazzo: per otto anni è stato parroco a Mombaruzzo, il paese in provincia di Asti dove Massimiliano abita con la famiglia; è lui che lo ha cresimato soltanto due anni prima ed è stato anche il suo insegnante di religione alle superiori. «C’era un rapporto di fiducia fra di noi – ricorda Gamalero – ero stato rimandato in tre materie e mia madre gli chiese di aiutarmi in storia e letteratura in vista degli esami di riparazione». Tutti i giorni di quell’estate dell’84 Massimiliano prende il treno che da Mombaruzzo lo porta ad Acqui Terme per farsi dare lezioni di ripetizione nel Seminario vescovile di cui don Bottero è stato appena nominato rettore. Superato il grande portone d’ingresso, Massimiliano, i libri sotto il braccio, aspetta che il prete venga a prenderlo.

    «Mi portava in una stanza e lì, mentre leggevo, cominciava a toccarmi e io cercavo di sfuggire alla sua presa serrando le gambe, nella speranza che la smettesse – ricorda Gamalero – le braccia invece rimanevano inchiodate sul banco, come per far finta di niente o forse per paura di una reazione violenta». Il prete, però, continua. «Era come trasfigurato: più io tentavo di resistere, più lui usava la forza per costringermi. Cercava a tutti i costi di masturbarmi e ottenere la mia eccitazione. Alla fine è riuscito a spogliarmi e a portarmi su un divano, dove mi ha fatto sedere sulle sue ginocchia».

    Nel racconto emerge a questo punto un particolare che da solo racconta dell’ambiente clericale più di molte ammissioni di colpevolezza. Durante una di queste lezioni, mentre don Bottero sta come di consueto palpeggiando il ragazzo, all’improvviso entra nella stanza un altro prete. Il nuovo arrivato non si scandalizza, anzi, comincia a scherzare con il rettore che, senza alcun imbarazzo, continua a toccare Massimiliano. «Don Carlo era lì che armeggiava con il mio corpo e con naturalezza si mise a parlare con questo prete, senza neppure tentare di nascondere quel che stava facendo», precisa oggi la vittima. Massimiliano per i due preti non è che una cosa, un oggetto inanimato a cui non è necessario prestare attenzione.

    Che cosa accadeva abitualmente nel Seminario vescovile di Acqui, se gli abusi su un minore – a maggior ragione se commessi dal rettore, esempio e guida per i seminaristi – venivano considerati normali e il sacerdote non avvertiva neanche bisogno di dissimularli? Che genere di preti può aver formato un luogo simile, dove la violenza su un ragazzo non era considerata degna di rilievo? E soprattutto, la Chiesa che cosa fa di fronte a vicende come questa che conosce in ogni particolare?

    Don Carlo Bottero rimane al suo posto di rettore del Seminario di Acqui per ben nove anni, dal 1983 fino al 1992, quando viene destinato dall’allora vescovo Pier Giorgio Micchiardi alla parrocchia di Spigno Monferrato, nell’alessandrino.

    Per Massimiliano inizia il periodo della rimozione dell’abuso: «Per vent’anni ho nascosto l’accaduto a tutti, anche a me stesso – commenta – mi vergognavo profondamente e mi sentivo in colpa per non essere riuscito a difendermi». Sono anni difficili, in cui non riesce ad avere relazioni sentimentali soddisfacenti e anche l’inserimento nel mondo del lavoro è problematico: è demotivato e sfiduciato nei confronti della vita e delle persone che incontra. Nel ’93, arrivano i primi episodi di depressione e le crisi di panico, ma dovranno passare ancora dieci anni prima che trovi la forza di denunciare. A quel punto sono trascorsi quasi vent’anni dagli abusi, troppi per poter ricorrere alla giustizia dello Stato; ma non per quella ecclesiastica, che fissa proprio a vent’anni la prescrizione per questo genere di delitto.

    Gamalero sente l’urgenza di essere ascoltato, ma non sa che stanno per scadere i termini per la denuncia alla Congregazione per la Dottrina della fede. Lo sa invece il vescovo Micchiardi: «Mi disse di stare tranquillo – racconta Gamalero – e di non preoccuparmi del prete, che ci avrebbe pensato lui». Infatti il vescovo ci pensa, guardandosi bene dall’avviare un’indagine su don Bottero, che viene però prontamente trasferito da Spigno a Canelli, nell’astigiano, dove diventa parroco della chiesa di San Leonardo. Mentre il vescovo fa melina, scatta la prescrizione anche per il processo canonico: «Micchiardi mi ha fatto perdere l’ultima occasione che avevo per portare don Carlo davanti a un tribunale», puntualizza amaro Gamalero. Se il vescovo tace, il parroco di Mombaruzzo don Pietro Bellati, a cui Gamalero chiede aiuto, non è da meno e gli suggerisce di dimenticare tutto: «Mi disse testualmente che non voleva “andare a fare del can can”».

    Intanto ansia, depressione e deliri di persecuzione continuano ad assillare la vittima: sviluppa disturbi della personalità e gli viene diagnosticata anche la fibromialgia, una malattia debilitante che comporta dolori diffusi e stanchezza cronica. A causa dei problemi fisici e psicologici causati dal trauma subito, per due anni non riesce nemmeno ad andare a lavorare. Nel 2017, sentendosi abbandonato dalle istituzioni, va a suonare alla porta di don Bottero, che nel frattempo è stato nominato responsabile della formazione degli aspiranti diaconi e direttore dell’Asilo infantile Cristo Re di Villanuova di Canelli, dove è sempre a contatto con i bambini. «Gli ho rinfacciato tutto quello che mi aveva fatto – racconta la vittima – e lui non ha negato, anzi, voleva che lo perdonassi». Don Bottero ammette quindi le violenze e di lì a poco si dimette anche da parroco, scegliendo un profilo più basso in parrocchia.

    Gamalero, non soddisfatto, a marzo di quest’anno torna alla carica con il nuovo vescovo Luigi Testore, che nel frattempo ha sostituito Micchiardi alla guida della diocesi di Acqui. Segretario particolare del cardinale Carlo Maria Martini dall’80 all’86, Testore è un esponente di spicco della diocesi ambrosiana e della stessa Cei, dove è membro del Consiglio per gli affari economici. Testore si dice subito pronto a ricevere Gamalero e, di fronte al racconto della vittima, si impegna a incontrare il prete e ad avviare la canonica “investigatio previa”. Indagine che si svolge velocemente tanto che, due mesi dopo, il 13 maggio scorso, il vescovo invia i risultati al Dicastero per la dottrina della fede (ex Congregazione): è vero che i fatti sono ormai prescritti, ma il Dicastero, se lo ritiene opportuno, ha la facoltà di derogare ai termini. Un mese dopo, monsignor Testore scrive a Gamalero che Bottero si è dichiarato colpevole. «Preferivo attendere istruzioni da Roma prima di comunicarglielo e Le sarei grato se Lei tenesse la cosa per sé fino a quando mi arriveranno precise indicazioni», scrive il vescovo, e aggiunge: «Ho sentito il mio predecessore, che mi ha confermato quanto da Lei riferito».

    Vent’anni dopo, dunque, monsignor Micchiardi, ormai emerito, ammette di essere sempre stato a conoscenza dell’abuso, ma non una parola viene spesa dai due vescovi sulla mancata denuncia alla Congregazione per la dottrina della fede nel 2003. «Quando gli ho chiesto cosa pensasse del vescovo precedente, che mi aveva tenuto buono per anni impedendomi di chiedere giustizia, mi ha risposto che monsignor Micchiardi non aveva un intento malevolo ma soltanto l’intenzione di aiutarmi», commenta Gamalero. Un aiuto “spirituale” che evidentemente non poteva prescindere dal mantenere il silenzio sulla vicenda e che ha messo il prete pedofilo al riparo da indagini interne che potessero verificarne l’attitudine a occuparsi di bambini e adolescenti. Perché la conseguenza (voluta) degli insabbiamenti è proprio questa: lasciare che un pedofilo continui a venire in contatto con i minori, con la possibilità tutt’altro che infrequente che ripeta gli abusi.

    Il verdetto del Dicastero per la dottrina della fede arriva a fine estate: il vescovo Testore il 14 settembre scorso convoca Gamalero e gli riferisce che il suo caso non è stato ritenuto abbastanza grave da permettere una deroga per aprire un processo a don Bottero. «Il Dicastero ha considerato non superabile la prescrizione e che non fosse quindi possibile adottare alcun provvedimento canonico», dichiara il vescovo a Domani. Il motivo? Lo ha spiegato con parole più chiare lo stesso monsignor Testore alla vittima: «Il vescovo mi disse che il Dicastero riapre casi prescritti soltanto di fronte a situazioni estreme, come gli abusi avvenuti durante la confessione», riporta Gamalero. Par di capire cioè che per la Chiesa è gravissima la molestia sessuale durante la confessione, meno grave la pedofilia durante una ripetizione di latino. Sottigliezze teologiche sulle quali sarebbero benvenuti gli autorevoli commenti del papa Bergoglio.

    La faccenda però non si chiude qui, anzi. In mancanza di una sentenza di colpevolezza, il vescovo Testore non può sanzionare il sacerdote, per quanto reo confesso, ma propone alla vittima un risarcimento. Don Carlo Bottero è infatti pronto a mettere mano al portafoglio per poter compensare in qualche modo la sofferenza causata. Gamalero allora fa un rapido calcolo delle sole sedute di psicoterapia dal 2008 ad oggi, senza includere i farmaci, e arriva a una cifra che si aggira intorno ai 36500 euro, sottolineando che rappresentano una minima parte del danno subito. Il primo ottobre arriva, sempre tramite il vescovo, la proposta di don Bottero, in cui la somma richiesta è già drasticamente ridimensionata. Il prete, dopo aver ribadito le sue scuse per «i fatti avvenuti nel 1984», si impegna infatti a versare venticinquemila euro in cinque rate annuali «per sovvenire alle spese mediche affrontate, pur consapevole che queste siano state negli anni ben superiori». L’impegno però verrebbe meno in caso di morte o di divulgazione dell’accordo. «Il vescovo mi disse che la proposta di risarcimento di don Bottero era un atto di gratuità, perché ormai non potevo più ricorrere alle vie legali», sottolinea Gamalero.

    Un gesto che in realtà tanto gratuito non era, considerato il vincolo della clausola di riservatezza. «Desiderei che questo scritto fosse considerato strettamente privato e personale, per questo ritengo che una eventuale divulgazione farebbe venir meno l’impegno da me sottoscritto», precisa infatti il prete nel documento. «Si tratta di un atto unilaterale di grande sensibilità, che la persona ha assunto per iscritto senza averne alcun obbligo. Egli ha indicato che si trattava di “scrittura privata”, il cui contenuto andava quindi considerato confidenziale», ribadisce dal canto suo a Domani monsignor Testore.

    Il primo bonifico è già pronto a partire ma Gamalero, via mail, rifiuta la clausola di segretezza, che bolla come «falsa e immorale» perché a questo punto, persa o negata la possibilità di un processo, «non ci sarebbe nulla di ufficiale sull’ammissione di colpevolezza» di don Bottero. «Bisogna però tener conto – gli risponde il vescovo – che non si tratta di una transazione ma di un impegno unilaterale che esprime davvero un desiderio di riparazione da parte del Bottero. E che quindi va considerato e apprezzato». Gamalero però è inamovibile e ribadisce che accetterà il risarcimento «solo ed esclusivamente se reso pubblico»; chiede inoltre al vescovo copia dei documenti relativi all’indagine previa e alla risposta del Dicastero, che gli vengono negati. «L’unico documento che ho visto in tutta questa vicenda è quello di don Bottero, che pretende un inaccettabile silenzio sull’abuso in cambio di 25 mila euro, una miseria in confronto al danno psicofisico che ho subito», commenta amaramente Massimiliano Gamalero.

    Questo non è certo l’unico caso in cui la Chiesa cerca di chiudere la bocca ai sopravvissuti alla violenza clericale attraverso dei risarcimenti vincolati al silenzio. Quanti avranno avuto la determinazione (o la possibilità economica) di respingere un’offerta simile? Quanti, abusati dai preti da piccoli, una volta adulti hanno accettato questi accordi?

    «Sono transazioni note da da anni – conferma Francesco Zanardi, presidente della Rete l’Abuso – io sono a conoscenza di una quarantina di casi ma sono certamente molti di più. La somma proposta non supera mai i venticinquemila euro, ma fino a una decina di anni fa era anche più bassa, oscillava fra i cinque e i venticinquemila. Si tratta di cifre ridicole ma la vittima spesso vive in condizioni psicofisiche estreme e non è in grado di rifiutare». Queste scritture private non sono contrarie alla legge, sia chiaro: il problema si pone su un piano etico, perché si realizzano in un contesto in cui la vittima è in condizione di fragilità psicologica a causa di quello che ha passato. «Spesso le persone che hanno subito violenza, pur prendendosela con il singolo prete, si fidano del contesto ecclesiastico e non si fanno nemmeno assistere da un legale», conferma l’avvocata Daniela Cultrera, che si è occupata di queste transazioni nel contesto clericale. «Lo schema è sempre lo stesso. Il confidente spirituale o una persona che riveste un ruolo di rilievo nella comunità spinge la vittima ad accettare l’accordo, presentandolo come un gesto di riconciliazione. Siamo di fronte a una vera e propria manipolazione di queste persone, che alla fine si sentono in colpa a rifiutare un gesto che è fatto “per il loro bene”. L’obiettivo invece è difendere la Chiesa».

    Eppure il presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi, si è sempre mostrato tiepido nei confronti di qualsiasi tipo di indennizzo alle vittime e proprio a Zanardi, durante un colloquio privato avvenuto l’estate scorsa, ha ribadito di essere contrario ai risarcimenti non per la clausola di riservatezza ma perché potrebbero incentivare le denunce a scopo di profitto. Dunque la “via italiana” della Cei alla lotta agli abusi sessuali dei sacerdoti passa attraverso questi “atti unilaterali di grande sensibilità” con vincolo di riserbo? Quanti di queste scritture private sono note alla Cei? Interpellato in proposito da Domani, il presidente della Cei si è limitato a citare le linee guida (contraddittorie) approvate dall’assemblea dei vescovi nel 2019: «La valutazione di eventuali clausole di riservatezza che potrebbero essere inserite nei contratti relativi al risarcimento del danno va fatta in relazione ai casi concreti, e in ogni caso non può di certo incidere sulla libertà della vittima di un abuso di ricercare la verità e di perseguire la giustizia negli ambiti civili e canonici». Però, precisa ancora Zuppi, «nessun silenzio o occultamento può essere accettato in tema di abusi». Due affermazioni incompatibili: infatti, se il silenzio sugli abusi è inaccettabile per la Cei, logicamente lo devono essere anche le clausole di riservatezza.

    Il senso di queste transazioni è chiaro: pagare le vittime perché tacciano la violenza subita. Dimenticare, nascondere, non far sapere: questo l’imperativo della Chiesa, che bada innanzitutto a non fare del “can can”. Un sistema che ignora la sofferenza delle vittime e la loro legittima richiesta di giustizia e, al contrario, agevola i pedofili che, protetti dalla negligenza dei loro superiori, rimangono liberi di continuare a molestare ragazzini da una parrocchia a un’altra. Nei corridoi delle curie spesso si conoscono i casi nei dettagli molto prima che arrivino (se arrivano) agli sportelli di ascolto diocesiani. Per quanto riguarda Acqui, il vescovo Testore ha assicurato a Domani che non risultano altre vittime nella sua diocesi, eppure a quanto pare don Bottero non era l’unico: il parroco di Mombaruzzo don Bellati ha confidato a Gamalero che in zona c’era un altro prete pedofilo, un’altra famiglia in preda alla disperazione. Nascondere gli abusi infatti non significa solo non voler sapere, come chiosa lo stesso Gamalero: «I preti non parlano ma le cose le sanno, eccome se le sanno».

    La storia finisce con un nuovo colpo di scena: nonostante il fermo rifiuto di Gamalero, i primi 5 mila euro del prete pedofilo sono stati accreditati sul suo conto. i primi cinquemila euro. «Ho detto al vescovo Testore di lasciarmi in pace perché sto male – taglia corto lui – e i soldi li ho già restituiti a don Bottero. Il mio silenzio non si compra».

    https://www.editorialedomani.it/fatti/preti-pedofili-pagamenti-silenzio-vittime-ec52nkag

     

  • Il Consiglio d’Europa si occupa degli abusi sui minori in Europa

    Il Consiglio d’Europa si occupa degli abusi sui minori in Europa

    Gli abusi negli orfanotrofi dell’Europa sudorientale, i bambini strappati alle famiglie nelle colonie, gli abusi clericali: ogni Paese europeo ha la sua storia di abusi. Decine di migliaia di vittime di sfruttamento, maltrattamenti e abusi sessuali vivono al centro dell’Europa. A causa degli abusi, hanno ancora oggi gravi problemi fisici e psicologici, vivono in condizioni di povertà o di isolamento sociale, senza un sostegno specifico da parte dello Stato e della società. “Le vittime soffrono ancora oggi in modo massiccio per gli abusi che hanno dovuto subire da bambini. Tuttavia, la maggior parte dei paesi finora non ha riconosciuto, fatto i conti o riparato. Questo non è compatibile con i valori europei”, afferma Guido Fluri. Insieme a gruppi di sopravvissuti di tutta Europa ha lanciato la Justice Initiative,

    Per mostrare la dimensione dell’ingiustizia e della sofferenza, in questi mesi sono stati ritratti testimoni da tutta Europa. La mostra fotografica “SHAME – European Stories”, inaugurata oggi al Consiglio d’Europa a Strasburgo, dà per la prima volta un volto e una voce a queste vittime di abusi. Le foto sono state scattate dal pluripremiato fotografo Simone Padovani.

    Segretario generale del Consiglio d’Europa: i bambini soffrono in silenzio

    Nel suo intervento, la Segretaria Generale del Consiglio d’Europa, Marija Pejčinović Burić, ha elogiato la Fondazione Guido Fluri per aver dato voce alle vittime di abusi sessuali su minori attraverso la “Justice Initiative”. “Sono lieta che il Consiglio d’Europa sia stato in grado di ospitare la mostra “Vergogna – Storie europee” presso la nostra sede di Strasburgo e spero che serva da incentivo per ulteriori azioni”, ha affermato. «La violenza sessuale sui bambini non è solo abominevole, ma anche fonte di un danno profondo, profondo e duraturo. Succede in ogni paese, a bambini di ogni estrazione sociale, e può avvenire solo una volta, o ripetutamente, ovunque, a casa oa scuola del bambino, fino al club sportivo locale. Molti di questi bambini soffrono in silenzio,

    Il movimento svizzero vuole una rivalutazione a livello europeo

    Anche in Svizzera i casi di abuso sono stati tabù per decenni. Nelle istituzioni statali e ecclesiastiche e nelle case private, migliaia di bambini sono stati sistematicamente umiliati, puniti e talvolta abusati sessualmente. Oggi, la storia degli abusi viene ampiamente rivista in tutto il paese. Ci sono memoriali in tutto il paese, la materia viene insegnata nelle scuole, si scrivono libri e si producono film. Il capitolo oscuro della storia sociale svizzera fa ormai parte della storia svizzera.

    Un percorso simile per l’Europa deve ora essere aperto dalla mozione del consigliere nazionale Pierre-Alain Fridez, l’ex presidente della delegazione svizzera al Consiglio d’Europa. Secondo questa mozione, il Consiglio d’Europa e gli Stati membri dovrebbero garantire un’indagine scientifica indipendente sulla violazione dei diritti dei bambini nei singoli paesi. Il Consiglio d’Europa e gli Stati membri dovrebbero garantire il riconoscimento ufficiale dei bambini che hanno subito qualsiasi tipo di violenza sessuale, fisica e psicologica. Allo stesso modo, la mozione chiede che le vittime ricevano una qualche forma di riparazione e che le leggi esistenti negli Stati membri siano orientate alla protezione di tutti i bambini da abusi e maltrattamenti.

    Audizione dei sopravvissuti al Consiglio d’Europa

    Martedì l’udienza si svolgerà nella commissione competente del Consiglio d’Europa. Verrà discussa la citata mozione “Gli abusi sui minori in Europa: rivalutazione, risarcimento e prevenzione”. Durante l’udienza, le vittime avranno l’opportunità di testimoniare davanti alla commissione riunita e di richiamare l’attenzione sull’urgenza delle loro preoccupazioni. Ai parlamentari parlerà anche Guido Fluri, promotore della “Iniziativa Giustizia”. L’obiettivo è raggiungere una netta maggioranza per il riesame, che sarà poi votato in assemblea.

    “SHAME – European Stories” at the Council of Europe