Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Nativi canadesi, il genocidio dimenticato

    Nativi canadesi, il genocidio dimenticato

    scritto da MARCO CINQUE – Quando si parla delle popolazioni native americane, si dimentica quasi del tutto che molte di queste, oltre che negli Stati Uniti si trovano in Canada, anche se distribuite in comunità più piccole e meno conosciute. Dello stesso Canada poi, nell’immaginario collettivo, si ha un’idea stereotipata di paese molto rispettoso dei diritti umani e civili, ma nella realtà questi diritti non valgono granché per i popoli aborigeni.

    Lo testimoniano le politiche di assimilazione forzata imposte ai bambini indigeni, strappati alle loro famiglie e internati in un sistema di scuole religiose, le boarding schools, istituite sin dagli inizi del Novecento, dove vennero internati circa centocinquanta mila bambini, tra i quali persero la vita più del quaranta per cento, come riportava, nel 1907, la testata quotidiana Montreal Star. Un vero e proprio genocidio, stimato in più di cinquanta mila bambini deceduti in quelle scuole.

    Ma da quando la tragedia delle violenze, delle sterilizzazioni, degli stupri e degli omicidi di bambini indigeni nelle scuole residenziali religiose canadesi (su 118 residential schools, 79 erano cattoliche romane e dipendevano direttamente dalla Santa Sede) è stata resa pubblica, si sono espressi dubbi, ipotizzando una campagna di disinformazione o considerando la denuncia alla stregua di una strumentale esagerazione giornalistica: come si possono definire questi crimini, sempre che ci siano stati, addirittura un genocidio? E com’è stato possibile che nessuno tra religiosi, famiglie delle vittime e istituzioni, in tanti anni non abbiano mai denunciato le torture e gli omicidi perpetrati ai danni di decine di migliaia di bambini indiani?

    Basta approfondire molti aspetti del vecchio sistema legislativo canadese per avere le idee più chiare.

    Ad esempio, la Federal Indian Act del 1874, tutt’ora in vigore, ribadisce l’inferiorità legale e morale degli indigeni ed ha istituito il sistema delle scuole residenziali. Poi la Gradual Civilization Act del 1857, legge che obbligava le famiglie indigene a firmare un documento che trasferiva alle scuole residenziali cristiane i diritti di tutela dei loro figli. Se ci si rifiutava c’era l’arresto immediato oltre a sanzioni economiche.

    Ma il trasferimento legale dei diritti di tutela dei minori si trasformava anche in trasferimento dei beni dei bambini deceduti, così le scuole residenziali hanno lucrato su quelle morti, appropriandosi di terre che poi rivendevano soprattutto alle multinazionali del legname.

    Sono molte le voci dei superstiti delle residential school, che raccontano gli orrori subiti.

    Testimoniava Steven H., dalla St Paul’s Catholic day School:

    Quando avevo sei anni, proprio davanti ai miei occhi vidi una suora ammazzare una bambina. Era suor Pierre, ma il suo vero nome era Ethel Lynn. La bambina che uccise si chiamava Elaine Dik e aveva cinque anni. La suora la colpì con violenza dietro il collo e io udii quell’orribile schiocco. Morì proprio dinanzi a noi. Poi la suora ci disse di scavalcarne il corpo e andare in classe. Era il 1966.

    O ancora le parole di Rick La Vallee, che del suo trauma ricorda:

    Mio fratello morì a causa di una scossa elettrica data da un ago da bestiame. Aveva quattro anni, i preti lo trascinarono e lo ferirono, gli tagliarono la pelle sotto la fronte con una frusta. Come la frusta dei cavalli. Era tagliente e aveva sopra delle lame. Io ero lì, lo sentivo gridare aiuto. Subito dopo c’era un mare di sangue sul pavimento, ma non lo portarono all’ospedale, in infermeria o altrove, e quello accadde allora, quando ero lì. Lo sento ancora che grida aiuto: “Rick, aiuto, mi stanno torturando! Sto morendo!”. E poi morì. Era il mio unico, il mio miglior amico e il mio unico fratello che ho sempre amato.

    Nella British Columbia, la Sterilization Law, approvata nel 1933 e tuttora attiva, ha consentito di far sterilizzare in maniera massiccia e pianificata qualsiasi ospite nativo delle scuole residenziali.

    Le sterilizzazioni sono state di frequente attuate nei confronti di interi gruppi di bambini indigeni quando questi avevano raggiunto la pubertà, in istituti quali la Provincial Training School di Red Deer, in Alberta, ed il Ponoka Mental Hospital. Sarah Modeste, della Cowichan Nation, ricorda:

    Il dottor James Goodbrand sterilizzò molte delle nostre donne. Ho sentito personalmente Goodbrand dire che il governo lo pagava trecento dollari per ogni donna che sterilizzava.

    Probabilmente è proprio grazie a queste leggi che, all’interno delle scuole religiose, la certezza dell’impunità ha permesso che degli orrendi crimini venissero considerati semplici effetti collaterali di quel sistema.

    Secondo un rapporto del dottor Peter Bryce, una buona parte delle morti dei bambini nativi nelle scuole residenziali avvenne a causa della tubercolosi. Era pratica corrente, documentata anche da un repertorio di immagini fotografiche, mescolare deliberatamente bambini sani a bambini malati. Una volta infettatati, agli ospiti degli istituti non venivano fornite cure ed erano lasciati morire.

    Già dal secondo decennio del secolo scorso i giornali canadesi affermavano che il tasso di mortalità dei bambini indigeni nelle boarding schools era superiore al cinquanta per cento di quanti erano obbligati a frequentarle, cioè più di un bambino su due in quelle scuole ci moriva.

    In molti erano coinvolti, ad ogni livello istituzionale, in queste terribili violazioni.

    Dai fascicoli riservati del tribunale dell’Ihraam, contenenti le dichiarazioni di fonti confidenziali, emerse che:

    Una sorta di accordo sulla parola fu in vigore per molti anni: le chiese ci fornivano i bambini dalle scuole residenziali e noi incaricavamo l’Rcmp di consegnarli a chiunque avesse bisogno di un’infornata di soggetti da esperimento: in genere medici, a volte elementi del dipartimento della difesa. I cattolici lo fecero ad alto livello nel Quebec, quando trasferirono in larga scala ragazzi dagli orfanotrofi ai manicomi. Lo scopo era il medesimo: sperimentazione. A quei tempi i settori militari e dell’intelligence davano molte sovvenzioni: tutto quello che si doveva fare era fornire i soggetti. I funzionari ecclesiastici erano più che contenti di soddisfare quelle richieste. Non erano solo i presidi delle scuole residenziali a prendere tangenti da questo traffico: tutti ne approfittavano, e questo è il motivo per cui la cosa è andata avanti così a lungo; essa coinvolge proprio un sacco di alti papaveri.

    Gli esperimenti sui bambini nativi sono stati confermati dalle testimonianze di altri sopravvissuti, come quella di Jasper Jospeh, che denunciava:

    Avevo soltanto otto anni, e ci avevano mandato dalla scuola residenziale anglicana di Alert Bay al Nanaimo Indian Hospital, quello gestito dalla Chiesa Unitaria. Lì mi hanno tenuto in isolamento in una piccola stanza per più di tre anni, come se fossi un topo da laboratorio, somministrandomi pillole e facendomi iniezioni che mi facevano star male. Due miei cugini fecero un gran chiasso, urlando e ribellandosi ogni volta. Così le infermiere fecero loro delle iniezioni, ed entrambi morirono subito. Lo fecero per farli stare zitti.

    Oltre alle decine di migliaia di morti delle scuole residenziali, le conseguenze di questo genocidio si continuano a manifestare sui sopravvissuti, attualmente vittime di un contesto di assoluto degrado psicologico, sociale e ambientale, le cui condizioni sono definite da organismi per la tutela dei diritti umani delle Nazioni Unite, quelle di “una popolazione colonizzata al limite della sopravvivenza, con tutte le caratteristiche di una società da terzo mondo”.

    In merito alle scuse ufficiali dell’11 giugno 2008 che il primo ministro, Stephen Harper, chiese a nome del governo canadese per gli abusi inflitti alle popolazioni indigene, due anni dopo, nel 2010, venne domandato all’ambasciatore canadese a Roma, James Fox, se ci fossero stati degli sviluppi:

    La legge finanziaria 2010 del governo canadese ha annunciato centonovantanove milioni di dollari per i prossimi due anni per garantire la continuità dei servizi di igiene mentale e supporto emotivo forniti agli ex studenti e alle loro famiglie, nonché la tempestività ed efficienza delle erogazioni agli ex studenti

    scrissero dall’ambasciata, specificando poi che

    l’accordo di riconciliazione (settlement agreement) da corrispondere agli ex studenti che hanno risieduto presso una scuola sesidenziale indiana, comprende elementi individuali e collettivi per il risarcimento.

    Nonostante l’impegno del governo canadese riguardo i risarcimenti e la revisione di alcune leggi, non sono ancora giunte chiarificazioni in merito all’apertura di eventuali inchieste giudiziarie tese a stabilire le responsabilità dei crimini e degli omicidi avvenuti nelle residential schools. Vale a dire che si ammettono i crimini senza però che vengano perseguiti coloro che li hanno commissionati e materialmente eseguiti.

    Nessuna risposta è seguita invece alle domande rivolte all’ex papa Ratzinger e ai vertici vaticani da dodici anziani del Consiglio che rappresentano le nazioni Cree, Squamish, Haida e Metis e nessun riferimento o commento a questa tragedia risulta peraltro pervenuta dall’attuale pontefice.

    Tra le altre cose, gli anziani del Consiglio hanno chiesto di

    […] identificare il posto dove sono sepolti i bambini morti, affinché i loro resti vengano restituiti ai familiari per una degna sepoltura […], di identificare e consegnare le persone responsabili per queste morti […], di divulgare tutte le prove riguardanti questi decessi e i crimini commessi nelle scuole residenziali, consentendo il pubblico accesso agli archivi del Vaticano ed ai registri delle altre chiese coinvolte[…], di revocare le bolle pontificie Romanus Pontifex (1455) e Inter Caetera (1493), e tutte le altre leggi che sanzionarono la conquista e la distruzione dei popoli indigeni non-cristiani nel Nuovo Mondo[…], di revocare la politica del Vaticano che richiede che vescovi e preti tengano segrete le prove degli abusi subiti da bambini indigeni nelle loro chiese invitando le vittime al silenzio.

    marcocinque.altervista

     

     

  • Italy  #ChurchToo – NAPOLI 7-8 Aprile, Sit-in delle vittime di preti pedofili davanti al Duomo

    Italy #ChurchToo – NAPOLI 7-8 Aprile, Sit-in delle vittime di preti pedofili davanti al Duomo

    Un Sit-in di due giorni davanti al Duomo di Napoli dove diverse vittime, mettendoci la faccia, protesteranno chiedendo conto al Cardinale Crescenzio Sepe e alla Diocesi napoletana, sull’esito dei loro procedimenti canonici, divenuti ormai come il segreto di Pulcinella.

    L’iniziativa non violenta partita dalle vittime e patrocinata dall’Associazione Rete L’ABUSO, nasce soprattutto a seguito dell’ultimo scandalo napoletano, quello del sacerdote Silverio Mura recentemente scoperto a fare il prete sotto falso nome in un piccolo paesino del nord, Montù Beccaria, dove da un anno circa, malgrado le denunce, operava ancora a stretto contatto con i minori.

    La Rete L’ABUSO ha svolto alcune indagini sul caso scoprendo che don Silverio Mura arriva nel piccolo cento di Montù Beccaria poco più di un anno fa, dopo la morte della madre.

    A proporlo come aiuto al parroco di Montù – don Simone Baggio – sarà padre Egidio Pittiglio, un sacerdote della Diocesi di Cremona che ha fatto carriera, oggi è Superiore Generale della Congregazione dei Missionari della Divina Redenzione e vive proprio a Napoli, per esattezza a Nola e assegnato alla Parrocchia dei Santi Cosma e Damiano, Carbonara di Nola.

    Da quanto apprendiamo, padre Pittiglio avrebbe proposto da subito don Silverio Mura con un nome falso (Saverio Aversano) al parroco di Montù, che così riuscirà ancora una volta a nascondersi insieme ai suoi scheletri, fino allo scorso 7 marzo, quando un servizio delle IENE lo smaschera.

    Di qui la rabbia delle vittime di don Silverio Mura, quella delle mamme di Montù Beccaria, ma in particolare quella della vittima Diego Esposito, che da otto anni, dopo essersi sottoposto ad un processo canonico, poi insabbiato dalla Diocesi e riaperto lo scorso 17 febbraio da Papa Francesco, scopre l’ennesima presa in giro, che questa volta potrebbe essere costata cara anche ad altri minori, cosa per lui e per noi tutti inaccettabile.

    Un’iniziativa rara in Italia dove generalmente siamo abituati a vedere i fedeli in processione per difendere il pedofilo, mai nessuno per la vittima.

    L’iniziativa coinvolgerà le vittime di due casi insabbiati nel napoletano, quello di don Silverio Mura e quello di don Maurizio Palmieri.

    Sarà presente nei due giorni di Sit-in anche il Presidente della Rete L’ABUSO Francesco Zanardi, anche lui vittima di abusi, che personalmente vuole sostenere in questa lodevole iniziativa civile e non violenta le vittime napoletane e le loro famiglie che saranno presenti al Sit-in del 7 e 8 aprile.

    L’iniziativa è patrocinata dalla Rete L’ABUSO (Associazione italiana dei sopravvissuti agli abusi sessuali del clero) e rientra nelle iniziative internazionali del programma #ItalyChurchToo

    L’Ufficio di Presidenza

    contattaci: info@retelabuso.org

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  • Presunti abusi nel seminario di Novara – Coinvolta anche la congregazione dei Legionari di Cristo, responsabile civile

    Presunti abusi nel seminario di Novara – Coinvolta anche la congregazione dei Legionari di Cristo, responsabile civile

    Si è svolta ieri a Novara l’udienza preliminare che vede imputato l’ex rettore del seminario minorile dei Legionari di Cristo, Vladimir Resendiz Gutierrez, con l’accusa di abuso sessuale ai danni di tre seminaristi, all’epoca dei fatti infraquattordicenni.

    I fatti in oggetto risalirebbero alla primavera del 2008 quando Gutierrez era rettore del seminario minorile dei Legionari di Cristo di Gozzano (NO).

    In quella occasione la congregazione dei Legionari avviò un’indagine canonica durante la quale il Gutierrez ammise di aver abusato solamente due delle tre vittime che lo accusavano, tuttavia la congregazione decise di trasferire Gutierrez in Venezuela dove, da quanto emergerebbe da una denuncia agli atti, avrebbe reiterato il crimine.

    Successivamente al Venezuela vi fu il rientro in Italia e, prima del giudizio della C.D.F. che lo ridurrà poi allo stato laicale, la congregazione dei Legionari lo “aiuterà” a trasferirsi in Messico dove tutt’ora risiede.

    Tornando all’udienza preliminare svoltasi ieri a Novara: erano presenti due delle presunte vittime, la terza è rimasta esclusa dal procedimento penale per l’intervento dei termini di prescrizione, circostanza che però non preclude una sua costituzione in un rito civile.

    Entra invece a far parte del procedimento, come responsabile civile, la congregazione dei Legionari di Cristo, per i quali il GUP Silvana Pucci ha accolto la richiesta dell’avvocato dell’accusa Daniela Cultrera.

    Durante l’udienza il Gup ha anche predisposto per uno dei giovani (quello per cui il prete non ha ammesso gli abusi in sede canonica) l’incidente probatorio, al quale l’avvocato del sacerdote Natalia Currò si è riservata di esercitare le facoltà difensive previste dall’art. 396 c.p.p.

    Presentate anche le costituzioni di parte civile. Oltre alle vittime, anche l’Associazione italiana dei sopravvissuti agli abusi sessuali del clero – Rete L’ABUSO – tramite il proprio legale Alessandro Maneffa, ha chiesto di potersi costituire parte civile nel procedimento, circostanza per la quale il GUP si è riservato di decidere.

    La prossima udienza è fissata per il 7 giugno prossimo.

    L’ufficio di Presidenza

  • Provolo: già con l’edificio nelle mani dei suoi proprietari, insistono nel riaprire l’istituto

    Provolo: già con l’edificio nelle mani dei suoi proprietari, insistono nel riaprire l’istituto

    Il commissario dell’ordine religioso dichiarato che chiederanno nuovamente l’abilitazione educativa. Dalla DGE chiariscono che è “impossibile”.

    Di Ignacio de la Rosa – idelarosa@losandes.com.ar

    La settimana scorsa la Giustizia ha disposto la restituzione dello stabile e del podere di 6 ettari dove ha funzionato fino a novembre del 2016 l’istituto per bimbi sordi Antonio Próvolo (Luján), lo stesso sul quale si indaga per i presunti abusi sessuali contro bimbi sordi nel quale sono imputate 14 persone (2 preti e 2 suore tra di essi). L’associazione Obra San José è la proprietaria dell’immobile e -considerando che non restano misure in sospeso in quel luogo e sono già state completate tutte le perquisizioni ed i rastrellamenti -, il pubblico ministero Gustavo Stroppiana (il quale istruisce la causa penale) ha deciso di restituire l’immobile.

    Avendo l’immobile nelle proprie mani, i proprietari cercano di ottenere nuovamente l’abilitazione per poter riaprire come stabilimento di educazione speciale.  Tuttavia, nelle condizioni attuali è impossibile.

    “La congregazione Compagnia di Maria per l’educazione dei bambini sordomuti ha donato la propietà all’ associazione Obra San José perché lì funzioni la scuola. L’associazione è la proprietaria dell’immobile, anche se è passata da una crisi molto importante ed ora sono state designate le nuove autorità della commissione direttiva. Siamo in attesa che la Direzione delle Persone Giuridiche della Provincia approvi la nuova commissione, perché l’idea è tornare ad avere l’abilitazione come scuola speciale”, ha sottolineato a “Los Andes” il commissario dell’ordine religioso in tutto il mondo, Alberto Bochatey.

    “Nostra intenzione è tornare a ciò che di buono che è stato fatto in quel luogo”, ha aggiunto il sacerdote.

    “Nello stato attuale, l’abilitazione è impossibile. Nel febbraio del 2017, per mezzo della decisione 93 e nell’indagine sommaria amministrativa, è stata disposta una sospensione preventiva della prestazione di servizi e funzionamento di tutte le attività educative che si svolgevano fisicamente in questo luogo. Detta sospensione si prolunga fino a che il processo penal determinerà o no la colpevolezza. Se si determinerà che c’è, resta ferma l’espirazione permanente dell’abilitazione. E se si determina che non c’è responsabilità penale, il caso non è comunque chiuso poiché comunque sono state individuate una serie di irregolarità amministrative”, ha indicato la direttrice di Educazione Privata della DGE, Beatriz Della Savia.

    “È importante chiarire che è sospesa la persona giuridica dell’associazione Obra San José, indipendentemente da chi c’è nella sua commissione”, ha chiarito in maniera categorica.

    Nell’indagine penale, il pubblico ministero Stroppiana ha dato luogo ad una sollecitazione dei denuncianti ed ha richiesto formalmente all’ Arcivescovato di Mendoza di restituire la copia del primo corpo del fascicolo e la causa che -sostengono gli avvocati- fatta a metà dell’anno scorso.

    Senza permesso

    “Vogliamo poter riaprire il collegio un momento o l’altro”. La frase è di Bochatey, e non è la prima volta che manifesta pubblicamente una delle intenzioni che ha da quando è stato nominato come commissario.

    “Nessuno può discutere che fosse una gran scuola, d’eccellenza. Perché devono pagare le colpe coloro che non hanno avuto responsabilità? Ci siamo rallegrati che ci sia stata restituita la proprietà, che è stata semichiusa più di un anno. È sorprendente che non l’abbiano restituito prima”, ha insistito il commissario.

    “Vogliamo che si arrivi fino alla fine e si sappia la verità di ciò che è successo”, ha aggiunto, indicando che si sta lavorando seriamente nella causa.

    Al di là dell’intenzione di Bochatey e dei proprietari dell’immobile di Boedo 385, attualmente è impossibile recuperare l’abilitazione come stabilimento educativo.

    “La sentenza 93/17 involucra l’opera Antonio Provolo, ‘associazione Obra San José e la Compagnia di Maria per l’educazione dei sordomuti. I 3 attori sono coinvolti nell’indagine, che è per una causa penale per delitti molto gravi. È per questo che è stata disposta la sospensione preventiva dell’abilitazione”, ha insistito Della Savia.

    La funzionaria ha sottolineato inoltre che tutti gli alunni sono stati reindirizzati in scuole speciali – a gestione pubblica o privata-, e che tutte le loro necessità sono state coperte.

    “Il Provolo forniva i servizi educativi e di salute concentrati in uno stesso luogo. Ma non può essere considerato uno stabilimento modello per questo. Le prestazioni essenziali continuano ad essere coperte, ed oggi i bambini vanno a scuola e poi si rivolgono agli effettori della salute”, ha sentito Della Savia.

    L’avvocato Carlos Lombardi – della Rete di sopravvissuti agli abusi sessuali ecclesiastici in Argentina – non si è nemmeno mostrato sorpreso per l’intenzione di riaprire il Provolo; anche se sì preoccupato. “L’idea primigenia era cambiare la commissione direttiva dell’associazione civile, e poi chiedere alle autorità della DGE che venisse tolta la sospensione. Cercano di fare un arroccamento di commissioni”, ha indicato Lombardi.

    “Si stanno muovendo perché vogliono continuare a lucrare ed a ripulirsi l’immagine. Non importano loro le vittime. Vogliono mettere una vernice di trasparenza e pulizia a questo istituto.Se arrivassero a togliere loro la sospensione, sarebbe come mettere in funzione la ESMA dopo ciò che è stata la dittatura. Una cosa orripilante”, ha indicato Lombardi.

    “Più che preoccuparsi di riaprire l’istituto, dovrebbero preoccuparsi di indennizzare le vittime. E non di schivare i diritti (altrui – ndt) come hanno fatto durante tutta la storia”, ha sintetizzato l’avvocato dei denuncianti, Sergio Salinas.

    In Italia, denunciano un boicottaggio volto ad impadronirsi delle proprietà

    Il vescovo di Verona, Giuseppe Zenti ha accusato un’associazione civile delle persone sorde di quella città di essere dietro a tutte le denunce di abusi sessuali nelle sedi del Provolo (nella città italiana, in La Plata ed in Mendoza).

    La denuncia fa parte di un’accusa che Zenti ha fatto nel febbraio dell’anno scorso, quando il caso Provolo era già esploso in Mendoza e si parlava inoltre di dettagli di episodi accaduti nelle sedi veronese e platense.

    Zenti ha accusato un gruppo di ex studenti del Provolo -dove si trova Gianni Bisoli (il quale ha denunciato di essere stato abusato in Italia dal prete Nicola Corradi, detenuto per i casi in Mendoza) – di spingere tutte queste denunce per “impadronirsi delle bellissime istallazioni dell’istituto in quei luoghi”.

    Sempre secondo Zenti, nel 2007 l’associazione degli antichi studendi del Provolo (diretta da Giorgio Dalla Bernardina) si è rivolta a lui chiedendogli di intercedere per l’utilizzo di alcune istallazioni dell’istituto per far sì che loro potessero riunirsi, e lì lo avrebbero minacciato sostenendo che “altrimenti lo avrebbero accusato di pedofilia”.

    “Zenti sfiora il grottesco. È una realtà che la legione di preti del Provolo in Italia hanno violentato, vessato ed abusato sessualmente più di 60 persone in Italia. E parte di loro sono venuti in Argentina; ed uno di loro (Corradi) è agli arresti domiciliari. Il tema degli  abusi sessuali è indiscutibile”, ha sottolineato l’avvocato Carlos Lombardi, il quale è inoltre il procuratore dell’associazione La Rete L’ABUSO (la quale accompagna la denuncia Provolo in Verona).

    “Con l’accusa di Zenti, si cerca di sviare l’oggetto della discussione. Non crediamo che il giudice darà un’entità a questo imbroglio che cerca di sviare ciò che realmente è successo”, ha aggiunto.

    Per Sergio Salinas, anch’egli avvocato “è una mancanza di rispetto verso le vittime, e, in particolare, il segreto che esiste nell’indagine ordinata dai giudici” dell’accusa.

    “Se questo prete ha informazione, sará di quelle che sono state portate contro i diritti delle vittime dell’Arcivescovo di Mendoza e che nel giorno di oggi (per ieri) -per una richiesta nostra -, il pubblico ministero ha sollecitato all’Arcivescovo di Mendoza che restituisca il fascicolo dove ci sono i dati delle vittime”, ha aggiunto Salinas.

    “L’opinione di questo prete è uguale a quella di tutta la Chiesa, ma non solo non ci ha dato informazione quando è stata richiesta ed imposto dalla magistratura ma che oltretutto la occulta”, ha sentenziato Salinas.

    http://losandes.com.ar/article/view?slug=provolo-ya-con-el-edificio-en-poder-de-sus-duenos-insisten-con-reabrir-el-instituto

  • Nord Irlanda, la Chiesa chiede giustizia per le vittime di abusi

    Nord Irlanda, la Chiesa chiede giustizia per le vittime di abusi

    A un anno dalla conclusione dei lavori della Commissione Hart tutto è fermo per la mancanza di un Governo delle sei contee. L’appello dei vescovi di Derry e di Down and Connor e le dimissioni del presule di Dromore dopo una trasmissione BBC

    John McAreavey, vescovo della diocesi di Dromore in Nord Irlanda si è dimesso. La decisione, con effetto immediato è stata resa nota ieri. McAreavey celebrò nel 2002 i funerali di padre Malachy Finnegan, un sacerdote che nel periodo in cui si trovava al St. Colman’s College di Newry avrebbe abusato di dodici persone. Le accuse erano note alle autorità della Chiesa in Irlanda fin dalla metà degli anni ’90.

    Le dimissioni del vescovo McAreavey giungono dopo la trasmissione televisiva di BBC Northern Ireland, dal titolo “Spotlight”, che ha ricostruito il caso di padre Finnegan, intervistando alcune delle vittime. La nota del vescovo Mc Areavey parte proprio da qui: «A seguito delle notizie riportate dai media che hanno scosso molte persone della diocesi e non solo ho deciso di dimettermi». Un gruppo di genitori di una scuola primaria della contea di Down ha infatti chiesto a McAreavey di non presiedere le prossime Cresime. Lo stesso gruppo ha incontrato il vescovo, secondo quanto riferito dal suo portavoce, assieme al direttore dell’Ente di protezione dei bambini ed ad un consulente della diocesi.

    Il punto cruciale che viene contestato a McAreavey è di aver saputo fin dalla metà degli anni ‘90 degli abusi compiuti da padre Finnegan e, nonostante questo, di averne celebrato i funerali nel 2002. Il vescovo ammette che questo è stato un errore: «Ho compreso dalle vittime – dice – che ho fatto uno sbaglio nel celebrare i funerali di padre Malachy. Nel novembre del 2002 una vittima mi ha raccontato quanto questa mia decisione gli abbia fatto del male. Ho compreso di aver fatto un errore di giudizio. È qualcosa di cui mi pento e che non ripeterò mai più».

    Le dimissioni del vescovo McAreavey arrivano ad un anno dalla conclusione dell’HIA report, l’Historical Institutional abuse inquiry. Si tratta del rapporto che ha stilato la Commissione presieduta dal giudice Hart, voluta dall’esecutivo del Nord Irlanda per fare luce sui casi di abuso che ci sono stati nelle scuole, negli istituti professionali e negli orfanotrofi. Il rapporto, riguardando il nord dell’Isola, all’epoca a maggioranza protestante ed in cui non c’è lo stesso legame forte tra Stato e Chiesa che esiste nella Repubblica d’Irlanda, non si occupa solo di strutture cattolico romane: 12 sono laiche, una protestante e 9 della Chiesa cattolica. Le sue conclusioni, che invitano al riconoscimento delle atrocità compiute perché non accadano mai più oltre che a un risarcimento delle vittime sono oggi lettera morta. Tutto è infatti fermo a causa della chiusura del Parlamento di Stormont, a cui Westminister, in base agli accordi di pace di 20 anni fa, devolve alcuni poteri a patto che ci sia accordo tra il primo ministro di espressione Unionista ed il vice, Repubblicano. Dopo le speranze riaccese qualche settimana fa, Dup e Sinn Fein, i due partiti che dovrebbero esprimere l’esecutivo, hanno fatto risaltare tutto.

    Per questo i due vescovi delle diocesi che riguardano il maggior numero di istituzioni cattoliche coinvolte, il vescovo di Down and Connor, Noel Trenor, e quello di Derry, Donal McKeown, chiedono a gran voce che un nuovo governo si faccia presto, anche nel rispetto delle vittime degli abusi, per mettere a punto la parte finale del lavoro della Commissione. «L’HIA inquiry – dice il vescovo McKeown – ha creato un Forum di ascolto delle vittime. Nelle sue conclusioni invita l’esecutivo Nord Irlandese a chiedere scusa a chi si trovava in questi istituti ed a dare loro supporto sia in termini di risarcimento che di assistenza sociale, ed, infine ad erigere un memoriale visibile di quanto accaduto».

    La Chiesa cattolica in Nord Irlanda in questi anni ha compiuto un processo di avvicinamento e sostegno delle vittime degli abusi: «Tutte le persone che hanno vissuto in queste strutture, sia che siano state vittime di abusi e maltrattamenti, sia che non lo siano state, hanno salutato con favore l’HIA report ed ora attendono che le conclusioni siano tradotte in atti concreti. Oggi si trovano in un limbo. Sia io che il vescovo Trenor abbiamo richiamato fermamente l’Esecutivo alle proprie responsabilità. I bambini di allora oggi sono adulti, anziani e stanno morendo senza vedere riconosciuto quanto è accaduto».

    Proprio una vicenda come quella che ha coinvolto il vescovo McAreavey spiega quanto sia urgente portare avanti il processo di memoria e riconciliazione: «Gesù ha detto la verità vi renderà liberi – sottolinea il vescovo di Derry – Tanti di questi sopravvissuti hanno avuto grossissime difficoltà nella loro vita. Sapere che la loro storia è stata riconosciuta dalla società come realmente accaduta li aiuterebbe molto. E aiuterebbe la Chiesa nel riconoscere i fallimenti del passato perché non vengano ripetuti. E, infine, inviterebbe la società a guardare come sono stati trattati i più deboli e più emarginati».

    Anche perché si tratta di un passato che ha un doloroso specchio nel presente. «Le vicende di abusi che riguardano la Chiesa sono accadute 25 anni fa – conclude il vescovo Mc Keown – oggi emergono quelle di Hollywood, della BBC, di Oxfam. Commissioni come l’HIA aiutano la società a riconoscere perché e come il sistema fallisce nella protezione dei più vulnerabili, perché le organizzazioni trovano difficile accettare la verità su sé stesse. E che il “Peccato originale” opera ancora nella maniera più terribile».

    http://www.lastampa.it/2018/03/02/vaticaninsider/ita/nel-mondo/nord-irlanda-la-chiesa-chiede-giustizia-per-le-vittime-di-abusi-rlqkSXbO9gNBIQ98YNrFsJ/pagina.html

  • La Chiesa evangelica in Germania si interroga sulle violenze al proprio interno

    La Chiesa evangelica in Germania si interroga sulle violenze al proprio interno

    Nel bel mezzo delle campagne mondiali contro la violenza sulle donne, esemplificate al meglio dall’ hashtag #MeToo, anche la Chiesa evangelica in Germania (Ekd) decide di fare la propria parte ammettendo «l’esistenza di problemi legati alla sfera sessuale anche all’interno delle proprie istituzioni». Sono parole di Kristin Bergmann, responsabile dell’ufficio Pari Opportunità della chiesa protestante tedesca.

    L’Ekd conta in Germania circa 23 milioni di membri di chiesa, all’incirca gli stessi numeri dei fedeli cattolici nel paese. «Tuttavia a differenza degli atti di violenza criminale, i casi di molestie sono spesso difficili da riconoscere – ha continuato in un’intervista pubblicata sul mensile “Zeitzeichen” – . Possono presentarsi infatti in un’ampia varietà di forme: molestie verbali, insulti che toccano le questioni di genere o l’identità di genere. Non ci sono statistiche a livello nazionale in quanti questi incidenti si accumulano in contesti molto diversi senza mai essere denunciati pubblicamente».

    Nel frattempo centinaia di donne che hanno subito aggressioni o atti di violenza in ambito religioso hanno iniziato a pubblicare su Twitter le loro storie attraverso l’hashtag #ChurchToo: testimonianze provenienti da tutto il mondo, da ogni denominazione e chiesa. Eske Wollrad, presidente della Federazione tedesca delle donne protestanti nello stesso articolo ha evidenziato il grande silenzio che il tema incontra negli ambienti ecclesiastici, perché rappresenta ancora un vero e proprio tabù, in un luogo che dovrebbe garantire asilo e sicurezza: «ho l’impressione che le cifre siano maggiori di quelle che conosciamo oggi».

    In Italia è stato appena realizzato dalla rete “L’abuso, l’Associazione italiana che raccoglie i sopravvissuti agli abusi sessuali del clero, uno spot sull’argomento. Realizzato da Simone Padovani, giornalista, fotografo e corrispondente di alcune tra le maggiori testate della stampa estera tra cui il New York Times e la BBC, vede due bambini e due bambine rivolgersi direttamente a papa Francesco per chiedere garanzie e chiedere che sia resa obbligatoria per i vescovi la denuncia all’autorità giudiziaria dei casi che dovessero emergere.

  • #ChurchToo – lo spot della campagna di sensibilizzazione al contrasto alla pedofilia clericale promossa della Rete L’ABUSO

    #ChurchToo – lo spot della campagna di sensibilizzazione al contrasto alla pedofilia clericale promossa della Rete L’ABUSO

    Due bambine e due bambini, sono i protagonisti della campagna di sensibilizzazione chiamata #ChurchToo promossa dalla Rete L’ABUSO, l’Associazione italiana che raccoglie i sopravvissuti agli abusi sessuali del clero.

    Uno spot di 55” con un messaggio rivolto direttamente al Pontefice nel quale i bambini ripercorrono quella che definiremo la giostra della pedofilia clericale fatta di trasferimenti, omissioni, omertà che finiscono per tradursi col favorire la reiterazione del crimine.

    L’invito al buonsenso è rivolto a papa Francesco al quale i quattro bambini chiedono nulla di più, che rendere obbligatoria per i vescovi, la denuncia all’autorità giudiziaria.

    Nella seconda parte anche un messaggio del Presidente dell’Associazione, Francesco Zanardi che invita alla cautela.

    Una campagna di sensibilizzazione che si è resa necessaria di fronte ai risultati della campagna di “tolleranza zero” avviata da papa Francesco, tanto acclamata ma che in cinque anni non ha portato ancora nulla di efficace e concreto nella prevenzione e nella tutela dei minori affidati alle cure del clero.

    L’Ufficio di Presidenza

  • Diffidato il Governo Italiano per non essere intervenuto per contrastare la pedofilia ecclesiastica in Italia.

    Diffidato il Governo Italiano per non essere intervenuto per contrastare la pedofilia ecclesiastica in Italia.

    Condotte omissive del dovere di protezione dei minori dagli abusi nel clero, violazione della Convenzione ONU per i diritti del fanciullo, violazione della Convenzione di Lanzarote oltre alle inosservanze più elementari direttamente riferibili alla Costituzione Italiana, queste alcune delle accuse che il Presidente della Rete L’ABUSO,  Francesco Zanardi, tramite il legale dell’Associazione,  Avv.  Mario Caligiuri del foro di Roma, ha raccolto in una diffida inviata oggi al Governo Italiano . (Testo integrale diffida 19 feb 2018 RETE L’ABUSO DIFFIDA L. 241 1990)

    Tra i destinatari in epigrafe diffidati – ed in base alla legge che regola i rapporti tra i cittadini ed istituzioni obbligati a rispondere entro 30 gg – non c’è solo la Presidenza del Consiglio dei Ministri, ma anche il Comitato Onu per i diritti del fanciullo, la 12° Commissione Affari Sociali, Il Garante Nazionale per l’Infanzia e l’Adolescenza, la Presidenza del Parlamento Europeo e l’Unicef, Garante Nazionale per Infanzia e Adolescenza.

    A conoscenza della diffida anche il Presidente della Repubblica Italiana (Garante della Costituzione), l’ISTITUTO INTERREGIONALE PER LA RICERCA ( UNICRI) SULLA CRIMINALITÀ E LA GIUSTIZIA DELLE NAZIONI UNITE,  il CENTRO DI RICERCA INNOCENTI.

    Si tratta di gravi violazioni di legge nei fatti ben documentati in questi anni dall’Associazione Rete L’ABUSO, commessi dalla Santa Sede sul suolo italiano che vedrebbero anche sulla base del 2° comma dell’art. 40 c.p. decine di omissioni che hanno realizzato  le Istituzioni Italiane, con la propria inerzia, a consentire la perpetrazione di crimini a danno delle/dei  cittadine/i più deboli, i minori costringendo anche le vittime divenute adulte, a vedersi negati i più basilari diritti costituzionali, aggiungendo a questo anche la violazione dei diritti di quella che conosciamo come Carta dei Diritti Umani.

    Tra le pesantissime accuse formulate nelle 20 pagine di diffida, troviamo anche le violazioni della Convenzione di Lanzarote , sulla base della quale il Governo Italiano dovrebbe vietare tassativamente e soprattutto prima dello svolgimento di un processo civile, quelli che conosciamo come processi canonici e che sono alla base della così detta campagna di “tolleranza zero” voluta proprio da papa Francesco.

    L’avvocato Caligiuri spiega che «In questo modo viene generato da un altro tribunale, in anticipo alla celebrazione del rito ordinario, un irragionevole squilibrio a favore del presunto abusante».

    «Non solo nell’aula di giustizia ecclesiastica non è ammessa l’assistenza del difensore di chi ha denunciato l’abuso, ma soprattutto viene negato il supporto psicologico di tecnici di comprovata esperienza legittimati a operare affinché la vittima, una persona che ha subito uno sconvolgimento emotivo, non incorra nella creazione di falsi ricordi. Fino a disattendere quanto stabilito per la cura e il sostegno alle vittime dalla Convenzione di Lanzarote».

    «Pensando al controesame, il dato più inquietante emerge dal versante delle garanzie costituzionali.

    La difesa di un sacerdote, già imputato per abusi dal Vaticano, ha il vantaggio di acquisire prima dell’eventuale processo italiano la rievocazione narrativa che la vittima darà del fatto storico, i punti deboli su cui calcare la mano, le peculiarità anche caratteriali, la sua realtà emotiva».

    Con queste informazioni si ha la possibilità di farla cadere in contraddizione. «Non a caso lo studio reciproco dell’avversario è un dato che gli avvocati curano molto nei processi – conferma l’avvocato -. Siamo pertanto in presenza di una disparità di trattamento in favore dei preti cattolici rispetto a qualsiasi altro cittadino italiano».

    A sconvolgere ancora di più il quadro generale dei processi canonici, il fatto che la vittima, spesso a sua insaputa, non è la parte lesa, ma oltre al sacerdote, è il secondo imputato perché la reale vittima, in un processo canonico, non è il fanciullo molestato, ma Dio.

    Un aspetto che da anni l’Associazione italiana dei sopravvissuti agli abusi sessuali del clero Rete L’ABUSO, denuncia ma che invece, ancora oggi viene impropriamente pubblicizzata dai mezzi di informazione come fosse risolutiva per le vittime, le quali purtroppo, si rendono conto del contrario solo quando oramai è troppo tardi.

    Tra gli altri punti importanti l’immobilità del Governo Italiano, che a differenza degli altri, in questi anni di consapevolezza del problema, non solo non ha ancora avviato come negli altri paesi una commissione di inchiesta che quantifichi l’entità del fenomeno, ma addirittura non ha ancora calendarizzato alcun provvedimento in proposito, assistendo passivamente a quella che dati i numeri, potremmo tranquillamente definire una mattanza di cittadini minori.

    L’unica iniziativa avviata in Parlamento fino ad ora è quella tanto voluta dall’Associazione Rete L’abuso, che ha trovato l’appoggio del deputato Matteo Mantero, grazie al quale – anche se passata sotto il silenzio dei media – lo scorso 27 novembre, ha depositato la prima Interrogazione Parlamentare a risposta scritta specificatamente formulata sul pericolo dei preti pedofili, nella quale si contestano inoltre, le recenti normative introdotte dal così detto certificato anti pedofilia, che tragicamente esonera tutte le categorie da sempre più a rischio, il mondo del volontariato che vede non solo gli allenatori sportivi, scout ecc. ma anche l’intera categoria dei sacerdoti.

    Attendiamo una risposta  esaustiva entro il termine previsto di 30 giorni, dopo di che, in difetto,  non escludiamo di richiedere alla Procura Generale della Repubblica una valutazione circa la sussistenza di eventuali ipotesi di reato desumibili sia  dalle condotte realizzate all’interno dell’amministrazione dello Stato, che da  ecclesiatici negli ambiti di vita sociale frequentati.

    Francesco Zanardi

    Presidente della Rete L’ABUSO

  • Pedofilia, Bergoglio rilancia “Le vittime in commissione”

    Pedofilia, Bergoglio rilancia “Le vittime in commissione”

    Dopo le polemiche il Papa rinnova il gruppo di lavoro Col cardinale O’Malley pure Caffo (Telefono Azzurro)

    Roma Dopo le defezioni, le accuse incrociate e le polemiche, Papa Francesco rinnova la Pontificia commissione per la tutela dei minori, il gruppo di lavoro che da anni, su mandato diretto del Pontefice lavora sui casi di pedofilia nella Chiesa, per sostenere le vittime ed evitare nuovi scandali.

    Bergoglio lo aveva promesso di ritorno dal viaggio in Cile e in Perù, soprattutto dopo l’esplosione del caso Barros, il vescovo cileno accusato di aver coperto dei casi di pedofilia nella sua diocesi (caso che aveva dato adito a polemiche e per il quale papa Francesco si era anche scusato pubblicamente per aver utilizzato parole poco consone): la Commissione per la tutela dei minori, aveva annunciato il Papa, sarà rinnovata. E così ieri è arrivata la notizia che Francesco ha confermato il cardinale O’Malley, arcivescovo di Boston, alla guida del gruppo di lavoro ma allo stesso tempo ha rafforzato ancora di più il team, proprio per poter affrontare il problema con ancora più decisione.

    Oltre alla conferma di sette membri, ne arrivano altri nove provenienti da varie parti del mondo, tra cui le Isole Tonga, l’India e l’Australia. Tra i nuovi commissari papali c’è anche un italiano, Ernesto Caffo, Presidente di Telefono Azzurro che collaborerà a stretto contatto con il porporato statunitense e il resto della commissione, di cui fanno parte anche delle vittime di abusi. Proprio qualche giorno fa, il direttore della Sala Stampa Vaticana, Greg Burke, aveva confermato ai giornalisti che diverse volte al mese «il Santo Padre, incontra vittime di abusi sessuali sia individualmente sia in gruppi. Papa Francesco – e, aggiunge Burke – ascolta le vittime e cerca di aiutarle a sanare le gravi ferite causate dagli abusi subiti». Non è un caso che nella Pontificia commissione fresca di rinnovo, ci siano anche delle vittime che per questioni di privacy, come spiegato in un comunicato della Santa Sede, hanno deciso di non rivelare pubblicamente la loro storia, facendolo soltanto all’interno della Commissione. La missione del gruppo di lavoro peraltro è confermata e la nuova membership insieme allo staff, come spiegato in una nota, «inizierà il nuovo mandato ascoltando e imparando da persone che sono state abusate, da membri delle loro famiglie, e da coloro che li supportano». La Commissione assume quindi un nuovo volto e una nuova conformazione, lasciandosi alle spalle le polemiche che negli anni erano state innescate proprio da alcuni membri che poi avevano abbandonato il gruppo di lavoro. Era successo con Marie Collins, vittima di abusi che aveva denunciato pubblicamente la scarsa collaborazione tra la Commissione e alcuni dicasteri della Curia Romana, decidendo infine di lasciare il team per dedicarsi ad altro. Ed era successo anche con Peter Saunders, attivista inglese per la lotta alla pedofilia (e anch’egli vittima di abusi) che dopo un periodo di autosospensione, nel 2017 aveva definitivamente lasciato. Nel suo caso, a far esplodere la polemica, erano state le sue affermazioni contro il cardinale australiano George Pell, prefetto della segreteria dell’economia, oggi in Australia per difendersi proprio dalle accuse di pedofilia. In un’intervista televisiva Saunders, che aveva chiesto le dimissioni del porporato, aveva detto: «Pell si sta prendendo gioco della commissione contro gli abusi, del Papa stesso ma soprattutto di tutte le vittime e dei sopravvissuti».

    Intanto, sempre ieri, è stato diffuso il contenuto di un incontro a porte chiuse tra Papa Francesco e il clero di Roma, nel corso del quale il Pontefice ha annunciato che Paolo VI diventerà santo entro l’anno. Più precisamente, da quanto risulta a Il Giornale, la cerimonia di canonizzazione del pontefice bresciano si terrà nel mese di ottobre in Vaticano. Bergoglio, parlando di un libretto contenente le frasi dei Papi, ha scherzato con i presenti, dicendo: «Nel libretto ci sono due Vescovi di Roma recenti già Santi, Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, poi Paolo VI sarà santo quest’anno. Uno con la causa di beatificazione in corso, Giovanni Paolo I e infine Benedetto e io, che siamo in lista d’attesa: pregate per noi!».

  • Pedofilia, il Papa rinnova la Commissione per la Tutela dei Minori

    Pedofilia, il Papa rinnova la Commissione per la Tutela dei Minori

    O’Malley confermato presidente. Ci sono anche «vittime/sopravvissuti di abusi sessuali clericali», che hanno scelto di non rivelarsi. Nove membri su 16 quelli nuovi

    DOMENICO AGASSO JR17/02/2018
    CITTÀ DEL VATICANO

    Era molto atteso, soprattutto dopo il viaggio papale in Cile e Perù e l’esplosione del «caso-Barros». Ora, come aveva assicurato lo stesso Francesco sul volo di ritorno da Lima, è arrivato il rinnovo della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori (Pctm), i cui membri erano scaduti al termine del mandato di tre anni.  Il Pontefice conferma il cardinale Seán O’Malley presidente, e nomina 16 membri di cui nove nuovi. Il Papa inserisce anche «sopravvissuti di abusi sessuali clericali», come afferma lo stesso O’Malley, che poi spiega: queste vittime hanno scelto di non rivelarsi.

    Il Pontefice ha scelto per questo organismo consultivo, come si legge nella nota della Santa Sede, nove nuovi commissari: suor Jane Bertelsen, F.M.D.M. (Gran Bretagna); suor Arina Gonsalves (India); Ernesto Caffo (Italia, fondatore e presidente del Telefono azzurro); Neville John Owen (Australia); Benyam Dawit Mezmur (Etiopia); Nelson Giovanelli Rosendo dos Santos (Brasile); Myriam Wijlens (Paesi Bassi); Sinalelea Fe’ao (Tonga); Teresa Kettelkamp (Stati Uniti d’America).

    I sette membri riconfermati sono: Gabriel Dy-Liacco (Filippine); monsignor Luis Manuel Alì Herrera(Colombia); padre Hans Zollner, SJ (Germania); Hanna Suchocka (Polonia); suor Kayula Lesa, RSC (Zambia);suor Hermenegild Makoro, CPS (Sud Africa); monsignor Robert Oliver (USA).

    In tutto dunque sono otto donne e otto uomini.

    Queste le prime dichiarazioni del presidente cardinale O’Malley, arcivescovo di Boston: «Il nostro Santo Padre, Papa Francesco, ha prestato molta considerazione e preghiera nel nominare questi membri. I commissari appena nominati aggiungeranno una prospettiva globale nella protezione dei minori e degli adulti vulnerabili». Il Vescovo di Roma «ha assicurato la continuità del lavoro della nostra Commissione, che è quello di assistere le chiese locali di tutto il mondo nei loro sforzi di proteggere dalle ferite tutti i bambini, i giovani e gli adulti vulnerabili».

    Per O’Malley il Papa ha «scelto questi otto uomini e queste otto donne nell’ambito multidisciplinare degli esperti internazionali della tutela dei minori e degli adulti vulnerabili dal crimine degli abusi sessuali». 

    Rappresentanti di vari nuovi Paesi «offriranno la loro saggezza e le loro esperienze alla Commissione, riflettendo l’abbraccio globale della Chiesa e la sfida di creare in diversi contesti culturali strutture per la tutela».

    E vittime/sopravvissuti di abusi sessuali clericali «sono inclusi tra i membri annunciati oggi».

    Sin dalla fondazione della Commissione, «persone che hanno sofferto per gli abusi e genitori di vittime/sopravvissuti sono stati membri».

    Poi il Porporato evidenzia che «come è sempre stato prassi della Commissione, la Pctm supporta il diritto di ogni persona che sia stata abusata a rivelare o non rivelare pubblicamente le proprie esperienze. I membri nominati oggi hanno scelto di non farlo pubblicamente, ma solo all’interno della Commissione. La Pctm crede fermamente che la loro privacy sia un valore da rispettare».

    Il primo compito che si dà la rinnovata commissione è ascoltare le persone che sono state abusate, affermando che la Chiesa ha bisogno di sentire le loro voci. Come deciso dai membri fondatori «nell’Assemblea Plenaria di settembre 2017 – si legge nel comunicato – la nuova membership della Pctm e lo staff inizieranno il nuovo mandato ascoltando e imparando da persone che sono state abusate, da membri delle loro famiglie, e da coloro che li supportano. L’approccio “prima le vittime/sopravvissuti” continua a essere centrale in tutte le politiche e programmi educativi della Commissione». La Pctm vuole fermamente ascoltare direttamente le voci delle vittime/sopravvissuti, «in modo che il consiglio offerto al Santo Padre sia realmente permeato dalla loro saggezza ed esperienze».

    La sessione di apertura della «Plenaria di aprile inizierà con un incontro privato con diverse persone che hanno avuto esperienza dell’abuso. I membri, quindi, discuteranno varie proposte per promuovere un dialogo continuativo con vittime/sopravvissuti da tutto il mondo». 

    Nella nota si legge che sono state intraprese consultazioni per diversi mesi allo scopo di «creare un “Gruppo Consultivo Internazionale di Sopravvissuti” (Isap), una nuova struttura definita dalle voci di vittime/sopravvissuti e fondata sull’esperienza del Survivor Advisory Panel della Commissione Nazionale Cattolica per la Tutela in Inghilterra e Galles. La Baronessa Hollins, un membro fondatore della Commissione, ha presieduto il gruppo di lavoro per ricercare e sviluppare una proposta sull’Isap e guiderà la presentazione negli incontri della Plenaria di aprile».

    Gli scopi di questo gruppo includono lo studio della prevenzione degli abusi dalla prospettiva dei sopravvissuti e la «proattività nell’accrescere la consapevolezza del bisogno di cura e riconciliazione per ciascuna persona ferita da un abuso».

    Poi, la grande sfida futura della Commissione è creare una «cultura della tutela». Il compito specifico dell’Organismo voluto da papa Francesco è «fare proposte al Santo Padre legate alle migliori iniziative pratiche per proteggere i minori e gli adulti vulnerabili dai crimini dell’abuso sessuale e di promuovere la responsabilità locale nelle chiese particolari per la protezione di tutti i bambini, dei giovani e degli adulti vulnerabili». Dunque «inculturare la prevenzione e la protezione dagli abusi nella vita e nell’azione delle chiese locali rimane l’obiettivo futuro della Pctm e la sua più grande sfida».

    Negli ultimi quattro anni, la Pctm ha lavorato con «quasi 200 diocesi e comunità religiose di tutto il mondo per accrescere la consapevolezza e per educare le persone sulle necessità di tutelare nelle nostre case, parrocchie, scuole, ospedali come nelle altre istituzioni».

    Èrilevante la conferma di O’Malley presidente, dopo che il Cardinale aveva espresso il suo rammarico in merito alle parole del Papa sul «caso Barros», ossia la polemica sul vescovo di Osorno i cui fedeli – sacerdoti e laici – chiedono la rimozione immediata da più di tre anni, da quando Bergoglio lo ha posto alla guida della diocesi cilena. Le accuse nei confronti di Juan Barros sono di avere insabbiato i crimini dell’abusatore seriale padre Fernando Karadima, suo mentore. Incalzato da alcuni giornalisti cileni che chiedevano conto del Pastore di Osorno, il Pontefice rispondeva: «Il giorno che avremo una prova contro il vescovo Barros, parlerò. Non c’è una sola prova d’accusa. Le altre sono tutte calunnie, chiaro?». Sull’aereo di ritorno dal Perù Francesco ha poi detto: «O’Malley ha detto che il Papa ha sempre usato la “tolleranza zero”… Poi c’è quella espressione non felice, ho parlato di calunnia, per dire di qualcuno che afferma qualcosa con pertinacia senza averne l’evidenza. Se dico: lei ha rubato, e lei non ha rubato, allora sto calunniando, perché non ho l’evidenza. Era un’espressione infelice. Ma io non ho sentito alcuna vittima di Barros. Non sono venuti, non si sono presentati, non hanno dato l’evidenza in giudizio. È rimasto per aria. È vero che Barros era nel gruppo dei giovani di Karadima. Ma dobbiamo essere chiari: se si accusa senza evidenze con pertinacia, questa è calunnia. Se però arriva una persona e mi dà delle evidenze io sarò il primo ad ascoltarla. La dichiarazione di O’Malley è stata molto giusta, l’ho ringraziato. Ha detto del dolore delle vittime in generale».

    I passi successivi sono stati l’invio da parte del di Charles J. Scicluna in Cile per indagare sul caso Barros: l’arcivescovo maltese, esperto di inchieste canoniche sugli abusi di chierici sui minori, ascolterà le testimonianze delle vittime. E poi, quello di oggi: il rinnovo della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori con la conferma della presidenza O’Malley.

     http://www.lastampa.it/2018/02/17/vaticaninsider/ita/vaticano/pedofilia-il-papa-rinnova-la-commissione-ci-sono-vittime-di-abusi-omalley-confermato-presidente-Dx1h7pOE97q9A6ZviDE9CP/amphtml/pagina.amp.html