Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: sopravvissuto

  • “Il vescovo di Milano coprì il mio violentatore”

    “Il vescovo di Milano coprì il mio violentatore”

    “Da vittima di abusi accuso Delpini. Coprì il mio carnefice senza pagare mai”

    di Giorgio Gandola

    Quando aveva 15 anni, Alessandro subì violenze da un parroco, oggi condannato a sei anni e quattro mesi. Ma l’attuale arcivescovo di Milano, Mario Delpini, che si limitò a trasferire il sacerdote, non ha mai pagato. E Alessandro non ci sta: “Spero che a livello mediatico riceva ciò che si merita. Un vescovo che insabbia fatti come questi non è degno di un’arcidiocesi come Milano”.

    “Ho deciso di metterci la faccia quando ho visto quei nomi scritti sul muro”. Alessandro Battaglia ha 22 anni e una barba rifilata con cura lungo il viso. Quando ne aveva 15 subì gli abusi di un prete, quel don Mauro Galli condannato in primo grado dal Tribunale di Milano a sei anni e quattro mesi per pedofilia. E soltanto trasferito fra altri adolescenti dall’allora vicario Mario Delpini, che sarebbe diventato arcivescovo di Milano. Un mese fa Alessandro era a Berlino a un meeting internazionale delle vittime degli abusi del clero e si trovò davanti la parete.

    “C’erano una cinquantina di nomi, non capivo cosa significassero e ho chiesto. Erano i ragazzi suicidati per colpa dei sacerdoti. Lì ho deciso che dovevo uscire dal guscio, parlare a viso aperto; lì ho capito di non essere più una vittima, ma un sopravvissuto. In fondo sono stato fortunato”.

    Oggi il sopravvissuto è graphic designer, lavora in uno studio, si infila nel traffico attorno a Milano, si diverte con gli amici, suona pianoforte e chitarra, si muove dentro il flusso della sua generazione. Sta rientrando lentamente nella sua vita dopo aver compiuto una traversata del deserto. Sette anni fra le dune della paura, a contatto con un mondo curiale mellifluo, di sabbia, che pregava per lui ma non voleva credergli. Sette anni con l’angoscia di quella di quella notte che tornava a travolgerlo quando abbassava la guardia, quattro tentativi di suicidio, le cure psichiatriche, l’amore della famiglia. E poi la denuncia, il processo, le lacrime alla pronuncia della sentenza. Ma non tutto è alle spalle e forse non lo sarà mai.

    Alessandro, pensa ancora a ciò che accadde nella stanza del prete?

    “Ci sono momenti in cui riesco ad affrontare questa storia e momenti nei quali non ce la faccio. Ho ancora crisi di panico, il mese scorso aspettando la sentenza sono andato a lavorare 10 giorni su 22. Voglio riprendermi la mia vita, sto ricostruendola con pazienza. Il lavoro, gli hobby. Avevo un gruppo musicale con gli amici dell’oratorio, ma l’abbiamo sciolto; adesso se mi incontrano per strada attraversano sull’altro marciapiede”.

    Perché?

    “Ragazzi senza carattere. Ma per quanto possa essere rammaricato, di loro non mi importa più. È arrivata la giustizia, essere creduto dalla società ti restituisce un po’ di serenità”.

    Si dice che la giustizia divina sia più importante di quella terrena.

    “Per me conta quella terrena, è terapeutica e fa scomparire le ombre; non posso pensare che altri ragazzi provino quello che ho provato io. Bisogna denunciare subito, non tenersi dentro niente; questa è una battaglia di civiltà. La Rai mi aveva chiesto l’esclusiva per un’intervista. Ho detto no, non avrebbe avuto senso. Questa non è una battaglia solo mia, è una battaglia per tutti”.

    È come voler svuotare il mare con un cucchiaio.

    “Settecento vittime ed è solo la punta di un iceberg perché c’è chi si lascia avvolgere dal silenzio. Dovrà arrivare il giorno in cui non ce ne sarà più neppure una”.

    Cosa direbbe a don Mauro se lo incontrasse?

    “In passato l’avrei voluto morto, oggi il suo destino non mi interessa più. La giustizia ha fatto il suo corso, sei anni sono una pena esemplare. Ma ciò che accadde è latente. Quando se ne parla torna fuori, quando vedo i vecchi amici per strada torna fuori, quando passo davanti all’oratorio torna fuori. E allora bisogna fare lo sforzo di non lasciarsi travolgere dal turbamento, ma incanalare tutto in positivo”.

    Come si riesce?

    “Così, parlandone, denunciando. Dopo la sentenza mi hanno scritto quasi in 500. Dopo l’apparizione televisiva a Quarto Grado ho incontrato persone per strada che mi hanno abbracciato in silenzio. La gente ha capito, sa che c’è un sistema dietro”.

    Che significa un sistema?

    “Due anni fa a scuola una compagna mi chiese perché non riuscivo a studiare. Le risposi in modo brusco: è già tanto se sono vivo. Ecco, torniamo a quel muro di nomi a Berlino. Pur di proteggere l’istituzione e difenderne la reputazione, il clero arriva a sacrificare delle vite umane. Bisogna difendersi, il silenzio sarebbe una resa”.

    Monsignor Delpini non è stato neppure sfiorato dal processo.

    “Spero che a livello mediatico riceva ciò che si merita; un vescovo che insabbia non è degno di un’arcidiocesi come questa. Mi domando per quale motivo non possa essere indagato”.

    Alessandro, lei va ancora in chiesa?

    “La mia famiglia è molto cattolica, io prima ero credente ma adesso non riesco più. Come potrei recitare il Credo senza un brivido? I miei figli non vedranno mai l’interno di una chiesa”.

    Arriverà un giorno in cui riuscirà a distinguere fra la tonaca e il crocifisso?

    “Non ho bisogno di andare in chiesa per credere in Dio. Pensi che ho un punto di riferimento in don Alberto, l’ho conosciuto il giorno dopo quella notte. Io, abusato da un prete: l’ultima persona con cui avrei dovuto parlare sarebbe stata un prete. Il psicoterapeuta è contrario. Ogni volta dico a don Alberto che ha sbagliato mestiere, ma non si può vivere senza avere fiducia”.

    A Roma c’è il Sinodo sui Giovani con Delpini rappresentante dei vescovi italiani. Se potesse, cosa direbbe ai partecipanti?

    “Direi loro di uscire tutti perché è una pagliacciata, o di far entrare tutti e di parlare con il cuore aperto di ciò che interessa veramente ai giovani. Discutere su come riportare i giovani in chiesa e far finta di non guardare la più grande spina nel fianco, che è quella degli abusi, non ha senso. Ipocrisia pura. Vieni a sapere? Non hai scelta, denunci”.

    Mi spiega i due tatuaggi sul braccio e sul collo?

    “Il primo è una bussola. Significa la ricerca di una strada, il desiderio di navigare nella vita con un minimo di stabilità. Il secondo è una scritta: Error 404. Lo dice il computer quando non trova un contenuto. Infatti da quell’orecchio sono sordo”.

    Chi l’ha aiutata di più ad aggrapparsi all’esistenza, a non naufragare?

    Alessandro indica con il dito qualcuno dietro le spalle, laggiù in cucina. Un’ombra che non ha voluto assistere all’intervista, ma che trepida facendo finta di maneggiare lo smartphone, pronta a sorreggergli i pensieri, la fronte, la vita. Gli trema la voce: “Lei c’è sempre stata e ci sarà sempre”. Sua mamma.

    (trascrizione da La Verità dell’ 11 ottobre 2018)

  • “Non sputare del piatto in cui mangi” –  Abusi nella chiesa cattolica italiana

    “Non sputare del piatto in cui mangi” – Abusi nella chiesa cattolica italiana

    L’Italia è in difficoltà nel fornire chiarimenti su atti di abuso da parte della chiesa. Attivisti riferiscono su accordi tra Chiesa e Stato, il comportamento sbagliato del papa peggiora la situazione.

    A volte, arriva il momento della soddisfazione. Per Alessandro Battaglia è accaduto giovedì, quando Mauro Galli è stato condannato a sei anni e quattro mesi di reclusione dal tribunale di Milano. L’ex-vicario di Rozzano è stato ritenuto colpevole di avere commesso abuso sessuale ai danni di Alessandro nel 2011.

    “Oggi è una giornata positiva” ha affermato il 23enne. Si tratta di una sanzione insolitamente alta per l’Italia. L’annuncio della difesa di ricorrere in appello non può certo offuscare la gioia dei Battaglia.

    I sentimenti positivi, nei sette anni passati, erano stati più che altro l’eccezione, per Alessandro Battaglia. Subito dopo l’abuso, il ragazzo sarebbe rimasto come pietrificato. Con poche parole, egli informò sua madre che in quella notte di dicembre del 2011 era successo qualcosa di grave, “tutto quello che ti puoi immaginare”.

    Poi tacque, per tre lunghi anni.

    La madre si confidò con un prete della comunità. Nella chiesa, evidentemente in agitazione, si cercava una soluzione discreta.

    Mauro Galli venne trasferito in una comunità a 20 km da Milano. Nel 2012, la famiglia venne a sapere che l’ecclesiastico continuava a lavorare con i minorenni. I genitori presentarono allora un reclamo presso la direzione della chiesa, scrissero lettere a papa Benedetto e al suo successore Francesco. Il cardinale Angelo Scola sospese don Mauro e prese in considerazione un procedimento ecclesiastico, mentre si scusava con la famiglia, che però nel 2014 sporse denuncia.

    “All’improvviso non avevo più nulla”

    L’abuso portò lo scompiglio nella vita della famiglia Battaglia.

    “Più volte sono stato dallo psichiatra e cinque volte ho tentato di togliermi la vita”, dice Alessandro. “Però, sono ancora qui”.

    Vicini e amici del centro ecclesiastico giovanile evitavano di incontrarlo per strada e il suo migliore amico dichiarò, durante il processo, che nelle accuse contro il prete non c’era niente di vero. La sua ragazza lo lasciò, proprio come Dio, la sua fede, la sua fiducia innata.

    “La chiesa era la mia vita” dice Battaglia. “All’improvviso non avevo più nulla”. La sua famiglia era profondamente religiosa, trascorreva molto tempo con gli scout cristiani, nel coro della chiesa, nella comunità dove ci si prendeva cura dei bambini. “E ogni due giorni mi sono confessato da Don Mauro”.

    Poco prima del Natale 2011, il vicario, dopo la confessione, lo invitò nella sua stanza da letto. “C’era un grande letto matrimoniale. All’inizio mi sono sentito addirittura privilegiato di avere l’onore di stare con lui. Sembrava che tutto fosse perfettamente normale per lui. La mattina dopo, mi accompagnò a scuola con la sua macchina”.

    “Un viaggio doloroso”

    Il prete ha ammesso in tribunale di aver dormito insieme all’allora 15enne in un letto. Ha negato l’abuso. Tuttavia, ha pagato alla famiglia la somma di 150.000 euro a titolo di risarcimento extragiudiziale: “un’evidente contraddizione”, per il pubblico ministero.

    Anche l’arcivescovado di Milano è oggetto di critiche. Durante il processo, sono stati utilizzati verbali di colloqui nei quali l’arcivescovo Mario Delpini – responsabile di Rozzano come vescovo ausiliare all’epoca dell’abuso – propose di trasferire don Mauro in un’ altra parrocchia. Si sospetta, quindi, un tentativo di insabbiamento e connivenze ad altissimo livello.

    “È stato un viaggio doloroso, un eterno dramma, ma oggi a mio figlio è stata restituita credibilità”, ha detto la madre dopo il verdetto.

    È stato un peso, per Alessandro Battaglia, vedere i genitori che continuavano di andare in chiesa e gli chiedevano di accompagnarli e addirittura di confessarsi. Gli ci è voluto molto tempo per dire di no. Solo pochi mesi fa è arrivata la svolta. “Non avevo più voglia di andare avanti così. Mi sono arrabbiato moltissimo, era il mio modo di passare da vittima a sopravvissuto.”

    È stato aiutato da Francesco Zanardi, un compagno di sventura, che nel 2010 aveva creato insieme ad altri attivisti la “Rete L’Abuso”.

    Dice Zanardi: “La vicinanza dell’istituzione chiesa alla politica e all’economia italiana è dannosa per ogni forma di chiarimento”.

    Tra i 15 paesi che si sono uniti per formare la rete internazionale antiabuso ECA (Ending Clergy Abuse), l’Italia sarebbe all’ultimo posto in classifica. Mancherebbe di tutto: indagini statistiche, commissioni d’inchiesta, incaricati contro l’abuso e una politica di prevenzione a livello nazionale.

    Il governo rimane fuori dal dibattito.

    “Ho avuto bisogno di quattro anni per trovare un politico disposto a presentare un’interrogazione parlamentare sugli abusi sui minori nella chiesa”, dice Zanardi. Nel novembre 2017, Matteo Mantero, deputato del Movimento 5 Stelle, l’ha finalmente presentata, chiedendo tra l’altro un fondo per il risarcimento per le vittime di abuso. Quello che ne è seguito è…niente.

    Zanardi avanza gravi accuse contro giudici e pubblici ministeri italiani per il loro comportamento troppo fiacco verso le istituzioni ecclesiastiche.

    Ci sono casi in cui si rinuncia all’arresto perché i religiosi sospettati si troverebbero già in un istituto ecclesiastico sorvegliato, dove pregano e fanno penitenza.

    Inoltre, la stampa italiana non sta adempiendo al suo dovere di chiarire la questione. Mancano rapporti investigativi di grande impatto, tipo “Spotlight” del Boston Globe. “Abbiamo bisogno di attenzione per far sì che i genitori non affidino più i loro figli alle istituzioni ecclesiastiche”.

    La gestione della questione degli abusi da parte del papa è ambigua. Dopo le  ultime notizie di abusi negli Stati Uniti e in Germania, ha invitato per febbraio a Roma i capi delle conferenze episcopali per tenere un summit di crisi. Sembra improbabile che vengano decisi cambiamenti strutturali apprezzabili.

    La commissione papale per la tutela dei minori si riunisce raramente e si è fatta conoscere per le scandalose dimissioni di due membri che a loro volta hanno subito abusi e hanno chiesto maggiore trasparenza. Non è mai stato istituito un tribunale speciale per chiedere conto al clero in caso di occultamento.

    Francesco ha protetto vescovi e cardinali sospettati di aver occultato abusi o persino di averne commesso essi stessi.

    Nelle sue prediche, il papa si scusa con le vittime. Però, davanti ad accuse dirette di abuso, spesso esita e agisce solo quando la pressione pubblica si fa troppo forte. Le lotte di potere degli integralisti conservatori rendono il problema ancora più complicato.

    Nel caso Battaglia, l’arcivescovo di Milano, dopo il verdetto contro Don Mauro, ha dichiarato di essere ansioso di conoscere l’esito del procedimento ecclesiastico. La chiesa era al fianco della famiglia, che “ha sofferto ingiustamente”.

    Il nuovo parroco della parrocchia dei Battaglia vede la situazione in modo diverso. Alludendo alla famiglia e alla perdita di credibilità della chiesa ha detto: “Non sputare nel piatto in cui mangi.”

    http://www.spiegel.de/panorama/gesellschaft/katholische-kirche-und-missbrauchsaufklaerung-in-italien-betroffene-erzaehlen-a-1229376.html

    (traduzione a cura di Lidia Untergantschnig)

    TESTO ORIGINALE:

    Missbrauch in Katholischer Kirche Italiens”Spuck nicht in den Teller, von dem du isst”

    Italien tut sich schwer mit der Aufklärung kirchlicher Missbrauchstaten. Aktivisten berichten von Absprachen zwischen Kirche und Staat, das erratische Verhalten des Papstes verschlimmert die Lage.

    Von Annette Langer

    Manchmal gibt es ihn, den Moment der Genugtuung. Für Alessandro Battaglia kam er am Donnerstag, als Mauro Galli von einem Mailänder Gericht zu sechs Jahren und vier Monaten Haft verurteilt wurde. Der ehemalige Vikar aus der Stadt Rozzano wurde schuldig gesprochen, Alessandro im Jahr 2011 sexuell missbraucht zu haben.

    “Heute ist ein guter Tag”, sagt der 23-Jährige. “Das ist ein für Italien ungewöhnlich hohes Strafmaß.” Zwar hat die Verteidigung angekündigt, in Berufung gehen zu wollen. Doch das kann Battaglias Freude nicht trüben.

    Positive Gefühle waren in den vergangenen sieben Jahren für Alessandro Battaglia eher die Ausnahme. Nach der Vergewaltigung sei er zunächst wie versteinert gewesen. Mit knappen Worten informierte er seine Mutter, dass etwas Schlimmes passiert sei in jener Dezembernacht 2011, “alles, was du dir vorstellen kannst”. Dann schwieg er, drei Jahre lang.

    Die Mutter vertraute sich einem Priester der Gemeinde an, in der Kirche suchte man – offenbar nervös geworden – nach einer diskreten Lösung.

    Mauro Galli wurde versetzt, in eine Gemeinde 20 Kilometer von Mailand entfernt. 2012 erfuhr die Familie, dass der Geistliche noch immer mit Minderjährigen arbeitete. Die Eltern beschwerten sich bei der Kirchenleitung, schrieben Briefe an Papst Benedikt, später an seinen Nachfolger Franziskus. Kardinal Angelo Scola suspendierte Don Mauro, stellte ein kirchliches Verfahren in Aussicht und entschuldigte sich bei der Familie. Die erstattete 2014 Anzeige.

    “Plötzlich hatte ich gar nichts mehr”

    Der Missbrauch brachte Battaglias Welt zum Einstürzen. “Ich war mehrere Male in der Psychiatrie, habe fünfmal versucht mich umzubringen”, sagt er. “Aber ich bin noch hier.”

    Nachbarn und Freunde aus dem kirchlichen Jugendzentrum wichen ihm auf der Straße aus, sein bester Kumpel sagte im Prozess aus, an den Vorwürfen gegen den Priester sei nichts dran. Seine Freundin verließ ihn – genau wie Gott, sein Glauben, sein Urvertrauen.

    “Die Kirche war mein Leben”, sagt Battaglia. “Plötzlich hatte ich gar nichts mehr.” Seine Familie war tief religiös, er verbrachte viel Zeit bei den christlichen Pfadfindern, im Kirchenchor, in der Gemeinde, wo er Kinder betreute. “Und jeden zweiten Tag habe ich bei Don Mauro gebeichtet.”

    Nach einer solchen Beichte bat ihn der Vikar kurz vor Weihnachten 2011 in sein Schlafzimmer. “Da stand ein großes Ehebett. Ich fühlte mich anfangs sogar privilegiert, dass mir die Ehre zuteilwurde, bei ihm übernachten zu dürfen. Es wirkte, als wäre das alles völlig normal für ihn. Am Morgen danach hat er mich im Auto zur Schule gebracht.”

    “Ein schmerzlicher Weg”

    Der Priester räumte vor Gericht ein, mit dem damals 15-Jährigen in einem Bett geschlafen zu haben. Den Missbrauch stritt er ab. Trotzdem ließ er der Familie außergerichtlich eine Entschädigungssumme von 150.000 Euro zukommen – für die Staatsanwaltschaft ein “offensichtlicher Widerspruch”.

    Auch das Erzbistum Mailand steht in der Kritik: Im Prozess wurden Gesprächsprotokolle verwertet, in denen Erzbischof Mario Delpini – zum Tatzeitpunkt noch als Weihbischof für Rozzano zuständig – anregt, den sündigen Don Mauro in eine andere Pfarrei zu versetzen. Vertuschung und Mitwisserei auf höchster Ebene, so der Verdacht.

    “Es war ein schmerzlicher Weg, ein ewiges Drama – aber heute ist die Glaubwürdigkeit meines Sohnes wiederhergestellt worden”, sagte die Mutter nach dem Urteil. Es war belastend für Alessandro Battaglia, dass seine Eltern weiter zur Kirche gingen, ihn aufforderten, mit zum Gottesdienst zu kommen und sogar die Beichte abzulegen. Es dauerte lange, bis er sich dagegen auflehnen konnte. Erst vor wenigen Monaten kam der Wendepunkt. “Ich hatte keine Lust mehr so zu leben. Ich bin sehr wütend geworden, das war mein Weg vom Opfer zum Überlebenden.”

    Geholfen hat ihm Francesco Zanardi, ein Leidensgenosse, der 2010 mit anderen Aktivisten das Netzwerk “Rete Abuso” gründete. “Die Nähe der Institution Kirche zur italienischen Politik und Wirtschaft ist schädlich für jede Form der Aufklärung”, sagt Zanardi.

    Von den 15 Ländern, die sich zum internationalen Antimissbrauchs-Netzwerk ECA (Ending Clergy Abuse) zusammengeschlossen haben, stünde Italien in Sachen Aufarbeitung am schlechtesten da. Es fehle an allem: statistischen Erhebungen, Untersuchungskommissionen, Missbrauchsbeauftragten und einer nationalen Präventionspolitik.

    Die Regierung halte sich aus der Debatte heraus. “Ich habe vier Jahre gebraucht, um einen Politiker zu finden, der eine parlamentarische Anfrage zum Kindesmissbrauch in der Kirche stellt”, sagt Zanardi. Im November 2017 brachte der Abgeordnete Matteo Mantero von der Fünf-Sterne-Bewegung die Anfrage ein und forderte unter anderem einen Entschädigungsfonds für Missbrauchsopfer. Geschehen ist – nichts.

    Zanardi erhebt schwere Vorwürfe gegen italienische Richter und Staatsanwälte, deren Umgang mit kirchlichen Institutionen zu lasch sei. Es gebe Fälle, in denen auf Arrest verzichtet würde, weil die Kirche behaupte, die tatverdächtigen Geistlichen befänden sich bereits in einer überwachten kirchlichen Einrichtung, wo sie beten und Buße tun würden.

    Zudem komme die italienische Presse ihrem Aufklärungsauftrag nicht nach. Es fehle an investigativen Berichten, an einem großen Aufschlag des Typs “Spotlight” des “Boston Globe”. “Wir brauchen die Aufmerksamkeit, damit die Eltern aufhören, ihre Kinder den kirchlichen Einrichtungen anzuvertrauen.”

    Der Umgang des Papstes mit dem Thema Missbrauch ist erratisch. Nach den jüngsten Missbrauchsberichten aus den USA und Deutschland hat er für Februar die Chefs der Bischofskonferenzen zum Krisengipfel nach Rom geladen. Dass dort nachhaltige strukturelle Änderungen beschlossen werden, scheint unwahrscheinlich.

    Zu schlecht ist die bisherige Bilanz: Die päpstliche Kommission zum Schutz von Minderjährigen kommt nur selten zusammen und machte vor allem mit den skandalösen Austritten zweier Mitglieder von sich reden, die selbst missbraucht wurden und mehr Transparenz gefordert hatten. Ein geplantes Sondergericht, das Geistliche im Fall von Vertuschung zur Rechenschaft ziehen sollte, wurde nie eingesetzt.

    Franziskus hat Bischöfe und Kardinäle protegiert, die unter Verdacht stehen, sexuellen Missbrauch vertuscht oder gar selbst begangen zu haben. In seinen Predigten entschuldigt sich der Papst wortreich bei den Opfern und mahnt Besserung an. Doch bei konkreten Missbrauchsvorwürfen zögert er häufig und handelt erst, wenn der öffentliche Druck zu groß wird. Machtkämpfe konservativer Hardliner in der Kirche machen das Thema nur noch komplizierter:

    Im Fall Battaglia erklärte die Erzdiözese Milano nach dem Urteil gegen Don Mauro, man sei nun gespannt auf den Ausgang des kirchlichen Verfahrens. Die Kirche stehe der Familie zur Seite, die doch “zu Unrecht gelitten habe”.

    Der neue Pfarrer in Battaglias Gemeinde sieht die Sache wohl anders: Er erklärte mit Seitenhieb auf die Familie und den Gesichtsverlust der Kirche: “Spuck nicht in den Teller, von dem du isst.”

    http://www.spiegel.de/panorama/gesellschaft/katholische-kirche-und-missbrauchsaufklaerung-in-italien-betroffene-erzaehlen-a-1229376.html

  • Prete condannato per abusi sessuali su minorenne, parla la vittima: “Nessuno mi voleva credere” – VIDEO

    Prete condannato per abusi sessuali su minorenne, parla la vittima: “Nessuno mi voleva credere” – VIDEO

    Don Mauro Galli, ex parroco di Rozzano, nell’hinterland di Milano, è stato condannato oggi a sei anni e quattro mesi per abusi sessuali su minore dal tribunale di Milano. Fanpage.it ha raccolto le prime parole della vittima del sacerdote, oggi maggiorenne: “La sentenza riconosce che la società mi ha creduto. Ma quello che mi sogno la notte, quello che mi fa male e che mi tormenta non lo cancella”.

     

    “I sei anni e quattro mesi per me sono una pena esemplare”. Queste le prime parole di Fausto (nome di fantasia, ndr), il ragazzino che la notte del 19 dicembre 2011 subì degli abusi sessuali da don Mauro Galli, all’epoca sacerdote a Rozzano, nell’hinterland di Milano. Quella che all’inizio era solo la denuncia di un ragazzino, a cui in pochi credevano, è diventata adesso una sentenza di primo grado della magistratura: don Galli è stato condannato oggi dalla quinta sezione penale del tribunale di Milano, che ha inoltre disposto per il sacerdote il divieto di avere contatti con minorenni, oltre all’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Misura, quest’ultima, che scatterà solo nel caso in cui la condanna verrà confermata. Don Galli, che in una precedente udienza del processo aveva ammesso di aver dormito sul letto matrimoniale con Fausto, che all’epoca dei fatti aveva 15 anni, ha sempre negato di aver abusato del ragazzino. Il prete, in via extragiudiziale, aveva però deciso di risarcire la famiglia di Fausto (che non si è costituita parte civile) con 100mila euro. Una circostanza che il pubblico ministero Lucia Minutella, che aveva chiesto per l’imputato dieci anni e otto mesi di reclusione, aveva considerato “una discrasia evidente nella difesa dell’imputato”, dal momento che era stato “risarcito un danno che si ritiene di non avere cagionato”.

    Le prime parole della vittima a Fanpage.it
    Adesso, dopo la sentenza di primo grado, Fausto, ormai maggiorenne, ha affermato ai microfoni di Fanpage.it che si è trattato di “un grande passo per la società in generale”. “Di norma per questi reati manco finiscono dentro”, ha aggiunto il ragazzo. Il suo percorso verso la sentenza odierna non è stato facile: “Ho tentato di togliermi la vita quattro cinque volte. Ho perso anni di studio, amici che non mi hanno creduto, ho perso la fede. Stavo per perdere anche la mia famiglia, che è l’unico motivo per cui sono vivo”. La condanna di oggi è importante per lui perché “riconosce che la società mi ha creduto. Ma quello che mi sogno la notte, quello che mi fa male e che mi tormenta non lo cancella la sentenza”. “Nessuno mi voleva credere, nessuno ha mai cercato di approfondire la situazione”, ha poi aggiunto il ragazzo, che ha deciso di rendere pubblica la sua vicenda e di affrontarla perché “queste cose non devono più accadere”. “Io non sono più una vittima, sono un sopravvissuto. Il mio dolore non serve a niente se lo tengo per me, voglio mettere a disposizione di tutti questa mia sofferenza”. E su don Galli ha affermato: “Prima l’avrei voluto morto. Adesso non ho nessun interesse nei suoi confronti, la giustizia ha fatto il suo corso”. Adesso si dovranno attendere le motivazioni della sentenza prima del probabile ricorso del legale del sacerdote, Mario Zanchetti, che continua a sostenere l’innocenza del suo assistito in relazione alle accuse.

    https://milano.fanpage.it/prete-condannato-per-abusi-sessuali-su-minorenne-parla-la-vittima-nessuno-mi-voleva-credere/

  • Pedofilia, madre ragazzo critica Delpini

    Pedofilia, madre ragazzo critica Delpini

    ‘E’ stato maldestro, il Papa è a conoscenza della situazione’

    (ANSA) – MILANO, 20 SET – L’arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, che nel 2011 al momento della presunta violenza sessuale su un 15enne da parte di don Mauro Galli, condannato oggi, era vicario episcopale della zona pastorale numero 6 del Milanese, “è stato maldestro nella gestione di questa cosa, perché dopo aver saputo dell’abuso lo ha spostato alla pastorale di Legnano” a contatto tra l’altro con altri giovani. Così ha detto ai cronisti la madre del ragazzo dopo la condanna del religioso.
    Delpini incontrò nel 2012 la famiglia del ragazzo, che subito aveva dimostrato disagio e che ha raccontato della violenza solo nel 2014 a uno psichiatra. La madre ha anche aggiunto che “il Papa è perfettamente a conoscenza della situazione” ma che Delpini è stato “comunque nominato membro del sinodo dei giovani”.

    “Con Delpini – ha spiegato la madre del ragazzo – abbiamo avuto un unico incontro nel 2012. E’ stato maldestro nella gestione di questa cosa, dopo avere saputo dell’ abuso ha spostato don Galli a Legnano e quando ne siamo venuti a conoscenza abbiamo chiesto di parlare col cardinale”. Nel processo era stato acquisito un verbale di sommarie informazioni testimoniali rese, nell’ottobre 2014, da Delpini, il quale aveva spiegato che, dopo avere appreso da un altro sacerdote che il ragazzo “aveva segnalato abusi sessuali compiuti da Don Mauro”, decise di trasferirlo “ad altro incarico, disponendo il suo trasferimento nella parrocchia di Legnano”. La madre del giovane, sempre parlando coi cronisti, ha sostenuto che “il Papa è a conoscenza della situazione, il nunzio apostolico è perfettamente a conoscenza di tutto ciò e ci ha mandato una lettera, e poi Delpini è stato nominato tra i membri del sinodo dei giovani”. La donna ha detto inoltre che questa vicenda è stata “un percorso doloroso da tanti punti di vista, prima di tutto familiare”, anche perché la difesa “ha provato a minare la credibilità di mio figlio”. E il ragazzo “ha avuto conseguenze drammatiche, quattro volte ha tentato il suicidio”. E ancora la donna: “Io penso che il percorso di ogni persona che subisce un abuso è un passaggio dall’essere vittima a diventare sopravvissuto. Raccontarlo agli altri, che non trovano il coraggio di denunciare, è un’esperienza faticosa ma una dimensione di giustizia”. I giudici non hanno concesso alcuna attenuante all’ex parroco condannato e depositeranno le motivazioni tra 60 giorni.

    http://www.ansa.it/lombardia/notizie/2018/09/20/pedofilia-madre-ragazzo-critica-delpini_bd5dca00-9e9f-4f31-b5f8-6666cbd819f5.html

  • Pedofilia, prete condannato. La vittima: “Sono un sopravvissuto, ho tentato il suicidio 5 volte”

    Pedofilia, prete condannato. La vittima: “Sono un sopravvissuto, ho tentato il suicidio 5 volte”

    Nessuno voleva credergli, eppure adesso una sentenza di primo grado ha messo nero su bianco che Don Mauro Galli, ex parroco di Rozzano, è colpevole di aver abusato di lui, la notte di 7 anni fa, quando lo invitò a dormire a casa sua. Oggi quel ragazzino di 15 anni è cresciuto e da maggiorenne ha deciso di commentare a Fanpage.it questa sentenza. “Ho aspettato questo giorno per anni, – ci ha detto – arrivare fin qui non è stato facile, ho tentato di togliermi la vita 4 o 5 volte, ho perso anni di scuola, ho perso amici che non mi hanno creduto. Sei anni e 4 mesi per me è una pena esemplare, di norma per questi reati neanche finiscono dentro, è stato un grande passo per la società in generale”.

  • Tre settimane fa ho confessato di aver subito molestie da parte di un prete. Ecco com’è cambiata la mia vita

    Tre settimane fa ho confessato di aver subito molestie da parte di un prete. Ecco com’è cambiata la mia vita

    Questo post è stato pubblicato su HuffPostUsa ed è stato tradotto da Milena Sanfilippo

    Due anni fa circa, io e mia moglie eravamo seduti al tavolo del solito pub durante l’happy hour a rimpiangere i trenta ormai agli sgoccioli. Una conoscente che aveva appena compiuto cinquant’anni ci regalò una perla di saggezza: “I quaranta vi riserveranno i giorni migliori della vostra vita. Tutto si allinea e cominci a capirci qualcosa”.

    Per me quello fu solo un tentativo benevolo di far sembrare una situazione critica più rosea di quanto fosse in realtà – un po’ come quando ti dicono che il denaro non può comprare la felicità, o che quando un uccello ti fa la cacca addosso porta fortuna.

    Ma, ho capito in seguito, quella donna aveva ragione.

    Nei trent’anni precedenti avevo trasportato un fardello psicologico che solo in quel momento iniziava a chiedere lo scotto: il prete della mia parrocchia mi aveva molestato sessualmente quando ero un chierichetto, alla fine degli anni ’80.

    In un certo senso, ero sempre stato consapevole del fatto che c’era qualcosa di sbagliato. Come tante persone, avevo saputo degli abusi perpetrati dal clero cattolico. Leggendo quelle storie, pensavo tra me: be’, non mi è andata poi tanto male – come se l’abuso su un minore potesse essere tollerato fino a un certo grado. Da ragazzino ho rubato delle sigarette, ma non ho mai rubato una macchina. Ho bevuto alcolici quando ero ancora minorenne, ma non ho mai guidato ubriaco. Giudicavo l’abuso subito in modo simile. Un prete mi aveva immobilizzato per baciarmi, ma non mi aveva mai strappato i pantaloni di dosso.

    Solo quando ho letto il verbale del Gran Giurì della Pennsylvania, pubblicato il mese scorso, sui decenni di abusi da parte di rappresentati del clero nel Commonwealth mi sono reso conto che alcune parti sembravano la mia autobiografia. Le storie dei sopravvissuti rispecchiavano la mia. Ho letto delle ripercussioni psicologiche che hanno subito e ho capito che anche io mi ero trascinato quel peso per così tanto tempo da permettergli di influenzare ogni aspetto della mia esistenza. Ho avuto trascorsi con l’abuso di sostanze. Problemi nell’intimità. Ansia. Depressione. Disprezzavo qualsiasi forma di autorità. Credevo di non meritare niente, di non essere abbastanza.

    Ma il peggio è che nascondevo i dettagli a mia moglie, agli amici e alla famiglia; tutti loro, almeno una volta, avevano fatto i conti con le scosse di assestamento di quelle manifestazioni.

    In quel momento ho capito che dovevo liberarmi da quel peso; che non sarei mai andato avanti con la mia vita senza scendere a patti con quello che mi è successo.

    Immagino che la maggior parte delle persone nella mia posizione ne parlerebbe prima con i propri cari e poi con uno psichiatra. Io ho deciso di seguire un’altra direzione. Credevo che se avessi raccontato la mia storia a una persona cresciuta nella mia stessa parrocchia, e se quella persona fosse giunta alle medesime conclusioni, forse anche lei sarebbe riuscita a cambiare prospettiva rispetto ai suoi problemi personali, di qualunque natura fossero. Inoltre, avevo appreso da poco che il prete colpevole delle molestie lavorava ancora in una parrocchia, con una scuola. Speravo che, uscendo allo scoperto, sarei riuscito ad allertare quella chiesa e i suoi parrocchiani e a far sollevare l’uomo dall’incarico.

    Sono stato fortunato abbastanza da lavorare freelance (occupandomi di notizie e pezzi di opinione) per Reverb Press, un sito politico indipendente, negli ultimi due anni e mezzo. Ho confidato tutto ai caporedattori e detto loro della mia volontà di raccontare l’esperienza su Reverb.

    Più di tutto, a preoccupare i capi è stata la mia salute. Mi hanno trattato come un fratello, non come un dipendente. Volevano essere certi che sarei riuscito a gestire sul piano emotivo le possibili conseguenze del condividere tutto in modo così pubblico. Ad essere onesto, non ero sicuro al cento per cento di come avrei reagito una volta pubblicata la storia, ma volevo farlo.

    Ho parlato con mia moglie di ciò che mi è successo e della mia decisione di uscire allo scoperto, e lei mi ha dimostrato tutto il suo sostegno. Ha posto soltanto una condizione (piuttosto ragionevole) prima della stesura del pezzo: dovevo raccontarle tutta la storia prima che la leggesse sullo schermo del telefono.

    Sapevo che se non avessi acconsentito a quella richiesta, non sarei riuscito neanche a gestire quello che mi avrebbe aspettato in seguito. Perciò le ho detto tutto. Mi sono sentito soffocare. Lei ha pianto. E otto ore dopo, in una soleggiata domenica mattina, la storia è stata pubblicata

    Non sapevo cosa aspettarmi.

    Non si sente spesso un uomo che denuncia apertamente un abuso sessuale. Potrò anche proclamarmi aperto, emancipato e progressista, ma questo non cambia il fatto che sono cresciuto con la filosofia da tardo ventunesimo secolo, “i maschi si comportano da maschi”, in una società alimentata a testosterone e fatta di misoginia dilagante e omofobia neanche tanto velata. Piangere non era tollerato, figuriamoci esternare la nostra vulnerabilità.

    Sapevo che avrei potuto contare sul sostegno di amici e familiari. Sapevo che molti amici sui social avrebbero capito. Ma tutti gli altri? Come avrebbero reagito di fronte a questo chiacchierone robusto e barbuto e alla sua confessione tanto cruda? E la mia città natale? Stavo sollevando un polverone che era meglio non sollevare? Stavo aprendo il vaso di Pandora nella comunità dove i miei suoceri vivono tuttora?

    Le mie paure si sono placate quasi all’istante. La mia storia si è diffusa negli ambienti social della mia città, Ridgefield Park (New Jersey), come un incendio. Sono stato bombardato da messaggi su Facebook da parte di persone a cui non pensavo da trent’anni. La reazione è stata unanimemente positiva.

    E ho ricevuto più di un messaggio come questo:

    “Ed, non so se ti ricordi di me, ma facevo il chierichetto con te e ho subito gli stessi abusi da Padre Gerry. Non l’ho mai detto a nessuno”.

    È bastato quel messaggio (da parte di un signore che ora sento tutti i giorni) a provarmi che avevo preso la decisione giusta. Ma non è finita lì.

    A quanto pare tutti si ricordavano di Padre Gerry. Tutti sapevano che qualcosa non andava. Alcuni nutrivano sospetti molto forti. Altri avevano sentito storie inquietanti. Altri ancora erano stati molestati. Due famiglie hanno perso delle persone care all’indomani di quegli abusi. Ma nessuno aveva mai parlato. E comprendo bene il motivo. Io ci ho messo trent’anni. Chi aveva provato a denunciare il comportamento inappropriato all’epoca è stato messo a tacere. La parrocchia iniziò a incolpare le vittime. E la nostra chiesa era l’epicentro culturale della città – tra i suoi membri c’erano insegnanti, agenti di polizia, paramedici, sindaci e consiglieri comunali.

    Quando si è venuto a sapere che l’aggressore era ancora un prete in piena attività e che lavorava con gli studenti, lo choc si è tramutato in rabbia. La parrocchia – a meno di venti chilometri da Ridgefield Park – è stata subissata di chiamate ed email. I funzionari si sono visti costretti a disabilitare i commenti sulla pagina Facebook.

    Un gruppo di donne, soprannominatosi “Relentless bitches”, ha guidato la carica per far sollevare l’uomo dal servizio. Si sono appellate all’arcidiocesi. Al procuratore distrettuale. Un detective dell’Unità vittime speciali mi ha telefonato per verificare il mio racconto prima di affrontare le autorità ecclesiastiche.

    Quella settimana, un mercoledì, è stata organizzata una protesta di fronte alla Chiesa per la domenica successiva. Ma arrivati al venerdì, non era più necessario. Padre Gerry Sudol è stato sollevato dall’incarico. È stata riaperta un’indagine della Chiesa sui suoi abusi. La mia storia ha raggiunto l’arcidiocesi e le forze dell’ordine. La chiesa ha contattato persino mia moglie per farle sapere che avrebbero accolto la mia testimonianza. (Non ho ragione di fidarmi delle motivazioni e dei metodi della chiesa e non hanno alcuna autorità su di me. Mi hanno informato che le mie deposizioni formali all’ufficio del procuratore saranno inviate all’arcidiocesi per eventuali procedimenti).

    D’un tratto, c’era NJ.com a intervistarmi ed ero in onda per l’emittente della NBC a New York. Chiunque nell’area metropolitana di New York, che conta una popolazione di venti milioni di persone, poteva sapere che ho subito molestie sessuali da bambino. Non potevo più nasconderlo. Se avessi immaginato le attenzioni che la mia esperienza avrebbe ricevuto, probabilmente non avrei mai contemplato l’idea di condividerla.

    E proprio per questo ne sono felice.

    Il mio vicino – un camionista di quasi sessant’anni, senza dubbio il più grande rompipalle che abbia mai conosciuto – era uno dei “maschi alfa” che speravo di evitare una volta sganciata la bomba. Come ho già detto, talvolta è ancora difficile sradicare l’arcaico “codice maschile”. La prima volta che l’ho incontrato dopo la pubblicazione della storia, ha percorso il mio vialetto, mi ha teso la mano e ha detto: “È una grande storia [segue imprecazione]! Ci vogliono le palle. Spero che consegnerai quei bastardi alla giustizia.”

    Meno di due settimane dopo la pubblicazione del pezzo, gli stati del New Jersey e di New York hanno annunciato che, sull’esempio della Pennsylvania, avvieranno un’indagine sugli abusi del clero e sulla reazione della chiesa cattolica. So che non è stato il nostro gruppo Facebook di 380 membri il fattore chiave di questa decisione; ma sono sicuro che grazie a noi questa storia è rimasta sulle prime pagine abbastanza a lungo da fornire ai leader politici il pretesto per affrontare l’organizzazione più vecchia del mondo.

    Io e mia moglie abbiamo riso molto nelle tre settimane successive alla confessione, e questo mi porta a credere che il mio atteggiamento generale sia cambiato. Non è stata una conseguenza intenzionale, ma è immensamente gradita – così come lo sono la pressione più bassa e i miglioramenti del sonno.

    Ho capito che non sono una vittima, ma un sopravvissuto. I maschi alfa, gli stessi da cui mi aspettavo di essere deriso una volta saputa la verità, sono stati tra i miei più accaniti sostenitori. Per la prima volta in vita mia ho sentito di aver tracciato una rotta. Quale sarà la destinazione finale… non lo so per certo. Ma vedere una comunità intera di persone che si erano perse da anni radunarsi all’improvviso, non appena abbiamo deciso di fare i conti con il nostro “segreto”, ha risanato la mia fiducia nell’umanità in questi tempi spesso distopici.

    Canalizzare la rabbia che nutrivo contro la Chiesa in un’inflessibile e produttiva rivendicazione, tesa a smascherare i responsabili e fare giustizia, si è rivelata la mia missione di vita – solo che non lo avevo mai saputo.

    Immagino che la vita inizi davvero a quarant’anni.

  • PEDOFILIA: REGOLA SENZA ECCEZIONI (“video”)

    PEDOFILIA: REGOLA SENZA ECCEZIONI (“video”)

    Mentre a Berlino è in corso il Meeting Internazionale dei sopravvissuti agli abusi sessuali del clero, che vede rappresentanti di vittime e vittime di tutto il mondo, questa sera, 14 settembre 2018, è andata in onda in diretta streeming su tv7, una interessante trasmissione dal titolo “Pedofilia: regola senza eccezioni”

    Gli ospiti presenti in studio erano:

    Avv. Salvatore Frattallone, avvocato penalista

    Dott. Giancarlo Bottacin, psicoterapeuta e sessuologo

    Maurizio Ruggiero, presidente dell’Associazione Sacrum Romanum Imperium e in diretta telefonica da Berlino è intervenuto anche Francesco Zanardi, fondatore presidente e portavoce dell’Associazione Rete L’ABUSO, e sopravvissuto agli abusi sessuali di un prete.

    Interessante dibattito che ha toccato un tema di estrema attualità mondiale, ripercorrendo le cause che portano al compimento di atti che risultano essere criminosi, l’inefficace gestione interna alla Chiesa, la competenza giuridica nell’affrontare le indagini e la fase processuale e, non da ultimo, i protagonisti spesso dimenticati, ovvero le vittime.

    Qui di seguito il link della trasmissione completa.

    La Redazione

  • Abusato da mosignor Angelo Pio Loco Boscariol. Triste storia di un bambino che voleva diventare un uomo

    Abusato da mosignor Angelo Pio Loco Boscariol. Triste storia di un bambino che voleva diventare un uomo

    Buongiorno.

    Sono nato a Roma nel 63, oggi ho 55 anni, e gli episodi che vi racconto rimontano alla mia infanzia e adolescenza.

    Infanzia difficile, perché mio padre non mi amava e me lo faceva sapere, non perdendo una occasione per svilirmi, soffrivo quindi di una orribile mancanza di affetto.
    Mia madre, molto materna e affettuosa ma distratta, fece in modo ch’io frequentassi la parrocchia dei SS. Aquila e Priscilla e, brevemente, anche il gruppo dei lupetti, per allontanarmi dalla strada e dai pericoli, perché ci si fidava del clero e dei loro ministri.

    I ricordi della mia infanzia sono sempre stati un mistero, come se cercassi di leggerli tra le pagine chiuse di un libro intonso, e non mi sono mai troppo soffermato su queste pagine segrete, perché ho cercato sempre di andare avanti, per dovere e amor proprio, anche se mi sono sempre domandato il perché di tanti eccessi durante l’adolescenza….

    I miei ricordi sono netti solo a partire dai 13 anni, quando cominciai a frequentare i ragazzini più disperati del quartiere e a farmi le canne, in terza media. Passai poi alle pere, agli acidi e alle anfetamine in primo liceo, e a quindici anni ero eroinomane.

    Negli anni 70 la città intera era stata ricoperta da un velo di polvere bianca destinato a stroncare una gioventù scomoda, e io mi ci rotolai dalla testa ai piedi per dissimulare il senso di colpa che mi portavo dentro e del quale ignoravo la causa. Era un po’ come portarsi sulle spalle il peccato originale, quello che vogliono appiccicarci addosso durante le lezioni di catechismo. O il peccato di qualche ministro moralizzatore, come quello della molto cattolica Rosa Russo-Iervolino che all’epoca, ministro degli affari sociali, promulgò una legge per colpevolizzare i tossicomani, malati e colpevoli di esserlo. Legge premurosamente applicata dalle forze dell’ordine, che non mi risparmiarono botte e ceffoni denudato nei commissariati.

    Ho interrotto gli studi a quindici anni anche se ho continuato a far finta di frequentare il liceo fino ai diciotto, facendomi ovviamente bocciare a ripetizione. E mi sono drogato per quasi dieci anni, fra alti e bassi, perché riuscivo sempre a fermarmi sul bordo del precipizio grazie al mio naturale mimetismo sociale e a un mestiere che mi permettevano di resistere.

    A ventiquattr’anni, come se sbucassi dal nulla e bruciando tutte le tappe, reintegrai rapidamente la società, fresco come un adolescente diventato di colpo uomo, con tanta voglia di fare, tanta voglia di ridere e di dimenticare. Mi sentivo inspiegabilmente puro, pulito, come un angelo che ha volato in inferno senza bruciarsi le ali (anche se ci ho rimesso qualche pelo di culo).

    E poi vent’anni fa mi sono trasferito a Parigi, perché mi sono innamorato di quella che divenne poi mia moglie, e colsi inconsciamente l’occasione per fuggire da Roma e dal mio nebbioso passato.

    Non mi posso lamentare di ciò che ho costruito: faccio un lavoro artistico, sono diventato colto, anche senza diplomi e ho due meravigliosi figli. Ma in fondo ho sempre vissuto come un cane randagio: la mia vita è un immenso “bricolage” e la mia coscienza è una come una zattera di fortuna.

    Sono un naufrago, un sopravvissuto, perché di tutto il mio gruppetto di amici “grandi” (io ero sempre la “mascotte”) sono l’unico che si è salvato. Ho anche evitato l’AIDS, pur scambiando quotidianamente siringhe con sieropositivi. Mi sono invece beccato a diciotto anni due epatiti, la B e la C, quest’ultima guarita nel dolore una decina di anni fa.

    Cinque anni fa mi sono separato da mia moglie, cordialmente, ci amiamo e ci stimiamo ancora come se fossimo i migliori amici del mondo. Ciò non toglie che ritrovarmi di colpo davanti ai “misteri” mi ha fatto sprofondare in crisi.

    Perché definirmi bisessuale non è mai stato sufficiente a capire la natura dei miei desideri. E perché a dieci anni ero talmente ossessionato dal sesso che iniziavo a quei giochi tutti i miei amichetti. E perché tanta vergogna? Perché tanti sensi di colpa? Perché queste fantasie masochiste quando amo solo le carezze?

    E perché l’infanzia rimossa? Perché a nove anni, improvvisamente, pisciavo nel mio letto e facevo scivolare palline di cacca dai pantaloni. E perché la droga in così tenera età, con determinazione, pur avendo un carattere naturalmente ottimista e generoso?

    Pensavo di essermi drogato per debolezza, come un cacasotto, anche se la mia vita mi dimostrava il contrario. Pensavo anche di essere bisessuale per scelta, ma non lo sono, sono solo confuso, solo vittima di una confusione che viene da un lontano passato.

    Ma quale passato? Dove si nasconde il passato?

    Ho allora finalmente cominciato una psicoterapia, cosa che avevo sempre evitato, inconsciamente. Ed è così che ho ritrovato una parte dei miei ricordi, dolorosi, nascosti nel profondo ma che tuttavia affioravano nella memoria… Si perché ho sempre ricordato di certe attenzioni malsane di Don Angelo, che tra l’altro hanno sempre nutrito in me un profondo anticlericalismo che mi ha portato fino a sbattezzarmi una decina di anni fa.

    Ma avevo completamente censurato gli aspetti più scabrosi di quello che è violentemente riaffiorato e che mi ha profondamente sconvolto: a 8 anni don Angelo Pio Loco mi ha violentato, in chiesa, e non una sola volta.

    La memoria mi ha restituito solo tre penosi spezzoni, tre brevi e orribili flash di qualche secondo, tutti all’interno della chiesa o della sagrestia che all’epoca erano ubicate in via Guido Castelnuovo. Fu come se avessi preso una macchina del tempo per rientrare nel corpo dei miei 8 anni, facendomi violentare tra lo sbigottimento e il disgusto del bambino, incapace di pensare, di capire, incapace di muovermi e di fuggire.

    Rividi don Angelo in un confessionale trafficare nelle mie mutande per penetrarmi con le sue dita grassoccie e sporche, perché era sempre sporco e puzzava. E sentii le mie narici d’adulto frustate dall’odore nauseabondo della bava, mentre la sua bocca si spalancava sul mio visino come una voragine. Mi diceva: “apri, dai, apri, apri la bocca”, ch’io tenevo stretta, e ci forzò dentro la sua enorme lingua. Lo rividi poi leccarmi dappertutto, come una belva eccitata dalla preda, mentre io paralizzato mi lasciavo fare, sperando che quell’orco divenuto reale la finisse al più presto e mi lasciasse ritornare in casa.

    Il ritorno nel mio corpo d’adulto mi fece quasi svenire. Corsi in lacrime in casa dove rimasi chiuso a piangere per due settimane, a ricucire i pezzi della mia coscienza disgregata, i pezzi di questa zattera che mi sono ostinato a far galleggiare su un oceano di misteri.

    E poi mi vennero in mente anche altri ricordi, mai dimenticati ma “accantonati” nel dimenticatoio, come quando mi chiudevo in bagno piangendo per lavare dal mio visino il puzzo della sua bava, di nascosto, perché mi vergognavo e non capivo, non capivo nulla. Cominciai a ripercorre il mio passato come se srotolassi la bobina di un film censurato, cercando di rappezzare i tagli con i miei sordidi spezzoni, rovistando nella mia memoria come un forsennato.

    Quanta vergogna sulle spalle, quanto disgusto. Ancora ci piango sopra, e mi sentii improvvisamente come il bambino, vigliacco, impotente, debole. Ma come non esserlo a quell’età. Come razionalizzare una violenza così paradossale? Un bambino non può comprendere i paradossi! Ed è allora che scatta la censura, l’oblio, quella che ti permette di sopravvivere a un trauma senza peraltro evitarne le conseguenze, anch’esse paradossali, come lo è la violenza che mi è stata inflitta da quel porco.

    Ma come affrontare da adulto la coscienza ritrovata?

    Pur trovando finalmente una coerenza nel mio passato sregolato, mi sono sentito e mi sento ancora profondamente spersonalizzato. Come se il mio destino non fosse mai stato nelle mie mani, o in quelle del signore (se ne esiste uno) ma tra quelle di un porco in sottana… Ed io ero appetibile, biondino, sensibile, perennemente in cerca d’affetto. La preda ideale. Mi ha rubato il destino, l’innocenza, l’infanzia, la gioventù e la dignità di uomo. Ha rubato anche la mia sessualità, perché alla luce dei fatti mi domando anche se sono veramente bisessuale. Sono forse solo etero per vergogna, o un omosessuale che non ha gli strumenti per assumersi. Non lo saprò mai…

    Ero talmente fuori di me che ho incominciato a bere. E per uno come me e pur stando lontano da decenni dagli psicotropi, la caduta è veloce. Ho bevuto per due anni, di nascosto dai miei figli e per sopportare l’insopportabile. Poi sono stato assistito, perché per fortuna qui in Francia la sanità ha creato una struttura gratuita per curare le vittime di traumatismi, l’Istituto di Vittimologia e di Psicotraumatologia.

    Ora sto bene, e riesco a non vergognarmi più. Non mi vergogno nemmeno di aver da giovane rubacchiato, o di essermi prostituito ancora minorenne per comprarmi qualche dose. Ho vissuto quegli anni come si vive in trincea, e in guerra si pensa alla sopravvivenza. Sono sempre stato onesto e oggi lo sono in maniera esagerata, quasi estremista, perché ho fatto di tutto per guadagnarmelo, per capirlo, e perché ne va della mia dignità di uomo, e ne sono fiero, si, fiero. Se il signore esiste davvero (e nel mio caso è difficile crederlo) saprà perdonarmi, e io posso finalmente incominciare a vivere con me stesso senza vergogna, neanche quella puerile del bambino che si pisciava a letto terrorizzato dal suo orco surreale.

    Ho camminato per decenni come un mutilato che si ignora, con una protesi di fortuna, oggi frantumata dal riemergere dei ricordi. Ora ne sto costruendo un’altra, più bella e in tutta coscienza. Ma non mi faccio illusioni, perché anche se riuscirò a correrci, resterò così come sono: un mutilato. Non siamo come le lucertole alle quali ricresce la coda, ci si abitua solo a guardarsi senza.

    E vi scrivo questo solo « ad memoriam », ormai è troppo tardi per fare altro, sono passati oltre 40 anni, ma ho comunque bisogno di giustizia. Quella umana non divina.

    Don Angelo Pio Loco Boscariol è morto all’età di 93 anni nell’agosto del 2015, dopo aver fatto una grande e disonorevole carriera, incardinato nel 77 e poi cappellano di sua santità. Complimenti monsognore, io cominciavo appena a farmi le pere quando vi hanno promosso monsignore.

    Leggere le sue lodi sul sito del gruppo scout Roma 135, del quale facevo parte, mi irrita profondamente. E non so se sono la sola vittima, è molto improbabile. In ogni caso ci tengo a lasciare la mia testimonianza «storica», perché certe storie vanno raccontate per evitare che si ripetano, ed abbiamo noi tutti il dovere di proteggere i nostri figli.

    In piena crisi scrissi una mail molto “pia” all’attuale parroco, per raccontargli dell’accaduto, non ho avuto alcuna risposta. Preso dalla rabbia ho allora scritto ai giovani capi scout, ed anche lì nessuna risposta. Allora sono arrivato a scrivere all’associazione parrocchiana dei genitori e a al cardinale Angelo De Donatis.

    Mai nessuno mi ha risposto!

    Grazie alla Rete l’Abuso, l’anno scorso ho inviato alla parrocchia una messa in mora in civile. I loro avvocati mi hanno pronamente risposto via lettera raccomandata, declinando ogni responsabilità e ricordandomi che monsignor Pio Loco Boscariol è deceduto. Assortendo il tutto con articoli di legge (italiana e non canonica) e concludendo con una “paterna benedizione”.

    È questa quella che loro chiamano “carità cristiana”. E mi fanno veramente vomitare, ma non mi lasciano senza parole, il silenzio uccide.

    Lettera firmata dalla vittima

  • La catastrofe del viaggio del Papa si estende oltre i confini d’Irlanda

    La catastrofe del viaggio del Papa si estende oltre i confini d’Irlanda

    La Chiesa qui era l’istituzione totale e gli abusi hanno provocato un rigetto radicale, spiega Colm O’Gorman, la cui denuncia ha aperto la crisi. Il viaggio papale non ha aiutato: “Zero azioni concrete, solo un cambio di linguaggio”. E il dissenso da Francesco ha avuto un’esposizione globale

    Sabrina Provenzani

    Doveva essere una missione di riconciliazione con il gregge irlandese a 40 anni dal trionfo di Giovanni Paolo II, che nel 1979 attrasse, al grande raduno in Phoenix Park, a Dublino, 1.25 milioni di persone.

    È finita in una catastrofe che rischia di estendersi oltre i confini dell’Eire.

    Premessa: fra le due visite pastorali ci sono 40 anni di enormi cambiamenti culturali, sociali ed economici, con un’isola che oggi, più che con San Patrizio, ama identificarsi con il quartier generale europeo di Google.

    Lo sviluppo economico e culturale tende a provocare secolarizzazione. Nel caso irlandese il rapporto con la Chiesa cattolica, fino agli anni Settanta istituzione totale, è stato ridefinito dall’esplosione di una serie di scandali che hanno fatto implodere l’autorevolezza delle gerarchie ecclesiastiche.

    Pochi giorni prima della visita di Papa Francesco l’Arcivescovo di Dublino Diarmuid Martin, che di quegli scandali si occupa dal 2010, ha dichiarato che il numero delle vittime di abusi da parte della Chiesa irlandese è “immenso”. Di cosa parliamo?

    «Solo fra il 1930 e il 1970 sono state 173mila le vittime dirette, cioè i bambini in istituzioni cattoliche e soggetti ad ogni sorta di abuso, sessuale, fisico e psicologico, incluso lavoro minorile e tortura, su base quotidiana» ricorda Colm O’Gorman, oggi direttore esecutivo di Amnesty International ma, soprattutto, sopravvissuto alla violenza sessuale subita per due anni da un prete della diocesi di Fern nei primi anni Ottanta. «A questi vanno aggiunte le circa 10mila donne ragazze Magdalene Laundries, quelle a cui le suore hanno tolto la libertà e i figli; e poi le fosse comuni come quella di Tuam. Deve pensare che questi abusi hanno ripercussioni permanenti, L’impatto complessivo è incalcolabile».

    O’Gorman ha tradotto la sofferenza in attivismo: ha denunciato, contribuito all’apertura di una delle primissime inchieste, fatto causa al Vaticano, al nunzio apostolico a Dublino, a Papa Giovanni Paolo II, protetto, come tutti i pontefici, dall’immunità diplomatica garantita ai capi di Stati di Paesi sovrani, ottenuto giustizia e un risarcimento di circa 300mila sterline. Ha poi fondato One in Four, specializzata nel supporto ai sopravvissuti di abusi e violenze sessuali, in particolare minori.

    Ma la sua denuncia ha provocato una slavina che non si è più fermata e che ha cambiato radicalmente il rapporto degli irlandesi con la chiesa, se non con la fede. I dati sono stati raccolti ed elaborati in un report speciale intitolato What happened to Catholic Ireland? pubblicato sul sito della BBC subito prima dell’arrivo di Papa Francesco. Racconta di chiese vuote, drammatico calo di vocazioni e numero sempre decrescente di credenti.

    Scenari visti altrove, con una specificità irlandese: la Chiesa è stata per centinaia di anni una istituzione così pervasiva nella società, nel sistema educativo, nella sanità, nella cultura del Paese, che le rivelazioni sulla natura endemica del suo sistema di abusi hanno provocato un rigetto radicale, improvviso e probabilmente ineluttabile.

    A questo si è aggiunto un profondo disgusto per il fatto che la stragrande maggioranza delle compensazioni alle vittime siano a carico dei contribuenti, con la Chiesa d’Irlanda che ne ha pagato solo una frazione.

    Qualcuno ha detto che un cinico è un idealista deluso.

    Gli irlandesi non sono cinici: al contrario, hanno dimostrato di sapere investire risorse ideali nel cambiamento del proprio Paese. Ma sono credenti traditi.

    Se si capisce questo non ci si sorprende del successo, per molti osservatori inatteso, del referendum che nel 2015 ha approvato a stragrande maggioranza il matrimonio omosessuale, né di quello che poche settimane fa, con il 66% dei consensi, ha legalizzato l’aborto. Referendum sostenuto fortemente dal giovane premier Leo Varadkar, dichiaratamente omosessuale.

    Viene da pensare che l’Irlanda non sia un Paese di “cattolici adulti”, ma già un Paese post cattolico.

    La visita del Papa era, quindi, difficile già nelle premesse. L’occasione ufficiale era la celebrazione del World Meeting of Families, che si tiene ogni tre anni. Da quello che abbiamo potuto ricostruire, inizialmente il tema degli abusi doveva essere tenuto sottotono, tanto che l’Arcivescovo di Dublino ha dovuto insistere con il Papa perché accettasse di incontrare una rappresentanza di sopravvissuti.

    Ed è stata preceduta da una drammatica accelerazione del tema, con l’esplosione dello scandalo in Pennsylvania – 300 preti accusati, 16 anni di abusi, un migliaio di presunte vittime.

    Di conseguenza, con una virulenza non gestibile dal Vaticano, la visita è stata completamente dominata da una domanda: Papa Francesco ha davvero intenzione di cambiare registro sulla gestione degli scandali sessuali e avviare davvero la tolleranza zero promessa dal suo predecessore?

    Lunedì 20 agosto, Francesco aveva reso nota una lettera aperta ai fedeli cattolici nel mondo in cui per la prima volta aveva chiamato quegli abusi “crimini”, chiesto perdono, parlato apertamente di coperture e promesso tolleranza zero. La reazione degli attivisti irlandesi avrebbe dovuto essere osservata con più attenzione in Vaticano. La loro sintesi era stata: troppo tardi, troppo poco.

    Ancora Colm O’Gorman: «Ora parlano tutti di grande svolta… sí, li ha chiamati crimini invece che peccati. Dovremmo accontentarci? Io vedo solo un cambio di linguaggio, nuove promesse e zero azioni concrete. Nella su lettera il Papa chiede perdono, ma non dice cosa dovremmo perdonare. Parla di coperture, ma non indica i responsabili. Sono i vescovi? Se è cosí, è a lui che devono dare conto di quelle coperture. Ma lui non chiede conto, perché non si è trattato di iniziative individuali, ma di persone che hanno eseguito direttive dei vertici, basate su leggi e norme del diritto canonico».

    I due giorni in Eire sono stati una catastrofe. Non solo per i numeri: 500k biglietti in vendita, 130 mila presenza, molte da oltremare. Ma anche perché, con queste premesse, il dissenso al Papa. sia da parte di gruppi di attivisti che della gente comune, ha ottenuto una estrema esposizione mediatica da parte dei più autorevoli organi d’informazione del mondo. Le richieste di perdono, la condivisione del dolore, le promesse di agire cadono nel vuoto.

    Per O’Gorman: «Niente di nuovo. Cinismo inaugurato da Benedetto XVI a beneficio dei media, che fanno i titoli sul Papa che ascolta, piange, condivide il dolore. Se davvero fosse dalla parte delle vittime non verrebbe a Dublino, sarebbe in Pennsylvania a sfondare porte, a costringere i suoi vescovi a rendere pubblici i loro dossier. Nulla cambierà finché il Papa non dirà la verità, con un breve comunicato in cui si assume pubblicamente la responsabilità del male inflitto, oggi e in passato, a centinaia di migliaia di vittime in tutto il mondo».

     @permorgana

    La catastrofe del viaggio del Papa si estende oltre i confini d’Irlanda

  • Le vittime di abusi del clero chiedono una nuova guida per la Pontificia Commissione Tutela dei Minori

    Le vittime di abusi del clero chiedono una nuova guida per la Pontificia Commissione Tutela dei Minori

    ECA NOTIZIE DAL MONDO #ECAinIreland

    Conferenza stampa ECA OGGI a Dublino: Le vittime di abusi nel clero chiedono una nuova guida della Commissione papale

    QUANDO: L’incontro inizierà alle 12.00 di venerdì 24 agosto. Il notiziario conferenza / tavola rotonda inizierà circa alle 12:15.

    DOVE: Redwood Suite 4, Ballsbridge Hotel, Pembroke Road, Ballsbridge, Dublino 4

    CHI: Setteimportanti leader e attivisti sopravvissuti che sono membri di ECA (Ending Clergy Abuse), un progetto di giustizia mondiale volto a ritenere la chiesa cattolica responsabile per porre fine agli abusi sessuali del clero. Vedi i dettagli di seguito.

    CHE COSA: Primi sopravvissuti da tutto il mondo si riuniranno a mezzogiorno venerdì 24 agosto per rispondere all’unica sessione del World Meeting of Families sulla tutela dei bambini, prevista per venerdì mattina. Vedi notiziario:

    https://www.ecaglobal.org/leading-survivors-activists-to-react-to-safeguarding-discussion-at-wmof/

    Il gruppo solleciterà inoltre il Papa a nominare un nuovo leader per la Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori.

    PERCHÉ: Nei quattro anni in cui il cardinale Seán O’Malley, arcivescovo di Boston, ha guidato la Pontificia Commissione per la protezione dei minori, il lavoro della commissione non ha prodotto alcuna riforma significativa.

    O’Malley non è riuscito a persuadere il Papa a mettere in atto nessuna delle raccomandazioni meritevoli della commissione. Il tribunale per vescovi complici e insabbiatori non è mai decollato. La “tolleranza zero” per i preti pedofili non è ancora praticata dalla maggior parte dei vescovi e dei superiori religiosi del mondo.

    O’Malley ha fallito persino nell’attuare la raccomandazione della commissione secondo cui ogni vittima che contatta il Vaticano riceve una risposta.

    Sotto O’Malley, tutti i membri molto determinati e incentrati sulle vittime hanno lasciato la Commissione o sono stati licenziati.

    “Chiaramente, la commissione ha bisogno di un nuovo leader: qualcuno che è più deciso e determinato, con la volontà di rischiare” dice Peter Saunders.

    Un esempio di quel tipo di leadership, dice il gruppo, potrebbe essere l’arcivescovo Diarmuid Martin di Dublino. Martin sembra essere l’unico Vescovo al mondo a consegnare volontariamente alle autorità civili l’archivio di documenti della Diocesi, circa 65.000 pagine. La Diocesi di Martin è una delle poche al mondo al di fuori degli Stati Uniti a decretare volontariamente la “tolleranza zero” e rimuovere i sacerdoti, con resoconti credibili di abusi sessuali su minori, dal loro ministero. Recentemente e ripetutamente, Martin ha anche identificato e definito correttamente il problema degli abusi sessuali su minori da parte del clero come un sistema istituzionale o “meccanismo” che “consente o facilita l’abuso”. Ha dichiarato che queste strutture “devono essere abbattute e distrutte per sempre”.

    Ian Elliot, uno dei veri e propri osservatori interni assunti dalla chiesa nella storia della crisi degli abusi, ha detto questo su Martin, “non poteva, nella sua coscienza, fare i conti con il fatto che qualsiasi membro del clero potesse abusare di una giovane persona “.

    QUESTI PRINCIPALI SOGGETTI E ATTIVISTI PARLANO:

    * Pete Saunders del Regno Unito, sopravvissuto agli abusi sessuali del clero, membro attivo della Pontificia Commissione per la protezione dei minori dal 2014 al 2016. È stato messo in congedo dopo aver criticato pubblicamente il Papa per aver difeso un vescovo cileno insabbiatore e il cardinale George Pell per il  trattamento crudele delle vittime. Pete ha fondato il NAPAC, l’Associazione nazionale per le persone maltrattate nell’infanzia.

    * Rev. Thomas P. Doyle, O.P. degli Stati Uniti, un prete domenicano e avvocato canonico, noto informatore che ha diffidato i vescovi degli Stati Uniti nel 1985. Tom ha svolto attività di perito in migliaia di casi di abuso in tutto il mondo.

    * Mark Vincent Healy di Dublino, sopravvissuto agli abusi sessuali di due preti irlandesi, uno dei primi sopravvissuti ad incontrare papa Francesco

    * Lieve Halsberghe del Belgio, leader attivista e ricercatore il cui lavoro ha portato molti abusatori alla giustizia

    * Matthias Katsch della Germania, sopravvissuto all’abuso di clero, portavoce di ECKIGER TISCH (Organizzazione di auto-aiuto delle vittime della violenza sessuale nelle istituzioni gesuite in Germania n.d.r.) e membro del Consiglio dei sopravvissuti tedesco

    * Peter Isely degli Stati Uniti, sopravvissuto agli abusi sessuali del clero, membro fondatore ed ex direttore del Midwest (1992-2017) di Survivors Network degli Abusati dei Sacerdoti (SNAP). Peter ha fondato l’unico programma mondiale di ricovero ospedaliero per i sopravvissuti agli abusi sessuali del clero.

    * Margaret McGuckin dell’Irlanda del Nord, una sopravvissuta di abusi sui minori e membro fondatore del gruppo di sostegno dei Sopravvissuti e delle vittime di abusi istituzionali (SAVIA). Una sopravvissuta di anni nella famigerata casa dei bambini di Nazareth House, aiutò a portare avanti le indagini sugli abusi istituzionalizzati.

    CHI SIAMO:

    Ending Clergy Abuse (ECA) è un’organizzazione mondiale di sopravvissuti e attivisti per i diritti umani che forza la Chiesa cattolica romana a porre fine all’abuso del clero, in particolare agli abusi sessuali su minori, al fine di proteggere i bambini e cercare giustizia per le vittime. I membri dell’assemblea di ECA rappresentano oltre 18 paesi e 4 continenti. http://ecaglobal.org – @ENDCLERGYABUSE – contactus@ecaglobal.org