Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Abusi sessuali sulle suore, parla la presidente di Sentinelle

    Abusi sessuali sulle suore, parla la presidente di Sentinelle

    La francese Laurence Poujade è la presidente dell’associazione Sentinelle contro gli abusi nel clero di cui anche lei era stata vittima.…
    ALTRE INFORMAZIONI : https://it.euronews.com/2019/02/07/ab…

  • Anche le suore sono prede sessuali nella Chiesa

    Anche le suore sono prede sessuali nella Chiesa

    I reati sessuali su minori sono il tema dominante del summit straordinario convocato in Vaticano dal 21 al 24 febbraio, con i rappresentanti di circa 130 conferenze episcopali da tutto il mondo.

    C’è però un altro grave dossier, quello degli abusi sulle religiose. Abbiamo chiesto alla storica ed editorialista cattolica Lucetta Scaraffia se non le sembra che la pedofilia abbia oscurato la violenza sulle donne all’interno della Chiesa….

    “Sì, mi sembra veramente di sì anche perché la pedofilia è un crimine perseguito per legge. La violenza sulle donne come sappiamo si presta a interpretazioni molto più ambigue e può essere anche scambiato – siccome le donne in genere sono maggiorenni – per, diciamo, trasgressione consenziente e la Chiesa ha sempre cercato di mascherare tutte le forme di violenza contro le donne come trasgressione consenziente, anzi, peggio ancora, come relazioni romantiche”.

    Gli abusi sulle suore all’interno dei conventi in Asia e in Africa sono i casi più eclatanti che altrove ma esistono dati anche per il resto del mondo?

    “Non è un caso che Véronique Margron in Francia abbia detto alle suore francesi ‘denunciate i vostri violentatori’, lo ha detto in Francia e le suore francesi stanno costituendo dei gruppi di persone che ne parlano e che ci siano casi in Occidente. Perché ovunque le suore siano nella Chiesa e ovunque siano, sono in una posizione di oppresione, di inferiorità e ovunque le donne sono in una situazione di inferiorità diventano oggetto di abusi e di violenza”.

    Quali sono i fattori scatenanti? L’idea che il celibato che non significhi comunque il privarsi della sessualità oppure la secolare subordinazione della donne all’autorità sacerdotale dell’uomo….

    “Le congregazioni di suore dipendono per tutto, per quello che vogliono fare, per la loro gestione economica, per le decisioni che prendono dai superiori ecclesiastici che sono i vescovi e i preti, quindi questi preti e vescovi, se loro si rifiutano di acconsentire a queste forme di molestie, possono vendicarsi e si vendicano. Il clero, che come tutti sanno e come dice Gesù deve essere al servizio degli altri, è diventato invece un esercito di uomini di potere che trasforma in servitori gli altri”.

    https://it.euronews.com/2019/02/01/lo-scottante-dossier-degli-abusi-sulle-suore
     
     
     

  • Suore e abusi: esplode il vulcano?

    Suore e abusi: esplode il vulcano?

    di: Lorenzo Prezzi

    In attesa della riunione di tutti i presidenti delle conferenze episcopali sul tema degli abusi (Roma 21-24 febbraio) è in movimento il magma sulle violenze contro le suore da parte di preti e di vescovi (cf. La Croix, 17 e 18 gennaio). Particolarmente in Africa, ma non solo. L’eruzione è prevedibile quando il contesto civile o mediale la favoriranno.

    Il 23 novembre è uscito un comunicato dell’Unione internazionale delle superiori generali (UISG): «Chiediamo che ogni donna religiosa che sia stata vittima di abusi denunci quanto accaduto alla superiora della propria congregazione e alle autorità ecclesiali e civili competenti». Il comunicato, condiviso nella sostanza, non è stato da tutti apprezzato per la tempistica e per non aver scelto canali più interni. Pochi istituti l’hanno rilanciato.

    Oltre il silenzio

    Il sordo borbottio è in atto da anni. «Teologi morali e madri spirituali conoscono purtroppo questa realtà che oggi esplode. Sarebbe grave mettere l’accento unicamente su quanto avviene in Africa, Cile, India, Filippine ecc. Sono testimone di donne più anziane di me che sono state abusate da preti nella loro giovinezza anche qui, nella nostra vecchia Europa. Donne giovani lo sono state più recentemente negli anni ’80 nel pieno sviluppo delle nuove comunità legate a movimenti carismatici o a correnti più tradizionali». Le parole di sr. Geneviève Medevielle, docente onoraria di teologia morale all’Institut catholique di Parigi inquadrano e legano le informazioni già note.

    Nel 2016 esce in Italia il volume di Anna Deodato, Vorrei risorgere dalle mie ferite (EDB) in cui si racconta il cammino di riscatto di alcune suore vittime di abusi. A luglio del 2018, dentro un più ampia inchiesta dell’Associated Press si denuncia una violenza a Bologna. In Francia viene pubblicata nel 2017 la testimonianza di un’ex religiosa, Marie-Laure Janssens (Le silence de la Vierge) e l’anno seguente quello di Claire Maximova, ex carmelitana (La tyrannie du silence). Nel luglio 2018 sei religiose cilene denunciano abusi da parte di un prete visitatore. Nello stesso anno, in India una suora missionaria di Gesù denuncia il suo vescovo (mons. Franco Mulakkal). Un altro vescovo indiano, Prasad Gallela, viene dimesso da Roma per gravi comportamenti economici e morali. Il 30 luglio 2018 la conferenza che rappresenta la gran parte delle suore americane chiede di segnalare gli abusi subiti. L’elenco potrebbe continuare.

    Inquietudini africane

    Rimane un’attenzione particolare all’Africa dove si moltiplicano le piccole fondazioni diocesane. A metà degli anni ’90 sr. Maura O’Donohue, responsabile per la Caritas in ordine alla pandemia Aids, dopo un sondaggio con religiose in 23 paesi, presenta alle istanze romane uno studio di denuncia che non ha seguito. Quattro anni dopo, sr. Marie McDonald, porta a Roma un rapporto in cui sottolinea non solo le violenze inferte alle suore dai «predatori», ma anche quelle successive degli istituti che le abbandonano.

    I testi vengono pubblicati dal National Catholic Reporter nel marzo 2001. Da Roma parte una lettera ai vescovi africani, ma senza alcun risultato visibile. Le violenze possono essere immediate e gratuite, ma normalmente nascono all’interno di relazioni di potere e di autorevolezza spirituale e culturale. Una coltre quasi insormontabile di silenzio sia degli autori che delle vittime le ha tenute finora nascoste. Pare che i paesi più coinvolti siano il Congo e il Kenia.

    Nel 2002 viene pubblicato un libro di un prete americano, Donald Cozzens, Il sacro silenzio: negazione e crisi nella Chiesa, in cui si riprendono alcune denunce.

    Più recentemente, sr. Mary Lembo, prepara una tesi di dottorato all’istituto di psicologia della Gregoriana affrontando 12 casi di aggressione sessuale e sottolinea il ruolo particolare del prete: «È una figura rispettata e temuta. Le vittime tendono a colpevolizzarsi. Nei casi esaminati è spesso la religiosa che è messa in questione. È stata lei ad attirare sguardi e attenzioni: e spesso è direttamente condannata».

    Contro l’Occidente

    La Congregazione per la vita consacrata, grazie all’impulso degli attuali dirigenti, è da tempo alla ricerca di una via d’uscita su una materia che coinvolge non solo i religiosi e le religiose, ma anche la Congregazione del clero e quella dei vescovi. È possibile che all’indomani della riunione prevista a fine febbraio qualche decisione venga presa.

    Non si tratta solo di complessi problemi di maturità psicologica del clero e di relazione fra le diverse responsabilità degli organismi vaticani. Vi sono elementi su cui incidere, sia nell’ambito delle strutture locali, sia in quelle, assai meno condizionabili, delle culture.

    La moltiplicazione, negli ultimi decenni, di piccole congregazioni femminili in capo al vescovo fa sì che non vi siano controlli interni adeguati e, alla sua morte, le religiose siano abbandonate a loro stesse.

    Gli istituti internazionali che hanno maggiori competenze e autonomie finanziarie hanno deciso di non chiedere più alle novizie di ottenere una lettera di presentazione del parroco, ma di chiederla attraverso la religiosa che ha contattato l’interessata. Così si richiede oggi al vescovo che vuole fondare una congregazione un parere obbligatorio (ma non purtroppo vincolante) del Dicastero romano.

    La spinta verso organismi rappresentativi a livello nazionale dovrebbe meglio garantire gli istituti più fragili e l’insistenza sulle formatrici e la loro qualificazione è diventata generale.

    La parte più difficile è modificare le culture e il rapporto fra maschio e femmina in esse. Al sinodo del 2009 (sinodo speciale per l’Africa) era stato suggerito un confronto anche sul celibato dei preti, ma molti vescovi africani si sono duramente opposti. Si sentivano offesi perché gli africani erano considerati meno capaci di ottemperare al celibato degli altri.

    Una responsabile internazionale delle suore mi raccontava del suo stupore davanti alla piccata reazione di suore di colore rispetto alle denuncie sugli abusi. «Voi li chiamate abusi, ma non capite la relazione fra donne e maschi della nostra tradizione culturale».

    Diverso anche l’esercizio dell’autorità. Il prete è spesso considerato come il capo villaggio, con tutti i comportamenti che questo riveste. Non siamo distanti dalla denuncia contro l’Occidente di imporre i suoi riferimenti, con una sorta di nuova colonizzazione interna al cristianesimo. Come se, dopo la democrazia in sede politica e il mercato in economia, si volesse decretare sulla cultura morale. Un passaggio delicato che, fra le agenzie mondiali, solo la Chiesa cattolica è in grado oggi di affrontare, ma il cui esito non sarà né facile né immediato.

    http://www.settimananews.it/vita-consacrata/suore-abusi-esplode-vulcano/

  • Pedofilia, il ritardo della Cei: non sa stimare quanti siano i casi di abusi in Italia

    Pedofilia, il ritardo della Cei: non sa stimare quanti siano i casi di abusi in Italia

    di Franca Giansoldati

    Città del Vaticano  – Benchè in evidente ritardo sulla tabella di marcia (ad oggi non è ancora in grado di fare una stima interna sul fenomeno della pedofilia),la Cei si partecipa al summit sugli abusi che Papa Francesco ha convocato a Roma per la fine di febbraio. Dopo tre giorni di dibattito i vescovi hanno fatto sapere che incontreranno le vittime prima di febbraio, come ha ordinato di fare Papa Bergoglio a tutti gli episcopati. Di quali vittime, però, non è dato sapere, né tantomeno di quali casi si tratta. Monsignor Stefano Russo, segretario della Cei, ha spiegato ai giornalisti che l’incontro riguarderà «alcuni casi significativi» ma senza poter aggiungere altro. Nel frattempo ha comunicato anche che il vescovo Ghizzoni – incaricato di stendere un documento contenente le Linee guida per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili, unito ad un Regolamento che dovrebbe essere applicato dalle diocesi –  sta procedendo a lavorare al testo, assieme ad un gruppo di esperti. Finora tre i nomi che sono stati resi noti, tutti religiosi che da tempo si occupano del disagio della vita consacrata. La scelta fatta sembra escludere i laici, come medici, psichiatri o magistrati.

    «Ne faranno parte anche padre Federico Lombardi, suor Anna  Deodato e padre Amedeo Cencini, persone che hanno maturato una  particolare esperienza sulle risposte da dare a questi  gravissimi crimini», ha aggiunto il sottosegretario della Cei,  monsignor Ivan Maffeis.  Il lavoro che sta facendo la Cei permetterà in futuro di identificare i  casi e informare sul fenomeno in generale. Tuttavia non si parlerà né si è parlato, invece, dei casi del passato, della tendenza a spostare i preti pedofili da una diocesi ad un’altra come si è spesso verificato (a Napoli c’è un caso che finirà in tribunale alla fine di questo mese), o della possibilità per gli  inquirenti (poliziotti o magistrati) di consultare gli archivi diocesani.

    Papa Francesco è convinto che la pedofilia tra il clero, essendo un problema globale si «può affrontare solo con una risposta globale». La sua speranza è che i vescovi, dopo il summit di febbraio, possano tornare a casa  «consapevoli delle regole da applicare, facendo così i passi necessari per prevenire gli abusi, per tutelare le vittime, e per far sì che nessun caso venga coperto o insabbiato». Il Vaticano continua a ripetere che sul summit ci sono troppe aspettative e che il cammino di purificazione per espellere le mele marce va avanti da 15 anni.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/pedofilia_vescovi_cei_abusi_vittime_papa_francesco-4235288.html

  • Eva stuprata da una suora, perizia sui diari e i messaggi

    Eva stuprata da una suora, perizia sui diari e i messaggi

    di Giorgio Meroni

    La Corte d’Appello ha accettato la richiesta della Procura. Eva Sacconago si era uccisa nel 2011 dopo essere stata abusata da suor Maria Angela Farè.

    Nel giugno del 2011 la 26enne Eva Sacconago si era tolta la vita a Busto Arsizio. Poche settimane prima era stata abusata sessualmente da suor Maria Angela Farè. Lo ha stabilito il tribunale di Busto Arsizio che nel 2015 ha condannato in primo grado la religiosa a tre anni e mezzo di carcere. Ora la prima Corte d’Appello di Milano, riaprendo l’istruttoria nel processo di secondo grado, ha accettato la richiesta della Procura generale e della parte civile: ci sarà la perizia sui diari e le lettere della giovane. Lo riporta Fanpage.

    I documenti

    La perizia sarà discussa in aula il prossimo 29 gennaio da Franco Martinelli, consulente incaricato dal Tribunale. Sotto la lente d’ingrandimento i diari di Eva oltre a sms, appunti e tutta la corrispondenza con suor Farè a partire da quando la ragazza ha conosciuto la religiosa della Congregazione di Maria Ausiliatrice all’Oratorio di Sant’Edoardo a Busto Arsizio.

    Per la difesa, nello specifico gli avvocati Fabrizio Busignani e Raffaella Servidio, questa documentazione è priva di valore ai fini del processo. Il contenuto di alcuni sms inviati da suor Farè tuttavia sembra dimostrare il contrario.

    “Vorrei penetrarti”

    In alcuni messaggi la religiosa scriveva infatti alla ragazza: “Vorrei penetrati, baciarti e tenerti stretta a me”, “Denunciami appena puoi… solo la morte ci può separare e non è uno scherzo, ricordatelo”. La perizia servirà a stabilire se Eva pativa una condizione di “inferiorità psichica” nei confronti di Suor Farè e questo potrebbe portare a un inasprimento della pena come chiede la famiglia della giovane.

  • Scandalo in India, suore abusate per anni da preti cattolici: “Violentate decine di volte”

    Scandalo in India, suore abusate per anni da preti cattolici: “Violentate decine di volte”

    L’Associated Press ha raccolto i racconti di numerose suore che hanno denunciato di aver subito violenze da parte di preti cattolici negli ultimi dieci anni. Alcune di loro erano minorenni: “Sono stata abusata 13 volte in due anni. Ne ho parlato con la mia superiore ma alla fine ho lasciato perdere. Ero troppo spaventata”. Nella bufera anche il vescovo di Kerala.

    Un vero e proprio scandalo sta travolgendo la Chiesa cattolica in India dopo la pubblicazione da parte dell’Associated Press di una inchiesta esclusiva sulle violenze subite dalle suore ad opera di alcuni sacerdoti e persino di un vescovo, facendo venire alla luce oltre dieci anni di abusi e aggressioni consumatisi nei salotti e nelle stanze dei conventi da un angolo all’altro del Paese asiatico. “Era ubriaco, non sapevo come dirgli di no”, comincia il racconto di una delle vittime, che ora denunciano il fatto che mai nessuno ai piani alti della gerarchia ecclesiastica, nonostante si sapesse cosa stava accadendo, ha fatto qualcosa per proteggerle.

    Le suore hanno descritto nei dettagli le violenze subite. Una di loro, una 44enne, ha presentato la scorsa estate una denuncia ufficiale alla polizia nei confronti del vescovo di Kerala che supervisiona il suo ordine, accusandolo di averla violentata ben 13 volte in due anni, dopo che i funzionari della Chiesa, ai quali pure si era rivolta, non le avevano dato alcuna risposta. Poco dopo, un gruppo di sorelle ha dato il via ad una protesta di due settimane per chiedere l’arresto dell’alto prelato. Un’azione, questa, senza precedenti, che ha fatto molto discutere la comunità cattolica indiana, che le ha punite, credendo all’innocenza del sacerdote. “Alcune persone ci accusano di operare contro la Chiesa – hanno rivelato all’AP -, ci accusano di adorare Satana. Ma noi sappiamo di dover difendere la verità”.

    È soprattutto Josephine Villoonnickal a raccontare la sua esperienza. Stando a quanto riferito all’agenzia di stampa, avrebbe subito violenze sin dall’adolescenza, dall’inizio degli anni Novanta, poco dopo essere entrata in convento. Aveva 40 anni in meno al suo aggressore. “La prima volta mi chiese se potevamo vederci per parlare della mia vita spirituale – ha ricordato -. Sentivo la puzza di alcol. Gli dissi che non volevo vederlo ma lui insistette. Così forzò la porta della mia stanza e provò a baciarmi. Poi prese il mio corpo toccandomi dove voleva. Per fortuna riuscì a cacciarlo fuori. Ero terrorizzata”. Dopo quell’episodio, ne parlò con la madre superiora che l’aiuto ad evitare incontri con quel sacerdote e scrisse anche una lettera anonima agli alti piani ecclesiastici locali, ma nessuno l’ascoltò. “Alla fine lasciai perdere – ha concluso -. Rischiavo la mia stessa vocazione ed ero troppo spaventata”.

    Un’altra sorella di Kerala ha raccontato di quando un prete cercò di baciarle il petto. Era ancora un’adolescente. Anche lei denunciò il fatto alla sua superiore ma alla fine preferì il silenzio. Tra i maggiori accusati da parte delle suore c’è Monsignor Franco Mulakkal, vescovo di Kerala. Come racconta una delle vittime, veniva convocata dall’alto prelato una volta ogni due mesi nel convento di San Francesco dove veniva violentata. L’ultima volta è stata nel 2016. Il prete, che è stato anche arrestato e poi rilasciato su cauzione lo scorso ottobre, ha negato le accuse, definendole “infondate e inventate. Continuate a pregare: Dio farà vincere la verità”.

    https://www.fanpage.it/scandalo-in-india-suore-abusate-per-anni-da-preti-cattolici-violentate-decine-di-volte/

  • Il #metoo arriva anche tra le suore: chi è stata vittima di abusi faccia la denuncia

    Il #metoo arriva anche tra le suore: chi è stata vittima di abusi faccia la denuncia

    Una Chiesa dove non sono mancati pedofili e molestatori sessuali. Ma è arrivata l’ora di farla finita e dare un taglio a un passato ingombrante: la lotta contro le violenze sessuali a danno delle suore, commesse anche nella Chiesa – partita in coincidenza con la nascita del movimento #metoo -, conosce un nuovo passo. L’Unione Internazionale delle Superiore Generali (Uisg), in una dichiarazione «contro ogni forma di abuso», invita le vittime a non restare in silenzio.

    «Chiediamo che ogni donna religiosa che sia stata vittima di abusi denunci quanto accaduto alla superiora della propria congregazione e alle autorità ecclesiali e civili competenti», afferma l’Uisg a ridosso della Giornata mondiale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (Onu) contro la violenza sulle donne, promettendo «ascolto e accompagnamento» a chi ha «il coraggio di denunciare».

    L’Uisg, costituita da 2’000 superiore generali delle Congregazioni religiose femminili di tutto il mondo, che rappresentano oltre 500’000 religiose, esprime nella dichiarazione «il suo profondo dolore e l’indignazione per la serie di abusi perpetrati nella Chiesa e nella società odierna».

    «L’abuso di ogni sorta – sessuale, verbale, emotivo, o un uso improprio del potere all’interno di una relazione – lede la dignità e il sano sviluppo della persona che ne è vittima», afferma. Le superiore generali si pongono «accanto alle donne e agli uomini che hanno dimostrato coraggio, denunciando i casi di abuso alle autorità». «Condanniamo i fautori della cultura del silenzio e dell’omertà, che si servono spesso del pretesto di ‘tutelare’ la reputazione di un’istituzione o che definiscono tale atteggiamento ‘parte della propria cultura’ – aggiungono -. Sosteniamo una trasparente denuncia di abuso alle autorità civili e penali, sia all’interno delle congregazioni religiose che nelle parrocchie o diocesi, o in qualsiasi spazio pubblico».

    Chiedono quindi, in considerazione anche di storie recenti di suore vittime di stupro da parte di prelati (eloquente il caso del vescovo indiano Franco Mulakkal, arrestato e processato dalle autorità locali dopo la denuncia di una suora, rimosso dal Papa dal suo incarico), «che ogni donna religiosa che sia stata vittima di abusi denunci quanto accaduto alla superiora della propria congregazione e alle autorità ecclesiali e civili competenti». «Se la Uisg riceve una denuncia di abuso, sarà presente con l’ascolto e l’accompagnamento della persona perché abbia il coraggio di denunciare quanto vissuto alle organizzazioni competenti», viene assicurato.

    «Ci impegniamo a collaborare con la Chiesa e le autorità civili per aiutare le vittime di ogni forma di abuso a sanare le ferite del passato attraverso un processo di accompagnamento e di richiesta di giustizia e ad investire nella prevenzione dell’abuso attraverso una formazione collaborativa e programmi educativi per bambini, donne e uomini», garantiscono le superiore degli ordini religiosi, desiderando «costruire reti di solidarietà per contrastare queste situazioni disumanizzanti e contribuire a una nuova creazione nel mondo».

    https://www.globalist.it/news/2018/11/24/il-metoo-arriva-anche-tra-le-suore-chi-e-stata-vittima-di-abusi-faccia-la-denuncia-2034074.html

  • LA TERRIBILE STORIA DELLE CASE MAGDALENE

    LA TERRIBILE STORIA DELLE CASE MAGDALENE

    Fabio Casalini – Le Case Magdalene erano istituti femminili che avevano il compito di accogliere ragazze orfane oppure donne la cui condotta era considerata peccaminosa ed in contrasto con i pregiudizi di una società benpensante. In questi istituti, però, le ragazze erano trattate come schiave. Queste le loro storie.

    La maggior parte di questi istituti era gestita da suore, appartenenti a vari ordini religiosi, per conto della Chiesa cattolica.
    Ricostruiamo la storia di questi istituti.
    Le Case Magdalene sorsero in Inghilterra ed in Irlanda nel corso del XIX secolo, avendo come scopo la riabilitazione di donne che avevano lavorato come prostitute. In Irlanda le Case prendevano il nome da Santa Maria Maddalena.

    In breve tempo l’amministrazione delle Case Magdalene passò sotto il controllo della Chiesa cattolica, che ne favorì la diffusione. Le Case, inizialmente concepite come ricoveri di breve termine, si trasformarono in luoghi di rifugio di lungo periodo. Con il trascorrere del tempo, la ragione d’essere di questi istituti si allontanò sempre più dall’intento iniziale, in altre parole togliere dalla strada le prostitute nel tentativo di riabilitarle alla società, aiutandole a trovare un impiego fisso. Alle donne ospitate in questi istituti era richiesto di lavorare, spesso come lavandaie, anche contro la loro volontà.

    BNPS.co.uk (01202) 558833Picture: Peter WillowsSt Mary’s Training School, Dublin, 1935-1938, where Kathleen worked (pic supplied by Pat Cotton 01142372710)Kathleen Legge (77), who was forced to work at the Magdalene Laundry in Dublin, pictured at her house in Bournemouth, Dorset.

    Le suore, che curavano la gestione degli istituti, spesso attuavano regole severe e provvedimenti decisi contro le ragazze che non svolgevano diligentemente i compiti loro assegnati. Nell’accettazione delle pazienti non vi era alcuna discriminazione religiosa o razziale. Dopo il ricovero, le donne erano chiamate le sorelle di Santa Margherita, ma non pronunciavano alcun voto religioso. Un fattore importante da tenere in considerazione nell’analisi di questi istituti attiene al fatto che, nella maggior parte dei casi, le donne erano trattenute contro la loro volontà. Questa “segregazione” avveniva grazie alla complicità dei familiari delle ragazze, preoccupati, nella maggior parte dei casi, di mantenere “integro” l’onore e la reputazione della famiglia. La prostituzione non era l’unica causa d’inserimento in uno di questi istituti. Tra gli altri motivi ritenuti validi per il viaggio in una Casa Magdalene vi era il fatto d’essere una madre nubile, essere considerata troppo brutta oppure l’essere stata vittima di uno stupro. Come abbiamo visto in precedenza, la maggior parte delle donne rinchiuse in questi istituti svolgeva delle mansioni quotidiane, spesso attinenti al lavoro della lavandaia. Le dure condizioni lavorative, e le rigide regole imposte dalle suore, furono i motivi che portarono alla nascita di feroci critiche alle Case Magdalene. Inoltre, fattore da non dimenticare, le ragazze prestavano manodopera non retribuita, motivo che permetteva proficui guadagni agli istituti (in Irlanda questi istituti erano conosciuti come Magdalene Laundries – Lavanderie Magdalene).

    L’esistenza delle Case Magdalene non fu tenuta in gran considerazione sino al 1993, quando un ordine di suore a Dublino, quelle di Nostra Signora della Carità, vendette una parte dell’istituto ad un imprenditore immobiliare, poiché avevano perso denaro con la compravendita di azioni in Borsa. Le operazioni d’ampliamento volute dall’imprenditore consentirono la scoperta di una fossa comune contenente 133 cadaveri. Le suore fecero in modo che i resti fossero cremati e seppelliti presso il cimitero di Glasnevin, dividendo il costo della sepoltura con l’imprenditore immobiliare. Più tardi emerse che vi erano altri 22 cadaveri che le sorelle chiesero di riesumare. In tutto furono riesumati e cremati 155 cadaveri. Con il tempo questa situazione generò uno scandalo pubblico.
    Nel 1998 all’interno del documentario Sex in a cold climate furono intervistate ex detenute delle Case Magdalene, che riferirono di aver subito abusi sessuali, fisici e psicologici da parte di suore e preti. Ammisero altresì d’essere state completamente isolate dal mondo esterno durante il periodo di ricovero presso le strutture.

    Nel 1999 due ragazze internate presso l’istituto Mary Norris, Josephine McCarthy e Mary-Jo McDonagh, fornirono resoconti sui maltrattamenti subiti dai collaboratori della struttura.
    Le accuse sulle condizioni nei conventi e sul trattamento dei detenuti furono trasformate in un film nel 2002, The Magdalene sisters, scritto e diretto da Peter Mullan.
    Nel giugno del 2011, Mary Rafferty scrisse sul giornale The Irish Time che all’inizio degli anni quaranta del secolo scorso alcune istituzioni statali irlandesi, tra cui l’esercito, passarono dall’utilizzo di lavanderie commerciali alle Magdalene laundries. La risposta fu abbastanza sconcertante poiché riferiva che i contratti contenevano un’equa clausola salariale, sebbene le ragazze delle Case Magdalene non percepissero compensi.
    Ricordando la forte connotazione cattolica dell’Irlanda, come si comportò il governo?
    Dal 2001 il governo irlandese riconobbe che le donne ospitate nelle Case Magdalene erano vittime d’abusi. Pur tuttavia resistette alle richieste d’indagini ed alle proposte di risarcimento poiché, secondo il governo irlandese, le lavanderie erano gestite privatamente e gli abusi avvenuti al loro interno non erano di competenza governativa. Nel frattempo era nata un’associazione a difesa delle ragazze che avevano vissuto all’interno delle istituzioni cattoliche, Justice for Magdalenes. L’associazione sosteneva che le condizioni all’interno delle lavanderie e lo sfruttamento delle lavoratrici erano palesi violazioni dei diritti umani. Non ottenendo risposta dal governo irlandese, Justice for Magdalenes presentò il caso al Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura che, il 6 giugno del 2011, invitò il governo irlandese ad indagare sulle accuse di tortura all’interno delle Case Magdalene. Il governo fu obbligato ad istituire una commissione d’inchiesta. Il 5 febbraio del 2013 il comitato pubblicò i risultati delle indagini: furono trovate prove di una rilevante collusione tra stato ed istituti cattolici.
    La commissione d’inchiesta rilevò significativi abusi verbali nei confronti delle donne-lavoratrici, ma non vi erano evidenze d’abusi fisici o sessuali regolari. Il 19 febbraio dello stesso anno, il primo ministro Enda Kenny rilasciò formali scuse di stato definendo le lavanderie come la vergogna della nazione: “Io come primo ministro, a nome dello Stato, dichiaro che il governo si pente profondamente e si scusa incondizionatamente con tutte quelle donne per il danno che è stato fatto loro e per ogni dolore che hanno sofferto come conseguenza del tempo che hanno trascorso all’interno di una lavanderia Magdalene”. Il primo ministro dichiarò altresì che lo stato aveva in previsione il risarcimento da offrire alle vittime delle lavanderie cattoliche. Le reazioni del mondo cattolico non si fecero attendere. Sorvolando sulle interviste rilasciate, in forma anonima, da diverse suore – che manifestavano disappunto per l’inchiesta poiché convinte di aver servito il paese – e da alcune associazioni sorte a difesa delle Case Magdalene, importante fu la presa di posizione che giunse dagli Stati Uniti dove era sorta un’associazione a tutela delle suore e degli istituti cattolici. Il presidente di tale istituzione cattolica dichiarò “che nessuna donna era stata imprigionata, ne costretta contro la propria volontà a rimanere”. Altresì affermò che “si tratta di una bugia” e che le donne alloggiate, presso tali istituzioni, “erano prostitute o candidate a per la professione più antica del mondo”.
    Le istituzioni religiose che si occupavano delle Case Magdalene si rifiutarono categoricamente di partecipare alla creazione del fondo per il risarcimento delle vittime della loro opera caritatevole.
    L’ultima Casa Magdalene è stata chiusa il 25 settembre del 1996.
    A tutt’oggi non esiste una statistica esatta di quante donne siano state ospitate all’interno delle istituzioni cattoliche divenute lavanderie nel corso del tempo.
    https://www.viaggiatoriignoranti.it/2018/11/la-terribile-storia-delle-case-magdalene.html
  • Maltrattamenti a scuola, indagate due suore di Acquedolci

    Maltrattamenti a scuola, indagate due suore di Acquedolci

    Sono state filmate dai carabinieri per due anni a terrorizzare i bambini che frequentavano l’asilo della scuola “Maria Teresa D’Amico.

    Hanno 50 e 51 anni le due suore delle Ancelle Riparatrici di Acquedolci denunciate dai carabinieri per maltrattamenti ai danni di diversi bambini tra i 3 e i 5 anni.

    Le due religiose sono state filmate per mesi mentre seguivano i bambini, assumendo spesso atteggiamenti oltre l’autoritario.

    I bimbi spesso non venivano rimproverati ma insultati, e in più di una occasione una delle due ha costretto i ragazzini a rimettere nel piatto il cibo caduto a terra e mangiarlo, o spinti col viso nel piatto per obbligarli a mangiare. “Fai schifo (..) Dio ti punirà”. Sono frasi come queste che hanno allarmato il sostituto procuratore Giorgia Orlando di Patti, che ha siglato per entrambe le suore, di origini filippine, l’avviso di conclusione delle indagini preliminari.

    L’inchiesta, condotta dai militari dell’Arma della compagnia di Santo Stefano, è partita del 2017 dopo le denunce di diversi genitori dei piccoli allievi della scuola Maria Teresa D’Amico.

    I genitori tentavano già da due anni di mettere fine alla situazione attraverso l’intermediazione dei vertici dell’istituto e parlando con le stesse suore. Ma nulla era cambiato. I bambini, intanto, soffrivano sempre di più: molti di loro si rifiutavano di andare a scuola, facevano pipì a letto, scoppiavano a piangere prima e dopo le lezioni.

    I campanelli d’allarme dei genitori sono quindi scattati e, quando non sono riusciti a ottenere nulla dalla scuola, non è rimasto altro loro da fare che rivolgersi alle forze dell’Ordine. Gli investigatori hanno quindi disseminato l’istituto di video camere di sorveglianza e filmato gli incredibili comportamenti delle due suore. Adesso si attendono provvedimenti dell’istituto scolastico.

    Maltrattamenti a scuola, indagate due suore di Acquedolci

  • A processo l’ex suora Maria Angela Farè: chiesta perizia su biglietti e mail che scriveva alla sua vittima

    A processo l’ex suora Maria Angela Farè: chiesta perizia su biglietti e mail che scriveva alla sua vittima

    MILANO È tornata in aula Maria Angela Farè, l’ex suora condannata a tre anni e mezzo di carcere in primo grado per un episodio di violenza sessuale nei confronti di Eva Sacconago avvenuto poche settimane prima che la giovane si suicidasse a 26 anni, nel giugno 2011. Ora il sostituto pg di Milano Daniela Meliota punta a riaprire l’istruttoria nel processo d’Appello, perciò ha chiesto una perizia psichiatrica basata sull’analisi degli appunti, dei diari e dei messaggi ricevuti dalla vittima. Per dimostrare il suo stato di soggezione nei confronti dell’ex suora che avrebbe abusato di lei da quando era ancora minorenne, nel 2002, fino a un paio di settimane prima del suo suicidio.

    «RAPPORTO CONSENZIENTE»

    In sostanza la procura generale, anche attraverso la perizia sulla vittima, vuole arrivare alla condanna dell’ex suora anche per i reati di stalking e violenza privata, accertando le vessazioni di Maria Angela Farè fin da quando Eva aveva quindici anni. I giudici in primo grado hanno anche escluso la responsabilità della congregazione religiosa delle Figlie di Maria Ausiliatrice, alla quale apparteneva la suora. Le presunte violenze sono emerse dai diari della giovane e da decine di email, sms e lettere scritte in un lungo arco di tempo dalla religiosa di 23 anni più grande della ragazza, che nel frattempo era stata trasferita e insegnava in una scuola di formazione nel milanese. La donna, dopo aver trascorso un periodo agli arresti domiciliari e all’ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere (Mantova), è tornata in libertà. Secondo i pm, i diari, gli scritti e anche i video sequestrati dagli investigatori proverebbero le violenze sessuali, mentre per la difesa si trattò di un rapporto consenziente, senza alcun abuso da parte della religiosa che all’epoca era un punto di riferimento per la ragazza, assidua frequentatrice della parrocchia.

    CENTINAIA DI BIGLIETTINI

    Tutto comincia nell’oratorio di Sant’Edoardo a Busto Arsizio: l’attaccamento spirituale da parte della donna più anziana per l’adolescente si trasforma in relazione ossessiva e morbosa, con centinaia di bigliettini e dichiarazioni d’amore che, scrivono i giudici nelle motivazioni della sentenza di primo grado, avevano «avviluppato la quindicenne in un bozzolo di parole che conduceva a una totale confusione circa il significato di “amore”». Quella relazione tra Eva e suor Maria Angela Farè non era sfuggita ai genitori, Roberto Sacconago, funzionario di banca in pensione, e la moglie Giovanna Bozzolini. Un giorno di autunno del 1998 Eva tardava a rientrare per cena. La mamma l’ha cercata in oratorio, trovandola nella stanza di suor Maria Angela. Così ha iniziato a controllare il diario della figlia e ha scoperto i bigliettini, dapprima firmati «Suor Mary» e poi «Mamma Mary», alcuni che esprimevano affetto altri con espliciti riferimenti intimi. I giudici hanno escluso che nella decisione di Eva di togliersi la vita abbia pesato la volontà della suora di mantenere «una relazione ormai cessata, della quale l’imputata non ha accettato la fine».

    FOTO RUBATA DALLA TOMBA

    Ricostruiscono diversamente il dramma: «Quanto al “perdurante stato di ansia” che condurrà Eva al suicidio emerge chiaramente come non sia stato causato dal comportamento dell’imputata, ma da un complesso di fatti ai quali Maria Angela Farè appare estranea. L’unico problema che emerge e sembra affliggere profondamente Eva sono le chiacchiere dei ragazzi dell’oratorio, la presenza di persone che la controllano, la delusione cocente di vedere la sua vita spiata e giudicata, ma soprattutto la sordità di don Ale che relega i suoi sentimenti a una amicizia sia pure con la A maiuscola». Don Alessandro è il giovane prete dell’oratorio dove Eva fa la catechista e l’animatrice. La mamma non condivide le conclusioni della sentenza: «Fra Eva e don Ale c’era solo una grande, stupenda amicizia. C’erano i pettegolezzi, le cattiverie. C’era gente che diceva che fosse rimasta incinta del don. La seguivano, la spiavano. Un giorno ha trovato le quattro gomme dell’auto tagliate». E a quanto pare non è ancora finita. «Hanno rubato una foto dalla tomba di Eva, un’altra, quella di un raduno a Madrid dove si vedeva anche don Alessandro, l’hanno strappata per togliere l’immagine del prete», è la denuncia dei genitori.

    https://www.ilmessaggero.it/primopiano/cronaca/processo_appello_suora_maria_angela_fare_violenza_sessuale_eva_sacconago-3994596.html