Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Belgio: suore, abusi e contesto

    Belgio: suore, abusi e contesto

    Dal 21 agosto sulla piattaforma belga Proximus Pickx sono apparse in successione quattro puntate che raccontano gli abusi avvenuti nei decenni scorsi all’interno degli istituti religiosi femminili, in particolare nelle Fiandre.

    Attraverso numerose testimonianze delle vittime le puntate hanno affrontato la violenza fisica, gli abusi sessuali, gli abbandoni forzati dei bambini da parte di giovani donne non sposate e gli abusi di potere all’interno delle comunità.

    La serie sarà a disposizione di tutti a partire da fine settembre, compresa la TV fiamminga (VTM).

    Il periodo indagato è fra il 1950 e il 1990, mentre le testimonianze sugli abusi di potere sono più recenti. Le violenze testimoniate negli istituti di rieducazione per bambini abbandonati sono già note per altri casi (Irlanda, Canada, USA) e sempre devastanti: percosse, umiliazioni, privazioni sul cibo e altro, punizioni, lavoro obbligatorio. Un pesante rosario di vessazioni.

    De Nonnen (“le suore”)

    La reazione della presidente dei religiosi/e fiamminghi/e, sr. Mieke Kerckhot, è stata immediata: «Sono senza parole: sconvolta e nella vergogna. I fatti sono orribili e intollerabili». In una reazione ufficiale della conferenza dei religiosi/e si dice: «Chiediamo perdono alle vittime. Le loro storie, spesso taciute per anni, ci toccano profondamente. Facendo sentire la loro voce, portano alla luce gli abusi e, si spera, danno la forza ad altre vittime di fare lo stesso». Si ricorda la scelta della Chiesa belga per la “tolleranza zero”.

    Sulle madri “naturali” e i loro bambini essi difendono anzitutto la loro dignità e offrono le indicazioni a favore del Centro fiammingo per le adozioni a cui hanno affidato da tempo tutti gli archivi a disposizione. Pronti al sostegno quando fosse richiesto.

    Una delle puntate riguarda in particolare l’orfanatrofio Sint-Vincentius di Zelem dove, sulla base di alcune indicazioni, ci sarebbe stato anche un omicidio e alcune sepolture clandestine nel cimitero della città. I religiosi/e chiedono di indagare a fondo sulla questione.

    Quanto agli abusi di potere, sono in funzione da tempo per le suore e le ex suore centri di ascolto dedicati con un possibile riferimento a organismi esterni e indipendenti. «Continuiamo a impegnarci per affrontare il passato con trasparenza e rispetto per rendere giustizia e dare riconoscimento alle vittime. E, soprattutto, per uno spazio sicuro per l’oggi».

    Replica rispettosa del dolore delle vittime

    In un’intervista sr. Mieke Kerckhot arricchisce le informazioni. La responsabile della produzione, Barbara Van Poeck, e il giornalista investigativo, Tom De Smet, l’hanno in qualche maniera coinvolta e questo è stato apprezzato. Assieme a lei hanno rivisto le quattro puntate: «Ho chiesto con una certa forza il diritto di replica nell’ambito della trasmissione. Ci avrebbe dato la possibilità di esprimere in modo personale i nostri sentimenti, le nostre scuse per gli abusi passati. Ci è stato negato. I produttori hanno ritenuto che non fosse adatto al “format”. Ci è stato permesso una videata finale con le nostre risposte scritte […] Ma un cartello da solo dice poco e può risultare freddo».

    Sarebbero state utili alcune parole di spiegazione, ad esempio, rispetto all’accusa di cambiamento di nome quando si entra in noviziato. Pratica di lunga tradizione nella vita religiosa (oggi largamente ignorata), che non vuole essere una censura ma sottolineare la novità e la radicalità della scelta compiuta.

    Inoltre, si sarebbe potuto spiegare che le pratiche e le distorsioni mostrate si riferiscono a decenni passati, non al presente.

    Nel quarto episodio si racconta di abusi in una congregazione femminile già censurata dal dicastero vaticano (non può accettare altre vocazioni per diversi anni) e non più presente nelle Fiandre. Nell’insieme, le denunce riguardano sette famiglie religiose su un totale di 295 presenti sul territorio.

    16 decisioni ecclesiali

    «Restiamo impegnate ad affrontare il passato con trasparenza e rispetto, a rendere giustizia e a riconoscere le vittime di allora e a garantire uno spazio sicuro per tutti oggi. Ripeto sempre: le sorelle consacrate sono persone normali con scelte di vita straordinarie. La maggior parte è sana, ma ce ne sono anche alcune con problemi di salute mentale o persone che potrebbero perdere la testa in determinate circostanze. Ma spero che la cultura del silenzio sia completamente un ricordo del passato. Spero che tutti abbiano il coraggio di superarla. Il documento mediale (De Nonnen, “le suore”) contribuirà a questo».

    È prevedibile che la reazione degli spettatori sarà molto forte. Il tribunale di Limbourg ha già avviato un’inchiesta preliminare. Come è già avvenuto nel 2023 quando una serie televisiva (Godvergeten, “dimenticati da Dio”) suscitò uno sdegno generale spingendo la Camera federale ad avviare una commissione di inchiesta e il parlamento fiammingo a definirne una seconda in proprio (https://www.settimananews.it/chiesa/belgio-abusi-tagliare-fondi-alla-chiesa/).

    La Chiesa ha già sollecitato la messa in opera delle indicazioni prodotte. In un documento episcopale del 2024 (Cosa ha fatto la Chiesa per le vittime di abusi sessuali fra il 1997 e il 2024?) si enumerano sedici passaggi compiuti o condivisi:

    •  creazione di due punti di contatto per francofoni e fiamminghi (1997);
    •  avvio della commissione Halsberghe per il trattamento delle denunce (2000);
    •  la commissione Adriaenssens (2009);
    •  creazione di una commissione parlamentare speciale (2010);
    •  centro di arbitraggio (2012-2017);
    • creazione di dieci punti di contatto per le vittime (2012-2021);
    • commissione interdiocesana per la protezione dei minori (2012);
    •  sussidio “La sofferenza nascosta” (2012);
    •  documento “Dal tabù alla prevenzione” (2014);
    •  nascita del consiglio di supervisione (2016);
    •  giornata nazionale di riconoscimento e di memoria (2017);
    •  rapporto sugli abusi ai minori nella relazione pastorale (2019);
    •  codice di condotta per i collaboratori ecclesiali (2019);
    • punti di contatto unico (francofono e fiammingo) nel 2021;
    •  dopo la serie televisiva Godvergeten (2023).

    L’ultimo evento ricordato è l’incontro delle vittime con papa Francesco nel 2024 (cf. qui). E si prevede che anche dopo l’attuale serie televisiva possa esserci un incontro con papa Leone.

    https://www.settimananews.it/vita-consacrata/belgio-suore-abusi-contesto/

  • Ragazze in fuga dall’orfanotrofio denunciano abusi. Due suore arrestate

    Ragazze in fuga dall’orfanotrofio denunciano abusi. Due suore arrestate

    Mumbai (AsiaNews) – Due Suore della Croce di Chavanod sono in carcere dopo che nove ragazze minorenni sono fuggite il 29 giugno dalla Vidyadeep Children’s Home, collegio cattolico riconosciuto dal governo nel distretto di Chhatrapati Sambhajinagar (ex Aurangabad), Maharashtra. Le giovani avrebbero danneggiato la proprietà, impugnando bastoni e aste di ferro per le strade della città. Alcune si sono recate dalle autorità distrettuali per denunciare gravi trattamenti subìti nella struttura.

    Sr. Philomena D’Souza, superiora provinciale dell’istituto religioso, spiega che il centro Vidyadeep accoglie cento bambine e bambini, sotto la supervisione del Comitato per il benessere dei bambini (CWC), organo istituito in India nel 2015 per rispondere alle esigenze di giovani che necessitano di cure e protezione. “La vicenda ha preso una piega politica ed è stato presentato un First Information Report con gravi accuse. Due suore e un membro dello staff sono sotto custodia della polizia. Stiamo seguendo gli sviluppi”, ha detto D’Souza.

    Il vescovo di Aurangabad, mons. Bernard Lancy Pinto, ha dichiarato ad AsiaNews: “Questa casa di accoglienza ha prestato servizio per decine di anni ed è ben apprezzata da tutti. Le procedure sono state seguite, il rinnovo della licenza è già stato richiesto, si sta attenendo l’esito. Le Suore della Croce di Chavanod presso la Vidyadeep Children’s Home, hanno servito i bambini svantaggiati per oltre un secolo con dedizione disinteressata. Stiamo collaborando pienamente con le indagini in corso”.

    L’orfanotrofio cattolico è attualmente sotto la lente del tribunale di Aurangabad dell’Alta Corte di Bombay, che ha appreso del caso di fuga delle ragazze minorenni, rintracciate il giorno successivo e ricondotte nella Vidyadeep Children’s Home. Il Comitato per il benessere dei bambini (CWC) è stato informato e avrebbe consigliato di gestire la questione internamente, facendo visita alla struttura per raccogliere le dichiarazioni delle ragazze. In seguito è stata chiamata la polizia per risolvere la questione. Il giorno seguente, lo stesso gruppo di ragazze ha chiesto di incontrare il CWC. All’incontro fissato, quando il CWC non è arrivato entro l’orario previsto, nove hanno lasciato la sala, hanno chiuso il cancello delle scale, forzato la porta della terrazza, provocato delle ferite ai propri polsi e sono fuggite arrampicandosi su un tetto più basso. Avrebbero minacciato di fare del male a se stesse e a chiunque avesse cercato di ostacolare i loto intenti.

    I membri dello staff, alcuni genitori e la polizia hanno seguito le ragazze mentre correvano verso il tribunale distrettuale. In seguito, presso l’ufficio del Comitato per il benessere dei bambini (CWC), avrebbero depositato gravi accuse contro il personale dell’orfanotrofio cattolico. L’istituto ha negato tutte le accuse. Secondo alcune fonti, le ragazze erano state istruite a utilizzare spazi appositi per cambiarsi e non erano mai state private di alcun bisogno, come invece sostengono. Per esempio, le telecamere a circuito chiuso presenti in diversi ambienti della Vidyadeep Children’s Home sarebbero state installate esclusivamente per la sicurezza di bambini e bambine, soprattutto di coloro inclini all’autolesionismo.

    https://www.asianews.it/notizie-it/Ragazze-in-fuga-dall’orfanotrofio-denunciano-abusi.-Due-suore-arrestate-63500.html

  • Si prevede che 796 neonati morti saranno trovati nascosti nella fossa biologica di una casa di madri nubili gestita da suore

    Si prevede che 796 neonati morti saranno trovati nascosti nella fossa biologica di una casa di madri nubili gestita da suore

    Sono iniziati gli scavi in ​​una fossa settica in un sito in Irlanda che, secondo le autorità, contiene i resti di circa 800 neonati e bambini, morti in una casa per ragazze madri gestita da suore cattoliche.

    Si teme che molti dei resti infantili siano stati gettati nella fossa biologica nota come “la fossa” dell’ex istituto nella cittadina di Tuam, nella contea di Galway,  ha detto a Sky News la storica locale Catherine Corless .

    In totale, tra il 1925 e la sua chiusura nel 1961, morirono nella casa 798 bambini, di cui solo due furono sepolti in un cimitero vicino, secondo la ricerca di Corless.

    Nel sottosuolo di questo luogo tranquillo nella città di Tuam sono state identificate notevoli quantità di resti umani.

    Il terreno, che ospitava una casa di cura gestita dalle suore tra il 1925 e il 1961, è rimasto pressoché intatto dopo la demolizione dell’istituto nel 1972.

    Si ritiene che i resti degli altri 796 bambini si trovino sotto il sito della Bon Secours Mother and Baby Home, demolita nel 1971 e ora circondata da un moderno complesso residenziale. 

    Bon Secours, conosciuta localmente come The Home, era una casa di maternità per madri nubili e i loro figli, gestita da un ordine religioso di suore cattoliche.

    https://nypost.com/2025/06/17/world-news/796-dead-babies-found-hidden-in-septic-tank-at-home-run-by-nuns-dirty-little-secrets/

  • I processi della Chiesa sugli abusi sessuali non sono veri processi

    I processi della Chiesa sugli abusi sessuali non sono veri processi

    A fine aprile un tribunale ecclesiastico regionale ha riconosciuto il sacerdote Samuele Marelli colpevole, in primo grado, di avere usato la propria autorità per abusare sessualmente di persone minorenni e maggiorenni. Marelli ha 49 anni e in passato era stato responsabile della Fondazione diocesana per gli oratori milanesi: come pena è stato condannato a non risiedere nell’arcidiocesi di Milano, esercitare pubblicamente il sacerdozio e cercare contatti con i minori. Su di lui indaga anche la procura di Monza, ma quella è tutta un’altra storia.

    Divieti come quelli imposti a Marelli (che potrà comunque ricorrere in appello) sono alcune delle pene che un tribunale ecclesiastico può infliggere a un chierico riconosciuto colpevole. Com’è evidente, sono molto diverse da quelle che potrebbe disporre un tribunale statale durante un processo penale. Il codice di diritto canonico, cioè l’insieme delle leggi della Chiesa cattolica, è d’altronde una cosa ben distinta dal codice di procedura penale e dal diritto civile di uno Stato.

    Questa distinzione spesso non è chiara quando si parla di abusi sessuali nella Chiesa, ed è il motivo per cui certi processi possono sembrare sconclusionati o portare a pene tutto sommato irrisorie rispetto alla gravità delle colpe che vengono riconosciute. Francesco Zanardi, portavoce della rete L’Abuso, l’associazione che si occupa della tutela delle persone vittime di abusi sessuali da parte di religiosi, dice che molte persone confondono i procedimenti giuridici e si aspettano da quello ecclesiastico esiti che non può avere, come l’incarcerazione del sacerdote colpevole o un risarcimento economico.

    «Ci sono due binari della giustizia e sono completamente diversi l’uno dall’altro», dice Zanardi: «quello dello Stato rende giustizia all’essere umano», sintetizza, mentre quello canonico si pone come obiettivo di rendere giustizia a Dio. Zanardi dice che anche molte persone che si rivolgono alla rete L’Abuso fanno spesso fatica a capire questa distinzione: «Tanta gente pensa però che la giustizia canonica sia un’estensione di quella civile. Così al termine di un’indagine ecclesiastica molti arrivano da noi delusi: credono di essere stati presi in giro».

    Molti equivoci, secondo Zanardi, nascono banalmente dal fatto che alcuni termini usati per definire i vari passaggi dei procedimenti sono gli stessi: si parla di indagini interne alle chiesa così come di indagini svolte dalla procura, e si definisce processo quello celebrato nei tribunali ecclesiastici, che però ha caratteristiche diverse da quelli ordinari ed è presieduto da giudici che non sono magistrati.

    Lo scopo della giustizia canonica è insomma diverso da quella statale. I processi penali devono accertare la responsabilità di una persona accusata di avere commesso uno o più reati e, in caso di condanna, stabilire la pena appropriata. Come si spiega nell’ultima versione delle Linee guida per la tutela dei minori della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), del 2023, le procedure canoniche puntano a ricostruire la verità e ristabilire la giustizia «all’interno della comunità ecclesiale». Semplificando molto, si può dire che lo scopo della giustizia canonica sia aiutare la salvezza dell’anima di chi ha peccato.

    I due percorsi della giustizia, quello statale e quello canonico, possono non incrociarsi mai: in Italia le autorità ecclesiastiche non hanno l’obbligo giuridico di denunciare gli abusi, né sono obbligate dalla legge dello Stato a rendere conto degli esiti dei processi interni.

    Fino al 2023 la normativa canonica non considerava l’abuso come un delitto contro la persona, ma era concepito come trasgressione al sesto comandamento: non commettere adulterio, non commettere atti impuri. Questa concezione, come avevano fatto notare tra gli altri Anna Foa e Lucetta Scaraffia, autrici con Franca Giansoldati di un libro sugli abusi nella Chiesa uscito nel 2022, poneva però un problema di fondo rilevante: si concentrava su chi commette l’“atto impuro” e tralasciava il danno inferto alla persona che subisce l’abuso.

    Nel 2023 però il delitto contro il sesto comandamento è stato inserito per volere di papa Francesco tra i delitti contro la vita, la dignità e la libertà dell’uomo. Pierluigi Consorti, professore di Diritto e religione all’università di Pisa e membro del Servizio regionale toscano di tutela dei minori e degli adulti vulnerabili, spiega che in questo modo si è cercato di dare più centralità a chi subisce abusi. Il diritto canonico dice che va punito il chierico che induce un minore a «mostrarsi pornograficamente» e acquista, possiede, divulga immagini pornografiche di minori e persone vulnerabili.

    Queste modifiche sono state recepite dalle Linee guida per la tutela dei minori del 2023, che hanno aggiornato quelle del 2019 sulla base di nuove normative come la Normae de delictis Congregationi pro Doctrina Fidei reservatis (11 ottobre 2021) e la Vos estis lux mundi (25 marzo 2023). In questo documento sono illustrate le procedure che in teoria dovrebbero essere osservate nel momento in cui una persona interna alla Chiesa viene a conoscenza di un possibile abuso sessuale commesso su un minorenne o una persona con vulnerabilità da un membro del clero.

    Secondo le Linee guida, i chierici hanno l’obbligo di segnalare tutti i presunti casi al vescovo della loro diocesi. L’indagine interna alla Chiesa inizia nel momento in cui un vescovo riceve una segnalazione da parte di qualcuno, che può essere anche una persona esterna al clero, come un educatore dell’oratorio o un familiare della persona abusata. A quel punto il vescovo avvia di solito la cosiddetta “indagine previa”, che ha lo scopo di verificare se la segnalazione ricevuta sia o meno verosimile.

    Consorti spiega che non è ben chiaro tuttavia come debba essere fatta nella pratica un’indagine previa, «perché la Chiesa non ha un soggetto specifico per condurre le indagini», come lo è invece la procura nei tribunali ordinari. Succede quindi che spesso sia il vescovo stesso a indagare: lo fa chiamando le persone che potrebbero essere a conoscenza dei fatti contestati e raccogliendo eventuali documenti utili. Il vescovo può affidare l’indagine anche a qualcun altro, per esempio il Servizio regionale o diocesano per la tutela dei minori o il vicario giudiziale, cioè un prete obbligatoriamente nominato dal vescovo di ogni diocesi.

    Durante le indagini il vescovo può decidere se informare o no il chierico delle accuse e può prendere dei provvedimenti cautelari nei suoi confronti: per esempio, può proibirgli l’esercizio del ministero e delle attività pastorali con i minorenni e imporgli di cambiare il posto in cui vive. Se il vescovo riscontra la verosimiglianza della segnalazione deve trasmettere i risultati della sua indagine al Dicastero per la dottrina della fede a Roma, l’organo della Chiesa che si occupa tra le altre cose di promuovere e tutelare la dottrina cattolica (fino al 1908 noto come Santa Inquisizione).

    Consorti spiega che questo dicastero riceve le indagini previe svolte in tutto il mondo: «È un modo per cercare di evitare che i vescovi insabbino casi di abusi che coinvolgono il proprio clero», dice. Il Dicastero per la dottrina della fede è anche l’unico soggetto della Chiesa cattolica che ha in qualche modo poteri giurisdizionali (cioè può applicare concretamente le norme: quello che fa un giudice), dal momento che è competente per i delitti che la Chiesa considera più gravi.

    A questo punto della procedura le cose possono variare da paese a paese. In Italia di solito il Dicastero affida le indagini e il processo ai tribunali ecclesiastici regionali. Sono presenti in ciascuna regione e si occupano prevalentemente di cause matrimoniali. Non sempre quindi hanno le competenze necessarie per affrontare i casi di abusi sessuali. Ne fanno parte il “moderatore”, cioè il presidente del tribunale nominato dalla CEI (che può essere il vescovo della diocesi in cui il tribunale ha sede, ma non necessariamente), il vicario giudiziale, i giudici ecclesiastici (chierici con competenze di diritto canonico e professori universitari nominati dalla Conferenza episcopale regionale), i patroni stabili (avvocati e procuratori che offrono consulenza e patrocinio ai fedeli), i consulenti e gli avvocati.

    Un tribunale ecclesiastico non ha gli stessi poteri di indagine della procura. Non può, per esempio, far pedinare una persona sospettata o fare delle intercettazioni: quello che fa, in sintesi, è cercare di ricostruire i fatti parlando con le persone ed esaminando eventuali documenti a disposizione. Peraltro il giudice è al tempo stesso la persona che fa le indagini e quella che decide una volta acquisite tutte le informazioni che il tribunale reputa sufficienti. Non c’è una fase di dibattimento come nel processo penale statale, quindi di discussione in aula con un’accusa e una difesa: la persona che subisce abusi non è parte del processo canonico.

    Se un chierico viene riconosciuto colpevole di abusi sessuali può essere sottoposto a provvedimenti restrittivi, come il divieto di avere contatti con minorenni (com’è successo a Marelli), e ricevere pene ecclesiastiche, la più grave delle quali è la dismissione dallo stato clericale. Alcuni sacerdoti riconosciuti colpevoli vengono inoltre portati in alcune comunità terapeutiche, che la rete L’Abuso ha mappato nel corso degli anni: sono una ventina in tutta Italia e non sono luoghi di detenzione. L’idea della Chiesa è che un chierico riconosciuto colpevole non debba essere lasciato solo, ma vada accompagnato in un percorso di responsabilizzazione, richiesta di perdono, riparazione e cura psicologica. Su quest’ultimo punto in particolare la rete L’Abuso ha già espresso diversi dubbi in passato.

    Per Zanardi una delle falle maggiori di tutto questo percorso è che le autorità ecclesiastiche non sono obbligate dalla legge italiana a riferire un possibile caso di abuso sessuale alle autorità giudiziarie. Per questa ragione, secondo la rete l’Abuso, andrebbe esteso alle autorità ecclesiastiche l’obbligo di denunciare i casi di abuso e stupro commessi dal clero alle autorità giudiziarie civili. Zanardi dice che in Italia «la Chiesa non ha bisogno di insabbiare, perché le leggi dello Stato la tutelano».

    Consorti spiega che le cose sono cambiate dopo le riforme ecclesiastiche introdotte dal 2010, cioè negli ultimi anni del pontificato di Benedetto XVI e poi soprattutto durante quello di Francesco, che ha insistito sulla necessità di collaborare con la giustizia ordinaria. «Oggi i vescovi non dovrebbero più stare nell’ambiguità che c’è stata fino a pochi anni fa: il diritto canonico dice che devono indagare e hanno l’obbligo morale di denunciare all’autorità statale. In passato invece l’insabbiamento era la regola», dice Consorti.

    La rete L’Abuso denuncia spesso un problema di mentalità ancora molto presente nella Chiesa, e cioè che tutto questo procedimento indicato nella teoria non sia ancora consolidato nella pratica ovunque. C’entrano la reticenza di molti chierici a riconoscere la gravità dell’abuso, cui spesso antepongono la paura di danneggiare la reputazione di una diocesi o di un altro chierico; la difficoltà di alcune comunità di fedeli ad accettare che degli abusi possano essere stati commessi al loro interno; la colpevolizzazione di chi subisce un abuso, che quindi fatica poi a renderlo pubblico; e il fatto che nella Chiesa persistono forti posizioni di potere, legate agli abusi sessuali compiuti per esempio su persone con vulnerabilità che si affidano a dei chierici o sulle suore.

    All’opacità dei procedimenti e alle resistenze dei religiosi contribuisce secondo Consorti anche il fatto che in Italia la Chiesa (con l’eccezione della diocesi di Bolzano e Bressanone) non ha ancora fatto un’indagine approfondita e indipendente sugli abusi sessuali commessi al suo interno com’è stato fatto in altri paesi. «C’è questa convinzione ancora, soprattutto nella base ecclesiale, che noi non siamo come gli altri e che il problema siano poche mele marce. E quindi non si affronta ancora un problema che è invece sistemico e pesante».

    https://www.ilpost.it/2025/06/04/processi-abusi-sessuali-chiesa-diritto-canonico/

  • Emanuela Orlandi, torna l’ipotesi dello scambio di persona con la figlia dell’aiutante di camera Papa Giovanni Paolo II. All’epoca del rapimento il maggiordomo era turbato

    Emanuela Orlandi, torna l’ipotesi dello scambio di persona con la figlia dell’aiutante di camera Papa Giovanni Paolo II. All’epoca del rapimento il maggiordomo era turbato

    Continua con due nuove audizioni il lavoro della commissione parlamentare di inchiesta che indaga sui misteri delle scomparse di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori.

    Le nuove audizioni e le piste “interne”
    Si è scelto stavolta di dare la parola a due persone vicine a quel mondo a tratti fiabesco in cui nacquero i figli di Ettore Orlandi e Maria Pezzano: il Vaticano, protetti da tutto ciò che era al di fuori delle mura leonine e oltre il Tevere, o almeno così pensavano. Del resto, lo ricordiamo, proprio in quei giardini vaticani Emanuela Orlandi avrebbe ricevuto quelle strane “avances da uno vicino al Papa” come emerso dalla testimonianza di una sua cara amica d’infanzia (la sola a cui lo avrebbe raccontato) che è stata rintracciata dal giornalista Tommaso Nelli (che lo ha riportato nel suo libro) prima e dai produttori della serie Netflix “Vatican Girl”, in un secondo momento.

    Annamaria Gusso
    E proprio tra quelle mura viveva una delle persone che i commissari di Palazzo San Macuto hanno interrogato ieri, all’epoca dei fatti molto vicina alla cittadina vaticana inspiegabilmente scomparsa il 22 giugno del 1983. Si tratta di Annamaria Gusso, amica della comitiva dell’Azione Cattolica frequentata dal fratello e dalle sorelle di Emanuela Orlandi. Annamaria conosce da sempre gli Orlandi e conosceva altresì bene Emanuela che era molto legata a sua sorella Francesca, più piccola di qualche anno. Anche lei era “interna” al Vaticano: suo padre Giampaolo era “aiutante di camera” del Papa sin dai tempi di Papa Roncalli. Era collega quindi del papà della ragazzina scomparsa, Ettore Orlandi, anche lui messo papale e nato in Vaticano dove già suo padre Pietro aveva lavorato come stalliere. Ettore era profondamente vaticanista e legato a quel mondo e solo in punto di morte ammise i suoi sospetti su un presunto coinvolgimento dello Stato Vaticano nella scomparsa di sua figlia quando pronunciò quelle parole per lui amare: “Sono stato tradito da chi ho servito”. Io mi sono fatta l’idea di quello che dice Pietro Orlandi, dalla documentazione che lui espone, io sto con lui“, dichiara oggi a distanza di 42 anni Annamaria Gusso, “Ci sono tante piste – ha spiegato la donna che abitava in Vaticano – Londra, Magliana, io condivido quello che lui dice e anche quello che dice l’avvocato Laura Sgrò, sostengo Pietro, il suo impegno”.

    Le presunte molestie
    Per quanto riguarda l’ipotesi di molestie su ragazzine all’interno del Vaticano, Annamaria Gusso spiega di non saperne nulla: “No, non si sapeva nulla”, il Vaticano era considerato “un luogo sicuro, assolutamente”, “non si sapeva di queste cose”. Rispondendo alle domande dei commissari, Annamaria Gusso ha ricostruito i fatti che segnarono la sera della scomparsa di Emanuela: “Stavo a casa, aspettavamo mia sorella per cenare” visto che sua sorella “era con la comitiva e aspettavano Emanuela a Castel Sant’Angelo”. “Ho saputo della scomparsa il giorno dopo – ha continuato – mio padre lo ha saputo e, sconvolto, è venuto a casa e mi ha detto che Emanuela non aveva rincasato la sera”. “Io sono corsa giù, sono andata dagli Orlandi – ha concluso – Ho abbracciato Maria (la mamma di Emanuela ndr) e le ho detto: ‘Torna vedrai, mò tornà e ci siamo messe a piangere tutte e due”. Ha aggiunto poi, che ripensando a quel periodo “mio padre era sconvolto, non si dava pace di cosa potesse essere successo a Emanuela”, aggiungendo che il padre era preoccupato soprattutto per la sorella più piccola che all’epoca aveva 13 anni, come se la scomparsa di Emanuela potesse dare inizio a una serie di rapimenti a danno delle pochissime famiglie che vivevano in Vaticano: “Eravamo tutti preoccupati, ma sapevamo che (mia sorella ndr) stava sempre in gruppo e mai da sola”. Prima di analizzare questo punto su cui si è soffermata la commissione, ecco chi era il padre di Annamaria, Giampaolo Gusso.

    I servitori del Papa
    Giampaolo Gusso era nativo di Carole e partì per Roma nel 1959, seguendo il sentiero tracciato dal fratello maggiore, con il sogno nel cassetto di diventare un servitore del Papa. E riuscì a realizzarlo: dopo aver servito come maggiordomo e poi come attendente di camera pontificia Giovanni XIII, detto il Papa Buono, Gusso servì anche i successivi pontefici, Paolo VI, Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II. Nonostante andò poi in pensione, non mise da parte il suo impegno in Vaticano e fu membro attivo della parrocchia di Sant’Anna. Partecipò anche a una riunione all’interno dell’appartamento pontificio il giorno dopo la scomparsa di Emanuela Orlandi (fonte: Il Corriere). Ieri, grazie ai ricordi della figlia Annamaria è riemersa l’ipotesi già nota all’epoca dello scambio di persona tra Emanuela e un’altra “Vatican Girl”.

    L’ipotesi dello scambio di persona
    Tutto ebbe inizio con una testimonianza di monsignor Francesco Saverio Salerno, alto prelato legato a Papa Wojtyla, che il 9 maggio del 1995 fece riferimento a una conversazione avvenuta “nell’appartamento pontificio, immediatamente dopo la scomparsa di Emanuela, durante la quale Angelo Gugel (maggiordomo di Wojtyla, padre di due amiche della scomparsa) si era lamentato della scarsa protezione accordata ai dipendenti vaticani e ai familiari degli stessi, riferendo che per qualche tempo la figlia Raffaella era stata seguita da sconosciuti. Faccio presente (le parole sempre di Salerno, ndr) che in ragione della notevole somiglianza fisica fra Emanuela Orlandi e Raffaella Gugel, Ercole Orlandi aveva ipotizzato con Gramendola, ufficiale dei carabinieri che seguiva il caso e che ho avuto occasione di incontrare alcune volte, la possibilità di uno scambio di persona”. (fonte: Il Mattino)

    Angelo Gugel
    E a questo punto tocca ricordare quanto disse il padre di Raffaella Angelo Gugel, aiutante di camera di San Giovanni Paolo II e al servizio di tre pontefici nel corso della sua quasi trentennale carriera. Gugel ha parlato per la prima volta nel 2018 in un’intervista concessa al “Faro di Roma”. Gugel fu tra coloro che il giorno che Alì Agca sparò tre colpi di pistola a Papa Wojtyla in Piazza San Pietro sdraiò il Santo Padre sul pavimento, prima di trasportarlo in ambulanza al Policlinico Gemelli. Fu tra i primi a soccorrerlo. Gugel, era veneto di Miane (Treviso), andò poi in pensione dopo un paio d’anni con Benedetto XVI, che lo sostituì con Paolo Gabriele, diventato noto come il “corvo” del caso Vatileaks e che fu arrestato accusato d’aver rubato documenti al Papa. “Me lo aspettavo. Mi era stato chiesto di addestrarlo. Ma non mi sembrava che fosse interessato a imparare”, (fonte: Il Faro di Roma) disse di lui Gugel all’epoca della fuga di notizie. Ma tornando agli anni ’80 e alla scomparsa di Emanuela, i giornali scrissero che Raffaella, la sua figlia maggiore, doveva essere rapita al posto di Emanuela Orlandi. Nella sua unica intervista rilasciata, Gugel commentò così questa ipotesi: “Assurdo. Ero in Polonia con Wojtyla quando ci fu il sequestro. Non è vero che le due ragazze frequentassero la stessa scuola. E all’ epoca la mia famiglia non risiedeva ancora in Vaticano”. Tuttavia, il maggiordomo del Papa ammise un certo turbamento in seguito alla scomparsa di Emanuela. “In seguito, per evitare a Raffaella ogni giorno lunghi tragitti in bus, preferimmo iscriverla nel convitto delle suore Maestre Pie. Ma furono le stesse precauzioni che anche Cibin, il capo della Gendarmeria, adottò per la propria figlia”.Una certa Rita Gugel, indicata come sua parente, figurava in alcune società alle quali era interessato il faccendiere Flavio Carboni, processato e assolto per l’omicidio del banchiere Roberto Calvi ma Gugel dichiarò, sempre nel 2018: “Falsità. Non la conosco. Nemmeno a Miane, dove tutti si chiamano Gugel, l’hanno mai sentita nominare”.

    Anna Graziano
    Ieri è stata ascoltata anche Anna Graziano, parrocchiana della Chiesa di Sant’Anna dei Palafrenieri frequentata in quegli anni da Emanuela Orlandi. La Graziano, all’epoca, era fidanzata con il fratello di Emanuela Pietro Orlandi, che da 42 anni si batte instancabilmente per conoscere la sorte di sua sorella. La donna ha scelto di secretare la sua audizione purtroppo. Come ha sempre raccontato, Pietro porta dentro anche un enorme rammarico: non aver accompagnato quel pomeriggio Emanuela a scuola di musica in moto proprio perché aveva già un impegno con la sua ragazza e anche se di certo chi aveva progettato il sequestro lo avrebbe comunque messo in atto, prima o poi, “Se l’avessi accompagnata io non sarebbe successo quel giorno, perché avrei aspettato che Emanuela entrasse a scuola”. Tutto questo perché, lo ricordiamo, la Vatican Girl quel pomeriggio appena scesa dal bus in Corso Rinascimento incappò davanti al Senato nella trappola che consentì il sequestro: la finta offerta di lavoro dell’Avon, distribuire volantini ad una sfilata di moda, per cui Emanuela potrebbe aver ingenuamente seguito chi aveva il compito di rapirla quel giorno. Che Emanuela ricevette quell’offerta è una delle poche certezze che abbiamo di quanto accadde quel giorno: non solo perché riportato da Federica, la sorella di Emanuela a cui quest’ultima telefonò dalla scuola di musica per informarla della proposta e chiedere il consenso ai genitori ma soprattutto perché anche un vigile e un poliziotto in servizio davanti al senato confermarono questa versione così come ci dicono i verbali dell’epoca e un lancio Ansa (videro Emanuela parlare con un uomo sui 35 che le mostrò il contenuto di una valigetta).

    “C’è una talpa nella Commissione d’inchiesta su Emanuela Orlandi”. Le rivelazioni di Gian Paolo Pelizzaro

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/05/30/emanuela-orlandi-torna-lipotesi-dello-scambio-di-persona-con-la-figlia-dellaiutante-di-camera-papa-giovanni-paolo-ii-allepoca-del-rapimento-il-maggiordomo-era-turbato/8008325/

  • Nel pc oltre 400 foto e video con abusi sessuali su minori: ancora una condanna per l’ex diacono Frateschi

    Nel pc oltre 400 foto e video con abusi sessuali su minori: ancora una condanna per l’ex diacono Frateschi

    Alessandro Frateschi, l’ex diacono e docente di religione condannato per violenza sessuale su cinque minori, ha ricevuto una pena di un anno e otto mesi di reclusione per detenzione di materiale pedopornografico. L’uomo, che attualmente è detenuto nel carcere di Terracina, ha varie vicende giudiziarie in corso, che non si sono ancora concluse. Tra cui quest’ultima, per la quale i suoi legali Danilo Riccio ed Edoardo Fascione hanno già annunciato che faranno ricorso. “Restiamo in attesa del deposito delle motivazioni, ma possiamo già dichiarare che presenteremo ricorso ritenendo sin d’ora che le fonti di prova presenti nel fascicolo del pubblico ministero non potessero da sole giustificare un provvedimento di condanna così come pronunciato dal gup”, hanno dichiarato.

    Nel computer di Alessandro Frateschi, figura di riferimento nella comunità religiosa di Latina, sono state trovati oltre 400 tra foto, video e fumetti di ragazzi – tutti minorenni – ritratti in atteggiamenti sessuali. Frateschi si è difeso dicendo che il materiale gli è stato inviato in chat da maggiorenni o che, navigando su siti a luci rosse, potrebbe aver cliccato su qualche link con materiale pedopornografico. Ma il giudice non ha ritenuto credibile la sua versione.

    Frateschi è stato già condannato a dodici anni di reclusioneper abusi sessuali su cinque minori. Ragazzi che frequentavano la scuola, la parrocchia, figli di amici di famiglia che si fidavano dell’uomo. Le violenze sarebbero andate avanti per anni, e l’omertà intorno alla vicenda ha fatto sì che il 51enne continuasse ad agire impunito. “Ha manipolato i minori per soddisfare le sue perversioni sessuali, invece di prendersene cura, come avrebbe invece dovuto fare nel rispetto del suo ruolo”, scriveva la giudice del tribunale di Latina Laura Morselli nelle motivazioni della sentenza sulla condanna di Alessandro Frateschi. Almeno quattro persone, tra cui due suore e due psicologici, sarebbero state a conoscenza dei fatti. Nessuno di loro però ha detto mai nulla.

    https://www.fanpage.it/roma/nel-pc-oltre-400-foto-e-video-con-abusi-sessuali-su-minori-ancora-una-condanna-per-lex-diacono-frateschi/

  • Papa Leone XIV, l’accusa di SNAP: “Ha coperto casi di abusi su minori in Perù e a Chicago”

    Papa Leone XIV, l’accusa di SNAP: “Ha coperto casi di abusi su minori in Perù e a Chicago”

    Cronaca (Roma). “Abbiamo scritto una lettera al cardinale Parolin a marzo al fine di prevenire le aggressioni sessuali infantili nella Chiesa cattolica. Abbiamo redatto dei rapporti Vos estis (sui casi di pedofilia ndr) in conformità con le linee guida di Papa Francesco, il sistema da lui istituito per indagare sui predatori sessuali e su coloro che li hanno coperti. Crediamo che ci siano sufficienti informazioni in circolazione per far sì che il cardinale Robert Francis Prevost, oggi Papa Leone XIV, debba essere indagato per aver insabbiato abusi sessuali su minori. Ci sono casi in Perù e a Chicago”.

    A lanciare questa pesante accusa è Shaun Dougherty, presidente di SNAP (Survivors Network of those Abused by Priests), la Rete dei sopravvissuti agli abusi dei preti, intervistato in esclusiva da Alanews a pochi giorni dall’elezione del nuovo pontefice.

    In merito al presunto coinvolgimento di Prevost, Dougherty fa riferimento al caso di padre James Ray a Chicago e a quello dei preti Eleuterio Vásquez Gonzáles e Ricardo Yesquen nella comunità di Chiclayo in Perù.

    “Padre Ray era noto per essere un abusatore sessuale di minori – racconta Dougherty – La diocesi dell’Illinois ne era a conoscenza. I cardinali ne erano a conoscenza e invece di allontanarlo, si sono presi cura di lui, lo hanno protetto, lo hanno ospitato, lo hanno nutrito. E lo hanno fatto molto vicino a una scuola, senza informare che c’era un predatore sessuale di minori molto vicino ai bambini che loro erano lì per istruire e proteggere”. La vicenda è avvenuta tra il 2000 e il 2002, quando Prevost era Priore provinciale della provincia agostiniana “Madre del buon consiglio” a Chicago. Secondo SNAP, Prevost avrebbe permesso a Ray di risiedere in un convento agostiniano della città, nonostante fosse stato accusato di aver abusato di 13 minori.

    Il caso del Perù riguarda invece 3 bambine che hanno denunciato nel 2022 le violenze subite da parte di due preti. Le tre donne, minori all’epoca dei fatti, si sono rivolte a Prevost, allora vescovo di Chiclayo, per fornire delle informazioni sugli stupri.
    “Prevost era il capo del dicastero – sottolinea Dougherty – era il responsabile delle indagini. Prevost sa dove si trovano tutti i rapporti e le informazioni su tutti i preti e le suore abusatori in Perù. È l’unica persona nella gerarchia ecclesiastica che può aprire i registri e mostrare i risultati delle sue indagini. Ha davvero indagato come sostiene? Dovrebbe essere disposto ad aprire i suoi archivi e a mostrarli. Fino ad ora non ho visto un solo rapporto proveniente dalla Chiesa sul Perù. Quando ho visto che era diventato Papa ero nauseato”.

    “La nostra organizzazione supporta i sopravvissuti agli abusi sessuali infantili e collabora con i governi per emanare leggi migliori per proteggere i bambini – spiega Dougherty – Siamo a Roma per sollecitare la Chiesa cattolica e il nuovo Papa a promuovere una legge tolleranza zero contro i pedofili. La Chiesa è molto brava a nascondere le violenze sessuali, hanno leggi contro il furto ma non ne hanno una contro chi abusa dei bambini. Da quando è stato eletto Papa, Prevost ha parlato spesso di giustizia sociale, ma come puoi proclamare di essere a favore della giustizia sociale mentre dai rifugio ai pedofili? Questi sono atti criminali. Dare rifugio a un prete noto per aver aggredito sessualmente un minore è un crimine contro l’umanità. Le parole non proteggono i bambini dallo stupro, le leggi con pene severe invece lo fanno. Questa è giustizia sociale. Il capo della Chiesa cattolica ha in suo possesso tutte le segnalazioni di tutti i preti abusatori in tutto il mondo e ha la responsabilità esclusiva nei confronti di 1,4 miliardi di cattolici di denunciare ciò che hanno fatto. Non stiamo chiedendo molto, chiediamo che i bambini siano protetti”. (Fabrizio Rostelli/alanews)

    https://www.alanews.it/cronaca/papa-leone-xiv-laccusa-di-snap-ha-coperto-casi-di-abusi-su-minori-in-peru-e-a-chicago/

  • Spunta il dossier Burke: i silenzi sugli abusi e il trans a capo della Congregazione di suore

    Spunta il dossier Burke: i silenzi sugli abusi e il trans a capo della Congregazione di suore

    Alla vigilia del Conclave, non si placano i veleni e le fake news in Rete sui cardinali. Dopo il finto malore di Parolin e il video su Tagle che canta Imagine di John Lennon, questa volta a essere preso di mira è il cardinale americano ultraconservatore Raymond Leo Burke, tra i più «ostili» a Papa Francesco. Sulla stampa statunitense, circolano notizie riguardo posizioni «dubbie» a lui attribuite sui temi legati all’omosessualità, mentre Burke si è sempre definito strenuo difensore della dottrina cattolica.

    L’affaire riguarderebbe le Serve Francescane di Gesù, comunità religiosa fondata nel 1997 proprio con l’approvazione di Burke quando era vescovo di La Crosse, nel Winsconsin. Le polemiche che dunque risalgono a una ventina di anni fa ma di cui la stampa americana finora non ha mai parlato riguarderebbero la fondatrice della Congregazione, Julie Green, dichiaratamente transgender. Nonostante Burke abbia sempre contestato le posizioni di Francesco sui diritti per gli omosessuali e il matrimonio tra persone dello stesso sesso, la nomina di Green è stata da lui bene accetta, sottolineando che era stata approvata dalla Santa Sede. Una posizione, quella del porporato, che stride con le sue idee ultraconservatrici, espresse in più occasioni.

    Difensore della messa tridentina, si è sempre opposto alle aperture della Chiesa su questi temi, come ha invece fatto Francesco. Successivamente, nel 2003, la Congregazione fu soppressa proprio dal porporato statunitense. «Julie Green vive nella menzogna!», scriveva un sacerdote in una lettera del 2002 all’arcivescovo Gabriel Montalvo, nunzio negli Stati Uniti. «È un transessuale, un maschio biologico. Lui è in realtà Joel Green, che ha subito un’operazione sessuale per apparire fisicamente come una donna. Temo che la Chiesa in America subirà un altro scandalo sessuale se Julie Green continuerà ad essere riconosciuta come suora e se il vescovo Burke riceverà i suoi voti». «Quello che non è mai stato preso in considerazione è che il vescovo Burke lo ha portati qui», dice un altro sacerdote. «E questo è davvero un punto dolente per molte persone».

    C’è poi un altro dossier che circola in Rete. Ed è quello relativo allo scandalo degli abusi sessuali da parte di sacerdoti. La diocesi di La Crosse ha recentemente riferito che dal 1950 al 2002 solo 10 su un totale di 705 chierici sono stati giudicati colpevoli di cattiva condotta sessuale, un tasso dell’1,4%. Per contro, il Consiglio dei vescovi cattolici degli Stati Uniti ha riportato una media nazionale di circa il 4% nello stesso periodo. Complessivamente, a La Crosse sono state accertate solo 31 accuse di abusi sessuali da parte del clero. Solo tre di questi casi hanno fatto notizia in Wisconsin. Uno riguardava un sacerdote non diocesano, Timothy Svea, che faceva parte di un ordine religioso; gli altri due sacerdoti sono morti.

    Burke non avrebbe gestito le conseguenze dello scandalo nell’arcidiocesi di Saint Louis, ignorando la situazione. Tanto che al giornalista del St. Louis Post-Dispatch Ron Harris, che gli aveva chiesto di indicare le priorità della diocesi, Burke aveva risposto: «Come organizzare le nostre parrocchie e le nostre scuole cattoliche».

    https://www.msn.com/it-it/notizie/mondo/spunta-il-dossier-burke-i-silenzi-sugli-abusi-e-il-trans-a-capo-della-congregazione-di-suore/ar-AA1EeaUh

  • Messina, 37enne violentata da un sacerdote: la donna conferma tutte le accuse di abusi

    Messina, 37enne violentata da un sacerdote: la donna conferma tutte le accuse di abusi

    La donna ha confermato tutto in aula. Durante una drammatica testimonianza, interrotta più volte per la tensione, durata oltre cinque ore. Ed effettuata ad un certo punto a porte chiuse per la delicatezza del caso. È stata una lunga udienza quella di ieri davanti al collegio della prima sezione penale presieduto dalla giudice Monica Marino.

    Un processo che vede imputato il 49enne sacerdote rogazionista Claudio Marino, originario di Torino, che per lungo tempo in città ha diretto l’Istituto antoniano “Cristo Re” dei padri rogazionisti. È lì, in una di quelle stanze della struttura d’accoglienza, che secondo quanto ha ricostruito la Procura nell’estate del 2022 avrebbe violentato una migrante tunisina, all’epoca 37enne.

    La donna ieri ha risposto ad una lunga serie di domande che le hanno rivolto la pm Roberta la Speme e gli avvocati, sul fronte della difesa e della parte civile.

    La Procura a suo tempo aveva chiesto l’arresto in carcere per don Marino, lui adesso si trova agli arresti domiciliari a Napoli in un convento di suore, così come ha deciso un paio di mesi addietro la gip Monia De Francesco. In questi ultimi mesi era infatti responsabile di una comunità alloggio per minori e di una casa famiglia a Napoli, dove evidentemente era stato trasferito nei mesi scorsi da Messina.

    Ad assisterlo sono gli avvocati Salvatore Silvestro e la collega romana Delia Urbani. La vittima degli abusi è invece assistita dall’avvocata Maria Grazia Corio di Palmi.

    Si tratta di un’inchiesta gestita dalla pm Stefania La Rosa e dal procuratore aggiunto Marco Colamonici, che ad ottobre scorso sfociò nella richiesta d’arresto del sacerdote.

    Il sacerdote, all’interrogatorio di garanzia, dal canto suo ha sempre totalmente respinto tutte le accuse, affermando chiaramente davanti alla gip De Francesco di non aver mai abusato della donna, come del resto confermarono i suoi legali al termine dell’interrogatorio: «Il nostro assistito non si è sottratto al confronto ed ha risposto a tutte le domande – affermarono -, dichiarandosi completamente innocente rispetto alle accuse che gli vengono contestate».

    https://messina.gazzettadelsud.it/articoli/cronaca/2025/03/06/messina-37enne-violentata-da-un-sacerdote-la-donna-conferma-tutte-le-accuse-di-abusi-68d9ba24-041e-4c2c-b583-b0f56da5b43e/

  • Abuso sessuale nella Chiesa: goffaggine, inerzia, omissione di informazioni, 18 vescovi implicati in fallimenti

    Abuso sessuale nella Chiesa: goffaggine, inerzia, omissione di informazioni, 18 vescovi implicati in fallimenti

    Come rispondono i vescovi attualmente in carica in Francia alle parole delle vittime di abusi sessuali nella Chiesa? Per comprendere in che modo ciascuna parte tiene conto delle segnalazioni, accoglie le testimonianze o sostiene le vittime, France Inter ha approfondito i casi registrati in ogni diocesi di Francia e ha ripercorso il percorso di ciascun vescovo. Dalla goffaggine al rifiuto di informazioni, fino all’inerzia, scopriamo che le vittime a volte vengono maltrattate durante i colloqui presso la sede vescovile, che alcuni vescovi non rispondono mai, ma anche che altri le dissuadono dal sporgere denuncia o addirittura lasciano al loro posto sacerdoti contro cui sono state comunque presentate segnalazioni. Dei cento vescovi attualmente in carica, 18 hanno commesso delle mancanze e non hanno applicato la dottrina della vigilanza e della trasparenza in queste materie negli ultimi anni.

    Di fronte alle accuse, alcuni si ammendano, altri richiamano fatti anteriori al rapporto della Commissione indipendente sugli abusi sessuali nella Chiesa (CIASE), altri ancora rispondono in modo disgiunto o non rispondono affatto. ” Siamo chiaramente impegnati a garantire che la Chiesa sia una casa sicura per tutti “, ha affermato Éric de Moulins-Beaufort, presidente della Conferenza episcopale francese. ” Sono state prese diverse misure e definite diverse procedure, e le stiamo implementando. Siamo veramente impegnati in questo percorso di trasformazione “, assicura, invitando il suo successore a incarnare la lotta contro gli abusi sessuali. La sua nomina avverrà la prossima settimana durante l’assemblea plenaria di Lourdes.

    1. Il vescovo di Autun accusato di “coprire” personaggi religiosi

    ” Constatiamo che non c’è più nulla da aspettarsi da voi “, ha scritto Julien* al vescovo di Autun, Chalon-sur-Saône e Mâcon, in una lettera inviata nel gennaio 2024. Violentato e abusato da un fratello della comunità di Saint-Jean, il giovane ha impiegato vent’anni per ottenere il licenziamento del suo aggressore. Non riuscì mai a incontrare Benoît Rivière , che preferì annullare l’incontro fissato il giorno prima per discutere del riconoscimento del suo status di vittima, perché Julien* voleva venire con il suo avvocato. « Ho incontrato ogni vittima che chiedeva di essere ascoltata », assicura il vescovo.

    Tre mesi dopo, Benoît Rivière è stato intervistato dai nostri colleghi di France 2,  nell’ambito di un reportage sugli abusi commessi contro le Suore Apostoliche della comunità di Saint Jean . Secondo un sondaggio interno a cui abbiamo avuto accesso, sessantasei di loro (sulle 120 che hanno risposto al questionario) affermano di aver subito abusi, alcuni addirittura violentandoli. Benoît Rivière ha spiegato alla telecamera di ” non aver letto nei dettagli ” questo rapporto pubblicato un anno prima e di essere ” inorridito dalla cifra citata ” dal giornalista. Tuttavia, in quanto vescovo di Autun, Chalon-sur-Saône e Mâcon, ha la responsabilità diretta di questa comunità. Julien è indignato con vergognosa leggerezza.

    L’episodio sconvolse anche Rémi*. E non è l’unica cosa che rimprovera al vescovo: ” Da quando ha assunto l’incarico, ha continuato a coprire i sacerdoti e i religiosi autori di tali atti “, gli scrisse nell’aprile 2024, chiedendogli di dimettersi. Perché Rémi, come altri parrocchiani, tre anni prima aveva espresso preoccupazione per le azioni di un sacerdote della diocesi. La famiglia della bambina era impotente di fronte ai forti sospetti che riguardavano questo sacerdote; Il vescovo era stato avvertito e aveva consigliato ai genitori di prendere le distanze dal sacerdote. E questo è tutto. Alcuni fedeli hanno dovuto denunciare personalmente l’accaduto alla polizia nel 2021, prima che la famiglia decidesse finalmente di sporgere denuncia. È in corso un’indagine. Benoît Rivière ci ha informato che il 2 agosto 2024 sono state adottate misure precauzionali, vietando al sacerdote di intervenire in un istituto scolastico. Secondo le nostre informazioni, negli ultimi anni almeno altri due sacerdoti con profili pedocriminali sono stati segnalati a Benoît Rivière, senza che lui abbia preso alcun provvedimento. Il pubblico ministero è stato infine informato da una terza parte; I due ecclesiastici morirono prima che fosse possibile indagarli.

    Inoltre, il protocollo tra la diocesi di Autun e la Procura della Repubblica non è ancora stato firmato: il rapporto Sauvé del CIASE ne ha raccomandato la generalizzazione. ” È stato stabilito nel gennaio 2023 tra le due parti. Ad oggi, è ancora in attesa della firma del procuratore “, ci ha detto Benoît Rivière, aggiungendo: ” Questa mancanza di firma ovviamente non impedisce in alcun modo la segnalazione richiesta dalla legge “.

    2. Il vescovo di Beauvais difende un sacerdote finalmente licenziato per “abuso sessuale e abuso di potere”

    Questo è un caso che simboleggia le conseguenze delle disfunzioni della Chiesa in questo ambito. Il caso Benoît Moulay,  svelato dai nostri colleghi di Libération , si è concluso nel 2023 con la dimissione di questo sacerdote dallo stato clericale per “abusi sessuali e abuso di potere”, e nel 2024 con un accordo tra la comunità Emmanuel (a cui apparteneva Benoît Moulay) e due donne vittime di stupro, che per cinque anni hanno condotto la lotta per ottenere un risarcimento per quanto subito.

    Eppure Benoît Moulay non avrebbe mai dovuto diventare prete. Nel 1997, il consiglio del seminario di Nantes emise all’unanimità parere negativo, sottolineando la sua ” importante immaturità psico-affettiva “. È scritto che egli ” non ha né la libertà interiore, né la retta intenzione, né le capacità richieste per esercitare il ministero di un sacerdote diocesano, e probabilmente di un sacerdote in qualsiasi contesto “. Ma l’uomo che all’epoca era responsabile del sostegno ai sacerdoti e ai seminaristi dell’Emmanuel decise di andare contro il parere del seminario. Jacques Benoit-Gonnin , oggi vescovo di Beauvais, mette in risalto « la sua solida maturità umana ». Il seminario ribadì la sua riserva l’anno successivo: ” Sarebbe pericoloso lasciarlo seguire questa strada “. Jacques Benoit-Gonnin difende la religione nonostante tutto. Benoît Moulay è stato ordinato sacerdote nel giugno 1998 nella diocesi di Le Mans. ” Sebbene fossi a conoscenza del parere sfavorevole dei dirigenti del seminario, non ero a conoscenza, all’epoca, del parere scritto e motivato dei padri del seminario “, giustifica oggi Jacques Benoit-Gonnin. Facciamo notare che questa posizione è contraddetta da una lettera dell’aprile 1997 scritta al superiore del seminario di Nantes dall’amministratore diocesano, il quale gli comunicava di aver espresso a padre Benoît-Gonnin le sue riserve sull’ordinazione di Benoît Moulay.

    3. Il vescovo di Annecy accusato di inerzia durante la sua permanenza a Le Mans

    Nel 2008, Yves Le Saux , anch’egli appartenente alla comunità dell’Emmanuel, è stato nominato vescovo di Le Mans. Riceverà molteplici segnalazioni su Benoît Moulay, nel 2009, nel 2015, nel 2019. Anche da uno psichiatra. Il vescovo non li ascolterà. Due donne hanno quindi deciso di rivolgersi al tribunale civile per denunciare gli stupri subiti. Il caso è stato chiuso senza ulteriori azioni nel 2020 perché la coercizione non è stata accertata, ma l’indagine canonica ha portato a un processo e poi alla dimissione di Benoît Moulay dallo stato clericale. Sono trascorsi dunque 26 anni tra la prima segnalazione e la sanzione canonica. ” Fino alla data della denuncia presentata da due donne nel 2019, non ero a conoscenza di segnalazioni su Benoît Moulay relative al suo atteggiamento nei confronti delle donne. Subito dopo queste denunce, è stato sospeso dal suo ministero “, ci ha detto Yves Le Saux.

    Questa non è l’unica volta in cui Yves Le Saux lascia passare gli allarmi. Nel 2010, una coppia di parrocchiani arrabbiati lo incontrò. Avvertono: è fuori questione che padre M. si avvicini al loro giovane figlio, il suo comportamento è ” inappropriato ” con i bambini. Il vescovo è d’accordo. Dieci giorni dopo, i genitori notarono che il prete stava ascoltando le confessioni dei bambini. L’uomo sarà condannato nel 2021 a tre anni di carcere per aggressioni sessuali su sei adolescenti. Oggi Yves Le Saux desidera precisare che, in seguito a una segnalazione, ha avviato delle indagini (inchiesta interna e perizia psichiatrica) che non hanno prodotto alcuna prova conclusiva.

    4. Il vescovo di Bayonne accusato di aver minimizzato i fatti attribuiti ai sacerdoti

    Nel 2017,  Mediapart ha pubblicato un’importante inchiesta sui vescovi  (in carica, emeriti o deceduti) che avevano insabbiato abusi sessuali. Marc Aillet è citato, in particolare, nel caso di un prete condannato per violenza sessuale su minori a una pena detentiva sospesa di sei mesi nel 2018. Marc Aillet era stato allertato nel 2009 da una famiglia, dopo che il prete aveva presumibilmente aggredito un altro minore. ” La vittima non era pronta a intraprendere un’azione legale “, ha spiegato in una lettera ai cattolici della diocesi il 27 aprile 2016. La madre avrebbe infine presentato una denuncia nel 2015.

    Più di recente, il caso di un sacerdote della zona di Pau, condannato nel febbraio 2024, ha rivelato che sono trascorsi otto anni tra la segnalazione della famiglia alla diocesi e l’arrivo del caso davanti alla giustizia. Marc Aillet ci assicura di essere stato avvisato solo nel 2018 e di aver contattato immediatamente il pubblico ministero,  cosa che l’avvocato del sacerdote presso i nostri colleghi di “ici Béarn” ha contestato  al momento del suo deferimento al tribunale penale.

    Infine, sempre nella diocesi di Bayonne, il caso è più antico, ma testimonia l’assenza del principio di precauzione. Nel 2001, un sacerdote della diocesi è stato condannato a 18 mesi di carcere, con pena sospesa, per violenza sessuale su una bambina di cinque anni, con il divieto di lavorare con i minori per cinque anni. Fu quindi reintegrato nella parrocchia, senza alcuna misura restrittiva. Nell’aprile 2011, un fedele ricordò al vescovo di Bayonne, Marc Aillet, il passato del sacerdote e rimase scandalizzato dalla sua negligente reintegrazione. Marc Aillet rispose cinque giorni dopo con una frase lapidaria: ” Ho preso nota dei tuoi pensieri, prego per te “. Nessun seguito. Il sacerdote rimarrà in carica fino al pensionamento. ” Nessuna lamentela per un fatto nuovo da quando questa condanna è stata portata alla mia attenzione “, ci ha detto Marc Aillet, aggiungendo che dopo la promulgazione nel 2022 della carta per la protezione dei minori e delle persone vulnerabili, ” tutti i sacerdoti incaricati della pastorale nella diocesi sono stati invitati a presentare i loro precedenti penali “.

    5. L’arcivescovo di Rennes accusato di non aver intrapreso azioni legali

    Nella diocesi di Rennes, durante il processo a Gaël Carissan, condannato a cinque anni di prigione nel 2019, l’arcivescovo Pierre d’Ornellas , chiamato a testimoniare, ha ammesso: ” Non ho fatto tutto ciò che era necessario “. L’inchiesta giudiziaria ha rivelato che era stato informato nel 2008 da un sacerdote delle azioni dell’abate, durate diversi anni. Quell’anno Pierre d’Ornellas gli proibì di esercitare qualsiasi ministero con i giovani e i minori e lo cacciò via, ma non intraprese alcuna azione legale. Fu la vittima a prendere in mano la situazione due anni dopo, quando la Chiesa non avrebbe più fatto nulla.

    Inoltre, secondo le nostre informazioni, il vescovado di Rennes può rispondere in modo piuttosto sorprendente ai rappresentanti delle vittime che desiderano far valere i propri diritti e scrivono al vescovado. Alcuni hanno ricevuto un’e-mail che affermava: ” Ti riferisci a fatti prescritti. Ti chiedo di non disturbare più il sacerdote, che in ogni caso contraddice le dichiarazioni della vittima. Ti ricordo che è la parola di uno contro la parola di un altro “. Contattato, Pierre d’Ornellas ha formalmente negato: ” L’Unità di ascolto, il mio Vicario generale o io non abbiamo mai dato tali risposte. Le nostre risposte sono archiviate con cura e nessuna di esse contiene ” queste dichiarazioni. L’arcivescovo di Rennes sottolinea in particolare il protocollo firmato nel 2022 con il pubblico ministero e l’assunzione nel 2023 di una persona ” interamente dedicata alla prevenzione e alla formazione alle giuste relazioni educative “. ” Sono ben consapevole di tutto il lavoro che resta ancora da fare di fronte a questa piaga degli abusi sessuali nella Chiesa. Sono determinato a sradicarla veramente “, conclude Pierre d’Ornellas.

    6. Il vescovo di Evry accusato di aver voluto dissuadere la vittima dal sporgere denuncia

    Nella diocesi di Évry Corbeil-Essonnes, una (grave) vittima di abusi spirituali a fini sessuali afferma di aver voluto contattare la sua diocesi nel 2021 per impedire che altre vittime si contagiassero. Dopo un colloquio molto positivo con il Vicario generale, è stata ricevuta – insieme al marito – dal vescovo Michel Pansard per discutere della procedura canonica. E l’accoglienza non è più la stessa. Il parrocchiano descrive la crudele mancanza di compassione e il disprezzo da parte dello psicologo presente al colloquio. ” Sei tu che hai il problema “, suggerì il vescovo. Questo parrocchiano afferma anche che Michel Pansard desidera in particolar modo sapere se intende intraprendere un’azione civile. ” Lo psicologo ci ha detto che non c’era alcuna possibilità che la denuncia avesse successo, che era una causa persa! ” Lo scorso settembre, il sacerdote è stato finalmente trasferito nella diocesi di Nantes, ” per prendersi cura dei suoi genitori anziani “, è stato riferito nella sua ex parrocchia. Michel Pansard nega formalmente di aver cercato di dissuadere la vittima dal sporgere denuncia e sottolinea che le indagini canoniche e giudiziarie sono state chiuse.

    7. Il vescovo di Aix-en-Provence accusato di non aver licenziato un presunto sacerdote

    Nella diocesi di Aix-et-Arles, è un nome che suscita perplessità tra coloro che vivono lì da diversi anni e sono coinvolti nella vita della Chiesa. Quello di un sacerdote che lavora direttamente con i giovani; è ancora incluso nelle candidature del 2024, firmate di pugno dal vescovo  Christian Delarbre . Il nome di padre P. era già emerso ripetutamente dieci anni prima, al punto che era stata aperta un’inchiesta preliminare, poi chiusa senza ulteriori provvedimenti, per motivi che molti fedeli ancora oggi non sanno spiegare. Perché in quel periodo giunsero al vescovado le testimonianze dei sacerdoti, dei parrocchiani e delle persone vicine alla diocesi; travolto dal vescovo dell’epoca, mons. Dufour.

    Christian Delarbre è arrivato nel 2022, ma l’unità di ascolto della sua diocesi è stata contattata nell’estate del 2023 dal presidente dell’associazione Ecclésia Johannis, un’associazione che aiuta le vittime di abusi nella Chiesa, preoccupato per il caso di questo sacerdote che lavora quotidianamente con i minori. Non ha ricevuto risposta su questo caso specifico e un’e-mail dall’unità di ascolto si è conclusa con una minaccia: ” Si ricorda che qualsiasi accusa avente carattere di diffamazione pubblica o privata (…) è passibile di azione penale e comporta la tua responsabilità penale “. Christian Delarbre non ha risposto alle nostre richieste.

    8, 9. I vescovi di Montpellier e Cahors accusati di non aver preso in considerazione i fatti

    Mickaël è uno di coloro ai quali la Chiesa ha cercato di offrire una via diversa dalla giustizia umana. Da minorenne, è stato abusato sessualmente da un prete per quattro anni. Nel 2013, il sacerdote è stato condannato a due anni di carcere con sospensione della pena a seguito di un processo a porte chiuse. Come rivelato da  Médiacités  e  France 3 Occitanie , Mickaël ci conferma che è stato Norbert Turini , ex vescovo di Cahors e oggi capo della diocesi di Montpellier, a convincerlo, dopo aver tentato una mediazione religiosa tra il giovane e il suo aggressore anziché ricorrere a vie legali, a non lasciare i dibattiti aperti al pubblico. Contattato, Norbert Turini nega: ” Ho subito segnalato i fatti alla Procura ” .

    Mickaël ha continuato la sua vita, poi, al momento della pubblicazione del rapporto del Ciase (Commissione indipendente sugli abusi sessuali nella Chiesa) nell’ottobre 2021, ha riflettuto sulla sua storia. E scopre che il sacerdote è ancora in carica, in una parrocchia di Lot. Scrisse a Laurent Camiade , il nuovo vescovo di Cahors, per esprimere il suo stupore. La reazione del vescovo (a una settimana dalla pubblicazione del rapporto Ciase) è netta: ” Dobbiamo stigmatizzare un individuo, già dichiarato colpevole dai tribunali e che ne porta il peso? Non credo “. Precisa che il sacerdote non ha ministero verso i minori, ” anche se celebra una messa parrocchiale dove (a volte) sono presenti dei giovani “. Nel 2023 Mickaël si è finalmente fatto sentire  sulla stampa per avvertire personalmente i parrocchiani  di questo comune del Lot. Secondo l’elenco diocesano di Lot, il sacerdote in questione si trova ora nell’archivio della Chiesa. ” Con questa copertura mediatica, non gli è stato più possibile continuare il suo ministero nella parrocchia, anche se i tribunali non lo consideravano un pericolo “, ci ha detto Laurent Camiade.

    10. Il vescovo di Belley-Ars individuato per essere rimasto in silenzio

    A 500 chilometri da Lot, ad Ain, un sacerdote ha potuto riprendere il suo ministero dopo essere stato sospeso per diversi anni. Fu assolto nel maggio 2023 dalla giustizia canonica che aveva indagato in seguito alla testimonianza di due donne su una lunga influenza durata diversi anni, con aggressioni sessuali per una e stupri per l’altra. Ma questo sacerdote resta ancora oggi oggetto di inchiesta giudiziaria. Perché Amelle*, dopo un iniziale licenziamento, ha deciso di costituirsi parte civile. Per lei la prigionia durò 19 anni, fino al ricovero in ospedale per gravi problemi psicologici e fisici, che la spinsero a confidarsi.

    Amelle informò il suo vescovo, Pascal Roland, della sua nuova lamentela. Gli aveva anche chiesto un appuntamento per farsi spiegare la sentenza canonica. Nessuna risposta. “ Gli ho scritto più volte per raccontargli il mio caso, e non ho mai visto Pascal Roland in vita mia .” Ma ciò di cui Amelle accusa maggiormente il vescovo, oltre al suo silenzio, è di non aver ascoltato la seconda vittima di questo sacerdote. La seconda vittima è Carine*. E si scopre che le due donne sono sorelle, ma si sono allontanate; non conoscono la situazione dell’altro. Riuscita a sfuggire all’influenza, Carine cominciò a temere per la sorella e si confidò con il vescovo nel 2014. Pascal Roland promise di prendersi cura di lei. Non accadde nulla fino al 2019, quando Carine, che stava ancora elaborando la sua storia, tornò a trovarlo. Il sacerdote viene finalmente sospeso. Amelle è stata ricoverata in ospedale poche settimane dopo: “ Se avesse ascoltato mia sorella nel 2014, per me gli abusi sarebbero cessati cinque anni prima ”. La diocesi precisa che Pascal Roland “ ha fatto rapporto al Procuratore e ha avviato un processo canonico ”, che le due autorità hanno chiuso il caso “ per mancanza di prove fino ad oggi ” e che il Procuratore “ non ha ritenuto opportuno imporre particolari restrizioni fino a nuovo avviso ”.

    11, 12, 13. I vescovi di Aire-et-Dax, Grenoble-Vienne e Orléans accusati di non aver dato seguito agli avvertimenti

    Avvisi e poi più niente. È quanto accaduto nel caso di padre Olivier de Scitivaux, come  ha sottolineato France Inter a novembre nell’ambito di un’inchiesta sulla diocesi di Orleans . Una suora aveva avvisato Nicolas Souchu , allora vicario generale (una sorta di assistente del vescovo) della diocesi di Orléans – e oggi vescovo di Aire-et-Dax – del comportamento del sacerdote nei confronti dei bambini. Poi, nel 2012, ne parlò di nuovo al vescovo Jacques Blaquart . Nello stesso periodo, un catechista mise in guardia anche i vicari generali (Nicolas Souchu, ma anche Jean-Marc Eychenne , oggi vescovo di Grenoble) e i vescovi successivi riguardo a questo sacerdote. Il caso non sarebbe stato portato davanti alla giustizia fino al 2016. Olivier de Scitivaux è stato condannato a 17 anni di prigione nel 2024. Durante il processo, Jacques Blaquart ha riconosciuto: ” È terribile dirlo, ma io stesso ero in quella coltre di silenzio che gravava sulla Chiesa in quel momento. Chiedo perdono alle vittime per aver tardato ad agire “. Quanto a Nicolas Souchu, ha dichiarato in tribunale, chiamato anche lui come testimone, di non ricordare di aver ricevuto alcun avviso.

    Jean-Marc Eychenne riconosce ora francamente « un errore, una mancanza di discernimento » e precisa che i primi resoconti a lui inviati su Olivier de Scitivaux non riguardavano fatti specifici. ” Quello di cui siamo diventati più consapevoli da allora è che un accumulo di segnali deboli finisce per costituire un segnale forte che dovrebbe spingerci a essere estremamente vigili. Anche qui, ci è mancato il discernimento (…) e non possiamo che incolpare noi stessi “, ammette il vescovo di Grenoble. Jacques Blaquart, vescovo di Orléans, racconta il suo percorso verso la consapevolezza della realtà degli atti pedofili nella Chiesa: ” Col senno di poi, reagirei molto prima oggi perché (…) abbiamo imparato a riconoscere i segnali d’allarme “. Nella diocesi di Orléans, dove l’ex vescovo André Fort è stato condannato nel 2018 per aver denunciato un’aggressione sessuale, sono state messe in atto molteplici azioni per prevenire e denunciare gli abusi. Nicolas Souchu, da parte sua, non ha risposto alle nostre domande.

    14. Il vescovo di Angers accusato di inerzia

    Molte vittime, dopo anni di silenzio, per pudore, vergogna o amnesia traumatica, si sono rivolte innanzitutto alla Chiesa per farsi conoscere e riconoscere. E che ha dovuto affrontare il silenzio del vescovado. Nel 2014, Isabelle decise di raccontare la storia dell’aggressione subita da un prete, quando aveva circa dieci anni. Questo sacerdote era ancora in carica e Isabelle se ne preoccupò con il vescovo di Angers, Emmanuel Delmas . Per otto anni non accadde nulla (perché la vittima era adulta e all’epoca era consuetudine non sostituirla nei procedimenti giudiziari, spiegò il vescovo), ma la presentazione del rapporto del Ciase spinse Isabelle a riconsiderare la sua storia, a richiedere un’indagine canonica e ad agire in giudizio nel 2022 (la sua denuncia fu archiviata per prescrizione). Isabelle dovrà contattare più volte il vescovo per capire a che punto del suo fascicolo si trova e cosa sta succedendo al suo aggressore. Soprattutto perché lo scorso autunno una cattolica della parrocchia del suo aggressore ha denunciato uno strano comportamento e ha scoperto il passato di padre M. Così, lo scorso gennaio, Isabelle ha scritto di nuovo al vescovo: ” Voler mantenere il controllo e quindi il potere, da soli, su queste questioni, cercando di isolare le persone, non condividendo le informazioni e rimanendo in silenzio e inattivi non è certamente un approccio appropriato o coraggioso “. L’Angioino ha ricevuto una risposta qualche giorno fa. Emmanuel Delmas ci informa che sono state adottate misure precauzionali per limitare l’attività dei ministeri.

    15. Il vescovo ausiliare di Lione accusato di non aver compreso la gravità dei fatti

    Nel corso delle indagini, abbiamo anche trovato due nomi familiari, già apparsi nel caso Bernard Preynat, il sacerdote lionese condannato nel 2020 per violenza sessuale su una ventina di vittime tra il 1972 e il 1991. Si tratta del caso di  Thierry Brac de la Perrière, oggi vescovo ausiliare di Lione (dove è tornato dopo essere stato vescovo di Nevers). Nel 2019, all’epoca del cosiddetto “affare Barbarin”, l’uomo che era stato vescovo ausiliare di Lione per la prima volta tra il 2003 e il 2011, comparve accanto al cardinale per omessa denuncia. Aveva incontrato una delle vittime di Preynat nel 2011, senza però rivelarne l’identità. ” Il reato è dunque costituito ma è opportuno rilevare il termine di prescrizione dell’azione pubblica “, ha stabilito il tribunale. La sentenza afferma inoltre: ” Un’inchiesta avrebbe potuto essere disposta nel 2011 (…) Diverse vittime avrebbero potuto farsi avanti prima senza il rischio di vedersi ritenute prescritte per gli eventi subiti “. Thierry Brac de la Perrière riconosce ora che questo episodio lo ha ” indebolito ” nel suo ministero episcopale, ma sottolinea i progressi compiuti, in particolare dopo la pubblicazione del rapporto Ciase, e il lavoro di sensibilizzazione su queste tematiche svoltosi negli ultimi anni.

    16. Il vescovo di Nancy “non è andato oltre per indagare” sulle accuse mosse a padre Preynat.

    Pierre-Yves Michel è ora vescovo di Nancy, ma è stato vicario di Sainte-Foy-lès-Lyon, dove Bernard Preynat ha officiato per un certo periodo (Pierre-Yves Michel arrivò diversi anni dopo la partenza di Preynat). Durante il processo non è stato convocato, ma davanti agli inquirenti che lo hanno interrogato nel febbraio 2017, il vescovo, pur mantenendo il vago, ha confermato di aver spiegato nel 2016 a una delle vittime di aver sentito parlare di ” problemi con i bambini ” quando era responsabile della parrocchia di Sainte Foy-lès-Lyon tra il 1995 e il 2001, poi che era stato deciso con il cardinale Barbarin intorno al 2010-2012 di vietare a Preynat di restare solo con bambini di età inferiore ai 15 anni, dopo alcune voci. La prima denuncia contro il sacerdote di Lione risale solo al 2015 (in reazione all’inazione della Chiesa). ” Col senno di poi, capisco che è sorprendente che non siamo andati oltre nelle indagini “, ammette il vescovo. ” Oggi, rileggiamo le cose in modo diverso, alla luce di tutto ciò che sappiamo. “

    17. L’arcivescovo di Sens-Auxerre scelto per la reintegrazione di un sacerdote

    In un opuscolo pubblicato nella collezione Tracts di Gallimard nel 2023, ” Abusi sessuali nella Chiesa cattolica. Da scandali a riforme “, Pascal Wintzer , ora vescovo di Sens-Auxerre, si chiede: ” Cosa abbiamo da perdere se non il potere! Cosa avremmo da guadagnare? Un servizio migliore ai nostri fratelli e a Dio. Per me, la scelta è presto fatta! ” Ma nel gennaio 2025, sulla piattaforma X, Natalia Trouiller racconta – con documenti giustificativi – la reintegrazione di un sacerdote scomunicato per pedofilia. I fatti contestati a questo sacerdote risalgono al 2014. L’inchiesta civile verrà chiusa senza ulteriori provvedimenti per prescrizione, anche se i fatti denunciati ” costituiscono reato “, si legge nell’avviso di classificazione alla vittima. L’indagine porterà anche alla scoperta di una seconda vittima, un adulto. La persona religiosa è invece condannata – quindi scomunicata – dalla giustizia canonica. È stato reintegrato alla fine del 2024 e ha concelebrato la messa di insediamento di Pascal Wintzer. Ci vorrebbe una lunga battaglia di argomenti di diritto canonico e i pareri del tribunale penale canonico nazionale e del Dicastero per la Dottrina della Fede perché il vescovo rinunci definitivamente alla reintegrazione del sacerdote. Pascal Wintzer è stato nominato vescovo di Sens-Auxerre lo scorso ottobre, quindi ” è stato difficile per me sapere come comportarmi nelle diverse situazioni “, contestualizza, respingendo ogni rifiuto di applicare sanzioni.

    18. Il vescovo di La Rochelle incriminato per tentato stupro

    Infine, segnaliamo che Georges Colomb , ancora registrato come vescovo di La Rochelle sul sito della Conferenza episcopale di La Rochelle, è indagato dal novembre 2023 per tentato stupro di un uomo adulto.

    * I nomi sono stati cambiati per proteggere l’anonimato dei testimoni.

    https://www.radiofrance.fr/franceinter/podcasts/l-info-de-france-inter/l-info-de-france-inter-3127183