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  • Emanuela Orlandi, il giallo del nuovo dossier: “Oltre 483 milioni di lire spesi dal Vaticano per il suo allontanamento”

    Emanuela Orlandi, il giallo del nuovo dossier: “Oltre 483 milioni di lire spesi dal Vaticano per il suo allontanamento”

    Un documento choc esce dalla Santa Sede. È il cuore di un libro-inchiesta di Emiliano Fittipaldi, “Gli impostori”. Se è vero, apre squarci clamorosi sulla vicenda della ragazzina scomparsa nel 1983. Se falso, segnala uno scontro di potere senza precedenti nel pontificato di Francesco. Ecco un’anticipazione.

    di EMILIANO FITTIPALDI

    Prima di consegnarmi i documenti, la fonte aveva tergiversato per settimane. Nei primi due incontri, durante i quali avevo chiesto consigli su come raggiungere l’obiettivo, aveva escluso con fermezza di avere le carte che cercavo. “Le ho solo lette, se le avessi te le darei, figurati,” aveva chiarito seccamente di fronte alle mie insistenze. Non ero convinto che dicesse la verità, ma tentai le strade alternative che mi aveva indicato. Capii presto che era fatica sprecata, e dopo un po’ tornai alla carica.

    Alla fine, al terzo appuntamento, la fonte ha ammesso di avere il dossier. “Te li do solo perché credo che sia venuto il momento di far luce sulla storia.” Al quarto incontro, avvenuto in un bar del centro di Roma, mi consegnò una cartellina verde. Me ne tornai a casa di corsa senza neanche guardarci dentro.

    Appena varcata la porta del mio studio, la aprii. C’erano dei fogli: una lettera di cinque pagine, datata marzo 1998. È scritta al computer o, forse, con una telescrivente, ed è inviata (così leggo in calce) dal cardinale Lorenzo Antonetti, allora capo dell’Apsa (l’Amministrazione del patrimonio della Sede apostolica), ai monsignori Giovanni Battista Re e Jean-Louis Tauran.

    Al tempo, Giovanni Battista Re era il sostituto per gli Affari generali della segreteria di Stato della Santa Sede; Jean-Louis Tauran era il numero uno dei Rapporti con gli stati, un’altra sezione del dicastero della Curia romana che “più da vicino”, come spiega il sito del Vaticano, “coadiuva il Sommo Pontefice nell’esercizio della sua suprema missione”.

    Insomma, Re e Tauran erano nei vertici della Curia e, secondo l’estensore del documento, si sarebbero occupati direttamente della vicenda Orlandi. Il nome di Re era spuntato fuori già dalla lettura della prima sentenza istruttoria sul caso, firmata dal giudice Adele Rando nel 1997.

    La presunta missiva di Antonetti, come molte altre a cui ho avuto accesso nelle mie inchieste sulla Santa Sede, non era firmata a penna. Alla fine, l’autore chiariva che non era stata nemmeno protocollata, “come da richiesta”.

    Leggo il testo della prima pagina tutto d’un fiato.

    “Resoconto sommario delle spese sostenute dallo stato città del vaticano per le attività relative alla cittadina emanuela orlandi (roma 14 gennaio1968),”, è il titolo.

    “La prefettura dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica ha ricevuto mandato di redigere un documento di sintesi delle prestazioni economiche resosi necessarie a sostenere le attività svolte a seguito dell’allontanamento domiciliare e delle fasi successive allo stesso della cittadina Emanuela Orlandi.

    “La sezione di riferimento, sotto la mia supervisione, ha provveduto a raccogliere il materiale attraverso gli attori dello Stato che hanno interagito con la vicenda.

    “Moltissimi limiti nella ricostruzione sono stati riscontrati nell’impossibilità di rintracciare documentazione relativa agli agenti di supporto utilizzati sul suolo italiano stante il divieto postomi di interrogare le fonti, incaricando esclusivamente il capo della Gendarmeria Vaticana in questo senso.

    “L’attività di Analisi è suddivisa in archi temporali rilevanti per avvenimenti e per spese sostenute.

    “Il documento non include l’attività commissionata da Sua Eminenza Reverendissima Cardinale Segretario di Stato Emerito Agostino Casaroli al ‘Commando 1’, in quanto alcun organo a noi noto o raggiungibile è a conoscenza di quanto emerso e della quantità di denaro investita nell’attività citata.

    “I documenti allegati (197 pagine) al presente rapporto sono presentati in originale per la parte relativa ai pagamenti per i quali è stata rilasciata quietanza, sono presentati in forma di resoconto bancario le quantità di denaro utilizzate e prelevate per spese non fatturate.”

    La lettera che ho in mano sembra, o vuole sembrare, un documento di accompagnamento a una serie di fatture e materiali allegati di quasi duecento pagine che comproverebbero alla segreteria di Stato le spese sostenute per Emanuela Orlandi in un arco di tempo che va dal 1983 al 1997. Scorro rapidamente le fredde voci di costo elencate. Delineano scenari nuovi e oscuri su una vicenda di cui si è scritto e ipotizzato molto, e su cui il Vaticano ha sempre negato di avere informazioni ulteriori rispetto a quanto raccontato e condiviso con i giudici italiani che hanno investigato in questi ultimi trentaquattro anni.

    Il dossier sintetizza gli esborsi sostenuti dal Vaticano dal 1983 al 1997. La somma totale investita nella vicenda Orlandi è ingente: oltre 483 milioni, quasi mezzo miliardo di lire.

    L’elenco riempie pagina due, tre, quattro e, in parte, cinque del rendiconto. La prima voce riguarda il pagamento di una “fonte investigativa presso Atelier di moda Sorelle Fontana”. La Orlandi, nell’ultima telefonata alla famiglia prima della sparizione, aveva in effetti detto che qualcuno le aveva proposto di pubblicizzare i prodotti di una marca di cosmetici, la Avon, durante una sfilata delle stiliste Fontana. Per la fonte, la Santa Sede aveva sborsato 450.000 lire. C’era un’altra spesa per la “preparazione all’attività investigativa estera” costata altre 450.000 lire, uno “spostamento” da ben 4 milioni di lire e, soprattutto, le “rette vitto e alloggio 176 Chapman Road Londra”.

    Chi ha scritto il documento, come vedremo, aveva digitato male l’indirizzo: a quello giusto c’è la sede londinese dei padri scalabriniani, la congregazione dei missionari di San Carlo fondata nel 1887 da Giovanni Battista Scalabrini. Dagli anni sessanta gestiscono un ostello della gioventù destinato esclusivamente a ragazze e studentesse. Nel periodo 1983-1985, per le rette, erano stati versati 8 milioni di lire. Il prezzo giusto, mi dico, per ospitare una persona in quell’arco temporale (per dare un ordine di misura, nel 1983, secondo i dati storici della Banca d’Italia, lo stipendio medio di operai e impiegati era di circa 500.000, 600.000 lire nette al mese).

    La prima pagina si chiude con i costi per l’”indagine formale in collaborazione con Roma” (23 milioni) e con la misteriosa “attività di indagine riservata extra ‘Commando 1’, direzione diretta Cardinale Casaroli”, per una cifra di 50 milioni di lire. Agostino Casaroli era il segretario di Stato che nella vicenda Orlandi ha avuto un ruolo importante, soprattutto all’inizio.

    La nota, nella seconda e nella terza pagina, racconta i costi sostenuti per l’”allontanamento domiciliare” di Emanuela nel periodo “febbraio 1985-febbraio 1988”. Si elencano dispendiosi viaggi a Londra di esponenti vaticani di altissimo livello, soldi investiti per la “attività investigativa relativa al depistaggio”, spese mediche in ospedali e fatture per specialisti in “ginecologia”. Si parla di “un secondo” e di “un terzo trasferimento”, di decine di milioni di lire per “rette omnicomprensive” di vitto e alloggio.

    Gli anni scorrono. Arrivo all’ultima pagina. Il documento segnala che il resoconto dei costi per le attività relative alla cittadina Orlandi e al suo “allontanamento domiciliare” si riferisce stavolta al periodo “aprile 1993-luglio 1997”. Le voci del quadriennio sono solo tre: oltre alle solite rette (con “il dettaglio mensile e annuale in allegato 22”) e ad altre “spese sanitarie forfettarie”, figura il capitolato finale. Mi si gela il sangue: “Attività generale e trasferimento presso Stato Città del Vaticano, con relativo disbrigo pratiche finali: L. 21.000.000”.

    La lista finisce qui, ma in fondo alla quinta pagina il mittente aggiunge una postilla. “Il presente documento è presentato in triplice copia, per dovuta conoscenza ad entrambi i destinatari, si rimanda a documentazione allegata sulle modalità di redazione. Non si espleta funzione di protocollazione come da richiesta. APSA è sollevata dalla custodia della documentazione allegata presentata in originale. In fede, Lorenzo Cardinale Antonetti. Stato Città del Vaticano, A.D. 1998, mese di marzo giorno 28.”

    Smetto di leggere. Il documento, che esce certamente dal Vaticano, anche se non protocollato e privo di firma del suo estensore, pare verosimile. Ma quasi incredibile nel suo contenuto. Dunque, delle due l’una: o è vero, e allora apre per la prima volta squarci impensabili e clamorosi su una delle vicende più oscure della Santa Sede. O è un falso, un documento apocrifo, che mischia con grande abilità tra loro elementi veritieri che inducono il lettore ad arrivare a conclusioni errate.

    In entrambi i casi, il pezzo di carta che ho in mano è inquietante. Perché, fosse un documento non genuino, significherebbe che gira da almeno tre anni un dossier devastante fabbricato ad arte per aprire una nuova stagione di ricatti e di veleni in Vaticano. Chi e quando avrebbe costruito un simile documento, che come vedremo contiene dettagli, indirizzi, nomi e circostanze molto particolari che solo un soggetto “interno” alla Città Santa poteva conoscere così bene? Se non è davvero stato scritto dal cardinale Antonetti, chi l’ha redatto con tale maestria, e chi l’ha poi messo, anni fa, nella cassaforte della Prefettura?

    Difficile rispondere ora a queste domande. Ma è chiaro che, se il documento fosse falso, la Gendarmeria guidata da Domenico Giani avrà parecchio da lavorare. Il report fasullo potrebbe essere rimasto nascosto per anni in qualche cassetto, mai usato (almeno fino ad ora) e infine dimenticato. O potrebbe essere stato costruito ad hoc più di recente, dopo il furto del marzo del 2014, e restituito dai ladri insieme ad altri documenti certamente veritieri. Ma se è così, perché monsignor Abbondi non ha detto davanti ai magistrati di papa Francesco che lo interrogavano sul contenuto del plico anonimo con i documenti rubati che era tornato, tra gli altri, anche un dossier sulla Orlandi che non aveva mai visto, e quindi forse fasullo? Perché ha parlato genericamente di carte “sgradevoli”?

    È pure evidente, però, che il report non spiega chiaramente cosa sia accaduto alla ragazzina che amava le canzoni di Gino Paoli, né accusa con nome e cognome qualcuno di responsabilità specifiche sul rapimento e sulla fine di Emanuela. Per quanto incredibile, cerco di costringermi a pensare che il documento possa essere anche una lettera autentica. Il report di un burocrate, il cardinale Antonetti appunto, che rendiconta minuziosamente ai due destinatari tutte le spese sostenute per “l’allontanamento domiciliare” della Orlandi, spese divise per quattro archi temporali definiti. Una pratica obbligatoria nei servizi segreti di ogni Stato del pianeta: alla fine di un’operazione, anche quelle in cui vengono usati fondi neri, i responsabili devono presentare il consuntivo di ogni spesa effettuata ai superiori.

    La missiva è “presentata in triplice copia”, come si usa fare da sempre in Vaticano anche per i documenti riservati (uno va ai destinatari dei vari dicasteri coinvolti, un altro resta nell’archivio dell’Apsa). Stavolta una copia è finita anche negli archivi della Prefettura degli affari economici, cioè il ministero della Santa Sede che aveva il compito di supervisionare le uscite dei vari enti vaticani. Non è una stranezza: nell’enorme armadio blindato che i ladri hanno aperto nel marzo del 2014 ci sono migliaia di documenti provenienti anche da altri enti vaticani. Tra cui, per esempio, le lettere di Michele Sindona spedite non in Prefettura, ma ai cardinali presidenti di pontifice commissioni.

    Fosse veritiero, dunque, il rendiconto datato marzo 1998, pur in assenza delle 197 pagine di fatture, darebbe indicazioni e notizie sbalorditive che potrebbero aiutare a dipanare la matassa di un mistero irrisolto dal 1983. Perché dimostrerebbe, in primis, l’esistenza di un dossier sulla Orlandi mandato alla segreteria di Stato, mai consegnato né discusso con le autorità italiane che hanno investigato per decenni senza successo sulla scomparsa della ragazzina. Perché evidenzierebbe come la chiesa di Giovanni Paolo II abbia fatto investimenti economici importanti su un’attività investigativa propria, sia in Italia sia all’estero, i cui risultati sono a oggi del tutto sconosciuti. Perché il dossier citerebbe un fantomatico “Commando1” guidato direttamente da Agostino Casaroli, potente segretario di Stato della Santa Sede, forse un gruppo di persone composto da pezzi dei servizi segreti vaticani (il corpo della Gendarmeria ha funzioni di ordine pubblico e di polizia giudiziaria, ma svolge anche lavoro di intelligence per la sicurezza dello stato) che ha preso parte alle attività successive alla scomparsa della ragazza.

    Ma, soprattutto, il resoconto diventa clamoroso quando mostra come tra il 1983 e la fine del 1984 il Vaticano, dopo indagini autonome, avrebbe investe in un primo “spostamento” la bellezza di 4 milioni di lire.

    Da allora il campo da gioco dei monsignori che si sarebbero occupati della vicenda di Emanuela si sposta in Inghilterra. In particolare, a Londra.

    Possibile che Emanuela Orlandi sia stata ritrovata viva dal Vaticano e poi nascosta in gran segreto nella capitale inglese? Se non è così, e se il documento è autentico, a chi la Santa Sede ha pagato per quattordici anni “rette vitto e alloggio” elencate in un report che ha come titolo “Resoconto sommario delle spese sostenute dallo Stato Città del Vaticano per le attività relative alla cittadina Emanuela Orlandi” e per il suo “allontanamento domiciliare”? Come mai nella nota sulla ragazza viene indicato che il capo della Gendarmeria del tempo, Camillo Cibin, avrebbe sborsato la bellezza di 18 milioni di lire, tra il 1985 e il 1988, per andare avanti e indietro da Londra? Chi sarebbe andato a trovare qualche tempo dopo il medico personale di papa Wojtyla, Renato Buzzonetti, insieme a Cibin, “presso la sede l. 21”, una “trasferta” da 7 milioni di lire? Perché e a chi, all’inizio degli anni novanta, il Vaticano avrebbe pagato spese sanitarie – come segnala ancora l’estensore dello scritto – per i controlli (o addirittura un ricovero) alla Clinica St. Mary, sempre a Londra? Chi è andata, sola o accompagnata, a farsi visitare dalla “dottoressa Leasly Regan, Department of Obstetrics & Gynaecology” dello stesso nosocomio un’unica “attività economica a rimborso” di cui il capo dell’Apsa non indica la spesa precisa, invitando a leggere i “dettagli in allegato 28”? (contattata da l’Espresso, la Regan nega di avere fatture a nome della Orlandi, e dice di non poter ricordare, dopo tanti anni, se ha curato una ragazza con le fattezze di Emanuela)

    La storia, secondo il documento, non sembra finire bene. Perché la lista si conclude con un ultimo capitolato di spesa, sull’ “attività generale e trasferimento presso Stato Città del Vaticano con relativo disbrigo pratiche finali”. Il trasferimento è il quarto segnalato nel report: chi viene portato in Vaticano? Perché nel luglio 1997 la “pratica” di Emanuela Orlandi viene considerata chiusa?

    A metà giugno del 2017 capisco, dal Corriere della Sera, che qualcun altro è ha conoscenza del documento misterioso. La famiglia Orlandi ha infatti presentato un’istanza di accesso agli atti per poter visionare “un dossier custodito in Vaticano”. Il quotidiano accredita che il fascicolo possa contenere resoconti di attività inedite fino al 1997, con dettagli anche di natura amministrativa svolta dalla segreteria di Stato ai fini del ritrovamento”. Capisco che si tratta proprio del report che ho in mano. Il giorno dopo monsignor Angelo Becciu, sostituto per gli Affari generali della segreteria, nega l’esistenza di qualsiasi carta riservata: “Abbiamo già dato tutti i chiarimenti che ci sono stati richiesti. Il caso per noi è chiuso”. Anche il cardinale Re interviene, assicurando che “la Segreteria di Stato” di cui nel 1997 lui era sostituto “non aveva proprio niente da nascondere.

    Essendo uno dei due destinatari della presunta lettera di Antonetti, decido di chiamarlo, e domandargli se ha mai ricevuto quel report sull “allontanamento domiciliare” di Emanuela Orlandi, e se in caso contrario quello che ho in mano è un report apocrifo che vuole inchiodarlo a responsabilità che lui non ha. L’inizio del colloquio è rilassato. Appena gli leggo il titolo, il cardinale, senza chiedermi nulla nel merito del documento, tronca improvvisamente la conversazione: “Guardi io non so di questo. E mi dispiace non poterla aiutare. Sono qui con altre persone”. Clic.

    La mia ricerca è iniziata nel febbraio del 2017. Leggendo il libro di Francesca Chaoqui e dell’ex direttore della sala stampa del Vaticano Federico Lombardi. Quest’ultimo ricordava come un testimone eccellente del processo che mi vedeva coinvolto, quello su Vatileaks 2, aveva parlato di alcuni documenti trafugati. Il test era monsignor Alfredo Abbondi, capo ufficio della Prefettura degli Affari economici.

    La parte più interessante del suo interrogatorio riguarda un misterioso furto avvenuto nelle stanze di quell’ufficio nella notte tra il 29 e il 30 marzo 2014.

    Dopo mezzanotte, qualcuno si era introdotto nel palazzo senza rompere alcuna serratura dei portoni di accesso, aveva sgraffignato qualche spicciolo negli uffici delle congregazioni ai primi piani dell’immobile e s’era poi concentrato sulla cassaforte e su uno soltanto dei dodici armadi blindati nascosti in una delle stanze della Prefettura, al quarto piano del grande edificio che si affaccia su piazza San Pietro.

    A don Abbondi, la mattina del 14 maggio 2016, i magistrati chiedono conto di quella singolare vicenda. Il prelato spiega che nell’ufficio esisteva “un archivio riservato che era sotto la responsabilità del segretario Balda”, custodito inizialmente “in un armadio in una stanza vicina a quella del monsignore”; aggiunge che “dopo il furto, l’archivio riservato venne piazzato direttamente nella stanza di Vallejo”. Quando il promotore di giustizia gli domanda cosa avessero rubato i ladri, Abbondi specifica che, se dalla piccola cassaforte “portarono via soldi e delle monete, dall’armadio blindato prelevarono invece dei documenti dell’archivio riservato… alcuni dei quali vennero poi riconsegnati in busta chiusa nella cassetta della posta del dicastero”.

    Proprio così: alcune carte trafugate vennero rispedite in un plico anonimo, quasi un mese dopo lo scasso. Un dettaglio già raccontato da Gianluigi Nuzzi. Non solo. Il giornalista aveva pubblicato anche alcuni dei documenti restituiti alla Prefettura, tra cui diverse lettere mandate dal “Banchiere di Dio”, Michele Sindona, a esponenti delle gerarchie vaticane, oltre a missive con riferimenti a Umberto Ortolani, fondatore – insieme a Licio Gelli – della loggia massonica deviata P2.

    “Cosa c’era nel plico?” chiede diretto il promotore di giustizia a don Abbondi. “Documenti di dieci, vent’anni fa, che di fatto non avevano più alcun valore,” risponde il prelato. “Nel riordinare i fogli dopo l’effrazione, vidi che gli atti contenuti nell’archivio non erano tanto relativi alla sicurezza dello stato,” ma a fatti che il monsignore definisce “sgradevoli”. “Sgradevoli,” ripeto tra me e me.

    Riponendo il libro mi domandai se, come ipotizzavano Abbondi e numerosi esponenti della Santa Sede, restituendo alcuni o tutti i documenti trafugati, i ladri avessero voluto lanciare un avvertimento, una minaccia, o se il furto nascondesse in realtà altre motivazioni. Certamente vi avevano collaborato persone informate dei segreti della Prefettura, visto che i banditi, violando un solo armadio blindato, erano andati a colpo sicuro. Di certo Abbondi fa intendere ai magistrati vaticani che i documenti ritornati dopo il furto non sono diversi da quelli che lui sapeva essere conservati nella cassaforte.

    Cominciai a leggere il volume della Chaouqui…Senza tanti giri di parole, la Chaouqui fa poi capire al lettore che, dalla discussione avuta quella mattina con il suo amico (i due in seguito diventeranno acerrimi nemici), aveva compreso che era stato lo stesso Balda a compiere l’effrazione, forse con il supporto di manovalanza esterna. Un’accusa pesantissima.

    Balda, che era già stato sentito dalla Gendarmeria insieme ad altri dipendenti dell’ufficio, ha sempre negato ogni addebito…L’avvocatessa calabrese – che nel 2014, ricordiamolo, era membro della Cosea e lavorava negli uffici della Prefettura che ospitavano la commissione – è uno dei pochissimi testimoni diretti di ciò che avvenne negli uffici dopo l’effrazione. E, come aveva fatto monsignor Abbondi in tribunale durante la sua deposizione, decide di raccontare nel suo libro il momento in cui tornano le carte sottratte un mese prima. Ma se il prete aveva parlato genericamente di documenti “sgradevoli”, la Chaouqui entra nei dettagli, narrando in prima persona: “Alla fine i fascicoli ricompaiono, spediti da mano ignota agli uffici della Prefettura. C’è il dossier su un vescovo molto potente e sulle delicate questioni legate a un’eredità ricevuta quando era nunzio in Francia. Ci sono i resoconti delle spese ‘politiche’ di Giovanni Paolo II ai tempi della Guerra fredda e di Solidarno??. C’è il carteggio tra il banchiere Michele Sindona e il faccendiere Umberto Ortolani, che il Vaticano avrebbe cercato in capo al mondo. C’è il file di Emanuela Orlandi e capisco il finale di una storia che deve rimanere sepolta”…

    Ora ho deciso di pubblicare il documento. Avessero ragione Becciu e il cardinale Re, il documento sarebbe certamente un falso. Sarebbe importante capire allora chi sono gli impostori che l’hanno architettato, e per quali oscuri motivi la storia di una ragazza scomparsa nel 1983 venga ancora usata per ricatti e lotte intestine della città sacra. Ma se le verosimiglianze impressionanti delle note spese del dossier fossero confermate da nuovi elementi determinati, il Vaticano e i suoi alti esponenti avrebbe mentito ancora una volta. E gli impostori sarebbero loro.

    http://www.repubblica.it/cronaca/2017/09/18/news/_oltre_483_milioni_di_lire_spesi_dal_vaticano_per_l_allontanamento_di_emanuela_orlandi_-175790108/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P2-S1.8-T1#gallery-slider=175790425

  • Invisibili e dimenticati: un’inchiesta del Boston Globe racconta i figli dei preti

    Invisibili e dimenticati: un’inchiesta del Boston Globe racconta i figli dei preti

    39053 BOSTON-ADISTA. C’è chi lo ha saputo fin da quando era piccolo, ma aveva ricevuto dalla madre una devastante consegna del silenzio. C’è chi lo ha saputo in età più adulta, scoprendo una verità nascosta sotto il tappeto. C’è chi è roso dal dubbio, dal sospetto, ma non ha più la possibilità di sapere con certezza. C’è chi è stato allevato con amore e sollecitudine, ma nel segreto, e chi è stato ignorato ed evitato e costretto a tacere, pena la cessazione di qualsiasi aiuto. Sono i figli del “peccato”, uomini e donne nati da relazioni clandestine tra una donna e un prete, una legione ancora in larga parte nascosta e inconsapevole, diffusa ovunque sia presente la Chiesa, ma la cui consistenza sembra potenzialmente molto alta: su di loro, in una nuova coinvolgente inchiesta, fa luce Michael Rezendes, uno dei giornalisti del quotidiano Usa Boston Globe che, con il caso “Spotlight”, una quindicina di anni fa scoperchiò nella Chiesa cattolica il vaso di Pandora della pedofilia nel clero.

    Non voluti, ignorati, dimenticati 

    Molte e dolorose le storie che sostanziano l’inchiesta. C’è Jim Graham, di Buffalo, che ha saputo solo a 48 anni, nel 1993, grazie all’aiuto di due zii, che quel padre che lo aveva cresciuto, distante e anaffettivo, non era il suo vero padre. A dargli la vita era stato un prete, Thomas Sullivan, della Congregazione degli Oblati, all’epoca già morto. Le sue richieste di conferma presso la sede romana non hanno avuto alcuna risposta, finora.

    C’è Chiara Villar, 36 anni, di Toronto, che conosce la verità fin da quando era piccola, ma è stata obbligata a mantenere il segreto e a chiamare il padre, don Anthony Inneo, “zio”. «Tutto ciò che avrei voluto – afferma – è che mi portasse a prendere un gelato e mi dicesse: “Sono orgoglioso della mia bambina”». Sua madre, una esule cubana, all’inizio della relazione con il prete credette alla promessa dell’uomo di abbandonare il sacerdozio, e si trasferì nella rettoria della chiesa, dove fece da perpetua e organista. Dopo la nascita della bambina, fu chiaro che ciò non sarebbe mai accaduto. La madre le chiese di mentire, trattando il padre in pubblico come uno zio. Il peso del segreto lentamente compromise la sua integrità psichica, e arrivò all’autolesionismo. La sua ferita più grande, però, è quella lasciata dal padre, che l’ha sempre tenuta nascosta e ora, malato di Alzheimer, non la riconosce più.

    Anche il diritto canonico tace

    Il numero dei figli dei preti è ignoto. Tuttavia, osserva Rezendes, con più di 400mila preti diffusi nel globo, molti dei quali non osservano l’obbligo del celibato, la cifra potenziale può essere molto alta. Sul tema, ancora poco studiato, le poche cifre a disposizione sono quelle del libro di A. W. Richard Sipe, A Secret World, risalente ormai a 27 anni fa: Sipe vi afferma che il 30% dei preti ha una relazione stabile o occasionale con una donna, e che solo il 50% è fedele all’impegno del celibato. Vincent Doyle ha dato vita al sito Coping International, che offre supporto ai figli di sacerdoti come lui. Se anche solo l’1% dei preti del mondo avesse avuto un figlio, ha detto, si parlerebbe comunque di 4mila persone. Ma sono certamente molti di più: per Paul Sullins, prete e sociologo della Catholic University of America, il numero, solo negli Usa, potrebbe superare quello delle vittime di abusi da parte del clero, che ammontano a poco meno di 20mila: «È certo un impulso meno comune, per un maschio adulto – ha detto – cercare sesso con un minore piuttosto che con una donna». E in Irlanda, ad esempio, si tratta di un fenomeno talmente diffuso da aver originato dei cognomi (McEntaggart e McAnespi) che, in gaelico, significano “figlio del prete” e “figlio del vescovo”. «La gente sapeva, ma non parlava», ha detto al Globe il card. Diarmuid Martin di Dublino.

    Di contro alla rilevanza del problema, la Chiesa non ha mai stabilito delle norme per un rappresentante del clero che diventi padre: nessuna istruzione per il supporto delle madri, spesso lasciate sole a allevare il figlio, né dei figli stessi, trattati come un problema da contenere piuttosto che come una vita da far crescere. Figli che, scossi dalla verità, non di rado cadono nella depressione o nell’abuso di sostanze e in pensieri suicidari. E così, il contributo che un prete-padre può dare alla crescita di un figlio resta continua a essere dipendente dalla sua “generosità” o dalla sua coscienza: il diritto canonico tace anche sulla responsabilità di un vescovo quando uno dei suoi preti diventa genitore. Nel migliore dei casi – e qualcuno ve ne è stato – il prete può essere un padre amorevole, ma in privato, nel segreto. In tanti, riporta Rezendes, hanno promesso alle loro compagne di abbandonare il sacerdozio, ma sono pochissimi ad averlo fatto; altri hanno sperato nell’abolizione prossima ventura dell’obbligo al celibato, e nell’attesa, tuttora vana, i figli sono cresciuti senza di loro. Troppo spesso non si sono assunti la responsabilità legale e finanziaria dei loro figli, e le madri non hanno intrapreso alcuna azione legale: nei casi esaminati dal Boston Globe, solo 2 donne su 10 lo hanno fatto, e 6 bambini su 10 non hanno ricevuto alcun sostegno finanziario dal padre. I preti che vi hanno provveduto, lo hanno fatto, spesso, a condizione che la loro identità restasse segreta. Una richiesta che a volte non era necessaria: le madri avevano un tale culto per l’uomo che consideravano rappresentante di Dio che non avrebbero fatto nulla per danneggiare la sua immagine.

    L’uscita dall’ombra

    Il fenomeno, lentamente, sta venendo in superficie. Tre anni fa, la Commissione dell’Onu per i diritti del bambino, preoccupata del fatto che i preti cattolici obbligassero le donne a restare in silenzio in cambio di assistenza economica, chiese al Vaticano di «definire il numero di figli di preti cattolici, scoprire la loro identità e prendere tutte le misure necessarie per garantire che i diritti di quei bambini fossero conosciuti e rispettati dai loro padri». Il termine concesso scade il primo settembre. L’ufficio del Vaticano presso le Nazioni Unite, rivela il Globe, ha chiesto a Doyle di incontrare il suo ambasciatore mons. Ivan Jurkovic, aggiungendo, senza aggiungere dettagli, di stare lavorando a una risposta.

    Già da una trentina d’anni, tuttavia, la consapevolezza che si tratti di un problema sistemico è cresciuta. Lo provano i rapporti confidenziali di suor Maura O’Donohue e suor Mary McDonald che, negli anni ’90, riferirono al Vaticano il fenomeno delle suore abusate dai preti in Africa e in altre regioni del Terzo mondo (nel 1988 in Malawi un vescovo locale silurò i vertici di una congregazione religiosa che avevano denunciato la gravidanza di 29 suore; il settimanale statunitense National Catholic Reporter li pubblicò nel 2001, e anche Adista, vedi n. 24/01), affermando che in Africa il celibato comportava che un prete non si sposasse ma non che non avesse figli, e che era anche accaduto che le suore abusate e incinte fossero state costrette ad abortire. Il Vaticano derubricò la questione a fenomeno isolato, a casi eccezionali, invece di considerarne la portata. Ma gli episodi si moltiplicarono anche nelle alte sfere: come quello di Eamonn Casey, vescovo irlandese di Galway, che dovette dare le dimissioni nel 1992 dopo che Anne Murphy, americana, madre di suo figlio, scrisse un libro sulla vicenda; quello del fondatore dei Legionari di Cristo, Marcial Maciel Degollado, che fu costretto a lasciare la guida della congregazione dopo le accuse di abusi e la rivelazione dell’esistenza di diversi figli da almeno due donne; quello del vescovo di Los Angeles Gabino Zavala che nel 2012 si dimise dopo aver comunicato di avere due figli adolescenti; la diocesi si assunse il carico del loro sostentamento.

    Vincent Doyle, il fondatore di Coping International, irlandese, nel 2014 è andato a incontrare papa Francesco in piazza san Pietro. A 28 anni aveva scoperto che quel prete amorevole che chiamava “J.J.” e con cui aveva passato molta della sua infanzia era, in realtà, suo padre. Il suo progetto era nato da un gruppo chiuso su Facebook, che aveva coagulato lentamente una comunità di persone segnate dalla stessa storia, migliaia di persone: voleva dare al papa una copia della lettera che aveva scritto ai vescovi del suo Paese, un appello a farsi carico del fenomeno e delle esigenze dei figli dei preti.

    Papa Francesco non gli ha mai risposto. Ma le sue iniziative non sono cadute nel vuoto: i vescovi irlandesi, che hanno finanziato il progetto di Doyle («Un figlio ha il diritto di conoscere suo padre e il padre ha obblighi verso suo figlio», ha detto il card. Martin), hanno emanato, il 29 maggio scorso, delle linee guida (“Principi di responsabilità riguardo ai preti che hanno figli durante il ministero”) che chiedono ai preti-padri di «assumersi le proprie responsabilità: personali, giuridiche, morali, e finanziarie», anche se non esigono l’abbandono del sacerdozio. Il card. Sean O’Malley, uno dei consiglieri del papa nonché presidente della Pontificia Commissione per la tutela dei minori, ha detto che la Commissione non si occuperà delle esigenze dei bambini dei preti: va oltre il mandato dell’organismo, ha detto, spiegando che esso «cerca di assistere le diocesi nell’implementazione di programmi per la prevenzione degli abusi sessuali. Non rientra tra le nostre responsabilità entrare in casi individuali». Tuttavia ha affermato che «Il dono della vita deve essere protetto e curato in tutte le circostanze. Ogni bambino è un dono prezioso di Dio e merita rispetto». Pertanto, «se un prete è padre di un bambino, ha l’obbligo morale di lasciare il ministero e provvedere alla cura e le esigenze della madre e del figlio. Il loro benessere è la priorità più alta».

    http://www.adista.it/articolo/57598

  • Le intercettazioni che rivelano il ruolo del neo eletto arcivescovo di Milano nel caso di don Mauro Galli

    Le intercettazioni che rivelano il ruolo del neo eletto arcivescovo di Milano nel caso di don Mauro Galli

    In una serie di intercettazioni telefoniche, effettuate dalla Procura di Milano, emerge il ruolo del neo arcivescovo Mario Delpini nella vicenda che vede coinvolto don Mauro Galli, il sacerdote di Rozzano (MI) accusato da un  giovane parrocchiano  di molestie sessuali ed attualmente sotto processo.

    Le intercettazioni sull’utenza di don Mauro sono rilevanti ma, al di la di quello che sembra, non tirano in ballo solamente monsignor Delpini. Ad un occhio esperto non sfugge il modus operandi della chiesa che, come vedremo, segue uno schema ben preciso e che ha obiettivi ben differenti da quelli che vengono dichiarati pubblicamente.

    Premesso quanto dichiarato da monsignor Mario Delpini (oggi arcivescovo di Milano) il 24 ottobre 2014 negli uffici della questura di milano;

    Per comprendere meglio è necessario fare una breve sintesi dei fatti e una piccola premessa.

    I presunti abusi da parte di don Mauro ai danni di un parrocchiano 15enne sarebbero avvenuti la notte tra il 19 e il 20 dicembre del 2011, immediatamente denunciati e, nei giorni successivi, portati all’attenzione dei vertici della diocesi di Milano.

    Tale diocesi però, come da manuale, approfittando del fatto che la vittima (come tutte del resto) e i suoi familiari fossero cattolici praticanti  , quindi persone che si fidavano della correttezza della chiesa e si sentivano ulteriormente rassicurate dalla tanto acclamata “tolleranza zero” di papa Francesco, prende tempo e riesce a far passare ben due anni e mezzo prima di fare qualcosa. Dopo di che si scoprirà che malgrado la denuncia, i vari incontri con il prelato di turno, i solleciti della vittima, dei familiari e degli stessi sacerdoti della parrocchia di Rozzano, nei confronti di don Mauro non era stato preso alcun provvedimento, nessun processo canonico, neppure una sospensione cautelare a Divinis, e questo malgrado lo stesso don Mauro avesse ammesso i fatti.

    Va detto che in casi come questo, dove la cosa non è di dominio pubblico, la tattica della chiesa è sempre stata, ed è tutt’ora (vedi il servizio de LA7), quella di cercare di tenere nell’ombra l’accaduto e limitare i danni per poi, una volta calmate le acque, reintegrare il sacerdote altrove. Il caso di don Francesco Rutigliano condannato per abuso di minore dalla Congregazione per la Dottrina della Fede e mai denunciato all’autorità civile è esemplare. (Caso successivamente riportato anche nel libro di Emiliano Fittipaldi)

    Siamo nel luglio del 2014 quando, dopo tre anni, delusi dal comportamento della diocesi che, nei fatti, non era ancora minimamente intervenuta se non in favore del prete accusato “spostandolo” prima in un’altra parrocchia, e poi, con la scusa di valorizzarne i suoi studi, ne ha fatto perdere le tracce, la vittima supportata dai suoi familiari decide di denunciare, questa volta però presso l’autorità civile.

    È il 29 luglio del 2014 quando verrà depositata la denuncia, ma pochi giorni prima, per una pura coincidenza accade qualcosa che successivamente vedremo, spiazzerà la diocesi. Il 26 luglio un sacerdote trova nella cappella dell’ospedale San Giuseppe un bambino abbandonato. Quel sacerdote è don Mauro Galli. La notizia del ritrovamento del bimbo viene battuta da tutti i giornali rivelando anche che don Mauro è ancora a Milano e senza restrizione alcuna.

    Pochi giorni dopo, il 29 luglio, la vittima depositerà come abbiamo detto la sua denuncia e la magistratura si attiverà immediatamente. Già il 18 agosto l’utenza di don Mauro è sotto controllo e il 31 la diocesi sembra già informata della querela.

    Qualcuno si domanderà come abbia fatto la diocesi a sapere in così breve tempo della querela?

    Semplice: glielo potrebbe aver detto la stessa magistratura vincolata da un articolo contenuto nel protocollo addizionale (art.2 punto B) dei Patti Lateranensi che recita “La Repubblica italiana assicura che l’autorità giudiziaria darà comunicazione all’autorità ecclesiastica competente per territorio dei procedimenti penali promossi a carico di ecclesiastici”. Un privilegio che tutti gli indagati d’Italia vorrebbero avere…

    Al di la di come la diocesi abbia appreso la notizia, tanto sono stati immobili e omertosi quando si trattava di rendere giustizia alla vittima, quanto sono stati rapidi e efficienti nel soccorrere il sacerdote invece.

    La prima intercettazione utile è del 31/8/2014 quando don Mauro parlando al telefono con un collega;

    UT (utente): MAURO  INT (interlocutore): UOMO

    ” UOMO: “pronto?

    MAURO: eccomi qua, scusami ma sono a XXXXX a dormire e avendo la camera di fianco a XXXXX e company ho preferito uscire. Tutto bene?

    UOMO: si io si, te?

    MAURO: eeeh… (ride) la domanda di riserva? No… nel senso che non so niente di che, oggi ho ricevuto alle dodici… dodici e uno una email di Delpini (probabilmente don Mario Delpini ndr) che diceva “sei da queste parti… eh… telefonami, scrivimi che ho bisogno di vederti” e allora io anche se ero all’estero l’ho chiamato subito e ho detto… dice no no dai, fissiamo un appuntamento così ci vediamo giovedì che ho bisogno di dirti delle cose… al che vabbè, non è che sono proprio deficiente, per cui la prima domanda che gli ho fatto è “MI DEVO PREOCCUPARE?” e lui… silenzio, dice “eeeh…” siccome non diceva niente, dico “MA HO COMBINATO ANCORA QUALCOSA?” dice “NO, NO, IL PROBLEMA NON E’ QUELLO CHE HAI COMBINATO TU, MA QUELLO CHE HANNO COMBINATO GLI ALTRI… COMUNQUE NON E’ IL CASO CHE NE PARLIAMO PER TELEFONO, VIENI QUI CHE TI SPIEGO.” (breve pausa) Mi ha detto l’unica frase che ha detto “POI DOBBIAMO STARE MOLTO ATTENTI”, ha chiuso così.”

     La conversazione prosegue con le riflessioni degli interlocutori e ad un certo punto;

    MAURO: eh… cosa ti devo dire… ma io guarda cioè… nel senso che… posso anche immaginare che cappero è successo, (disturbo di sottofondo) LA QUESTIONE E’ QUELLA FAMOSA DEL BAMBINO, FINITO COME EROE DA TUTTE LE PARTI, QUESTA COSA NON CI VA BENE.

    UOMO: ma dici che è quello…?

    MAURO: però.. io spero sia quello, nel senso che se è così vabbeh…”

    È verosimile pensare che i timori di Delpini nel non voler parlare al telefono con don Mauro (che infatti contatta via mail) fossero dovuti alla consapevolezza che potessero esserci delle utenze sotto controllo. Si spiega anche l’irritazione per la vicenda del neonato trovato da don Mauro più di un mese prima, vicenda che a questo punto non era più pericolosa solo per il fatto che avrebbe confermato alla vittima che il sacerdote, malgrado tutto, era ancora a Milano, ma perché con un’indagine aperta sarebbe potuta diventare (come è stato) una delle prove agli atti che la diocesi non ha preso nessun provvedimento restrittivo o cautelativo lasciando don Mauro ufficialmente senza parrocchia, ma libero di girare ovunque… e lo ha fatto credetemi.

    Pochi giorni dopo, il 4 settembre 2014, don Mauro incontra mons. Mario Delpini, non sappiamo cosa si siano detti nell’incontro, anche se possiamo immaginarlo perchè appena uscito don Mauro contatta uno studio legale al quale si presenta a nome di mos. Mario Delpini sottolineando all’interlocutore che il monsignore ha già parlato con  l’avvocato. Si incontreranno il giorno successivo.

    Quanto accade nelle ore successive a quell’incontro è inquietante, tra i messaggi di amici e colleghi preoccupati che pregano per lui, emerge uno scenario di totale omertà, tanti sanno della vicenda e paiono muoversi in favore del sacerdote.

    In un altro stralcio di intercettazione si intuisce anche quanto le gerarchie siano state tolleranti e generose con don Mauro il quale sembrerebbe evidente che malgrado la gravità della situazione avesse accondiscendenza nell’utilizzare un’altra carta offerta dalla diocesi;

    “ MAURO: io guarda… io non ne posso… io davvero non ne posso più nel senso che in tutta questa cosa qui adesso non so cosa salterà fuori, però io piuttosto dico guardi io cambio anche diocesi e non me ne frega niente… però… mi dispiace però a questo punto se deve servire a essere tranquilli io mi (rumori) a Roma, poi nessuno mi vede più, vado in un’altra diocesi e vaffambagno… cioè, cosa devo fare? ”

    Un totale di 1789 intercettazioni nelle quali si ripetono sostanzialmente le stesse argomentazioni, si scoprirà che don Mauro, probabilmente temendo di essere controllato dagli inquirenti, attiverà una seconda sim e in più occasioni verrà chiamato in causa monsignor Delpini che, come sembrerebbe evidente, ha avuto un ruolo attivo nella vicenda.

    Ora, al di la della rilevanza delle intercettazioni che sono un documento eccezionale, più avanti spiegherò il perche, credo sia utile fare alcune riflessioni e vedere le cose in modo un pò più approfondito per capire quale è il meccanismo che la chiesa utilizza ancora oggi sistematicamente per insabbiare e perché questo meccanismo sia civilmente inaccettabile.

    Partiamo da un dato di fatto che potete verificare tutti ovvero, chi di voi sa di un solo precedente dove vediamo un sacerdote o un vescovo denunciare un crimine di pedofilia all’autorità giudiziaria?

    Aiutatevi pure con internet ma vi avviso che non troverete un solo caso, e non mi limito all’Italia.

    Possiamo quindi dire che la chiesa omette sistematicamente la denuncia all’autorità civile?

    Direi proprio di si.

    È vero che la chiesa ha i suoi tribunali, ma è anche vero che questi non sono neppure lontanamente equiparabili a quelli civili, uno perché la massima pena che possono infliggere a un prete criminale è la scomunica, due perché in un processo canonico seduto al banco della vittima non c’è chi ha subito l’abuso, ma Dio, il prete e la vittima invece stanno seduti al banco degli imputati, rei con il loro gesto di aver arrecato un’offesa a Dio e provate a indovinare chi dei due è il “tentatore”… (Leggi l’approfondimento sui tribunali canonici)

    Va anche detto che i tribunali canonici, in più del 90% dei casi (come testimonia oramai persino la cronaca), si attivano non quando la vittima denuncia alla chiesa, ma solo quando la cosa finisce sui giornali o in tribunale, esattamente come nel caso di don Galli. (gennaio 2015, tre anni e un mese dopo la prima denuncia fatta alle autorità diocesane e sei mesi  dopo l’apertura di una indagine della magistratura).

    Ora, per carità, la chiesa ha tutto il diritto di fare i suoi processi ma ne converrete che nei confronti delle vittime e sotto l’aspetto preventivo l’esito di questi processi non ha alcuna utilità, anzi stando a quanto prevede il Trattato di Lanzarote, che l’Italia ha ratificato nell’ottobre del 2013, nei processi canonici si violerebbero anche quelle che sono le regole di base che tutelano i diritti delle vittime di abusi durante i processi.

    Per fortuna esiste la legge civile, certamente più concreta ed efficace che però, come vedremo, da dei privilegi al clero di fronte ai quali i cittadini ne restano pesantemente penalizzati e costretti, loro malgrado, a subire una disparità di trattamento notevole.

    Parlo del Protocollo Addizionale dei Patti Lateranensi (che l’ONU nel 2014 chiese sia allo Stato Italiano, sia alla Chiesa di rivedere) il quale prevede che “La Repubblica italiana assicura che l’autorità giudiziaria darà comunicazione all’autorità ecclesiastica competente per territorio dei procedimenti penali promossi a carico di ecclesiastici”.

    Durante un’indagine è fondamentale che gli inquirenti possano investigare nel massimo riserbo e, soprattutto, all’insaputa dell’indagato che, diversamente, starebbe attento a quello che fa e a dove va, a ciò che dice al telefono, insomma prenderebbe tutte le precauzioni per tutelarsi dall’indagine e se possibile inquinerebbe probabilmente anche le prove. Per questo prima dicevo che le intercettazioni a don Galli, al di la del contenuto che è rilevante, mostrano anche verosimilmente quelle che sono state le mosse della chiesa che si muove in un sottobosco decisamente poco rassicurante, come abbiamo visto assolutamente omissivo, pieno di connivenze e complicità.

    Lo stesso Bergoglio che da un lato promette tolleranza zero e punizioni severe nei confronti dei vescovi insabbiatori, dall’altro, senza muoverci di un centimetro dal caso Galli (perché ce ne sarebbero anche altri), promuove un vescovo come Delpini, che al momento è accusato di aver insabbiato, arcivescovo di una delle diocesi più grandi d’Italia, quella di Milano.

    Pensavamo che con Papa Francesco al timone, la Chiesa fosse sulla strada della trasparenza e invece, a quattro anni dalla sua elezione, le vittime lamentano ancora di essere ignorate, due preti pedofili su tre sono ancora nel clero e nessuno dei vescovi che hanno coperto gli abusi è mai stato punito.

    Il quadro che emerge è quello di una chiesa che è sbagliato dire non abbia fatto nulla nei confronti della pedofilia clericale, ha fatto moltissimo infatti esistono in Italia ben 5 comunità per preti con devianze. Esiste un supporto legale ai preti accusati spesso fornito direttamente dalle diocesi tant’è che diversi studi in Italia hanno scelto di specializzarsi nella difesa dei preti pedofili.

    Quello che non esiste, è qualcosa per le vittime alle quali la chiesa per ora neppure risponde lasciandole incivilmente senza giustizia e con il supporto legale che “come una madre amorevole” da ai suoi criminali, le mette spesso per non dire sempre in inferiorità perchè non in grado di permettersi una difesa alla pari.

    In tutto ciò è importante e doveroso fare una ulteriore riflessione perché c’è un problema di fondo, la magistratura si muove in base alla legge (fatta dal legislatore) che deve applicare anche quando questa è resa assurda da articoli invalidanti come quello del concordato che abbiamo citato prima, la chiesa, o almeno i suoi vertici, dimostrano di avere una coscienza civile profonda quanto una pozzanghera e non si fanno scrupolo nell’agire anche contro le vittime in modo criminale, d’altra parte lo stato Italiano glielo permette…

    Eccolo il problema, l’assenza più totale del Goveno Italiano, anzi l’atteggiamento omissivo che questo ha avuto in materia negli ultimi 15 anni. Un Governo che è venuto meno ai suoi doveri tradendo di fatto i cittadini italiani ai quali nega una doverosa tutela su fatti ampliamente conclamati.

    A più di 15 anni dallo scandalo iniziato negli USA nel 1998, il Governo Italiano non ha ancora neppure messo in agenda una commissione parlamentare di inchiesta per poter quantificare l’entità del problema, stessa cosa vale per le raccomandazioni fatte al Governo dall’ONU, ignorate in toto.

    L’unica cosa che ha fatto, non per coscienza ma in conseguenza alla ratifica dei vari trattati tra cui quello di Lanzarote, è stata l’applicazione del certificato antipedofilia, che a danno dei cittadini e per non scontentare lo Stato estero del Vaticano al quale i nostri politici sono perennemente genuflessi, nella sua applicazione ha lasciato esente la categoria del volontariato, alla quale tò, appartengono anche i preti, ma anche allenatori di calcio, scout ecc. ecc.

    Oltre al danno la beffa perché adesso i pedofili (non solo quelli in abito talare) sanno dove poter andare a cercare le proprie prede senza bisogno di esibire il certificato.

    Direi geniale …

    Francesco Zanardi

    Portavoce della Rete L’ABUSO.


    Improbabili verità di “Un comunicato per aiutare a comprendere la verità dei fatti”

    Caso mons. Delpini; DIFFIDATO il portale della Chiesa di Milano

  • FENOMENO SETTARIO- ABUSI SESSUALI SU MINORI IN CONTESTI RELIGIOSI- ORGANIZZAZIONE GEOVISTA

    FENOMENO SETTARIO- ABUSI SESSUALI SU MINORI IN CONTESTI RELIGIOSI- ORGANIZZAZIONE GEOVISTA

    Interrogazione parlamentare. Atto n. 3-03845 (con carattere d’urgenza)

    Pubblicato il 29 giugno 2017, nella seduta n. 849

    BLUNDO , GIARRUSSO , PUGLIA , GIROTTO , ENDRIZZI , BULGARELLI – Al Ministro dell’interno. –

    Premesso che con raccomandazione n. 1412/1999 il Parlamento e il Consiglio europeo, pur ribadendo l’impegno per la libertà di coscienza e di religione, invitavano i Governi degli Stati membri a istituire o sostenere, tra l’altro, centri indipendenti nazionali o regionali d’informazione sui gruppi di natura religiosa, esoterica e spirituale e a favorire la creazione di organizzazioni non governative per le vittime o le famiglie delle vittime di gruppi religiosi esoterici o spirituali. Nell’ottica di garantire una speciale attenzione e forme efficaci di assistenza alle persone più vulnerabili o mentalmente manipolabili da questi gruppi, in modo particolare i minori, lo stesso Parlamento europeo raccomandava al Comitato dei Ministri di prevedere azioni specifiche volte a istituire un osservatorio europeo sui gruppi di natura religiosa, esoterica o spirituale per rendere più facile lo scambio di informazioni tra i centri nazionali;

    considerato che:

    risulta agli interroganti che a nessuno dei precetti della raccomandazione sia stata finora data attuazione nel nostro Paese, nonostante siano stati presentati, nella XVII Legislatura e in quelle precedenti, numerosi atti di sindacato ispettivo, ancora senza riscontro, coi quali si sollecitavano le istituzioni italiane ad attivarsi per la loro immediata realizzazione;

    a parere degli interroganti, il silenzio delle istituzioni è ancora più ingiustificato a fronte della proliferazione negli ultimi anni di gruppi religiosi, esoterici, spirituali e pseudo-terapici, anche a causa dell’esponenziale diffusione della rete web e delle nuove tecnologie internet. Molti di questi gruppi utilizzano raffinate tecniche di condizionamento mentale su persone che attraversano una fase particolarmente difficile della propria vita, offrendo loro un percorso di supporto spirituale o psicologico che col tempo si trasforma in un vero e proprio calvario, e diventano in molti casi vittime di abusi emotivi, fisici, economici e sessuali. Tale problematica è stata studiata in Italia già nel 1998 nel noto rapporto della Direzione centrale della polizia di prevenzione, titolato “Sette religiose e nuovi movimenti magici in Italia”, oltre che nelle ripetute segnalazioni delle relazioni semestrali dei servizi di intelligence nazionali. Gli elementi raccolti hanno portato alla costituzione nel 2006 della squadra anti sette (SAS), specialità della Polizia che tuttavia svolge funzioni meramente repressive;

    attualmente risulterebbe difficile quantificare con esattezza il fenomeno. Già in data 7 gennaio 2015 “l’Espresso” on line accendeva i riflettori su alcune vittime di tali movimenti, mettendo in risalto il trend espansivo del fenomeno, ma anche la disarmante carenza di dati. Nell’articolo si evidenziava, prendendo proprio spunto dal citato rapporto del 1998, la presenza di 76 movimenti religiosi per un totale di 78.500 affiliati. Il numero, col tempo, risulterebbe cresciuto a dismisura, tenuto inoltre conto che l’indagine si occupò prevalentemente di alcune tipologie di gruppi, costituenti, pertanto, una minima parte di quelli attualmente presenti sul territorio nazionale. Analogo argomento è stato trattato in un dossier pubblicato sul giornale on line “Linkiesta” nel gennaio 2016;

    tra i casi di abusi più eclatanti compaiono, sulla base degli elementi informativi acquisiti dagli interroganti, quelli che hanno riguardato l’organizzazione dei testimoni di Geova, dove negli ultimi anni si sarebbero verificati molteplici abusi sessuali su minori, insabbiati e mai denunciati alle procure competenti dalla stessa congregazione. Di tali allarmanti vicende riferivano, tra gli altri, in maniera diffusa il quotidiano on line “Corriere della sera”, in un video-inchiesta del 23 maggio 2016, la trasmissione televisiva “Le Iene” nel marzo 2016, “Il Giornale” il 23 maggio 2016, la “Gazzetta del Mezzogiorno” del 15 febbraio 2017; tali notizie di stampa riportano interviste e testimonianze dirette di vittime che hanno presentato anche alcuni esposti in varie Procure della Repubblica;

    inoltre, commissioni governative indipendenti, quali quella australiana, attivate per far luce sugli abusi sessuali infantili in seno a realtà istituzionali e religiose, rilevavano la gravità e sistematicità di quanto emerso anche dalle citate fonti di stampa italiane. Nel caso dell’organizzazione geovista, nessuno dei 1.060 casi di abusi su minori registrati dalla chiesa dei testimoni di Geova d’Australia è risultato essere stato segnalato alle autorità competenti, gli abusatori sono stati frequentemente coperti o reintegrati nella confessione sulla base del semplice pentimento e le vittime di reato sottoposte, per contro, a processi di vittimizzazione secondaria e ostracizzate dall’organizzazione. Le politiche interne dei testimoni di Geova, analoghe in tutto il mondo, sono inoltre risultate, all’analisi della commissione suddetta, gravemente fallimentari in tema di tutela dei bambini e prevenzione dell’abuso minorile;

    considerato infine che, a parere degli interroganti:

    attualmente è presente un vuoto normativo non trascurabile in merito alle criticità evidenziate. A seguito, infatti, della dichiarazione di incostituzionalità, con sentenza della Consulta n. 96 del 1981, del cosiddetto reato di plagio previsto ex articolo 603 del codice penale, in Italia non è più esistita un’effettiva tutela giuridica dell’integrità fisica e psichica degli individui. Da allora sedicenti “santoni” e “guru” continuano ad agire indisturbati, mentre numerose proposte e disegni di legge giacciono in attesa di essere esaminate dalle Commissioni e Aule parlamentari;

    complessivamente risulta essere nullo anche l’impegno delle istituzioni nella definizione di politiche sociali e culturali di prevenzione in materia di settarismo abusante o criminale,

    si chiede di sapere:

    se il Ministro in indirizzo non consideri opportuno procedere ad un’analisi complessiva del fenomeno, ai fini di aggiornare il rapporto pubblicato nel 1998 che risulta essere ormai obsoleto, nonché approfondire le motivazioni che sottendono all’attuale scarsissima tutela giuridica dell’abuso sessuale infantile in contesti religiosi;

    se, viste le proposte e i disegni di legge depositati in Parlamento, non ritenga altresì urgente adottare misure di carattere normativo volte a garantire un’efficace tutela giuridica dell’integrità fisica e psichica dei minori e in generale dei soggetti coinvolti, ovvero inseriti in contesti coercitivi;

    quali siano le motivazioni che hanno concretamente impedito allo Stato italiano di recepire gli inviti contenuti nella raccomandazione n. 1412/1999 del Parlamento e del Consiglio europeo;

    se non ritenga necessario adottare tempestivamente un piano nazionale di informazione e prevenzione in materia di settarismo abusante o criminale.

    http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/showText?tipodoc=Sindisp&leg=17&id=1028693

  • Catene, alcol e alunni seviziati «Provolo, la stanza dell’orrore»

    Catene, alcol e alunni seviziati «Provolo, la stanza dell’orrore»

    Minori abusati in Argentina, mandato di cattura internazionale per una suora

    Un «nascondiglio segreto» dove le vittime venivano incatenate e seviziate. In Argentina l’hanno subito definita «stanza degli orrori». E così l’inchiesta sugli abusi, denunciati da almeno una sessantina di sordomuti che frequentavano la sede argentina del Provolo, approda a una delle due pagine più inquietanti. Mentre scatta il mandato di cattura internazionale per una suora.

    Un «nascondiglio segreto» dove le vittime venivano violentate e da cui non sarebbero mai potute fuggire. In Argentina l’hanno subito definita «stanza degli orrori». E così l’inchiesta sugli abusi, denunciati da almeno una sessantina di sordomuti che frequentavano la sede argentina del Provolo a Lujàn, approda a una delle due pagine più inquietanti.

    Tutto è partito dall’interrogatorio di una ragazza: al magistrato che indaga sul prete veronese don Nicola Corradi e su altre quattro persone tra religiosi e dipendenti dell’Istituto, quell’ex alunna (che ora ha 18 anni) stava raccontando delle violenze perpetrate su di lei al Provolo quando, a un certo punto, ha fatto riferimento a una «stanza segreta» dove sia lei che altre vittime sarebbero state costrette a soggiacere alle più turpi nefandezze da parte degli arrestati. Dentro quella specie di «nascondiglio», ha continuato la giovane nel corso della sua sconvolgente testimonianza resa davanti al pubblico ministero Gustavo Stroppiana, quei «cinque bruti ci tenevano prigionieri legandoci con delle catene attaccate al muro e così ci impedivano di fuggire mentre ci costringevano a piegarci alle loro volontà».

    Sconvolto da tanti particolari e dettagli di cui finora la procura non aveva mai avuto notizia, nelle scorse ore il magistrato ha chiesto e ottenuto di poter effettuare una perquisizione urgente all’interno dell’Istituto, che da qualche settimana è chiuso su decisione del governo argentino proprio alla luce degli agghiaccianti crimini di cui sarebbe stata teatro la sede argentina del Provolo, crimini che via via stanno venendo alla luce grazie alle denunce di decine e decine di vittime. Scortato da telecamere e fotografi, il pm si è dunque recato di persona presso l’Istituto per trovare conferma o meno sull’esistenza della «stanza degli orrori». E, purtroppo, la ragazza nulla aveva aggiunto alla più cruda e terribile verità: uscendo dal Provolo, infatti, lo stesso magistrato ha comunicato ai giornalisti di aver «visto il nascondiglio segreto dove avvenivano le violenze».

    Trovarlo, però, non è stato agevole: «Arrivarci è difficile: dopo cinque rampe di scale che non sono continuative ma ad ostacoli – ha riferito il pm Stroppiana –, l’abbiamo finalmente individuato. Siamo giunti fino alla soffitta, un percorso impervio. Devi salire al primo piano, camminare alcuni metri, salire ancora a un altro piano, fino a giungere alla soffitta. Lì è tutto molto tetro e oscuro, proprio come ci aveva detto la ragazza. La stanza si apre attraverso una botola nascosta. Dentro, poi, al posto delle catene descritte dalla giovane abbiamo trovato il buco alla parete dove, a prima vista, dovevano trovarsi proprio le catene». L’ipotesi è che qualcuno, dopo che è scoppiata l’inchiesta scandalo, abbia provveduto a rimuoverle e così adesso, per appurarlo, è tutto sotto sequestro e in mano alla locale polizia scientifica per i rilievi.

    Intanto, l’avvocato Silvio Salinas che assiste gli ex alunni e i loro familiari in qualità di parte civile ha aggiunto che, a detta della ragazza, in quella stanza dell’orrore sarebbero entrate anche alcune suore e avrebbero assistito alle violenze senza nemmeno cercare di intervenire. A supporto di questa tesi va registrato il mandato di cattura internazionale per la suora giapponese Kosaka Kumiko, che avrebbe nascosto gli abusi denunciata dalla ragazza ora maggiorenne.La testimone ha riferito che ad averla portata per la prima volta in quel nascondiglio sarebbe stato Horacio Corbacho, il prete di 56 anni tuttora detenuto insieme ai coindagati (tranne Corradi a cui sono stati concessi i domiciliari in ragione dei suoi 82 anni) nel carcere di Boulogne Sur Mer, ma che lì dentro avrebbero abusato di lei anche gli altri quattro arrestati.

    Non è ancora finita: nel film dell’orrore, infatti, va aggiunto che per voce della procura è giunta conferma che dalla «stanza segreta» sono spuntati anche centinaia di dvd e video dai contenuti pedopornografici, tutti camuffati con insospettabili copertine come quella sul disneyano «Re Leone». Trovate inoltre «quasi 300 chiavi dentro due grandi insalatiere» oltre a sette computer e a «una grande quantità di bottiglie di bevande alcoliche come Fernet, birra e vino». Alcolici che, hanno subito tenuto a precisare gli investigatori, non erano certo quelli che si utilizzano nelle messe. Tutt’altro.

    Laura Tedesco

    Dal Corriere di Verona del 2-4-17

  • Marsala. Diceva che erano possedute, poi gli abusi sessuali. Arrestato pastore evangelico

    Marsala. Diceva che erano possedute, poi gli abusi sessuali. Arrestato pastore evangelico

    Diceva alle fedeli minorenni di essere possedute da “spiriti maligni” e le abusava sessualmente facendole credere che fosse necessario per “liberarle”. Per questa gravissima accusa è stato arrestato dai carabinieri Salvatore Lipari, di 67 anni, pastore della chiesa evangelica pentecostale di Marsala. L’uomo è stato tratto in arresto questa mattina dopo una lunga indagine svolta dalla Sezione Pg della Procura di Marsala che ha dato esecuzione all’ordine di custodia cautelare degli arresti domiciliari emessa dal Gip. L’uomo si trova ai domiciliari presso la sua abitazione di Trapani.

    L’indagine svolta da Carabinieri e coordinata dalla Procura di Marsala, con il supporto di una consulente psicologa, ha permesso di accertare che Lipari, tra il 2009 e il 2015, “abusando del suo ruolo di guida religiosa nell’ambito della comunità evangelica marsalese, aveva costretto quattro ragazze, all’epoca dei fatti minorenni, a subire atti sessuali, inducendole a ritenere, e con esse i loro genitori, di essere possedute da ‘spiriti maligni’ e che, per affrancarle, fosse necessario che si sottoponessero a ‘riti liberatori’, che in realtà consistevano in veri e propri abusi sessuali”.

    Le indagini, continua la nota della Procura, sono state avviate “all’esito della denuncia del padre di una delle giovani vittime e, dopo non poche difficoltà dovute al disagio delle stesse nel rievocare esperienze traumatizzanti e alle reticenze di vari soggetti, fra cui anche taluni genitori delle parti offese, è stato possibile acquisire univoci elementi di reità a carico dell’indagato”, nei cui confronti veniva emessa la misura cautelare degli arresti domiciliari. L’indagine prosegue, intanto, perchè gli investigatori presumono che altre giovani, oltre a quelle identificate, siano rimaste vittime di abusi di Lipari.

    http://www.tp24.it/2017/02/01/cronaca/marsala-diceva-che-erano-possedute-poi-gli-abusi-sessuali-arrestato-pastore-evangelico/106669

  • Caso Anello e abusi sessuali in chiesa, i preti sapevano e non hanno denunciato

    Caso Anello e abusi sessuali in chiesa, i preti sapevano e non hanno denunciato

    C’è chi aveva saputo qualcosa, aveva sentito lamentele su alcuni atteggiamenti inequivocabili da parte di un militare e di un frate cappuccino, ma ciò nonostante diversi parroci non hanno parlato, non si sono rivolti né alle autorità giudiziarie né a quelle ecclesiastiche. Intanto lunedì si è svolto l’incidente probatorio nell’ambito dell’inchiesta che ha portato all’arresto del colonnello Salvatore Muratore e del cappellano del Civico Salvatore Anello. Tre ragazzine di 12, 13 e 16 anni hanno confermato in Procura le scabrose circostanze in cui si sono trovate. Il frate cappuccino, pur non essendo stato riconosciuto dalla diocesi palermitana quale esorcista, si dilettava nelle preghiere di guarigione. Riceveva le fedeli nei locali della chiesa dei Cappuccini e, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, avrebbe allungato le mani, facendole scivolare sotto le magliette e i pantaloncini di donne fragili e ragazzine indifese.

    In una città già macchiata da diverse storie di abusi sessuali legate a uomini di chiesa, da padre Turturro a Borgo Vecchio a padre Nuvola e don Roberto Elice, un’altra inchiesta rischia di gettare fango sul mondo religioso palermitano. Dove però – è giusto sottolineare – la stragrande maggioranza dei preti svolge un lavoro fondamentale, soprattutto nelle periferie a volte dimenticate dalle amministrazioni. In questo caso a infrangere il muro dell’omertà sono state alcune delle vittime che hanno trovato il coraggio di denunciare, di rivolgersi alla giustizia fornendo un input fondamentale per l’avvio delle indagini condotte dalla polizia giudiziaria della polizia di stato presso il tribunale dei Minori. Dopo il racconto di una donna sono stati contattati e convocati numerosi preti che predicano nelle chiese palermitane e non solo. Una di loro decise di non recarsi più agli incontri con padre Anello, rivolgendosi a quel punto a Fra Benigno della chiesa dei Frati Rinnovati di via alla Falconara, guida per gli esorcisti in Sicilia. Di fronte al racconto della donna avrebbe ammesso di aver già sentito lamentele sul conto di padre Anello.

    Raggiunto da PalermoToday ha subito negato ogni tipo di collaborazione per fare chiarezza sulla vicenda: “Non ho alcuna intenzione di parlarne o rilasciare interviste”. Stessa risposta è arrivata dall’Arcidiocesi palermitana guidata da monsignor Corrado Lorefice che, per bocca dell’ufficio stampa, non si è voluto esprimere sull’argomento: “Queste presunte storie di abusi hanno riguardato un frate dei Cappuccini. Se volete risposte dovreste rivolgervi al loro ordine provinciale”. Per l’arresto di don Elice invece l’arcivescovo si è detto fortemente addolorato, sia per le vittime che per la comunità ecclesiale. La dirigenza dell’ospedale Civico di Palermo, appresa la notizia, ha subito sospeso la convenzione da 20 mila euro. L’ordinario diocesano, il monsignor Giuseppe Oliveri, a stretto giro di posta ha quindi nominato al suo posto il reverendo padre Enrico Miranti.

    Nell’inchiesta emerge come le fragili vittime abbiano deciso in ultima istanza di rivolgersi a un prete per scacciare un presunto “malocchio” o il “demonio”. Sarebbe questo il pretesto adottato dal frate cappuccino, stando alle parole riferite al gip Gabriella Natale con a fianco una psicologa, mentre nella stanza accanto c’erano in ascolto il sostituto procuratore Giorgia Righi e gli avvocati della difesa. Nella stessa giornata, mentre le coraggiose e giovani vittime hanno deciso di vuotare il sacco e collaborare, padre Anello ha preferito rinunciare alla possibilità di essere ascoltato.

    Durante le indagini di polizia giudiziaria, come si evince anche dall’ordinanza di custodia cautelare in carcere, sono saltati fuori i nomi di diversi “ministri reliogiosi”, da Palermo a Caltanissetta, passando per Prizzi e anche per la capitale. In un paesino alle porte di Roma c’è un prete, precedentemente in servizio presso la chiesa di San Giuseppe ai Teatini di Palermo, che era stato contattato telefonicamente da una donna che chiedeva supporto. “Le ho consigliato di rivolgersi alla polizia, ma questo ha spaventato la donna – spiega – che temeva di scatenare un terremoto in famiglia rischiando di perdere il marito. Ho chiesto un appuntamento all’arcidiocesi ma non abbiamo ricevuto alcuna risposta”. Di fatto, però, non arrivò alcuna denuncia. Una vittima si era rivolta anche a un prete della zona Noce che, in prima battuta, si era offerta di accompagnarla salvo poi sparire e farsi sentire nuovamente per sconsigliare la denuncia fornendo garanzie su “percorso di purificazione” intrapreso dal peccatore.

    Altre delle risposte ricevute dai preti chiusi nelle loro sagrestie lasciano spiazzati. “Non rilascio alcuna intervista, ma posso dire di aver ascoltato la donna e basta. Le ho anche spiegato che in ciò che era accaduto non c’era il segno di Gesù. Ma non è della mia diocesi – spiega un prete nisseno – e non è nel mio stile invitare a denunciare. Mi sono limitato a dare un consiglio, poi ognuno è libero di fare ciò che crede”. Un altro parroco del Palermitano che era venuto a conoscenza dell’accaduto, si è appellato impropriamente al “segreto confessionale”: “Sono stato contattato da un altro prete e ho ascoltato questa donna. Ho cercato di darle aiuto, ma non possiamo riferire nulla alle autorità. Tutto dipende dalla volontà di chi è coinvolto”.

    Nessuno tra coloro i quali erano venuti a conoscenza dell’accaduto ha ritenuto necessario fare un passo in più, richiedendo un incontro urgente con l’arcivescovo o recandosi in Procura per collaborare alle operazioni di polizia e permettere che i due uomini venissero fermati. L’inchiesta, ancora nella sua fase iniziale, rischia di diventare solo un altro caso della lunga lista redatta da Rete L’Abuso onlus, associazione presieduta da Francesco Zanardi: “Sono circa 130 i preti condannati negli ultimi 15 anni e circa un centinaio quelli ancora sotto indagini. L’Onu nel 2014 ha emesso una sentenza pesante nei confronti del Vaticano, chiedendo di rivedere la regolamentazione. Ma in tal senso il Governo è rimasto immobile. Oggi un uomo di chiesa non può denunciare alle autorità ma deve rivolgersi prima ai suoi superiori, ai quali poi spetterebbe il compito di rivolgersi a polizia e magistratura. Con la nostra associazione  stiamo pressando per far inserire l’obbligo di denuncia“.“

    http://www.palermotoday.it/cronaca/esorcismi-abusi-sessuali-padre-anello-muratore-retroscena.html

     
  • Anziani dei Testimoni di Geova accusati di aver fatto ascoltare una registrazione audio dello stupro alla vittima

    Anziani dei Testimoni di Geova accusati di aver fatto ascoltare una registrazione audio dello stupro alla vittima

    Non passa mese senza che i media diano notizie circa la cattiva gestione di presunte violenze sessuali da parte della Watchtower.

    Solo l’anno scorso ci sono stati diversi casi in in cui le vittime hanno portato la Watchtower in tribunale per affrontare prove schiaccianti del fatto che le sue controverse politiche, quando si tratta di accuse di abusi, non sono efficaci nel proteggere le vittime e, in molti casi, di fatto, proteggono l’abusatore.

    Ora è venuto alla luce un altro caso e questa volta è un aspetto nuovo e inquietante di questo modello tristemente familiare di eventi.

    Il giornale Salt Lake Tribune dello Utah ha pubblicato una storia, della giornalista Courtney Tanner, su una causa in corso nello Utah, dove una donna ha accusato un Nominato della congregazione Roy di Webber County di averla stuprata in più occasioni tra il 2007 e il 2008, quando era legalmente una minore.

    È possibile leggere la storia completa nell’articolo del giornale, ma qui ci sono i dettagli di base:

    Il presunto molestatore era un uomo Nominato. La storia si riferisce a lui come un Istruttore, che molto probabilmente significa che era un Anziano (o forse un Servitore di Ministero). Tuttavia, l’accusa è che gli anziani sapevano che era un predatore sessuale, con un passato di violenze sessuali. Eppure, comunque, lo hanno nominato in una posizione di autorità e non hanno messo in guardia la congregazione.

    Ma questa storia si differenzia da altre esperienze riportate dai sopravvissuti di abusi. Sembra che il presunto stupratore avesse registrato i suoi abusi su audio e messo queste registrazioni a disposizione degli Anziani.

    La donna sostiene gli Anziani hanno riprodotto queste registrazioni per ore nel corso di un Comitato Giudiziario, alla quale lei era presente, e utilizzato queste registrazioni del suo stupro per dimostrare che lei aveva peccato e acconsentito ai rapporti sessuali.

    Faccio una pausa per lasciarvi riflettere su quello che ho appena scritto.

    Ora, lo ripeto.

    Gli anziani hanno fatto ascoltare ad una donna violentata l’audio del proprio stupro, che avveniva quando lei era una minore, e l’hanno poi accusata di essere stata consenziente.

    Inutile dire che la donna sostiene che sia le violenze che il Comitato Giudiziario, che ha fatto seguito, le abbiano causato un significativo danno fisico ed emotivo. Di conseguenza, la donna ha citato in giudizio la congregazione per non aver fornito sufficienti avvertimenti circa un noto predatore sessuale e per averla sottoposta alle registrazioni audio della propria aggressione nel tentativo di screditare le sue accuse.

    Inesperti, non qualificati e irresponsabili

    Questa causa mette in evidenza una serie di problemi nel modo in cui la Wachtower si occupa di questi casi.

    Il primo e più evidente di questi problemi è la posizione ben documentata ed estremamente controversa della Watchtower riguardo il non avvertire automaticamente i genitori in una congregazione del fatto che uno dei fedeli ha un noto passato di violenze sessuali nei confronti di bambini. Si è dimostrato, di volta in volta, che questa politica provoca solo ancora più vittime, in quanto lascia i genitori ignari del pericolo.

    Il secondo problema è che, perfino recentemente, la Watchtower si rifiuta di stabilire che uomini condannati per molestie su minori non possono mai essere nominati in una posizione di autorità. Invece, ha lasciato una scappatoia nella formulazione delle sue politiche che permette potenzialmente che questo accada se, come stabilito nelle regole dell’organizzazione, è passato abbastanza tempo dall’abuso e se l’abusatore ha mostrato sufficiente pentimento. Anche se è vero che la Watchtower ha indurito il suo linguaggio su questo punto nel corso degli ultimi mesi (apparentemente più per le pressioni esterne piuttosto che per una maggiore consapevolezza del problema), le nuove regole si applicano solo a coloro che stanno cercando di essere nominati. La Watchtower tace riguardo gli Anziani già nominati con una noto passato di molestie. Questi sono apparentemente liberi di continuare ad operare nella loro posizione di autorità e di responsabilità solo per aver avuto la fortuna di essere stati nominati prima che la Watchtower fosse costretta a inasprire le proprie regole.

    Il terzo problema si verifica quando un’organizzazione, come la Watchtower, cerca di assolvere alle responsabilità e i doveri che sarebbe meglio lasciare nelle mani del sistema giudiziario e delle forze dell’ordine. In ogni tribunale, di ogni nazione civile, la situazione descritta da questa donna sarebbe stata gestita in modo molto diverso. Sarebbero stati incaricati professionisti legali qualificati, per rappresentare l’accusa e la difesa, e un giudice esperto sarebbe stato incaricato di sovrintendere il procedimento che avrebbe avuto una responsabilità pubblica. Qualsiasi prova, come ad esempio una registrazione audio di un presunto stupro, sarebbe stata presentata e gestita in modo appropriato. Questo avrebbe dato alla difesa la possibilità di rispondere pienamente alle prove senza sottoporre la presunta vittima ad ulteriori ed inutili traumi. L’interrogatorio sarebbe stato fatto sotto la stretta supervisione di un giudice esperto e qualificato e, durante l’intero processo, la vittima avrebbe avuto accesso ai servizi di supporto professionale.

    In breve, un processo per pedofilia e la gestione delle prove sarebbero stati gestiti da persone che sanno quello che stanno facendo: professionisti qualificati.

    Al contrario, i Comitati Giudiziari della Watchtower che vengono formati per gestire le accuse di stupri su minori sono gestiti e portati avanti da uomini che non hanno alcuna formazione professionale ne alcuna responsabilità. L’Anziano che si siede davanti a te e inizia ad interrogarti su quello che è stato probabilmente il peggiore momento della tua vita non ha, quasi sicuramente, la più pallida idea di come gestire in modo efficace il tuo problema e risponde solo ed esclusivamente alla Watchtower. Non c’è da meravigliarsi che uno di questi superstiti di abusi, che descrive le sue esperienze dinanzi all’Australian Royal Commission nel caso di studio 29, ha dichiarato che l’indagine della polizia e tre processi in tribunale sono stati meno traumatici del Comitato Giudiziario dei Testimoni di Geova.

    Purtroppo, sembra che la Watchtower abbia ben poco interesse nel modificare sostanzialmente il suo atteggiamento da testa-sotto-la-sabbia rispetto a questo problema, come dimostrato da una lettera recentemente trapelata alle congregazioni spagnole, che prenderemo in esame prossimamente.

    Fonte del materiale: http://jwsurvey.org/child-abuse-2/jehovahs-witness-elders-accused-of-playing-rape-recording-to-victim

    Anziani dei Testimoni di Geova accusati di aver fatto ascoltare una registrazione audio dello stupro alla vittima

  • Caso Giada Vitale. Il Consigliere regionale Nunzia Lattanzio stigmatizza la sentenza di archiviazione del Gip del Tribunale di Larino: “ Mi accingo ad inviare una lettera a Papa Francesco”

    Caso Giada Vitale. Il Consigliere regionale Nunzia Lattanzio stigmatizza la sentenza di archiviazione del Gip del Tribunale di Larino: “ Mi accingo ad inviare una lettera a Papa Francesco”

    Subì le violenze del parroco don Marino Genova, la stampa nazionale torna sul caso Giada Vitale

    Il Consigliere regionale Nunzia Lattanzio stigmatizza la sentenza di archiviazione del Gip del Tribunale di Larino: “ Mi accingo ad inviare una lettera a Papa Francesco”

    Si riaccendono i riflettori sul caso Giada Vitale, la giovane di Portocannone che per anni subì le molestie sessuali di don Marino Genova, all’epoca dei fatti parroco del piccolo comune della provincia di Campobasso. L’indice dei media, nazionali e regionali, è puntato contro la sentenza di archiviazione emessa dal Gip Daniele Colucci del Tribunale di Larino, per il quale il sacerdote non è imputabile per quanto accaduto dopo il compimento dei 14 anni dell’adolescente. E poco importa che la ragazza (oggi 21enne) vivesse una situazione di estremo disagio psicologico, determinato anche dalla prematura scomparsa del padre e della nonna paterna. Poco importa, inoltre, che ad abusare di lei sia stato un parroco 55enne (oggi 61enne), il quale avrebbe avuto il dovere di confortarla spiritualmente, non attraverso il congiungimento carnale. A carico di don Marino adesso restano solo le accuse relative al periodo in cui la ragazzina di Portocannone non aveva ancora compiuto 14 anni. Mentre la stampa nazionale torna con forza sulla squallida vicenda e dal web si leva un’ondata di indignazione, dal clero e dalla classe politica regionale ancora una volta giunge un assordante silenzio. Ad infrangere il muro dell’omertà provvede il consigliere Nunzia Lattanzio, in quanto “sarebbe immorale assistere inerti al declino dei minori sessualmente abusati”. Ecco per intero l’intervento dell’ex Tutore dei Minori, già giudice onorario del Tribunale per i Minorenni di Campobasso:

    “Torno sul caso di Giada Vitale con la determinazione di sempre, quella impiegata a supporto e  in difesa delle giovani vite. Conobbi Giada nelle stanze della Procura della Repubblica del Tribunale di Larino. Il nostro gancio l’Avv. Cavaliere della Rete l’Abuso. La ragazza aveva compiuto da pochi giorni il diciottesimo anno di età. Sguardo smarrito, corpo ritratto al suo interno, braccia conserte, capo inclinato sulla spalla destra, negli occhi della bambina/adulta  il colore della diffidenza. Al gelo fisiologico, sceso al primo istante tra noi, ebbe seguito un’intesa grande che non troverà mai pause o ripensamenti. In nostro soccorso il pianoforte, strumento riabilitativo privilegiato.

    Un contesto povero e sfortunato il suo. Privata dell’affetto del  padre a soli  3 anni, di quello della nonna paterna convivente a soli 12 anni, figlia unica, preda facile per un uomo adulto (di oltre cinquantacinque anni) vestito del Cristo. Don Marino Genova, rinviato a giudizio dal Tribunale di Larino -il prossimo 20 dicembre si celebrerà una nuova udienza- la prese in consegna a 13 anni, introducendola nel coro della Parrocchia di Portocannone, per trasformarla di lì a breve nel suo  giocattolo erotico. Il sacerdote  sostiene di averla soltanto toccata in rare occasioni.

    Il P.M. Luca Venturi non è della sua stessa idea: chiede ed ottiene per l’imputato il rinvio a giudizio. Della vicenda, resta singolare l’Ordinanza emessa dal G.I.P. Dott. Daniele Colucci del Tribunale di Larino in altro procedimento penale, quello n. 224/15 a carico dello stesso Marino Genova, indagato per violenza sessuale, ex art. 609 quater c.p., nei confronti della già ‘perdente’ Giada Vitale.

    Nel rispetto pieno della decisione assunta dal Magistrato, è doveroso e opportuno tuttavia esprimere pieno dissenso (per evitare che la povera Giada, e come lei tante altre giovani vite, passi da ‘perdente’ a ‘perdente perdente’)  per le dichiarazioni del seguente tenore riportate al fol. 4 della richiamata  Ordinanza ex. art. 409 c.p.p. del 1° giugno 2016 a firma del Colucci, che si riportano testualmente: “…In ogni caso, anche ai fini anche della definizione della carenza dell’elemento psicologico, va osservato che il Genova non è uno psicologo e nel rapportarsi alla ragazza non le somministrava il Minnesota o altri test, per cui non poteva configurare o riconoscere uno stato di deficienza psichica della Vitale…”

    . Mutuando  le parole del Giudice quindi, “il sacerdote di 40 anni più grande e socialmente più autorevole”, non avendo a proprio corredo la batteria di test che ogni tecnico esperto in psicologia porta con sé nel bagaglio esperienziale, l’uomo di dio, con cognizione del “profano” ricorreva ad altri strumenti d’indagine, tali da consentirgli di avviare una relazione ‘consenziente’ con la minore, la stessa minore che a 13 anni, 11 mesi e 364 gg. per la Legge italiana non avrebbe potuto prestare consenso a una vita sessuale con quell’adulto. Tale dissenso è necessario che si trasformi in azione concreta.

    Per tali ragioni nei prossimi giorni invierò una missiva al Pontefice e alla Congregazione della Fede, per chiedere nei confronti di Don Marino Genova l’avvio della procedura di destituzione dallo stato clericale. Per quanto attiene, invece, le ipotesi di relazioni inopportune e pericolose tra adulti e bambini, stando alla sentenza del Giudice di Larino, ci resta solo da sperare che l’intero universo maschile possa essere interamente popolato da psicologi, detentori esclusivi della capacità di valutazione del livello di maturità del proprio interlocutore”. 

  • Pedofilia: in Europa, in America, ma anche in Australia

    Pedofilia: in Europa, in America, ma anche in Australia

    Secondo un recente rapporto dell’Unione Europea sul maltrattamento e le violenze sui minori, un bambino su otto e una bambina su cinque, sarebbero vittima di abusi sessuali durante l’infanzia. Nell’80% dei casi le violenze avvengono all’interno delle mura domestiche: padri, madri, ma anche zii, nonni e fratelli. Una vera e propria emergenza, aggravata dal crescente numero di siti web pedopornografici. Dal 2003 a oggi sono stati denunciati 125.000 siti pedopornografici, di cui solo 9.800 nel 2015. Un orrore diffuso che non conosce confini.

    Solo una settimana fa, la polizia scozzese ha sgominato una rete di pedofili che usava internet sia per adescare le vittime che per diffondere materiale pornografico. “In almeno tre casi abbiamo visto delinquenti che avevano in memoria nei loro computer più di 10 milioni di immagini di bambini”, ha dichiarato l’ispettore Andy Williams che ha seguito da vicino l’indagine. Casi non isolati nel mondo anglosassone, come dimostrano gli scandali all’interno della chiesa cattolica irlandese.

    Ultimo a farne le spese monsignor Martin Drennan, vescovo di Galway e Kilmacduagh, il cui nome compariva nei rapporti governativi sulla pedofilia che hanno spinto Benedetto XVI ad avviare indagini interne e a rivoluzionare la Chiesa irlandese. Nonostante le resistenze, Papa Francesco è riuscito a costringere Drennan alle dimissioni per chiudere una ferita aperta nel 2010. Una faccenda, però, tutt’altro che chiusa.

    Secondo i media australiani, sarebbe indagato per presunti abusi su minori anche il cardinale George Pell, prefetto agli Affari economici del Vaticano. Secondo l’emittente Abc i casi risalirebbero agli anni ’70 quando Pell era parroco nella città di Ballarat. A denunciare le molestie sarebbero stati due quarantenni per fatti avvenuti tra il 1978 e il 1979. Il cardinale, ascoltato per quattro volte dai magistrati australiani, ha definito le notizie “totalmente false”.

    La pedofilia rappresenta una piaga contro cui Papa Francesco ha preso una posizione dura. Il pontefice ha varato, infatti, una legge “motu proprio” contro i vescovi negligenti che prevede la rimozione dall’ufficio di quanti non denunciano o coprono casi di pedofilia all’interno delle diocesi. Una realtà che riguarda soprattutto Stati Uniti, Australia, Canada e Irlanda. Scandali che in America, ad esempio, hanno creato un vero e proprio caso, soprattutto grazie alla super inchiesta del Boston Globe narrata nel film vincitore del premio Oscar 2016, “Il caso Spotlight”. Un lavoro durato anni e conclusosi nel 2003 con il pagamento da parte dell’Arcidiocesi di Boston di circa 85 milioni di dollari come risarcimento nei confronti delle vittime. I casi di pedofilia non risparmiano l’Italia. I numeri non sono diversi da quelli degli altri paesi europei, ma è difficile fornire cifre precise vista la mancanza di una banca dati nazionale che pure è prevista dalla legge 36 del 2006. I governi spesso ignorano il problema e gli stupratori, una volta condannati, finiscono in breve tempo liberi e senza supporto psicologico, condizione che favorisce la recidività.