Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: tarcisio bertone

  • Statue indegne? Non siamo ipocriti parliamo anche di quella del Santo protettore dei preti pedofili

    Statue indegne? Non siamo ipocriti parliamo anche di quella del Santo protettore dei preti pedofili

    In questi giorni non si parla d’altro che di statue e monumenti indegni, da quella Edward Colston in Inghilterra, di Cristoforo Colombo negli USA, a quella di Indro Montanelli imbrattata pochi giorni fa a Milano.

    Stranamente però, nessuno parla di quella di Karol Wojtyla, Santo protettore di sacerdoti pedofili che grazie a lui e alle sue politiche criminali, hanno potuto stuprare migliaia di bambini innocenti in tutto il pianeta.

    la statua di Papa Ratzinger a Sulmona
    la statua di Papa Ratzinger a Sulmona

    La storia di Wojtyla inizia nel 2001 quando da papa, a seguito degli scandali che iniziavano a scoppiare in tutto il mondo, in particolare in America, ordinò all’allora cardinale Joseph Ratzinger (all’epoca prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede) e al suo segretario, il cardinale Tarcisio Bertone, di ricordare ai vescovi di tutto il mondo, con una lettera (De delictis gravioribus) che il documento del 1962 era ancora valido.

    Stiamo parlando di un documento segreto su un problema già ben noto alla chiesa nel 1962, la Crimen Sollicitationis, commissionato dal predecessore di Wojtyla, papa Roncalli e scritto da monsignor Alfredo Ottaviani. Un documento con più di 20 allegati nel quale spiegava come gestire internamente i crimini di pedofilia, redimere i sacerdoti criminali che li avevano commessi, zittendo vittime e testimoni con la minaccia della scomunica.

    A causa di quella lettera del 2001, nel 2005 il cardinale Ratzinger fu incriminato per intralcio alla giustizia grazie ad un avvocato di Houston, Daniel Sheehan e di certo non sarebbe finita bene se di li a poco, il cardinale Ratzinger non fosse stato eletto papa, potendo così usufruire, in quanto capo di stato, dell’immunità.

    Quella di Wojtyla è una statua che vedo puntualmente ogni volta che vado a Roma, è posta proprio fuori dalla stazione Termini e come vittima di un sacerdote mi ha sempre inquietato perché guardando quella veste che pare voler accogliere sotto di se qualcosa, mi ha sempre trasmesso l’idea di tutti quei preti criminali che Wojtyla ha protetto, a discapito di bambini come me che, grazie alle sue scelte, con ripercussioni notevoli nella vita ci hanno rimesso l’adolescenza, alcuni addirittura la vita stessa.

    Una statua che non vorrei mai fosse rimossa, basterebbe una targa che ricordi le scelte criminali che San Wojtyla ha fatto, in favore dell’istituzione e in sfregio di tutti quei bambini che, in tutto il mondo, ci avrebbero rimesso.

    Francesco Zanardi

  • PEDOFILIA – Il fallimento della Chiesa di Genova. Note a margine del caso don Franco Castagneto.

    PEDOFILIA – Il fallimento della Chiesa di Genova. Note a margine del caso don Franco Castagneto.

    “Io conosco tanti bravi sacerdoti” “non  è gusto che quattro mele marce infanghino il lavoro di chi fa bene”.

    Ma cosa vuole dire fare bene? Il bene della chiesa o quello della società che la circonda?

    Il dubbio sorge da un singolare ma diffuso ragionamento che qualche giorno fa si è riproposto leggendo l’ultimo libro di Gianluigi Nuzzi “Giudizio universale”, dove un certo prelato che ha condotto affari poco leciti, risolleva questa curiosa sottigliezza che oserei definire “da prete”, rimproverando i colleghi che hanno condotto affari poco leciti quanto lui, ma non per l’illecito in se, ma perché lo hanno fatto a fini personali e non per “il bene” della chiesa…

    Di Francesco Zanardi

    Una frase che in questi 20 giorni di indagini , mi sono sentito ripetere decine di volte da molti. Mai, però, dagli interessati che, a detta di questi molti, son così bravi e vedrebbero il loro operato minacciato da quattro mele marce.

    Una bravura che poi però nessuno sa spiegare, nel concreto, in cosa consista o quale sia la regola che la stabilisce. Gli interessati, sacerdoti che puntualmente sentenziano su aborto, omosessualità, pedofilia, politica e quant’altro: sul collega però tacciono. Forse anche qui, è come nella sottigliezza fatta dal prelato nel libro di Nuzzi, siamo noi a non comprenderne la sfaccettatura.

    Certo se il collega accusato di molestie fosse stato di un’altra città, quanti avrebbero commentato e …con che toni? Avrebbero probabilmente lamentato “i bambini vanno protetti, lo dice anche Papa Francesco” – “che vergogna, nessuno fa nulla per quelle persone”- “se fosse successo qui avremmo denunciato. Il mio parroco poi, su queste cose…”.

    Ma i fatti accadono proprio a Genova…

    Nella parrocchia di Albaro, uno dei primi luoghi dove ci rechiamo, è domenica, c’è la messa, e all’uscita, un uomo ed una donna – mandati da me per cercare di raccogliere qualche informazione in più di quelle poche contenute nella lettera anonima – chiedono di don Franco, ma l’interlocutore dice di non conoscerlo. Chiedono a un altro e un altro ancora, ma nessuno conosce quel don Franco, che ha fatto il parroco, proprio lì e per venti anni.

    I primi giorni dell’inchiesta, quelli prima di essere contattato dai vari presunti abusati e testimoni, provo a raccogliere qualche informazione che mi permetta di riuscire a muovermi in modo più circostanziato possibile e soprattutto di persona, evitando di agitare troppo le acque, qualcuno mi potrebbe riconoscere. Chiamo persone dell’ambiente che conosco, vediamo se possono aiutarmi… non negano nulla anzi, ma mi fanno capire che non possono e glissano.

    Se pur con qualche parola di rammarico, Monsignor Alberto Tanasini, è l’unico che non nega di sapere quanto accaduto a Sori, ma su Albaro eh.. non è lui competente, lui sa del passato, anche se ammette di avere il sentore che qualcosa possa essere accaduto.

    Dall’arcidiocesi di Bagnasco, invece, il silenzio è più tombale che altrove, neppure la frasetta di rito “soffriamo tanto e siamo molto addolorati per le vittime”. Il nulla più assoluto, forse solo la speranza che si smetta presto di parlare di don Franco Castagneto.

    Una vicenda che parte dai tempi di Dionigi Tettamanzi, passa per Tarcisio Bertone e riemerge, questa volta all’attenzione del cardinale Angelo Bagnasco, che chissà se avrà avuto la notizia…

    Certo, fa specie vedere che la tanto acclamata trasparenza e la tolleranza zero invocate da Papa Francesco, nei fatti siano inapplicabili e si riducano ad un’omertà che, ancora ai giorni nostri, parte dalle più alte sfere, passa per il clero genovese e approda nelle parrocchie, tra gli Scout, gli educatori, e all’Azione Cattolica, dove anche lì vige il silenzio più assoluto, rotto solo da qualche parrocchiano che difende a prescindere l’operato dei sacerdoti, che però non fanno un solo fiato …

    Dall’altra faccia della medaglia le vittime: lasciate sole da tutti. Non mi riferisco solo a chi sostiene di aver subìto molestie da don Franco, qui ci sono altre vittime, le donne, che non avrebbero subito violenze dirette, ma subìto di sapere, di vedere e tollerare, che i loro uomini fossero molestati da un prete che aveva, e forse ha ancora, una abilissima capacità di manipolazione. “Don Franco ci diceva: baciatemi come gli apostoli con Gesù”.

    SORI: un paesino di circa 4000 anime, che vive come tutti i paesi della costa di turismo e delle poche attività, una comunità molto ristretta dove stando alle testimonianze raccolte in questi giorni, il don si era creato il suo “harem”.

    Una vicenda che trova il silenzio dell’intera comunità, della stessa chiesa ma che urla il dolore di decine di persone. Molte non abitano neppure più in Liguria, ma hanno voluto comunque parlare con me al telefono e lasciarmi la loro testimonianza di quei ricordi ancora oggi indelebili. Qualcuno di loro, malgrado sia riuscito a non farsi coinvolgere, racconta il dolore e la rabbia di aver assistito impotente.

    Altri non si spiegano come siano riusciti a farsi manipolare fino al punto di non reagire e non sottrarsi a quella situazione, anzi – col magone commentano – “abbiamo coinvolto altre persone”.

    C’è anche il sesso in questa vicenda, ma è solo una parte, in questo caso qualcosa che definirei secondario in quanto usato principalmente come strumento/arma di ricatto, per garantire la fedeltà e i segreti di una parte di quella piccola comunità. Molti dei testi che ho sentito in questi giorni, raccontavano la vicenda quasi in terza persona, come se avessero agito in uno stato di fortissima sudditanza psicologica che va oltre l’indottrinamento.

    Emergeva uno schema settario, che però spesso i testi non notavano e non riuscivano quindi a sottolineare nei loro racconti. Forse perché ancora oggi ne sono soggiogati.

    Non voglio entrare troppo nel merito dell’indagine, ma emerge una sorta di struttura piramidale retta da persone accuratamente scelte dal don, la Fratellanza.

    La prima regola ? “Non parlare con estranei della Fratellanza”, altrimenti sei fuori.

    Coinvolgeva anche intere famiglie, non solo ragazzi e singoli. Gli uomini si riunivano in un incontro “esclusivo” il lunedì sera. Alle donne era vietato.

    Lì si decideva la vita della ristretta ed esclusiva comunità, si condividevano i turbamenti, i segreti più profondi, un momento di aggregazione (manipolante) molto intimo e coinvolgente, che al termine sigillava la Fratellanza, con qualcosa di rituale e compromettente, un gesto che rendesse i presenti tanto complici da garantirsi l’obbedienza e il silenzio.

    Nella mia carriera, qualche storia di abusi l’ho vista, ma questa vicenda ha qualcosa di surreale ed inquietante. Non approfondisco per ora il tema della Fratellanza al quale ho accennato ma è ben più ampio e complesso.

    Mi duole non poco, vedere il silenzio intorno a questi fatti, un silenzio, un’indifferenza che c’era 30 anni fa e che continua ancora oggi malgrado la consapevolezza che, allora, non c’era. Un’intera comunità che non reagisce in alcun modo di fronte a tutto ciò, non cerca neppure di difendersi, quasi a dar garanzia per il futuro, garanzia che fatti come questi continueranno a esserci, magari anche a danno dei propri figli, ma sempre nel rigoroso e omertoso silenzio che santa romana chiesa esige.

    Vedi la mappa interattiva

    Riflessioni che un uomo che ha scelto di portare avanti una battaglia per la verità come questa, spesso è costretto a fare.

    “E nel frattempo, sempre a Genova, il Secolo XIX porta alla luce un’altra storia di silenzi recenti, teatro questa volta, il quartiere della Maddalena“.
    Nella mappa gli ultimi recenti casi in città.

    Zanardi

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    CONTRIBUTO: Phil Saviano – tratto da Spotlight

     “Se sei un bambino povero di una famiglia povera, la religione conta moltissimo e se un prete ti presta attenzione, è una grande cosa. Ti fa raccogliere i libri dei canti, gettare la spazzatura e ti senti speciale, è come se Dio ti chiedesse di dargli una mano. Così è un pò strano quando ti racconta una barzelletta sporca, però adesso avete un segreto in comune. E così stai al gioco.

    Poi arriva una rivista porno, e tu stai al gioco. Stai al gioco finché un giorno arriva a chiederti di fargli una sega, oppure un pompino, e tu stai al gioco anche in quel caso, perché tu ti senti in trappola, perché lui ti ha circuito.

    Come puoi dire di no a Dio?

    Vedete è importante capire che non è soltanto un abuso fisico ma è anche un abuso spirituale e che quando un prete ti fa questo, ti sta rubando anche la tua fede. Così chiedi aiuto alla bottiglia, o a una siringa e se non funzionano ti butti da un ponte.

    Per questo ci chiamiamo sopravvissuti”

  • Don Francesco Castagneto, i retroscena dell’inchiesta

    Don Francesco Castagneto, i retroscena dell’inchiesta

    Di Ferruccio Sansa – Tratto da il Fatto Q del 1-12-19

    Certi segreti alla fine emergono. Inesorabilmente. A settembre, all’associazione Rete L’Abuso – guidata da Francesco Zanardi, sempre in prima fila contro gli abusi sessuali dei sacerdoti – arriva una lettera anonima.

    Vi comunichiamo che in questi giorni, nel caldo dell’estate, il prete don… è stato sollevato dall’incarico di parroco della chiesa di Albaro – dove era stato cappellano Bagnasco – per sospetti abusi sui giovani. Tanti giovani e tanto famiglie sono state distrutte nella loro crescita. Ora il prete è sotto processo ecclesiastico, ma la Chiesa lo nasconde.

    Così Sherlock ha cominciato la ricerca di don X. Vana. Perfino quando ha chiesto di parlare con l’attuale parroco di Albaro per un’importante questione privata: “Il don è stato male”. Possiamo contattarlo? “No”. Restava una strada. Zanardi si è recato ad Albaro, si è presentato come “vittima di molestie” (vittima lo è davvero, seppure non in questo caso), e ha chiesto di parlare con il parroco. Sempre la stessa risposta: “Non c’è”. Ma alla fine Zanardi riesce a parlare con un sacrestano. Un colloquio a bassa voce, gli occhi che cercano intorno se qualcuno può sentire: “Ah… è una vittima anche lei… io non voglio sapere di queste faccende.. ma lei è di questa parrocchia, o di quella di Levante?”.

    Poche parole, ma bastano per sollevare il coperchio, indicare una pista da seguire: c’è Albaro, ma c’è anche un’altra chiesa, in un borgo di pescatori a est di Genova. Albaro non è un quartiere qualunque. Qui vive la borghesia ricca genovese, professionisti, industriali e armatori. Tutti racchiusi in una manciata di strade e incroci, tra palazzi signorili e ville settecentesche nascoste oltre alti cancelli e siepi impenetrabili. Albaro conservatrice e cattolica anche quanto Genova era rossa. E la chiesa di don X ne è un simbolo: qui la domenica incontri molti nomi della Genova che conta. Qui per anni ha vissuto don Angelo Bagnasco. Era cappellano, anche se già occupava posti di rilievo nella Curia genovese. Finché nel 1998 fu nominato vescovo di Pesaro, poi arcivescovo militare, infine cardinale di Genova e presidente della Cei. Ma, proprio in questa chiesa di Albaro che gli è tanto cara, il percorso dell’attuale cardinale ha incrociato quello di don X: quando nel 1998 Bagnasco lasciava la parrocchia per assumere l’incarico di vescovo, don X diventava parroco.

    Tra i vicoli del paese della Riviera, appena pronunci quel nome, la coperta del passato si solleva. E i ragazzi di allora cominciano a raccontare. “Se me lo ricordo? Quell’uomo, quegli anni, mi hanno scavato nella carne”, racconta Luigi, nome di fantasia. Oggi è un professionista affermato, ha una famiglia, ma quella pagina della sua vita non è riuscito a chiuderla: “Il don insegnava in una scuola superiore. Era un trascinatore, un uomo dai modi… avvolgenti… sapeva fare gruppo”, racconta Luigi e, senza che se ne accorga, la mani iniziano a tremargli. “Intorno alla parrocchia giravano oltre 150 ragazzi, in un paese di 4mila anime”. Eccola, una di quelle chiese liguri con la facciata color ocra, le barche di pescatori sul sagrato. “Chiese di Liguria come navi disposte a essere varate”, diceva il poeta Vincenzo Cardarelli. Ma in quella chiesa, accanto all’altare della Madonna della Guardia, succedeva anche altro.

    “All’inizio abbiamo vissuto momenti belli, ma con gli anni l’atmosfera è diventata pesante. Quando ti trovavi da solo col don, lui di veniva vicino… Ti accarezzava”. Luigi si ferma un attimo, poi si lascia andare: “Una volta ricordo che mi ha detto: “Mi fai vedere in mezzo alle gambe…” M non mi faccia dire altro, non me la sento”. Luigi chiude gli occhi. Era riuscito a dire “no”. “C’è gente che ne è uscita devastata. Il don si era creato un gruppo di fedelissimi, gli oblati. Stava sempre con loro”. È Arturo a riferire altri dettagli: “Mi ricordo la confessione. Spesso ci portava in campagna, voleva che ci confessassimo così, da soli con lui nei prati. E dopo… ci chiedeva di abbandonarci, di lasciarci andare”. Arturo improvvisamente si chiude: “Nessuno deve sapere. Non ce la farei”. È la stessa risposta che arriva da altri ragazzi di allora. “Non si può capire… Non avevo detto niente ai miei genitori. Poi sono riuscito a sposarmi, ma ho il terrore che mia moglie e i miei figli lo sappiano”.

    Raggiungiamo don X al telefono.

    • No, non c’è mai stata nessuna inchiesta sul mio conto.
    • Ce lo ha confermato un vescovo.
    • Io non ne son niente.
    • E i ragazzi che affermano di aver subito da lei approcci sessuali?
    • Non… non credo che possano dire una cosa simile.
    • Scusi padre, “sì” o “no”?
    • Giuro che non ho mai desiderato una cosa simile.
    • E i minori?
    • Questo assolutamente no, il solo pensiero mi fa orrore. Vi prego, abbiate cura per le persone: per me, ma anche per quei ragazzi che mi accusano… provo dolore per loro.

    Eppure la bugna, come dicono qui, è scoppiata diverse volte. Siamo all’inizio degli anni ’90. In paese se ne parla, frasi smozzicate, allusioni. Don X, non si sa il motivo, viene trasferito in una parrocchia vicina, un paese sui primi crinali. Una manciata di case, nemmeno duecento abitanti, quasi tutti contadini. Ma il patto di affetto, di fedeltà tra don X e i suoi ragazzi non cede. Finché, intorno al 1996, nel gruppo arrivano due nuovi educatori che presentano una denuncia alle gerarchie ecclesiastiche. E la Curia si muove. Vengono sentiti i ragazzi che frequentano la parrocchia: “Fui convocato anch’io – racconta Luigi – ci fu un’indagine condotta da Tanasini. Io fui ascoltato da Guido Marini”.

    È qui che si incrociano tre figure di primo piano della Curia, non soltanto genovese. Tanasini, che proprio in quel periodo viene nominato vescovo, è da sempre molto apprezzato a San Lorenzo, il duomo di Genova. Gli furono affiancati due giovani sacerdoti dal brillante avvenire. C’era Nicolò Anselmi, un sacerdote noto tra i ragazzi genovesi: prima l’impegno con gli scout, poi l’insegnamento di religione nei licei più in vista della città, quindi la Pastorale Giovanile. Anselmi, a 54 anni, nel 2015, diventa vescovo ausiliario di Bagnasco. Con lui c’era anche Guido Marini – nato nel 1965 e ordinato nel 1989 – che, già dagli esordi, come segretario del cardinale Giovanni Canestri, era parso destinato a fare strada. “Un uomo alto, sottile. Sempre gentile, umano. Certo un conservatore, molto attento alla liturgia”, senti dire tra le navate di San Lorenzo, la cattedrale che Marini frequenta da molti anni come cerimoniere dei cardinali Dionigi Tettamanzi e Tarcisio Bertone. È all’epoca di Benedetto XVI che Marini approda in Vaticano. Oggi è il cerimoniere di Bergoglio, accanto al quale spesso lo vedete mentre celebrano messa. “Non è un uomo di Francesco, ma il papa se lo è trovato lì”, raccontano in Vaticano.

    Tanasini, Anselmi e Marini condussero l’inchiesta. E furono incontri dolorosi. Frasi smozzicate. Alla fine don X con molta discrezione venne trasferito in una parrocchia più importante, proprio quella di Albaro dove si ritrovano gruppi di giovani e scout. Don X divenne il sacerdote della Genova che conta. Interpellato dalle tv, quando in città arriva in visita il Papa.

    Sulle cronache finisce soltanto nel luglio 2008, quando Repubblica titola: “Genova, senzatetto in parrocchia. Il prete lo vuole cacciare”. Già, perché sotto i portici davanti alla chiesa in quegli anni capitava di trovare un clochard con quattro cani. E la line di don X e dei suoi fedeli divide la città e la diocesi. “Nessuno di noi è mai riuscito a convincerlo a vivere in una casa, perché diceva che non voleva lasciare in cani”. Ma subito era arrivata la stilettata della Comunità di San Benedetto, allora guidata da don Andrea Gallo: “Evidentemente ad Albaro è più importante il decoro”.

    Una storia piccola, forse, che però dipinge le due anime della chiesa di Genova. Da sempre divisa tra le gerarchie e i preti di strada, chiesa bianca e rossa. Qui sono stati cardinali Giuseppe Siri, più volte entrato in Conclave come papa, uscito sempre cardinale. Poi, in tempi più recenti, Tarcisio Bertone, che diventò segretario di Stato, e infine Angelo Bagnasco, per anni presidente della Cei. Ma sotto la Lanterna sono nate anche figure di preti contestatori come Gallo e, oggi, Paolo Farinella.

    Ad Albaro nessuno era a conoscenza delle vicende che avevano accompagnato il trasferimento burrascoso di don X. “Molestie? Di che cosa sta parlando?”, sgrana gli occhi Matilde che sta portando il figlio adolescente all’incontro con gli amici. “Non ne so niente”, ammette uno dei responsabili degli scout di Genova Levante. Nessuna voce, almeno pubblica, sul comportamento di don X con i ragazzi della parrocchia. Qualcosa, però, è successo negli ultimi mesi. Così sarebbe stata avviata una nuova commissione d’inchiesta. Lo confermano alcuni dei ragazzi che già negli anni ’90 erano sfilati dolorosamente in Curia: “Ci hanno chiamato di nuovo cin sentiamo presi in giro”, sussurra un ex ragazzo di don X. Stavolta presenterete una denuncia alla autorità giudiziaria? “No, perché la questione è stata affrontata nelle sedi appropriate”. E quali? “La Chiesa. Hanno subito trasferito il sacerdote in un’altra regione”.

    Nessuna denuncia è stata presentata alle autorità di polizia o alla Procura. Don X non è mai stato condannato, né indagato. Per la giustizia italiana non esiste.

    Ferruccio Sansa IL FATTO QUOTIDIANO del 1-12-19

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  • GENOVA, QUEL PRETE DEVE SPARIRE

    GENOVA, QUEL PRETE DEVE SPARIRE

    Storia di don X. Uno scandalo celato che oggi riemerge. Un sacerdote accusato di molestie su ragazzi, mai denunciato. Il silenzio della Curia del cardinal Bagnasco. E un vescovo che dopo vent’anni ammette…

    “Sono addolorato… per non aver dato credito alle parole di quei ragazzi che denunciavano di aver subito attenzioni da un sacerdote. Erano gli anni Novanta e non c’era la cultura, non ci si rendeva conto. Soltanto dopo abbiamo capito e… sono arrivate le direttive di papa Francesco. Oggi non succederebbe più, tutto è cambiato”. Parla il vescovo di Chiavari Alberto Tanasini, uno degli uomini più stimati della chiesa ligure. Quando questa storia comincia, a metà degli anni Novanta, era monsignore e vicario della diocesi di Genova. Sulla sua scrivania arrivò il fascicolo che conteneva la denuncia di un gruppo di educatori e ragazzi di un borgo della Riviera del Levante genovese. Raccontavano di comportamenti “non appropriati” da parte del parroco. Fu aperto un fascicolo. “Lo seguii io, con Nicolò Anselmi (oggi vescovo ausiliario del cardinale Angelo Bagnasco)”. A Sherlock risulta che in Curia furono convocati gli educatori e i ragazzi. Audizioni piene di dolore. Ad ascoltare anche monsignor Guido Marini, oggi maestro delle celebrazioni liturgiche pontifice. E cosa fu deciso? “Il parroco fu trasferito nella chiesa di Albaro, a Genova. Ma non per quello, fu un normale avvicendamento”.

    Ora lo scandalo dimenticato si è riaperto, più di vent’anni dopo. Ci furono anche altri episodi segnalati? “Non lo so. So che i ragazzi di allora ci hanno ripensato. Hanno chiesto che la questione fosse affrontata di nuovo, hanno portato prove. E il cardinal Bagnasco ha deciso di allontanare subito il prete”. Parliamo anche di minori? “Eh… temo di sì. Ho avuto questa sensazione dal racconto della platea dei ragazzi coinvolti”. Il vescovo Tanasini parla a bassa voce, ma senza reticenze: “Stiamo facendo i passi necessari. È cambiato tutto in questi anni. Ma… ammetto… ci sono stati degli errori. Sono addolorato per non aver dato credito alle parole di quei ragazzi”.

    Nessuno a Genova seppe dello scandalo. Il tempo sembrava aver cancellato ogni cosa, ma nei ragazzi di allora la ferita è ancora viva. Lacerante. Alcuni di loro ormai sono mariti, padri di famiglia, sono riusciti a ricostruirsi una vita. Altri no: “Abbiamo avuto l’esistenza segnata”. Così, come racconta Tanasini, qualcuno ha deciso di tornare in Curia per portare nuovi elementi, chiedere giustizia. Una storia che comincia dall’ultimo capitolo, nel luglio scorso. Quando il pentolone rimasto chiuso per decenni si scoperchia.

    “Il parroco è sparito, all’improvviso. Nessuno sa dove sia andato”. È accaduto un giorno di mezza estate, quando Genova era schiacciata dal caldo, semivuota; figurarsi se ci si accorgeva di un prete che lascia la sua parrocchia. Però stavolta c’era qualcosa di strano, un addio precipitoso che ricordava altre fughe. Altre storie. Scandali di cui si sente sussurrare quella parola: “Sesso”. Poi la fessura viene rapidamente richiusa, invocando il “rispetto”. Si cerca di dimenticare. Non stavolta, però. Perché qualcuno ha cominciato a riferire di “rapporti non appropriati”. A raccontare di ragazzi – “almeno una decina”, sostiene chi c’era – che hanno visto la loro vita cambiare per sempre.

    “È passata una macchina, e il don è salito con una valigia”, racconta Teresa, mentre sorseggia un caffè al bar, davanti alla chiesa di Albaro. Il prete lo chiameremo “don X” (ogni dettaglio è noto a Sherlock, ma abbiamo deciso di ometter anche i nomi delle parrocchie interessate per proteggere le vittime). E poi? “Niente, sparito nel nulla. Dopo vent’anni che era con noi… da fedele, ci sono rimasta male”. “Forse era per via del diabete”, azzarda Giorgia, che vende i suoi fiori nel chiosco accanto alla chiesa di Albaro, i Parioli di Genova. “Perché il nostro parroco non era vecchio… sessantasei anni… ma non stava tanto bene”. Walter, il portinaio del palazzo signorile che si affaccia su questa chiesa moderna e anonima, allarga le braccia: “Dicono che sia a Roma, che avesse bisogno di un periodo di riposo”. Una malattia, un esaurimento, chissà.

    Dopo qualche giorno, ecco comparire il nuovo parroco. Ha preso a celebrare messa, a ricevere i fedeli: coe se nulla fosse accaduto.

    Certi segreti alla fine emergono. Inesorabilmente. A settembre, all’associazione Rete L’Abuso – guidata da Francesco Zanardi, sempre in prima fila contro gli abusi sessuali dei sacerdoti – arriva una lettera anonima.

    Vi comunichiamo che in questi giorni, nel caldo dell’estate, il prete don… è stato sollevato dall’incarico di parroco della chiesa di Albaro – dove era stato cappellano Bagnasco – per sospetti abusi sui giovani. Tanti giovani e tanto famiglie sono state distrutte nella loro crescita. Ora il prete è sotto processo ecclesiastico, ma la Chiesa lo nasconde.

    Così Sherlock ha cominciato la ricerca di don X. Vana. Perfino quando ha chiesto di parlare con l’attuale parroco di Albaro per un’importante questione privata: “Il don è stato male”. Possiamo contattarlo? “No”. Restava una strada. Zanardi si è recato ad Albaro, si è presentato come “vittima di molestie” (vittima lo è davvero, seppure non in questo caso), e ha chiesto di parlare con il parroco. Sempre la stessa risposta: “Non c’è”. Ma alla fine Zanardi riesce a parlare con un sacrestano. Un colloquio a bassa voce, gli occhi che cercano intorno se qualcuno può sentire: “Ah… è una vittima anche lei… io non voglio sapere di queste faccende.. ma lei è di questa parrocchia, o di quella di Levante?”.

    Poche parole, ma bastano per sollevare il coperchio, indicare una pista da seguire: c’è Albaro, ma c’è anche un’altra chiesa, in un borgo di pescatori a est di Genova. Albaro non è un quartiere qualunque. Qui vive la borghesia ricca genovese, professionisti, industriali e armatori. Tutti racchiusi in una manciata di strade e incroci, tra palazzi signorili e ville settecentesche nascoste oltre alti cancelli e siepi impenetrabili. Albaro conservatrice e cattolica anche quanto Genova era rossa. E la chiesa di don X ne è un simbolo: qui la domenica incontri molti nomi della Genova che conta. Qui per anni ha vissuto don Angelo Bagnasco. Era cappellano, anche se già occupava posti di rilievo nella Curia genovese. Finché nel 1998 fu nominato vescovo di Pesaro, poi arcivescovo militare, infine cardinale di Genova e presidente della Cei. Ma, proprio in questa chiesa di Albaro che gli è tanto cara, il percorso dell’attuale cardinale ha incrociato quello di don X: quando nel 1998 Bagnasco lasciava la parrocchia per assumere l’incarico di vescovo, don X diventava parroco.

    Tra i vicoli del paese della Riviera, appena pronunci quel nome, la coperta del passato si solleva. E i ragazzi di allora cominciano a raccontare. “Se me lo ricordo? Quell’uomo, quegli anni, mi hanno scavato nella carne”, racconta Luigi, nome di fantasia. Oggi è un professionista affermato, ha una famiglia, ma quella pagina della sua vita non è riuscito a chiuderla: “Il don insegnava in una scuola superiore. Era un trascinatore, un uomo dai modi… avvolgenti… sapeva fare gruppo”, racconta Luigi e, senza che se ne accorga, la mani iniziano a tremargli. “Intorno alla parrocchia giravano oltre 150 ragazzi, in un paese di 4mila anime”. Eccola, una di quelle chiese liguri con la facciata color ocra, le barche di pescatori sul sagrato. “Chiese di Liguria come navi disposte a essere varate”, diceva il poeta Vincenzo Cardarelli. Ma in quella chiesa, accanto all’altare della Madonna della Guardia, succedeva anche altro.

    “All’inizio abbiamo vissuto momenti belli, ma con gli anni l’atmosfera è diventata pesante. Quando ti trovavi da solo col don, lui di veniva vicino… Ti accarezzava”. Luigi si ferma un attimo, poi si lascia andare: “Una volta ricordo che mi ha detto: “Mi fai vedere in mezzo alle gambe…” M non mi faccia dire altro, non me la sento”. Luigi chiude gli occhi. Era riuscito a dire “no”. “C’è gente che ne è uscita devastata. Il don si era creato un gruppo di fedelissimi, gli oblati. Stava sempre con loro”. È Arturo a riferire altri dettagli: “Mi ricordo la confessione. Spesso ci portava in campagna, voleva che ci confessassimo così, da soli con lui nei prati. E dopo… ci chiedeva di abbandonarci, di lasciarci andare”. Arturo improvvisamente si chiude: “Nessuno deve sapere. Non ce la farei”. È la stessa risposta che arriva da altri ragazzi di allora. “Non si può capire… Non avevo detto niente ai miei genitori. Poi sono riuscito a sposarmi, ma ho il terrore che mia moglie e i miei figli lo sappiano”.

    Raggiungiamo don X al telefono.

    • No, non c’è mai stata nessuna inchiesta sul mio conto.
    • Ce lo ha confermato un vescovo.
    • Io non ne son niente.
    • E i ragazzi che affermano di aver subito da lei approcci sessuali?
    • Non… non credo che possano dire una cosa simile.
    • Scusi padre, “sì” o “no”?
    • Giuro che non ho mai desiderato una cosa simile.
    • E i minori?
    • Questo assolutamente no, il solo pensiero mi fa orrore. Vi prego, abbiate cura per le persone: per me, ma anche per quei ragazzi che mi accusano… provo dolore per loro.

    Eppure la bugna, come dicono qui, è scoppiata diverse volte. Siamo all’inizio degli anni ’90. In paese se ne parla, frasi smozzicate, allusioni. Don X, non si sa il motivo, viene trasferito in una parrocchia vicina, un paese sui primi crinali. Una manciata di case, nemmeno duecento abitanti, quasi tutti contadini. Ma il patto di affetto, di fedeltà tra don X e i suoi ragazzi non cede. Finché, intorno al 1996, nel gruppo arrivano due nuovi educatori che presentano una denuncia alle gerarchie ecclesiastiche. E la Curia si muove. Vengono sentiti i ragazzi che frequentano la parrocchia: “Fui convocato anch’io – racconta Luigi – ci fu un’indagine condotta da Tanasini. Io fui ascoltato da Guido Marini”.

    È qui che si incrociano tre figure di primo piano della Curia, non soltanto genovese. Tanasini, che proprio in quel periodo viene nominato vescovo, è da sempre molto apprezzato a San Lorenzo, il duomo di Genova. Gli furono affiancati due giovani sacerdoti dal brillante avvenire. C’era Nicolò Anselmi, un sacerdote noto tra i ragazzi genovesi: prima l’impegno con gli scout, poi l’insegnamento di religione nei licei più in vista della città, quindi la Pastorale Giovanile. Anselmi, a 54 anni, nel 2015, diventa vescovo ausiliario di Bagnasco. Con lui c’era anche Guido Marini – nato nel 1965 e ordinato nel 1989 – che, già dagli esordi, come segretario del cardinale Giovanni Canestri, era parso destinato a fare strada. “Un uomo alto, sottile. Sempre gentile, umano. Certo un conservatore, molto attento alla liturgia”, senti dire tra le navate di San Lorenzo, la cattedrale che Marini frequenta da molti anni come cerimoniere dei cardinali Dionigi Tettamanzi e Tarcisio Bertone. È all’epoca di Benedetto XVI che Marini approda in Vaticano. Oggi è il cerimoniere di Bergoglio, accanto al quale spesso lo vedete mentre celebrano messa. “Non è un uomo di Francesco, ma il papa se lo è trovato lì”, raccontano in Vaticano.

    Tanasini, Anselmi e Marini condussero l’inchiesta. E furono incontri dolorosi. Frasi smozzicate. Alla fine don X con molta discrezione venne trasferito in una parrocchia più importante, proprio quella di Albaro dove si ritrovano gruppi di giovani e scout. Don X divenne il sacerdote della Genova che conta. Interpellato dalle tv, quando in città arriva in visita il Papa.

    Sulle cronache finisce soltanto nel luglio 2008, quando Repubblica titola: “Genova, senzatetto in parrocchia. Il prete lo vuole cacciare”. Già, perché sotto i portici davanti alla chiesa in quegli anni capitava di trovare un clochard con quattro cani. E la line di don X e dei suoi fedeli divide la città e la diocesi. “Nessuno di noi è mai riuscito a convincerlo a vivere in una casa, perché diceva che non voleva lasciare in cani”. Ma subito era arrivata la stilettata della Comunità di San Benedetto, allora guidata da don Andrea Gallo: “Evidentemente ad Albaro è più importante il decoro”.

    Una storia piccola, forse, che però dipinge le due anime della chiesa di Genova. Da sempre divisa tra le gerarchie e i preti di strada, chiesa bianca e rossa. Qui sono stati cardinali Giuseppe Siri, più volte entrato in Conclave come papa, uscito sempre cardinale. Poi, in tempi più recenti, Tarcisio Bertone, che diventò segretario di Stato, e infine Angelo Bagnasco, per anni presidente della Cei. Ma sotto la Lanterna sono nate anche figure di preti contestatori come Gallo e, oggi, Paolo Farinella.

    Ad Albaro nessuno era a conoscenza delle vicende che avevano accompagnato il trasferimento burrascoso di don X. “Molestie? Di che cosa sta parlando?”, sgrana gli occhi Matilde che sta portando il figlio adolescente all’incontro con gli amici. “Non ne so niente”, ammette uno dei responsabili degli scout di Genova Levante. Nessuna voce, almeno pubblica, sul comportamento di don X con i ragazzi della parrocchia. Qualcosa, però, è successo negli ultimi mesi. Così sarebbe stata avviata una nuova commissione d’inchiesta. Lo confermano alcuni dei ragazzi che già negli anni ’90 erano sfilati dolorosamente in Curia: “Ci hanno chiamato di nuovo cin sentiamo presi in giro”, sussurra un ex ragazzo di don X. Stavolta presenterete una denuncia alla autorità giudiziaria? “No, perché la questione è stata affrontata nelle sedi appropriate”. E quali? “La Chiesa. Hanno subito trasferito il sacerdote in un’altra regione”.

    Nessuna denuncia è stata presentata alle autorità di polizia o alla Procura. Don X non è mai stato condannato, né indagato. Per la giustizia italiana non esiste.

    Per la Chiesa ligure sarebbe stato un altro duro colpo dopo tanti scandali. A cominciare dalla storia di don Riccardo Seppia, il sacerdote di Sestri Ponente finito sui giornali perché condannato per tentativi di atti sessuali e offerta di stupefacenti a minorenni. E poi gli scandali di pedofilia che hanno toccato la Curia savonese. C’è Albenga, refugium peccatorum di sacerdoti coinvolti in scandali sessuali, dove papa Francesco anni fa commissariò il vescovo e decimò il seminario (su 11 studenti, ben 7 furono convinti ad abbandonare).

    La chiesa ligure ha tremato più volte. Eppure c’era chi aveva cercato di metter in guardia la Curia.

    “Il guaio è che ci sono sacerdoti che hanno avuto la vita affettiva di un bambino. Anche per questo si sentono vicini ai più piccoli, trovano quasi naturale comunicare con loro”, sospira don Farinella. E racconta di quando, “negli anni ’70, avevamo organizzato un corso di formazione mirata per i sacerdoti, insieme con don Luciano Cian, un salesiano psicologo di formazione a Genova noto e apprezzato. Parteciparono decine di sacerdoti, c’era l’ansia di capire, di parlarne. Non potete immaginare cosa venisse fuori da quegli incontri… Ma il cardinale Siri stroncò la nostra iniziativa”.

    Sesso, ma anche polemiche  legate a una Chiesa che, da queste parti, ha avuto un ruolo di potere. Dalle operazioni immobiliari che si volevano compiere con beni della Chiesa a progetti di imprenditori vicini ad ambienti ecclesiastici, alle porte del monte di Portofino. Passando per il ruolo che la Chiesa ha avuto nella banca Carige, soprattutto ai tempi di Bertone (ma anche sotto Bagnasco suscitò polemiche quando la Regione Liguria – allora guidata dal centrosinistra – offrì alla Curia la poltrona che era riservata all’ente locale nella fondazione della banca).

    Intanto mancano le vocazioni. Due anni fa nessun nuovo allievo si è presentato per entrare in seminario. In una città di seicentomila persone. E adesso arriva la storia di don X. Rimasta chiusa nei corridoi della Curia. Restano i ricordi dei ragazzi questo paese di Riviera. Le loro parole: “Impotenza”, “terrore per le donne”, “disperazione”. Non c’entra niente, giurano gli interessati, se tra i giovani di qui tempi c’era chi, entrato nel gruppo con la fidanzata, ne è uscito “scoprendo di essere omosessuale”. E non ha nessun legame con questa vicenda la triste storia di un giovane tossicodipendente che in quegli anni era stato ospite di don X, che lo aveva accolto per aiutarlo, e che finì per impiccarsi in un vicolo.

    Tutto dimenticato. Sepolto. Come ancora chiede qualcuno degli interessati. “Vi prego, non tirate fuori questa storia. Ci sono troppi ragazzi che sono riusciti a rimuovere. Se fossero chiamati a parlarne, sarebbe un dolore troppo grande. Lasciateli in pace. La verità, qualunque essa sia, non è sempre un bene”. Restano le parole del vescovo Tanasini: “Oggi non succederebbe più. Da Ratzinger e ora, ancora più con Bergoglio, ci sono commissioni diocesane formate da laici che indagano. Ma rimane in noi il profondo rammarico. All’epoca ci sembrava assurdo che fosse successa una cosa tanto orribile…”

    • Continua … prossime puntate: I prescritti, Chi sapeva?, Spotlight, Grazie a Dio, L’omoeresia, Un giro per il mondo

    https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2019/12/01/genova-quel-prete-deve-sparire/5588314/

  • Pedofilia, il cardinale Schönborn ricorda di nuovo il ruolo di insabbiatore del cardinale Sodano in Vaticano

    Pedofilia, il cardinale Schönborn ricorda di nuovo il ruolo di insabbiatore del cardinale Sodano in Vaticano

    di Franca Giansoldati

    Città del Vaticano – Fu soprattutto il cardinale Angelo Sodano, attuale decano del collegio cardinalizio e per anni Segretario di Stato, a bloccare sotto i pontificati di Giovanni Paolo II e di Papa Ratzinger, la pulizia ai vertici della Chiesa sugli abusi. Non solo per il caso di padre Maciel, fondatore dei Legionari di Cristo, un autentico criminale, ma anche per uno dei casi più scabrosi che sconvolsero l’Austria negli anni Duemila e che aveva come protagonista un cardinale pedofilo, Groer, che di fatto non fu mai sanzionato. Viste le proteste delle vittime in quegli anni, il Vaticano si limitò solo a chiedergli di fare vita ritirata in un monastero austriaco, ma senza mai toccargli lo status cardinalizio o mandarlo a processo.

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    Anzi. Quando morì nel 2003 a 83 anni, Papa Wojtyla, tramite il cardinale Sodano, inviò un bel telegramma di cordoglio per la morte di Groer alla Chiesa austriaca esprimendo ‘«tristezza» per la scomparsa di chi ha «dedicato la sua vita” a Dio, in fedelta al successore di Pietro».

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    A distanza di tanto tempo a ritirare fuori il ruolo di Sodano sul fronte della lotta alla pedofilia è stato il cardinale di Vienna Schönborn che, durante una lezione ad una università, ha raccontato che durante una sua visita a Roma, ebbe uno scontro con Sodano, il quale gli disse di non credere alle vittime e alle loro accuse.

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    A ritirare fuori l’episodio è Askanews. Un retroscena noto ma sempre coperto da una fitte coltre di silenzio e imbarazzi. Mancavano i dettagli. Pensare che dopo lo scontro tra Sodano e Schönborn, quest’ultimo fu anche costretto a scusarsi  per avere criticato il cardinale.

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    In una lectio tenuta alla università di Vienna, il porporato ha svelato i dettagli di quella vicenda. Schönborn fu contattato dalle vittime di pedofilia del cardinale Groer già nel 1995, ascoltò le loro testimonianze, e fu «traumatico scoprire quanto l’abuso sessuale del clero fosse legato con il sacramento della Riconciliazione e scoprire che spesso inizia nel confessionale». Dopo alcune ricerche giunse alla conclusione che quello che le vittime gli avevano detto era vero . Così a marzo del 1998, Schönborn ed altri tre vescovi austriaci dichiararono pubblicamente che erano arrivati alla «certezza morale» che le accuse contro Groer erano «sostanzialmente corrette». Cosa che poi ribadirono anche nel rapporto preparato per il Papa, ma un vescovo, Kurt Krenn di Sankt Poelten, strenuo sostenitore di Groer (e poi finito anch’esso sotto accusa per avere insabbiato casi di abusi), attaccò i suoi confratelli vescovi di mentire e di avere preparato una trappola.

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    «Il cardinale Sodano mi disse in faccia: ‘Vittime? Questo è quello che dici tu!». Era il 2010, in pieno pontificato Ratzinger.

    Poco tempo dopo il cardinale Sodano, in occasione di una messa in piazza san Pietro per le feste pasquali, prese la parola affermando che la Chiesa era sotto attacco e che le informazioni sugli abusi sessuali su minori erano solo «un chiacchiericcio». Come se le parole delle vittime fossero frutto di un pettegolezzo, un gossip, una bugia. La frase ebbe un effetto devastante anche negli Stati Uniti dove si era nel frattempo scoperchiato il problema degli abusi sessuali, della pedofilia grazie alla inchiesta del Boston Globe.

    Per Schönborn si trattava, invece, di una «pesante offesa per le vittime» e così, due mesi dopo, fu ricevuto da Benedetto XVI al quale manifestò dolore per le interpretazioni fuorvianti di Sodano a proposito del famoso «chiacchiericcio». Groer era già sotto terra da tempo e le vittime aspettavano ancora delle scuse. Seguì una udienza drammatica a porte chiuse alla quale presero parte anche Sodano e l’allora Segretario di Stato, Tarcisio Bertone.

    Alcune persone in Vaticano mentirono» ha ricordato ora Schönborn. Hanno umiliato le vittime per proteggere la Chiesa, «ma la Chiesa è meglio servita quando la verità è rivelata. ‘La verità vi renderà liberi dice il Vangelo’».

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/abusi_pedofilia_chiesa_vaticano_papa_ratzinger_sodano_schoneborn_cardinale-4892735.html

  • Abusi in Chiesa, la denuncia di Schoenborn: Sodano non mi credette

    di Askanews

    Roma, 28 nov. (askanews) – Il cardinale arcivescovo di Vienna, Christoph Schoenborn, ha raccontato dello scontro verbale che ebbe con l’ex Segretario di Stato vaticano, Angelo Sodano, oggi decano del collegio cardinalizio, in merito agli abusi sessuali sui minori.L’episodio è noto ma era sempre stata circondata da un alone di riservatezza. E invece in una lectio alla università di Vienna, il porporato ha svelato i dettagli di quella vicenda.Schoenborn venne in contatto con le vittime di pedofilia nel 1995 dopo che il suo predecessore, il cardinale Hans Hermann Groer, venne accusato di abusi. Nei tre anni seguiti alla sua nomina, ha ricordato, ascoltò le loro testimonianze, ed è stato “traumatico scoprire quanto l’abuso sessuale del clero è legato con il sacramento della Riconciiazione e scoprire che spesso inizia nel confessionale”. Alla fine, giunse alla conclusione che quello che le vittime gli avevano detto era vero. A marzo del 1998, Schoenborn ed altri tre vescovi austriaci dichiararono pubblicamente che erano arrivati alla “certezza morale” che le accuse contro Groer erano “sostanzialmente” corrette. Pochi mesi dopo, nel corso della periodica visita “ad limina” a Roma, i vescovi austriaci criticarono il modo in cui la Chiesa aveva (male) accolto le denunce contro Groer, nel rapporto preparato per il Papa, ma un vescovo, Kurt Krenn di Sankt Poelten, strenuo sostenitore di Groer, attaccò i suoi confratelli vescovi di mentire e di avere preparato una trappola.”Ho sperimentato la stessa cosa nella mia controversia con il cardinale Sodano, che mi ha letteralmente detto in faccia: ‘Vittime? Questo è quello che dici tu!”.Era il 2010, in pieno pontificato Ratzinger. Sodano, in occasione delle cerimonie di Pasqua, prese la parola in piazza San Pietro per affermare che le informazioni sugli abusi sessuali su minori perpetrati da preti pedofili erano solo “un chiacchiericcio”. In un colloquio riservato con alcuni giornalisti, poi pubblicato, Schoenborn espresso il proprio sconcerto per quella che definì una “pesante offesa per le vittime”. A giugno Schoenborn fu convocato da Bendetto XVI, suo mentore in passato, e dovette esprimere al Pontefice il proprio “dispiacere” per le interpretazioni date ad alcune sue affermazioni sul conto di Sodano, in un’udienza a porte chiuse alla quale poi si unirono anche lo stesso Sodano e il suo successore quale Segretario di Stato, Tarcisio Bertone.”Alcune persone in Vaticano mentirono”, ha detto ora Schoenborn. Hanno umiliato le vittime per proteggere la Chiesa, “ma la Chiesa è meglio servita quando la verità è rivelata. ‘La verità vi renderà liberi’”.In una lectio di 50 minuti, raccontata sul Tablet da Christa Pongratz-Lippitt, l’arcivescovo di Vienna ha detto che dopo aver ascoltato per oltre venti anni le vittime dei preti abusatori è giunto alla conclusione che l’abuso sessuale e spirituale – “ma soprattutto l’abuso di potere clericale” – è “una realtà enorme” nella Chiesa cattolica.Quanto a Benedetto XVI, egli ha approntato “una diagnosi che non voglio criticare ma voglio solo correggere citando alcune cifre. Benedetto è dell’opinione che l’abuso sessuale clericale ha le sue origini nel movimento del 1968. Le cifre per l’Austria mostrano un immagine totalmente differente”. In particolare, in Austria il 60 per cento dei casi è stato commesso tra il 1940 e il 1969. Il numero è sceso al 29 per cento tra il 1970 e il 1979 e al mero 0,9 per cento dal 2000. Il fatto che la maggior parte degli abusi sia avvenuto prima del Concilio vaticano II fa pensare, ha sottolineato Schoenborn, che ha puntato il dito contro il sistema chiuso che vigeva nella Chiesa prima del Concilio: “Nei sistemi chiusi l’abuso avviene molto più frequentemente che in quelli aperti”.

  • La grande burla di papa Francesco sui provvedimenti anti pedofilia. La consapevole menzogna

    La grande burla di papa Francesco sui provvedimenti anti pedofilia. La consapevole menzogna

    Se ci fate caso, la chiesa ormai, sulla pedofilia dei preti, non si difende nemmeno più entrando nel merito, cioè non spende neppure più tempo per dimostrare che non è vero, ma fa di tutto per dimostrare, minimizzando, che anche altrove esistono i pedofili

    …quasi come se un pedofilo prete più un pedofilo laico, anziché fare due pedofili, si annullassero a vicenda.

    Di Francesco Zanardi

    Il 26 marzo 2019 papa Francesco ha emanato un Motu Proprio per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili. Il documento papale è stato redatto dopo il sinodo che si è tenuto in Vaticano dal 21 al 24 febbraio scorsi, al quale hanno partecipato i Presidenti delle Conferenze Episcopali di tutto il mondo.

    Ma è tra lo sbigottimento generale che arriva la grande delusione. Tutti si accorgono di aver sottovalutato la più ovvia ed elementare questione giuridico-legislativa: l’applicabilità di una legge fatta da un qualunque Stato, ha validità solo in quello Stato e nelle rispettive extraterritorialità, le Ambasciate.

    Se si fosse dato più ascolto alle vittime! Da anni sottolineano il macroscopico problema sulla base del quale sostengono che ci sia un’unica via, ovvero quella di aprire gli archivi sottoposti al segreto pontificio e ordinare ai vescovi di denunciare all’autorità giudiziaria del paese dove vengono commessi i crimini.

    E’ un po’ come se l’Italia, oppure l’Iran o un’altra nazione, facessero delle leggi che poi trovano applicazione in tutti gli stati: ma non funziona così. Le leggi vengo fatte dai rispettivi paesi ed è inutile che si continui ad ingannare l’opinione pubblica e le vittime facendo credere – ormai da più di venti anni, producendo altre vittime – che la chiesa possa trovare nei suoi tribunali una soluzione al problema.

    Questo è falso, e indica non solo la malafede di chi lo propina, ma anche l’inaffidabilità delle dichiarazioni di Bergoglio, comprovata dalle gerarchie che, in barba alle promesse pubbliche di Tolleranza Zero, continua a lasciare la gestione nelle diocesi o in posti inadatti a loro. Qui la lista degli insabbiatori italiani.

    Certo bella lunga… Da Delpini, Bagnasco, Sepe ecc. quasi tutti pizzicati con la marmellata fino ai gomiti, alcuni anche oltre… come ad esempio l’allora Cardinale Joseph Ratzinger, oggi papa Emerito, ma, come vedremo, essere attore protagonista molto importante in questo teatrino che vede Bergoglio come il grande burattinaio.

    La domanda ovvia, è elementare: perché papa Francesco non caccia i vescovi insabbiatori?

    …Ma è proprio la risposta a svelare un’altra grande bugia, oltre al motivo per il quale, al di la delle dichiarazioni pubbliche, papa Francesco non li rimuove e mai lo farà, si limita all’ormai simbolico rito di accettare o più spesso a rifiutare, la loro richiesta di dimissioni.

    Tutto ha inizio nel 1962 (la prima stesura voluta da Pio XI risale al 1922) quando il cardinale Alfredo Ottaviani redige un documento: si chiama Crimen Sollicitationis (in latino crimine di “provocazione” o “adescamento”), che papa Giovanni XXIII approverà.

    La premessa è di per se inquietante;

    “DALLA SUPREMA SACRA CONGREGAZIONE DEL SANTO UFFIZIO A TUTTI I PATRIARCHI, ARCIVESCOVI, VESCOVI E ALTRI MEMBRI DEL CLERO DEI LUOGHI «ANCHE DI RITO ORIENTALE» ISTRUZIONE SULLA PROCEDURA NELLE CAUSE DI MOLESTIA
    * * * * * * * * * * * * * * * * * *
    ISTRUZIONE Sulla procedura nelle cause di molestia
    DA CONSERVARSI DILIGENTEMENTE NELL’ARCHIVIO SEGRETO DELLA CURIA IN RAPPORTO ALLA NORMA INTERNA DA NON PUBBLICARE E DA NON ACCRESCERE CON ALCUN COMMENTO”. Crimen.pdf

    Negli anni successivi, le gerarchie si dimenticheranno in un certo senso di quel documento segreto in quanto verrà applicato, oramai per la sistematicità maturata negli anni, una cosa così abituale che era scontata, uno tra i tanti doveri per un gerarca della chiesa cattolica.

    Ma è nel 2001 – a seguito dello scandalo sollevato non solo dal team del Boston Globe “Spotlight” – che il cardinale Joseph Ratzinger – che conosceva molto bene il problema dei preti pedofili nel mondo, in quanto era stato a capo dell’ufficio che ne ha gestito i crimini per 25 anni – decide insieme all’allora suo segretario, il cardinale Tarcisio Bertone, di ricordare con una lettera “De delictis gravioribus”, ai vescovi di tutto il mondo, che la direttiva “segreta” del 1962 era ancora in vigore. Ma non si limiterà a questo: in un suo passaggio introdurrà la norma che i casi di delitti più gravi, tra cui gli abusi sui minori, “sono soggetti al segreto pontificio”.

    Ed è cosi che si viene a scoprire dell’esistenza di un documento segreto, curato nei minimi particolari e contenente più di 20 allegati, grazie ai quali i pedofili potevano redimersi.

    Ma è solo nel gennaio del 2005 che in Texas, un avvocato di Houston, Daniel Shea, proprio dietro quella lettera del 2001, trascinò il cardinale Ratzinger, sul banco degli imputati, per rispondere dell’accusa di intralcio alla giustizia, su tre casi di abusi su minori commessi da un seminarista colombiano.

    Leggi anche: Crimen Sollicitationis. L’avv. Shea sbugiarda l’Avvenire

    Ma nell’aprile dello stesso anno, prima la provvidenziale morte di Wojtyla, poi il provvidenziale conclave che lo portò al soglio pontificio, permisero a Ratzinger di sottrarsi al processo. In quanto capo di stato, invocò l’immunità.

    Sia il documento del 1962, sia l’implementazione fatta da Ratzinger del 2001, non sono mai state abrogate e restano tutt’ora in vigore. E’ contenuta qui la spiegazione del perché non un solo vescovo sul pianeta, abbia mai denunciato all’autorità civile, molto semplice: violerebbe quella norma che impone la denuncia all’autorità interna, ed anche il segreto pontificio. Vale a dire che sarebbe scomunicato.

    A questo punto si spiega anche il perchè il papa non dimetta alcun gerarca (tranne qualche pensionato senza più incarichi), ma attenda che siano loro a chiedere le dimissioni.

    Semplice, come si può punire un funzionario che ha rispettato una legge interna? Sarebbe un’aberrazione giuridica, e questo l’astuto Bergoglio lo sa bene.

    Zanardi
    Leggi anche:
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  • Papa Francesco, cambi il Vaticano

    Papa Francesco, cambi il Vaticano

    Mai come ora la Chiesa non può stare ferma davanti alla piaga della pedofilia che ne mina le fondamenta

    Gianluigi Nuzzi

    Lo scandalo della pedofilia nella Chiesa non deve distrarre. È la classica punta dell’iceberg che nasconde qualcosa di ancora più grande: il silenzio endemico, sistemico, geometrico che ha soffocato ogni reazione per difendere i bambini e la Chiesa di tutti dagli abusi.

    I segnali della portata devastante di questa metastasi sono stati per anni incredibilmente sottovalutati. Spesso per superficialità, colpa, ma anche per dolo e scienza criminale pur di evitare che si risalisse alla catena di responsabilità e coperture. Oggi i vescovi a capo di tutte le conferenze episcopali, riuniti in summit, si stracciano le vesti, fanno sfilare le vittime fino a ieri nascoste, si appropriano mediaticamente della denuncia, ma è troppo tardi.

    Gli abusi sui bambini, ha tuonato Papa Francesco, sono «una piaga all’interno della Chiesa. La disumanità del fenomeno a livello mondiale diventa ancora più grave e più scandalosa nella Chiesa, perché in contrasto con la sua autorità morale e la sua credibilità etica». Tutto vero. Eppure questo già lo sapevano e nulla è stato fatto.

    Aveva ragione Georg Gäsnwein, storico segretario fidatissimo di Benedetto XVI, quando nel settembre scorso sostenne che la pedofilia rappresenterà l’11 settembre per la Chiesa: «Oggi, la Chiesa cattolica guarda piena di sconcerto al proprio nine/eleven, al proprio 11 settembre, anche se questa catastrofe non è purtroppo associata a un’unica data, quanto a tanti giorni e anni, e a innumerevoli vittime». E, braccato dai dubbi, aggiunse: «Il lamento di Benedetto XVI ai vescovi americani del 2008 sulla profonda vergogna» causata dagli abusi sessuali «non riuscì a contenere il male, e nemmeno le assicurazioni formali e gli impegni a parole di una grande parte della gerarchia».

    Insomma, fu un lamento «pronunciato invano come vediamo oggi». Proprio così: la pedofilia costituisce una ferita profonda nel corpo della chiesa moderna. Una ferita poco curata, tanto da provocare necrosi nelle comunità cattoliche che si trovano ad affrontare questa emergenza permanente senza orizzonte, speranza, contromisure, possibilità di vedere chi abusa e chi lo protegge cacciati da ogni tempio. E infatti il paragone di Gänswein con l’11 settembre degli Usa è vero solo nella prima parte, quello dello choc e della devastazione, delle vittime che camminano con la morte dentro, ma non in quello della reazione.

    Dopo le Torri gemelle gli Usa ebbero una reazione ad alzo zero in tutto il pianeta. In pochi giorni chiunque aveva avuto a che fare con la famiglia di Osama bin Laden si vide messo in black list, i patrimoni sequestrati, le attività controllate dai servizi segreti. Era solo il primo passo di una guerra che dura tuttora, declinata in ogni forma. Per sei lunghi interminabili anni, invece, questo pontificato non ha considerato una priorità la lotta alla pedofilia.

    Il testimone lasciato da Benedetto XVI, che spinse le diocesi americane a risarcire le vittime, è caduto nel vuoto. Joseph Ratzinger aveva compiuto una svolta epocale, riconoscendo la giustizia dei tribunali oltre a quella divina. Non aveva però avuto la forza di destrutturare il sistema delle protezioni a catena, già ben descritto nel film Il caso Spotlight. Non basta cioè condannare e ridurre allo stato laicale il sacerdote che abusa, serve individuare chi lo ha coperto e chi ha fatto finta di non vedere. Solo così si spezza questa catena che uno a uno sta tirando giù i pilastri del tempio. Se non colpisci chi copre, accrediti il messaggio insidioso dell’indulgenza della gerarchia ecclesiastica.

    Una linea devastante che sforna ricatti, e, soprattutto, pregiudica il futuro di tutti con vescovi e cardinali dagli armadi stipati di scheletri, pronti a nuove omissioni misericordiose. La prova plastica di ciò si riassume bene nei disastri della commissione contro gli abusi del clero, che Bergoglio istituì nel 2014. La task force partì con le migliori intenzioni, cooptando diverse vittime che entrarono nel gruppo di lavoro. Peccato che in tutti questi anni non abbia mai fatto notizia per aver individuato e fatto condannare preti che abusavano o vescovi e cardinali che li proteggevano. No, l’unica volta che ha goduto dei riflettori dei media è quando la consigliera irlandese Marie Collins, vittima abusata da giovane da parte di un sacerdote, nel marzo del 2017 se ne andò sbattendo la porta: «È vergognosa la mancanza di cooperazione da parte della curia romana» nella lotta alla pedofilia.

    Chi s’immaginava che Francesco raccogliesse la denuncia d’insabbiamento della Collins da parte di settori del Vaticano, cacciando i depistatori, è rimasto deluso. Il papa ringraziò la signora accettando «le dimissioni con profondo apprezzamento per il suo lavoro a nome delle vittime e dei sopravvissuti degli abusi del clero». Grazie e arrivederci. Eppure non era la prima a denunciare l’inattività.

    Nei mesi precedenti un altro consigliere e vittima di abusi da parte di un prete, l’attivista inglese Peter Saunders, aveva sbattuto la porta per protestare contro l’atteggiamento dell’allora potentissimo cardinale George Pell, prefetto della segreteria per l’Economia. Saunders era allibito e scandalizzato perché Pell aveva risposto con certificati medici alle richieste di essere interrogato dalla commissione governativa australiana che all’epoca doveva far luce sugli abusi e la gestione dei sacerdoti colpevoli o sospettati di abusi nella diocesi di Melbourne, quando il porporato ne era l’arcivescovo. Era un segnale d’allarme, che doveva accendere un faro su questo porporato oggi clamorosamente in carcere dopo la condanna per pedofilia. Eppure nulla si mosse. Anzi la storia di Pell è una fulgida sequenza di errori clamorosi che lasciano senza parole.

    Già nel 2010 Pell sembrava volersi allontanare il più possibile dall’Australia e aveva sollecitato l’allora segretario di stato Tarcisio Bertone a essere nominato prefetto della Congregazione per i Vescovi. Ma venne scelto il canadese Marc Ouellet. Arrivato papa Francesco, riuscì nell’impresa, conquistando un ruolo chiave: numero uno della nuova segreteria per l’Economia, un ufficio che Bergoglio vedeva nello scacchiere del potere per depotenziare la segreteria di Stato e lo strapotere dei dicasteri economici che andavano così sotto le dipendenze del cardinale australiano.

    O, almeno, così sulla carta perché Pell incontrò mille resistenze per rendere la curia trasparente. Una guerra che vide schierati contro di lui cardinali del vecchio potere, uno sopra tutti era certamente il bertoniano Domenico Calcagno, ma anche quelli vicini a Bergoglio come lo stesso Pietro Parolin.

    Se sui soldi le battaglie non si contano, sulle accuse di aver coperto preti pedofili che già montano nessuno fiata. Anzi, quando l’8 giugno 2016 Pell compì 75 anni e presentò al pontefice le dimissioni dall’incarico per raggiunti limiti di età, Francesco non le ha accolte, tenendole ferme sulla scrivania. Un cardinale amico di Francesco commentò: «Il Papa non vuole accogliere adesso le dimissioni di Pell altrimenti dovrebbe rimandarlo subito in Australia e lì finirebbe di certo male. Francesco vuole prima capire come si concludono le indagini per le accuse di pedofilia». E così le gaffes non sono mancate, come quando nel marzo 2016 ha testimoniato in video-collegamento – da un albergo di lusso di Roma – alla Commissione reale sulle Risposte istituzionali agli Abusi sessuali sui Minori e ha ammesso che «avrebbe dovuto fare di più» nei confronti dei sacerdoti sui quali si addensavano le peggiori accuse.

    In quei giorni le vittime della pedofilia furono costrette a prendere a loro spese un volo aereo per seguire in diretta la testimonianza nella capitale di Pell senza che il Vaticano abbia offerto loro la minima accoglienza. Eppure sono curve tutte in discesa che era facile prevedere. E c’è forse da chiedersi perché Francesco, gesuita attento e prudente, abbia scelto come collaboratore «numero uno» un porporato esposto al vento di queste tremende accuse.

    Nei sacri palazzi si mormora che un giorno tra i due ci fu un chiarimento. Francesco chiese a Pell se le accuse che gli venivano mosse erano fondate, il cardinale negò tre volte senza abbassare lo sguardo. Allora il pontefice gli disse «Vai e prosegui il tuo lavoro». Ma in realtà la credibilità di Pell era fortemente pregiudicata, tanto da riflettersi sui lavori della segreteria che presiedeva. Lavori che rallentarono ancor più quando il cardinale, due anni fa, dovette lasciare definitivamente i sacri palazzi, il comando del super dicastero, per andare a difendersi in Australia. E anche qui Francesco non dispose la sostituzione al vertice del polmone economico della Santa sede, mossa fondamentale per portare avanti riforme troppo annunciate. Anzi, lasciò Pell comunque formalmente al comando, seppur sospeso.

    Il partito curiale si fregò le mani e prese di nuovo fiato. E così anche i detrattori di Bergoglio che lessero in questa mossa una fragilità del pontefice. Perché Bergoglio sottovalutò queste accuse? Le possibilità non sono molte. O nessuno aveva idea in Vaticano del reale quadro probatorio a carico di Pell. E questo non è credibile perché la Chiesa rimane una delle più efficaci strutture informative sul pianeta. O qualcuno con dolo presentò a Francesco una situazione diversa dal reale, alleggerendo la massa critica che poi ha investito il «cardinale ranger». E questo, a voler inseguire la dietrologia, per costringere un domani il Papa stesso a una brutta figura. Oppure perché lo stesso Papa non considerò le accuse gravi, seppur costituissero comunque quella che oggi bolla come «piaga mostruosa».

    All’epoca però non utilizzava le stesse espressioni. Sceglieva altre parole. Per esempio, nel giugno 2017, alla rivista Civiltà Cattolica, dichiarava: «Circa gli abusi sessuali, parliamoci chiaro: questa è una malattia. Se non siamo convinti che questa è una malattia, non si potrà risolvere bene il problema». E ancor più il 21 settembre sempre del 2017: «Una persona che fa questo, uomo o donna, è malata: è una malattia». Ora, la pedofilia non è una malattia ma un reato, un reato dei più insidiosi. Da una malattia si guarisce: si trova l’antidoto, ci si cura e si ritorna al mondo guariti. Dalla pedofilia, invece, non si esce.

    Ogni tentativo di recupero dei pedofili in carcere, per esempio, è andato fallito.

    L’amministrazione penitenziaria istituì anni fa dei programmi sperimentali di riabilitazione nel carcere senza ottenere particolari risultati. A eccezione del carcere di Bollate, dove alcuni percorsi hanno consentito di ridurre la «recidiva». Nella Chiesa invece il prete pedofilo subisce processi canonici lunghissimi, viene portato in strutture particolari (una alle porte di Trento) per essere «recuperato» e, soprattutto, le investigazioni su anni e anni di coperture non vengono effettuate. Uno dei cardinali più vicini a Bergoglio, il tedesco Reinhard Marx, ha denunciato, durante il summit sul tema appena concluso, che sono stati distrutti i dossier sugli abusi sessuali in Vaticano. Una denuncia che dovrebbe determinare rapide indagini interne, per capire se, e in che misura, ciò è avvenuto e chi sono gli autori del reato. Eppure è facile prevedere che tutto questo non avverrà e sarà l’ennesima denuncia a cadere nel vuoto. Stessa sorte rischia un’altra indagine, stavolta compiuta dal promotore di giustizia vaticano, sulle denunce di abusi nelle camerate del pre-seminario che ospita i chierichetti del papa. L’inchiesta è ormai conclusa e tutti attendono di vedere cosa verrà deciso: processo o archiviazione? Dopo la riduzione di cardinali ormai indifendibili e l’arresto di uno strettissimo collaboratore, quale reazione studierà Bergoglio per invertire questa tendenza? Per far capire che la reazione ora sarà dura, concreta e non più affidata solo agli annunci? Ogni mossa, infatti, rischia di far perdere ancora credibilità a una Chiesa, si diceva una volta, «che sopravvive persino a certi sacerdoti!». Ma sarà ancora cosi? © riproduzione riservata

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  • Gli abusi sulle suore e la risposta del Papa, dalla comunità St. Jean ai casi di India e Africa

    Gli abusi sulle suore e la risposta del Papa, dalla comunità St. Jean ai casi di India e Africa

    Nell’aereo di ritorno da Abu Dhabi, Francesco ha ammesso che le violenze alle consacrate sono «un problema» da affrontare. La lotta della Chiesa e il «coraggio» di Benedetto XVI

    SALVATORE CERNUZIO

    «Quando il Santo Padre, riferendosi allo scioglimento di una Congregazione, ha parlato di “schiavitù sessuale”, intendeva “manipolazione”, una forma di abuso di potere che si riflette anche in un abuso sessuale». In una nota stringata, diffusa nella mattinata di ieri, il direttore ad interim della Sala Stampa vaticana, Alessandro Gisotti, ha voluto rispondere alle domande di alcuni giornalisti circa le dichiarazioni di Papa Francesco nella conferenza stampa di ieri nell’aereo di ritorno da Abu Dhabi.

    Interpellato sulla problematica degli abusi alle donne, consacrate soprattutto, da parte di membri del clero, piaga che – a partire dalla protesta delle suore indiane – sta emergendo preponderante negli ultimi mesi, Francesco ha affermato che, sì, «è vero, è un problema». Una ammissione che apre un ampio spazio di discussioni e riflessioni in vista del mega summit sugli abusi del 21-24 febbraio.

    Il Papa: l’umanità non ha ancora maturato, considera la donna di seconda classe

    Il problema, ha spiegato il Papa, trova radice in una concezione sbagliata della donna come essere inferiore che rimane strutturalmente impiantato in diverse culture dei cinque continenti. Non si parla solo dei Paesi dell’islam radicale, dove molte donne vengono private dei diritti più basilari o mercificate – la dichiarazione firmata con il grande imam Al-Tayyeb segna un passo storico in tal senso -, ma anche dell’Occidente cristiano e democratico dove sono all’ordine del giorno notizie di violenze, stalking e femminicidi (94 le vittime in Italia in nove mesi nel 2018) verso mogli, fidanzate, madri, sorelle. «L’umanità ancora non ha maturato: ancora considera la donna di seconda classe», ha detto infatti Bergoglio.

    E purtroppo anche nella Chiesa si riflette questa visione distorta che, in più di un’occasione ha portato a varie forme di perversione e di abusi fisici e psicologici. «È vero, dentro la Chiesa ci sono stati dei chierici che hanno fatto questo», ha sottolineato Bergoglio. «Credo che si faccia ancora: non è che dal momento in cui tu te ne accorgi, finisce. La cosa va avanti così». Da parte della Santa Sede si lavora da tempo sul problema e c’è tutta la volontà di portare avanti questa lotta che – come ha affermato il Pontefice in altre occasioni – mira anzitutto a sradicare una forma malsana di «clericalismo».

    La lotta della Chiesa agli abusi e il “coraggio” di Benedetto XVI

    In particolare, però, della risposta di Francesco risulta interessante il passaggio in cui, per avvalorare questa dichiarazione di intenti, il Pontefice ha evidenziato che diversi vescovi e sacerdoti sono stati sospesi e mandati via e che pure è stata sciolta qualche congregazione religiosa femminile «molto legata a questo fenomeno, una corruzione», dando il merito al suo predecessore Benedetto XVI che, già nel ruolo di prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, «ha avuto il coraggio di fare tante cose su questo tema», seppur quello che si è trovato davanti sia stato un percorso ad ostacoli.

    Non a caso il Papa ha citato un «aneddoto» su Ratzinger che «aveva tutte le carte su una organizzazione religiosa che aveva dentro corruzione sessuale ed economica. Lui provava a parlarne e c’erano dei filtri, non poteva arrivare». Alla fine «il Papa», ovvero il Pontefice dell’epoca Giovanni Paolo II, «con la voglia di vedere la verità, ha fatto una riunione e Joseph Ratzinger se né andato lì con la cartella e tutte le sue carte. Quando è tornato, ha detto al suo segretario: mettila nell’archivio, ha vinto l’altro partito». Poi «appena diventato Papa, la prima cosa che ha detto è stata: portami dall’archivio questo».

    Rileggendo a mente fredda le parole di Bergoglio sembra chiaro che il Pontefice parli di due casi distinti: quello della congregazione femminile disciolta e quello dell’organizzazione religiosa su cui Ratzinger era riuscito ad intervenire solo una volta salito sul Soglio di Pietro.

    La vicenda dei Legionari di Cristo

    Per quest’ultimo caso il riferimento sembrerebbe alla vicenda dei Legionari di Cristo e del suo fondatore, Marcial Maciel, il prelato messicano amico di diversi esponenti di Curia, rivelatosi un abusatore seriale (di donne ma anche di giovani seminaristi), tossicodipendente, imbrigliato in diverse attività criminali, a cui Benedetto XVI impose una vita di silenzio e preghiere e la rinuncia di ogni ministero pubblico. Su di lui circolavano documenti nei Sacri Palazzi decenni prima che le accuse fossero rese pubbliche, come confermato lo scorso mese dal cardinale João Braz de Aviz, prefetto della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata, che in una intervista ad una testata spagnola dichiarava che «dal 1943» il Vaticano disponeva di documenti a sostegno delle accuse contro il fondatore dei Legionari, e che per anni sono state occultate. Chiunque lo abbia fatto «era una mafia, non la Chiesa», diceva il porporato brasiliano.

    La comunità di St. Jean, disciolta nel 2013 dopo “ribellioni” e scandali sessuali

    Il caso della congregazione femminile che il Papa emerito ha sciolto sarebbe invece quello delle Suore Contemplative di St. Jean, comunità francese nata spiritualmente nella diocesi di Friburgo ad inizio anni ’70 su ispirazione del professore dominicano padre Marie-Dominique Philippe, scomparso nel 2006, del quale nel 2013 emersero gravi «violazioni della castità» nei confronti di religiose di cui era padre spirituale. Le testimonianze delle vittime furono definite «coerenti e credibili» dalla stessa congregazione che rese pubbliche le notizie.

    Eretta canonicamente nel 1978, la comunità di St. Jean si era sviluppata in quattro rami: frati, oblati laici, suore apostoliche, suore contemplative. Quest’ultimo ramo fu fondato insieme ad una suora spagnola, madre Alix, ed è proprio quello ad essere stato disciolto da Ratzinger tramite il cardinale Tarcisio Bertone, all’epoca segretario di Stato vaticano, nominato delegato pontificio per il governo dell’istituto, con un rescritto del 10 gennaio 2013 (quindi circa un mese prima della rinuncia di Benedetto XVI) dopo una serie di “dissidenze” da parte dei membri.

    Bisogna, però, fare un passo indietro. Sulla congregazione era già stata avviata una lunga indagine in seguito ad accuse – alcune risalenti agli anni ’90 – da parte di alcune organizzazioni di pressioni psicologiche verso gli adepti, spinti a rompere totalmente i legami con i familiari, e l’assenza di cure mediche, e anche di un mancato rispetto verso certe regole della Chiesa cattolica e di metodi formativi troppo vicini a quelli delle sette.

    Nonostante il rifiuto di ogni accusa da parte dei vertici della comunità, al servizio da anni di più di venti diocesi in Francia, nel 2009 il cardinale Philippe Barbarin su ordine della Congregazione per la Vita consacrata, presieduta dal cardinale Franc Rodé, aveva congedato la priora generale delle contemplative suor Alix sostituendola con un’altra suora, madre Johanna, rifiutata dalle consorelle che ritenevano la fondatrice «una superiora senza pari».

    Nello stesso anno, con la volontà di vederci ancora più chiaro, la Congregazione per la Vita consacrata aveva nominato un primo Commissario pontificio dell’istituto, monsignor Jean Bonfils, emerito di Nizza, dimessosi dopo due anni per non essere stato in grado di risolvere i conflitti interni alla comunità. Nel 2011 gli successe monsignor Henri Brincard, vescovo di Puy-en-Velay, nominato commissario pontificio per le Suore contemplative.

    Non hanno tardato ad arrivare all’epoca critiche e polemiche da parte delle suore contro le decisioni del vescovo, accompagnati anche da ricorsi quasi tutti respinti per mancanza di fondamenti giuridici. Non ha tardato ad arrivare anche l’intervento di Benedetto XVI che, davanti alla mancata richiesta di tenere quanto prima un Capitolo generale per eleggere il proprio governo, nei primi mesi del 2012 ha nominato Bertone suo delegato. Negli stessi anni, intanto, un centinaio di novizie e professe semplici avevano lasciato la congregazione fondando nuove associazioni pubbliche di fedeli, in particolare una a Cordoba, in Spagna, «in vista di diventare un istituto religioso». Davanti a questa serie di “ribellioni” la congregazione è stata sciolta nel 2013, un mese prima della rinuncia di Benedetto.

    Abusi alle suore in Africa

    Tornando invece al tema degli abusi sulle religiose affrontato dal Papa nel colloquio in aereo non si può non menzionare il caso dell’Africa, dove le accuse di violenze alle suore da parte di membri del clero assume i tratti di una vera e propria emergenza, quasi più della stessa pedofilia. Nel 2010, un documento pubblicato dal National Catholic Reporter riportava la denuncia presentata in via riservata in Vaticano nel 1995 a firma di suor Maura O’Donohue, medico e specialista dell’Aids, e un’altra inviata nel 1998, a firma di suor Marie McDonald, superiora delle Missionarie di Nostra Signora dell’Africa. Nei documenti si parlava di violenze da parte di sacerdoti a danno di diverse religiose, vergini e quindi oggetto sessuale più “sicuro” per il timore del contagio dell’Aids. In alcuni passaggi veniva riportato inoltre di suore rimaste incinta dopo le violenze e costrette ad abortire.

    È una problematica, questa degli abusi sulle consacrate, che investe quasi tutta l’Africa, in particolare quelle zone in cui permane una visione denunciata dal Papa di una donna oggetto, subordinata al maschio o essere di serie B.  E se a livello sociale questo porta a «schiavitù» o a crimini più orribili come mutilazioni genitali e lapidazioni, nella Chiesa africana si riflette in una disistima della vita femminile consacrata da parte di vescovi, preti e laici, che spesso sfocia anche in abusi e maltrattamenti, non solo fisici ma anche psicologici. Inoltre la dipendenza economica dalla diocesi di tante piccole congregazioni religiose femminili ha rappresentato in più di un’occasione un freno alla denuncia di eventuali violenze.

    La protesta delle suore in India contro il vescovo accusato di abusi

    Infine non va ignorata la protesta – che non ha precedenti considerato il contesto – messa in piedi l’anno scorso dalle suore indiane del Punjab, scese in strada con cartelloni e striscioni in difesa di una consorella che afferma di essere stata oggetto di ripetute violenze sessuali dal 2014 al 2016 da parte del vescovo di Jullundur, Franco Mulakkal, che si dichiara innocente ma che è stato arrestato il 22 settembre 2018 dalla polizia del Kerala, poi rilasciato su cauzione dopo quattordici giorni. Neanche qualche settimane fa le religiose, che, supportate da laici hanno proseguito nelle loro manifestazioni, hanno diffuso la lettera inviata al capo del Governo dello Stato indiano del Kerala, Pinarayi Vijayan, in cui denunciano «minacce imminenti» da parte del vescovo «in connivenza con le autorità della nostra congregazione religiosa per aver aiutato la vittima». E affermano di essere aver ricevuto intimidazioni di trasferimenti per non testimoniare al processo contro il presule.

    In Africa e in Asia mancano linee guida contro gli abusi

    Ci sono, dunque, questioni profondamente radicate soprattutto in Asia e Africa, dove, peraltro, le Conferenze episcopali erano state invitate otto anni fa dalla Congregazione per la Dottrina della Fede a stilare linee guida per prevenire casi di abusi, senza che mai però fosse elaborata alcuna risposta. Perciò, come ha detto il Papa, non basta la sola denuncia. Serve un cambiamento di mentalità a livello culturale e sociale, e il primo impulso potrebbe e dovrebbe provenire proprio dalla Chiesa.

  • Il Papa si scuote: “Indagherò su McCarrick”

    Il Papa si scuote: “Indagherò su McCarrick”

    A 40 giorni dal memoriale Viganò la Chiesa partorisce un comunicato anodino. Il caso dell’ex porporato verrà approfondito, ma la lobby gay resta un tabù. La Santa Sede comunque ammette che dal passato “potrebbero emergere scelte incoerenti”

    di Lorenzo Bertocchi

    Con un comunicato diramato ieri pomeriggio dalla Sala stampa vaticana, arriva una prima risposta dopo oltre 40 giorni dalla pubblicazione del memoriale dell’ex nunzio Carlo Maria Viganò. Ma è una risposta che non può essere considerata esaustiva dei “chiarimenti” che erano stati annunciati in una dichiarazione del C9, il gruppo di nove porpore che coadiuva il Papa nel governo della Chiesa, il 10 settembre scorso.

    Il comunicato si concentra esclusivamente sul caso dell’ex cardinale Theodore McCarrick, di cui papa Francesco ha accettato le dimissioni dal collegio cardinalizio lo scorso 27 luglio, dopo che le accuse per abusi rivolte nei suoi confronti erano state ritenute “credibili”. Sappiamo, invece, che la testimonianza di Viganò riguarda anche McCarrick, ma apre uno scenario molto più vasto di malgoverno nella Chiesa e di cordate clericali, tra cui spicca quella della famigerata lobby gay, che non può certo ridursi al caso dell’arcivescovo emerito di Washington.

    Comunque nel testo diramato ieri, che non fa mai riferimento al dossier dell’ex nunzio pubblicato su queste colonne, c’è una novità: “Il Santo Padre ha disposto di integrare le informazioni raccolte tramite l’investigazione previa con un ulteriore accurato studio dell’intera documentazione presente negli archivi dei dicasteri e uffici della Santa Sede riguardanti l’allora cardinale McCarrick”.  In un certo senso questa è una risposta anche a Viganò, il quale ha scritto chiaramente che nei dicasteri vaticani sull’ex cardinale ci sono da tempo dei dossier. Sarebbe interessante sapere da quanto tempo esistono e cosa contengono, perché è assodato che almeno dal 2000 tali accuse di abusi su seminaristi erano giunte dagli Stati Uniti alla segreteria di Stato.

    Nella dichiarazione di ieri si dice che “nel settembre 2017 l’arcidiocesi di New York ha segnalato alla Santa Sede che un uomo accusava l’allora cardinale McCarrick di aver abusato di lui negli anni Settanta”, e a quel punto “il Santo Padre ha disposto in merito un’indagine previa approfondita, che è stata svolta dall’arcidiocesi di New York e alla conclusione della quale la relativa documentazione è stata trasmessa alla Congregazione per la dottrina della fede”. Ma di cosa sia successo prima del settembre 2017 non si dice nulla, mentre Viganò sostiene che almeno dal giugno 2013 papa Francesco  sapesse delle accuse rivolte a McCarrick e che lo stesso ex cardinale fosse stato sottoposto a sanzioni in forma “segreta” da Benedetto XVI.

    Tra le righe però si lascia capire che qualcosa deve essere andato storto nella gestione del caso. “La Santa Sede”, si legge, “è consapevole che dall’esame dei fatti e delle circostanze potrebbero emergere delle scelte che non sarebbero coerenti con l’approccio odierno a tali questioni. Tuttavia, come ha detto papa Francesco, “seguiremo la strada della verità, ovunque possa portarci”. C’è poi il riferimento a un’ermeneutica che tenga conto di un imprecisato “contesto storico”, come se, appunto, vi sia stato un tempo in cui insabbiare fosse davvero l’unica soluzione attuata dalla Chiesa per questi casi.

    Con Benedetto XVI nel 2002 assistiamo alla vera svolta sul modo in cui la Chiesa affronta gli abusi, grazie all’istruzione De delicti gravioribus, poi è stato un crescendo di norme e procedure, compreso il Motu proprio di Francesco sulla rimozione dei vescovi “negligenti” del 2016. Ma fino a che punto queste norme sono state attuate? Il caso MaCarrick potrebbe svelare due pesi e due misure, soprattutto quando a essere accusati sono vescovi o cardinali, magari con solidi agganci in curia, come lascia intendere la testimonianza di Viganò.

    Però il comunicato di ieri su questo possibile scenario di coperture ad alto livello non dice assolutamente nulla. Non risponde alle circostanze sollevate da Viganò, che non riguardano solo Francesco, ma tre segretari di Stato, i cardinali Angelo Sodano, Tarcisio Bertone e Pietro Parolin, nonché due prefetti della congregazione dei vescovi, Giovanbattista Re, e l’attuale, il cardinale canadese Marc Ouellet. Tutte queste eminenze non hanno agito in un imprecisato “contesto storico”, ma quasi tutti hanno operato il loro ufficio negli ultimi 20 o 30 anni. E il cardinale Ouellet, di recente chiamato in causa da Viganò nel suo ultimo scritto, è tutt’ora nel ruolo.

    Gli abusi e la loro copertura, dice ancora il comunicato, “non possono essere più tollerati” e “un diverso trattamento per i vescovi che li hanno commessi o li hanno coperti rappresenta infatti una forma di clericalismo mai più accettabile”. Sarà interessante capire allora quali fatti seguiranno all’approfondimento di inchiesta che ha richiesto ora il Papa, per chiarire chi ha permesso la carriera sfolgorante di McCarrick, vescovo di Washington nel 2000 e cardinale nel 2001, poi globetrotter con agganci importanti in varie parti del mondo, nonostante le accuse nei suoi confronti risalenti almeno al 2000.

    È certamente necessario nell’ottica della Chiesa che tutti i fedeli si sentano parte di questa situazione per superarla insieme, come Francesco aveva già scritto nella Lettera al popolo di Dio diramata lo scorso 20 agosto dopo l’esplodere del rapporto del Gran giurì di Pennsylvania. Ma il tornante della storia che deve superare la Chiesa va oltre il caso MaCarrick su cui si concentra il comunicato diramato ieri. Si tratta, infatti, di far uscire dall’ovile i pastori incapaci o corrotti. L’unità, che è importante, e che tutti a parole dicono di voler difendere, può essere pagata a qualsiasi prezzo?

    (trascrizione da La Verità del 7 ottobre 2018)