Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • FRANCESCO TOLGA IL VELO AL DOSSIER DI RATZINGER

    FRANCESCO TOLGA IL VELO AL DOSSIER DI RATZINGER

    Il Papa starebbe preparando un documento per dimostrare che gli abusi di McCarrick vennero insabbiati prima della sua elezione. Se vuole fare chiarezza, pubblichi anche il rapporto di Ratzinger sui gruppi di potere Lgbt, che avrebbe portato alle sue dimissioni

    di Maurizio Belpietro

    Francesco ha deciso di passare al contrattacco, scrive Il Fatto Quotidiano. Il Papa non ci sta a passare per colui che insabbiò lo scandalo del cardinale Theodore Edgar McCarrick, arcivescovo di Washington che secondo l’accusa lanciata dall’ex nunzio apostolico in America fu per anni predatore seriale di seminaristi. Dunque, di fronte alla documentata ricostruzione dei fatti portata da Carlo Maria Viganò e pubblicata in esclusiva mondiale dalla Verità, il Pontefice avrebbe dato ordine di preparare una puntigliosa risposta, anzi, scrive Carlo Tecce, un dossier, per ribattere punto su punto. La strategia del silenzio e della preghiera sostenuta dal Santo Padre per arginare le reazioni al memoriale dell’ex nunzio evidentemente non ha funzionato.  Negli Stati Uniti molti vescovi ritengono necessaria una risposta a Viganò, non soltanto perché il documento da lui redatto è circostanziato da nomi e date, ma anche perché sono ancora fresche le accuse del New York Times al cardinal McCarrick, dunque far finta di nulla, tacere e pregare mentre sono aperte anche delle indagini di varie Procure, non sembra la soluzione migliore. Come segnalavamo ieri, più che un gesto di umiltà potrebbe apparire una scelta di omertà.

    Dunque, meglio fornire una versione ufficiale. Il Papa perciò vorrebbe sapere chi ricevette le segnalazioni sui comportamenti sessualmente inappropriati di McCarrick e perché non fece nulla. Che i rapporti siano giunti in Vaticano ormai è certo. Prova ne sia che come abbiamo scritto ieri uno degli accusatori del cardinale di Washington ha mostrato una lettera del sostituto della Segreteria di Stato, il cardinale Leonardo Sandri, in cui si fa esplicito riferimento a quanto accaduto in seminario. Perché la Santa sede non si attivò? L’obiettivo di Bergoglio è chiaro. Visto che l’arcivescovo Viganò accusa direttamente lui, sostenendo di avergli rivelato nel giugno del 2013 l’esistenza di un dossier sul “corruttore di seminaristi”, il Papa intende svelare gli altarini precedenti, cioè quando i Pontefici erano Karol Wojtyla e Benedetto XVI.

    La strategia di dimostrare che l’insabbiamento del caso McCarrick è cominciata prima della sua ascesa al soglio di Pietro certo ha un senso. Lo stesso ex nunzio apostolico ne parla nel suo memoriale, facendo i nomi dei precedenti Segretari di Stato, tra i quali cardinali  Angelo Sodano e Tarcisio Bertone, oltre a molti altri. Secondo Viganò il cardinale di Washington avrebbe goduto per anni di alte coperture e questo gli avrebbe consentito di agire indisturbato, sfruttando anche le relazioni con una lobby gay molto forte all’interno della Chiesa.

    Ora papa Francesco vuole far predisporre un dossier su quanto accaduto e sull’insabbiamento delle accuse a McCarrick? Bene. Come abbiamo scritto a più riprese, in questi casi la trasparenza è la miglior strategia, perché panni come questi non si lavano in casa, come sembrava lasciar intendere in un primo momento la scelta del silenzio. Tuttavia ci permettiamo un modesto consiglio: rivelare le connivenze che hanno garantito anni di impunità è giusto, però nella confessione dell’ex nunzio non si parla solo di McCarrick, ma anche della lobby che condiziona il Vaticano e le sue decisioni. Viganò scrive che papa Benedetto XVI avviò un’indagine, affidandola a tre cardinali che operarono in gran segreto. I risultati di quell’inchiesta condotta da Juliàn Herranz, Josef Tomko e Salvatore De Giorgi furono consegnati personalmente da Ratzinger a Bergoglio il giorno del passaggio di consegne a Castel Gandolfo e il Pontefice li custodirebbe personalmente in Vaticano. Che cosa c’è di così esplosivo in quel dossier? Come mai a volte se ne parla lasciando capire che proprio quell’indagine sarebbe all’origine delle dimissioni di Benedetto XVI?

    Fare chiarezza sul caso McCarrick è giusto ed è ciò che chiedevamo sin dal giorno della pubblicazione del memoriale di Carlo Maria Viganò. Ma fermarsi alle accuse al cardinale di Washington sarebbe sbagliato. Francesco è il Papa della trasparenza, colui che chiede scusa per gli abusi sui minorenni commessi da sacerdoti? Colui che vuole rompere con il passato? Ottimo. A questo punto faccia alzare il velo che copre altri scandali, rendendo pubblico il dossier ricevuto da Benedetto XVI. L’ora della verità è giunta e rinviarla sarebbe non solo sbagliato, ma pericoloso, perché una grande ombra offuscherebbe il messaggio di pace e trasparenza del Pontefice.

    (trascrizione da La Verità del 10 settembre 2018)

  • La toppa del vaticanista pompiere

    La toppa del vaticanista pompiere

    Nell’ansia di screditare l’autore del documento, Andrea Tornielli finisce per mollare pure Ratzinger. E attribuisce a Viganò la firma (inesistente) della “Correctio filialis”

    Di Giorgio Gandola

    Angeli e demoni. Quando uno schizzo di verità cola su una tonaca candida mettendo in imbarazzo chi la indossa, i rimedi sono due: il silenzio contrito e distante o il pronto intervento di don Andrea. Come una candeggina. Poiché davanti all’eco mondiale delle parole di monsignor Carlo Maria Viganò non è possibile tacere, ecco scendere in campo Andrea Tornielli, vaticanista di lungo corso e di altro magistero, che sul sito Vatican Insider (autorevole finestra sui cortili d’Oltretevere inglobata nella Stampa) ieri ha provato a distruggere dalle fondamenta le accuse a papa Francesco. E lo ha fatto da difensore d’ufficio, da alabardiere svizzero con la penna al posto della picca col fiocco, applicando al caso la regola numero uno dello smontaggio mediatico: se non riesci a colpire il ragionamento, colpisci il ragionatore.

    Così Viganò si trasforma in un cupo prelato millenarista corroso dall’invidia neanche fosse uscito da Il nome della rosa; un opportunista che pretende di scoperchiare il verminaio della lobby gay davanti all’altare di Cristo ma si faceva fotografare con il cardinale Theodore McCarrick; un uomo confuso che parla per frustrazione contro sua santità Jorge Bergoglio senza averne motivo. E che farebbe parte di una de stabilizzatrice Spectre mondiale riconducibile ai firmatari della famosa “Correzione filiale” all’esortazione post-sinodale Amoris Laetitia.

    Il problema delle difese d’ufficio è quasi sempre il trasporto, lo slittamento della frizione. Tornielli scrive che Viganò firmò quel documento eretico, ma del suo nome nel sito ufficiale correctiofilialis.org non c’è traccia. Lo stesso vaticanista spiegava nei giorni della lettera scarlatta, un anno fa: “A sorpresa il documento non contiene le firme di cardinali (…). Non compaiono nemmeno le firme di vescovi in comunione con Roma”. Impossibile che un fuoriclasse come lui abbia preso un buco.

    Nel comprendibile tentativo di gettarsi a corpo moro su papa Francesco per difenderlo dalle critiche, Tornielli sostiene che non del Pontefice argentino sia la colpa dello scandalo, semmai del suo predecessore Joseph Ratzinger “non in grado di far rispettare i suoi stessi ordini, senza battere ciglio vedendoselo arrivare in Vaticano in più occasioni” (il soggetto è sempre il pedofilo McCarrick). E qui sembra un altro giornalista, che evidentemente ha cambiato punto di vista sul Golgota della verità, non certo il coautore con Paolo Rodari del bestseller Attacco a Ratzinger contro chi osava sollevare il sopracciglio nei confronti di Benedetto XVI che nel 2012 (non è inutile ricordarlo) era il Papa in carica.

    Chi accusa di omissioni il mondo, talvolta finisce per omettere. Per esempio che monsignor Viganò non può essersi vendicato  per una mancata promozione di qualche mese fa poiché già nel 2011, proprio a Benedetto XVI, aveva denunciato la presenza di una potente lobby gay in Vaticano. E per questo suo amore di verità si giocò la carriera. Allora era vicegovernatore, in pole position per diventare governatore fra le sacre mura anche per le sue qualità amministrative: era riuscito ad ottenere un avanzo di 22 milioni limitando gli sprechi babilonesi dei preti. Ma pagò il so coraggio con un allontanamento punitivo in Africa deciso dall’allora segretario di stato, Tarcisio Bertone. Quando Ratzinger lo seppe stracciò la lettera d’incarico e gli cambiò destinazione, riconoscendogli lealtà e trasparenza, e attribuendogli il prestigioso ruolo di nunzio apostolico a Washington. Il prelato allegramente screditato dalle penne all’incenso, in realtà sacrificò il proprio futuro in nome della verità; sarebbe piaciuto a Gilbert Keith Chesterton e ai grandi cristiani della Storia. Dopo 7 anni ha continuato a pronunciarla, anzi a gridarla com’è giusto, perché il cancro della pedofilia continua ad albergare fra le tonache nonostante le dichiarazioni di principio di Bergoglio, applaudite dalla claque. Prima dell’estate il caso del ragazzo di Rozzano, abusato sessualmente da un prete coperto da Mario Delpini, è finito davanti alla platea dell’Onu a Ginevra. Non per la straordinarietà della vicenda, ma perché il sacerdote omertoso è stato nominato arcivescovo di Milano proprio da papa Francesco, che ha (invano) il dossier della vittima sulla scrivania. Angeli, demoni e alabardieri fuori taglia. Ma la luce delle candele resta tremula, come la carne di troppi preti.

    (trascrizione da La Verità del giorno 29 agosto 2018)

  • Caso McCarrick. “Il papa sapeva. Ecco perché deve dimettersi”

    Caso McCarrick. “Il papa sapeva. Ecco perché deve dimettersi”

    «Vescovi e sacerdoti, abusando della loro autorità, hanno commesso crimini orrendi a danno di loro fedeli, minori, vittime innocenti, giovani uomini desiderosi di offrire la loro vita alla Chiesa, o non hanno impedito con il loro silenzio che tali crimini continuassero ad essere perpetrati».
    Chi scrive queste parole è un arcivescovo, già nunzio apostolico negli Stati Uniti dal 2011 al 2016. Ora in pensione, ha deciso di aprire il suo cuore e di dire tutto ciò di cui è venuto a conoscenza circa la vicenda degli abusi sessuali nella Chiesa. Una testimonianza che si conclude con una richiesta dura e perentoria: papa Francesco si faccia da parte. Perché anche lui ha saputo, ma ha coperto.
    Autore del memoriale, come spiega La Verità in edicola oggi, è monsignor Carlo Maria Viganò, settantasette anni, che prima di essere inviato come nunzio negli Usa è stato responsabile del Governatorato della Città del Vaticano e prima ancora nunzio in Nigeria, delegato per le rappresentanze pontificie nella Segreteria di Stato della Santa Sede e membro della Commissione disciplinare della Curia romana.
    «Restituire la bellezza della santità al volto della Sposa di Cristo, tremendamente sfigurato da tanti abominevoli delitti». È con questa motivazione che il monsignore ha deciso di parlare. «Se vogliamo veramente liberare la Chiesa dalla fetida palude in cui è caduta, dobbiamo avere il coraggio di abbattere la cultura del segreto e confessare pubblicamente le verità che abbiamo tenuto nascoste. Occorre abbattere l’omertà con cui vescovi e sacerdoti hanno protetto loro stessi a danno dei loro fedeli, omertà che agli occhi del mondo rischia di far apparire la Chiesa come una setta, omertà non tanto dissimile da quella che vige nella mafia».
    E alle parole fa seguire i fatti, cioè le notizie. Documentate, circostanziate. Il tono è dolente, ma lo stile asciutto.
    La classica goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la vicenda del cardinale McCarrick. Quando ha visto che di fronte alle nefandezze commesse dallo “Zio Ted”, emerse in tutta la loro evidenza negli ultimi mesi, tutti ai vertici della Chiesa sono caduti dalle nuvole, tanto che è stato un diluvio di «io non sapevo», monsignor Viganò si è messo a scrivere. Un atto d’accusa che parte da lontano, da prima del pontificato di Francesco, e arriva fino a oggi.
    «Ora che la corruzione è arrivata ai vertici della gerarchia della Chiesa la mia coscienza mi impone di rivelare quelle verità delle quali in relazione al caso tristissimo dell’arcivescovo emerito di Washington Theodore McCarrick sono venuto a conoscenza nel corso degli incarichi che mi furono affidati, da san Giovanni Paolo II, come Delegato per le Rappresentanze Pontificie dal 1998 al 2009 e da Papa Benedetto XVI come Nunzio Apostolico negli Stati Uniti d’America dal 19 ottobre 2011 a fine maggio 2016».
    Viganò spiega che due ex nunzi negli Stati Uniti, ambedue deceduti prematuramente, ovvero Gabriel Montalvo (in servizio dal 1998 al 2005) e Pietro Sambi (che ricoprì l’incarico dal 2005 al 2011), «non mancarono di informare immediatamente la Santa Sede non appena ebbero notizia dei comportamenti gravemente immorali con seminaristi e sacerdoti dell’arcivescovo McCarrick». Ma nessuno si mosse.
    In particolare Viganò rivela che «il Nunzio Sambi trasmise al Cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone una Memoria di accusa contro McCarrick da parte del sacerdote Gregory Littleton della diocesi di Charlotte, ridotto allo stato laicale per violazione di minori, assieme a due documenti in cui lo stesso Littleton raccontava la sua triste storia di abusi sessuali da parte dell’allora arcivescovo di Newark e di diversi altri preti e seminaristi. Il Nunzio aggiungeva che il Littleton aveva già inoltrato questa sua Memoria a circa una ventina di persone, fra autorità giudiziarie civili ed ecclesiastiche, di polizia ed avvocati, fin dal giugno 2006, e che era quindi molto probabile che la notizia venisse presto resa pubblica. Egli sollecitava pertanto un pronto intervento della Santa Sede».
    In quanto delegato per le rappresentanze pontificie, nel 2006 Viganò scrive un appunto sul caso Littleton e lo trasmette al cardinale Tarcisio Bertone e al sostituto Leonardo Sandri. Afferma che i comportamenti attribuiti a McCarrick sono di una tale gravità e nefandezza da provocare sconcerto, ma le accuse sono precise e si parla anche di celebrazione sacrilega dell’Eucaristia con i medesimi sacerdoti coinvolti nelle turpitudini.
    Di conseguenza nel suo appunto Viganò chiede con forza che per una volta l’autorità ecclesiastica intervenga prima di quella civile e prima che la stampa faccia esplodere il caso. Sarebbe salutare. Ma dai superiori nessuna reazione. E l’appunto non viene mai restituito.
    Viganò non si arrende e torna alla carica nel 2008. Richard Sipe, psicoterapeuta e studioso dei comportamenti sessuali dei preti cattolici e dei loro superiori, scrive quell’anno a Benedetto XVI una lettera il cui titolo dice tutto: «Your Holiness, I Have the Evidence. Card. McCarrick Is a Homosexual, Please Act». Il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, cardinale William Levada, e il cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone ne sono subito informati. Inoltre Viganò consegna un appunto in proposito al nuovo sostituto Fernando Filoni. E, già che c’è, allega l’appunto di due anni prima, tornando a sottolineare la gravità della situazione. Ma la reazione delle alte gerarchie è sempre la stessa: nessuna risposta.
    È grazie al cardinale Giovanni Battista Re, all’epoca prefetto della Congregazione per i vescovi, che Viganò viene a sapere che papa Benedetto XVI, a conoscenza della denuncia di Sipe, ha ordinato a McCarrick di lasciare il seminario in cui risiede e gli ha proibito di celebrare in pubblico, partecipare a incontri, dare conferenze e viaggiare, con l’obbligo di dedicarsi a una vita di preghiera e penitenza.
    È il nunzio Sambi a comunicare il provvedimento a McCarrick, nel corso di un incontro burrascoso. Poi, quando Viganò diventa nunzio negli Usa, è lui stesso a ricordare gli ordini del papa a un McCarrick che riesce solo a farfugliare una risposta confusa cercando goffamente di minimizzare.
    Ma come ha fatto McCarrick a diventare ciò che è diventato (arcivescovo di Washington, e cardinale, dopo essere stato arcivescovo a Newark) visto che i suoi comportamenti erano quelli che erano?
    Se lo chiede anche Viganò, che attribuisce la responsabilità della carriera di McCarrrick al cardinale Angelo Sodano, segretario di Stato dal 1991 al 2006 e al cardinale Tarcisio Bertone, suo successore. Ma Viganò coinvolge anche l’attuale segretario di Stato, Pietro Parolin. Quando infatti è evidente a tutti che McCarrick non obbedisce agli ordini di Benedetto XVI e anzi gira per il mondo, Viganò scrive a Parolin chiedendo se le sanzioni siano ancora in vigore, ma la sua domanda resta, tanto per cambiare, senza riposta.
    Altri che certamente seppero, ma tacquero, furono, scrive Viganò, il cardinale Levada, il cardinale Sandri, monsignor Becciu (ora cardinale), i cardinali Lajolo e Mamberti. Insomma, i vertici al completo.
    Non meno devastante, stando alle rivelazioni di Viganò, il quadro negli Stati Uniti. Anche lì tutti sapevano, a partire dal cardinale Wuerl, successore di McCarrick a Washington, ma nessuno si mosse. E oggi le dichiarazioni di Wuerl, secondo il quale lui non seppe nulla, «sono assolutamente risibili».
    Quanto al cardinale Kevin Farrell, attuale prefetto del Dicastero vaticano per i laici, la famiglia e la vita, il quale a sua volta ha detto di non aver mai avuto sentore degli abusi di McCarrick, Viganò scrive: «Tenuto conto del suo curriculum a Washington, a Dallas e ora a Roma, credo che nessuno possa onestamente credergli». Infine del cardinale Sean O’Malley, arcivescovo di Boston e capo della Commissione vaticana per la protezione dei minori, Viganò afferma: «Mi limito a dire che le sue ultime dichiarazioni sul caso McCarrick sono sconcertanti, anzi hanno oscurato totalmente la sua trasparenza e credibilità».
    Ma a questo punto la drammaticità del memoriale di monsignor Viganò sale ulteriormente di tono, perché coinvolge direttamente papa Francesco.
    L’anno è il 2013, il mese giugno. A Roma c’è una riunione dei nunzi di tutto il mondo e anche Viganò è presente. Emozionato per la prospettiva del primo incontro con il nuovo pontefice, l’arcivescovo si reca a Casa Santa Marta, la residenza scelta da Bergoglio al posto del palazzo apostolico, e chi trova lì? Un cardinale McCarrick sorridente e sereno, che indossa la veste filettata e saluta Viganò facendogli sapere in tono baldanzoso: «Il Papa mi ha ricevuto ieri, domani vado in Cina!».
    Annota Viganò: «Allora nulla sapevo della sua lunga amicizia con il Card. Bergoglio e della parte di rilievo che aveva giocato per la sua recente elezione, come lo stesso McCarrick avrebbe successivamente rivelato in una conferenza alla Villanova University ed in un’intervista al Catholic National Reporter, né avevo mai pensato al fatto che aveva partecipato agli incontri preliminari del recente conclave, e al ruolo che aveva potuto avere come elettore in quello del 2005. Non colsi perciò immediatamente il significato del messaggio criptato che McCarrick mi aveva comunicato, ma che mi sarebbe diventato evidente nei giorni immediatamente successivi».
    Il primo, atteso incontro di Viganò con il papa ha un che di surreale e lascia il povero nunzio senza parole. Ma il peggio deve venire.
    È il 23 giugno 2013, domenica. Il papa riceve Viganò prima dell’Angelus. Fa alcune affermazioni che all’arcivescovo suonano quanto meno sibilline, poi, di punto in bianco, gli chiede: «Il card. McCarrick com’è?».
    Al che il nunzio risponde: «Santo Padre, non so se lei conosce il card. McCarrick, ma se chiede alla Congregazione per i Vescovi c’è un dossier grande così su di lui. Ha corrotto generazioni di seminaristi e di sacerdoti e papa Benedetto gli ha imposto di ritirarsi ad una vita di preghiera e di penitenza».
    Reazione del papa? Nessuna. Anzi, Bergoglio cambia subito argomento. Ma allora, si chiede uno sconcertato Viganò, perché mi ha fatto la domanda?
    Il nunzio lo capisce una volta tornato a Washington. Lì apprende che tra il papa e McCarrick c’è uno stretto legame. La domanda posta da Bergoglio al nunzio era dunque una trappola. Sta di fatto che, secondo il racconto di monsignor Viganò, almeno dal 23 giugno 2013 papa Francesco è a conoscenza del caso McCarrick.
    A questo punto Viganò commenta: «Papa Francesco ha chiesto più volte totale trasparenza nella Chiesa e a vescovi e fedeli di agire con parresia. I fedeli di tutto il mondo la esigono anche da lui in modo esemplare. Dica da quando ha saputo dei crimini commessi da McCarrick abusando della sua autorità con seminaristi e sacerdoti. In ogni caso, il papa lo ha saputo da me il 23 giugno 2013 ed ha continuato a coprirlo, non ha tenuto conto delle sanzioni che gli aveva imposto papa Benedetto e ne ha fatto il suo fidato consigliere insieme con Maradiaga. Quest’ultimo si sente così sicuro della protezione del papa che può cestinare come “pettegolezzi” gli appelli accorati di decine di suoi seminaristi, che trovarono il coraggio di scrivergli dopo che uno di loro aveva cercato di suicidarsi per gli abusi omosessuali nel seminario».
    Dunque Francesco sapeva. Lo sa da tempo, almeno da cinque anni. «Sapeva perlomeno dal 23 giugno 2013 che McCarrick era un predatore seriale». Ma, «pur sapendo che era un corrotto, lo ha coperto ad oltranza, anzi ha fatto suoi i suoi consigli non certo ispirati da sane intenzioni e da amore per la Chiesa. Solo quando vi è stato costretto dalla denuncia di un abuso di un minore, sempre in funzione del plauso dei media, ha preso provvedimenti nei suoi confronti [nel luglio di quest’anno, ndr] per salvare la sua immagine mediatica».
    «Ora – continua Viganò – negli Stati Uniti è un coro che si leva specialmente dai fedeli laici, a cui ultimamente si sono uniti alcuni vescovi e sacerdoti, che chiedono che tutti quelli che hanno coperto con il loro silenzio il comportamento criminale di McCarrick o che si sono serviti di lui per fare carriera o promuovere i loro intenti, ambizioni e il loro potere nella Chiesa si devono dimettere. Ma ciò non sarà sufficiente per sanare la situazione di gravissimi comportamenti immorali da parte del clero, vescovi e sacerdoti. Occorre proclamare un tempo di conversione e di penitenza. Occorre ricuperare nel clero e nei seminari la virtù della castità. Occorre lottare contro la corruzione dell’uso improprio delle risorse della Chiesa e delle offerte dei fedeli. Occorre denunciare la gravità della condotta omosessuale».
    «Imploro tutti, in particolare i Vescovi, di rompere il silenzio per sconfiggere questa cultura di omertà così diffusa, a denunciare ai media ed alle autorità civili i casi di abusi di cui sono a conoscenza. Ascoltiamo il messaggio più potente che ci ha lasciato in eredità san Giovanni Paolo II: non abbiate paura! Non abbiate paura!»
    All’Angelus del 12 agosto scorso Francesco ha detto che «ognuno è colpevole del bene che poteva fare e non ha fatto… Se non ci opponiamo al male, lo alimentiamo in modo tacito. È necessario intervenire dove il male si diffonde; perché il male si diffonde dove mancano cristiani audaci che si oppongono con il bene». Se ciò è vero, e lo è, quanto più grave è la responsabilità per il papa, il supremo pastore! Eppure, sostiene Viganò, nel caso di McCarrick il supremo pastore «non solo non si è opposto al male ma si è associato nel compiere il male con chi sapeva essere profondamente corrotto, ha seguito i consigli di chi ben sapeva essere un perverso, moltiplicando così in modo esponenziale con la sua suprema autorità il male operato da McCarrick. E quanti altri cattivi pastori Francesco sta ancora continuando ad appoggiare nella loro azione di distruzione della Chiesa! Francesco sta abdicando al mandato che Cristo diede a Pietro di confermare i fratelli. Anzi, con la sua azione li ha divisi, li induce in errore, incoraggia i lupi nel continuare a dilaniare le pecore del gregge di Cristo».
    Papa Francesco dunque «riconosca i suoi errori e, in coerenza con il conclamato principio di tolleranza zero, sia il primo a dare il buon esempio a Cardinali e Vescovi che hanno coperto gli abusi di McCarrick e si dimetta insieme a tutti loro».
    Questa la richiesta, perentoria, senza mezzi termini: dimissioni. L’unico gesto che può aiutare il risanamento.
    La situazione è drammatica, ma monsignor Viganò invita a non perdere la speranza. Pur «nello sconcerto e nella tristezza», dice, pensiamo ai tanti preti e vescovi che compiono il loro dovere e non perdiamo la fede nel Signore. Anzi, è proprio in questi momenti che «la grazia del Signore si rivela sovrabbondante e mette la sua misericordia senza limiti a disposizione di tutti; ma è concessa solo a chi è veramente pentito e propone sinceramente di emendarsi. Questo è il tempo opportuno, per la Chiesa, per confessare i propri peccati, per convertirsi e fare penitenza. Preghiamo tutti per la Chiesa e per il papa, ricordiamoci di quante volte ci ha chiesto di pregare per lui!».
    Aldo Maria Valli
    Chi volesse leggere il memoriale di monsignor Carlo Maria Viganò nella versione integrale lo trova qui.

    Caso McCarrick. “Il papa sapeva. Ecco perché deve dimettersi”

  • DIECI DOMANDE A PAPA BERGOGLIO. Facciamola semplice: i fatti sono veri o no?

    DIECI DOMANDE A PAPA BERGOGLIO. Facciamola semplice: i fatti sono veri o no?

    Il pontefice snobba il dossier e la stampa amica infanga l’accusatore. Per le opinioni, però, oltre un certo limite non c’è più spazio. La dura denuncia contiene date, avvenimenti, nomi e cognomi. È quella la realtà? Abbiamo scelto 10 punti sui quali non si scappa

    di Maurizio Belpietro

    Ventiquattro ore. Tante ne sono servite perché anche i principali quotidiani si accorgessero dell’atto d’accusa contro il Papa pubblicato dal nostro giornale. Per l’intera giornata di domenica la grande stampa nazionale aveva preferito ignorare il dossier reso noto in esclusiva dalla Verità,  preferendo dare spazio alle notizie del viaggio di Bergoglio in Irlanda piuttosto che alle clamorose rivelazioni dell’ex nunzio in America, Carlo Maria Viganò, sulle coperture papali di cui avrebbe goduto un arcivescovo omosessuale e sulla lobby gay all’interno della Chiesa. Poi, forse anche per via del fatto che la lettera era stata ripresa con grande eco dai principali mezzi d’informazione internazionali, in America e in Europa, anche nelle redazioni italiane si devono essere rassegnati e quella che non era tata ritenuta degna d’attenzione per tutta la domenica è diventata notizia da prima pagina il lunedì.

    La faccenda però è stata ripresa cercando di smontare le accuse. E siccome non era possibile sostenere che La Verità si fosse inventata la testimonianza di Viganò sulle coperture che il Papa avrebbe dato all’arcivescovo Theodore Edgar McCarrick nonostante fossero note le sue frequentazioni sessuali con i seminaristi, la stampa se l’è presa direttamente con il monsignore, cercando di delegittimarlo. Secondo tanti augusti colleghi, l’ex nunzio negli Usa sarebbe mosso da rancore nei confronti di papa Francesco in quanto, giunto a 77 anni, non sarebbe stato nominato cardinale. Qualcuno fa riferimento anche a un appartamento che sarebbe stato nelle disponibilità del prelato e che il Pontefice gli avrebbe tolto o per lo meno non avrebbe fatto nulla per impedire che gli venisse tolto.

    Altri ancora, tra i quali Francesca Immacolata Chaouqui, la pr finita nei guai per l’affare Vatileaks, veicola la notizia di un presunto esaurimento nervoso del monsignore, con relativi ricoveri in ospedale. Il senso è evidente: se Viganò non ha agito per ritorsione è pazzo o poco ci manca.

    La linea adottata per rispondere alle accuse, e di cui si sono fatti interpreti tanti organi di stampa nazionali, è dunque quella del discredito. La testimonianza dell’ex nunzio non è degna di essere presa in considerazione in quanto colui che l’ha resa non è attendibile. Del resto, questo è anche ciò che ha detto il Papa durante il viaggio di ritorno dalla visita in Irlanda. Sull’aereo che domenica lo riportava in Italia, Bergoglio ha consegnato ai giornalisti una risposta di poche righe al dossier di Viganò, che riportiamo: “L’ho letto questa mattina. Devo dirvi questo: leggete voi attentamente e fatevi un giudizio. Non dirò una parola su questo. Credo che il comunicato parli da sé. Avete al capacità giornalistica per fare le conclusioni. È un atto di fiducia in voi. Vorrei che la vostra maturità professionale facesse questo lavoro”.

    In pratica, secondo il Papa, l’accusa non meriterebbe risposta. I giornalisti dovranno farsi da soli un’idea sul contenuto del documento, perché il Pontefice non dirà una sola parola su ciò che dice Viganò. È ovvio che quelle frasi sono state studiate e ristudiate prima di essere consegnate agli inviati delle principali testate. Bergoglio doveva uscire dal silenzio che si era autoimposto sulla faccenda e, vista l’eco avuta da dossier, lo ha fatto, pur senza citarlo, puntando il dito sulla credibilità dell’autore. Argomento chiuso?

    Eh no, perché dire “Giudicate voi”, “Ho fiducia in voi”, sottintendendo in realtà “Abbiate fiducia in me”, non è sufficiente. Non dossier che abbiamo pubblicato sono citati alcuni fatti che, a prescindere da Viganò, o sono veri o non lo sono. Li riassumiamo qui per praticità.

    • È vero che dell’arcivescovo di Washington, McCarrick, in Vaticano erano note le tendenze pedofile, al punto che presso la Congregazione dei vescovi esisterebbe un dossier sugli abusi da lui commessi nei confronti di giovani seminaristi?
    • Corrisponde al vero che papa Benedetto XVI tra il 2009 e il 2010 decise di togliere a McCarrick la berretta cardinalizia, ordinando gli di lasciare il seminario in cui viveva e di non avere contatti con l’esterno e intimandogli una sorta di isolamento?
    • È vero che nel 2013 le fu consegnato un dossier fatto redigere da papa Benedetto XVI sulla cosiddetta lobby gay all’interno della Chiesa? Che fine ha fatto quel dossier?
    • Le risulta che Carlo Maria Viganò nel corso degli anni abbia segnalato le gravi accuse contro McCarrick a vari cardinali, tra i quali il prefetto della Congregazione della fede, cardinal William Levada, e il segretario di Stato, cardinal Tarcisio Bertone?
    • È vero che i nunzi apostolici negli Stati Uniti che precedetterò Viganò, ossia Gabriel Montalvo e Pietro Sambi, informarono immediatamente la Santa Sede dei comportamenti “gravemente immorali” con seminaristi e sacerdoti dell’arcivescovo McCarrick?
    • È vero che lo stesso Viganò parlò con lei, in un colloquio che avvenne domenica 23 giugno 2013, del dossier in cui erano raccolte le accuse contro McCarrick?
    • Corrisponde al vero che quello stesso giorno egli le disse che McCarrick aveva corrotto generazioni di seminaristi e sacerdoti e lei “non mostrò sul volto alcun segno di sorpresa, come se la cosa le fosse nota da tempo”, e cambiò subito argomento, come sostiene Viganò?
    • È vero che invece di dare corso alle disposizioni di Benedetto XVI, che aveva deciso di destituire McCarrick, nonostante le gravi accuse contro l’arcivescovo, lei non lo costrinse a lasciare l’incarico e a rinchiudersi in preghiera in un convento, ma gli rinnovò gli incarichi?
    • È vero che il 10 ottobre 2013 Viganò le parlò del cardinale Donald Wuerl e delle “deviazioni aberranti alla Georgetown University”, oltre che di un incontro organizzato dell’arcidiocesi di Washington per aspiranti al sacerdozio e tenuto da McCarrick?
    • È vero che il cardinale McCarrick ha avuto influenza sulle nomine di molti alti prelati e ha concorso anche alla sua elezione?

    Le domande sono dieci, ma sull’onda di quanto rivelato potrebbero essere di più. Un’ultima che le riassume tutte però ci preme: se è vero che in Vaticano sapevano delle pratiche omosessuali di McCarrick fin dai tempi della segreteria del cardinale Angelo Sodano, e se nonostante le molte coperture di cui ha goduto, l’arcivescovo di Washington stava per essere destituito nel 2010, perché lei, quando divenne Papa, pur esistendo così tante accuse nei confronti di McCarrick lo lasciò al suo posto, salvo poi ricredersi solo pochi mesi fa, quando a distanza di altri cinque anni, gli scandalosi comportamenti del cardinale furono resi noti?

    In Cile, dove pure altri prelati sono stati coinvolti in accuse di pedofilia, papa Francesco prima difese i vescovi, parlando di pettegolezzi, poi quando l’evidenza fu portata alla luce, si ricredette dicendo di essere stato informato male. Nel caso del cardinal McCarrick le informazioni sembrerebbero esserci state, perché dunque Bergoglio lo lasciò al suo posto?

    Chiedere scusa alle vittime degli abusi è giusto, ma non basta. Non bastano neppure le parole consegnate a una stampa adorante che alle domande preferisce il megafono.

    (trascrizione da La Verità del 28 agosto 2018)

  • “IL PAPA SAPEVA DEGLI ABUSI SESSUALI DEL CARDINALE McCARRICK MA LI HA COPERTI.

    “IL PAPA SAPEVA DEGLI ABUSI SESSUALI DEL CARDINALE McCARRICK MA LI HA COPERTI.

    Testo di Carlo Maria Viganò pubblicato da La Verità

    Arcivescovo di Ulpiana, nunzio apostolico Sin dal 2006 i vertici della Chiesa sapevano degli abusi sessuali del cardinale Theodore McCarrick. Papa Benedetto XVI era intervenuto, confinandolo nel silenzio. Ma la protezione della lobby gay, potentissima in Vaticano, gli ha consentito di diventare uno degli elettori di papa Francesco. Io stesso, 5 anni fa, ho informato Bergoglio della condotta di McCarrick, ma senza esito. Ora che le sue turpitudini sono conclamate, il Papa deve dare l’ esempio e dimettersi.

    In questo tragico momento che sta attraversando la Chiesa in varie parti del mondo, Stati Uniti, Cile, Honduras, Australia, eccetera, gravissima è la responsabilità dei vescovi. Penso in particolare agli Stati Uniti d’ America dove fui inviato come nunzio apostolico da papa Benedetto XVI il 19 ottobre 2011, memoria dei primi martiri dell’ America Settentrionale. I vescovi degli Stati Uniti sono chiamati, e io con loro, a seguire l’ esempio di questi primi martiri che portarono il Vangelo nelle terre d’ America, a essere testimoni credibili dell’ incommensurabile amore di Cristo, Via, Verità e Vita.

    Vescovi e sacerdoti, abusando della loro autorità, hanno commesso crimini orrendi a danno di loro fedeli, minori, vittime innocenti, giovani uomini desiderosi di offrire la loro vita alla Chiesa, o non hanno impedito con il loro silenzio che tali crimini continuassero a essere perpetrati.

    Per restituire la bellezza della santità al volto della Sposa di Cristo, tremendamente sfigurato da tanti abominevoli delitti, se vogliamo veramente liberare la Chiesa dalla fetida palude in cui è caduta, dobbiamo avere il coraggio di abbattere la cultura del segreto e confessare pubblicamente le verità che abbiamo tenuto nascoste. Occorre abbattere l’ omertà con cui vescovi e sacerdoti hanno protetto loro stessi a danno dei loro fedeli, omertà che agli occhi del mondo rischia di far apparire la Chiesa come una setta, omertà non tanto dissimile da quella che vige nella mafia. «Tutto quello che avete detto nelle tenebre sarà proclamato sui tetti» (Luca, 12:3).

    Avevo sempre creduto e sperato che la gerarchia della Chiesa potesse trovare in sé stessa le risorse spirituali e la forza per far emergere la verità, per emendarsi e rinnovarsi. Per questo motivo, anche se più volte sollecitato, avevo sempre evitato di fare dichiarazioni ai mezzi di comunicazione, anche quando sarebbe stato mio diritto farlo per difendermi dalle calunnie pubblicate sul mio conto anche da alti prelati della Curia romana. Ma ora che la corruzione è arrivata ai vertici della gerarchica della Chiesa la mia coscienza mi impone di rivelare quelle verità di cui, in relazione al caso tristissimo dell’ arcivescovo emerito di Washington, Theodore McCarrick, sono venuto a conoscenza nel corso degli incarichi che mi furono affidati, da san Giovanni Paolo II come delegato per le Rappresentanze pontificie dal 1998 al 2009, e da papa Benedetto XVI come nunzio apostolico negli Stati Uniti d’ America dal 19 ottobre 2011 a fine maggio 2016.

    Come delegato per le Rappresentanze pontificie nella Segreteria di Stato, le mie competenze non erano limitate alle nunziature apostoliche, ma comprendevano anche il personale della Curia romana (assunzioni, promozioni, processi informativi su candidati all’ episcopato, eccetera) e l’ esame di casi delicati, anche di cardinali e vescovi, che venivano affidati al delegato dal cardinale Segretario di Stato o dal sostituto della Segreteria di Stato.

    Per dissipare sospetti insinuati in alcuni articoli recenti, dirò subito che i nunzi apostolici negli Stati Uniti, Gabriel Montalvo e Pietro Sambi, ambedue deceduti prematuramente, non mancarono di informare immediatamente la Santa Sede non appena ebbero notizia dei comportamenti gravemente immorali con seminaristi e sacerdoti dell’ arcivescovo McCarrick. Anzi, la lettera del padre domenicano Boniface Ramsey datata 22 novembre 2000, secondo quanto scrisse il nunzio Pietro Sambi, fu da lui scritta su richiesta del compianto nunzio Montalvo. In essa padre Ramsey, che era stato professore nel seminario diocesano di Newark dalla fine degli anni Ottanta fino al 1996, afferma che era voce ricorrente in seminario che l’ arcivescovo «shared his bed with seminarians», invitandone cinque alla volta a passare il fine settimana con lui nella sua casa al mare. E aggiungeva di conoscere un certo numero di seminaristi, di cui alcuni furono poi ordinati sacerdoti per l’ arcidiocesi di Newark, che erano stati invitati a detta casa al mare e avevano condiviso il letto con l’ arcivescovo.

    L’ ufficio che allora ricoprivo non fu portato a conoscenza di alcun provvedimento preso dalla Santa Sede dopo quella denuncia del nunzio Montalvo alla fine del 2000, quando Segretario di Stato era il cardinale Angelo Sodano.

    Parimenti, il nunzio Sambi trasmise al cardinale Segretario di Stato, Tarcisio Bertone, una memoria di accusa contro McCarrick da parte del sacerdote Gregory Littleton della diocesi di Charlotte, ridotto allo stato laicale per violazione di minori, assieme a due documenti dello stesso Littleton, in cui raccontava la sua triste storia di abusi sessuali da parte dell’ allora arcivescovo di Newark e di diversi altri preti e seminaristi. Il nunzio aggiungeva che il Littleton aveva già inoltrato questa sua memoria a circa una ventina di persone, fra autorità giudiziarie civili ed ecclesiastiche, di polizia e avvocati, fin dal giugno 2006, e che era quindi molto probabile che la notizia venisse presto resa pubblica. Egli sollecitava pertanto un pronto intervento della Santa Sede.

    Nel redigere l’ appunto su questi documenti che come delegato per le rappresentanze pontificie mi furono affidati il 6 dicembre 2006, scrissi per i miei superiori, il cardinale Tarcisio Bertone e il sostituto Leonardo Sandri, che i fatti attribuiti a McCarrick dal Littleton erano di tale gravità e nefandezza da provocare nel lettore sconcerto, senso di disgusto, profonda pena e amarezza, e che essi configuravano i crimini di adescamento, sollecitazione ad atti turpi di seminaristi e sacerdoti, ripetuti e simultaneamente con più persone, dileggio di un giovane seminarista che cercava di resistere alle seduzioni dell’ arcivescovo alla presenza di altri due sacerdoti, assoluzione del complice in atti turpi, celebrazione sacrilega dell’ eucaristia con i medesimi sacerdoti dopo aver commesso tali atti.

    In quel mio appunto, che consegnai quello stesso 6 dicembre 2006 al mio diretto superiore, il sostituto Leonardo Sandri, proponevo ai miei superiori le seguenti considerazioni e linea d’ azione: – Premesso che a tanti scandali nella Chiesa negli Stati Uniti, sembrava che se ne stesse per aggiungere uno di particolare gravità che riguardava un cardinale; – e che in via di diritto, trattandosi di un cardinale, in base al canone 1.405 paragrafo 1, punto 2, «ipsius Romani Pontificis dumtaxat ius est iudicandi»; – proponevo che venisse preso nei confronti del cardinale un provvedimento esemplare che potesse avere una funzione medicinale, per prevenire futuri abusi nei confronti di vittime innocenti e lenire il gravissimo scandalo per i fedeli, che nonostante tutto continuavano ad amare e credere nella Chiesa.

    Aggiungevo che sarebbe stato salutare che per una volta l’ autorità ecclesiastica avesse a intervenire prima di quella civile e, se possibile, prima che lo scandalo fosse scoppiato sulla stampa. Ciò avrebbe potuto restituire un po’ di dignità a una Chiesa così provata e umiliata per tanti abominevoli comportamenti da parte di alcuni pastori. In tal caso, l’ autorità civile non si sarebbe trovata più a dover giudicare un cardinale, ma un pastore verso cui la Chiesa aveva già preso opportuni provvedimenti, per impedire che il cardinale, abusando della sua autorità, continuasse a distruggere vittime innocenti.

    Quel mio appunto del 6 dicembre 2006 fu trattenuto dai miei superiori e mai mi fu restituito con un’ eventuale decisione superiore al riguardo.

    Successivamente, intorno al 21-23 aprile 2008, fu pubblicato su Internet – nel sito richardsipe.com – lo Statement for Pope Benedict XVI about the pattern of sexual abuse crisis in the United States, di Richard Sipe. Esso fu trasmesso il 24 aprile dal Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, cardinale William Levada, al cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone, e fu a me consegnato un mese dopo, il successivo 24 maggio 2008.

    Il giorno seguente consegnavo al nuovo sostituto, Fernando Filoni, il mio appunto, comprensivo del mio precedente del 6 dicembre 2006.

    In esso facevo una sintesi del documento di Richard Sipe, che terminava con questo rispettoso e accorato appello a papa Benedetto XVI: «I approach Your Holiness with due reverence, but with the same intensity that motivated Peter Damian to lay out before your predecessor, pope Leo IX, a description of the condition of the clergy during his time. The problems he spoke of are similar and as great now in the United States as they were then in Rome. If Your Holiness requests, I will submit to you personally documentation of that about which I have spoken».

    Terminavo questo mio appunto ripetendo ai miei superiori che ritenevo si dovesse intervenire quanto prima, togliendo il cappello cardinalizio al cardinale McCarrick e infliggendogli le sanzioni stabilite dal codice di diritto canonico, le quali prevedono anche la riduzione allo stato laicale. Anche questo secondo mio appunto non fu mai restituito all’ ufficio del personale, e grande era il mio sconcerto nei confronti dei superiori per l’ inconcepibile assenza di ogni provvedimento nei confronti del cardinale, e per il perdurare della mancanza di ogni comunicazione nei miei riguardi fin da quel mio primo appunto del dicembre 2006.

    Ma finalmente seppi con certezza, tramite il cardinale Giovanni Battista Re, allora Prefetto della Congregazione per i vescovi, che il coraggioso e meritevole statement di Richard Sipe aveva avuto il risultato auspicato.

    Papa Benedetto XVI aveva comminato al cardinale McCarrick sanzioni simili a quelle ora inflittegli da papa Francesco: il cardinale doveva lasciare il seminario in cui abitava, gli veniva proibito di celebrare in pubblico, di partecipare a pubbliche riunioni, di dare conferenze, di viaggiare, con obbligo di dedicarsi a una vita di preghiera e di penitenza.

    Non mi è noto quando papa Benedetto abbia preso nei confronti di McCarrick questi provvedimenti, se nel 2009 o nel 2010, perché nel frattempo ero stato trasferito al Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, così come non mi è dato sapere chi sia stato responsabile di questo incredibile ritardo. Non credo certo papa Benedetto, il quale da cardinale aveva già più volte denunciato la corruzione presente nella Chiesa, e nei primi mesi del suo pontificato aveva preso ferma posizione contro l’ ammissione in seminario di giovani con profonde tendenze omosessuali. Ritengo che ciò fosse dovuto all’ allora primo collaboratore del Papa, cardinale Tarcisio Bertone, notoriamente favorevole a promuovere omosessuali in posti di responsabilità, e solito gestire le informazioni che riteneva opportuno far pervenire al Papa.

    In ogni caso, quello che è certo è che papa Benedetto inflisse a McCarrick le suddette sanzioni canoniche, e che esse gli furono comunicate dal nunzio apostolico negli Stati Uniti, Pietro Sambi. Monsingor Jean François Lantheaume, allora primo consigliere della nunziatura a Washington e Chargé d’ affaires ad interim dopo la morte inaspettata del nunzio Sambi a Baltimora, mi riferì quando giunsi a Washington – ed egli è pronto a darne testimonianza – di un colloquio burrascoso, di oltre un’ ora, del nunzio Sambi con il cardinale McCarrick convocato in nunziatura: «La voce del nunzio», mi disse monsignor Lantheaume, «si sentiva fin nel corridoio».

    Le medesime disposizioni di papa Benedetto furono poi comunicate anche a me dal nuovo Prefetto della Congregazione per i vescovi, cardinale Marc Ouellet, nel novembre 2011 in un colloquio prima della mia partenza per Washington, fra le istruzioni della medesima Congregazione al nuovo nunzio.

    A mia volta le ribadii al cardinale McCarrick al mio primo incontro con lui in nunziatura. Il cardinale, farfugliando in modo appena comprensibile, ammise di aver forse commesso l’ errore di aver dormito nello stesso letto con qualche seminarista nella sua casa al mare, ma me lo disse come se ciò non avesse alcuna importanza.

    I fedeli si chiedono insistentemente come sia stata possibile la sua nomina a Washington e a cardinale, e hanno pieno diritto di sapere chi fosse a conoscenza, chi abbia coperto i suoi gravi misfatti. È perciò mio dovere rendere noto quanto so al riguardo, incominciando dalla Curia romana. Il cardinale Angelo Sodano è stato Segretario di Stato fino al settembre 2006: ogni informazione perveniva a lui. Nel novembre 2000 il nunzio Montalvo inviò a lui il suo rapporto trasmettendogli la già citata lettera di padre Boniface Ramsey in cui denunciava i gravi abusi commessi da McCarrick.

    È noto che Sodano cercò di coprire fino all’ ultimo lo scandalo di padre Marcial Maciel, rimosse persino il nunzio a Città del Messico, Justo Mullor, che si rifiutava di essere complice delle sue manovre di copertura di Maciel e al suo posto nominò Sandri, allora nunzio in Venezuela, ben disposto invece a collaborare. Sodano giunse anche a far fare un comunicato alla sala stampa vaticana in cui si affermava il falso, che cioè papa Benedetto aveva deciso che il caso Maciel doveva ormai considerarsi chiuso. Benedetto reagì, nonostante la strenua difesa da parte di Sodano, e Maciel fu giudicato colpevole e irrevocabilmente condannato.

    Fu la nomina a Washington e a cardinale di McCarrick opera di Sodano, quando Giovanni Paolo II era già molto malato? Non ci è dato saperlo. È però lecito pensarlo, ma non credo che sia stato il solo responsabile.

    McCarrick andava con molta frequenza a Roma e si era fatto amici dappertutto, a tutti i livelli della Curia. Se Sodano aveva protetto Maciel, come appare sicuro, non si vede perché non lo avrebbe fatto per McCarrick, che a detta di molti aveva i mezzi anche finanziari per influenzare le decisioni. Alla sua nomina a Washington si era invece opposto l’ allora Prefetto della Congregazione per i vescovi, cardinale Giovanni Battista Re. Alla nunziatura di Washington c’ è un biglietto, scritto di suo pugno, in cui il cardinale Re si dissocia da detta nomina e afferma che McCarrick era il quattordicesimo nella lista per la provvista di Washington.

    Al cardinale Tarcisio Bertone, come Segretario di Stato, fu indirizzato il rapporto del nunzio Sambi, con tutti gli allegati, e a lui furono presumibilmente consegnati dal sostituto i miei due sopra citati appunti del 6 dicembre 2006 e del 25 maggio 2008.

    Come già accennato, il cardinale non aveva difficoltà a presentare insistentemente per l’ episcopato candidati notoriamente omosessuali attivi – cito solo il noto caso di Vincenzo di Mauro, nominato arcivescovo-vescovo di Vigevano, poi rimosso perché insidiava i suoi seminaristi – e a filtrare e manipolare le informazioni che faceva pervenire a papa Benedetto.

    Il cardinale Pietro Parolin, attuale Segretario di Stato, si è reso anch’ egli complice di aver coperto i misfatti di McCarrick, il quale dopo l’ elezione di papa Francesco si vantava apertamente dei suoi viaggi e missioni in vari continenti. Nell’ aprile 2014 il Washington Times aveva riferito in prima pagina di un viaggio di McCarrick nella Repubblica Centroafricana, per giunta a nome del Dipartimento di Stato. Come Nunzio a Washington, scrissi perciò al cardinale Parolin chiedendogli se erano ancora valide le sanzioni comminate a McCarrick da papa Benedetto. Ça va sans dire che la mia lettera non ebbe mai alcuna risposta!

    Lo stesso si dica per il cardinale William Levada, già Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, e per i cardinali Marc Ouellet, Prefetto della Congregazione per i vescovi, e Lorenzo Baldisseri, già segretario della medesima Congregazione per i vescovi, e l’ arcivescovo Ilson de Jesus Montanari, attuale segretario della medesima Congregazione.

    Essi, in ragione del loro ufficio, erano al corrente delle sanzioni imposte da papa Benedetto a McCarrick.

    I cardinali Leonardo Sandri, Fernando Filoni e Angelo Becciu, come sostituti della Segreteria di Stato, hanno saputo in tutti i particolari la situazione del cardinale McCarrick.

    Così pure non potevano non sapere i cardinali Giovanni Lajolo e Dominique Mamberti, che, come Segretari per i rapporti con gli Stati, partecipavano più volte alla settimana a riunioni collegiali con il Segretario di Stato.

    Per quanto riguarda la Curia romana per ora mi fermo qui, anche se sono ben noti i nomi di altri prelati in Vaticano, anche molto vicini a papa Francesco, come il cardinale Francesco Coccopalmerio e l’ arcivescovo Vincenzo Paglia, che appartengono alla corrente filo omosessuale favorevole a sovvertire la dottrina cattolica a riguardo dell’ omosessualità, corrente già denunciata fin dal 1986 dal cardinale Joseph Ratzinger, allora Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, nella Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali.

    Alla medesima corrente, seppur con una ideologia diversa, appartengono anche i cardinali Edwin Frederick O’ Brien e Renato Raffaele Martino. Altri poi, appartenenti a detta corrente, risiedono persino alla Domus Sanctae Marthae.

    Vengo ora agli Stati Uniti.

    Ovviamente, il primo a essere stato informato dei provvedimenti presi da papa Benedetto fu il successore di McCarrick alla sede di Washington, il cardinale Donald Wuerl, la cui situazione è ora del tutto compromessa dalle recenti rivelazioni sul suo comportamento come vescovo di Pittsburgh.

    È assolutamente impensabile che il nunzio Sambi, persona altamente responsabile, leale, diretto ed esplicito nel suo modo di essere da vero romagnolo, non gliene abbia parlato. In ogni caso, io stesso venni in più occasioni sull’ argomento con il cardinale Wuerl, e non ci fu certo bisogno che entrassi in particolari perché mi fu subito evidente che ne era pienamente al corrente. Ricordo poi in particolare il fatto che dovetti richiamare la sua attenzione perché mi accorsi che in una pubblicazione dell’ arcidiocesi, sulla copertina posteriore a colori, veniva annunciato un invito ai giovani che ritenevano di avere la vocazione al sacerdozio a un incontro con il cardinale McCarrick. Telefonai subito al cardinale Wuerl, che mi manifestò la sua meraviglia, dicendomi che non sapeva nulla di quell’ annuncio e che avrebbe provveduto ad annullare detto incontro. Se, come ora continua ad affermare, non sapeva nulla degli abusi commessi da McCarrick e dei provvedimenti presi da papa Benedetto, come si spiega la sua risposta?

    Le sue recenti dichiarazioni in cui afferma di non aver saputo nulla, anche se all’ inizio furbescamente riferite ai risarcimenti alle due vittime, sono assolutamente risibili. Il cardinale mente spudoratamente e per di più induce a mentire anche il suo cancelliere, monsignor Antonicelli.

    Del resto, già in altra occasione il cardinale Wuerl aveva chiaramente mentito. A seguito di un evento moralmente inaccettabile autorizzato dalle autorità accademiche della Georgetown university, avevo richiamato l’ attenzione del suo presidente, dottor John DeGioia, indirizzandogli due successive lettere.

    Prima di inoltrarle al destinatario, per correttezza, ne consegnai personalmente copia al cardinale con una mia lettera di accompagnamento. Il cardinale mi disse che non ne era al corrente. Si guardò bene però di accusare ricevimento delle mie due lettere, contrariamente a quanto puntualmente era solito fare. Poi seppi che detto evento alla Georgetown aveva avuto luogo da sette anni. Ma il cardinale non ne sapeva nulla!

    Il cardinale Wuerl inoltre, ben sapendo dei continui abusi commessi dal cardinale McCarrick e delle sanzioni impostegli da papa Benedetto, trasgredendo l’ ordine del Papa gli permise di risiedere in un seminario in Washington D.C. Mise così a rischio altri seminaristi.

    Il vescovo Paul Bootkoski, emerito di Metuchen, e l’ arcivescovo John Myers, emerito di Newark, coprirono gli abusi commessi da McCarrick nelle loro rispettive diocesi e risarcirono due delle sue vittime. Non possono negarlo, e devono essere interrogati perché rivelino ogni circostanza e responsabilità al riguardo.

    Il cardinale Kevin Farrell, intervistato recentemente dai media, ha anch’ egli affermato di non avere avuto il minimo sentore degli abusi commessi da McCarrick.

    Tenuto conto del suo curriculum a Washington, a Dallas e ora a Roma, credo che nessuno possa onestamente credergli. Non so se gli sia mai stato chiesto se sapesse dei crimini di Maciel. Se dovesse negarlo, qualcuno forse gli crederebbe, atteso che egli ha occupato compiti di responsabilità come membro dei Legionari di Cristo?

    Del cardinale Sean O’ Malley mi limito a dire che le sue ultime dichiarazioni sul caso McCarrick sono sconcertanti, anzi hanno oscurato totalmente la sua trasparenza e credibilità.

    La mia coscienza mi impone poi di rivelare fatti che ho vissuto in prima persona, riguardanti papa Francesco, che hanno una valenza drammatica, e che come vescovo, condividendo la responsabilità collegiale di tutti i vescovi verso la Chiesa universale, non mi permettono di tacere, e che qui affermo, disposto a confermarli sotto giuramento chiamando Dio come mio testimone.

    Negli ultimi mesi del suo pontificato papa Benedetto XVI aveva convocato a Roma una riunione di tutti i nunzi apostolici, come avevano già fatto Paolo VI e San Giovanni Paolo II in più occasioni. La data fissata per l’ udienza con il Papa era venerdì 21 giugno 2013. Papa Francesco mantenne questo impegno preso dal suo predecessore.

    Naturalmente anch’ io venni a Roma da Washington. Si trattava del mio primo incontro con il nuovo Papa, eletto solo tre mesi prima, dopo la rinuncia di papa Benedetto.

    La mattina di giovedì 20 giugno 2013 mi recai alla Domus Sanctae Marthae, per unirmi ai miei colleghi che erano ivi alloggiati.

    Appena entrato nella hall mi incontrai con il cardinal McCarrick, che indossava la veste filettata. Lo salutai con rispetto come sempre avevo fatto. Egli mi disse immediatamente con un tono fra l’ ambiguo e il trionfante: «Il Papa mi ha ricevuto ieri, domani vado in Cina».

    Allora nulla sapevo della sua lunga amicizia con il cardinale Bergoglio, e della parte di rilievo che aveva giocato per la sua recente elezione, come lo stesso McCarrick avrebbe successivamente rivelato in una conferenza alla Villanova university e in un’ intervista al Catholic National Reporter, né avevo mai pensato al fatto che aveva partecipato agli incontri preliminari del recente conclave, e al ruolo che aveva potuto avere come elettore in quello del 2005. Non colsi perciò immediatamente il significato del messaggio criptato che McCarrick mi aveva comunicato, ma che mi sarebbe diventato evidente nei giorni immediatamente successivi.

    Il giorno dopo ebbe luogo l’ udienza con papa Francesco. Dopo il discorso, in parte letto e in parte pronunciato a braccio, il Papa volle salutare uno a uno tutti i nunzi. In fila indiana, ricordo che io rimasi fra gli ultimi. Quando fu il mio turno, ebbi appena il tempo di dirgli «sono il nunzio negli Stati Uniti», che senza alcun preambolo mi investì con tono di rimprovero con queste parole: «I vescovi negli Stati Uniti non devono essere ideologizzati! Devono essere dei pastori!». Naturalmente non ero in condizione di chiedere spiegazioni sul significato delle sue parole e del modo aggressivo con cui mi aveva apostrofato. Avevo in mano un libro in portoghese che il cardinale O’ Malley mi aveva consegnato per il Papa qualche giorno prima, dicendomi: «Così ripassa il portoghese prima di andare a Rio, per la Giornata mondiale della gioventù».

    Glielo consegnai subito, liberandomi così da quella situazione estremamente sconcertante e imbarazzante.

    Al termine dell’ udienza il Papa annunziò: «Chi di voi domenica prossima è ancora a Roma è invitato a concelebrare con me alla Domus Sanctae Marthae». Io naturalmente pensai di restare, per chiarire quanto prima cosa il Papa avesse inteso dirmi.

    Domenica 23 giugno, prima della concelebrazione con il Papa, chiesi a monsignor Battista Ricca, che come responsabile della casa ci aiutava a indossare i paramenti, se poteva chiedere al Papa se nel corso della settimana seguente avrebbe potuto ricevermi. Come avrei potuto ritornare a Washington senza aver chiarito ciò che il Papa voleva da me? Terminata la messa, mentre il Papa salutava i pochi laici presenti, monsignor Fabian Pedacchio, il suo segretario argentino, venne da me e mi disse: «Il Papa mi ha detto di chiederle se lei è libero adesso!». Naturalmente gli risposi che ero a disposizione del Papa e che lo ringraziavo di volermi ricevere subito. Il Papa mi condusse al primo piano nel suo appartamento e mi disse: «Abbiamo 40 minuti prima dell’ Angelus».

    Iniziai io la conversazione, chiedendogli che cosa avesse inteso dirmi con le parole che mi aveva rivolto quando l’ avevo salutato, il venerdì precedente. E il Papa, con un tono ben diverso, amichevole, quasi affettuoso, mi disse: «Sì, i vescovi negli Stati Uniti non devono essere ideologizzati, non devono essere di destra come l’ arcivescovo di Filadelfia (il Papa non mi fece il nome dell’ arcivescovo), devono essere dei pastori; e non devono essere di sinistra», e aggiunse, alzando tutte e due le braccia: «E quando dico di sinistra, intendo dire omosessuali». Naturalmente mi sfuggì la logica della correlazione fra essere di sinistra ed essere omosessuali, ma non aggiunsi altro. Subito dopo il Papa mi chiese con tono accattivante:

    «Il cardinale McCarrick com’ è?». Io gli risposi con tutta franchezza, e se volete con tanta ingenuità: «Santo Padre, non so se lei conosce il cardinale McCarrick, ma se chiede alla Congregazione per i vescovi c’ è un dossier grande così su di lui. Ha corrotto generazioni di seminaristi e di sacerdoti, e papa Benedetto gli ha imposto di ritirarsi a una vita di preghiera e di penitenza». Il Papa non fece il minimo commento a quelle mie parole tanto gravi, e non mostrò sul suo volto alcuna espressione di sorpresa, come se la cosa gli fosse già nota da tempo, e cambiò subito di argomento. Ma allora, con quale finalità il Papa mi aveva posto quella domanda: «Il cardinal McCarrick com’ è?». Evidentemente voleva accertarsi se fossi alleato di McCarrick o no.

    Rientrato a Washington, tutto mi divenne molto chiaro, grazie anche a un nuovo fatto accaduto solo pochi giorni dopo il mio incontro con papa Francesco. Alla presa di possesso della diocesi di El Paso da parte del nuovo vescovo Mark Seitz, il 9 luglio 2013, inviai il primo consigliere, monsignor Jean François Lantheaume, mentre io quel medesimo giorno andai a Dallas per un incontro internazionale di bioetica. Di ritorno, monsignor Lantheaume mi riferì che a El Paso aveva incontrato il cardinale McCarrick, il quale, presolo in disparte, gli aveva detto quasi le stesse parole che il Papa aveva detto a me a Roma: «I vescovi negli Stati Uniti non devono essere ideologizzati, non devono essere di destra, devono essere dei pastori».

    Rimasi esterrefatto! Era perciò chiaro che le parole di rimprovero che papa Francesco mi aveva rivolto quel 21 giugno 2013 gli erano state messe in bocca il giorno prima dal cardinale McCarrick. Anche la menzione da parte del Papa «non come l’ arcivescovo di Filadelfia» conduceva a McCarrick, perché fra i due c’ era stato un forte diverbio a riguardo dell’ ammissione alla comunione dei politici favorevoli all’ aborto: McCarrick aveva manipolato nella sua comunicazione ai vescovi una lettera dell’ allora cardinale Ratzinger che proibiva di dare loro la comunione. Di fatto, poi, sapevo quanto certi cardinali come Roger Mahony, William Levada e Wuerl, fossero strettamente legati a McCarrick, avessero osteggiato le nomine più recenti fatte da papa Benedetto, per sedi importanti come Filadelfia, Baltimora, Denver e San Francisco.

    Non contento della trappola che mi ha aveva teso in 23 giugno 2013 chiedendomi di McCarrick, solo qualche mese dopo, nell’ udienza che mi concesse il 10 ottobre 2013,papa Francesco me ne pose una seconda, questa volta a riguardo di un suo secondo protetto, il cardinale Donald Wuerl. Mi chiese: «Il cardinale Wuerl com’ è, buono o cattivo?». «Santo Padre», gli risposi, «non le dirò se è buono o cattivo, ma le riferirò due fatti». Sono quelli a cui ho già sopra accennato, che riguardano la noncuranza pastorale di Wuerl per le deviazioni aberranti alla Georgetown university e l’ invito da parte dell’ arcidiocesi di Washington a giovani aspiranti al sacerdozio a un incontro con McCarrick! Anche questa seconda volta il Papa non manifestò alcuna reazione.

    Era poi evidente che, a partire dalla elezione di papa Francesco, McCarrick, ormai sciolto da ogni costrizione, si era sentito libero di viaggiare continuamente, di dare conferenze e interviste. In un gioco di squadra con il cardinale Rodriguez Maradiaga era diventato il kingmaker per le nomine in Curia e negli Stati Uniti, e il consigliere più ascoltato in Vaticano per i rapporti con l’ amministrazione Obama. Così si spiega il fatto che, come membri della Congregazione per i vescovi, il Papa sostituì il cardinale Raymond Burke con Wuerl e vi nominò immediatamente Blase Cupich, fatto poi subito cardinale. Con tali nomine, la nunziatura a Washington era ormai fuori gioco per la nomina dei vescovi. Per giunta, nominò il brasiliano Ilson de Jesus Montanari – grande amico del suo segretario privato argentino Fabian Pedacchio – segretario della medesima Congregazione per i vescovi e segretario del Collegio dei cardinali, promuovendolo in un sol balzo da semplice officiale di quel dicastero ad arcivescovo segretario. Cosa mai vista per un incarico così importante!

    Le nomine di Blase Cupich a Chicago e di William Tobin a Newark sono state orchestrate da McCarrick, Maradiaga e Wuerl, uniti da un patto scellerato di abusi del primo e quantomeno di coperture di abusi da parte degli altri due. I loro nominativi non figuravano fra quelli presentati dalla nunziatura per Chicago e per Newark. Di Cupich non può certo sfuggire l’ ostentata arroganza e sfrontatezza nel negare l’ evidenza ormai palese a tutti: che cioè l’ 80% degli abusi riscontrati è stato nei confronti di giovani adulti da parte di omosessuali in rapporto di autorità verso le loro vittime.

    Nel discorso che fece alla presa di possesso della sede di Chicago, a cui ero presente come rappresentante del Papa, Cupich disse, come battuta di spirito, che certo non ci si doveva aspettare dal nuovo arcivescovo che camminasse sulle acque. Sarebbe forse sufficiente che fosse capace di restare con i piedi per terra e che non cercasse di capovolgere la realtà, accecato dalla sua ideologia pro gay, come ha affermato in una recente intervista ad America. Ostentando la sua particolare competenza in materia – essendo stato presidente del Committee on protection of children and young people della Uscb – ha asserito che il problema principale nella crisi degli abusi sessuali da parte del clero non è l’ omosessualità, e che affermarlo è solo un modo per distogliere l’ attenzione dal vero problema che è il clericalismo.

    A sostegno di questa sua tesi, Cupich ha fatto «stranamente» riferimento ai risultati di una ricerca fatta nell’ apice della crisi di abusi sessuali nei confronti di minori dell’ inizio degli anni 2000, mentre ha ignorato «candidamente» che i risultati di quell’ indagine furono totalmente smentiti dai successivi rapporti indipendenti del John Jay college of criminal justice del 2004 e del 2011, in cui si concludeva che nei casi di abusi sessuali l’ 81% delle vittime erano maschi. Infatti, padre Hans Zollner S.J., vicerettore della Pontificia università gregoriana, presidente del Centre for child protection, membro della Pontificia commissione per la protezione dei minori, ha recentemente dichiarato al giornale La Stampa che «nella maggior parte dei casi si tratta di abusi omosessuali».

    Anche la nomina, poi, di Robert McElroy a San Diego fu pilotata dall’ alto, con un ordine perentorio cifrato, a me come nunzio, dal cardinale Parolin: «Riservi la sede di San Diego per McElroy». Anche McElroy ben sapeva degli abusi commessi da McCarrick, come risulta da una lettera indirizzatagli da Richard Sipe il 28 luglio 2016.

    A questi personaggi sono strettamente associati individui appartenenti in particolare all’ ala deviata della Compagnia di Gesù, purtroppo oggi maggioritaria, che già era stata motivo di gravi preoccupazioni per Paolo VI e per i successivi pontefici. Basti solo pensare a padre Robert Drinan S.J., eletto quattro volte alla Camera dei rappresentanti, accanito sostenitore dell’ aborto, o a padre Vincent O’ Keefe S.J., fra i principali promotori del documento The Land o’ lakes statement del 1967, che ha gravemente compromesso l’ identità cattolica delle università e dei collegi negli Stati Uniti. Si noti che anche McCarrick, allora presidente dell’ università cattolica del Portorico, partecipò a quell’ infausta impresa, così deleteria per la formazione delle coscienze della gioventù americana, strettamente associato com’ era all’ ala deviata dei gesuiti.

    Padre James Martin S.J., osannato dai personaggi sopra menzionati, in particolare da Cupich, Tobin, Farrell e McElroy, nominato consultore del dicastero per le comunicazioni, noto attivista che promuove l’ agenda Lgbt, prescelto per corrompere i giovani che si raduneranno prossimamente a Dublino per l’ incontro mondiale delle famiglie, altro non è se non un triste recente esemplare di quell’ ala deviata della Compagnia di Gesù.

    Papa Francesco ha chiesto più volte totale trasparenza nella Chiesa e a vescovi e fedeli di agire con parresia. I fedeli di tutto il mondo la esigono anche da lui in modo esemplare. Dica da quando ha saputo dei crimini commessi da McCarrick abusando della sua autorità con seminaristi e sacerdoti.

    In ogni caso, il Papa lo ha saputo da me il 23 giugno 2013 e ha continuato a coprirlo, non ha tenuto conto delle sanzioni che gli aveva imposto papa Benedetto e ne ha fatto il suo fidato consigliere insieme con Maradiaga.

    Quest’ ultimo si sente così sicuro della protezione del Papa che può cestinare come «pettegolezzi» gli appelli accorati di decine di suoi seminaristi, che trovarono il coraggio di scrivergli dopo che uno di loro aveva cercato di suicidarsi per gli abusi omosessuali nel seminario. Ormai i fedeli hanno ben capito la strategia di Maradiaga: insultare le vittime per salvare sé stesso, mentire a oltranza per coprire una voragine di abusi di potere, di cattiva gestione nell’ amministrazione dei beni della Chiesa, di disastri finanziari anche nei confronti di intimi amici, come nel caso dell’ ambasciatore dell’ Honduras Alejandro Valladares, già decano del corpo diplomatico presso la Santa Sede.

    Nel caso del già vescovo ausiliare Juan José Pineda, dopo l’ articolo apparso sul settimanale L’ Espresso nel febbraio scorso, Maradiaga aveva dichiarato al giornale Avvenire: «È stato il mio vescovo ausiliare Pineda a chiedere la visita, in modo da “pulire” il suo nome a seguito di molte calunnie di cui è stato oggetto». Ora, di Pineda si è pubblicato unicamente che le sue dimissioni sono state semplicemente accettate, facendo così sparire nel nulla qualsiasi eventuale responsabilità sua e di Maradiaga.

    In nome della trasparenza dal Papa tanto conclamata, si renda pubblico il rapporto che il «visitatore», il vescovo argentino Alcides Casaretto, ha consegnato più di un anno fa solo e direttamente al Papa.

    Infine, anche la recente nomina a sostituto dell’ arcivescovo Edgar Peña Parra ha una connessione con l’ Honduras, cioè con Maradiaga.

    Peña Parra infatti dal 2003 al 2007 ha prestato servizio presso la nunziatura di Tegucigalpa in qualità di consigliere. Come delegato per le Rappresentanze pontificie mi erano pervenute informazioni preoccupanti a suo riguardo.

    In Honduras si sta per ripetere uno scandalo immane come quello in Cile. Il Papa difende a oltranza il suo uomo, il cardinale Rodriguez Maradiaga, come aveva fatto in Cile con il vescovo Juan de la Cruz Barros, che lui stesso aveva nominato vescovo di Osorno, contro il parere dei vescovi cileni. Prima ha insultato le vittime degli abusi, poi, solo quando vi è stato costretto dal clamore dei media, dalla rivolta delle vittime e dei fedeli cileni, ha riconosciuto il suo errore e si è scusato, pur affermando che era stato mal informato, provocando una situazione disastrosa nella Chiesa in Cile, ma continuando a proteggere i due cardinali cileni Francisco Errazuriz e Ricardo Ezzati.

    Anche nella triste vicenda di McCarrick, il comportamento di papa Francesco non è stato diverso. Sapeva perlomeno dal 23 giugno 2013 che McCarrick era un predatore seriale. Pur sapendo che era un corrotto, lo ha coperto a oltranza, anzi ha fatto propri i suoi consigli non certo ispirati da sane intenzioni né da amore per la Chiesa. Solo quando vi è stato costretto dalla denuncia di un abuso di un minore, sempre in funzione del plauso dei media, ha preso provvedimenti nei suoi confronti per salvare la sua immagine mediatica.

    Ora negli Stati Uniti c’ è un coro che si leva specialmente dai fedeli laici, a cui ultimamente si sono uniti alcuni vescovi e sacerdoti: chiedono che tutti quelli che hanno coperto con il loro silenzio il comportamento criminale di McCarrick o che si sono serviti di lui per fare carriera o promuovere i loro intenti, ambizioni e il loro potere nella Chiesa si dimettano.

    Ma ciò non sarà sufficiente per sanare la situazione di gravissimi comportamenti immorali da parte del clero, vescovi e sacerdoti. Occorre proclamare un tempo di conversione e di penitenza. Occorre recuperare nel clero e nei seminari la virtù della castità. Occorre lottare contro la corruzione dell’ uso improprio delle risorse della Chiesa e delle offerte dei fedeli. Occorre denunciare la gravità della condotta omosessuale.

    Occorre sradicare le reti di omosessuali esistenti nella Chiesa, come ha recentemente scritto Janet Smith, professoressa di teologia morale nel Sacred Heart major seminary di Detroit. «Il problema degli abusi del clero», ha scritto, «non potrà essere risolto semplicemente con le dimissioni di alcuni vescovi, né tanto meno con nuove direttive burocratiche. Il centro del problema sta nelle reti omosessuali nel clero che devono essere sradicate». Queste reti di omosessuali, ormai diffuse in molte diocesi, seminari, ordini religiosi, eccetera, agiscono coperte dal segreto e dalla menzogna con la potenza dei tentacoli di una piovra e stritolano vittime innocenti, vocazioni sacerdotali e stanno strangolando l’ intera Chiesa.

    Imploro tutti, in particolare i vescovi, di rompere il silenzio per sconfiggere questa cultura di omertà così diffusa, di denunciare ai media e alle autorità civili i casi di abusi di cui sono a conoscenza.

    Ascoltiamo il messaggio più potente che ci ha lasciato in eredità San Giovanni Paolo II: «Non abbiate paura! Non abbiate paura!».

    Papa Benedetto nell’ omelia dell’ Epifania del 2008 ci ricordava che il disegno di salvezza del Padre si è pienamente rivelato e realizzato nel mistero della morte e risurrezione di Cristo, ma richiede di essere accolto dalla storia umana, che rimane sempre storia di fedeltà da parte di Dio e purtroppo anche di infedeltà da parte di noi uomini. La Chiesa, depositaria della benedizione della nuova alleanza, siglata nel sangue dell’ Agnello, è santa ma composta di peccatori, come scrisse Sant’ Ambrogio: la Chiesa è «immaculata ex maculatis», è santa e senza macchia pur essendo composta nel suo itinerario terreno da uomini macchiati di peccato.

    Voglio ricordare questa verità indefettibile della santità della Chiesa ai tanti che sono rimasti così profondamente scandalizzati dagli abominevoli e sacrileghi comportamenti del già arcivescovo di Washington, Theodore McCarrick, dalla grave, sconcertante e peccaminosa condotta di papa Francesco e dall’ omertà di tanti pastori, e che sono tentati di abbandonare la Chiesa deturpata da tante ignominie.

    Papa Francesco all’ Angelus di domenica 12 agosto 2018 ha pronunciato queste parole: «Ognuno è colpevole del bene che poteva fare e non ha fatto Se non ci opponiamo al male, lo alimentiamo in modo tacito. È necessario intervenire dove il male si diffonde; perché il male si diffonde dove mancano cristiani audaci che si oppongono con il bene». Se questa, giustamente, è da considerarsi una grave responsabilità morale per ogni fedele, quanto più grave lo è per il supremo pastore della Chiesa, il quale nel caso di McCarrick non solo non si è opposto al male ma si è associato nel compiere il male con chi sapeva essere profondamente corrotto, ha seguito i consigli di chi ben sapeva essere un perverso, moltiplicando così in modo esponenziale con la sua suprema autorità il male operato da McCarrick. E quanti altri cattivi pastori Francesco sta ancora continuando ad appoggiare nella loro azione di distruzione della Chiesa!

    Francesco sta abdicando al mandato che Cristo diede a Pietro di confermare i fratelli.

    Anzi con la sua azione li ha divisi, li induce in errore, incoraggia i lupi nel continuare a dilaniare le pecore del gregge di Cristo.

    In questo momento estremamente drammatico per la Chiesa universale riconosca i suoi errori e in coerenza con il conclamato principio di tolleranza zero, papa Francesco sia il primo a dare il buon esempio a cardinali e vescovi che hanno coperto gli abusi di McCarrick e si dimetta insieme a tutti loro.

    Seppur nello sconcerto e nella tristezza per l’ enormità di quanto sta accadendo, non perdiamo la speranza! Ben sappiamo che la grande maggioranza dei nostri pastori vivono con fedeltà e dedizione la propria vocazione sacerdotale.

    È nei momenti di grande prova che la grazia del Signore si rivela sovrabbondante e mette la sua misericordia senza limiti a disposizione di tutti; ma è concessa solo a chi è veramente pentito e propone sinceramente di emendarsi. Questo è il tempo opportuno per la Chiesa, per confessare i propri peccati, per convertirsi e fare penitenza.

    Preghiamo tutti per la Chiesa e per il Papa, ricordiamoci di quante volte ci ha chiesto di pregare per lui!

    Rinnoviamo tutti la fede nella Chiesa nostra madre: «Credo la Chiesa, una, santa, cattolica e apostolica». Cristo non abbandonerà mai la sua Chiesa! L’ ha generata nel suo sangue e la rianima continuamente con il suo Spirito! Maria, madre della Chiesa, prega per noi! Maria Vergine Regina, madre del Re della gloria, prega per noi!

    Roma, 22 Agosto 2018.

     

     

    http://m.dagospia.com/il-papa-sapeva-degli-abusi-sessuali-del-cardinale-ma-li-ha-coperti-ora-si-deve-dimettere-181592

  • Vaticano, Pell e le altre grane giudiziarie della Santa Sede

    Vaticano, Pell e le altre grane giudiziarie della Santa Sede

    Se il tribunale di Melbourne è chiamato a decidere se rinviare o meno a giudizio il porporato accusato di abusi sessuali, a Roma continua il procedimento Caloia. Mentre i bilanci della Santa Sede sono in un limbo. Il punto. 

    nelle mani di una giudice, l’australiana Belinda Wallington del tribunale di Melbourne, Stato di Victoria, almeno un pezzo del futuro delle finanze vaticane. Sarà infatti lei a dover decidere se avrà luogo o meno il processo contro il cardinale George Pell, 76 anni, accusato di aver commesso abusi sessuali su minori nella seconda metà degli Anni 90, quando era arcivescovo di Melbourne, e ancora molti anni prima, all’epoca in cui operava nella diocesi di Ballarat, località di cui è originario.

    LA SEGRETERIA PER L’ECONOMIA SENZA GUIDA. Il fatto è che Pell, fino a poco meno di un anno fa, si trovava alla guida della Segreteria per l’Economia del Vaticano, il nuovo dicastero della Curia romana incaricato di garantire una gestione corretta, trasparente ed efficiente delle risorse finanziarie di ogni organismo della Santa Sede e di chiudere la lunga stagione dell’opacità o, più semplicemente, della confusione finanziaria. Papa Francesco ha spedito il suo ‘ministro’ in Australia a rispondere delle gravi accuse che lo riguardavano, lo ha sospeso dall’incarico senza nominare un sostituto.

    OCCHI PUNTATI AL 17 APRILE. Dal 5 al 29 marzo davanti al Tribunale dello Stato di Victoria, nel frattempo, si sono svolte numerose udienze – in gran parte a porte chiuse – durante le quali sono stati ascoltati più di 50 testimoni e ora si attende la decisione del giudice Wallington. Il 17 aprile accusa e difesa presenteranno le loro conclusioni e successivamente il magistrato dovrà prendere una decisione: o valuterà che vi siano sufficienti elementi per far proseguire il processo, oppure il procedimento si concluderà. Un’ipotesi, quest’ultima, che non è così remota.

    LE CARTE DELLA DIFESA. Le testimonianze contro Pell, che fanno riferimento a fatti molto lontani negli anni, non sempre sono coerenti, ma soprattutto la difesa del cardinale contesta una certa volontà persecutoria nei suoi confronti da parte degli investigatori, tradottasi nell’omissione di elementi che potevano indebolire l’impianto accusatorio. Inoltre, ci sono una serie di testimonianze importanti a favore del cardinale. D’altro canto è pure emerso che un’indagine sull’alto prelato australiano era iniziata già nel 2013, segno che un lungo e complesso lavoro giudiziario è stato portato avanti.

    Pell, per altro, era stato ascoltato negli anni scorsi da una commissione d’inchiesta governativa australiana che ha ricostruito i casi di abusi sessuali sui minori in vari ambiti educativi, compresa la Chiesa. Ne era emerso un quadro sconcertante, in particolare per le responsabilità del clero nell’arco di diversi decenni.

    IL LIBRO SCANDALO. In quel frangente il cardinale era stato chiamato in causa, insieme con altri prelati, per aver insabbiato casi anche gravi di violenze. A far da detonatore alle accuse rivolte questa volta direttamente al cardinale, era stato, giusto un anno fa, un libro della giornalista Louise Mulligan, The Cardinal: The Rise And Fall of George Pell (Il cardinale: ascesa e caduta di George Pell) nel quale si faceva riferimento a presunti abusi da parte di Pell su due coristi nella cattedrale di St. Patrick a Melbourne a metà degli Anni 90.

    UN CASO CONTROVERSO. Il caso, dal punto di vista giudiziario, appare piuttosto controverso. Settori dell’opinione pubblica hanno contestato la campagna condotta contro il cardinale da parte di alcuni media e commentatori; sul fronte opposto si sostiene che l’ex arcivescovo di Melbourne e Sydney deve rispondere dei propri comportamenti. Il clima generale non è certo favorevole al porporato australiano che, per altro, si è dichiarato sempre innocente in modo deciso. A suo favore gioca il fatto che non si sia sottratto al processo e che in questi anni abbia sempre risposto alle sollecitazioni delle autorità australiane. Tuttavia una parte significativa della verità risiede nel valore delle testimonianze ascoltate nelle ultime settimane dalla corte.

    IL LIMBO DEI BILANCI VATICANI. In ogni caso, se il giudice Wallington deciderà che non ci sono elementi sufficienti per processare il cardinale, potremmo assistere a un colpo di scena clamoroso. E cioè il ritorno di Pell in Vaticano. Il porporato, infatti, avrebbe manifestato, anche in questi giorni, la volontà di portare a termine il suo lavoro alla guida della Segreteria per l’Economia. Al contrario la decisione di un rinvio a giudizio costituirebbe la fine della carriera di Pell ai vertici vaticani e della Chiesa. A quel punto è probabile che Papa e Segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, procedano alla scelta di un nuovo prefetto per il dicastero economico della santa Sede. Il tempo perso, infatti, è già molto, senza contare la turbolenta uscita di scena di Libero Milone, ex revisore generale dei conti vaticani, accusato di aver indagato indebitamente su alcune personalità di alto rango della Chiesa (Milone ha replicato di aver operato cercando di portare avanti la politica di trasparenza finanziaria). L’unica certezza è che i nuovi bilanci vaticani, redatti in base a principi contabili aggiornati, restano sepolti in qualche limbo.

    Sul fronte processuale ci sono però anche altre novità di rilievo in arrivo. Il 9 maggio, infatti, prenderà il via il procedimento – interno al Vaticano questa volta – contro Angelo Caloia, presidente dello Ior per un ventennio, dal 1989 al 2009. Gli succedette Ettore Gotti Tedeschi che restò in carica per altri tre anni, fino al 2012, quando si dimise per contrasti con il board laico dell’istituto e con il Segretario di Stato Tarcisio Bertone.

    IL VENTENNIO DI CALOIA ALLO IOR. Caloia è stato un protagonista della finanza ‘bianca’ italiana. La sua storia allo Ior è legata a una fase di riorganizzazione della banca vaticana dopo gli anni drammatici degli scandali del Banco Ambrosiano, di Michele Sindona, Roberto Calvi e monsignor Paul Marcinkus. Ma le cronache – come il lavoro di riforma avviato in questi anni nei sacri palazzi – hanno raccontato come pure nel ventennio di Caloia l’istituto non sia stato un modello di trasparenza finanziaria, anzi. L’ex presidente dello Ior è stato accusato – insieme con l’ex direttore generale dello ior Lelio Scaletti, scomparso qualche anno fa, e l’avvocato Gabriele Liuzzo – di peculato e autoriciclaggio.

    L’AVVERTIMENTO DEL MONEYVAL. In breve, i tre, dal 2001 al 2008, avrebbero svenduto pezzi importanti del patrimonio immobiliare dello Ior per ricomprarli tramite società fittizie a loro riconducibili e rivendere gli stessi immobili a prezzo di mercato (per un guadagno – e un danno per l’istituto – di circa 60 milioni di euro). Nel 2014, mentre era iniziata l’opera di revisione dei conti dello Ior, secondo l’accusa circa 17 milioni derivanti da quell’operazione sarebbero stati bloccati, da lì la denuncia interna. L’indagine ha un suo valore perché ha coinvolto altre giurisdizioni oltre quella vaticana, tuttavia il processo Caloia, come altri relativi a indagini per riciclaggio, si è rimesso improvvisamente in moto in seguito all’avvertimento che Moneyval – l’organismo vigilante su riciclaggio e finanziamento al terrorismo del Consiglio d’Europa – ha lanciato al Vaticano.

    IN GIOCO LA CREDIBILITÀ VATICANA. Nel suo ultimo rapporto risalente al dicembre scorso, Moneyval ha elogiato la normativa antiriciclaggio della Santa Sede ma ha chiesto soprattutto di passare dalle parole ai fatti visto che in questi anni non è stato avviato dalle autorità vaticane alcun processo in materia di contrasto al riciclaggio di denaro. Da qui l’accelerazione sul caso Caloia – pure annunciata dal promotore di giustizia vaticano, Gian Piero Milano in occasione dell’apertura dell’anno giudiziario un paio di mesi fa – che languiva da qualche anno. Quel che è certo è che si tratta di un procedimento delicato, ne va infatti della credibilità finanziaria e giudiziaria internazionale del Vaticano.

    LA CONDANNA DI CIPRIANI E TULLI. Infine, sempre a febbraio, è arrivata la condanna del tribunale vaticano di Paolo Cipriani e Massimo Tulli, rispettivamente ex direttore generale dello Ior e il suo vice, per “mala gestione”. I due erano già stati condannati esattamente un anno prima dal tribunale di Roma per violazione della normativa antiriciclaggio.

    http://www.lettera43.it/it/articoli/politica/2018/04/01/vaticano-finanze-pell-caloia-ior-santa-sede-papa-francesco/219116/

  • Madre Teresa e il conto allo Ior.Nel libro di Nuzzi abusi su chierichetti e…

    Madre Teresa e il conto allo Ior.Nel libro di Nuzzi abusi su chierichetti e…

    Vaticano: Nuzzi, madre Teresa aveva un maxi-conto allo Ior

    Madre Teresa di Calcutta aveva un conto corrente allo Ior talmente grande che, si dice, se lo avesse chiuso l’istituto avrebbe rischiato il default. Gianluigi Nuzzi spiega cosi’, conversando con l’Agi prima della conferenza stampa ufficiale, uno dei temi principali del suo libro, ‘Peccato originale’ in uscita per Chiarelettere. “In Vaticano c’e’ un blocco di potere che ostacola l’azione riformatrice di Francesco cosi’ come ha fatto con Benedetto XVI – spiega il giornalista – esisteva con Marcinkus e la sua gestione parallela dello Ior ed esiste ancora oggi”. Cosa c’entra questo ‘blocco’ con la santa di Calcutta? “Il suo conto nella banca del Vaticano e’ la prova che questi signori erano e sono tuttora all’interno della curia e di loro ci si fida. Lo ha fatto anche madre Teresa che, si racconta, entrava allo Ior da una porta secondaria ed era accolta da monsignor De Bonis, il braccio destro di Marcinkus”. Nel libro, Nuzzi scrive che quando Paolo VI nomino’ il prelato americano presidente dell’istituto di credito vaticano nel 1970, questi volle al suo fianco monsignor De Bonis. “Da quel momento l’asse di potere si rafforzo’ giorno dopo giorno – si legge nel libro – De Bonis era un fine conoscitore di ogni meandro segreto della banca. E si muoveva con destrezza nei sacri palazzi, mostrando piu’ familiarita’ con il jet set del cinema che con le anime bisognose di conforto dei fedeli, piu’ affinita’ con gli uomini dei palazzi romani che con i poveri di madre Teresa”.

    Vaticano: Nuzzi,abusi sui chierichetti del Papa nei sacri palazzi

    “Credo che ci sia una storia di abusi in Vaticano su cui non e’ stata ancora fatta luce e sulla quale in troppi in questi hanno hanno taciuto”. Gianluigi Nuzzi e’ convinto che quella che forse e’ la rivelazione piu’ importante di ‘Peccato originale’, il suo ultimo lavoro in libreria da oggi per Chiarelettere, potrebbe dare il via a una clamorosa indagine all’interno del Vaticano. La storia raccontata da Nuzzi, grazie alla testimonianza di un ex ragazzino polacco che sognava di servire messa accanto al Papa e che oggi ha 19 anni, Kamil Tadeusz Jarzembowski, parla di abusi su adolescenti (in particolare su uno, il suo compagno di stanza Paolo, nel 2014 “almeno 140 volte”) da parte di un seminarista piu’ grande “pupillo del rettore”, oggi ordinato prete, nel preseminario San Pio X, che ha sede a palazzo San Carlo all’interno della citta’ del Vaticano (nell’altra ala c’e’ l’attico dell’ex segretario di Stato Bertone). Nuzzi parla anche di una serie lunghissima di denunce fatte dall’ex studente polacco, allontanato dal collegio dopo aver rivelato gli abusi, che non hanno avuto alcuna risposta da parte del clero. “Si tratta di una vicenda di abusi sessuali, clima di violenze e atti di prevaricazione nell’unica comunita’ di ragazzi all’interno delle mura leonine – racconta Nuzzi -. In questa struttura le diocesi mandano i bambini della scuola media e del liceo che hanno la vocazione: vivono nel collegio vaticano frequentando una scuola privata parificata nel centro di Roma e il loro sogno e’ di partecipare come chierichetti alle funzioni religiose nella basilica di San Pietro alla messa del Papa”. In una lunga intervista, Kamil spiega di aver denunciato i fatti a alti prelati – nel libro fa il nome del vicario del Papa per il Vaticano – e di essersi rivolto anche alla segreteria di Stato e alla Congregazione per la dottrina della fede. “Unico risultato ottenuto da Kamil – racconta Nuzzi – e’ stato di essere allontanato al preseminario. Da tutti, invece, ha ricevuto lettere in cui veniva invitato a ritrovare la serenita’ e la pace senza che ci fosse una smentita dei fatti da lui denunciati da parte degli organi della Santa Sede”. Gianluigi Nuzzi, che racconta di avere anche altre testimonianze della situazione incresciosa che si vive(va) nel prseminario, annuncia che “una copia del libro sara’ consegnata questa mattina al promotore di giustizia vaticano, Gian Pietro Milano, dall’avvocato Caterina Malavenda, con allegata una mia breve lettera, perche’ faccia le sue valutazioni dei fatti”. Intanto, scrive ne libro, “Jarzembowski e’ stato sentito dai carabinieri di Trastevere a Roma, mentre Paolo, la presunta vittima, accompagnato dal proprio legale, ha avuto un incontro con gli avvocati della possibile controparte. A loro – scrive Nuzzi – avrebbe di fatto ribadito le accuse e il racconto dell’amico polacco. Se questa vicenda dovesse essere accertata – conclude – sarebbe clamorosa: per la prima volta, infatti, si scoprirebbero abusi sessuali compiuti all’interno dei sacri palazzi e, ancora piu’ grave, in un preseminario che protegge e accudisce giovani desiderosi di servire messa nella basilica di San Pietro e magari di avviarsi lungo la strada del sacerdozio”.

    Orlandi: Nuzzi, una trattativa riservata tra i pm e il Vaticano

    Cosa ci faceva il procuratore aggiunto della Repubblica, Giancarlo Capaldo, in Vaticano in un pomeriggio di febbraio 2012? In una scena del film di Roberto Faenza, “La verita’ sta in cielo” stava facendo un accordo per ottenere informazioni su Emanuela Orlandi in cambio di un aiuto per risolvere l’imbarazzante caso della sepoltura di Enrico De Pedis, boss della banda della Magliana, a Sant’Apollinare. Gianluigi Nuzzi traspone la scena dalla finzione cinematografica al suo libro ‘Peccato originale’ in uscita oggi per Chiarelettere. “Secondo i testimoni che ho sentito, quell’incontro avvenne realmente – sostiene il giornalista – tra Capaldo e uno dei monsignori piu’ influenti della curia, che aveva la fiducia del segretario di Stato Tarcisio Bertone e dell’influente Georg Ganswein, assistente personale di papa Benedetto XVI. E’ la prova che avvenne una trattativa riservatissima tra Vaticano e Procura di Roma per chiudere definitivamente il caso Emanuela Orlandi”. La vicenda della cittadina vaticana figlia di un commesso della Prefettura della casa pontificia scomparsa il 22 giugno 1983 a 15 anni, racconta Nuzzi, “preoccupava anche Benedetto XVI tanto da spingere la Santa Sede ad aprire, negli ultimi due anni del suo pontificato, un dialogo segreto, una ‘trattativa’ con la procura di Roma. Un caso che ha visto l’interesse anche di papa Francesco, con la richiesta di approfondimenti affidata al suo primo collaboratore, il segretario di Stato Pietro Parolin. Quest’ultimo – spiega – ha anche incontrato il fratello di Emanuela Orlandi”. Come scrive ancora il giornalista, quella trattativa era a buon punto quando arrivo’ come procuratore capo a Roma Gianluca Pignatone che avoco’ a se’ l’inchiesta e decise di aprire la tomba di De Pedis. “Non so dire cosa si sappia in Vaticano di questa vicenda – dice ancora Nuzzi – di certo molte intercettazioni lasciano numerosi interrogativi, come quella che pubblico sul libro del capo della Gendarmeria e un suo sottoposto chiamato a testimoniare nel ’93 sul caso Orlandi. Perche’ – si chiede Nuzzi – gli deve dire in tono perentorio: che cosa sappiamo noi della Orlandi? Niente, noi non sappiamo niente!”. (AGI) Cau 091333 NOV 17 NNNN

    http://www.affaritaliani.it/cronache/madre-teresa-conto-allo-iornel-libro-di-nuzzi-abusi-su-chierichetti-e-508989.html

  • In Vaticano sta per scoppiare una guerra: e le carte su Emanuela Orlandi sono solo l’inizio

    In Vaticano sta per scoppiare una guerra: e le carte su Emanuela Orlandi sono solo l’inizio

    I documenti usciti dalle Mura Leonine sono l’inizio di un’altra faida interna che si combatte a colpi di rivelazioni vere e false. E che partono dall’era Marcinkus e arrivano fino a oggi

    DI EMILIANO FITTIPALDI
    Il documento su Emanuela Orlandi, un presunto resoconto economico per l’“allontanamento domiciliare” della ragazzina scomparsa nel 1983 che l’estensore attribuisce al defunto cardinale Lorenzo Antonetti, apocrifo (come sembra) o totalmente inventato che sia è solo uno dei report che rischiano di agitare il Vaticano nel futuro prossimo venturo. Perché, con l’elezione di Bergoglio al soglio pontificio, le guerre intestine dentro la Santa Sede non sono affatto terminate e molti temono che la pubblicazione di nuovi documenti segreti rischi di infiammare, a breve, una nuova stagione di Leaks.

    La nota spese sulla Orlandi, piena di errori formali ma costruita con mani scaltre da soggetti che conoscevano molto bene uomini, vicende e circostanze del pontificato di papa Giovanni Paolo II, era infatti finita nell’armadio blindato della Prefettura degli affari economici della Santa Sede, il cui custode era Lucio Vallejo Balda, segretario della Prefettura dal 2011 al 2015. Una cassaforte che fu scassinata a fine marzo del 2014 da misteriosi ladri mai identificati, che portarono via una serie di faldoni su vicende delicate che riguardano, almeno a detta di testimoni oculari che in quelle stanze lavoravano, alcuni episodi significativi, passati e recenti, della storia del Vaticano.

    È stato accertato che parte di quei report trafugati sia tornata in un plico anonimo in Prefettura un mese dopo il furto: dentro ci sarebbero stati fogli su presunti finanziamenti della Chiesa al sindacato polacco Solidarność, carteggi dei banchieri Roberto Calvi e Michele Sindona in merito al crac del Banco Ambrosiano, missive che documentano liti intorno a eredità contese dell’ex nunzio di Francia Mario Tagliaferri, morto nel 1999, e altri dossier economici contenuti nell’armadio di quella che è stata, fino al 2015, la Corte dei Conti della Santa Sede.

    Ma è certo, pure, che nell’autunno del 2015, in concomitanza con l’arresto della pr Francesca Chaoqui e di Balda (entrambi membri di Cosea dal luglio del 2013, sono entrambi stati condannati nel processo vaticano per fuga di notizie riservate), gli uomini della Gendarmeria guidati da Domenico Giani hanno cercato di capire se esistesse o meno una cassa di documenti fotocopiati dall’archivio. E finita nelle mani di uno o più “corvi”.

    Nei faldoni del processo VatiLeaks 2 esistono verbali di interrogatorio secretati che parlano senza giri di parole di un baule pieno di carte (tra queste era presente anche la presunta nota sulla Orlandi), che però – nonostante le ricerche dei poliziotti del papa – non è mai stata ritrovato.

    Ora è possibile che, in un futuro non troppo lontano, coloro che hanno conservato documenti riservati vogliano uscire dall’ombra e colpire ancora tornando a volare sopra il Cupolone. Per svelare misteri mai chiariti, forse. O per mandare nuovi messaggi, prendersi rivincite e chiudere conti in sospeso ancora aperti. «Chi pensa che ci siano solo pesci piccoli dietro i VatiLeaks, si sbaglia di grosso», chiosa un prelato molto anziano: «Ci tengo a far presente che i primi hanno contribuito alle dimissioni di un pontefice dopo secoli: non si crederà davvero che un’operazione di tale entità sia stata messa in piedi solo dal maggiordomo Paolo Gabriele? Ammetto che sono preoccupato».

    È un fatto che il pontificato di Francesco viva, da qualche tempo, un momento difficile. Se Bergoglio è amatissimo dal suo gregge, ed è considerato un papa rivoluzionario dai media laici di tutto il mondo, all’interno della Santa Sede i suoi nemici, invece di diminuire, in questi primi quattro anni e mezzo di pontificato sono cresciuti. Di numero e di forza. Le aperture dottrinarie a favore della comunione ai divorziati risposati, il progressismo audace, almeno a parole, verso gli omosessuali e le famiglie non tradizionali, la lotta (seppur difficile) contro la corruzione dentro le mura leonine, hanno compattato un fronte eterogeneo. Che è sempre più critico verso Bergoglio sia da un punto di vista pastorale («ormai non si capisce più nulla», ripetono gli antipatizzanti) sia per lo stile di governo pugnace. Di sicuro poco incline alla mediazione con l’ala tradizionalista, ancora riottosa al cambiamento portato dall’ex arcivescovo di Buenos Aires.

    I “corvi”, veicolando all’esterno il falso della Orlandi, tornano a volare in un periodo particolarmente complicato. Dopo la pubblicazione del dossier apocrifo oggi molti scuotono ancora la testa inveendo nuovamente contro le nomine di alcuni membri della commissione pontificia Cosea, mentre altri stanno ancora cercando di capire i motivi che hanno portato Francesco a promuovere a capo della segreteria dell’Economia il cardinale George Pell. La scelta di chiamare a Roma “il ranger” australiano fu presa nonostante il porporato fosse già assai chiacchierato in patria e fuori, da quasi un decennio, per essere stato accusato da alcune vittime di aver protetto, quando era vescovo di Sydney e Melbourne, alcuni preti pedofili. All’inizio dell’estate Pell è stato addirittura incriminato dalla polizia dello Stato di Victoria con l’accusa di aver lui stesso abusato, molti anni fa, di cinque minorenni. Così Bergoglio a fine dello scorso giugno, dopo averlo a lungo protetto, è stato costretto ad abbandonarlo al suo destino sospendendo il suo incarico in attesa dell’esito del processo.

    Se coloro che speravano in una riforma dell’economia e degli enti vaticani più incisiva e più aderente alle promesse si sono man mano aggiunti alla schiera dei delusi, il gruppo dei cardinali conservatori è sul piede di guerra da tre mesi, da quando Bergoglio ha deciso di “licenziare” Gerhard Müller, l’ex capo della Congregazione per la dottrina della Fede, a cui non è stato confermato il secondo mandato. Il cardinale è stato silurato, secondo alcuni, per le presunte divergenze che avrebbe avuto con Francesco in merito al contenuto di “Amoris Laetitia”, l’esortazione post sinodale su matrimonio e famiglia. Per altri, invece, ha semplicemente pagato il fatto di aver contrastato troppo blandamente il tema della pedofilia ecclesiastica.

    Insomma il mare, oltretevere, è mosso. Ed è in questo scenario che si agitano le nuove (o, più probabilmente, vecchie) gole profonde vaticane. Non sappiamo se e quando verranno pubblicati, come avvenuto durante gli ultimi due ultimi VatiLeaks, nuovi documenti imbarazzanti. Né se siano in arrivo report veri o altri apocrifi, costruiti ad arte proprio per minare, forse, la credibilità di documenti originali che il Vaticano sa essere in circolazione. È un fatto che nessuna carta pubblicata negli scandali del 2012 e del 2015 sia mai stata smentita dalla Santa Sede, e che le inchieste giornalistiche abbiano costretto la Santa Sede – come nel caso della ristrutturazione dell’appartamento di Tarcisio Bertone pagato con i soldi del Bambin Gesù – ad aprire fascicoli penali per tentare di mettere una pezza agli scandali provocati dai whisteblower.

    Ma i beninformati ipotizzano pure che il rischio di polpette avvelenate sia dietro l’angolo. Se qualcuno, dopo la pubblicazione della nota spese taroccata forse copiando pezzi di documenti reali rammenta il caso di Dino Boffo, dove una velina per delegittimare l’ex direttore di Avvenire venne costruita con un documento giudiziario vero e un report di un anonimo circolato tra i vescovi italiani, altri ricordano come Balda, condannato nel luglio del 2016 a 18 mesi di reclusione per aver diffuso report interni segreti (Chaoqui ne ha avuti 10 con pena sospesa) sia finito nell’occhio della gendarmeria anche per uno strano viaggio a Dubai. «In Medioriente, lo scrisse pure “Repubblica”, il monsignore cercò di incontrare uomini dei servizi segreti cinesi per consegnare loro una falsa cartella clinica del papa, da lui stesso contraffatta attraverso la falsificazione delle analisi dell’anziana madre», attacca l’anziano prelato che ha passato una vita in segreteria di Stato.

    Per la missione, in effetti, Balda si fece accompagnare dall’ex colonnello dei Ros Giuseppe De Donno: i gendarmi scoprirono le velleità spionistiche del monsignore attraverso l’analisi del suo computer, e ipotizzarono che il viaggio avvenne tra il dicembre del 2014 e il gennaio del 2015. Non si è mai capito perché il prelato avesse deciso di mettere in piedi quella messinscena. Il Vaticano non ha mai fatto sapere gli esiti dell’inchiesta d’intelligence, né si è mai capito come mai i corvi di VatiLeaks 2 modificarono un documento (probabilmente originale ma senza intestazioni) su Monte dei Paschi di Siena inserendo una timbratura fasulla.

    A oggi, naturalmente, non sappiamo quali siano i documenti riservati ancora in circolazione. Fonti della Prefettura spiegano che l’archivio aperto tre anni fa con una fiamma ossidrica era stracolmo di dossier di diversi periodi storici, e che i ladri (o altri soggetti che nulla c’entrano con l’effrazione del marzo 2014) potrebbero aver preso (o fotocopiato) di tutto. Sia documenti conservati lì da fine degli anni Settanta, come le lettere scritte a mano del banchiere Roberto Calvi, trovato impiccato sotto il Ponte dei Frati Neri di Londra nel 1982 (le missive di Calvi sarebbero decine); sia certificazioni di altri dicasteri ottenuti dai membri della Cosea durante il loro lavoro di screening degli enti economici vaticani. Come, per esempio, quelli sui conti all’Apsa da chiudere (dopo una due diligence della società di revisione Promontory l’Apsa ha chiesto ai prelati che avevano un conto personale, come l’ex presidente Agostino Cacciavillan, di spostare i loro denari allo Ior: ne sono nate proteste vibranti perché l’Apsa garantiva interessi migliori); e i conti deposito dell’Istituto delle opere di religione, in passato aperti a favore di laici che non ne avevano alcun diritto. Due anni fa il Vaticano ha annunciato urbi et orbi di averli chiusi tutti, ma non ha mai consegnato – come aveva informalmente promesso all’autorità antiriciclaggio della Banca d’Italia – la lista dei presunti evasori e riciclatori che avevano nascosto i loro soldi dentro il torrione Niccolò V.

    Ma i timori di una nuova fuga di notizie sono stati segnalati anche da ambienti ecclesiastici vicini a Santa Marta, come ha evidenziato lo scorso giugno Massimo Franco sul Corriere della Sera. Subito dopo le dimissioni di un altro uomo novus del corso bergogliano, l’ex primo revisore generale dei conti Libero Milone, qualcuno ha detto al giornalista che per «il papa è un momento delicato, non vogliamo precipitare in un terzo VatiLeaks». Milone era il braccio destro di Pell, finito sui giornali a ottobre del 2015 per aver denunciato alla gendarmeria la violazione del suo computer personale. Anche il suo ufficio era situato al quarto piano del palazzo della Prefettura, e anche di quella vicenda non si è saputo più nulla.

    L’economo, a sorpresa, ha scelto di andare via tre anni prima della scadenza naturale del suo incarico: se qualcuno ipotizzò semplici diatribe sulla retribuzione, la nota della sala stampa spiegò che era stato l’ex presidente di Deloitte chiamato da Pell per mettere mano nei bilanci, segretissimi, della segreteria di Stato, dei dicasteri e dei vari enti della città santa, ad aver dato le dimissioni, subito accettate da papa Francesco. «Ci aspettiamo una nuova mareggiata, da un momento all’altro», conclude una fonte autorevole. In Vaticano credono che la pubblicazione del presunto report sull’allontanamento della ragazzina che suonava il flauto, insomma, sia solo l’inizio di una battaglia a colpi di carte. E di veleni.

    http://espresso.repubblica.it/inchieste/2017/09/27/news/vaticano-la-fabbrica-dei-dossier-1.310790
  • “L’amore del cardinal Bertone per i sordi” di Federico Tulli

    “L’amore del cardinal Bertone per i sordi” di Federico Tulli

    di Federico Tullli – Il 30 maggio 1998 si svolse nelle stanze della congregazione per la dottrina della fede in vaticano una riunione l’area era tesissima a presiedere l’incontro era l’allora segretario della congregazione monsignor tarcisio bertone con lui ci sono altre sei persone monsignor girotti don antonio mamma dell’ufficio disciplinare padre antonio ramos monsignor weakland arcivescovo di milwaukee una diocesi statunitense il suo vescovo ausiliare monsignor skiba e monsignor fleece vescovo di superior una cittadina della diocesi.

    Insieme devono decidere in che modo affrontare il caso di padre lawrence murphy e reo confesso ai suoi superiori di abusi su oltre 200 bambini sordomuti le violenze erano state compiute nell’arco di 24 anni nelle parrocchie della diocesi di milwaukee in cui sacerdote veniva trasferito ogni volta che lo scandalo rischiava di diventare di dominio pubblico cioè incontrollabile.

    Bertone ha tra le mani la diagnosi dello psichiatra che era stato assunto dalla diocesi di milwaukee per occuparsi di padre murphy il medico dopo aver esaminato il sacerdote scrisse nel rapporto murphy non si rende conto del male fatto e sembra insensibile alle cure quanto rilevato dallo specialista però risulta rilevante difatti il cardinal bertone dispose per padre murphy la condanna a riflettere sulla gravità del male fatto fino a quando non darà prove di ravvedimento tutto ciò dovrà accadere in un luogo isolato quindi lontano da occhi indiscreti molto probabilmente un monastero.

    Pochi mesi dopo aver ricevuto questa punizione e 21 agosto il 98 murphy muore senza aver mai speso una parola per le vittime senza essere mai comparso davanti al tribunale laico o religioso che si ha del resto con un processo canonico nei suoi confronti osserva a bertone nel documento confidenziale protocollato col numero 111 barra 96 che riassume le fasi dell’incontro e che è stato pubblicato insieme al rapporto della medico citato prima sul sito del quotidiano statunitense new york times appunto osserva bertone con un processo si corre il pericolo di grande scandalo qualora il caso venisse pubblicizzato dalla stampa oltretutto aggiunge sempre bertone questo procedimento è inutile per la difficoltà dei sordomuti a testimoniare senza aggravare i fatti.

    Ripeto la citazione per bertone il processo nei confronti di padre murphy è inutile per la difficoltà dei sordomuti a testimoniare senza aggravare i fatti al termine del verbale subito dopo le considerazioni conclusive del segretario di joseph ratzinger all’epoca a capo della congregazione per la dottrina della fede sarebbe diventato benedetto xvi sette anni dopo nel 2005 si legge questa frase prima della conclusione dell’incontro monsignor weakland tiene a riaffermare che sarà difficile far comprendere alla comunità dei sordomuti la lieve entità di questi provvedimenti.

    Poi c’è la data infine il silenzio


    Il documento originale pubblicato per la prima volta dal New York times

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  • Il Papa richiama monsignor Hon. A Guam un coadiutore da Detroit

    Il Papa richiama monsignor Hon. A Guam un coadiutore da Detroit

    Si è conclusa la missione dell’arcivescovo salesiano cinese Savio Hon Tai-Fai quale amministratore apostolico “sede plena” della diocesi di Agana in Guam, un piccolo arcipelago dell’Oceano Pacifico nei pressi delle Isole Marianne Settentrionali che fa parte degli Stati Uniti. Il Papa ha nominato, infatti, oggi arcivescovo coadiutore con facoltà speciali di Agana (Guam), nelle Isole del Pacifico, il vescovo statunitense Michael Jude Byrnes, finora ausiliare di Detroit.

    Il salesiano Hon – che, come ricorda l’Agi, il Papa Emerito Benedetto XVI aveva voluto alla Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli su suggerimento del cardinale Tarcisio Bertone – formalmente aveva mantenuto anche l’incarico di Curia a Roma. L’arcivescovo di Agana il francescano minore Anthony Sablan Apuron, 70 anni, era stato accusato di recente di aver compiuto molestie sessuali su minori prima di diventare vescovo. In seguito a queste accuse, alcuni membri della commissione diocesana hanno rassegnato le proprie dimissioni. In passato lo stesso prelato paragonò l’attivismo per i diritti gay al terrorismo islamico. Il vescovo francescano è di fatto rimosso anche se gli rimane il titolo, in quanto i pieni poteri erano andati prima all’amministratore inviato dal Vaticano e vanno ora al nuovo coadiutore.