Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Torino

  • Vos estis lux mundi – le vittime italiane diffidano il Vaticano ad adempiere

    Vos estis lux mundi – le vittime italiane diffidano il Vaticano ad adempiere

    A due anni dall’entrata in vigore del Motu proprio che avrebbe dovuto dettare l’applicazione – come spiega padre Hans Zollner, soprattutto per le gerarchie – di rigide regole affinché i casi di abuso sessuale non venissero più insabbiati, ora vediamo essere lo stesso Vaticano a non dare applicazione a quelle sue stesse norme, propinate nelle aspettative come “rivoluzionarie”.

    La prima testimonianza arriva proprio dal vescovo di Piazza Armerina, mons. Rosario Gisana il quale, su don Giuseppe Rugolo, dichiara al Resto del Carlino “di avere informato la Congregazione della Fede, la quale avrebbe poi rispedito tutto al mittente spiegando che non interessava”. Ma Gisana non si ferma. “Per scrupolo – prosegue – ho mandato tutto alla Segreteria di Stato e mi hanno risposto con la stessa dicitura”.

    Trasferito poi a Ferrara, ufficialmente per motivi di studio, don Giuseppe Rugolo – come lui stesso dichiara in questo video – continuava, malgrado le denunce, a lavorare a stretto contatto con minori, tanto che nel video annuncia un campo con i “ragazzi” dal 22 al 29 agosto 2020.

    Quello di Enna è solo l’ultimo dei casi presi a campione e accaduti dal 1 giugno del 2019, ovvero da quando il Motu proprio è diventato legge.

    Nella diffida citiamo altri tre casi, il primo è quello dei chierichetti del papa, il cui processo si è svolto in Vaticano. Avrebbe dovuto dare un segnale forte ed esemplare e, invece, vediamo scomparire da quel processo proprio chi realmente insabbiò il caso, questo secondo l’accusa dello stesso Vicario Giudiziale Andrea Stabellini.

    C’è poi il caso genovese di don Franco Castagneto e quello di padre Luca Bucci. Il primo scomparso improvvisamente verso la metà di agosto 2019 e per il quale, la stessa Congregazione per la Dottrina revocò al Cardinale Angelo Bagnasco il mandato per celebrare il processo, trasferendolo a Torino, dove però sembra che anche lì nessuno voglia vagliare le eventuali responsabilità dell’ex Arcivescovo Presidente della CEI.

    Il secondo caso, quello di Padre Bucci solleva l’operato della diocesi guidata da Bagnasco ma anche quello neo eletto vescovo di Genova Marco Tasca che, avvisato dalla stessa associazione Rete L’ABUSO di un caso di cui omettevamo il nome del sacerdote – quello di padre Bucci – ci rispose, ma non volle nemmeno sapere chi fosse il frate in questione, neanche a titolo di prevenzione.

    Questa diffida ad adempiere (testo integrale) da parte dei sopravvissuti – ad applicare seriamente il Motu proprio – è solo un primo atto formale che avrà seguito, questa volta limitato nei confronti di uno stato estero che si è autopromosso in rappresentanza delle vittime, che però non rappresenta affatto e che, formalmente, lo ribadiscono e rinnegano con il presente atto.

    Noi sopravvissuti non intendiamo essere indiretti complici di una campagna criminale che continua a produrre vittime di un un Vaticano che dimostra, ancora oggi, di voler tutelare solo ed unicamente se stesso e come vediamo continua a mettere in secondo piano la salute psicofisica dei minori, per il 90% cattolici, ad esso affidati ingenuamente .

    Il Presidente – Francesco Zanardi

    P.S. 24 giugno 2019 – Savona

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webpwp-content/uploads/2026/01/il-vescovo-di-bilbao-riconosce-il-lavoro-di-el-pais-per-indagare-sulla-pedofilia-e-gli-sforzi-delle-vittime-per-denunciare.webp2018/10/07/quanti-sono-i-preti-pedofili-in-italia-dalle-proiezioni-litalia-ha-il-potenziale-piu-alto-di-qualsiasi-paese/

  • Con l’assoluzione di don Galli Delpini demolisce in un nanosecondo qualunque eventuale buon proposito del Papa (video)

    Con l’assoluzione di don Galli Delpini demolisce in un nanosecondo qualunque eventuale buon proposito del Papa (video)

    Che la “tolleranza zero” di Papa Francesco fossero solo belle parole, che finiscono per arenarsi nei sacri palazzi al cospetto dei vescovi, era già molto chiaro nel luglio 2019 quando, nel chiaro tentativo di insabbiare il caso di don Franco Castagneto, il cardinal Angelo Bagnasco si vide revocare dalla CDF l’autorizzazione al processo penale canonico trasferendolo a Torino, da dove poi come consuetudine non si è saputo più niente.

    Invece si è saputo di don Vincenzo Calà, condannato dal tribunale italiano a tre anni con l’annullamento per intervenuti termini prescrittivi – dei soli effetti penali – che vedrà ribaltata la sentenza in sede canonica con la piena assoluzione da parte del vescovo di Acireale Antonino Raspanti.

    Di pochi giorni fa il caso analogo di don Mauro Galli. Questa volta il vescovo è Mario Delpini che, proprio sulle omissioni in fase di indagine ecclesiastica sul caso Galli, raccolse persino l’ammonizione del cardinale Scola che le definì già all’epoca le sue “scelte maldestre”.

    Ora Scola non c’è più e Delpini è diventato il suo successore, ma il “vizietto” di fare scelte maldestre pare che gli sia rimasto. Vediamo infatti, nell’esito del processo italiano a don Mauro Galli, la condanna in primo grado a sei anni e quattro mesi per aver dormito nello stesso letto e aver violentato Alessandro Battaglia, all’epoca 15enne.

    In quella sede, con tanto di competenze in quanto da 15 anni avvocato della diocesi di Milano, oltre che membro della neonata commissione per la tutela dei minori della stessa diocesi, riferendosi al processo canonico l’avvocato Mario Zanchetti – difensore in questo caso di don Galli – disse rivolgendosi ai Giudici “Non sto bagatellizzando la situazione, sto dicendo che ciò che ha fatto don Mauro è stato profondamente sbagliato e che le conseguenze non saranno piacevoli” in quanto anche non fosse avvenuta la violenza, il solo fatto che il Galli abbia dormito con un minore è gravissimo per la chiesa.

    Invece scopriamo che, zitti zitti, il processo canonico a don Galli non solo è stato celebrato, ma è l’ennesima assoluzione dalla chiesa in prima istanza.

    A prescindere dal fatto che nel processo canonico la massima pena che la chiesa può infliggere è la dimissione dallo stato clericale, non possiamo però non renderci conto che gli interventi della campagna di tolleranza zero, posti in essere da Papa Francesco per contrastare la pedofilia, vengono disattesi totalmente se viene assolto in sede canonica chi è stato condannato da un tribunale laico, cosa che non rende neppure giustizia a Dio.

    Sorgono spontanee diverse riflessioni, in quanto con l’assoluzione canonica si crea un macroscopico problema perché vengono meno tutti i provvedimenti che dovrebbero intervenire in caso di condanna. Sorge spontanea la domanda: quanto deve essere grave la violenza, per la sede canonica, affinché chi ha commesso uno stupro su un minore sia condannato?

    Sempre nel caso Galli / Delpini la vittima ha non solo chiesto di essere informata, ma come decine di altri nostri assistiti ha richiesto gli atti senza ottenere risposta.  Vengono così meno anche alla tanto proclamata “trasparenza” dopo la presunta abolizione del segreto pontificio. Apprendiamo infatti la notizia che il tribunale canonico ha assolto Galli da un’indiscrezione uscita dai sacri palazzi lombardi. Nessuna comunicazione ufficiale neppure alla vittima.

    Ma la tolleranza zero, tanto acclamata da Papa Francesco, non era solo verso i preti pedofili, ma anche verso i vescovi che insabbiano i casi. Ebbene, vediamo quello di Delpini, che stiamo discutendolo in questo articolo che ne da notizia, ma anche in quello insabbiato da Bagnasco: per esempio è la stessa Santa sede tramite la CDF a revocargli l’incarico, ma non si ha notizia di alcun provvedimento, dopo la revoca, nei confronti del cardinale.

    Siamo onesti, qui non viene meno solo la presunta buona fede di Papa Francesco, ma anche l’efficacia reale dei provvedimenti intrapresi dalla Santa Sede che in Australia citano a rispondere in giudizio proprio Papa Francesco che, alla luce dei fatti, continua ad avviare politiche fallimentari. Politiche che, nel fallimento, producono altre vittime perché non basta risolvere un caso su centinaia di casi nel mondo, quando va bene e nessun vescovo insabbia, per poter dire di aver risolto il problema e reso le parrocchie luoghi sicuri.

    Questo è estremamente disonesto e possibile solo in Italia, e solo grazie alla maggior parte di stampa, genuflessa come i lacchè in protezione del Papa e che, puntualmente, censura tutto quanto di negativo emerga alla cronaca.

    Come Presidente dell’Associazione Rete L’ABUSO esprimo a nome dei più di 900 nostri associati in Italia, rammarico e disgusto. Non solo per l’ennesimo fallimento delle politiche della Santa Sede che, ad oggi neppure le prende in considerazione e che se non dai tribunali civili, dalla chiesa non hanno mai ricevuto giustizia umana, ma anche nei confronti dello Stato italiano, da dieci anni totalmente complice consapevole: come conferma il Comitato ONU per la tutela dell’infanzia, reo, a differenza degli altri paesi, di aver scelto di non mettere mano a un problema sociale che ogni anno rende vittime decine di centinaia di cittadini.

    Francesco Zanardi

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webpwp-content/uploads/2026/01/il-vescovo-di-bilbao-riconosce-il-lavoro-di-el-pais-per-indagare-sulla-pedofilia-e-gli-sforzi-delle-vittime-per-denunciare.webp2020/11/29/lettera-aperta-di-alessandro-battaglia-a-mons-mario-delpini-arcivescovo-di-milano/

  • Altri angeli dovrebbero cadere

    Altri angeli dovrebbero cadere

    La-croix – @robinrome “È la grande mostruosità. È più grave di ogni altra cosa”. “Così ha descritto la pedofilia Papa Francesco in un nuovo documentario presentato mercoledì a Roma, in cui ripercorre alcuni episodi chiave del suo pontificato”. Erano le righe introduttive che Loup Besmond de Senneville, il nuovo corrispondente vaticano di La Croix, ha usato per iniziare il suo articolo sul film “Francesco”. Ma i commenti del papa sugli abusi sessuali sui minori da parte del clero e tutto il resto che dice in questo documentario ( di immigrati, povertà, ambiente, ecc …), sono stati appena citati dalla stampa. La sensazione delle unioni civili gay. Questo perché quasi tutti, a quanto pare, hanno parlato di una frase che ha fatto notizia in tutto il mondo: “Papa Francesco viene a favore delle unioni civili gay “.

    Ovviamente questa è una grande notizia. Dopo tutto, il Vaticano si è ufficialmente opposto alle unioni civili – e ha istruito i cattolici che devono farlo anche loro – dal 2003, quando la Congregazione per la dottrina della fede, sotto la direzione del cardinale Joseph Ratzinger, ha pubblicato un documento che ha paragonato l’approvazione delle unioni civili alla “legalizzazione del male”. Il futuro Benedetto XVI ha insinuato che le persone dovrebbero essere abbastanza felici da sopportare anche la convivenza di coppie omosessuali. L’ha chiamata la semplice “tolleranza del male”. Quindi, sì, questa è una notizia abbastanza grande. E anche per molte altre ragioni. La grande mostruosità Ma che dire delle parole che Papa Francesco ha usato per descrivere la pedofilia o – cosa probabilmente intendeva – l’abuso sessuale dei minori da parte del clero? L’ha chiamata “la grande mostruosità” e il crimine che è “più grave di ogni altra cosa”. E nel documentario descrive come ha rimosso un vescovo in Cile per aver coperto gli abusi perpetrati da un prete che faceva da mentore a questo particolare vescovo.

    Non è chiaro quanti altri vescovi Francesco abbia chiesto di ritirarsi per insabbiamento degli abusi perché, come quasi tutto nella Curia romana, non c’è una vera trasparenza. I vescovi sono spesso costretti a dimettersi per “cattiva salute o per altri gravi motivi “disposizione del codice di diritto canonico. Non ci viene mai detto che cosa, semmai, affligge questi uomini, ci resta solo da indovinare o supporre il motivo, mentre il vescovo che è stato costretto a rassegnare le dimissioni può giustificare il proprio diniego aggrappandosi all’illusione che si trattasse effettivamente di una domanda di stress. Dopotutto è una cattiva salute.

    Andare dietro ai grossi uccelli. Quanti cardinali sono stati costretti a lasciare o sono stati puniti per aver nascosto abusi sotto il tappeto? Sembra che non ce ne siano affatto, forse leggeremo i nomi di alcuni che avrebbero dovuto esserci, se il rapporto promesso sull’ex arcivescovo di Washington e pedofilo, Theodore McCarrick, sarà mai pubblicato. ha dimostrato di non aver paura di fare il duro con i cardinali. Ha rimosso McCarrick dal College of Cardinals nel luglio 2018 e poi lo ha “scongelato” sette mesi dopo. E nel 2015, il papa gesuita ha tolto i diritti cardinalizi al defunto Keith Patrick O’Brien, sebbene – stranamente – abbia permesso allo scozzese rimanere cardinale. Il crimine di O’Brien è stato quello di aver molestato sessualmente o di aver avuto rapporti sessuali con seminaristi e preti adulti. 

    Apparentemente, è stato perché Becciu è stato sorpreso a appropriarsi indebitamente, ma, naturalmente, il Vaticano non l’ha mai effettivamente detto. Altri angeli dovrebbero cadere. Un cardinale che non ha diritti è simile a essere un’anatra zoppa – o, certamente, molto strano. il papa non ha applicato la stessa pena ai cardinali che hanno insabbiato gli abusi sessuali?

    E tra loro c’è una coppia che – come il cardinal Becciu – si chiama “Angelo”. Uno di loro, ex segretario di Stato vaticano, è noto per aver protetto lo stupratore seriale e fondatore psicopatico dei Legionari di Cristo. Questo Angelo in particolare sarà probabilmente citato nel rapporto McCarrick, ma c’è un altro cardinale italiano di nome Angelo di cui recentemente sono venuti alla luce i tentativi di coprire gli abusi sessuali di uno dei suoi preti diocesani: il cardinale Angelo Bagnasco, l’arcivescovo in pensione di Genova e ex presidente della Conferenza episcopale italiana (CEI) .

    Bagnasco accusato di insabbiamento ed esortazione a mentire a un prete. Questa settimana il quotidiano italiano Il Fatto Quotidiano ha riferito che il cardinale 77enne, andato in pensione solo lo scorso maggio, ha cercato di fermare il processo canonico a un sacerdote accusato di abusi sessuali minorenni e sollecitazione del sesso nel confessionale, lo ha fatto solo l’anno scorso, nel marzo 2019, un mese dopo che Papa Francesco aveva convocato a Roma tutti i presidenti delle conferenze episcopali nazionali del mondo per il grande vertice su come affrontare gli abusi sessuali del clero I funzionari della Congregazione per la Dottrina della Fede (CDF) sanno esattamente cosa ha tentato di fare il cardinale Bagnasco perché sono stati loro (in particolare, è stato il cardinale Luis Ladaria SJ, prefetto della CDF) che ha ordinato a Bagnasco di condurre il processo.

    Ma Bagnasco ha cercato di fermare il processo canonico, proponendo invece, in una lettera alla CDF, che il religioso venisse semplicemente mandato via. E, sorprendentemente, ha persino suggerito al sacerdote di mentire ai suoi parrocchiani sulle ragioni per cui. Una proposta in 4 punti per evitare un processo Secondo documenti recentemente pubblicati dalla rete delle vittime di abusi italiani, “Rete l’Abuso”, il cardinale genovese ha cercato di persuadere la CDF ad accettare una proposta in 4 punti.

    1)Invece di un procedimento giudiziario, potrebbe essere sufficiente un intervento diretto del vescovo con l’assistenza del vicario giudiziario

    2)Allontanare il sacerdote dalla parrocchia dove ha lavorato bene per 21 anni

    3)Sospenderlo dall’ascolto delle confessioni

    4)Inviarlo a una comunità religiosa dove sia presente un clima di regolare preghiera comunitaria e affidarlo alle cure di un ottimo psicoterapeuta (a Milano), N., ben noto a me e al mio seminario.

    Il cardinale Bagnasco ha avuto addirittura la faccia tosta di suggerire che questo prete credibilmente accusato fosse autorizzato a rimanere parrocchia per altri due mesi (fino alla fine di maggio 2019) in modo che potesse essere presente alle cerimonie di Prima Comunione e Cresima precedentemente programmate. A questo punto non pensi che il papa avrebbe dovuto intervenire?

    Invece, la congregazione dottrinale si è semplicemente fermata la farsa. Nel luglio 2019 ha detto a Bagnasco che gli toglieva di mano il processo canonico e lo inviava al tribunale arcivescovile della vicina Torino.

    Agirà il papa? Bagnasco non è un vescovo motto, lasciando da parte le credenziali conservatrici (viene dalla stalla del defunto cardinale Giuseppe Siri che lo ordinò presbiterio nel 1966), divenne uno dei vescovi più influenti d’Europa all’epoca di Benedetto XVI.

    Nel 2006 il papa bavarese nominò Bagnasco, allora capo dell’esercito italiano ordinariato, a Genova e lo ha nominato cardinale nel 2007. Quello è stato lo stesso anno in cui Benedetto lo ha nominato personalmente presidente della Cei, carica che ha ricoperto fino al 2017 quando papa Francesco lo ha rimosso. Tuttavia, i membri del Consiglio conservatore dei vescovi ‘ Le Conferenze d’Europa hanno eletto Bagnasco loro presidente nel 2016, che è stata vista come una sfida diretta all’attuale papa.

    Le rivelazioni del suo tentativo di bloccare un processo canonico su mandato della CDF a un sacerdote accusato credibilmente hanno appena menzionato sulla stampa italiana. Se Papa Francesco crede davvero che l’abuso sessuale sui bambini sia “la grande mostruosità” e “più grave di ogni altra cosa”, allora coprire tali crimini deve essere certamente peggio dell’appropriazione indebita. E la pena per fare il primo dovrebbe essere severo almeno quanto il secondo.

    Seguimi su Twitter @robinrome

  • Don Castagneto, l’abuso sui minori e l’insabbiamento tentato da Bagnasco

    Don Castagneto, l’abuso sui minori e l’insabbiamento tentato da Bagnasco

    La procura di Genova chiede l’archiviazione per don Franco Castagneto, parroco di Genova, perché gli abusi su minori dimostrabili sono prescritti e non c’è prova di casi più recenti.

    Il sacerdote, riferisce Il Fatto, è sotto processo davanti al tribunale ecclesiastico della diocesi di Torino. Un processo che avrebbe cercato di insabbiare Angelo Bagnasco, ex arcivescovo di Genova e presidente della Conferenza episcopale italiana. E proprio per questo la Congregazione per la dottrina della Fede, alla fine, gli ha dovuto revocare il ‘fascicolo’. È quanto emerge dai documenti acquisiti in Curia dai magistrati genovesi, che hanno aperto un’inchiesta in seguito all’esposto della onlus Rete L’Abuso contro il prelato.

    Le carte di Bagnasco

    Tra le carte ci sono due relazioni che Bagnasco invia alla Congregazione, l’ex Sant’Uffizio, organo del Vaticano preposto a trattare i casi di pedofilia tra i sacerdoti. Nella prima il cardinale informa l’ufficio della “situazione pregressa” del parroco, di cui, dice, “non ero al corrente” e riporta alcune testimonianze sugli abusi avvenuti a Sori dove don Castagneto ha esercitato fino al 1998. Le segnalazioni pervenute negli anni Novanta Bagnasco non le ritenne veritiere.

    Denunce e testimonianze insabbiate

    Così come la prima testimonianza raccolta, contenuta in una lettera spedita nel 2014 alla Santa Sede da una vecchia parrocchiana di Sori. Le denunce non si fermano: due anni dopo, nel 2016, si presentano al cardinale tre persone che sono preoccupate del fatto che il sacerdote possa nuocere ancora. Bagnasco conduce un’indagine nella parrocchia di Albaro, dove lui stesso è stato viceparroco fino al 1995: “Conosco e ho confidenza con molte persone – scrive -. Da quanto ho potuto raccogliere, non è emerso nessun dubbio o allusione su comportamenti scorretti del parroco; al contrario, ho sentito apprezzamento e gratitudine per la sua dedizione. Inoltre, sono trascorsi dai fatti più di vent’anni”.

    A quel punto il procuratore capo di Genova, Francesco Cozzi, chiede l’archiviazione per don Castagneto: i fatti di Sori sono ormai prescritti, mentre le indagini, della Curia e della polizia, non ne hanno appurati di nuovi.

    Per i casi di pedofilia le leggi della Chiesa consentono di derogare alla prescrizione.

    Così la Congregazione risponde a Bagnasco che sussiste un “consistente fumus delicti” a carico del sacerdote, accusato di condotte punibili con la riduzione allo stato laicale. E quindi ordina al tribunale arcidiocesano di Genova di celebrare un processo penale. Ma a marzo 2019 con la sua seconda relazione Bagnasco, tenta di dissuadere il Vaticano: “Anziché un processo giudiziario, potrebbe essere sufficiente un intervento diretto del vescovo”, cioè Bagnasco stesso, per rimuovere il prete dalla parrocchia. Il cardinale propone addirittura che don Castagneto rimanga in parrocchia “fino alla celebrazione delle prime comunioni e delle cresime previste a maggio. Nel frattempo potrebbe preparare la comunità al suo trasferimento, adducendo motivi di forte stanchezza, e quindi la necessità di un adeguato tempo di riposo”.

    Don Castagneto rimarrà ad Albaro fino ad agosto.

    Intanto il tentativo di insabbiamento fallisce. La Congregazione decide di affidare il processo al tribunale dell’arcidiocesi di Torino, revocando “l’autorizzazione precedentemente concessa a Sua Eminenza di celebrare il processo”.

    Oggi il processo voluto dalla Congregazione è ancora in corso. “Don Castagneto è stato fatto sparire dalla parrocchia con una fretta sospetta”, accusa il presidente di Rete L’Abuso Francesco Zanardi. “Perché Bagnasco non ha aspettato quantomeno che riaprisse la comunità di recupero, se gli abusi non si sono più verificati dopo il 1998? E se don Castagneto non ha più reiterato i suoi crimini, perché mai si dovrebbe mandare un uomo ‘guarito’ da uno psicoterapeuta 21 anni dopo?”.

  • Don Castagneto e gli abusi su minori, Bagnasco ha provato a insabbiare il caso. Ora indaga Torino

    Don Castagneto e gli abusi su minori, Bagnasco ha provato a insabbiare il caso. Ora indaga Torino

    Salvato dalla giustizia terrena, ma a processo davanti a Dio. La procura di Genova ha chiesto l’archiviazione per don Franco Castagneto, parroco nel capoluogo ligure, perché gli abusi su minori dimostrabili sono prescritti e non c’è prova di casi più recenti. Ma, apprende il Fatto, il sacerdote è sotto processo davanti al tribunale ecclesiastico della diocesi di Torino. E ciò nonostante un tentativo di insabbiamento di Angelo Bagnasco, ex arcivescovo di Genova e presidente della Conferenza episcopale italiana, a cui la Congregazione per la dottrina della Fede, alla fine, ha dovuto addirittura revocare il ‘fascicolo’. È quanto emerge dai documenti acquisiti in Curia dai magistrati genovesi, che hanno aperto un’inchiesta dopo gli articoli del Fatto e l’esposto della onlus Rete L’Abuso contro il prelato. Che ad agosto del 2019 scompare, all’improvviso, dalla sua parrocchia nel quartiere di Albaro.

    Tra le carte ci sono due relazioni che Bagnasco invia alla Congregazione, l’ex Sant’Uffizio, organo del Vaticano preposto a trattare i casi di pedofilia tra i sacerdoti. Nella prima (novembre 2018), il cardinale informa l’ufficio della “situazione pregressa” del parroco, di cui, dice, “non ero al corrente” e riporta alcune testimonianze sugli abusi avvenuti a Sori, borgo ligure dove don Castagneto ha esercitato fino al 1998. Non sono, però, le prime segnalazioni sul sacerdote arrivate in Curia: ce n’erano state altre negli anni Novanta, ma, come raccontato dal Fatto, non erano state ritenute affidabili. Come non affidabile – si legge nella relazione – è ritenuta da Bagnasco la prima testimonianza raccolta, contenuta in una lettera spedita nel 2014 alla Santa Sede da una vecchia parrocchiana di Sori. Ma le denunce non si fermano: due anni dopo, nel 2016, si presentano al cardinale tre persone che, oltre a fare riferimento ai fatti di Sori, sono preoccupati che il sacerdote possa nuocere ancora. Bagnasco conduce in prima persona un’indagine nella parrocchia di Albaro, dove lui stesso è stato viceparroco fino al 1995: “Conosco e ho confidenza con molte persone – scrive -. Da quanto ho potuto raccogliere, non è emerso nessun dubbio o allusione su comportamenti scorretti del parroco; al contrario, ho sentito apprezzamento e gratitudine per la sua dedizione. Inoltre, sono trascorsi dai fatti più di vent’anni”.

    È anche sulla base di queste parole che il procuratore capo di Genova, Francesco Cozzi, ha chiesto personalmente l’archiviazione per don Castagneto: i fatti di Sori sono ormai prescritti, mentre le indagini, della Curia e della polizia, non ne hanno appurati di nuovi. Ma per i casi di pedofilia le leggi della Chiesa consentono di derogare alla prescrizione. Così la Congregazione risponde a Bagnasco che sussiste un “consistente fumus delicti” a carico del sacerdote, accusato di condotte punibili con la riduzione allo stato laicale. E quindi ordina al tribunale arcidiocesano di Genova di celebrare un processo penale. Ma a marzo 2019 con la sua seconda relazione Bagnasco, nonostante riferisca che don Castagneto ha ammesso le sue responsabilità sui fatti di Sori, tenta di dissuadere il Vaticano: “Anziché un processo giudiziario, potrebbe essere sufficiente un intervento diretto del vescovo”, cioè Bagnasco stesso, per rimuovere il prete dalla parrocchia, sospenderlo dalle confessioni, inviarlo “in una comunità religiosa protetta” e affidarlo “alla cura di un ottimo psicoterapeuta conosciuto da me”. Il cardinale propone addirittura che don Castagneto rimanga in parrocchia “fino alla celebrazione delle prime comunioni e delle cresime previste a maggio. Nel frattempo potrebbe preparare la comunità al suo trasferimento, adducendo motivi di forte stanchezza, e quindi la necessità di un adeguato tempo di riposo”. Mentendo, dunque, ai suoi parrocchiani.

    Don Castagneto rimarrà ad Albaro fino ad agosto, ma intanto il tentativo di insabbiamento fallisce: la Congregazione decide di affidare il processo al tribunale dell’arcidiocesi di Torino, revocando “l’autorizzazione precedentemente concessa a Sua Eminenza di celebrare il processo”, come si legge in una lettera che il prefetto della Congregazione, il cardinale Luis Ladaria, invia a Bagnasco a luglio dell’anno scorso. All’improvviso, a inizio agosto, don Castagneto lascia la parrocchia e viene ospitato nel santuario di Crea, nel basso Piemonte, in attesa che la comunità di recupero di Roma a cui Bagnasco lo destina riapra, dopo le ferie.

    Oggi il processo voluto dalla Congregazione è ancora in corso, come il tribunale ecclesiastico di Torino ha confermato al Fatto. In attesa della sentenza, restano aperte alcune domande: “Don Castagneto è stato fatto sparire dalla parrocchia con una fretta sospetta”, accusa il presidente di Rete L’Abuso Francesco Zanardi, che qualche settimana dopo la scomparsa del prete riceve una lettera anonima su cui baserà il suo esposto. “Perché Baganasco non ha aspettato quantomeno che riaprisse la comunità di recupero, se gli abusi non si sono più verificati dopo il 1998? E se don Castagneto non ha più reiterato i suoi crimini, perché mai si dovrebbe mandare un uomo ‘guarito’ da uno psicoterapeuta 21 anni dopo?”.

    Salvato dalla giustizia terrena, ma a processo davanti a Dio. La Procura di Genova ha chiesto l’archiviazione per don Franco Castagneto, parroco nel capoluogo ligure, perché gli abusi su minori dimostrabili sono prescritti e non c’è prova di casi più recenti. Ma il sacerdote è sotto processo davanti al tribunale ecclesiastico della diocesi di Torino, nonostante un tentativo di insabbiamento dell’ex arcivescovo di Genova Angelo Bagnasco, a cui la Congregazione per la dottrina della Fede, alla fine, ha revocato il fascicolo. È quanto emerge dai documenti acquisiti in Curia dai magistrati genovesi, che hanno aperto un fascicolo dopo gli articoli del Fatto e l’esposto della onlus Rete l’Abuso contro il prelato. Che ad agosto del 2019 scompare, all’improvviso, dalla sua parrocchia nel quartiere di Albaro. Tra le carte ci sono due relazioni che Bagnasco invia alla Congregazione. Nella prima, di novembre 2018, il cardinale riporta alcune testimonianze sugli abusi avvenuti a Sori, borgo ligure dove don Castagneto è stato parroco fino al 1998. Escludendo, però, “comportamenti scorretti” ad Albaro, dove Bagnasco stesso è stato viceparroco fino al 1995. Nella seconda il vescovo riporta che Castagneto ha ammesso le molestie di Sori. La Congregazione replica che sussiste un “consistente fumus delicti” a carico del sacerdote, accusato di condotte punite con la riduzione allo stato laicale. E quindi, derogando alla prescrizione, ordina al tribunale arcidiocesano di Genova di instaurare un processo canonico. Ma nella seconda relazione Bagnasco tenta di dissuadere l’ex Sant’Uffizio: “Anziché un processo giudiziario, potrebbe essere sufficiente un intervento diretto del vescovo”, cioè lui stesso, per rimuovere il prete dalla parrocchia, inviarlo “in una comunità religiosa protetta” e affidarlo “alla cura di un ottimo psicoterapeuta”. Bagnasco propone che don Castagneto rimanga in parrocchia “fino alla celebrazione delle prime comunione e delle cresime previste a maggio. Nel frattempo – scrive – potrebbe preparare la comunità al suo trasferimento, adducendo motivi di forte stanchezza, e quindi la necessità di un adeguato tempo di riposo”. Mentendo, dunque, alla sua comunità. Don Castagneto rimarrà ad Albaro fino ad agosto, ma il tentativo di insabbiamento fallisce: a luglio 2019 la Congregazione affida il processo al tribunale dell’arcidiocesi di Torino revocando “l’autorizzazione precedentemente concessa a Sua Eminenza (Bagnasco, ndr) di celebrare il processo”.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2020/10/23/don-castagneto-bagnasco-ha-provato-a-insabbiare-il-caso-ora-indaga-torino/5976740/
    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webpwp-content/uploads/2026/01/il-vescovo-di-bilbao-riconosce-il-lavoro-di-el-pais-per-indagare-sulla-pedofilia-e-gli-sforzi-delle-vittime-per-denunciare.webp2020/10/21/genova-la-cdf-vaticano-revoca-a-bagnasco-lincarico-del-processo-a-don-castagneto-e-lo-passa-a-torino/

  • GENOVA: La CDF (Vaticano) revoca a Bagnasco l’incarico per il processo a don Castagneto e lo passa a Torino – Contiene tutti gli atti

    GENOVA: La CDF (Vaticano) revoca a Bagnasco l’incarico per il processo a don Castagneto e lo passa a Torino – Contiene tutti gli atti

    La lunga mano di Dio, o almeno di chi in terra agisce in suo nome. Dagli atti che andrò ad esporre, estratti dal fascicolo reso dalla Procura della Repubblica di Genova nell’indagine avviata dalla Rete L’ABUSO nei confronti di don Franco Castagneto , ex parroco di Sori, per cui la Procura in data 21 settembre 2020 ne chiede l’archiviazione per intervenuti termini di prescrizione.

    Gli atti che esporrò sono redatti dall’ex Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, card. Angelo Bagnasco. Nelle sue missive con (altro…)

  • Quella strana revoca della CDF a Bagnasco che trasferisce il processo Castagneto – la sua proposta e le omissioni – Contiene gli atti

    Quella strana revoca della CDF a Bagnasco che trasferisce il processo Castagneto – la sua proposta e le omissioni – Contiene gli atti

    “Anziché un processo giudiziario, potrebbe essere sufficiente un intervento del vescovo assistito dal vicario giudiziale”  –  “Potrebbe rimanere parroco fino alla celebrazione delle prime comunioni e delle cresime prevista a maggio p. v.. Nel frattempo potrebbe preparare la comunità al suo trasferimento, adducendo motivi di forte stanchezza”.  

    Genova 19 marzo 2019 – Card. Angelo Bagnasco

    Una serie di documenti acquisiti dalla procura di Genova dai quali abbiamo estratto il carteggio tra Diocesi di Genova e il Prefetto della CDF, Francisco Luis Ladaria, sull’istruttoria fatta da Bagnasco, che documentiamo ulteriormente nell’approfondimento sul caso di don Franco Castagneto.

    L’estratto che precede l’articolo è parte di quanto Bagnasco invia nell’istruttoria alla CDF (Congregazione per la Dottrina della Fede) integrando una “proposta” molto generosa in favore del prete.

    Il Cardinale malgrado in una missiva del 19 marzo 2019 confermi alla CDF la gravità dei fatti e sostanzialmente l’ammissione di don Franco alle accuse fatte dagli abitanti di Sori già nella metà degli anni 90, quando vi fu un’istruttoria (guidata da Alberto Tanasini – attuale vescovo di Chiavari – con la collaborazione di Nicolò Anselmi, fino a metà del 2020 vescovo vicario proprio del cardinale Angelo Bagnasco  e Guido Marini che è cerimoniere del papa dal 2007 ) al termine della quale però si decise di non procedere, ma di spostare semplicemente don Franco da Sori ad Albaro, dove si insedierà nel 1998.

    Nei vari carteggi con la CDF Bagnasco rassicura che si tratta di fatti datati, che non si sarebbero più ripetuti dopo il trasferimento ad Albaro nel 1998. Gli stessi parrocchiani, secondo l’istruttoria del Cardinale, confermerebbero l’integrità del sacerdote.

    Carteggi dai quali si evince tuttavia la leggerezza morale del cardinale nel proporre a fronte delle ammissioni del Castagneto, che celebri comunque (in quanto parroco) le comunioni e le cresime facendogli poi lasciare Albaro in modo quasi furtivo, “adducendo motivi di forte stanchezza”.

    La risposta della CDF arriva poco dopo per pugno LAPIDARIO dello stesso Prefetto, il 18 Luglio 2019, quando ringraziando il Cardinale, revoca il mandato a celebrare il processo Penale Canonico (chiesto dalla stessa CDF il 7 Gennaio 2019) e i chiede che tutti gli atti siano trasferiti al Tribunale Penale Canonico di Torino. Non accresce nella missiva i motivi della revoca.

    In una missiva del 5 agosto, Bagnasco comunica alla CDF di aver spostato temporaneamente don Franco al Santuario di Crea e che a settembre, sarà trasferirlo a Roma, in una comunità di recupero, assistito da un ottimo psicoterapeuta.

    La domanda sorge spontanea, che senso ha mandare oggi, una persona ormai sana, che secondo l’indagine dello stesso cardinale, non reitera da 21 anni, in una comunità di recupero e sottoporla a psicoterapia?

    Perché mai?

    L’indagine svolta dalla Rete L’ABUSO – prima con l’aiuto del giornalista Ferruccio Sansa, poi di Alessandro Tesei – riguardo gli anni recenti, quelli di Albaro, parte grazie ad una lettera anonima pervenuta alla Rete a fine agosto. Quella lettera testimonia che nell’agosto 2019, ad Albaro è successo qualcosa che ha spinto qualcuno a scriverci, ma forse ha anche creato l’esigenza di non poter più lasciare don Franco li, anche solo 25 giorni, fino a settembre e mandarlo direttamente a Roma.

    Nell’indagine, durata circa 10 giorni tra Albaro e Sori, raccogliamo un profilo del Castagneto nel quale viene descritto un uomo possessivo, un manipolatore che ha l’arte di fare compromessi per “incatenare” a se le persone, come faceva peraltro a Sori, non è inverosimile pensare che abbia potuto farlo anche ad Albaro, se pur con altre modalità.

    Anche nei rapporti della Polizia Giudiziaria che ha svolto le sue indagini e sentito diversi testimoni, emerge che don Castagneto aveva creato una sorta di dormitorio dove era solito ospitare giovani disagiati in cambio di lavoretti in parrocchia, alcuni un po’ sbandati, altri come uno dei testimoni. Persone tuttavia che avevano in comune il bisogno di un alloggio, sottoposte di conseguenza a una forte sudditanza.

    Lo conferma lo stesso sacrestano che per sette anni ha lavorato al fianco di don Franco ad Albaro e che agli inquirenti non nasconde il timore per questa indagine. Racconta che don Castagneto, proprio mentre veniva informato da Bagnasco del procedimento canonico a suo carico, intercedeva con la diocesi per fargli avere un appartamento all’interno della canonica, e adesso teme che l’indagine possa in qualche modo interferire.

    Confermerà che uno degli ospiti segnalati di cui avevamo recuperato il nome, è scomparso da un giorno all’altro, proprio insieme a don Franco. Racconta di averlo recentemente incontrato, di avergli proposto di intercedere con il nuovo parroco per farlo tornare a vivere li, facendo lavoretti. Ma il ragazzo taglia corto e defila. È la stessa Polizia a non riuscire più a rintracciarlo.

    Il sacrestano conferma anche un’altra segnalazione che avevamo raccolto e trasmesso alla procura di Genova, che trova riscontro anche in un’altra deposizione agli atti. Il suicidio di un giovane ospite che don Franco aiutava.

    Tutte informazioni che gli ex parrocchiani di Castagneto ad Albaro, parrebbe abbiano omesso al cardinale, informazioni che però sottoscrive nero su bianco lo stesso sacrestano di Albaro, l’unico al quale il cardinale non ha chiesto.

    Francesco Zanardi

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webpwp-content/uploads/2026/01/il-vescovo-di-bilbao-riconosce-il-lavoro-di-el-pais-per-indagare-sulla-pedofilia-e-gli-sforzi-delle-vittime-per-denunciare.webp2020/10/21/genova-la-cdf-vaticano-revoca-a-bagnasco-lincarico-del-processo-a-don-castagneto-e-lo-passa-a-torino/

  • Don Franco Castagneto, abusi archiviati. Le vittime: “I pm credono solo a Bagnasco”

    Don Franco Castagneto, abusi archiviati. Le vittime: “I pm credono solo a Bagnasco”

    Paolo Frosina – IL FATTO QUOTIDIANO

    Don Franco Castagneto ha confessato gli abusi su minorenni commessi quand’era parroco a Sori, borgo della riviera ligure di Levante, tra il 1979 e il 1998. Ma si tratta di reati prescritti, mentre “non è emersa alcuna conferma sulla consumazione di molestie sessuali presso la parrocchia di Albaro, dov’era stato trasferito in epoca più recente”.

    Lo scrive il procuratore di Genova, Francesco Cozzi, chiedendo al gip l’archiviazione del fascicolo nato dall’inchiesta del Fatto sulla misteriosa rimozione di Castagneto dalla chiesa di Santa Teresa ad Albaro, nel capoluogo. La Procura ha acquisito negli archivi diocesani due relazioni e una missiva, tutte a firma dell’ex arcivescovo Angelo Bagnasco, “che ripercorrono l’attività istruttoria posta in essere dalla Curia riguardo il caso del sacerdote”.

    È la seconda relazione, del 19 marzo 2019, che contiene l’ “ammissione di responsabilità con alcune riserve” espressa da Castagneto in un incontro con lo stesso Bagnasco. Un elemento di prova che si affianca alle denunce sporte alla diocesi negli anni 90, nonché alle nuove testimonianze arrivate alla onlus Rete L’abuso dopo le rivelazioni del Fatto nel dicembre 2019. Tuttavia, scrive il procuratore, i reati “sarebbero ampiamente prescritti, posto che la condotta delittuosa è da collocarsi tra il 1979 e il 1998”, quando il sacerdote fu trasferito a Genova.

    Quanto alla denuncia di Rete L’abuso su casi più recenti segnalati ad Albaro, la Procura chiede l’archiviazione citando informazioni raccolte dallo stesso cardinal Bagnasco “che dichiara di conoscere e avere molta confidenza con le persone che frequentano la parrocchia, per esservi stato viceparroco per circa 30 anni”.

    Scrive Bagnasco nella sua relazione: “Da quanto ho potuto raccogliere, non è emerso alcun dubbio o allusione su comportamenti scorretti del parroco; al contrario, ho sentito apprezzamenti e gratitudine per la sua dedizione”. “Pare quasi che alla Chiesa sia stato chiesto di indagare su se stessa”, commenta Francesco Zanardi, presidente di Rete L’abuso, che intende opporsi all’archiviazione. “Stupisce che la Procura prenda per buona la ricostruzione delle gerarchie ecclesiastiche senza ulteriori approfondimenti.

    Resta una domanda: perché Castagneto è scomparso dalla sua parrocchia da un giorno all’altro, senza spiegazioni?”.

    Il Fatto Q del 7/9/20
    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webpwp-content/uploads/2026/01/il-vescovo-di-bilbao-riconosce-il-lavoro-di-el-pais-per-indagare-sulla-pedofilia-e-gli-sforzi-delle-vittime-per-denunciare.webp2020/10/18/quella-strana-revoca-della-cdf-a-bagnasco-che-trasferisce-il-processo-castagneto-la-sua-proposta-e-le-omissioni/
    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webpwp-content/uploads/2026/01/il-vescovo-di-bilbao-riconosce-il-lavoro-di-el-pais-per-indagare-sulla-pedofilia-e-gli-sforzi-delle-vittime-per-denunciare.webp2020/10/21/genova-la-cdf-vaticano-revoca-a-bagnasco-lincarico-del-processo-a-don-castagneto-e-lo-passa-a-torino/

  • Il caso Casati Stampa: cronistoria di una storiaccia nera (quarta e ultima parte: pillole)

    Il caso Casati Stampa: cronistoria di una storiaccia nera (quarta e ultima parte: pillole)

    VDP – “Cara bambina – perché tu sei ancora una bambina, e cerca di rimanerlo il più a lungo possibile -, in questi giorni e forse anche in quelli della vacanza precedente e tutte le volte che mi hai fatto visita a casa, soprattutto negli ultimi tempi, avrai avuto agio di renderti conto che non sono una donna soddisfatta come voglio far credere. Ho i soldi, le ville, le pellicce, i gioielli e le invidie degli altri ma, credimi, non sono la ricchezza e la nobiltà, come pensavo, che donano la felicità… Sarei stata felice se solo fossi stata amata in maniera normale. Camillo ha sempre cercato di convincermi del contrario. Mi dice che il suo amore per me aumenta e si sublima quando mi vede scopare con altri, uomini o donne che siano purché sia lui a sceglierli, e io sono stanca, stanca, stanca…”

    “Negli ultimi mesi le sue fisse di fare e di trasgredire sono aumentate come se fosse incalzato da un’irrefrenabile frenesia che lo costringe a correre e a farmi correre appresso alle sue fantasie. Adesso come non mai sono arrivata alla convinzione che lui non stia tanto bene con la testa, e che la sua situazione mentale stia peggiorando… È arrivato il momento di dire basta, ci vuole audacia, tanta audacia, lo so. Avevo già provato, qualche tempo fa, a dirgli che se non la smetteva intendevo lasciarlo, e lui mi ha risposto che me ne sarei dovuta andare via da casa sua nuda e cruda come mi avava presa. Io però non intendo ridiventare povera. Come si fa a vivere se non si possiede più niente?”

    “Pensa che ti ripensa ho elaborato un piano che non può fallire. Gli parlerò chiaramente e se i miei prossimi giorni si metteranno nel verso giusto, come mi auguro, continuerò a essere nobile e ricca. Nel caso si dovesse rifiutare di accontentarmi, lo ricatterò, lo minaccerò di rivelare le sue perversioni pubblicamente con il testimone che mi sono trovata e, se ci sarà bisogno, metterò di mezzo e in moto anche tuo padre, i carabinieri, la magistratura, tutto quanto mi sarà possibile. Se voglio, ho tantissime risorse a cui attingere per farmi valere, non posso dargliela vinta a quel prepotente. Certo è un peccato, io ancora lo amo, ma dopo le ultime cose che mi ha obbligato a fare prima che arrivassimo sull’isola e poi anche qui, ho capito di non sapere più che farmene di un amore così devastante e avvilente. Desidero solamente ridiventare libera da costrizioni e riconquistare la dignità che ho perso in questi anni.”

    “Ciao, spero di rincontrarti quando sarò diventata una donna migliore, credo di meritarmi qualcosa di più dalla vita”.
    Non fu gelosia, dunque. Fu un ricatto, una notte di fine agosto di quarant’anni fa, ad armare la mano del marchese Camillo Casati Stampa di Soncino, erede di una fra le più ricche e antiche famiglie della nobiltà milanese, contro la moglie, Anna Fallarino, e il giovane studente che allietava i loro amplessi, Massimo Minorenti, prima di uccidersi a sua volta con un colpo di fucile in bocca. Lo rivela in una biografia una bella signora dal parlare rapido e asciutto: Mariateresa Fiumanò.

    Vive a Roma con il marito e una bassotta, ha tre lauree nel cassetto (Medicina, Psichiatria forense, Criminologia clinica) e, soprattutto, un legame di parentela e di lontano affetto con Anna Casati Stampa, di cui frequentò, fino a qualche giorno prima della tragedia, le case (l’attico di Roma e Villa San Martino ad Arcore, oggi residenza del premier) e l’isola privata (Zannone, a nord di Ponza).

    Il libro ricostruisce la storia dei Casati e del loro scandaloso ménage a partire da una lunghissima lettera che la marchesa Casati consegnò alla cugina in una busta gialla, con la promessa di leggerla soltanto quando fosse successo «qualcosa di veramente importante». Due settimane dopo, il 30 agosto 1970, nel lussuoso attico romano di via Puccini, il marchese sparò alla moglie tre colpi di fucile, uccidendola al terzo. Con un altro colpo liquidò il ragazzo. Con l’ultimo si fece saltare le cervella. Dramma della gelosia, stabilirono gli investigatori, chiudendo in fretta una vicenda che aveva scatenato la morbosa curiosità dell’Italietta benpensante e guardona. Ma il libro di Mariateresa Fiumanò apre oggi scenari diversi.

    Perché ha aspettato quarant’anni, signora Fiumanò? «Perché l’impatto di quella storia su di me e sulla mia famiglia, sanamente borghese e imbevuta di regole e principi tradizionali, fu di una tale violenza che nessuno seppe reagire. Mio padre, vicequestore di polizia e capo della Buoncostume, che pure era affezionatissimo ad Anna, cercò di rimanerne fuori il più possibile.

    Mia madre visse per mesi con addosso l’angoscia di subire giudizi negativi, tanto che non uscì più di casa se non per andare in chiesa. Io, invece, dopo aver letto e riletto la lettera per un paio di mesi, tutti i giorni, fino a impararla a memoria, mi distaccai da Anna e da quello che era successo gettandomi anima e corpo negli ultimi esami di specialità. Soltanto molto tempo dopo, rielaborando la vicenda, capii che la mia apparente indifferenza era un rifiuto di quanto era accaduto».

    Si sentiva in colpa? «Sì. Anche perché Anna aveva pregato mio padre di accompagnarla all’incontro con Camillo e lui, in dubbio se andarci o no, mi aveva chiesto consiglio. Ma io, che per tenere fede alla promessa non avevo ancora letto la lettera, lo sconsigliai. Non potevo immaginare che sarebbe finita così. Per questo nel cuore mi è rimasto come uno strappo».

    Se aveva chiesto aiuto, Anna davvero aveva paura. «Non di essere uccisa: semmai di ridiventare povera. Era consapevole che stava per giocare la partita della vita e si sentiva come chi cammina senza rete su un filo. Il suo terrore era che Camillo la mandasse via senza una lira e senza titolo, come l’aveva presa. Una cosa cui lei non poteva nemmeno pensare: quel marito se l’era conquistato a caro prezzo e se lo voleva tenere. Per questo aveva architettato il ricatto con lo studente. E per la medesima ragione mi aveva consegnato la lettera: pensava potesse servirle in caso di separazione».

    E lei l’ha distrutta. «Non volevo che finisse nelle mani dei miei. A casa si parlava sottovoce, senza contatti fisici, neanche ci si baciava: sarebbe successo il finimondo se avessero saputo. Volevo, in qualche modo, proteggere Anna che già era stata oggetto di giudizi, chiacchiere e calunnie per troppo tempo. E continuava a esserlo anche dopo la morte».

    Come mai solo oggi ha deciso di renderla pubblica? «Perché la storia di Anna e Camillo è stata oggetto di ricostruzioni spesso irreali. Io ho avuto per loro dell’affetto: desideravo raccontare come erano realmente. Senza farne dei santi, perché non lo erano».

    E com’erano? «Belli, eleganti, ricchi, generosi. Una coppia affiatatissima, molto invidiata. La profonda intesa amorosa li aveva fatti decidere, di comune accordo e fin dall’inizio, di infrangere i canoni della morale borghese. “Certe volte, non posso mentire, mi è anche piaciuto, ma la faccenda è degenerata”, scriveva Anna, che non smise mai di amare il marito. E lui amava lei, alla follia, ma a modo suo.
    Non che lui fosse omosessuale o impotente, come poi raccontò qualcuno. Anzi, a detta di Anna, Camillo era “capace di fare l’amore per ore”. Gli piaceva infilare anche altre donne nel letto coniugale, e “passare senza sosta dall’una all’altra per notti intere”, anche se ciò che gli procurava maggior piacere era guardare la moglie con altri uomini».

    «Io sono felice, felice, felice», ripeteva Anna. Lo era davvero? «Non credo: non avrebbe avuto bisogno di buttare in faccia a tutti questa felicità. Penso si trattasse di una specie di mantra con cui cercava di convincere se stessa».
    Eppure, aveva realizzato i suoi sogni. «Ma lo scrive lei stessa: “Non sono la ricchezza e la nobiltà che danno la felicità”. Felicità, per lei, sarebbe stato un figlio: aveva fatto l’impossibile per averlo. Rimaneva incinta, si sottoponeva a mesi di assoluta immobilità ma poi, invariabilmente, non riusciva a portare a termine la gravidanza. Arrivò a proporre a una delle sue cameriere, che era rimasta incinta a 45 anni e aveva già tre figli, di cederle il bambino che aspettava. Si sarebbe fatta vedere con una pancia finta e avrebbe denunciato il bimbo come suo. Era pronta a sborsare qualsiasi cifra, ma la cameriera non ne volle sapere. Lei pianse tutte le sue lacrime senza riuscire a capire che esistono persone che non si lasciano comprare».

    La stampa favoleggiò a lungo dei festini di Zannone. Lei ci passò le vacanze: che cosa ricorda?
    «Ricordo un’isola dalla bellezza selvaggia, sulla quale nessuno poteva sbarcare senza permesso e dalla quale Camillo si divertiva a tenere lontani i curiosi sparando in acqua vicino ai gommoni che si avvicinavano troppo. All’inizio, a parte i parei trasparenti di Anna e gli ospiti che giravano nudi, a me parve tutto abbastanza “normale”. Fu in seguito, durante una passeggiata solitaria fra le rocce, che mi capitò di scoprire in uno spiazzo gli accoppiamenti a tre e a quattro degli ospiti, con Camillo che saltellava attorno a loro fotografandoli. Venni a sapere degli scambi di coppia, delle orge alla cocaina, delle pareti a specchio nella camera da letto di Anna e Camillo che consentivano di spiare le stanze confinanti… Decisi di partire immediatamente.

    Anna non mi chiese spiegazioni, disse che quello non era un posto adatto a me. Poi mi pregò, se avevo visto o sentito qualcosa di strano, di non riferirlo a nessuno. Lasciai l’isola e non ci misi più piede per cinque anni. Ci tornai nell’estate del ’70, dopo gli esami del quinto anno di Medicina: Anna mi supplicò di raggiungerla, voleva parlare con qualcuno che fosse in grado di capirla. Fra gli ospiti, c’era anche Massimo Minorenti. Partii da Zannone il 15 agosto.
    Salutandomi, Anna mi consegnò una grande busta gialla sigillata: “Quando leggerai, ti prego di non giudicarmi male, di non condannarmi e, soprattutto, di non farti influenzare da ciò che potranno dire e pensare gli altri. Ricordati che spesso le cose della vita sono diverse da quello che possono sembrare”. Mi salutò soffocandomi nel suo abbraccio: fu l’ultima volta che la vidi».

    Vincenzo Cerami – Fattacci. Il racconto di quattro delitti italiani – Einaudi, Torino 1997
    ————————
    Professor Servadio, la storia del marchese Casati e di sua moglie ha risvolti molto interessanti
    Professor Servadio, la storia del marchese Casati e di sua moglie ha risvolti molto interessanti. È possibile, sulla scorta di quanto sappiamo, inquadrare le loro personalità, compilare una specie di cartella clinica “a posteriori”?
    «È senz’altro possibile e, direi, abbastanza facile. Innanzitutto, vediamo la figura del marchese, prima di sua moglie: quello che colpisce, in questo personaggio, è la sua deviazione. Una volta si usava il termine di perversione, ma oggi in sessuologia questa definizione è stata abbandonata. Che cosa troviamo, allora, di “deviato” nel marchese Casati? Prima di ogni cosa, quello che si chiama “voyeurismo”, cioè il desiderio di assistere, di vedere, di osservare. L’accentuazione, in altre parole, di ciò che un celebre psicoanalista americano ha chiamato “spinta visiva”. È un fenomeno che ha origini molto lontane, perché sono i bambini che, a una certa età, sviluppano una certa curiosità che si risolve nel voler vedere, voler sapere, guardare. Se questa tendenza non viene superata nello sviluppo psicosessuale può rimanere come componente assai importante della sessualità di un individuo anagraficamente adulto, il quale avrà il morboso desiderio di vedere quello che, sul piano sessuale, fanno altre persone».

    Sembra, pero, che nel caso del marchese Casati si andasse più in là del semplice voyeurismo. Lo dimostrano i diari e le centinaia di fotografie, i film…
    «Evidentemente qui ci troviamo di fronte a qualche cosa di più specifico, direi, e il discorso che dobbiamo fare è ancor più tipico, più “specialistico”. Quest’uomo, infatti, non solo si compiaceva nel sapere che altri uomini avevano rapporti intimi con la moglie, ma esigeva di assistere a questi rapporti, li fotografava, li filmava, partecipava e, quel che più conta, arrivava al punto di incoraggiarli e di promuoverli. Ora, qual è la struttura di questi casi, che sono senz’altro abbastanza eccezionali, ma non rarissimi? La risposta mi viene anche da un’esperienza diretta. Io stesso ho avuto, tra i miei clienti, una distintissima persona, un signore, il quale, se non arrivava agli estremi del marchese Casati, però in qualche modo promuoveva degli incontri della moglie con altri uomini. Non assisteva a questi incontri, ma sapeva più o meno quando avvenivano e, in fondo, si compiaceva nel pensare a quello che i due amanti potevano fare in quel momento».

    Che cosa ha ricavato, professar Servadio, da questa sua esperienza diretta?
    «Le constatazioni fatte, che si adattano benissimo al caso di cui parliamo, sono parecchie. Innanzitutto, in questi uomini c’è sempre una forte componente omosessuale, che può essere inconscia o qualche volta pressappoco cosciente: ho letto che il marchese Casati avrebbe fatto delle “avances” dirette al partner della moglie: è una ipotesi di cui non mi meraviglierei affatto. Ciò che comunque rimane piuttosto inconsapevole, in genere, è il fatto che, in casi come questo, la donna inconsciamente rappresenta una parte femminile del proprio Io. Senza rendersene conto, in altre parole, l’individuo proietta la sua componente femminile sulla donna; dopo di che, il resto avviene quasi naturalmente e si comprende benissimo che rincontro diventa veramente un incontro omosessuale».

    Non si comprende, tuttavia, come si possa essere giunti all’omicidio, al suicidio.
    «Ci si deve chiedere, è giusto, come sia possibile che un uomo a un certo punto abbia avuto questa specie di “folgorazione” per cui prima andava tutto bene e, a un certo momento, la cosa non solo non va bene, ma addirittura lo sollecita a scatenare una sua furiosa aggressività, che si rivolge contro gli altri e poi contro se stesso. In effetti, oltre al comportamento omosessuale cui ho accennato, questi individui hanno una forte componente sado-masochistica. In fondo, in prima approssimazione, loro si pongono come vittime di una situazione: sono i mariti, o gli amici traditi nei cui riguardi la donna è infedele; e questo soddisfa la componente masochista che hanno in sé. C’è, in questi soggetti, un certo desiderio di passività masochistica che si manifesta spesso indirettamente: difatti Casati non era uno di quegli uomini a cui piace farsi frustare, picchiare o seviziare. Però quello che chiamerei masochismo morale lo trovo evidentissimo nel suo comportamento. Ma allora, ci si chiede, perché quest’uomo, ad un certo momento, si è ribellato ad una situazione che egli stesso aveva creato e di cui evidentemente godeva? La chiave dell’enigma (e per me la risoluzione del “caso”) sta in quest il masochista, contrariamente a quanto comunemente si crede, non è un individuo che si lascia maltrattare ad libitum, cioè secondo i desideri e i capricci dell’altra persona. Il masochista è sempre un regista, un programmatore di situazioni. Andiamo alle origini; Leopold von Sacher-Masoch, che ha dato il nome a questa perversione, scriveva alla sua donna, Wanda von Dunajew: “Verrò da te all’ora tale, tu sarai vestita con un paio di stivali alti e neri, avrai un frustino in mano e mi dirai: ‘Schiavo, inginocchiati, perché io sono la tua regina’”. Lo scriveva lui, dunque, dettava lui il programma; e se la partner, a un certo punto, si fosse dimenticata del suo ruolo e non gli avesse dato quelle tante frustate, Masoch si sarebbe ribellato in maniera terribile. Come fece, in effetti, quando tentò di strangolare sua moglie, trovata in una situazione che non era quella programmata».
    Casati come il “divin marchese”, dunque. E come von Sacher-Masoch.

    «Evidentemente sì. Il masochista, ripeto, è un uomo che non tollera deviazioni dalla linea che ha tracciato per il suo godimento. […] Si fa seviziare, il masochista, ma ci deve essere sempre presente una parte del suo Io, quella che domina. Nel caso di cui si discute, ho l’impressione che il marchese Casati si sia trovato proprio di fronte alla sensazione di non dominare più la situazione, di vedere che era avvenuto qualche cosa che sfuggiva ai suoi programmi. A questo punto vi è stata un’inversione di direzione dei suoi impulsi aggressivi, che ha provocato quel che sappiamo». […]

    Professore, in questa vicenda, al di là dei “giochi a tre” e di altri fatti, ci sono particolari ai quali, forse, si potrebbe dare un’interpretazione precisa, nel quadro che stiamo completando. Il fatto, per esempio, che il marchese Casati abbia scattato migliaio di foto alla moglie, in pose scabrose, le abbia conservate e amasse mostrarle agli amici.
    «Nel filmare, nel fotografare, nel registrare, c’è una accentuazione e un consolidamento della parte voyeuristica, e questo mi sembra più che evidente. Ma, ancora, mi sembra che ci sia un desiderio accentuato di padroneggiare la situazione: sono io che reggo le fila, io che ingabbio questi “momenti” nella mia macchina fotografica o nella cinepresa, sono io che vi metto in posa. C’è, in ogni caso, un’affermazione, sia pure stravolta, del proprio Io. Il fatto, poi, di collezionare queste foto, di catalogarle addirittura, non mi sembra che si allontani poi di troppo dalla abbastanza comune mania di conservare fotografie pornografiche: è una forma di voyeurismo che sappiamo benissimo come oggi sia alimentata, direi sul piano internazionale. Non dimentichiamo mai, parlando di questa vicenda, che siamo di fronte a personalità chiaramente deviate».
    E il fatto, professore, che fosse il marito a procurare i partner per la moglie, ad avvicinarli e infine a combinare gli incontri?

    «E ancora, secondo me, un’accentuazione del momento omosessuale della personalità del Casati. Lui sceglieva, quindi lui valutava, anche dal punto di vista fisico-sessuale, questi personaggi. Casati, facendo questo, immaginava (o forse constatava) fino a che punto i partner erano tali da potergli procurare, una volta vicini alla moglie, la soddisfazione che andava cercando. Ancora un passo in più, e li avrebbe cercati per se stesso. Che cosa fa, in effetti, un omosessuale? Va sulla spiaggia di Tor Vaianica, per esempio, e avvicina un militare: come fece Casati […]».

    Il diario, professore. Tutte quelle annotazioni precise, scrupolose sino alla minuzia. E, insieme, gli aggettivi laudativi per la moglie, i commenti alle “prestazioni” di lei.
    «Per il diario, potrei dire in generale che si tratta di una forma di voyeurismo, ancora una volta. Rileggendo, tipi di questo genere si rimettono nella scena vissuta, la rivivono, provano ancora soddisfazione. Ma c’è anche la componente ossessiva del soggetto, e il tenere un diario preciso ne è chiara testimonianza. Lodare la moglie, poi, per quel che abbiamo già detto, non significava altro che lodare se stess il Casati era felice di potere proiettare la sua pane femminile in una donna che era molto bella, molto apprezzata e, per certi punti di vista, molto abile. Evidentemente da questo il Casati traeva una nuova forma di soddisfazione».

    Qualcuno, cercando un movente al fatto, ha parlato di gelosia. Si può accettare questa ipotesi, che cioè il marchese Casati, a un certo punto, temesse l’innamoramento della moglie per il ragazzo?
    «[…] A mio avviso, chiaramente non si può parlare di gelosia, nella fase finale di questa vicenda, ma soltanto dell’esplosione di aggressività di un individuo che, a un certo momento, si è trovato a non essere più il deus ex machina della situazione».

    Quindi anche quella annotazione lasciata sul diario, «Mi uccido perché non sopporto che non mi ami più», non e una affermazione di gelosia.
    «Direi proprio di no. Piuttosto potrebbe essere la constatazione di una nuova situazione tale da provocare la reazione aggressiva. D’altro canto non darei molto peso a questa annotazione così come alla lettera “di rinuncia” della moglie, o alla presunta lettera del ragazzo. Perché, in ogni caso, sono frasi scritte in momenti del tutto particolari, direi quasi anormali, e quindi non significative» […].

    Abbiamo la “cartella clinica” di Camillo Casati. È possibile fare altrettanto per la moglie?
    «È molto, molto più difficile. Possiamo dire però quest che ogni giorno constatiamo che certe donne appaiono più disponibili a deviazioni, più o meno rilevanti, che non l’uomo. Quando la donna ha varcato un certo limite, una certa soglia, praticamente è pronta a tutto. La questione è vedere quali possono essere le sue motivazioni profonde; nel caso delle prostitute, per esempio, le motivazioni le conosciam la loro degradazione, accettata, è compensata dal denaro che ottengono, per cui, da loro, il cliente può avere tutto. Ora, io non voglio assolutamente accostare la signora Fallarino Casati a questi esempi: ma evidentemente era una donna che aveva varcato molti limiti, e aveva imboccato molti binari. Mi sembra altrettanto evidente che la signora trovava il suo godimento, oltre che possibili vantaggi economico-sociali, nel lasciarsi strumentalizzare dal marito. Non c’è solo quest è dimostrato che nella donna la stessa componente masochistica o sadica è più facilmente rilevabile che non nell’uomo. Quindi può essere che lei ricavasse un piacere diretto dalle situazioni torbide, anormali, in cui veniva inserita dal marito. Prendiamo il farsi fotografare nuda, per esempio, o in pose lascive: fa parte di quella disposizione alla perversione che la donna ha più dell’uomo. E in fondo, guardiamo all’omosessualità: nell’uomo, avere delle chiare manifestazioni omosessuali è considerato notevole deviazione dalla norma; ma che una donna si sbaciucchi un po’ di più del normale con una sua amica è da tutti accettato come una cosa tollerabile. Il che vuol dire che la sessualità della donna è più diffusiva, meno centrata di quella dell’uomo. Ecco perché (e torniamo al caso della marchesa Casati) la donna è più facilmente strumentalizzabile in situazioni di questo genere, proprio per la sua stessa costituzione sessuale».

    Professore, L’Osservatore Romano ha scritto che «il tragico fatto passionale. .. rivela al suo fondo degradazioni e tolleranze di ordine coniugale ed extraconiugale che gettano sinistra luce sui cedimenti di costume cui giunge il nostro tempo… la ricchezza può diventare condizione agevole al perseguimento di torbide licenze… la dimensione estensiva del “male oscuro”… in queste catastrofi si conferma l’assurdità delle diffuse concezioni mondane ed eversive intorno al sesso». Un episodio come quello avvenuto a Roma, nella villa dei Casati (e con tutto quello che c’è stato prima) è veramente sintomo, professore, di una morale, di un costume correnti?
    «Sono uno psicologo, uno psicoanalista e un sessuologo, ma non un sociologo, e la risposta m’è difficile. Comunque ritengo assai probabile che certi “giochi” abbiano larga diffusione. Il discorso, qui, si fa vasto, perché andiamo a parlare di rivoluzione sessuale e delle esagerazioni e delle distorsioni che ne sono fatte. Non c’è dubbio, però, che ci sia una forte tendenza ad abbattere anche gli ultimi giochi e le ultime oppressioni; ma non c’è dubbio, allo stesso tempo, che vi sia una vasta strumentalizzazione di tutto questo a fini molto chiaramente commerciali. Il “caso” Casati, tuttavia, è troppo particolare, troppo tipico, fa storia a sé. Casi di questo genere ve ne sono sempre stati e ve ne saranno sempre, perché esistono, sono esistite ed esisteranno le deviazioni sessuali. Di sadismo, di masochismo, di voyeurismo non si parla oggi per la prima volta, guardando al marchese Casati. Certo, ci troviamo di fronte a un caso notevole, ad alto potenziale, con una conclusione drammatica. Ma, per rifarci a un esempio che già ho ricordato, la moglie di von Sacher-Masoch avrebbe fatto la fine della marchesa Casati, se non fosse arrivato qualcuno in tempo. È un caso notevole, voglio dire, ma non è unico né irripetibile, ripercorre uno schema noto».

    Come dire che, date le premesse, la conclusione, quella tragica conclusione era logica, prevedibile.
    «Certamente sì. Si è trattato di una parabola che ha avuto le sue varie fasi. Date certe premesse di alta patologia, le premesse che conosciamo, la conclusione non poteva essere diversa da quella che è stata».
    E secondo lei, professore, i protagonisti di questa storia sapevano, andando a quell’incontro, la sera di domenica 30 agosto, che sarebbe avvenuto quel che è avvenuto?

    «Probabilmente sì». Perché il destino del torbido triangolo di villa Casati non era scritto nelle pagine del libro con la copertina di raso verde che “don Camillo” teneva sulla sua scrivania, davanti a una delle foto sexy di Anna. Non era neppure segnato nei messaggi che, in quelle ultime ore, il marchese, la moglie e l’amico si sono scambiati, concitatamente. Questa storia, prima ancora dei giornali di oggi, l’hanno scritta Leopold von Sacher-Masoch e Donatien-Alphonse-François de Sad: e sapevano benissimo come sarebbe andata a finire.

    https://www.facebook.com/profile/100067041365272/search/?q=casati%20stampa

  • Come (e perché) farla finita con il Concordato, e con l’interferenza del Vaticano sulla nostra vita

    Come (e perché) farla finita con il Concordato, e con l’interferenza del Vaticano sulla nostra vita

    Il cappellano di Corzano, don Francesco Piccinotti, vanta un record di cui non andar fieri. È lui il protagonista del primo caso noto di pedofilia di matrice clericale dopo la proclamazione del Regno d’Italia nel 1861. Era il 30 aprile 1864. In base all’accusa «del crimine di libidine contro natura», nei confronti di diverse persone, tra cui un bimbo di 7 anni, la Corte d’Assise di Milano lo condannò a sette anni di reclusione. Notizie di questo tipo in quegli anni erano rare. La profonda trasformazione dell’assetto geopolitico della Penisola in seguito alla breccia di Porta Pia e alla fine dello Stato Pontificio, nel 1870, contribuì a ridurre sensibilmente le possibilità che in Italia accadessero crimini del genere. Grazie al progressivo radicamento di un “sentimento” laico nell’opinione pubblica, il controllo da parte delle autorità civili nei confronti della popolazione clericale fu profondo e capillare.

    Nell’Archivio centrale dello Stato a Roma ci sono centinaia di faldoni dedicati alla schedatura, predisposta dai prefetti, di altrettanti sacerdoti con i “vizi” più disparati: gioco d’azzardo, alcool e così via. Si andò avanti così per alcuni decenni fino a quando, tra il 1904 e il 1907, una serie di scandali travolsero diversi istituti cattolici lungo tutto lo Stivale. Citiamo ad esempio il collegio dei Marianisti di Pallanza sul Lago Maggiore, il collegio Greco-Milanese dove erano state violentate delle ragazzine, una scuola di Trani in Puglia, l’Asilo della Consolata di Milano con il cosiddetto “Scandalo Fumagalli” (dal nome della sedicente suora Giuseppina Fumagalli che gestiva l’asilo), che vide l’arresto di cinque donne e di un prete, tale don Riva, per abusi sessuali su una fanciulla, e l’educatorio di Alassio in cui don Bretoni viene accusato di sevizie “sessuali” ai danni di un tredicenne. Stupri, maltrattamenti, abusi su adolescenti, fanciulle e bambini prepuberi: le accuse nei confronti di sacerdoti, educatori e, nel caso di Trani e Alassio, anche di suore, erano pesantissime. Sebbene non sempre risultassero del tutto verificate, le accuse evidenziavano un diffuso malessere anticlericale e antireligioso, e una pretesa di laicità dello Stato, che partivano da molto lontano nel tempo e che si propagarono grazie anche al fatto che gli spazi per la Chiesa nella scuola pubblica erano sempre più ridotti. Cosa di cui il Vaticano era perfettamente consapevole. Tanto è vero che il 5 agosto 1907, dopo l’ennesimo scandalo, questa volta al collegio dei Salesiani di Varazze, passò al contrattacco con un comunicato al vetriolo che accusava «la propaganda massonica e socialista di aver imbastito una campagna anticlericale e contro papa Pio X». A far saltare in aria la “polveriera” era stato il nipote quattordicenne dell’ex console francese presso il Regno di Sardegna, Alessandro Besson, il quale in un diario aveva descritto gli abusi subiti, messe nere in costume «interamente adamitico» e rapporti sessuali tra i frati, le suore del vicino collegio di Santa Caterina da Siena e alcuni alunni.

    Ben presto anche la stampa cattolica entrò nella mischia senza risparmiare colpi. E fu come gettare benzina sul fuoco. In quasi tutte le grandi città si svilupparono violenti moti anticlericali. Roma, Milano, Venezia, Pisa, Torino, e ancora Mantova, Livorno, Genova, Firenze e Palermo furono teatro delle proteste con un bilancio di un morto e 20 feriti. Un fatto inusuale nell’Italia di Giolitti, il quale di sicuro non poteva essere definito ostile alla Chiesa, ma che rientrava nel più ampio quadro della feroce disputa tra le istituzioni ecclesiastiche, che ambivano (come oggi) a conservare il monopolio secolare dell’educazione dei bambini, e la giovane scuola pubblica dello Stato italiano. La gestione esclusiva dell’educazione e dell’istruzione da parte della Chiesa si era bruscamente interrotta con l’unità d’Italia. Grazie anche a leggi come la Casati del 1859 e la Coppino del 1877 con cui, eccetto per le elementari, si decretò l’abrogazione dell’insegnamento della religione. Non a caso lo Stato unitario fu riconosciuto dal papa solo con l’avvento del fascismo. Come è noto, Mussolini ridette linfa al controllo ecclesiastico della società ripristinando subito l’insegnamento della religione attraverso la riforma Gentile (1923) e mettendo una pietra tombale sullo Stato laico nel 1929 con il Concordato.

    Dopo la fine della guerra e con il ripristino della democrazia, la saldatura tra clero e fascismo – foraggiata dai miliardi dei cittadini italiani regalati da Mussolini al papa come risarcimento per la breccia di Porta Pia e centrata sulla visione comune di una società patriarcale dove, solo per dirne qualcuna, la donna gode di diritti molto limitati e i figli sono di proprietà del padre (non vi ricorda il congresso sulla famiglia organizzato a Verona dalla Lega lo scorso marzo?) – fu solo in parte intaccata dai lavori dell’Assemblea costituente. La disputa tra laici e cattolici non produsse solo l’articolo 7 della Costituzione, che di fatto ha blindato i Patti lateranensi di cui il Concordato fa parte e i privilegi che da esso derivano per il mondo clericale. C’è difatti anche l’articolo 33 che riguarda la scuola e lascia la possibilità di istituire scuole private «senza oneri per lo Stato», demandando alla legge l’applicazione. Come ci ricorda la Uaar, «nel dopoguerra la quasi ininterrotta serie di ministri democristiani alla Pubblica istruzione lasciò più o meno invariata la situazione», e dopo il Concilio e il Sessantotto la discussione si incentrò soprattutto sulla qualità della scuola. «Ma l’elezione di Wojtyla a papa, e il ritorno del Vaticano a una visione integralista dell’educazione (sono gli anni dell’ascesa di Ruini, ndr), hanno portato prima all’approvazione delle modifiche del Concordato nel 1985, poi a richieste sempre più pressanti di finanziare l’esangue diplomificio cattolico» prontamente soddisfatte da governi di ogni colore a scapito della scuola pubblica e in spregio alla Costituzione.

    Si parla tanto di discontinuità del Conte 2 dal Conte 1, molto meno, per non dire mai, di discontinuità con tutto ciò che rappresenta il passato fascista (e in varie forme anche il presente) del nostro Paese. L’abolizione del Concordato, il trattato internazionale che regola i rapporti tra l’Italia e la Santa sede con l’imprinting di Mussolini, sarebbe un importante segnale in questa direzione. E con una fava si prenderebbero i classici due piccioni, o forse anche di più. L’eliminazione dell’articolo 4 del Concordato – nel quale si dà facoltà ai vescovi di non collaborare con le nostre autorità – segnerebbe infatti anche la fine della limitazione formale e sostanziale all’attività della magistratura specie nei casi di pedofilia che hanno come sospettato un prete. Non sarebbe cosa da poco. Con picchi di inaudita diffusione negli ultimi 50 anni, la storia d’Italia è attraversata da vicende come quella di don Piccinotti. A fine agosto del 2018 il gesuita tedesco Hans Zollner, membro della Pontificia commissione per la tutela dei minori (istituita del 2015 da papa Francesco) e presidente del Centre for Child Protection della Pontificia università gregoriana, in un’intervista all’AgenSir, l’agenzia dei vescovi, ha significativamente dichiarato: «Troppi sacerdoti, tra il 4 e il 6 per cento nell’arco di 50 anni (1950-2000), hanno agito contro il Vangelo e contro le leggi». Si riferiva agli scandali sugli abusi della Chiesa in Pennsylvania tuttavia ha poi aggiunto: «Sarebbe stupido pensare che in altri Paesi come l’Italia non sia accaduto lo stesso». Queste dichiarazioni sono state completamente ignorate dai media italiani (tranne Left), ma per farsi un’idea delle dimensioni del fenomeno che Stato e Chiesa non vogliono affrontare basti dire che in Italia risiede la più ampia popolazione ecclesiastica del mondo, circa 30mila persone.

    Il 2019 si è chiuso con l’annuncio della Santa sede dell’eliminazione del segreto pontificio sui processi per pedofilia. D’ora in poi, se abbiamo interpretato correttamente la dichiarazione ufficiale del segretario di Stato il cardinale Parolin, le magistrature civili di qualsiasi Paese potranno richiedere l’accesso agli atti dei processi canonici e agli archivi delle diocesi. Il segreto pontificio è uno dei principali “responsabili” della diffusione esponenziale della pedofilia di matrice clericale nel mondo. Pertanto, siamo in presenza di un importante segnale in direzione della trasparenza e della collaborazione con le istituzioni straniere e internazionali. Quale migliore occasione per il governo italiano di alzare il telefono e chiedere a papa Francesco un incontro per rivedere gli accordi del 1929-85? L’articolo 7 della Costituzione lo permette: «Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale». Quindi, contrariamente a quello che alcuni sostengono, il Concordato può essere abolito o modificato. In questo caso i Patti subirebbero una modifica, come del resto è accaduto nel 1985 rispetto a quelli del 1929. Insomma, rivedere un trattato internazionale non è un’impresa impossibile. Anzi. Occorre per prima cosa la volontà politica dei nostri “governanti”, dopo di che si alza il telefono e si chiede alla controparte di incontrarsi per avviare una trattativa. Tanto più ora è possibile farlo dato l’avanzato processo di secolarizzazione della società italiana. Se non altro lo è molto di più rispetto al 1929 e al 1985. Quindi la “volontà politica” avrebbe le spalle coperte dal sentire popolare. In tal senso, l’abolizione (o una modifica significativa) del Concordato avrebbe anche una profonda valenza di ordine “socio-culturale”. Significherebbe rimettere in discussione, in coerenza con il processo di secolarizzazione della società italiana, il peso – enorme e ingiustificato – dell’insegnamento della religione cattolica nella scuola pubblica. Si darebbe così un enorme contributo a riportare l’articolo 33 nei binari di una visione laica della scuola e della società in generale, quindi dello Stato. Laicità che non a caso la Corte costituzionale in ben tre sentenze ha definito uno dei pilastri della nostra democrazia. Aggiungiamo noi: insieme all’antifascismo.

    Come (e perché) farla finita con il Concordato, e con l’interferenza del Vaticano sulla nostra vita