Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • La giustizia italiana conferma la sentenza contro l’ex sacerdote messicano accusato di pedofilia

    La giustizia italiana conferma la sentenza contro l’ex sacerdote messicano accusato di pedofilia

    ROMA (apro) .- La giustizia italiana ha confermato mercoledì la condanna imposta all’ex sacerdote messicano Vladimir Reséndiz Gutiérrez per aver abusato di due minori nel 2008, quando ha servito come direttore di un seminario dei Legionari di Cristo nel nord Italia.

    Il pagamento del risarcimento è stato confermato anche alle vittime, le cui esperienze erano note al pubblico fino a due anni fa.

    Lo ha riferito Apro Daniela Cultrera, avvocato dei due denuncianti, che mercoledì ha partecipato all’udienza di appello presentata dalla difesa dell’ex legionario, condannata per la prima volta a marzo dello scorso anno.

    La risoluzione è stata adottata dalla Seconda Sezione della Corte d’Appello di Torino, dopo aver ascoltato le accuse del procuratore Carlo Maria Pellicano, nonché della stessa Cultrera e dell’avvocato difensore di Reséndiz Gutiérrez, che è un fuggitivo dalla giustizia.

    Secondo Cultrera, il giudice ha respinto solo la validità degli eventi verificatisi nel 2006 e relativi a una delle due vittime, essendo caduti in prescrizione a causa delle nuove leggi emanate in Italia. Altri eventi più recenti rimangono validi, ha aggiunto.

    “Per questo motivo, sebbene la responsabilità sia stata confermata, il giudice è stato costretto a ridurre gli anni di reclusione inflitti da sette a sei anni e sei mesi”, ha dichiarato l’avvocato. “Al contrario, è stato mantenuto il (requisito di) risarcimento di 80 mila euro per ciascuna delle vittime e 10 mila euro per le loro famiglie, stabilito nella prima frase. Hanno creduto nelle vittime “, ha aggiunto.

    Informato il Vaticano

    Cultrera ha riferito che né Reséndiz Gutiérrez né la Legione hanno contattato i suoi clienti negli ultimi mesi, dopo aver saputo della prima sentenza. “Non lo hanno fatto né per scusarsi né per avviare il risarcimento”, ha detto.

    Per questo motivo, ha detto, ha informato personalmente il Vaticano del caso, attraverso una lettera che ha indirizzato alla Congregazione della Dottrina della Fede (ex Sant’Uffizio). “Gli ho scritto per registrare il comportamento di alcuni membri dei vertici della Legione”, ha detto Cultrera.

    Una delle preoccupazioni dell’avvocato è che il caso ricade completamente per prescrizione, motivo per cui si aspetta che la giustizia italiana continui a lavorare in tempi brevi. In ogni caso, il primo passo sarà conoscere le motivazioni alla base della sentenza odierna, un compito per il quale i giudici hanno un tempo massimo di 30 giorni.

    Scandalo parallelo

    Reséndiz Gutiérrez avrà circa tre mesi per decidere se fare appello alla Corte Suprema italiana (la Cassazione), l’ultima istanza che ha a disposizione prima che la sentenza sia considerata definitiva. Se questa possibilità non fosse scelta, il caso sarebbe considerato chiuso, dopo il termine massimo per la presentazione di quest’ultimo ricorso.

    Tuttavia, questo nuovo scandalo potrebbe avere un esito ancora più doloroso per i legionari. In effetti, si prevede che il prossimo marzo si terrà la prima udienza di una denuncia parallela che coinvolge altri membri e collaboratori dell’organizzazione cattolica messicana screditata, accusata di aver cercato di nascondere gli abusi di Reséndiz Gutiérrez.

  • 5 maggio, giornata dell’ipocrisia della chiesa sulla pedofilia.

    5 maggio, giornata dell’ipocrisia della chiesa sulla pedofilia.

    Da Avvenire al Faro di Roma, spopolano, almeno così dicono, le lettere di elogio e ringraziamento in vista della 33esima giornata dei “bambini vittime di pedofilia”, iniziativa promossa da Meter Onlus, fondata da don Fortunato di Noto, un prete che da 30 anni combatte la pedofilia, ma non quella dei preti, quella su internet…

    Certo la cosa fa specie, dopo 20 anni di fallimento della chiesa cattolica in materia e, soprattutto, dopo che lo scorso 7 aprile anche il pontefice ha riconfermato, nel Motu Proprio, la regola dell’omertà !

    I vescovi dovranno continuare a denunciare all’autorità ecclesiastica, non a quella civile.

    Gli accrediti citati sono quanto meno dubbi; dall’arcivescovo di Milano Mario Delpini, protettore di don Mauro Galli, condannato in primo grado per abuso di minore a 6 anni e 4 mesi, a mons. Giampaolo Crepaldi, subito seguita dal vescovo di Savona, Calogero Marino, che offrì alle vittime, come indennizzo, un numero verde gestito dalla chiesa e dove le vittime non avrebbero neppure potuto lavorare.

    Ma l’ipocrisia arriva da nord a sud della penisola italiana, dall’arcivescovo di Torino Cesare Nosiglia, a mons. Tommaso Valentinetti, mons. Giovanni Paolo Benotto… insomma la creme della creme dell’omertà cattolica italiana.

    Da vittima e da presidente di un’associazione di sopravvissuti agli abusi sessuali del clero, mi oltraggia vedere ancora una volta la chiesa, farsi propaganda sulla pelle delle proprie vittime…

    Buona giornata dell’ipocrisia a tutti voi !

    Francesco Zanardi

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  • Abusi su due ragazzi al seminario dei Legionari di Cristo: 7 anni all’ex rettore

    Abusi su due ragazzi al seminario dei Legionari di Cristo: 7 anni all’ex rettore

    Vladimir Resendiz Gutierrez, 42 anni, ridotto allo stato laicale, è tornato in Messico. La Procura generale di Torino dice no all’archiviazione del fascicolo su altri 5 vertici della Congregazione: una lettera per «coprire» la vicenda

    Sette anni di carcere in rito abbreviato all’ex responsabile del seminario novarese a Gozzano della congregazione di diritto pontificio «Legionari di Cristo» sono già una pena non comune per atti sessuali compiuti da un religioso su due minorenni: ma la sentenza, inflitta ieri in primo grado dal gup Andrea Guerrerio al 42enne ex sacerdote Vladimir Resendiz Gutierrez (ridotto allo stato laicale nell’aprile 2013 dal processo canonico e oggi in Messico), più 160.000 euro di danni ai due 12enni vittime degli abusi sessuali, e 1.000 alla parte civile associazione «Rete l’Abuso», non esaurisce il saldo di questo caso, rimasto sinora sotto traccia benché risalente al 2006-2008 e trasferito al Tribunale di Novara dopo una travagliata indagine a Milano dei pm Bianca Maria Eugenia Baj Macario e Lucia Minutella all’epoca del procuratore aggiunto Pietro Forno.

    Anzi, ora il procuratore generale di Torino Francesco Saluzzo e il sostituto pg Andrea Bascheri avocano (cioè tolgono ai pm di Novara) lo stralcio sul ruolo di 5 figure di vertice dei «Legionari di Cristo» sulla bozza sottoposta nel 2013 (insieme a 15.000 euro di «ristoro e solidarietà») ai genitori di uno degli abusati: avocazione con cui il pg torinese evidenzia la non condivisione (additata già dall’avvocato Daniela Cultrera parte civile per i genitori del ragazzo) dell’archiviazione del rettore dell’Università Europea di Roma, padre Luca Gallizia, del legale rappresentante della congregazione Manuel Cordero Arjona, del direttore territoriale del Nord-Italia Oscar Nader, dell’economo Victor De Luna, e dell’avvocato Corrado D’Agostino.

    I pm novaresi, ricevuti gli atti dai colleghi milanesi nell’agosto 2017, avevano lamentato che il lungo lasso di tempo avesse fatto prescrivere già al momento della trasmissione un altro (pur confessato) episodio di abusi su un terzo ragazzo; poi, a proposito della scrittura privata del 2013 nella quale «le parti si impegnano a mantenere assoluta riservatezza, fatta eccezione per eventuali audizioni dell’autorità giudiziaria, obbligandosi a riferire le stesse dichiarazioni rese nella presente scrittura», la pm Silvia Baglivo vi aveva letto non una estorsione della congregazione ai genitori, ma «una mera proposta transattiva» priva di «alcuna condotta minacciosa». Al contrario, la Procura generale torinese ora vi ravvisa «un tentativo di eludere eventuali investigazioni dell’autorità giudiziaria» (favoreggiamento personale), e «una minaccia al fine di determinare le parti offese a rendere false dichiarazioni» (violenza privata).

    https://milano.corriere.it/19_marzo_27/07-interni-luigicorriere-web-milano-d4be7d9e-50c9-11e9-bc24-e0a60cf19132.shtml

  • Abusi, si parla ancora di Don Lu: inchiesta di Panorama

    Abusi, si parla ancora di Don Lu: inchiesta di Panorama

    Si torna a parlare del caso di Luciano Massaferro, Don Lu per i suoi fedeli, e lo si fa attraverso un’inchiesta curata da “Panorama” e pubblicata anche on line lo scorso 7 gennaio 2019 “La quinta parte dell’inchiesta di Panorama è dedicata a Don Luciano, riconosciuto colpevole di abusi ma difeso da grandi avvocati e dall’arcivescovo di Genova, Bagnasco”.

    Sarebbero emerse, delle testimonianze rese da una suora e da Mons. Brancaleoni trascurate dai giudici di primo grado, ma che svelerebbero ulteriori dettagli sulla vicenda.

    Panorama ha ricostruito i fatti  risalenti all’estate 2009  attraverso gli atti giudiziari e le notizie emerse in quel periodo.

    Don Lu è stato accusato – e poi condannato nei 3 gradi di giudizio – per il reato di violenza sessuale su una chierichetta di 11 anni per poi essere, però, riabilitato, almeno per la Chiesa, dalla sentenza emessa nell’ambito del processo canonico.

    Il focus sul quale si punta nell’inchiesta giornalistica è, da un lato quello delle testimonianze inedite emerse e dalle quali sembrerebbe che dubbi su Don Luciano fossero stati rappresentati anche da altre persone.

    Una suora, in particolare, avrebbe riferito di aver notato il parroco in atteggiamento sospetto e in posizioni anomale con un bambino.

    In secondo luogo il giornalista di Panorama ha voluto evidenziare un ulteriore aspetto, quello legato ai blasonati nomi dei difensori di Don Lu assistito da Mauro Ronco presidente dell’ordine degli avvocati di Torino prima e per il ricorso in Cassazione da Franco Coppi.

    “Difficile che i due legali abbiano lavorato pro bono. Improbabile che le loro parcelle siano state saldate da un umile pastore. Così gli indizi condurrebbero alla diocesi di Albenga o, comunque, a un’istituzione religiosa” si legge nell’articolo.

    Proprio questo avrebbe portato, altresì l’avvocato della bambina che avrebbe subito le violenze sessuali da Don Lu, Vannucci  a chiedere un risarcimento prima al vescovo Oliveri (Vescovo all’epoca dei fatti) e poi al Vescovo Borghetti, subentrato a Olivieri per volere di Papa Francesco per mettere ordine in quella che è stata definita una delle Diocesi più discusse per questioni legate a pedofilia, omosessualità, e ruberie.

    Non solo, nell’articolo di Panorama  si legge inoltre: “Normalmente, sui preti sospettati di pedofilia, le indagini sono svolte dalla Congregazione per la dottrina della fede. Stavolta, invece, nel 2013 il caso è affidato a un «giudice delegato»: l’allora presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale Bagnasco. Il «capo» dei vescovi è coadiuvato da due «assessori officiali» del Tribunale ecclesiastico regionale ligure. Che, al termine di un procedimento «meticoloso e puntuale» conclude: don Lu è innocente”.

    Naturalmente viene riportata anche la versione di Bagnasco “spiega: «Mi risulta che siano state fatte tutte le procedure previste canonicamente e giuridicamente per il reintegro. Se si è arrivati a questa sentenza, sicuramente ci sono ampie motivazioni». L’arcivescovo di Genova aggiunge: «L’augurio è che, ripristinata la verità, secondo le procedure previste giuridicamente, lui possa essere sereno in ciò che potrà fare da sacerdote, nei limiti delle possibilità previste»”

    http://www.savonanews.it/2019/01/10/leggi-notizia/argomenti/cronaca-2/articolo/abusi-si-parla-ancora-di-don-lu-inchiesta-di-panorama.html?

  • Chiesa ed abusi: giustizia non è fatta

    Chiesa ed abusi: giustizia non è fatta

    La quinta parte dell’inchiesta di Panorama è dedicata a Don Luciano, riconosciuto colpevole di abusi ma difeso da grandi avvocati e dall’arcivescovo di Genova, Bagnasco

    Antonio Rossitto

    Il 22 febbraio 2018 la Chiesa ha sconfitto lo Stato. È il giorno in cui un tribunale canonico ha assolto un sacerdote condannato per pedofilia. La giustizia ecclesiastica che fa carta straccia di quella penale. A corredo, c’è anche l’indiscussa levatura del «giudice» delegato dal Vaticano: Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e, fino maggio 2017, presidente della Conferenza episcopale italiana. Uno dei cardinali che, cinque anni fa, entrò nel novero dei papabili.

    Un caso esemplificativo e kafkiano. Che Panorama è in grado di ricostruire grazie a documenti inediti. Com’è possibile che un pastore incolpato del peggiore dei peccati ottenga divina salvezza? Gli atti processuali concordano. Primo grado, Appello, Cassazione. Nei tre gradi di giudizio, i magistrati non hanno dubbi: Luciano Massaferro, «don Lu» per i fedeli, è colpevole di violenza sessuale su una chierichetta di 11 anni. La corte suprema, a luglio 2012, conferma la pena: sette anni e otto mesi, interdizione perpetua dai pubblici uffici e 200 mila euro di risarcimento alla vittima. Ma lo scorso febbraio il tribunale ecclesiastico ligure riabilita completamente il prete: «Non consta che abbia commesso i delitti a lui ascritti».

    Alassio, Pasqua 2009. È primavera, ma la riviera di Ponente già ribolle dal caldo. Don Lu è il parroco di San Vincenzo e il responsabile della pastorale giovanile scolastica della diocesi di Albenga. S. è invece una turbolenta chierichetta. Come ogni anno, in questo periodo il sacerdote inforca il suo scooter per portare la benedizione alle famiglie. E un pomeriggio si fa accompagnare proprio da S. Quel giorno, ricostruiranno i giudici, abusa per tre volte della giovane undicenne.

    La prima volta accade in sella al motorino. Don Lu chiede alla ragazzina, seduta dietro, di toccarlo proprio lì: per fare andare la Vespa più veloce. Il secondo episodio avviene mentre, dalle colline, ritornano ad Alassio. Il prete porta la chierichetta nel suo orto: dentro il capanno degli attrezzi, lo costringe a masturbarlo. L’ultima violenza, invece, si compie nella biblioteca della canonica di San Vincenzo: il parroco spoglia S. e le tocca il seno.

    La ragazzina tace fino a luglio 2009. Solo durante un campo estivo della chiesa, racconta tutto a quattro amichette. Le bimbe ne parlano con i genitori. La voce gira. E arriva anche alla madre e al nonno di S., che organizzano un incontro con Don Lu. Il sacerdote nega tutto e li minaccia, riferiranno i due agli inquirenti. Gli intima di stare attenti: lui, a differenza della loro famiglia, è molto stimato. Ci sarebbero decine di avvocati della curia ben lieti di difenderlo in un eventuale processo. Ma i parenti della ragazzina non hanno nessuna intenzione di metterlo nei guai. Anzi, decidono perfino di seguire il consiglio del prete: portare S. da uno psicologo. Un suggerimento che, per Don Lu, si rivelerà però nefasto.

    Gli specialisti del Gaslini di Genova ascoltano il racconto della chierichetta. E lo considerano talmente fondato e realistico da denunciare i fatti all’autorità giudiziaria: a insaputa della famiglia di S., che avrebbe evitato quest’onta al sacerdote. La procura di Savona comincia a indagare. E il 29 dicembre 2009 arresta il parroco di San Vincenzo. I fedeli e la curia sono increduli. «La notizia desta molto stupore, perché le accuse fatte sembrano inverosimili» dichiara il vescovo di Albenga, Mario Oliveri. «Don Massaferro è da ritenersi innocente fino a prova contraria».

    I magistrati sentono decine di persone. Il 12 marzo 2010 convocano anche una suora: C.A. La donna riferisce un «episodio ambiguo», così lo definiranno i giudici, accaduto qualche mese prima: in sacrestia avrebbe visto un bambino tra le gambe del prete sotto inchiesta. «Una posizione anomala, difficilmente compatibile con un gioco» chiarisce la sorella. «Ebbi pure la netta impressione che don Luciano avesse le mani infilate nella tuta di M. e che il ragazzo avesse una gamba nuda». C.A. aggiunge un altro particolare: «Due anni fa la parrocchia organizzò una gita a Lourdes e M. avrebbe dovuto condividere la stanza con don Luciano. Ricordo che la mamma del bambino mi disse che una sua conoscente l’aveva messa in guardia, dicendole: “Fai dormire tuo figlio con un pedofilo?”. Ma lei non gli aveva dato retta».

    Ai pm la suora spiega di aver informato Giorgio Brancaleoni, allora vice vescovo di Albenga: «Lui mi ha creduto, però mi ha detto di non farne parola con nessuno». Qualche giorno più tardi, il 16 marzo 2010, i magistrati chiedono conferma a don Brancaleoni: «Era turbata da questo fatto» ammette, riferendosi alla confidenza della monaca. «Mi disse di temere che io o altri della parrocchia potessimo esporci troppo nella difesa di don Luciano. Io la rassicurai dicendole che avrei parlato di questa cosa con il vescovo». Quanto alla presunta richiesta di tacere, minimizza: «Le dissi solo di usare cautela».

    Le testimonianze della suora e del monsignore, trascurate dai giudici di primo grado, sono inedite. E pongono nuovi interrogativi. Di certo, però, il vescovo vicario non diede molto peso alla segnalazione della religiosa. Poco più di un mese dopo la sua deposizione, il 26 aprile 2010, organizza ad Alassio una partecipata veglia di preghiera per Don Lu. C’è lui alla testa di un migliaio di fedeli in corteo. A una giornalista di Repubblica Genova, spiega: «Ho l’intima convinzione che questo sacerdote sia innocente. Vogliamo fargli sentire che non l’abbiamo abbandonato. Noi sappiamo che è stato un bravo prete». E se alla fine risultasse colpevole? «Ci inginocchieremmo a chiedere il perdono della vittima». Un atto di penitenza che però la curia non farà mai. Anzi.

    A febbraio 2011 il Tribunale di Savona condanna il religioso alassino: sette anni e otto mesi di reclusione; interdizione perpetua dai pubblici uffici, scuole e strutture frequentate da minori; risarcimento di 200 mila euro alla parte civile. «L’istruttoria dibattimentale» conclude la sentenza «ha dato piena conferma della consumazione dei fatti così come contestati». A novembre 2011 la Corte d’Appello di Genova conferma la decisione: «Emerge piena prova della penale responsabilità dell’imputato». A luglio 2012 la Cassazione rigetta tutti e sette i punti del ricorso presentato dai legali del parroco: sono infondati. La condanna diventa definitiva. E il risarcimento? «Abbiamo avuto solo poche migliaia di euro, dopo aver chiesto il pignoramento del quinto dello stipendio che l’Istituto sostentamento del clero dava al prete» spiega l’avvocato della ragazzina, Mauro Vannucci. «Ma il sussidio, dopo qualche mese, è stato sospeso».

    Eppure Don Lu è stato difeso da un penalista di vaglia: Mauro Ronco, presidente dell’ordine degli avvocati di Torino. Mentre il ricorso in Cassazione è stato discusso in aula dal più blasonato dei principi del foro italiani: Franco Coppi. Difficile che i due legali abbiano lavorato pro bono. Improbabile che le loro parcelle siano state saldate da un umile pastore. Così gli indizi condurrebbero alla diocesi di Albenga o, comunque, a un’istituzione religiosa. Per questo, il difensore di S. ha chiesto il pagamento di quanto dovuto dal prete al vescovo Oliveri. Invito poi reiterato al suo successore, Guglielmo Borghetti. Entrambi si sarebbero sfilati. «Si sono limitati a dire che avrebbero pregato per la ragazza» sostiene Vannucci. Che comunque adesso non esclude un’azione civile nei confronti della curia di Albenga.

    Giustizia, dunque, è fatta. O quasi. A febbraio 2018 proprio monsignor Borghetti comunica la «sentenza canonica di assoluzione» su Don Lu: «Deve essere completamente riabilitato, in quanto non consta che egli abbia commesso i delitti a lui ascritti». Il prete può «tornare a celebrare pubblicamente la messa e i sacramenti della vita cristiana». Disposizione con mal si concilia con le interdizioni perpetue imposte dalla giustizia penale.

    La decisione arriva dopo più di quattro anni di processo canonico. Normalmente, sui preti sospettati di pedofilia, le indagini sono svolte dalla Congregazione per la dottrina della fede. Stavolta, invece, nel 2013 il caso è affidato a un «giudice delegato»: l’allora presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale Bagnasco. Il «capo» dei vescovi è coadiuvato da due «assessori officiali» del Tribunale ecclesiastico regionale ligure. Che, al termine di un procedimento «meticoloso e puntuale» conclude: don Lu è innocente. La bambina, quindi, s’è inventata tutto. Al contrario, nel 2011, la Corte d’Appello di Genova scriveva: «S. non nutriva alcun astio nei confronti del suo parroco, ma gli era affezionata… Non si vede per quale motivo possa aver architettato accuse infondate, consapevole del rischio di perdere chi le offriva una vita più serena».

    Bagnasco, però, spiega: «Mi risulta che siano state fatte tutte le procedure previste canonicamente e giuridicamente per il reintegro. Se si è arrivati a questa sentenza, sicuramente ci sono ampie motivazioni». L’arcivescovo di Genova aggiunge: «L’augurio è che, ripristinata la verità, secondo le procedure previste giuridicamente, lui possa essere sereno in ciò che potrà fare da sacerdote, nei limiti delle possibilità previste».

    Insomma, la giustizia divina ha «ripristinato la verità». Eppure la diocesi di Albenga, visti i reiterati scandali, nel 2016 viene perfino commissariata da Papa Francesco. Pedofilia, omosessualità, supposte ruberie: la curia più chiacchierata d’Italia. Un florilegio di maldicenze. Una sterminata aneddotica. Che comprenderebbe anche la canzonatura dell’arcivescovo di Firenze, Giuseppe Betori, a un poco accorto prelato ligure: «Sei di Albenga, figliolo? Allora sei perdonato…».

    https://www.panorama.it/news/cronaca/chiesa-abusi-giustizia-inchiesta/

  • La giustizia italiana porta al banco i massimi esponenti dei Legionari di Cristo per insabbiamento in un caso di pedofilia

    La giustizia italiana porta al banco i massimi esponenti dei Legionari di Cristo per insabbiamento in un caso di pedofilia

    La decisione, che porta all’accusa contro la Legione sale ad un altro livello, e porta a sedersi sul banco degli imputati per la prima volta in Italia alti prelati dell’organizzazione per la loro gestione di una denuncia di abusi, è stata presa dal procuratore generale di Torino (nord) Francesco Enrico Saluzzo, come ha rivelato giovedì l’avvocato delle vittime, Daniela Cultrera.

    “Il Procuratore Saluzzo ha preso la decisione in base alla considerazione che ci sono presunti casi da processare con l’accusa di aver favorito l’insabbiamento del caso Reséndiz Gutierrez per aver depistato le indagini e cercato di indurre una famiglia, maniponandola, a commettere il reato di falsa testimonianza”, ha spiegato l’avvocato.

    Riferendosi a quest’ultimo reato, ha aggiunto l’avvocato, il Pubblico Ministero ha ritenuto che vi sia la possibilità che gli imputati abbiano  violato l’articolo 611 del codice penale italiano, che prevede pene fino a cinque anni di carcere.

    In particolare, come rivelato nel corso del processo da  due ampi rapporti pubblicati in giugno e agosto di quest’anno (edizioni 2173 e 2179), i sei accusati  – oltre ai sacerdoti sono stati anche accusati Reséndiz Gutiérrez e un avvocato dell’istituzione – avrebbero tramato permettere a tacere la vittima e i suoi genitori, proponendo un oscuro accordo di riservatezza che implicava che negassero gli abusi e qualsiasi coinvolgimento della congregazione nei fatti, in cambio di una grossa somma di denaro.

    Tale proposta di accordo sarebbe stata fatta alla fine del 2013, dopo che un altro sacerdote ha denunciato gli abusi del Reséndiz Gutiérrez davanti alla polizia italiana e durante il commissariamento dei legionari sotto l’autorità del commissario nominato dal Vaticano per il rinnovamento dopo gli scandali, il Cardinale Velasio De Paolis ormai defunto. Quest’ultimo, secondo la testimonianza di un testimone, non avrebbe autorizzato la gestione e non sarebbe stato informato nell’immediatezza.

    L’accordo stabiliva anche che la vittima doveva restituire alla Legione il doppio dell’importo concordato, se alla fine decidevano di denunciare gli abusi alle autorità, come riportato.

    “La falsa testimonianza non può essere oggetto di una transazione. Questo in Italia è considerato un crimine”, ha detto Cultrera, i cui assistiti, inoltre, non sono particolarmente benestanti.

    Tra i quattro imputati spicca il messicano Óscar Náder Kuri, che nel 2010 ha sostituito il potente Luis Garza come ex-direttore territoriale in Italia, ruolo che ha ricoperto fino al 2014.Dal 2015, Náder Kuri è cappellano di una delle sezioni femminili di Monterrey, in Messico, e superiore della casa di apostolato di San Pedro, secondo le informazioni pubbliche della Legione.

    Manuel Cordero Arjona, il sacerdote e psicologo Víctor de Luna e il sacerdote Luca Gallizia, che avrebbero materialmente consegnato l’accordo a una delle famiglie, secondo la ricostruzione delle vittime, sono anch’essi sulla lista.

    Innocenti, secondo i Legionari

    Oltre a loro, anche l’avvocato Corrado D’Agostino e lo stesso Reséndiz Gutiérrez, che non è più formalmente integrato nella congregazione dopo aver perso il suo stato clericale, andrà in giudizio. Tutti loro, secondo una dichiarazione rilasciata dalla Legione di Cristo il 16 novembre, “si sono dichiarati innocenti”. Nella stessa nota, la congregazione ha anche affermato che, non appena sarà emessa una sentenza,”informerà al riguardo”.

    La pratica di offrire denaro in cambio di silenzio è stata anche denunciata, in passato, da diversi ex membri dei Legionari. E con questo come base, alcuni ex-legionari hanno anche suggerito che, nel coprire il caso di Reséndiz Gutiérrez, avrebbero potuto essere coinvolta la Legione ai suoi massimi livelli. Negli ultimi mesi, il caso, infatti, è stato oggetto di vivaci dibattiti sui social network.

    La decisione del procuratore di Torino, che divenne nota giovedì durante un’udienza a Novara, ha così risolto la richiesta di archiviazione della causa, inizialmente proposta dal procuratore di Novara, e sostituisce anche la denuncia iniziale di tentata estorsione che gravava sulla Congregazione.

    “La decisione del procuratore di Torino, di intervenire nel caso, è legittima sulla base della legge italiana, anche se piuttosto rara. Evidentemente ha ritenuto necessario che il caso non dovesse finire su un pezzo di carta “, ha detto l’avvocato.

    Secondo Cultrera c’è ora un periodo di circa 30 giorni per formalizzare le accuse contro gli imputati, dopo di che si dovrebbe conoscere la data della prima udienza del processo.

    In questa linea, l’avvocato ha affermato di essere convinta della possibilità di vincere il processo in questione, che considera “molto importante, perché mette in evidenza il funzionamento di un sistema e non di un singolo individuo”.

    “La difficoltà è che le minacce contro le vittime sono state eseguite con molta manipolazione e ingegno, cosa che le rende più difficili da dimostrare”, ha detto Cultrera.

    Un altro processo

    Parallelamente a questo caso, una nuova udienza del processo penale sugli abusi sessuali su minori contro Reséndiz Gutiérrez, che si sarebbe tenuta all’inizio di questo mese e rinviata a causa di uno sciopero degli avvocati in Italia, sarà discussa il 27 marzo.

    Da parte loro, i Legionari di Cristo hanno recentemente ricevuto l’approvazione del Vaticano per le loro nuove costituzioni per i consacrati e per i laici del Regnum Christi, in un nuovo passo verso il loro presunto rinnovamento. Al contrario, il Vaticano non ha ancora parlato pubblicamente dei nuovi problemi legali che ora gravano sulla Congregazione nata in Messico.

  • Emanuela Orlandi nuove rivelazioni in vista: Mafia, Banda della Magliana…

    Emanuela Orlandi nuove rivelazioni in vista: Mafia, Banda della Magliana…

    Emanuela Orlandi, il mistero sta per essere rilanciato con altre “rivelazioni” al cardiopalma di un altro grande “supertestimone” che, come al solito, si riveleranno fasulle? E’ probabile. Ed è possibile che si tenti la saldatura col caso Moro, [App di Blitzquotidiano, gratis, clicca qui, Ladyblitz – Apps on Google Play] addossando entrambe le colpe alla mitica Banda della Magliana. Questa volta il “supertestimone” potrebbe essere niente di meno che  il grande bossPippo Calò, riciclatore dei soldi della mafia e a suo tempo ciccia e pappa anche con il capo dei capi Totò Riina.

    Arrestato a Roma il 30 marzo 1985 e condannato a due ergastoli per una sfilza di delitti, Calò sta subendo una discreta corte “perché parli” da parte dell’avvocatessa Laura Sgrò, da qualche tempo il nuovo legale di Pietro Orlandi. L’avvocatessa in una puntata di Atlantide, condotta dal giornalistaAndrea Purgatori, ha sparato alla grande la notizia, in realtà la sua speranza, che Calò “parli” del mistero Orlandi come ghiotta anticipazione di quella che viene presentata come una bomba che sta per esplodere con effetti devastanti e risolutivi. La miccia è accesa.
    Nel frattempo il membro della commissione d’inchiesta sul caso Moro, il deputato Gerolamo “Gero” Grassi, sta cercando di riscrivere clamorosamente la vicenda di Aldo  Moro legandola alla Banda della Magliana con una “rivelazione” che va ripetendo da vari giorni e che nelle ultime ore ha detto anche al TG1:
    “Non è vero che il bar Olivetti, davanti al quale la mattina del 16 marzo 1978 ci fu l’agguato brigatista a Moro, quel giorno era chiuso come si è sempre sostenuto. Era invece aperto. E si tratta di un bar  frequentato da elementi della Banda della Magliana, compreso  Enrico De Pedis”.
    Grassi inoltre sostiene che sull’auto di Moro e della scorta spararono non solo dal lato della strada del bar Olivetti, ma anche dal lato opposto: altri brigatisti e gli immancabili uomini di quale servizio segreto  rimasti tutti sconosciuti.
    Fa niente che De Pedis era chiuso in carcere e quindi non poteva frequentare nessun bar. Fa niente che non si sa chi fossero i supposti clienti membri della banda (Nomi? Finora nessuno).
    Fa niente che sparare allo stesso bersaglio in due gruppi contrapposti, cioè da entrambi i lati, per giunta aumentando il numero degli sparatori, significa anche spararsi tra brigatisti, visto che avrebbero dovuto essere in due gruppi, uno di fronte all’altro.
    Fa niente: la trama che da qualche tempo Grassi sta mettendo assieme è troppo affascinate per chi, come lui, è anche giornalista e romanziere che su brigatisti e Moro scrive da anni. Ha scritto infatti anche il romanzo  d’amore “Il ministro e la brigatista”, ambientato proprio negli anni delle Brigate Rosse e del rapimento Moro.
    Ma andiamo per ordine. Vediamo come si è formata questa nuova possibilità di grande “botto”. Non si può infatti escludere che Calò, decida di “rivelare” chissà cosa. Lo ha fatto a suo tempo l’allora galeotto Antonio Mancini,smanioso di uscire di galera.
    Tempo fa Pietro Orlandi ha ricevuto su Facebook un messaggio,  tanto per cambiare da parte di un anonimo, che bontà sua si firma Amico Augusta: “Devi cercare di sentire il boss Calò”.
    Non stanco di correre e far correre da anni giornalisti e magistrati dietro piste e segnalazioni una più infondata dell’altra, scartandone però chissà perché alcune, Orlandi ha passato questa ennesima “informazione” alla Procura della Repubblica. La quale però, stufa di essere tirata per la giacchetta da ormai 35 anni su una vicenda che dopo un decennio di nuove indagini ha archiviato nell’ottobre 2015, col successivo beneplacito della Cassazione – non può certo dar retta anche al fantomatico signor “Amico Augusta”.
    Anche perché sembra la riedizione delle molte piste rivelate sia allo stesso Pietro Orlandi riguardo Emanuela sia al legale di sua madre, Ferdinando Imposimato, riguardo anche il caso Moro da “testimoni” ciarlatani e con nomi falsi pescati con le mani nel sacco dalla magistratura.
    Le ultime rivelazioni vengono presentate ai telespettatori, in una puntata del programma di Purgatori, Atlantide, su La7, in questo modo:
    1) – l’anonimo Amico Augusta viene definito “informatore”, anzi “informatori” al plurale, che hanno “passato delle informazioni”, anche se il fantomatico Amico Augusta NON è affatto un informatore e NON ha passato nessuna informazione a nessuno. Si è infatti solo limitato a suggerire di “sentire il boss Calò”, senza neppure curarsi di spiegare il perché.  Alla luce delle esperienze giudiziarie e giornalistiche di questi 35 anni, NON si può affatto escludere che si tratti dell’ultimo – per ora – della lunga sfilza di mitomani, bugiardi e malati di protagonismo che di fatto hanno distrutto ogni possibilità di riuscire a capire che fine abbia fatto la povera Emanuela e per mano di chi.
    2) – La lettera di Calò di curiosa e cortese disponibilità a incontrare la avv. Sgrò viene interpretata come disponibilità a “parlare”. Ovviamente per chiarire il mistero Orlandi.
    3) – Purgatori rincara la dose prima affermando che Calò
    “in qualche modo è stato citato nella storia della scomparsa di Emanuela Orlandi”,
    senza però specificare che a citarlo non sono stati i magistrati, e neppure testimoni più o meno super, ma solo un paio di articoli tanto sensazionalisti quanto smentiti da indagini e sentenze. Poi la dose la rincara chiedendo all’avvocatessa se non le sembri
    “clamoroso il fatto che Calò, che non è certamente una persona cha ha, così, distribuito informazioni e risposto agli interrogatori improvvisamente decida che su questa questione specifica di Emanuela Orlandi ha voglia di parlare, di dire qualcosa”.
    A conclusione delle sue “rivelazioni” Sgrò si lamenta di non avere ancora ricevuto né la delega né il permesso di incontrare comunque Calò e quindi lancia un appello perché le aprano le porte del carcere “il ministro della Giustizia e il ministro degli Interni”.
    Tutto questo può servire comunque per facilitare la realizzazione di un’altra commissione d’inchiesta, quella sul mistero Orlandi, promessa con un’apposita conferenza stampa dal senatore grillino Vincenzo Santangeloprima delle ultime elezioni.
    Pietro Orlandi in una puntata sempre di Atlantide ha sostenuto di avere scoperto lui, insieme col giornalista ex di “Chi l’ha visto?” Fiore De Rienzo, la famosa telefonata partita il 12 ottobre 1993 dal Vaticano per “suggerire” al suo vicecapo della Vigilanza, l’ingegnere Raul Bonarelli, convocato per il giorno dopo come testimone dal giudice istruttore Adele Rando, di non dire che della scomparsa di Emanuela si era interessante la Segreteria di Stato.  Peccato che il testo di quella telefonata sia stato pubblicato già da Roberto Chiodi su L’Espresso nel 1998 (e da me in due miei libri del 2002 e 2014, con l’aggiunta del nome dell’autore della telefonata). Pur avendolo in seguito appreso, Purgatori ha fatto finta di nulla.
    Mesi fa la stessa avvocatessa Sgrò per conto di Pietro Orlandi ha denunciatoin Vaticano – a quasi 35 anni di distanza! – la scomparsa di Emanuela. Poi ha rincarato la dose con la richiesta di indagini sulla base di asserite “convergenze” – in realtà solo voci riferite al suo cliente – con un documento pubblicato in un libro dal giornalista Emiliano Fittipaldi, che parla di oltre 483 milioni di lire  spesi dal Vaticano per mantenere in gran segreto Emanuela all’estero. Nell’enfasi Purgatori la cifra l’ha moltiplicata per 2.000, cioè perfino più del famoso miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, facendo diventare le lire di quell’epoca euro di oggi.
     Ora potrebbe entrare in gioco il pezzo da 90 Calò. Il copione “mafioso” però non è del tutto nuovo, anche se ora si vuole spingere in scena un mammasantissima anziché un altra mezza figura come già tentato nel 2014.
    Quell’anno Pietro Orlandi aveva infatti preso sul serio le “rivelazioni” di un altro ex mafioso, il pentito Vincenzo Calcara, tanto da avere voluto essere lui a presentare in occasione della Fiera del Libro di Torino il volume intitolato “Dai memoriali di Vincenzo Calcara: le cinque entità rivelate a Paolo Borsellino”. Il mafioso pentito pretendeva di essere ricevuto dal Papa, ovviamente per rivelargli anche lui la verità sulla fine di Emanuela. Perché al Papa e non alla magistratura è un altro mistero…  Che nessuno, neppure l’instancabile Pietro Orlandi, ha cercato di chiarire.
    Dal carcere di Opera filtrano intanto voci di un improvviso desiderio di Calò di documentarsi sulla vicenda Orlandi. Riguardo la quale avrebbe confidato a qualche compagno di carcere:
    “Ma io non ne so nulla! Solo un po’ di quello che hanno scritto i giornali e detto le televisioni”.
    Staremo a vedere.
    Nel frattempo vale la pena di notare inoltre che uno dei primi a indicare per il mistero Orlandi la pista del ricatto al Vaticano per rientrare in possesso di somme ingenti prestate e mai restituite, pista che alla lunga è sfociata nella banda della Magliana, è stato proprio Purgatori. Lo ricorda Gaia Cenciarelli nel suo libro “Extra Omnes. L’infinita scomparsa di Emanuela Orlandi”:
    “C’è anche chi è convinto che i motivi della scomparsa di Emanuela siano da ricercare all’interno del Vaticano, tra i nemici del Papa e della sua politica di rinnovamento. L’oscura vicenda dello IOR e della morte di Calvi sono da tenere in ogni caso presenti se si vuole credere alle lotte di potere che si svolgevano all’interno delle mura leonine e ai soldi persi nel crac del Banco Ambrosiano da chi intendeva ricattare il Vaticano per tornare in possesso del denaro investito e perduto. L’8 febbraio 1994 fu Andrea Purgatori, dalle pagine del Corriere della Sera a rivelare notizie che potrebbero avvalorare in parte questa teoria: “Poco prima che, attraverso i canali diplomatici il Vaticano riuscisse a ottenere uno stop alle indagini [le rogatorie respinte di cui si parlerà più avanti, n.d.r.], la polizia era arrivata a scoprire qualcosa di importante e inquietante. Che il misterioso interlocutore (mediatore) in contatto telefonico con gli Orlandi chiamava da una cabina della stazione Termini”.
    A fronte di questa scoperta, gli inquirenti monitorarono tutte le cabine presenti nella stazione ma non riuscirono a venire a capo del mistero perché, malgrado le telefonate risultassero partire da lì, in quella cabina non c’era nessuno. E ciò era possibile solo nel caso in cui i rapitori di Emanuela disponessero di un sofisticatissimo congegno in grado di far “rimbalzare” le telefonate da un apparecchio all’altro. Quindi, prosegue Purgatori, l’organizzazione che aveva rapito Emanuela non era una banda di malavitosi qualsiasi, ma un gruppo formato da individui scaltri e con risorse eccezionali”.
    Cenciarelli riporta anche che secondo l’allora esistente giornale
    “L’Indipendente, una volta gli investigatori erano riusciti a isolare le prime quattro cifre delle telefonate, che risultarono essere partite dall’Ambasciata Americana di via Veneto. Il quotidiano dedusse, di conseguenza, che il telefonista si serviva di un apparecchio interno all’ambasciata oppure riusciva a far “rimbalzare” le chiamate sul suo centralino”.
    Nascerà così anche  la pista dell’utilizzo da parte del “portavoce dei rapitori” di un “sofisticato meccanismo da 007” che permetteva di far risultare le sue telefonate agli Orlandi come effettuate da numeri telefonici diversi da quelli veri. Pista presa sul serio da Pietro Orlandi, che in un’intervista ha appunto affermato che almeno una telefonata risultò come partita dall’ambasciata americana.
    Lo spettacolo continua. Se il regista Roberto Faenza con un apposito film ha sostenuto fin dal titolo che riguardo la sorte di Emanuela “La verità sta in cielo”,  ora la verità è precipitata nelle mitiche profondità marine: quelle del continente sommerso Atlantide. Dalle stelle del cielo ai cavallucci marini).
    https://www.blitzquotidiano.it/opinioni/nicotri-opinioni/emanuela-orlandi-mafia-magliana-2874177/
  • Morto don Gino più volte indagato dal Vaticano

    Morto don Gino più volte indagato dal Vaticano

    GAMBASSI. Se ne è andato all’età di 86 anni dopo una lunga malattia don Gino Burresi, sacerdote con grande seguito di fedeli ma anche sconfessato dalla Conferenza episcopale italiana e che in passato aveva ricevuto denunce per abusi. Originario di Gambassi, da alcuni anni si era ritirato a vita privata a Tuscania, in provincia di Viterbo. Ma sarà tumulato vicino alla sua casa di nascita in località Casanova, lungo la via Francigena, come richiesto dall’ordine religioso al quale padre Gino faceva riferimento, e che aveva fondato, i Servi del cuore immacolato di Maria.Padre Burresi era nato il 6 luglio 1932 e aveva fatto parte fino al 1992 degli Oblati della Vergine Maria, un ordine fondato nel 1816 dal sacerdote Bruno Lanteri.

    Devotissimo alle rivelazioni di Fatima, divenne prete a 51 anni nel 1983, ma già prima si era guadagnato una grande fama come mistico e direttore spirituale. Come asserivano i suoi seguaci, aveva le stimmate, le visioni ed emanava profumo di rose. La sua popolarità somigliava a quella di padre Pio. Da lui accorrevano centinaia di persone in cerca di conforto: alti prelati, politici, ambasciatori e artisti. Il suo quartier generale era vicino Tivoli, a San Vittorino, dove venne costruito un santuario mariano edificato con le offerte raccolte tra i devoti.

    Nel maggio del 1988, in seguito a un’inchiesta avviata dopo alcune denunce per abusi presentata da giovani seminaristi, venne trasferito in Austria. Quando rientrò in Italia, scelse la sua terra, la

    parrocchia di Montignoso, in Valdelsa, a due passi da Gambassi e da Castelfalfi. E qui ristrutturò completamente il santuario di San Frediano che divenne metà di centinaia e centinaia di fedeli ogni settimana.Poi in seguito ad un’altra inchiesta del vaticano dovette ritirarsi a vita privata.

  • «Casa Speranza» è pronta ad accogliere

    «Casa Speranza» è pronta ad accogliere

    La Conferenza Episcopale di Piemonte e Valle d’Aosta si è riunita a Biella martedì 17 aprile 2018. Questo incontro straordinario richiesto dal vescovo di Biella monsignor Gabriele Mana, ha avuto lo scopo principale di mostrare a tutti i vescovi della Regione Conciliare piemontese la fine dei lavori di «Casa Speranza», una realtà nata in sinergia con la Casa del giovane fondata dal servo di Dio don Enzo Boschetti di Pavia, i Missionari della Consolata di Torino e la Cep.

    Si è desiderata questa casa per offrire uno spazio e un tempo per il sostegno e per il rinnovo del cammino spirituale e pastorale a sacerdoti religiosi che attraversano un periodo di crisi per varie ragioni o che siano inviati dai loro Vescovi o superiori religiosi. Realtà aperta anche a Sacerdoti che desiderano semplicemente trascorrere un periodo per rifondare le scelte vocazionali o per recuperare motivazioni spirituali legate al ministero.

    L’opera iniziata da don Enzo Boschetti rivive il suo carisma aprendosi all’accoglienza di sacerdoti e religiosi che vogliono fare una esperienza di fraternità e di approfondimento delle loro scelte di vita. In Casa Speranza ci sarà una comunità formata da religiosi, da una fa miglia e altri volontari, per assicurare una accoglienza con tutta la varietà del vissuto quotidiano.

    È un servizio e una attenzione che vuole incarnare l’invito di Gesù: «venite a Me, voi che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro» (Mt.11,20). La vicinanza del Carmelo con le Sorelle claustrali, che assicurano la loro preghiera, è un valore aggiunto al progetto per un ritorno all’essenziale evangelico della vita. Il tentativo di non lasciarci rubare la gioia, imperativo di Papa Francesco, passa anche attraverso il rigenerarsi di coloro che hanno come impegno primario l’annuncio del Vangelo e l’essere testimoni dell’invisibile; il rinnovato entusiasmo del pastore ha una ricaduta sicura su tutta la Comunità.

    Il Vescovo di Biella ha seguito da vicino lo sviluppo del progetto e della sua realizzazione. Terminati i lavori, ora si è pronti per iniziare l’attività di accoglienza che inizierà prima dell’estate. Già da mesi è in diocesi di Biella, per seguire i lavori e prendere visione di questa realizzazione, padre Luciano Zucchetti M. C. che sarà responsabile della comunità di vita presso la Casa Speranza.

    «Casa Speranza» è pronta ad accogliere

  • Le vittime di abusi sessuali chiedono di indagare su Karlic e Puiggari

    Le vittime di abusi sessuali chiedono di indagare su Karlic e Puiggari

    La Rete dei sopravvissuti di abusi sessuali ecclesiastici ha pubblicato un rapporto sulla situazione degli abusi da parte dei membri del clero e l’atteggiamento della gerarchia cattolica. Karlic e altri religiosi di Entre Ríos sono inclusi nel rapporto.

    La Rete dei sopravvissuti di abusi sessuali ecclesiastici ha fatto un rapporto esaustivo sulla situazione degli abusi da parte dei membri del clero e dell’atteggiamento della gerarchia cattolica, in particolare di Papa Francesco, il cui viaggio apostolico in Cile, iniziato lunedì e concluso Giovedì, è stato attraversato da accuse di occultamento da parte della gerarchia dell’episcopato transandino. L’avvocato Carlos Lombardi ha preparato un rapporto “sulle azioni di Papa Francesco che consolida il sistema di occultamento del clero violentatore sessuale nella Chiesa cattolica (2013/2018)”.

    Nel rapporto è stato riferito che ha nominato nella curia vaticana i cardinali “membri della cosiddetta” sporca dozzina “per essere stati accusati di aver nascosto sacerdoti pedofili,” incluso l’argentino Leonardo Sandri.

    Lombardi ricorda il rapporto che il Papa “non ha rispettato le esortazioni che la commissione per i diritti del fanciullo (delle Nazioni Unite ONU), ha reso alla Santa Sede nel 2014 per rimuovere la piaga del l’abuso sessuale, che è radicata nella sua struttura e l’organizzazione “e mantiene” il segreto pontificio sugli abusi sessuali da parte del clero. Lo stesso, obbliga tutti i partecipanti di un processo canonico al segreto sotto il giuramento del silenzio imbavagliando le vittime”.

    I punti relativi all’Argentina esprimono quanto segue:

    40 – Non ha ancora espulso il sacerdote Julio Cesar Grassi, nonostante sia stato condannato per i reati di abuso sessuale e corruzione di minori a 15 anni di carcere effettivo. La procedura canonica è stata ripresa dopo che la Corte Suprema di Giustizia della Nazione ha confermato la prigione al sacerdote.

    41 – Appoggia le linee guida della Conferenza episcopale argentina in cui alle vittime viene sistematicamente negata la garanzia di un giusto processo, violando i diritti umani fondamentali e rivedendole come l’abuso di potere e la negazione della giustizia continua.

    42 – Non ha mai ricevuto vittime di abusi membri della Rete dei sopravvissuti di abusi sessuali in Argentina. Quelli che hai ricevuto – da altri paesi – sono stati accuratamente selezionati per evitare reclami e manipolarli.

    43 – Nel 2014 è venuto a conoscenza di casi di abusi sessuali presso l’Istituto Antonio Próvolo di Verona, in Italia, e non ha intrapreso alcuna azione. Gli è stato consegnata – nelle sue mani – la lista di sacerdoti e vittime abusivi.

    44 – Nel 2015, il processo di beatificazione è iniziato dal vescovo di Verona, Giuseppe Carraro, che ha abusato sessualmente di uno studente dell’Istituto Antonio Próvolo in quella città.

    45 – È tornato per prendere atto – nel 2016 – di più casi di abusi sessuali presso l’Istituto Próvolo, questa volta a Mendoza e La Plata, in Argentina. Solo allora ha nominato una commissione d’inchiesta composta da due sacerdoti dell’arcidiocesi di Córdoba, Argentina, che su richiesta del sostituto procuratore che segue la causa Provolo si chiedeva di collaborare con i tribunali statali portando la propria documentazione – hanno rifiutato, invocando il privilegio legale concesso dal Concordato del 1966 firmato tra l’Argentina e la Santa Sede, cioè di non informare. Il lavoro della suddetta commissione aveva chiari scopi di estrarre informazioni dalla documentazione senza avere una legittimità procedurale, ostacolando lo sviluppo della stessa, con rischi di proposte di nullità che avrebbero danneggiato le vittime.

    46 – Approva le azioni criminali delle autorità dell’Istituto italiano di Próvolo in merito ai sacerdoti detenuti a Mendoza, senza procedere a nessuna procedura per sanzionarli.

    47 – Appoggia la complicità dell’Arcidiocesi di Mendoza, entità responsabile a livello locale dell’Istituto Antonio Próvolo.

    48 – Non ha avviato alcuna procedura canonica contro i tre vescovi di Mendoza per la loro responsabilità nell’operazione dell’Istituto Antonio Provolo, applicando le disposizioni contenute nel documento “Come madre amorevole”.

    49 – Appoggia le parole del prete Dante Simón, membro della Commissione inviato dal Vaticano per indagare sugli eventi del Próvolo, il quale sosteneva che “una ragazza, un ragazzo … si innamora di un prete e non risponde. L’uomo e la donna possono essere disgustati, quindi lo denunciano, e dato che è necessario intervenire di propria iniziativa, prima della denuncia, è necessario intervenire, tante cause vengono respinte “.

    50 – Non ha avviato un processo canonico contro il vescovo di San Francisco, Córdoba, Sergio Buenanueva, che ha espressamente riconosciuto: “Il nostro grande errore è stato proteggere i preti violenti”.

    51 – ha approvato la decisione della Commissione di indagare sui fatti del Provolo nel suo rifiuto di fornire informazioni e documentazione al procuratore, nel caso, basandosi sul Concordato del 1966. violando, così la sentenza della Corte Suprema Mendoza – caso Ivan Gonzalez contro arcivescovo di Mendoza – che ordinò alla chiesa di fornire informazioni alle vittime.

    52 – Non ha avviato procedura canonica per determinare una responsabilità per omissione e negligenza, applicando le disposizioni contenute nel documento “Come una madre amorevole” contro i vescovi argentini elencati di seguito, incaricati di seguire i sacerdoti incardinati nella loro diocesi denunciati per abuso sessuale nelle sedi statali e / o canoniche:

    -Hector Aguer, sacerdote Héctor Ricardo Giménez (La Plata).

    -José María Arancedo, sacerdote Félix Alejandro José Martínez (Mar del Plata) e Luis Brizzio (Santa Fe).

    -Antonio Marino, sacerdote Félix Alejandro José Martínez (Mar del Plata).

    -Ricardo Faifer, prete Domingo Jesús Pacheco (Corrientes).

    -José María Arancibia e Sergio Buenanueva, i preti Jorge Luis Morello e Raúl del Castillo (Mendoza).

    -Carlos María Franzini (deceduta) e Dante Braida, i preti Nicola Corradi e Horacio Corbacho (Mendoza).

    -Juan Alberto Puiggari, i preti Justo José Ilarraz, Marcelino Moya, Juan Diego Escobar Gavíria.Estanislao Karlic e religiosa Bibiana Fleitas (Entre Ríos),

    -Oscar Ojea e Mario Poli, prete Mario Koessler (San Isidro, Buenos Aires).

    -Mario Cargnello, i sacerdoti Emilio Raimundo Lama e Agustín Rosa Torino (Salta).

    -Luis Urbanc, i preti Juan de Dios Gutiérrez e Renato Rasjido (Catamarca).

    -Adolfo Uriona, sacerdote Carlos Alberto Dorado (Santiago del Estero).

    -José Masín e Rubén Martínez, sacerdote Néstor Monzón (Chaco).

    -Guillermo Rodríguez Melgarejo e Sergio Buenanueva, prete Carlos José (San Martín, Buenos Aires).

    +

    Analisis

    https://www.unoentrerios.com.ar/pais/victimas-abuso-sexual-piden-investigar-karlic-y-puiggari-n1543192.html