Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Pedofilia e narcisismo tra i preti, il Papa sostituisce il vescovo di Albenga

    Pedofilia e narcisismo tra i preti, il Papa sostituisce il vescovo di Albenga

    ALBENGA – Papa Francesco ha accettato le dimissioni presentate da monsignor Mario Oliveri, dall’ottobre 1990 vescovo di Albenga-Imperia. Al suo posto ha nominato mons. Guglielmo Borghetti, finora coadiutore della medesima diocesi.

    Mons. Borghetti era arrivato nella diocesi di Albenga come coadiutore nel gennaio del 2015. La scelta di Papa Francesco era arrivata dopo le segnalazioni di numerosi episodi controversi e scandali, tutti raccolti in un dossier che il nunzio apostolico Adriano Bernardini consegnò a papa Francesco dopo una ‘visita’ alla diocesi.

    Mons. Mario Oliveri aveva aperto le porte della diocesi a numerosi sacerdoti che avevano avuto problemi, avendo così a disposizione numerosi religiosi deboli. L’ultimo scandalo porta il nome di don Paolo Piccoli, rinviato a giudizio dalla procura di Trieste per l’omicidio di un sacerdote. Dopo quell’episodio don Piccoli si era trasferito ad Albenga come cappellano in una clinica. Ma mons. Oliveri, tradizionalista nella liturgia (ama la messa in latino), 72 anni, aveva accolto anche don Francesco Zappella, ordinato sacerdote in diocesi dopo essere stato condannato per abusi nel 1991 a Pinerolo (Torino), e don Luciano Massaferro, di Alassio (Savona) arrestato nel 2009 e condannato per aver molestato una chierichetta e don Sandro Marsano, poi suo segretario nonostante l’arresto per un furto di libri dalla biblioteca Girolamini di Napoli.

    A monsignor Oliveri veniva rimproverato di aver accolto in seminario aspiranti sacerdoti senza aver esaminato con attenzione la reale vocazione dei giovani e questo avrebbe generato preti ‘deboli’ protagonisti di casi di pedofilia o di narcisismo, tanto da posare nudi su Facebook. Ma in diocesi ci sono stati anche preti che sono fuggiti con la cassa della parrocchia o che hanno fatto i barman in locali notturni, o che si sono fatti tatuare, o che hanno corteggiato le fedeli, o che vivevano con l’amico del cuore.

    “Non mancherò nei confronti del nuovo vescovo, al quale dico la mia cordiale vicinanza spirituale, e nei riguardi della Chiesa che ho retto e governato e che ora egli deve guidare e nei comportamenti in conformità a quanto mi è chiesto dalla Santa Sede e cioè di contribuire al rasserenamento degli animi, al mantenimento della pace nei cuori dei sacerdoti e dei fedeli”. Lo ha scritto mons. Oliveri in una lettera.

    Nelle parole del vescovo chiaro il richiamo alle contrapposizioni tra la parte del clero a lui fedele, nonostante gli scandali, e quello che ha accolto benevolmente l’arrivo del vescovo coadiutore, mons. Guglielmo Borghetti nel marzo del 2015. I fedeli saluteranno Oliveri il 15 settembre alle 18 nella cattedrale di San Michele a Albenga.

    Nella sua lettera l’ex vescovo scrive anche: “Lascio con dolore poiché ho amato tutto quello che ho fatto in questi 26 anni in diocesi e ringrazio la Misericordia Divina per la continua assistenza per non avermi mai lasciato cadere in scoraggiamenti o delusioni, anche davanti a ciò che di meno positivo c’è stato, in alcuni aspetti, negli anni del mio episcopato”.

    http://www.primocanale.it/notizie/pedofilia-e-narcisismo-tra-i-preti-il-papa-sostituisce-il-vescovo-di-albenga-175702.html

  • Pedofilia. Ex parroco ticinese condannato a 8 anni e mezzo per 1300 abusi. La vittima fu arrestata per atti vandalici

    Pedofilia. Ex parroco ticinese condannato a 8 anni e mezzo per 1300 abusi. La vittima fu arrestata per atti vandalici

    Otto anni e mezzo di carcere: è questa la condanna inflitta a un ex parroco ticinese di 65 anni al termine del processo per abusi sessuali commessi per oltre un decennio su una giovane donna, che aveva 12 anni al tempo delle prime molestie. Al prete pedofilo (che ha chiesto la riduzione allo stato laicale per risparmiarsi il processo canonico) sono stati contestati oltre 1300 atti di coazione sessuale ai danni di una ragazza, all’inizio dei fatti 12enne, tra il 2001 e il 2014. L’imputato è stato pure riconosciuto colpevole di atti sessuali con fanciulli, commessi tra il 2007 e il 2009, ai danni di 4 allievi di una scuola elementare del Sottoceneri, dove l’uomo aveva insegnato religione.

    Le indagini erano partite dopo che la vittima principale, oggi 29enne, aveva confessato gli abusi subiti dal prete, nel frattempo trasferito nella diocesi di Locarno, durante un’interrogatorio della polizia. La giovane era infatti stata arrestata per aver sparato con delle pistole ad aria compressa contro alcuni esercizi pubblici di Lugano e aver aggredito brutalmente un 64enne che stava tornando in motorino alla sua casa di Purasca. La pm Chiara Borelli aveva quindi chiesto, nel settembre 2015, l’arresto del sacerdote, nel frattempo collocato in pensione anticipata.

    Il sacerdote continuava ad esercitare il suo ministero nonostante fosse già stato condannato nel 1987 per atti di libidine con un fanciullo e nel 2008 per aver scaricato da internet materiale pedopornografico.

    Tenendo conto di questi precedenti, la giudice Rosa Item ha deciso per una pena severa, di poco inferiore a quella invocata dalla pm Borelli, che aveva chiesto 9 anni. La difesa si era invece battuta per una condanna non superiore ai 4 anni e mezzo. L’uomo era stato arrestato poco meno di un anno fa, e dal mese di gennaio si trova in regime di espiazione anticipata della pena.

    Trattamento certo alquanto di favore quello di cui aveva goduto finora il prete pedofilo da parte della giustizia elvetica, anche se in Italia per atti sessuali su una tredicenne e atti osceni in luogo pubblico, un altro sacerdote, don Giangiacomo Ruggeri, ha avuto la pena ridotta ad appena 1 anno e undici mesi, con la revoca addirittura del divieto a risiedere nella sua ex parrocchia di Orciano.

    La reazione della Diocesi di Lugano

    “A conclusione di una vicenda che riempie di tristezza, il vescovo Valerio Lazzeri rinnova l’espressione della sua profonda vicinanza alle vittime, ai loro familiari, a tutte le persone coinvolte e anche a tutti coloro che, attendendosi legittimamente integrità e correttezza da chi”annuncia il Vangelo, sentono tradita la loro fiducia”, ha fatto sapere la Diocesi di Lugano, che ha precisato come l’imputato, fin dal momento dell’arresto, era stato sospeso da ogni forma di esercizio del ministero.

    La perdita dello stato clericale, viene inoltre aggiunto, è stata richiesta dallo stesso sacerdote, “anticipando così la sanzione prevista dalla Chiesa in queste circostanze”.

    L’anno scorso  monsignor Lazzeri in una nota aveva assicurato che “è vivo desiderio dell’autorità diocesana che i fatti siano interamente portati alla luce grazie al lavoro della Magistratura, a cui si assicura sin da ora piena collaborazione”.

    Il giornale del Ticino attacca l’ex vescovo Grampa

    “A che servirà – si chiede in un editoriale il Giornale del Ticino – questa terza condanna, dopo un primo verdetto di colpevolezza nel 1988 per atti di libidine su fanciulli e dopo un secondo verdetto di colpevolezza per l’acquisizione di materiale pedopornografico nel 2011? A che servirà? Viene da rispondere: a chiuderlo in carcere per un tempo che non servirà a redimerlo, ma in cui almeno egli non costituirà più pericolo mentre ci si augura che ogni suo giorno sia devastato dalla sofferenza del trovarsi in cella e che ogni sua notte sia popolata dai fantasmi delle sue prede sessuali. Otto anni e mezzo, come da odierna sentenza giunta a distanza di una settimana dalla conclusione del processo a suo carico, dovrà infatti scontare l’ex-sacerdote ora 65enne che, nell’esercitare un ministero in nome dell’Onnipotente, credette essere nelle sue facoltà l’approfittare sessualmente di minorenni, cinque le vittime accertate (e perché non temere che altri abbiano taciuto?) in più sedi. Da parroco e da insegnante, tra Magliaso e Vernate, pur avendo già un peso sulla coscienza (di altri, non la sua, di certo); da parroco, a Brione sopra Minusio, in precedenza”.

    Secondo il Giornale del Ticino, sono ancora “molti gli interrogativi cui l’aula non ha dato risposta. Incomprensibile la superficialità con cui talune autorità locali non diedero séguito a voci ricorrenti; inaccettabile, per un cattolico, la modalità di gestione del caso da parte dei vertici ecclesiastici, tanto di più nel reiterarsi delle condanne (di una, e l’affermazione è da acquisirsi agli atti con ogni beneficio del dubbio, l’ora vescovo emerito monsignor Giacomo Grampa sostiene di non aver mai ricevuto comunicazione). Monsignor Valerio Lazzeri, oggi vescovo di Lugano, non manca di ricordare che “la persona in questione” era “già priva di responsabilità pastorali dirette” ed “al momento dell’arresto” era stata “sospesa da ogni forma di esercizio del ministero”. Giusto, vero. Ma anche queste decisioni, per i tempi in cui esse furono prese appaiono tardive. Tardive, drammaticamente tardive.

  • Un bambino su dieci molestato dai pedofili: “Allo Stato non importa”

    Un bambino su dieci molestato dai pedofili: “Allo Stato non importa”

    Il dato della Ue. Le associazioni: manca una banca dati nazionale. Storia di Clarissa: violentata da papà a 12 anni, vi dico come ce l’ho fatta.

    andrea malaguti

    INVIATO A REGGIO EMILIA

    Il padre di Clarissa L. ha cominciato a molestarla quando aveva dodici anni. Diceva di farlo per il suo bene. «Siamo parte di una razza superiore e questo è il mio dono per te». Una presunta super-intelligenza che si fondava su un’ idea schifosa: «la società è piena di tabù, il mondo vive stipato in una gabbia per polli e noi dobbiamo aprire la gabbia e abbattere i tabù, primo fra tutti quello dell’incesto». Lo ha abbattuto il tabù e ha abbattuto anche Clarissa.

    Per sei anni consecutivi.

    Poi lei si è rivolta a un insegnante, quindi a uno psicologo, infine ai carabinieri, che sono andati ad arrestare il padre, che di mestiere insegnava matematica. L’hanno condannato a sei anni e mezzo di galera. Ne ha passato uno ai domiciliari. «Dietro le sbarre, però, non è rimasto neanche un giorno. Ma la cosa che mi fa più male è un’altra. L’ultima frase che gli ho detto prima che salisse sul camper e provasse inutilmente a scappare alle forze dell’ordine è stata: “scusa papà, non ti volevo denunciare”». I sensi di colpa. La vergogna. L’idea di avere rovinato la famiglia, anche quella mamma, professoressa anche lei, che giurava di non essersi accorta di nulla. Così Clarissa non sapeva più se di questa storia – la sua – era la vittima o il carnefice. «Ci ho messo del tempo a rendermi conto di come sono andate le cose. Non avevo gli strumenti per arrivarci. Ma dopo avere ritrovato l’equilibrio l’ho denunciato una seconda volta, quando ho scoperto che aveva aperto un blog in cui adescava bambini e bambine». Lei era cambiata. Lui no.

    Mentre andava alla polizia postale a denunciarlo le è tornato in mente il materasso dove qualche volta il padre – esattamente come faceva in camera, sotto la doccia, in cucina, sul camper, ovunque – abusava di lei. Era in mezzo a un campo e per raggiungerlo bisognava attraversare un tunnel naturale fatto di arbusti. . «Attorno al materasso c’erano bambole e macchinine. E io a dodici anni con le bambole non giocavo più». Non è difficile immaginare l’orrore di quel luogo.

    La parola che Clarissa usa più spesso per raccontare quegli anni è «confusione», come se il genitore pedofilo le avesse affondato un cucchiaio nella testa per mescolarle il cervello. Sei l’uomo che mi deve proteggere o sei un mostro? «Alla fine non era tanto il sesso a farmi male, quanto questa gigantesca impossibilità di capire».

    Quante sono in Italia le bambine e i bambini come è stata lei? E che cosa facciamo per aiutarli? Domanda che pretende una risposta sempre più urgente nei giorni delle polemiche sul degrado di Caivano e del Parco Verde a Napoli («gli abusi sessuali in famiglia in queste zone sono elevati a normalità», sostiene il garante dell’infanzia campano), degli arresti contro la pedofilia on line effettuati dalla polizia postale in tutto il Paese e dell’impegno condiviso tra la ministra delle pari opportunità Maria Elena Boschi e la Garante Nazionale per l’infanzia, Filomena Albano, «per agire con tutti gli strumenti necessari per contrastare gli abusi sessuali sulle persone di minore età e la pornografia minorile». Belle parole. Ma c’è qualcuno che conosce realmente le dimensioni di questo disastro e quindi lo affronta?

    Il buco nero

    Il rapporto dell’Unione Europea sul maltrattamento e le violenze sui bambini dice che tra il 5 e il 10% dei maschi e il 20% delle femmine è vittima di abusi sessuali durante l’infanzia. Una bambina su cinque. Un bambino su otto. E nell’ 80% dei casi sono i familiari a molestarli: il padre una volta su due, la madre una volta su dieci, poi gli zii, i nonni, i conviventi della madre, i fratelli, infine gli amici. Gli estranei rappresentano l’ 8,9% del problema. Non c’è distinzione di classe. Dal notaio al barista è un orrore diffuso. E i numeri italiani? Presumibilmente non sono molto diversi. Presumibilmente. Un numero ufficiale non esiste, perché non esiste la banca dati nazionale prevista dalla legge 36 del 2006. «La verità è che tutto ciò che riguarda i minori, non solo la pedofilia, non è monitorato e che c’è una disattenzione progressiva delle istituzioni, della politica e anche della società», dice Sandra Zampa (Pd), vice presidente della commissione infanzia. Una disattenzione colpevole, per non dire criminale. «Non c’è la volontà politica di affrontare la questione», dice don Fortunato Di Noto, esperto mondiale di pedofilia e fondatore dell’Associazione Meter. «C’è un problema di percezione della portata della pedofilia nel nostro Paese. La si ritiene un fatto marginale. Però sappiamo tutti che non è così. Io in 13 anni ho accolto più di mille e trecento vittime di pedofilia qui ad Avola. E per cento che ne vengono ce ne sono altri cinquecento di cui non abbiamo idea». Uno lo aiuti. Cinque si perdono. Sciorina una sfilza di dati spaventosi e racconta dell’infantofilia, l’abuso sui bambini con meno di tre anni, in crescita esponenziale. «Qualcuno ci prende per folli, ma siamo di fronte a un fenomeno enorme. E in Italia avremmo anche le leggi per affrontarlo, ma nessuno le applica. Mi domando se non sarebbe il caso di fare vedere a tutti le fotografie di questo scempio. Magari smuoverebbero le coscienze come il piccolo Aylan sulla spiaggia in Turchia. Invece qui nessuno reagisce». E se non c’è l’istinto a agire per assecondare le ragioni del cuore, bisognerebbe farlo almeno per quelle del portafoglio. La prima indagine nazionale sull’epidemiologia del maltrattamento all’infanzia voluta da Terre des Hommes e dal Coordinamento Italiano dei Servizi contro il Maltrattamento all’Infanzia (Cismai) curata dall’Università Bocconi di Milano, quantifica in 338 milioni e mezzo i costi diretti degli abusi sui bambini (ospedalizzazione, cura della salute mentale, costi per l’amministrazione della giustizia) e in oltre dodici miliardi quelli indiretti (cura della salute da adulti, criminalità adulta, delinquenza giovanile, perdita della produttività per la società). Intervenendo tardi si producono due danni: adulti feriti e casse vuote.

    La dottoressa Monica Micheli, addetta alla comunicazione del Cismai, giudice onorario e supervisore al Centro Aiuto al Bambino Maltrattato che nel comune di Roma ha assistito 1500 bambini e adolescenti in 18 anni, incarna fisicamente la distanza siderale che corre tra la volontà dei singoli di affrontare il tema con coraggio e la sensibilità pressoché nulla delle istituzioni. «In febbraio siamo stati costretti a sospendere la nostra attività per esaurimento fondi. Mancava il bando, che adesso finalmente è arrivato e che da settembre potrebbe consentirci di rimetterci al lavoro». Il sistema va a singhiozzo. Le violenze proseguono. E Micheli non può che condividere la visione dei colleghi: «L’attenzione dello Stato verso il tema è prossima allo zero e continua a mancare una politica di investimenti».

    Ma che vita hanno i bambini abusati? Dipende dalla gravità dell’abuso. E da quanto è vicina a loro la persona abusante. Genitori, parenti, religiosi, allenatori, maestri di scuola, bidelli. Tanto più l’abusante è prossimo all’abusato, quanto più il trauma è forte. «C’è una rottura del rapporto di fiducia e gli effetti di quella rottura condizioneranno il modo in cui il bambino guarderà il mondo. E le cose andranno peggio se la madre non crederà all’abuso. Ma sui bambini si può fare un ottimo lavoro, anche se la cicatrice è destinata a rimanere. Lo psicologo da solo però non basta. È necessario che ci sia una rete». E qui torniamo alla casella di partenza. A chi tocca costruire la rete? E come deve essere fatta? Come si aiuta davvero un bambino che – citando Sandor Ferenczi – cerca istintivamente il linguaggio della tenerezza e si trova a fare i conti con la violenza soffocante del linguaggio della passione di un adulto fuori controllo?

    La Val d’Enza

    C’è un posto in Italia dove la lotta alla pedofilia è una priorità assoluta. E i risultati si vedono. È un fazzoletto di terra in provincia di Reggio Emilia dove gli otto comuni della Val d’Enza – 62mila abitanti, 12mila minorenni, 1900 in carico ai servizi , 31 seguiti per abusi sessuali – hanno costituito un’Unione guidata dal sindaco di Bibbiano, Andrea Carletti, per tutelare i minori. E magari cambiare anche la testa di chi non vede il problema. «Abbiamo fatto rete e lavoriamo con operatori specializzati capaci di dare risposte rapide. La variabile tempo è decisiva», dice Carletti. È seduto di fianco al medico legale Maria Stella D’Andrea e all’assistente sociale Federica Anghinolfi. «Noi la volontà politica l’abbiamo avuta. E nonostante i tagli abbiamo anche trovato i soldi». Come li hanno spesi? Facendo formazione sugli operatori per renderli in grado di leggere in anticipo i segnali di malessere, spesso aspecifici, dei bambini, rivalutando la figura dell’assistente sociale, lavorando con gli ospedali e con le scuole e appoggiando in modo esplicito le vittime della violenza. Ad esempio costituendosi parte civile in un processo contro una madre che faceva prostituire la figlia dodicenne. Favoloso. Ma i soldi? «Abbiamo cercato di ricorrere meno alle comunità (che pure sono fondamentali) dove per seguire un bambino servono 50mila euro l’anno. E abbiamo incentivato il ricorso agli affidi, che costano molto meno». Le idee. Un piano capillare. La professionalità degli operatori. «Per noi è decisiva la riumanizzazione delle vittime. E per questo servono empatia e competenze specifiche. Ma sa quanti sono i corsi di laurea, a medicina o a psicologia, che prevedono la materia: “vittime di violenza”? Zero», dice Maria Stella D’Andrea, che chiede al governo interventi non solo teorici.

    La legge di Stabilità del 2016 ha previsto, ad esempio, un “percorso di tutela delle vittime di violenza” rimandando a un decreto della presidenza del consiglio la definizione delle linee guida. Ma il decreto non è mai arrivato. E anche se arrivasse ci sarebbe la garanzia della sua applicazione? Dubbio legittimo. «Dal 2001 la legge prevede l’obbligo per il sistema sanitario di mettere a disposizione delle vittime uno psicoterapeuta. Ma, mancando i soldi e mancando una visione, mancano anche gli psicoterapeuti. Però tutti zitti. In questo Paese è ancora troppo forte l’idea della famiglia patriarcale padrona dei figli», dice Anghinolfi. Così in provincia di Reggio insistono con il fai da te. E a settembre, grazie anche alla consulenza del centro studi Hansel e Gretel di Torino, apriranno un Centro di Riferimento per minori che garantirà formazione, tutela, ascolto e assistenza. Venite qui, vi diamo una mano. Il sistema? Lo chiamano “riciclo delle emozioni”. Come se i bambini finissero dentro una lavatrice sana e cominciassero a lavarsi dentro. Ora, il modello degli otto comuni dell’Unione Val d’Enza è lì, basta allungare una mano e prenderlo. Interessa?

    La nuova vita di Clarissa

    Grazie all’appoggio terapeutico, oggi Clarissa ha 26 anni, è una splendida donna laureata e fidanzata, ha scritto un libro sulla sua esperienza che spera di pubblicare, fa la logopedista, ha completato la discesa verso il nucleo oscuro della sua vita interiore e sa con certezza che quell’ uomo che le sembrava capace di conoscere qualunque cosa, dai Fenici a Internet, per quanto suo padre era semplicemente un manipolatore malato. E sa anche che la sua vita potrà essere talmente piena da consentirle di avere, amare e proteggere un bambino suo, perché, dice: «C’è stato un tempo in cui ero convinta che avrei potuto strapparmi l’utero con le mie mani. Adesso no. Adesso l’idea di un figlio non mi spaventa più».

    http://www.lastampa.it/2016/07/31/italia/cronache/un-bambino-su-dieci-molestato-dai-pedofili-allo-stato-non-importa-kwDF4rH59IhZWezkbTBwmI/pagina.html

  • Prete a processo per abusi sessuali

    Prete a processo per abusi sessuali

    Da domani alla sbarra un 65enne domiciliato nel Luganese, accusato di gravi atti su una minorenne.

    Inizierà domani mattina a Lugano e si terrà a porte chiuse il processo a carico del 65enne sacerdote in pensione arrestato nel settembre scorso con l’accusa di atti sessuali su fanciulli.

    L’uomo, che ha già parzialmente ammesso i fatti, era stato accusato dalla 29enne arrestata per aver sparato con delle pistole soft air, insieme al suo compagno 51enne, contro alcuni esercizi pubblici di Lugano e per aver aggredito brutalmente un 64enne che stava tornando in motorino alla sua casa di Purasca.

    Durante gli interrogatori della 29enne era emerso che quando era ancora minorenne era stata vittima di abusi da parte del prete, che allora era attivo nel Locarnese. La procuratrice pubblica Chiara Borelli aveva quindi chiesto l’arresto del sacerdote, che nel frattempo era stato posto al beneficio della pensione anticipata.

    Il 65enne deve ora rispondere di coazione sessuale ripetuta, violenza carnale, atti sessuali con una fanciulla e favoreggiamento. Rischia una condanna a 5 anni di detenzione. La corte sarà presieduta dalla giudice Rosa Item, che dovrebbe decidere la sentenza entro venerdì.

    http://www.ticinonews.ch/ticino/302737/prete-a-processo-per-abusi-sessuali

  • Consiglio episcopale: «Diffamazioni e calunnie su don Albertini»

    Consiglio episcopale: «Diffamazioni e calunnie su don Albertini»

    La diocesi di Biella ha diffuso un comunicato stampa, dopo la pubblicazione di alcuni articoli dove vengono ricordate le vicende giudiziarie per pedofilia del sacerdote, durante la sua permanenza in Brasile

    BIELLA – La Diocesi di Biella ha diffuso il seguente comunicato che pubblichiamo integralmente.

    «Con amarezza si deve constatare l’uso della diffamazione e della calunnia come mezzo di comunicazione. Riguardo alle notizie apparse riguardanti un sacerdote diocesano si deve precisare quanto segue.

    Il sacerdote Piergiorgio Albertini è nato a Ginevra (Svizzera) il 4 luglio 1940, da una famiglia biellese. Diviene religioso e sacerdote dei missionari della Consolata di Torino, ricevendo l’ordinazione il 17 dicembre 1966. Nell’anno 1997, lasciando i Missionari della Consolata, viene incardinato da mons. Massimo Giustetti nel clero della diocesi di Biella, continuando il servizio nella prelazia di Borba, in Brasile come sacerdote fidei donum, con generosità in mezzo ai poveri.

    Nel 2010 si viene a sapere di accuse di abusi sessuali su minori. Il Vescovo di Borba in Brasile emette il decreto preventivo di ‘sospensione a divinis’ in attesa del processo civile, e invia copia per conoscenza al Vescovo di Biella. Il Vescovo di Biella chiede a don Albertini di restare in Brasile fino al termine dei processi per non sottrarsi alle responsabilità, laddove venissero accertate. Intanto il sacerdote protesta la sua innocenza. Il 7 aprile 2014 don Albertini è assolto dall’accusa dal Tribunale civile dello Stato dell’Amazzonia in Brasile. Il 17 aprile 2014 il Vescovo di Borba in Brasile annulla il decreto di sospensione e riammette nel pieno esercizio del ministero lo stesso sacerdote durante la S. Messa Crismale del Giovedì Santo.

    A conclusione definitiva del procedimento il Vescovo di Biella chiede il rientro in diocesi del sacerdote, anche a motivo dell’età e della salute. Di tutto questo dà comunicazione al Consiglio Presbiterale. Il Vescovo di Borba, il 7 settembre 2014 al rientro in Italia di don Albertini in Italia scrisse: ‘Trascorsi 25 anni di presenza missionaria nella Prelazia di Borba ritengo di dover ringraziare molto il Signore e padre Albertini per la sua presenza, per la sua dedizione e per la sua vita missionaria’.

    Al rientro in Italia, a don Albertini, alla soglia dei 75 anni di età, non è stato affidato alcuna responsabilità pastorale diretta. La Diocesi di Biella non è a conoscenza di alcun caso o di casi di pedofilia in cui siano coinvolti sacerdoti incardinati nella Diocesi. La totale trasparenza richiesta da papa Benedetto XVI, papa Francesco e da tutta la chiesa italiana trova il più pieno consenso nella nostra Diocesi, laddove i fatti vengano circostanziati e denunciati all’autorità competente. La diffamazione di persone dichiarate innocenti dal Tribunale è un pessimo metodo di comunicazione di cui si risponde davanti a Dio e, nel caso, anche davanti alla giustizia dei tribunali umani».

    BIELLA – La Diocesi di Biella ha diffuso il seguente comunicato che pubblichiamo integralmente.

    «Con amarezza si deve constatare l’uso della diffamazione e della calunnia come mezzo di comunicazione. Riguardo alle notizie apparse riguardanti un sacerdote diocesano si deve precisare quanto segue.

    Il sacerdote Piergiorgio Albertini è nato a Ginevra (Svizzera) il 4 luglio 1940, da una famiglia biellese. Diviene religioso e sacerdote dei missionari della Consolata di Torino, ricevendo l’ordinazione il 17 dicembre 1966. Nell’anno 1997, lasciando i Missionari della Consolata, viene incardinato da mons. Massimo Giustetti nel clero della diocesi di Biella, continuando il servizio nella prelazia di Borba, in Brasile come sacerdote fidei donum, con generosità in mezzo ai poveri.

    Nel 2010 si viene a sapere di accuse di abusi sessuali su minori. Il Vescovo di Borba in Brasile emette il decreto preventivo di ‘sospensione a divinis’ in attesa del processo civile, e invia copia per conoscenza al Vescovo di Biella. Il Vescovo di Biella chiede a don Albertini di restare in Brasile fino al termine dei processi per non sottrarsi alle responsabilità, laddove venissero accertate. Intanto il sacerdote protesta la sua innocenza. Il 7 aprile 2014 don Albertini è assolto dall’accusa dal Tribunale civile dello Stato dell’Amazzonia in Brasile. Il 17 aprile 2014 il Vescovo di Borba in Brasile annulla il decreto di sospensione e riammette nel pieno esercizio del ministero lo stesso sacerdote durante la S. Messa Crismale del Giovedì Santo.

    A conclusione definitiva del procedimento il Vescovo di Biella chiede il rientro in diocesi del sacerdote, anche a motivo dell’età e della salute. Di tutto questo dà comunicazione al Consiglio Presbiterale. Il Vescovo di Borba, il 7 settembre 2014 al rientro in Italia di don Albertini in Italia scrisse: ‘Trascorsi 25 anni di presenza missionaria nella Prelazia di Borba ritengo di dover ringraziare molto il Signore e padre Albertini per la sua presenza, per la sua dedizione e per la sua vita missionaria’.

    Al rientro in Italia, a don Albertini, alla soglia dei 75 anni di età, non è stato affidato alcuna responsabilità pastorale diretta. La Diocesi di Biella non è a conoscenza di alcun caso o di casi di pedofilia in cui siano coinvolti sacerdoti incardinati nella Diocesi. La totale trasparenza richiesta da papa Benedetto XVI, papa Francesco e da tutta la chiesa italiana trova il più pieno consenso nella nostra Diocesi, laddove i fatti vengano circostanziati e denunciati all’autorità competente. La diffamazione di persone dichiarate innocenti dal Tribunale è un pessimo metodo di comunicazione di cui si risponde davanti a Dio e, nel caso, anche davanti alla giustizia dei tribunali umani».

    http://biella.diariodelweb.it/biella/articolo/?nid=20160504_381463

  • “Il Patriarca coprì gli abusi”. Appello al Vaticano delle donne libanesi

    “Il Patriarca coprì gli abusi”. Appello al Vaticano delle donne libanesi

    (Marco Ansaldo) Il capo della Chiesa d’Oriente accusato di proteggere un monsignore già giudicato colpevole. Le vittime attaccano: “Ci trattano come delle prostitute”. Una di loro abita oggi a Torino. La Segreteria di Stato indaga. Il dossier nelle mani del Papa — Le ragazze abusate sessualmente lo chiamavano “l’Orco”. In Libano le aveva sottomesse per tre lunghi anni. Ma secondo il suo superiore, il Patriarca maronita Bechara Rai, la vittima è lui: monsignor Mansour Labaki, fondatore in Libano e in Francia di due centri per l’accoglienza dei bambini. Una trama che adesso tocca l’Italia: perché una delle donne coinvolte, decisa a uscire allo scoperto, abita a Torino.C’è un dossier scottante sul tavolo di Papa Francesco. E il putiferio che sta per deflagrare rischia di contrapporre i cattolici della Chiesa d’Oriente con Roma, in un nuovo, delicato caso di pedofilia. Già il 23 aprile del 2012 il Tribunale ecclesiastico dell’arcivescovado di Parigi aveva condannato monsignor Labaki, riconoscendolo colpevole di abusi sessuali. E l’anno dopo, a giugno, in Vaticano la Congregazione per la Dottrina della Fede aveva confermato la sentenza, rifiutando il ricorso fatto dal sacerdote. Ma adesso è il Patriarca libanese a ribellarsi, parlando di «campagna mirata contro monsignor Labaki con molte accuse false e menzognere». Una critica dura, e già si parla di un’inchiesta canonica nella Segreteria di Stato vaticana nei confronti del Patriarca per le dichiarazioni pubbliche fatte lo scorso 18 marzo.

    I fatti risalgono al 1984. Le ragazze ripetutamente abusate da Labaki, già vicario apostolico della Chiesa di Beirut, furono tre. Accertate. All’epoca tutte minorenni. Le 17 testimonianze parlano però di un numero superiore di bambine e giovani donne coinvolte. Labaki fu privato di «tutti gli uffici ecclesiastici», compresa la «facoltà di confessare », diffidato dal «celebrare i sacramenti » in pubblico, e obbligato a «una vita di preghiera e penitenza in una comunità religiosa ».

    Patrocinato però da uno dei più rinomati avvocati, Antoine Akl, nel maggio 2014 Labaki si è ribellato citando per diffamazione non solo le vittime, ma i due rappresentanti del Tribunale ecclesiastico che lo aveva condannato (uno dei quali è monsignor Luis Ladaria, segretario della Congregazione vaticana), colpevoli a suo dire di aver manipolato le vittime. La documentazione portata in tribunale, come riporta ripercorrendo bene il caso il sito di informazione specializzato sul mondo cattolico Adista, «era però – scrive Eletta Cucuzza – frutto del furto, avvenuto con l’ausilio di esperti hacker, delle circa 2mila e-mail intercorse tra le autorità ecclesiastiche citate e le vittime, con gli indirizzi praticamente di quasi tutte le persone coinvolte». E i nomi sono usciti ora sui giornali.

    Lo scorso 29 febbraio il Patriarca libanese è andato dal Papa consegnando un fascicolo. Con la richiesta al Sant’Uffizio di revisione della sentenza. In gioco, è chiaro, c’è la reputazione della Chiesa maronita del Libano. Le ragazze abusate allora, però, non ci stanno a passare per reiette e sono furibonde. Pretendono giustizia piena dal Vaticano, affermano di avere passato una vita da vittime (ora hanno più di 40 anni), e dicono che l’Orco non mostra alcun segno di pentimento, anzi. Una delle donne abusate, residente a Torino, dice a Repubblica: «Ci trattano come fossimo delle prostitute. Rifiutiamo di essere una moneta di scambio fra la Chiesa d’Oriente e quella d’Occidente. Chiediamo alla Santa Sede di riabilitarci in modo pubblico». Lunedì sera il caso è esploso alla tv libanese.

    http://ilsismografo.blogspot.it/2016/04/libano-il-patriarca-copri-gli-abusi.html

  • Sesso con minori, parroco condannato a 5 anni: “Invitava studenti per massaggiarli”

    Sesso con minori, parroco condannato a 5 anni: “Invitava studenti per massaggiarli”

    Ha risarcito le vittime e ha ringraziato la procura per essere intervenuta a fermarlo, ma non è bastato. Il gup Luca Del Colle del Tribunale di Torino ha condannato a cinque anni di carcere don Massimo Iuculano, 47 anni, parroco e direttore dell’Istituto salesiano “Sacro cuore di Gesù” di Vercelli, accusato di diversi episodi di violenza sessuale su minori. All’uscita dal palazzo di giustizia il religioso ha preferito non rilasciare dichiarazioni. “Prendiamo atto – ha detto il suo avvocato, Carlo Blengino – e valuteremo se presentare appello”.

    Il caso era emerso il 24 aprile 2015, quando la squadra mobile dellaQuestura di Vercelli ha arrestato il sacerdote per aver obbligato alcuni minorenni che frequentano le scuole e l’oratorio vercellese a subire atti sessuali. Nei giorni dopo l’arresto l’inchiesta del sostituto procuratore Francesco Pelosi ha scoperto altri casi compiuti tra il 2014 e il 2015. In totale sono sette le vittime di don Iuculano, tutti nati tra il 1997 e il 2000.

    Il parroco invitava gli studenti dell’istituto professionale deisalesiani o i giovani frequentatori dell’oratorio in una “sala massaggi” all’interno della struttura scolastica, li depilava e li massaggiava con dell’olio. Da lì, poi, il prete andava oltre e li costringeva a subire palpeggiamenti nelle parti intime erapporti orali. A un ragazzo di 14 anni aveva offerto delle scarpe da calcio in cambio della sua disponibilità. In altri casi, invece, il prete aveva obbligato due giovani di origine nordafricana a subire rapporti orali all’interno della sua auto in cambio di denaro. Un quindicenne è stato anche abbordato tramite Facebook, prima facendogli dei complimenti e poi “proponendogli di praticargli unmassaggio, spacciandosi per un esperto massaggiatore”, si legge in un atto.

    Prima dell’udienza di oggi il religioso ha chiesto del tempo per poter risarcire le sue vittime. “C’è stato un grande lavoro interiore da parte dell’imputato – ha spiegato l’avvocato Blengino – e ha provveduto a risarcire quanto possibile”. Uno dei ragazzi, quello che ha subito più molestie, ha ottenuto 14mila euro. Il giudice Del Colle ha anche stabilito dei risarcimenti a titolo di acconto per due dei minorenni, assistiti dall’avvocato Anna Ronfani eGiuseppina Mauri, che si sono costituiti parte civili nel processo. Don Iuculano resterà ancora ai domiciliari nella casa di accoglienza per sacerdoti “Villa Sacro Cuore” di Città di Castello.

    Twitter @AGiambart

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/02/26/sesso-con-minori-parroco-salesiano-condannato-a-5-anni-invitava-studenti-per-massaggi/2498050/

  • «Abusi, archiviazione per il prete» Ma spunta la condanna da novizio

    «Abusi, archiviazione per il prete» Ma spunta la condanna da novizio

    Il pm: reato prescritto per il sacerdote di Covo. Il precedente prima dei voti

    di Pietro Tosca

    Don Francesco Zappella, 56 anni, il sacerdote originario di Covo fu ammesso al seminario di Albenga pochi mesi dopo una condanna a 14 mesi di carcere per atti di libidine violenta su due ragazzini al di sotto dei 14 anni. Una pesante eredità del passato che è tornata a galla proprio nel momento in cui la procura di Savona ha richiesto l’archiviazione per l’episodio in cui il sacerdote era indagato per violenza sessuale. A settembre, infatti, don Zappella, parroco a Borghetto Santo Spirito in provincia di Savona, insieme a due sacerdoti sudamericani era stato segnalato alle autorità dell’Uruguay dall’onlus ligure «Rete L’abuso» per le presunte violenze commesse su un 29enne. Si sarebbero consumate nella missione di Treinta y Tres, nel 2005.

    Per raccogliere la testimonianza del 29enne l’associazione l’aveva fatto venire in Italia a proprie spese. Qui era stato ascoltato anche dal pm Giovanni Battista Ferro della procura di Savona che aveva poi aperto un fascicolo con l’ipotesi di violenza sessuale. Nei giorni scorsi, il magistrato ha però chiesto al gip l’archiviazione perché, oltre alla difficoltà di trovare riscontri (la presunta vittima è rientrata in Sudamerica), i fatti, essendo trascorsi più di 10 anni, sono prescritti. Il prete si è sempre detto innocente. Nelle indagini del pm, però, è emerso un precedente di «oggettiva gravità»: negli archivi di Stato di Torino è stata acquisita la sentenza di condanna di Zappella, del tribunale di Pinerolo, del 9 maggio 1991, a 14 mesi per atti di libidine violenti su due ragazzini con meno di 14 anni. I reati risalivano al periodo tra la fine del 1988 e l’inizio del 1989. Allora il bergamasco era stato ammesso al noviziato dei padri Salesiani di Monte Oliveto (Pinerolo). Noviziato che Zappella aveva interrotto nell’agosto del 1989 per «motivi di salute».

    Nel 1991, quattro mesi dopo la condanna, però, era stato accolto nel seminario di Albenga dove poi è diventato sacerdote. L’intero incartamento è stato consegnato al vescovo coadiutore di Albenga, Guglielmo Borghetti, che a inizio dicembre è andato in procura con il vicario generale, monsignor Ivo Raimondo, per incontrare il pm Ferro. Documenti alla base del procedimento canonico che verrà avviato dalla diocesi. Il sacerdote dimissionario, il 9 dicembre ha lasciato definitivamente la parrocchia di Borghetto Santo Spirito annunciando di doversi sottoporre a un intervento all’anca in una struttura sanitaria al Sud. Poi rientrerà ad Albenga, ma a gennaio partirà ancora per l’Uruguay. Proprio dal Sud America potrebbero arrivare per lui nuovi guai. «Secondo i nostri contatti – dice Francesco Zanardi, portavoce dell’onlus Rete L’abuso – sarebbe stata presentata una nuova denuncia contro il sacerdote da parte di un 21enne con problemi psicofisici. Anche questo ragazzo avrebbe soggiornato nell’orfanatrofio gestito dalla missione di don Zappella».

    http://bergamo.corriere.it/notizie/cronaca/15_dicembre_11/abusi-archiviazione-il-prete-ma-spunta-condanna-novizio-a41b1024-a002-11e5-9e42-3aa7b5e47d96.shtml

  • Scambiava foto di bimbi online: prete patteggia 2,5 anni di carcere

    Scambiava foto di bimbi online: prete patteggia 2,5 anni di carcere

    Era coinvolto in un giro di pedopornografia online e per questo ha patteggiato una pena di 2 anni e 6 mesi di carcere, don Giorgio Porcellana, parroco piemontese arrestato a maggio per nell’ambito di un’inchiesta della procura di Milano.

    Il sacerdote, un salesiano, attualmente ai domiciliari nella casa dei genitori a Torino, è accusato di detenzione e divulgazione di materiale pedopornografico. Tra il materiale scambiato sul web dalle persone coinvolte nell’indagine c’erano foto e video con bambini di pochi anni, nella maggior parte dei casi provenienti dall’Estremo Oriente. I piccoli nei filmati e nelle foto erano oggetto di violenze o venivano costretti ad avere rapporti sessuali tra loro o con animali. Nelle conversazioni sul web con gli altri indagati, don Giorgio Porcellana si spacciava per un manager statunitense, spesso in Italia per motivi di lavoro. I presunti pedofili, provenienti da diversi Paesi, si incontravano sul social network russo Imgsrc.ru, utilizzato dagli iscritti per pubblicare immagini di vario genere. Si lanciavano segnali attraverso commenti in codice a fotografie non pedopornografiche di bambini, spostando poi le conversazioni, quasi sempre in lingua inglese, su altre piattaforme web, dove avveniva lo scambio di migliaia di immagini e video da parte della rete internazionale.

    http://www.ilgiornale.it/news/cronache/scambiava-foto-bimbi-online-prete-patteggia-25-anni-carcere-1200752.html?utm_source=Facebook&utm_medium=Link&utm_content=Scambiava%2Bfoto%2Bdi%2Bbimbi%2Bonline%3A%2Bprete%2Bpatteggia%2Banni%2Bdi%2Bcarcere+cla&utm_campaign=Facebook+Interna

  • Don Zappella, ripetuti atti di pedofilia. È il quadro che emerge dai documenti consegnati dal pm Ferro a monsignor Borghetti.

    Don Zappella, ripetuti atti di pedofilia. È il quadro che emerge dai documenti consegnati dal pm Ferro a monsignor Borghetti.

    SAVONA. Il vescovo coadiutore di Albenga, Guglielmo Borghetti, ieri mattina è tornato in procura in compagnia del suo braccio destro, il vicario generale,l’imperiese Ivo Raimondo. Ragione dell’improvviso e rapido blitz nel capoluogo è stato ancora una volta don Francesco Zappella, il parroco (finoal9dicembre) del santuario di Sant’Antonio da Padova di Borghetto.

    La lettera di dimissioni da parroco e vice direttore della Caritas diocesana ingauna,non è bastata ad evitare al sacerdote un altro,violentissimo,temporale. Nell’incontro con il sostituto procuratore della Repubblica, Giovanni Battista Ferro, il vescovo di Albenga, ha infatti acquisito gli atti d’indagine del processo che il 9 maggio del 1991 hanno portato i giudici del tribunale di Pinorolo a condannare Francesco Zappella a 14mesiperattidilibidine violenta su due ragazzini infra quattordicenni. Ma è proprio da  quella documentazione d’inchiesta che la procura savonese e di conseguenza la Curia sono venuti a scoprire una sorta di doppia vita del parroco borghettino.

    Una gioventù segnata dalla “malattia” della pedofilia che nell’agosto del 1989 lo ha portato ad interrompere il noviziato nei Salesiani a Monte Oliveto (Pinerolo), ufficialmente «per motivi di salute» è l’unico segno del passaggio nel torinese di Francesco Zappella, come confermato dal direttore del noviziato, don Pietro Migliasso. Già agli inizi degli anni novanta, infatti Francesco Zappella, aveva dichiarato di essere affetto da un brutto male alle ossa, lo stesso che ipoteticamente ne limita i movimenti negli ultimi mesi.

    Ed ora, tutto l’incartamento acquisito negli archivi di Stato di Torino,è finito nelle mani del vescovo Borghetti e di conseguenza nel fascicolo del processo canonico che è stato avviato nei confronti di don Zappella per la presunta violenza sessuale compiuta nel 2005 ai danni di un cittadino uruguaiano, accusa per la quale il pm Ferro ha chiesto al gip l’archiviazione per prescrizione, oltre che per mancanza di querela da parte della vittima. Senza dimenticare la decisione di padre Francesco di chiudere il conto corrente delle missioni e su cui si faceva versare i contributi dei parrocchiani per la missione di Trenta & Tres.

    Il vescovo mandato da Papa Francesco a fare trasparenza in una diocesi squassata dagli scandali mai più pensava di trovarsi di fronte ad una situazione tanto grave. Il caso Zappella, con l’ingresso nel seminario di Albenga nonostante una condanna per pedofilia, rischia di avere ripercussioni devastanti sull’intero sistema. Come ha potuto entrare in seminario con una condanna tanto grave? Qualcuno sapeva? Enel caso, perché ha taciuto? domande a cui Borghetti dovrà dare una risposta.

    Giovanni Ciolina IL SECOLO XIX