Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Prete pedofilo, Morosini minimizza: “Abbassare i toni”

    Prete pedofilo, Morosini minimizza: “Abbassare i toni”

    Giunge dopo otto giorni il pensiero del titolare della diocesi di Locri-Gerace sulla vicenda del reverendo Rutigliano ma è cocente la delusione della comunità di Bivongi

    BIVONGI (RC) – La si attendeva con ansia crescente. Ed è arrivata nel tardo pomeriggio del decorso sabato 15 ottobre, alla messa vespertina celebrata dal parroco di Bivongi, don Enzo Chiodo, nel santuario di Maria Santissima “Mamma Nostra”, poi replicata ieri mattina alla celebrazione eucaristica delle ore undici: è la posizione ufficiale che la Chiesa di Locri-Gerace, nella titolarità del suo più alto rappresentante, il vescovo Giuseppe Fiorini Morosini, in merito al caso relativo all’ex (o uno dei due?) parroco della ridente cittadina dell’entroterra reggino, il reverendo Francesco Rutigliano. Che dalla “Congregatio pro Doctrina Fidei”, di Città del Vaticano, è stato dichiarato “colpevole del delitto di abuso di minore, con l’aggravante dell’abuso di dignità o ufficio, commesso nei confronti del Signor C. A., nel periodo fra il 2006 e il 2008, a seguito di ripetute molestie, baci, toccamenti, nonché atti sessuali completi avvenuti in molteplici occasioni”, per come chiaramente si evince dal decreto n. 197/2009, licenziato dal palazzo del Sant’Uffizio, in data 20 giugno 2011.

    Una lettera dal contenuto molto paterno, nella quale si comunica della presa d’atto del predetto documento del Tribunale apostolico, e dunque esemplificando l’esistenza dello stesso in maniera ufficiale, e riflessivamente al quale monsignor Morosini invita a “pregare per tutti”; ed è quindi il raccoglimento nel silenzio personale, rivolgendosi a Dio, perché interceda per il “fratello” nella fede, don Francesco Rutigliano, il quale vive un momento particolarmente delicato: anche e soprattutto per questo, sua eccellenza reverendissima esorta la comunità bivongese “ad abbassare i toni e a non cedere ai clamori mediatici alimentando ciò che i giornali e le televisioni dicono su questa vicenda”. In buona sostanza rivolgendo il chiaro invito a non polemizzare e/o astenersi dall’intervenire nella fattispecie con l’intento di non acuire e, magari, esasperare un caso ai limiti della dubbiezza umana. Oltreché dell’umana comprensione.

    Che di per sé aveva già poche ore prima registrato il fermissimo intervento del Consiglio comunale di Bivongi per bocca del sindaco, Ernesto Riggio, che aveva provveduto a dare “delle comunicazioni importanti per alcuni fatti accaduti nel corso di quest’ultima settimana – così il primo cittadino bivongese nell’assise consiliare sempre di sabato 15 ottobre u.s. – il più importante dei quali è stato senz’alcun dubbio di una certa gravità, ed ha avuto riguardo l’ex parroco della nostra cittadina (il reverendo Rutigliano) contro cui lunedì (e cioè oggi, nda) formalizzeremo la denuncia per diffamazione a mezzo stampa, poiché ha gettato degli schizzi di fango che hanno colpito il paese, le istituzioni e gli impiegati dei nostri uffici cui va la nostra, incondizionata, solidarietà”.

    Non risparmiandosi proprio sul “silenzio” della diocesi di Locri-Gerace ieri, come detto, interrotto da padre Giuseppe Fiorini Morosini con un messaggio che, stando alle reazioni registrate all’interno della comunità nell’intero arco della giornata, ha per lo più ingenerato una grande delusione.

    Antonio Baldari

    *tratto da “Calabria Ora” del 17 ottobre 2011

  • Sei anni per pedofilia: fa ancora il prete

    Sei anni per pedofilia: fa ancora il prete

    PALERMO
    «Esci dal sospetto. Io apro le pagine dell’infanzia. Le pagine della coscienza ancora invincibilmente immacolate. Io uccido la sfiducia in me stesso e persino nella morte». Lo scrive su un giornale online diretto da Vincenzo Noto, un sacerdote suo amico, padre Paolo Turturro, ex parroco palermitano condannato a sei anni e sei mesi per pedofilia, in tribunale, ma mai sospeso dal suo incarico ecclesiastico. Il processo è andato avanti molto lentamente: era iniziato nel 2004 e dopo la sentenza di primo grado (luglio 2009) ci sono voluti due anni e mezzo per iniziare l’appello.

    Adesso il procuratore generale Carmelo Carrara ha chiesto la conferma della pena per il presunto pedofilo. Non ha dubbi, il rappresentante dell’accusa: Turturro, prete un tempo impegnato nell’antimafia militante, è «un ministro del culto in cui albergava il mostro della pedofilia». Eppure per lui nessuna sospensione, nemmeno un intervento della chiesa sulla sua vicenda, né un provvedimento cautelare delle autorità ecclesiastiche: mentre in Austria, Canada, Baviera, Stati Uniti, ma anche in Italia, le sospensioni scattano a decine, per semplici sospetti e per indagini appena avviate, mentre il Papa chiede perdono alle vittime della pedofilia, Turturro, lontano parente dell’attore americano John, è sempre rimasto ad amministrare i sacramenti.

    Per tre anni i giudici penali lo avevano «esiliato» da Palermo, obbligandolo a risiedere fuori provincia, e lui si era stabilito a Messina. Poi la misura cautelare è venuta meno e l’ex parroco della chiesa di Santa Lucia è tornato nel capoluogo dell’Isola. Non guida più la parrocchia che sta di fronte al carcere dell’Ucciardone, nei pressi del porto, e dove aveva dato vita a una serie di talvolta controverse iniziative antimafia, ma si è trasferito come rettore alla Madonna del Ponticello, nel centro storico.

    «È un cittadino come tutti gli altri – sostiene il vescovo ausiliare di Palermo, monsignor Carmelo Cuttitta – e per tutti i cittadini si presuppone l’innocenza fino alla sentenza definitiva. Le situazioni vanno valutate caso per caso». Ma la cautela e la severità della chiesa per gli scandali della pedofilia? «I giudici stanno facendo il loro lavoro e Turturro ha la possibilità di difendersi, finché non verrà accertata la sua responsabilità».

    L’imputato ha seguito di persona tutto il processo in tribunale e ora in appello anche la requisitoria e l’arringa dell’avvocato di parte civile, Paola Rubino. La difesa ha più volte puntato sulla tesi dell’accordo per fare fuori il prete antimafia che nel popolare quartiere del Borgo avrebbe dato fastidio: «Nessuna congiura», ribatte il pg Carrara, anzi tutto il contrario, con le famiglie che in alcuni casi non denunciarono e si chiusero a riccio. Molti dei 67 testi ascoltati in tribunale ritrattarono. Il magistrato chiede anche la conferma dell’interdizione dai pubblici uffici. Il quartiere si era diviso: nella scuola in cui il sacerdote insegnava e in cui venne fuori, per caso, uno dei due episodi di violenza (le vittime avevano 10 anni a testa), qualcuno ancora difende l’imputato. Ma il Borgo in generale ha girato le spalle al suo ex parroco. E pure la chiesa attende la sentenza, prevista per il 13 ottobre.

    «Padre Paolo si comporta da persona molto corretta – dice don Vincenzo Noto, già direttore del mensile cattolico Novica e oggi alla guida di un sito che porta il suo nome – continua le opere di carità e raccoglie alimenti per i poveri. Va ai mercati e glieli regalano perché conoscono lui e gli attivisti della sua associazione, “Dipingi la pace”. Il processo? Non lo so come finirà. Va avanti da tanto tempo». «Sono indignato – scrive don Turturro in un’altra riflessione scritta per www.vincenzonoto.it – su come si possa fare informazione sul dolore degli altri. Sono indignato della privacy spiaccicata su tutti i giornali. Non posso divorziare dalla parola. Non posso divorziare dall’indignazione».

  • Piange in aula davanti al prete che la violentò

    Piange in aula davanti al prete che la violentò

    Il sacerdote è accusato a Ferrara di aver promesso denaro per testimoniare il falso

    Copparo. Cercò di convincere la donna che lo accusava di averla violentata a ritirare la denuncia nei suoi confronti e a cambiare versione. In premio le avrebbe promesso tremila euro. Abbastanza per farlo accusare di subornazione, reato specifico del codice penale.

    Lui è don Walter Mariani, 69 anni, parroco di San Leonardo, parrocchia della diocesi di Mantova, che per anni ha tenuto una comunità di recupero di tossicodipendenti e inseguito anche una casa di accoglienza, la Casa di Ruth. Della vicenda, che risale a qualche anno fa, se ne occupa per competenza territoriale il tribunale di Ferrara. L’incontro contestato sarebbe avvenuti infatti a Copparo. Sul periodo però, il 2008 o il 2009, vige la scarsa memoria dei testimoni chiamati in aula.

    A partire dalla stessa donna, una 43enne di nazionalità romena, che a Mantova lo accusò di violenza sessuale (il primo grado finì con la condanna del sacerdote a cinque anni, sentenza contro la quale il difensore, l’avvocato Sandro Somenzi, ha già presentato ricorso in appello). La donna, chiamata a deporre davanti al giudice Silvia Giorgi, è crollata emotivamente e, in preda a una crisi di pianto, ha dovuto interrompere l’esame, per riprenderlo un’ora dopo. Nonostante l’intervallo però la memoria ha continuato a non aiutarla e non ha saputo collocare l’incontro con il parroco nel 2008 o nel 2009.

    Lo stesso vale per chi l’accompagnò in piazza a Copparo. L’unico dettaglio utile del secondo teste per collocare il giorno del presunto reato sarebbe l’aver accompagnato la figlioletta al pronto soccorso per una frattura. Ma anche qui l’uomo, un amico che insieme alla moglie ospitò per un periodo la donna in casa propria, cade in contraddizione parlando prima di una mano rotta, poi di un polso slogato, salvo correggersi alla fine e ricordare che “nella caduta mia figlia si procurò anche una contusione alla clavicola”.

    Al banco dei testimoni arriva anche una coppia di conoscenti della 43enne. Lui è un agente di polizia locale presso il comando di Brescia. Lei, ex ospite della casa gestita da don Mariani, è diventata sua moglie. L’agente riporta un ulteriore elemento a carico del parroco: “mi chiamò nel 2009, il giorno prima dell’udienza in cui doveva testimoniare mia moglie per chiedere se si poteva modificare la sua deposizione. Disse che tutto (il processo allora in corso a Mantova per violenza sessuale, ndr) era un complotto contro di lui orchestrato dalla psicologa della struttura e dalla suora che ci lavora. Gli dissi che quanto stava facendo era una cosa gravissima” e lo riferì all’ispettore che seguì le indagini a carico dell’imputato. La mattina dell’udienza poi, “incontrammo Nela (questo il nome della donna che accusò il prete, ndr) fuori dalla procura di Mantova, che ci raccontò dell’episodio dell’offerta di denaro”.

    Al termine dell’udienza ferrarese don Mariani ha rinunciato ad essere ascoltato e ha chiesto di rendere dichiarazioni spontanee, nel corso delle quali ha raccontato come conobbe Nela: “dopo essere stata arrestata decise di denunciare i suoi sfruttatori, ottenendo così i benefici di legge che le evitarono l’espulsione e accettò un programma di reinserimento”.

    Programma che iniziò presso la Casa di Ruth, ma “dopo un periodo positivo – prosegue il sacerdote – non era più disposta ad accettare le regole della struttura e si allontanò”. Per questo don Mariani presentò alla questura una relazione negativa sul suo programma di reinserimento, che costò alla donna il mancato rinnovo del permesso di soggiorno e l’avviso del provvedimento di espulsione. “Lei mi chiamò supplicandomi di tornare sui miei passi, minacciando che altrimenti ‘sapeva come rovinarmi’. Quando poi seppi della denuncia a mio carico capii a cosa si riferiva. E lei, denunciandomi, è riuscita a ottenere il rinvio dell’espulsione”.

    Don Mariani nega poi che l’incontro di Copparo sia mai avvenuto, confermando invece la telefonata all’agente di polizia, “ma non ho assolutamente chiesto che la moglie cambiasse testimonianza, volevo solo poterli incontrare”.

    Terminato la fase dibattimentale, il processo si avvia ora alla discussione. L’udienza è fissata per il 18 gennaio.

    www.estense.com/?p=174458

  • Bivongi denuncia don Rutigliano

    Bivongi denuncia don Rutigliano

    Comunicazione del sindaco, Ernesto Riggio, che si rivolge al Consiglio: “Sono state offese le istituzioni e la cittadinanza tutta”. Stoccata alla diocesi di Locri-Gerace

    BIVONGI (RC) – Dopo il “no comment” alla notizia della dichiarazione di colpevolezza sancita dal Tribunale apostolico della Congregazione per la Dottrina della Fede, di Città del Vaticano, per il “delitto di abuso di minore” a carico dell’ex parroco, don Francesco Rutigliano, Bivongi alza la voce. E parla per bocca del sindaco, Ernesto Riggio, nel contesto di apertura del Consiglio comunale tenutosi nella mattinata di ieri.

    “Prima di aprire i lavori della seduta odierna debbo darVi delle comunicazioni importanti per alcuni fatti accaduti nel corso di quest’ultima settimana – ha così esordito il primo cittadino bivongese – il più importante dei quali è stato senz’alcun dubbio di una certa gravità ed ha avuto riguardo l’ex parroco della nostra cittadina (il reverendo Rutigliano, nda), che ha concesso un’intervista ad un giornale, in cui si è offeso il paese, le istituzioni e gli impiegati comunali ai quali va tutta la nostra, incondizionata, solidarietà”.

    Non lo cita mai per nome. E non lesina emozione alcuna Riggio nell’esprimere le proprie idee. Chiare e senza fronzoli. Che, per la cronaca va riportato, sono state sposate in pieno anche dalle due compagini di minoranza, “Primavera bivongese” e “Democrazia popolare”. “Lunedì formalizzeremo la denuncia contro questo sacerdote per diffamazione a mezzo stampa, poiché ha gettato degli schizzi di fango che hanno colpito tutte le istituzioni – ha ripreso il primo inquilino di corso Matteotti – essendo delirante in quella intervista, non sapendo distinguere l’essenziale dal superfluo e per un uomo di Chiesa, questo, è un male”; un intervento forte che non ha risparmiato nemmeno la diocesi di Locri-Gerace allorché Riggio ha asserito che “Noi siamo giudicati dal corpo elettorale, loro invece vengono giudicati dai propri superiori, ma debbo evidenziare come da martedì ad oggi non c’è stato alcun intervento in tal senso, segno evidente che si riconoscono in ciò che egli ha detto…” – ha chiosato sibillino.

    Sottolineando quel silenzio assordante della Chiesa locale, ed in primis del vescovo, padre Giuseppe Fiorini Morosini, che non ha fin qui rilasciato alcuna dichiarazione ufficiale in merito alla triste vicenda che ha riaperto vecchie ferite, forse mai del tutto sanate, nella comunità dei fedeli bivongesi, finiti nel dimenticatoio per un anno e mezzo circa. Salvo poi risvegliarsi come in un incubo per una storia mai fino in fondo chiarita. Spiegata. Risolta.

    “Osservo, infine, come questa persona non abbia seguito nemmeno l’esempio del cosiddetto “Elogio del silenzio”, rimarcato con autorevolezza da “Famiglia Cristiana” – ha epilogato Ernesto Riggio –noi non abbiamo mai dissentito né abbiamo parlato a favore delle iniziative prese dalla parrocchia, essendo stati però dallo stesso titolare sempre attaccati in maniera ingiusta”.

    Antonio Baldari

    *tratto da “Calabria Ora” del 16 ottobre 2011

  • Don Rutigliano e la sua doppia verità

    Don Rutigliano e la sua doppia verità

    Il giovane prete pugliese dichiarato “colpevole del delitto di abuso di minore” dal Vaticano si concede ad altri mezzi di informazione ribaltando completamente le sue stesse affermazioni

    SIDERNO (RC) – Che sia il “personaggio del momento” non c’è dubbio. Il reverendo Francesco Rutigliano rimbalza ormai su ogni media possibile, con la leggerezza di un fringuello tipica della sua giovane età, all’indomani del decreto n. 197 del 20 giugno 2011, con cui il Tribunale apostolico della Congregazione per la Dottrina della Fede, di Città del Vaticano, lo ha dichiarato “colpevole del delitto di abuso di minore, con l’aggravante dell’abuso di dignità o ufficio ai danni del signor C. A. nel periodo fra il 2006 ed il 2008”.

    Una notizia trattata da questa testata giornalistica per ben due volte in prima pagina, e dando congruo spazio anche ad una sua replica, che all’ex parroco di Bivongi non è evidentemente bastata; e così, si apprende di una “intervista-fiume” concessa ad un altro quotidiano nella giornata di ieri, il cui contenuto lascia alquanto perplessi quantomeno agli occhi del lettore, allorquando lo stesso prete di origini pugliesi afferma tutto ed il contrario di tutto rispetto a quanto rilasciato al nostro collega Domenico Miceli.

    Ed invero, don Rutigliano afferma a CO che “al sottoscritto nessun tribunale civile ed ecclesiastico ha mai ascritto sentenza per condanna a mio carico il crimine di pedofilia”, negando quindi del tutto l’esistenza del sopraccitato documento, salvo poi riconoscerne la fisica presenza ad altro mezzo d’informazione, ma guardacaso omettendo per intero la dichiarazione di colpevolezza sottoscritta dal delegato Carlo Dezzuto; da Mons. Dott. Robert Deeley, assessore, ed infine da Mons. Dott. Krzysztof Nykiel, anch’egli assessore, per “ripetute molestie, baci, toccamenti, nonché atti sessuali completi avvenuti in molteplici occasioni”, che se non è definibile, questa, come “pedofilia”, proprio non si ha idea di cosa possa essere. Ma tant’è!

    Andando avanti sempre “il Nostro” asserisce di non essere stato condannato ma “congelato”, subito dopo avere rilasciato a CO l’affermazione secondo cui egli è “orgogliosamente appartenente alla diocesi di Locri, sono fuori per delle scelte condivise”, ma essendo in linea coerentemente perfetta con le disposizioni finali dello stesso decreto con cui gli è stato fatto “divieto per anni quattro, a partire dalla notifica del presente Decreto, di esercitare qualunque ministero pubblico”. Dove voglia andare a parare, il reverendo Francesco Rutigliano, non è dato sapere, certo è che se un giorno afferma un concetto per poi smentirlo domani e dopodomani pure, una gran bella figura di certo proprio non la fa.

    Antonio Baldari

    *tratto da “Calabria Ora” del 12 ottobre 2011                

  • San Nicola Manfredi, sacerdote accusato di abusi. Ascoltati altri testimoni

    San Nicola Manfredi, sacerdote accusato di abusi. Ascoltati altri testimoni

    febbraio – 10 – 2011

    E’ ripreso il processo nei confronti del sacerdote don Jesus Vasquez, già parroco di San Nicola Manfredi, accusato di molestie sessuali nei confronti di due minori nelle aule del Tribunale di Benevento.
    Tutto ebbe inizio dopo la denuncia da parte di alcuni genitori dei ragazzi che riferirono diversi episodi verificatisi tra il 2008 ed il 2009. Il sacerdote si è dichiarato innocente. Intanto ieri sono stati ascoltati altri testimoni.

  • Replica del prete pedofilo. Tratto da “Calabria Ora” del 10 ottobre 2011

    Replica del prete pedofilo. Tratto da “Calabria Ora” del 10 ottobre 2011

    “Chi insulta, calpesta, vitupera fino ad annientare la dignità umana a mezzo stampa a titolo diffamatorio è un criminale e per la legge vigente va arrestato. Contrariamente da quanto riportato a titolo cubitale “prete pedofilo”, il sottoscritto sacerdote don Francesco Rutigliano non ha mai ricevuto condanne dal Vaticano per crimini atroci di pedofilia. Nessuna Procura della Repubblica ha mai sentenziato in tal senso sul mio conto. Sono un prete mai scappato ma appartenente, orgogliosamente (tale è dimostrato dal sostentamento clero) alla diocesi di Locri. Attualmente sono fuori diocesi per conto della diocesi, come accade per qualsiasi sacerdote per un percorso di studio motivato da scelte condivise.

    Provo ignobile e di squallore inenarrabile l’azione criminogena dell’utilizzo della penna alla stregua di un’arma che spara all’impazzata mortalmente e da carnefice senza scrupoli. È barbaro e vigliacco definire “prete pedofilo” chi certamente tale non è, sia perché nessun bambino della comunità di Bivongi, in cui per lunghi anni ho fatto il parroco, lo abbia mai rilevato in accusa e nella mera ipotesi di ogni sospetto, sia perché nessun tribunale civile ed ecclesiastico ha mai ascritto sentenza per condanna a mio carico il crimine di pedofilia. Chi ha ordito questa trama di carattere certamente mafioso si assumerà le proprie responsabilità perché questi… hanno dei nomi e dei volti certamente ignobili da esibire.

    Ma di quella storica vigilia certamente voglio ricordare a memoria l’arrivo del santo padre piuttosto che turbative che per l’occasione hanno umiliato la nostra terra di Calabria proprio in un momento in cui la chiesa calabrese ed il suo popolo tentavano con orgoglio e speranza di alzare la testa anelando a ben altro interesse inconciliabile per evidenza alle attitudini che umiliano e soffocano da sempre la nostra terra di Calabria condannandola all’eterna disperazione di chi ci vive piuttosto di chi ha il sogno di poterla cambiare fino a renderla grande e diversamente vivibile”.

    Don Francesco Rutigliano

    Reverendo don Rutigliano,

    così è se Le pare, pirandellianamente agevolando. Di fatto “Calabria Ora” è in possesso di documenti ufficiali licenziati dal Palazzo del Sant’Uffizio, in data 20 giugno 2011, dai quali si evince chiaramente che Lei venne accusato in data 12 giugno 2009, davanti al Tribunale della Congregazione per la Dottrina della Fede “per abuso di minori avvenuto a danno del signor A. C. nel periodo fra il 2006 e il 2008” e che, a conclusione del processo tenutosi, Lei è stato “dichiarato colpevole del delitto di abuso di minore, con l’aggravante dell’abuso di dignità o ufficio”.

    An. Ba.

  • Don Rutigliano, è la fine di un incubo

    Don Rutigliano, è la fine di un incubo

    Reazioni di grande soddisfazione nella cittadina apprendendo la notizia della condanna dell’ex sacerdote per il reato di abuso di minore. No comment da parte delle istituzioni

    BIVONGI (RC) – Giornata uggiosa di battistiana memoria per il decreto della Congregazione per la Dottrina della Fede, licenziato dal Palazzo del Sant’Uffizio in data 20 giugno 2011, con cui don Francesco Rutigliano è stato dichiarato “colpevole del delitto di abuso di minore, con l’aggravante dell’abuso di dignità o ufficio”; su Bivongi e Pazzano, cittadine della vallata dello Stilaro dove il giovane sacerdote di Altamura, in provincia di Bari, ha esercitato il ministero sacerdotale per circa tre anni e mezzo, le nuvole sgomitano a più non posso sin dalle prime ore del mattino, con il sole a far capolino di qua e di là, salvo poi cedere il passo ad una discreta pioggerellina che cade giù quasi in punta di piedi.

    Una lotta atmosferica, insomma, che costituisce il più naturale preludio a ciò che di lì a poco si andrà a vivere, con la gente che puntualmente si rimette in moto non prima di un’abbondante colazione ed una rapida occhiata alle notizie più importanti dei quotidiani regionali: ed a quel punto non può sfuggire quel “Il prete molestatore sparito era a processo in Vaticano”, con cui Calabria Ora ha inteso aprire l’edizione di sabato. Ed il cornetto che quasi va di traverso, andando poi ad approfondire l’impatto forte con il titolo e rendendosi conto che si parlava proprio di lui. Dell’ex parroco. Molto ex, per la verità, essendo circa due anni che non si fa più vedere da queste parti ma anche e soprattutto per delle precise disposizioni della diocesi di Locri-Gerace.

    Pian pianino, come in una sorta di “effetto domino”, a cascata, il tam tam dello “scoop” del giorno contagia i due paesi e, per esteso, l’intero comprensorio della Locride. Sgomento. Sbigottito. Quasi tramortito per questo scandalo, altrimenti appellato “pedofilia”, che si è originato anche a queste latitudini, dove magari mai e poi mai si pensava si potesse arrivare a tanto. Cosa che invece è venuto per quel “delitto”, come è stato definito nel documento ufficiale all’uopo formato dal Tribunale apostolico, commesso ai danni di C. A., da don Francesco Rutigliano, nel periodo fra il 2006 e il 2008, con le accuse portate in luce il 12 giugno del 2009 ed avendo riguardo “a ripetute molestie, baci, toccamenti, nonché atti sessuali completi avvenuti in molteplici occasioni” – si legge senza fraintendimento alcuno.

    Nel breve volgere di poche ore la notizia viene assimilata “Ed è la fine di un incubo – si lascia scappare un giovane all’uscita dall’edicola bivongese, alle prese con la rapida lettura dei pezzi in questione – anche se negli ultimi tempi tutto questo lo si diceva con molta convinzione…”; già, lo si diceva in modo ripetuto. E quasi del tutto convinti che tutto ciò fosse vero. Ma senza averne le carte a disposizione. Che ora, invece, ci sono. Eccome se ci sono! E dicono molto di più di cui si è messo per iscritto per tramite di questa testata giornalistica.

    Ad ogni modo si prova a sentire qualcuno fra le istituzioni civiche. Ma nessuno sembra essere disponibile. Tantomeno i rappresentanti della Chiesa locale, che si lecca le ferite di questa brutta botta. Su cui ci sarà molto da lavorare per recuperare quella credibilità che inevitabilmente viene a diminuire. “No comment”. È questo la laconica frase di chiunque abbia appreso la notizia. Perché non ci si vuole esporre. Per niente. Del resto, proprio a Bivongi sono ancora vivi i contrasti intestini, talvolta molto accesi quasi arrivando alle mani, di svariati momenti “Che ora si chiudono per sempre, con questa sentenza ci mettiamo una volta per tutte una pietra sopra, ora basta, guardiamo avanti” – ci sorprende una signora lungo il viale nel mentre si reca ad andare a fare la spesa.

    E ne ha ben donde nel guardare avanti, così come chiunque sia stato coinvolto in questa, tristissima, vicenda che, per i prossimi quattro anni, vedrà don Francesco pregare per la vittima delle sue morbose attenzioni e per la di lui famiglia: in tal senso ha sentenziato la Congregazione vaticana e così sarà come per altre, precise, indicazioni che, se non fossero osservate, potrebbero addirittura costargli “la dimissione dallo stato clericale”.

    Antonio Baldari

    *tratto da “Calabria Ora” del 10 ottobre 2011

  • “Il mio assistito è vergine”. Ma la Congregazione ricusa l’elemento…

    “Il mio assistito è vergine”. Ma la Congregazione ricusa l’elemento…

    La difesa esibisce apposita perizia di parte ma il Tribunale non ne tiene conto spiegandone il perché

    SIDERNO (RC) – Dalle carte del processo a carico del reverendo Francesco Rutigliano, a discolpa dell’imputato, c’è un significativo passaggio in cui la difesa invoca la sua, presunta, innocenza adducendo dei motivi di carattere…anatomico! Nel senso più stretto del termine, in considerazione del fatto che si vorrebbe dimostrare “l’integrità del frenulo del pene dell’accusato invocando il fatto come indice della sua verginità” – si legge in maniera netta ed inequivocabile al capo g) del punto 3.

    Una singolare evidenziazione che però non turba più di tanto il costituito Tribunale atteso che “Questo elemento va però ricusato – si precisa con dovizia di dettagli – perché è facilmente riscontrabile nella letteratura medica che la lacerazione del frenulo non è un evento contestuale ad ogni primo rapporto sessuale: anzi, se i rapporti – anche anali – avvengono senza foga o con opportune precauzioni, essa potrebbe non verificarsi mai”.

    Un particolare, questo, di non poco conto che la Congregazione della Dottrina della Fede fermamente respinge anche quando si adduce circa “i segni particolari sul corpo dell’accusato debbano essere stati necessariamente notati dal presunto abusato, il quale ha invece affermato di non aver mai notato detti segni” – dando ulteriormente spazio all’analisi anatomica di cui sopra.

    Che si intreccia ancora una volta con la sudditanza psicologica nei confronti dell’accusato, per parte dell’adolescente C. A., tendente a legare a sé le persone nell’ambito del ministero pastorale “un lungo vagabondaggio vocazionale, con assenza di una verifica costante ed approfondita del percorso di maturazione da parte di formatori e direttori spirituali e forte di rischio di autoreferenzialità – scrive per esteso il Tribunale ecclesiastico – il bisogno di sentirsi costantemente confermato dall’approvazione degli altri, le affermazioni di autorità effettuate mediante l’esibizione di amicizie potenti o altolocate, che depongono nella direzione di un quadro di debolezza e fragilità personale dell’accusato, profilo di un bisogno di relazioni impari vissute in maniera totalizzante”.

    Antonio Baldari

    *tratto da “Calabria Ora” dell’8 ottobre 2011    

  • Pedofilia: prete abusa di un minore. Il Vaticano: “E’ colpevole”

    Pedofilia: prete abusa di un minore. Il Vaticano: “E’ colpevole”

    SIDERNO (RC) – “Con il presente Decreto, il Rev. Rutigliano è dichiarato colpevole del delitto di abuso di minore, con l’aggravante dell’abuso di dignità o ufficio, commesso nei confronti del Sig. C. nel periodo fra il 2006 e il 2008”. Questa è la dicitura per esteso posta al capo a) del punto 4., dell’ultima pagina del documento, licenziato dal Palazzo del Sant’Uffizio, in data 20 giugno 2011, con cui si è portato a conclusione il processo a carico di don Francesco Rutigliano, ex parroco di Bivongi e Pazzano, ridenti cittadine dell’Alto jonio calabrese ed insistenti nell’area ecclesiastico-giurisidizionale della diocesi di Locri-Gerace, nella provincia di Reggio Calabria; una sentenza di condanna per il 36enne sacerdote, originario di Altamura, in provincia di Bari, di cui si viene a conoscenza proprio nelle ore immediatamente precedenti la visita del Santo Padre, Benedetto XVI, in terra di Calabria…

    Gli abusi avrebbero inizio già intorno al 2004 prima dell’ordinazione diaconale…

    Si parte subito in quarta con questa sentenza, destinata a segnare ulteriormente uno spartiacque nella lotta alla pedofilia per quanto riguarda il Vaticano. Il numero di protocollo è il 197 del 2009 e reca l’intestazione ufficiale della “Congregatio Pro Doctrina Fidei”. E prende l’abbrivio con il punto 1, capo a), con il quale si attesta che “Il Rev. Francesco Rutigliano, del Clero della Diocesi di Locri-Gerace, nato il 13 dicembre 1974 ed ordinato sacerdote il 30 settembre 2006, venne accusato davanti a questo tribunale per abuso di minore in data 12 giugno 2009, a danno del signor C. A., nel periodo fra il 2006 e il 2008 – si legge nell’anzidetto documento – le accuse riguardavano ripetute molestie, baci, toccamenti, nonché atti sessuali completi avvenuti in molteplici occasioni, con l’aggravante dell’abuso di dignità o di autorità. Gli abusi avrebbero avuto inizio già intorno al 2004, prima dell’ordinazione diaconale dell’accusato”.

    Affermazioni forti sottoscritte dal delegato, dott. Carlo Dezzuto; Mons. Dott. Robert Deeley, in qualità di assessore e Mons. Dott. Krzysztof Nykiel, anch’egli assessore, nel porre il caso de quo. Che poi comincia a sciorinarsi sostenendo che si è dato “luogo ad un processo amministrativo penale mediante la raccolta e l’esibizione di prove documentali e testimoniali, nonché con l’audizione diretta e il confronto fra presunta vittima e accusato – si apprende – nell’esame degli atti, anche senza considerare le testimonianze raccolte il denunciante è coerente e concorde nel descrivere in modo preciso i comportamenti del Rev. Rutigliano nei propri confronti, ribadendo particolari anche minuti”…

    Divieto assoluto ad esercitare qualunque ministero pubblico per il periodo di quattro anni…

    Nel corso del processo sono risultati “Chiaramente dimostrate la fragilità e l’instabilità emotiva, psicologica ed esistenziale di C. A. presunta vittima, che attraversava una fase adolescenziale resa particolarmente delicata dal contesto famigliare e culturale in cui si collocava la sua esistenza – si asserisce al capo c) del punto 3. – che la difesa non smentisce ma anzi ne conferma la vulnerabilità, conferendo credibilità al quadro in cui gli abusi possono essersi verificati”.

    Da cui si è di riflesso addivenuti alla conclusione che “Si impone dunque al Rev. Rutigliano – sotto la diretta responsabilità del Vescovo diocesano – il divieto per anni quattro, a partire dalla notifica del presente Decreto, di esercitare qualunque ministero pubblico. Rimane unicamente consentita la celebrazione in forma privata della S. Messa – si prosegue – nello stesso periodo in cui egli si sottoponga ad un adeguato percorso psicologico di durata quadriennale, di cui verrà data tramite il Vescovo diocesano relazione annuale a questa Congregazione, mirante al consolidamento della maturità psico-affettiva e vocazionale del chierico”.

    Ma non solo, come per la famosa “legge del contrappasso” di dantesca memoria, nel paragrafo conclusivo del testo licenziato dalla Congregazione della Dottrina e della Fede, si dice ancora che “Egli è tenuto alla celebrazione di dodici S. Messe (con cadenza mensile, per un anno) a favore della vittima e della sua famiglia – si epiloga con il sopraccitato documento – in caso di inosservanza delle misure sopra indicate, al reo potranno essere inflitte pene più gravi, non esclusa la dimissione dallo stato clericale”.

    Quel 17 febbraio del 2010 quando lasciò per sempre Bivongi e Pazzano…

    A margine della predetta sentenza di colpevolezza di don Francesco Rutigliano, balza particolarmente alla mente quel 17 febbraio 2010, giorno in cui il giovane prete lasciò per sempre le comunità dei fedeli di Bivongi e Pazzano: un addio nato nella mestizia, a fare da contraltare al giubilo di giustappunto cinque anni fa, l’8 ottobre 2006, allorquando ad una sola settimana dall’ordinazione sacerdotale, venne intronizzato quale nuovo parroco dei due sodalizi socio-religiosi.

    Quel giorno di un anno e mezzo fa, ironia della sorte, era il “Mercoledì delle Ceneri”, notoriamente rivolto alla conversione. Ed al pentimento invitando a “credere al vangelo”. Quel giorno egli se ne andò nella più completa solitudine, senza che nessuno dei suoi superiori fosse presente. E senza che venisse indicato alla comunità il suo sostituto, don Enzo Chiodo, che arrivò “soltanto” nove mesi dopo…Cosa che, col senno di poi, fa riflettere. E non poco sulla piega che l’amara vicenda stava nel frattempo prendendo…

    Antonio Baldari

    *tratto da “Calabria Ora” dell’8 ottobre 2011