Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Pedofilia nella chiesa, una vittima: «Ratzinger era informato, gli spedii i documenti»

    Pedofilia nella chiesa, una vittima: «Ratzinger era informato, gli spedii i documenti»

    di Franca Giansoldati

    CITTÀ DEL VATICANO – «In Vaticano continuano a dire bugie. Mi rincresce ripeterlo ma sono testimone del fatto che l’allora cardinale Ratzinger conosceva benissimo quello che a noi vittime di padre Maciel Marcial Degollado era accaduto già negli anni Novanta. Così come Giovanni Paolo II e i suoi collaboratori a cominciare dall’allora segretario di Stato, cardinale Sodano. Le regole che applicava allora la Chiesa erano di spostare, coprire, insabbiare i pedofili. Delle vittime importava poco. Nel 1998 ho fatto avere alla Congregazione della Fede, allora guidata proprio da Ratzinger, un pacco di documenti, compreso prove registrate da un notaio. Insomma certificazioni. Le carte pesavano un chilo e mezzo, ancora me lo ricordo, perché per spedirle dal Messico le dovetti pesare. Posso provare quello che dico. E sempre nel 1998 parlammo con l’allora numero 3 della Congregazione implorando l’apertura di processo canonico (che non fu mai aperto)».

    José Barba-Martin parla da Città del Messico, oggi ha 82 anni, è un ex professore che ha insegnato ad Harvard. E’ stato un ex seminarista violentato per anni da padre Maciel, potentissimo fondatore dei Legionari di Cristo. «Era il Male assoluto quell’uomo». Documentare decenni di abusi sessuali e psicologici non è stato facile, né per lui, né per gli altri ex legionari che scoperchiarono la vita criminale del capo di uno degli ordini religiosi più potenti, amico personale di Wojtyla al quale mandava fiumi di denaro per la Polonia. Un violentatore seriale che non risparmiò nemmeno i figli avuti da una donna messicana alla quale fece credere di essere un agente della Cia sotto copertura. In Vaticano ebbe ottime coperture a suon di dollari.

    PRASSI
    Josè Barba Martin ripercorre gli ultimi fatti mettendo in evidenza che solo nel 2005 il cardinale Ratzinger fece fare una indagine. «C’era un evidente tappo più in alto. Giovanni Paolo II non volle fare nulla. Conservo ancora la ricevuta postale del 2002 relativa ad un plico di documenti consegnati al cardinale Stanislaw Dziwisz, nel Palazzo Apostolico. Altri documenti furono inoltrati dalla nostra avvocatessa. Sentire che l’allora Papa Giovanni Paolo II non ha mai saputo nulla, così come non sapeva nulla Ratzinger di quello che accadeva attorno lo ritengo una offesa assai dolorosa».

    Davanti ai casi di pedofilia la Chiesa in passato preferiva guardare altrove calpestando le vittime. Vi è una lettera inviata nel 1982 da un vescovo americano, John Cummins, alla Congregazione della fede, per denunciare un prete della sua diocesi che aveva commesso abusi e che, di conseguenza, andava rimosso. Cummins ricevette una risposta solo tre anni dopo, il 6 novembre 1985. Portava la firma dell’allora Prefetto Ratzinger che lo informava che il tribunale non riteneva di rimuovere il prete nonostante gli argomenti presentati, che si riteneva necessario considerare il bene della Chiesa Universale, che occorreva più tempo per valutare. La lettera terminava con questa frase: «Nel frattempo l’eccellenza vostra non dovrà mancare di fornire al denunciante la maggior cura paterna possibile e spiegare allo stesso la logica di questo tribunale, che è abituato a procedere tenendo in considerazione il bene comune». La logica era chiara: prima si doveva proteggere l’istituzione. «Le vittime come me erano dei fantasmi».

    SANTITÀ
    Il caso mostruoso di Maciel ciclicamente affiora e ancora oggi è soggetto ad una sorta di cortina fumogena poiché tira in ballo Wojtyla, nel frattempo proclamato santo da Papa Francesco forse troppo in fretta. Maciel fu punito ma in modo molto soft solo da Papa Benedetto XVI nel 2006. Visto che era ottantenne e malato non venne mai dimesso dallo stato clericale. Fu solo invitato a ritirarsi a vita privata e non fare celebrazioni in pubblico. Nel 2008 è morto in una clinica in Florida circondato da alcuni sacerdoti, dalla seconda moglie Norma e dalla figlia Normita. Il suo curriculum resta spaventosamente nero, una macchia notevole per la Chiesa. «Una sessantina di vittime accertate, tra cui io e gli altri miei compagni con i quali intraprendemmo questa dolorosa operazione verità negli anni Novanta».

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/vaticano_pedofilia_chiesa_ratzinger_sapeva_jose_barba_martin_messico_news_cosa_e_successo-6455022.html

  • Preti pedofili, la Chiesa tedesca nella bufera. Ratzinger sotto accusa

    Preti pedofili, la Chiesa tedesca nella bufera. Ratzinger sotto accusa

    Un nuovo rapporto sugli abusi sessuali commessi dal clero nell’arcidiocesi di Monaco di Baviera, reso noto ieri, mette direttamente sotto accusa il papa emerito Benedetto XVI: secondo l’indagine, quando Ratzinger era arcivescovo di Monaco, avrebbe coperto quattro preti pedofili, consentendo loro di continuare a esercitare il ministero, nonostante fosse a conoscenza delle loro colpe.

    DALLA CITTÀ DEL VATICANO, dove risiede dopo le dimissioni da pontefice, Ratzinger respinge «rigorosamente» ogni responsabilità, attraverso una dichiarazione inviata agli estensori del rapporto, i quali però la ritengono «non credibile». «Nei prossimi giorni esaminerà con la necessaria attenzione il testo», spiega monsignor Georg Gänswein, segretario particolare di Ratzinger, e aggiunge: «Il papa emerito, come ha già più volte ripetuto durante gli anni del suo pontificato, esprime il turbamento e la vergogna per gli abusi sui minori commessi dai chierici, e manifesta la sua personale vicinanza e la sua preghiera per tutte le vittime». La Santa sede per ora tace e, tramite il direttore della sala stampa vaticana, Matteo Bruni, fa sapere che verrà data «la giusta attenzione al documento di cui al momento non conosce il contenuto. Nei prossimi giorni ne prenderà visione e potrà opportunamente esaminarne i dettagli». Anche la Chiesa tedesca resta in silenzio, parlerà la prossima settimana.

    AL DI LÀ DEL COINVOLGIMENTO di Ratzinger, il quadro che emerge dal rapporto commissionato due anni fa dalla stessa arcidiocesi di Monaco-Frisinga e realizzato dallo studio legale Westphal Spilker Wastl, visionando documenti finora riservati e interpellando vittime e testimoni, è tragico. Un «bilancio dell’orrore», lo definiscono gli avvocati che hanno presentato l’inchiesta, un volume di 1.900 pagine. Sono 497 le persone che, fra il 1945 e il 2019, hanno subito abusi e violenze sessuali all’interno della diocesi. Si tratta in maggioranza di giovani maschi, ma ci sono anche molte donne. Le vittime sono per lo più minorenni, il 60% dei quali di età compresa fra gli otto e i quattordici anni. Tuttavia secondo l’avvocata Marion Westphal i numeri sarebbero molto più alti. I responsabili individuati sono 235: 173 preti, 9 diaconi, 5 incaricati pastorali e 48 impiegati nel settore scolastico (insegnanti, educatori, personale vario). Molti di loro, denuncia Westphal, hanno proseguito a esercitare il loro ministero e i loro incarichi anche se riconosciuti colpevoli: «C’è stato un insabbiamento sistematico per tutelare l’istituzione ecclesiastica». Risulta coinvolto anche l’attuale arcivescovo di Monaco, il cardinale Reinhard Marx, accusato dal rapporto di aver coperto due casi di preti pedofili. Marx a maggio scorso aveva presentato le proprie dimissioni a papa Francesco, denunciano la «responsabilità della Chiesa per la catastrofe dell’abuso sessuale», ma Bergoglio le aveva respinte.

    RATZINGER, ARCIVESCOVO di Monaco-Frisinga fra il 1977 e il 1982, prima di essere chiamato a Roma da papa Wojtyla a guidare la Congregazione per la dottrina della fede (l’ex Sant’Uffizio) e poi di essere eletto egli stesso pontefice (2005-2013), è accusato di «cattiva condotta» in quattro casi, cioè di non aver intrapreso nessuna azione nei confronti di preti pedofili di cui conosceva i comportamenti. Martin Pusch, uno degli avvocati dello studio legale che ha realizzato il rapporto, spiega che a due preti, pur essendo stati sanzionati penalmente, Ratzinger ha permesso di continuare a esercitare il ministero, senza nessun provvedimento canonico nei loro confronti. Un altro caso riguarda don Peter Hullermann, che aveva già commesso abusi su minori nella diocesi di Essen e poi è stato trasferito a Monaco di Baviera nel 1980 – ma Ratzinger ha negato di essere stato presente all’incontro in cui si è deciso questo trasferimento in quella che allora la sua diocesi –, dove ha compiuto altri abusi (ed è stato poi condannato penalmente nel 1986). Infine un quarto caso di un prete condannato da un tribunale non tedesco e poi accolto a Monaco, sempre nel periodo in cui l’ex papa era arcivescovo della diocesi.

    «IL PAPA EMERITO Benedetto XVI ha negato qualsiasi illecito da parte sua», dice Pusch. Ratzinger ha sostenuto di «non essere a conoscenza dei fatti» e «che non vi erano elementi rilevanti ai sensi del diritto canonico e penale». Ma, conclude l’avvocato, queste affermazioni di mancanza di conoscenza sembrano «difficili da conciliare» con quanto emerso dai documenti.

    https://ilmanifesto.it/preti-pedofili-la-chiesa-tedesca-nella-bufera-ratzinger-sotto-accusa/

  • Gli spergiuri del Papa Emerito – Sia in Germania che in Italia

    Gli spergiuri del Papa Emerito – Sia in Germania che in Italia

    Nelle settimane scorse un’inchiesta di Die Zeit aveva criticato l’operato di Benedetto XVI, ai tempi in cui era arcivescovo di Monaco e Frisinga. Secondo il giornale ci sono prove del fatto che abbia coperto un prete pedofilo.

    Dal Vaticano immediata la smentita del suo segretario, mons. Georg Gaenswein: «L’affermazione che egli fosse a conoscenza degli antefatti», ovvero accuse di abusi sessuali, «al momento dell’ammissione del padre Peter Hullermann è falsa. Di tali fatti precedenti non aveva alcuna conoscenza».

    Per i media italiani, tranne pochissimi, la notizia è quella che il Papa Emerito respinge le accuse, nei fatti neppure avanzate da vittime o associazioni, ma da una Commissione d’inchiesta condotta dallo studio legale Westpfahl Spilker Wastl.

    Par davvero strano nessuno ricordi la recentissima storia del Papa Emerito (poi dimesso), che nel 2004 (prima di diventare papa) fu trascinato in tribunale da un avvocato di Houston (Texsas) per intralcio alla giustizia. Nel 2005, diventato Papa, uscì da quel processo, reclamando in quanto capo di Stato, l’immunità.

    Pare strano pure, che nessuno ricordi il suo coinvolgimento in casi italiani, come quello di don Nello Giraudo a Savona, quello di don Pietro Tosi a Ferrara (dal cui stupro nacque Erik Zattoni) oppure quello dell’Istituto cattolico per bambini sordi Provolo di Verona, fu proprio il suo papato a volere la commissione di inchiesta nel 2010, che però finì nel nulla insieme al caso di don Nicola Corradi, poi condannato in Argentina a 42 anni di carcere per altri stupri, sempre su bambini sordi dell’Istituto Provolo, questa volta quello sudamericano, al quale Ratzinger lo lasciò a capo.

    Giornalisticamente oggi, limitare al fatto che il Papa emerito ha respinto le accuse di Monaco dimenticando la sola cronaca scritta ieri, da chi oggi pare avere un buco nero nella mente, trovo sia davvero di cattivo gusto ed offensivo per il pubblico, quasi preso per stupido da chi invece dovrebbe illuminarlo.

    Zanardi

  • Attesa per il dossier sugli abusi compiuti nella diocesi di Ratzinger

    Attesa per il dossier sugli abusi compiuti nella diocesi di Ratzinger

    AGI – Sarà pubblicato giovedì 20 gennaio il rapporto sugli abusi commessi dal clero in Germania, nella diocesi di Monaco di Baviera, in un periodo molto vasto dal 1945 al 2019.

    Un dossier choc che la stessa arcidiocesi tedesca, che l’ha commissionato, definisce “una pietra miliare nell’ulteriore processo di gestione degli abusi sessuali nell’arcidiocesi”.

    In rassegna quindi la gestione dei vari arcivescovi che si sono susseguiti alla guida della diocesi, tra questi anche Joseph Ratzinger, dal 1977 al 1982.

    Ma il report riguarderà anche i ministeri di Michael von Faulhaber, Joseph Wendel, Julius Doepfner, Friedrich Wetter e Reinhard Marx.

    Proprio il cardinale Marx l’anno scorso presentò le sue dimissioni a Papa Francesco (che le rifiutò) proprio riguardo alla “catastrofe” degli abusi sessuali compiuti da uomini di Chiesa nei decenni scorsi in Germania.

    L’arcidiocesi di Monaco e Frisinga ha organizzato una conferenza stampa per il 27 gennaio per commentare il report.

    Il dossier è stato commissionato dall’arcidiocesi allo studio legale Westpfahl Spilker Wastl nel febbraio 2020 e dovrebbe anche indicare se i responsabili hanno soddisfatto i requisiti legali e le linee guida della Conferenza episcopale tedesca e se hanno agito in modo appropriato nel trattare casi sospetti e possibili autori.

    Nel dicembre 2010 l’arcidiocesi di Monaco e Frisinga è stata la prima diocesi tedesca a pubblicare un primo report. Ora però, sottolinea, si sono aggiunte nuove denunce.

    E con la pubblicazione del nuovo dossier sugli abusi nell’arcidiocesi di Monaco, nasce un nuovo centro di contatto e consulenza per le vittime.

    Psicologi e psicoterapeuti, con molti anni di esperienza nei servizi di consulenza dell’arcidiocesi, alcuni dei quali specializzati sulle questioni relative agli abusi sessuali, saranno disponibili dal lunedì al sabato nelle prime due settimane dopo la pubblicazione, a partire dal 20 gennaio, dalle ore 9 alle ore 20.

    La pubblicazione del dossier dovrebbe far luce sull’operato di Joseph Ratzinger, negli anni in cui era arcivescovo di Monaco e Frisinga.

    Il settimanale tedesco Die Zeit in questi giorni ha accusato il Papa emerito di aver coperto le azioni di Peter H., prete pedofilo che ha abusato, tra il 1973 e il 1996 di 23 ragazzi dagli 8 ai 16 anni, in veste di cappellano e di parroco.

    Le accuse a Ratzinger riguardano anche gli anni in cui era prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede (1982-2005), organismo vaticano che si occupa proprio di casi di delicta graviora.

    Die Zeit scrive di un decreto extragiudiziale del tribunale ecclesiastico dell’arcidiocesi di Monaco datato 2016. Padre Peter H. fu condannato a pagare una somma alla fondazione per bambini Tabaluga.

    Ma il suo agire non fu fermato. Anzi, secondo il settimanale tedesco nel 1980, Peter H. venne trasferito dalla diocesi di Essen a Monaco.

    Il decreto della diocesi menziona direttamente il Papa emerito spiegando che, sebbene conoscesse la storia del sacerdote che aveva commesso le violenze, “lo accettò e lo insediò nella propria arcidiocesi”.

    Monsignor Georg Gaenswein, segretario di Benedetto, ha risposto però alle accuse di Die Zeit facendo sapere che la ricostruzione del settimanale è errata. 

    “L’affermazione che fosse a conoscenza dei precedenti al momento in cui è stata presa la decisione di ammettere il sacerdote H. nell’arcidiocesi di Monaco, è falsa”, ha affermato monsignor Gaenswein.

    https://www.agi.it/estero/news/2022-01-18/pedofilia-attesa-per-dossier-su-abusiin-diocesi-di-ratzinger-15276186/

  • Monaco di Baviera: in arrivo il rapporto sugli abusi. Ratzinger nella bufera

    Monaco di Baviera: in arrivo il rapporto sugli abusi. Ratzinger nella bufera

    Ludovica Eugenio 40929 MONACO-ADISTA. Joseph Ratzinger, quando era vescovo di Monaco, non sapeva nulla del caso del prete pedofilo Peter H., attivo nella sua diocesi, quindi non è responsabile: lo afferma il suo segretario personale, mons. Georg Gänswein. Ma secondo gli esiti di un’inchiesta del settimanale tedesco Die Zeit (2/2022) la verità è un’altra: Ratzinger sapeva eccome, ma non ha fatto nulla. E poco o nulla hanno fatto i suoi successori a Monaco, compreso il card. Reinhard Marx: la parola definitiva verrà dalla ormai prossima pubblicazione (prevista per il 20 gennaio) dei risultati di un’indagine indipendente dello studio legale di Monaco Westpfahl Spilker Wastl, svolta con lo scopo di chiarire se gli arcivescovi di Monaco e Freising e i loro dipendenti tra il 1945 e il 2019 abbiano insabbiato casi di abusi sessuali, permettendo che gli autori continuassero indisturbati o trattato le vittime in modo non adeguato. L’indagine, voluta dall’attuale arcivescovo di Monaco card. Reinhard Marx, riguarda ovviamente anche quest’ultimo, così come il suo predecessore, il card. Friedrich Wetter, e il predecessore di questi, Joseph Ratzinger, a capo della diocesi dal 1977 al 1982. D’altronde, Marx nel giugno scorso aveva dato le dimissioni da vescovo – poi rifiutate da papa Francesco (v. Adista online, 4/6/21) – perché sapeva di non essere stato impeccabile nella gestione dei casi di abuso: intendeva «assumersi la corresponsabilità relativa alla catastrofe dell’abuso sessuale perpetrato dai rappresentanti della Chiesa negli ultimi decenni». Le indagini e le perizie degli ultimi dieci anni, dichiarava, «mi dimostrano costantemente che ci sono stati sia dei fallimenti a livello personale sia errori amministrativi, ma anche un fallimento istituzionale e “sistematico” ». Tutto sembrerebbe dargli ragione, e non è affatto escluso, come egli stesso ha anticipato accettando di continuare il suo mandato, che in futuro, non potendo più «svolgere questo servizio», possa decidere «per il bene della Chiesa e di presentare nuovamente le mie dimissioni» (v. Adista online 25/7/21). A giudicare dalle anticipazioni nell’inchiesta di Die Zeit, si sta preparando il prossimo terremoto nella Chiesa tedesca.

    Il caso Peter H. e le responsabilità della gerarchia

    In questo contesto, il caso del prete Peter H. è di particolare rilevanza: costui, tra il 1973 e il 1996, come giovane cappellano e poi parroco nella zona della Ruhr, ha abusato di almeno 23 ragazzi dagli 8 ai 16 anni; godeva di particolare credito e fiducia, e la gerarchia non ha fatto nulla per fermarlo.

    Die Zeit racconta come la Chiesa abbia condotto un suo procedimento penale amministrativo nei suoi confronti del prete, conclusosi con un “decreto extragiudiziale” di 43 pagine del tribunale ecclesiastico dell’arcidiocesi di Monaco e Frisinga, emesso il 9 maggio 2016 e firmato dal capo del tribunale ecclesiastico di Monaco, Lorenz Wolf. Peter H. fu condannato a pagare una somma alla fondazione per bambini Tabaluga. Gli fu risparmiata la pena massima, il “licenziamento” dal clero.

    Il documento del tribunale afferma che vescovi e vicari generali a Monaco ed Essen – diocesi originaria del prete – non sono stati all’altezza della loro «responsabilità verso i bambini e i giovani affidati alla loro cura pastorale». Il nome di Ratzinger viene fuori più volte, poiché durante il suo mandato come arcivescovo, Peter H. si trasferì da Essen nell’arcidiocesi di Monaco, dove abusò di nuovo di ragazzi. Dal decreto si evince che pur essendo l’allora arcivescovo e cardinale Joseph Ratzinger e il suo Consiglio episcopale a conoscenza della situazione relativa all’ammissione a Monaco di Peter H, non fu avviata da Ratzinger né dal suo successore un’indagine preliminare, e nemmeno un procedimento penale ecclesiastico. Ma Gänswein, alla domanda di Die Zeit se Ratzinger fosse a conoscenza del caso, risponde: «L’affermazione che fosse a conoscenza dei precedenti (accuse di violenza sessuale) al momento in cui è stata presa la decisione di ammettere il sacerdote H. è falsa. Non era a conoscenza del suo background». Il che, se fosse vero, sarebbe comunque grave. Ma alla domanda se Ratzinger non abbia fatto nulla dopo l’ingresso in diocesi di Peter H., nel 1980, Gänswein non risponde. Eppure, quando nel 1982 divenne prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, Ratzinger, che doveva ormai essere a conoscenza del caso, non fece nulla e non chiese nulla al suo successore. Insomma: se Ratzinger non aveva denunciato il caso a Roma da Monaco, avrebbe dovuto almeno richiederlo da Roma a Monaco.

    Peter H. fu inviato da Essen a Monaco nel 1980 con una diagnosi di “Disturbo narcisistico di base con pedofilia ed esibizionismo”. Venne assegnato a una scuola femminile, su consiglio dei superiori, dal Consiglio episcopale. Nel 1982 venne spostato a Grafing e salutato con grandi elogi per aver «triplicato il numero dei chierichetti in due anni». Anche nella nuova destinazione compì abusi, ma venne sostenuto dal successore di Ratzinger, Wetter, e dal suo vicario generale Gruber, che con un’espressione contorta affermo che «senza pubblicità particolare, il suo riutilizzo altrove non è assolutamente impossibile». Ciononostante, nel 1986 H. fu dichiarato colpevole di aver abusato di undici ragazzi di età compresa tra 13 e 16 anni. Il tribunale distrettuale di Ebersberg lo condannò a 18 mesi di libertà vigilata e a una multa di 4.000 marchi tedeschi. Una settimana dopo, il cardinale Wetter e il vicario generale Gruber decisero di reintegrarlo: nel 1987 è viceparroco nel paesino di Garching an der Alz, dovrà continuerà a vivere per i successivi 21 anni. Nuove accuse di abusi arrivano nel 2006 da un ex chierichetto abusato 30 anni prima, Wilfried Fesselmann, ma solo nel 2010 emerge che gli atti per cui è accusato, prescritti dal diritto penale, sono ancora perseguibili dal diritto canonico. Peter H. rilascia una confessione parziale; nel frattempo, Monaco ha dal 2008 un nuovo arcivescovo: Reinhard Marx.

    Il sacerdote venne nuovamente esaminato da uno psichiatra dalla fama piuttosto controversa, Friedemann Pfäfflin, secondo il quale H. non era un pedofilo, ma un efebofilo che dopo il 1986 non aveva più avuto ricadute: un errore, come poi si scopre. Il decreto di Wolf afferma: «In conclusione, l’esperto non vede restrizioni necessarie per quanto riguarda l’ulteriore utilizzo del pastore H. nel servizio ecclesiastico».

    Salvate papa Ratzinger

    Nel 2008 l’arcidiocesi era dunque pienamente a conoscenza della confessione parziale di H., ma invece di applicare il diritto canonico e avviare un’indagine, Marx trasferisce il prete nella cittadina bavarese di Bad Tölz: è il terzo cardinale a non fermarlo. Nel 2010, quando lo scandalo degli abusi sessuali perpetrati dal clero esplode in Germania in tutta la portata, la Congregazione per la Dottrina della Fede – guidata dal prefetto card. Gerhard Ludwig Müller – incarica Marx di «indagare scrupolosamente» le accuse contro H. Prende dunque l’avvio un’indagine preliminare canonica, ma l’investigatore, scrupolosamente, evita di andare a fondo: Wolf in seguito espresse il sospetto, nel decreto del 2016, che ci fosse stata «una notevole pressione politico-ecclesiale» sulle indagini. Nel 2010, l’arcidiocesi incaricò per la prima volta lo studio legale Westpfahl Spilker Wastl di condurre un’inchiesta, i cui dati furono sintetizzati sulla stampa in forma anonima. Responsabile, in quel momento, era già un nuovo vicario generale, Peter Beer, ora professore a Roma presso il Centro per la protezione dell’infanzia della Pontificia Università Gregoriana. E mentre Marx chiedeva alla Chiesa pentimento, purificazione e rinnovamento, a Essen, formalmente ancora la diocesi natale di Peter H., sin dal suo insediamento nel 2009 il vescovo Franz-Josef Overbeck ha cercato di affrontare i casi di abusi in modo responsabile. È lui che finalmente ordina l’allontanamento temporaneo di H., l’11 marzo 2010; nel 2012, insieme a Marx, raccomandò alla Congregazione per la Dottrina della Fede di rimuovere Peter H. dal sacerdozio. Ma anche qui, senza totale trasparenza: con un semplice atto amministrativo, senza alcun procedimento di diritto canonico. Perché? Perché il caso H. era una bomba a orologeria per Ratzinger, allora papa: lo scriveva candidamente Marx l’8 novembre 2012 in una nota di cui Die Zeit è entrata in possesso. Il caso, affermava Marx, «ha suscitato scalpore mondiale nei media perché si sospettava che l’allora arcivescovo di Monaco e Frisinga, oggi papa Benedetto XVI, avesse almeno condiviso la responsabilità della sua gestione». E «sebbene queste accuse siano state invalidate, c’è da aspettarsi che vengano riprese in caso di procedimento penale da parte della Chiesa». In sostanza: facciamola breve, in modo tale che sulla responsabilità di Ratzinger cali il silenzio.

    Il card. Müller rifiutò la scorciatoia proposta dai due vescovi tedeschi, scegliendo un’altra strada che tuttavia aveva la stessa finalità: l’arcidiocesi di Monaco, disse, deve condurre «procedimenti extragiudiziali con mezzi amministrativi». Ossia, senza sentire testimoni.

    La procedura arrivò sulla scrivania di Lorenz Wolf, che nel febbraio 2015 iniziò a lavorarci. Il 9 maggio 2016 il decreto è pronto. Soddisfatta anche la Congregazione per la Dottrina della Fede: «Il caso è chiuso e sarà archiviato», scrisse Müller il 10 aprile 2017 in una lettera a Marx contrassegnata come “strettamente confidenziale”. Il decreto non sarà pubblicato.

    La dimostrazione del fallimento

    Die Zeit ha sottoposto il decreto a due professori di diritto canonico, Norbert Lüdecke di Bonn e Bernhard Anuth di Tubinga. La loro valutazione è che esso sia stato elaborato «con cura in termini di diritto canonico. Ma in questa veste formale rappresenta anche di più, ovvero la documentazione del palese fallimento di diversi vescovi nel trattare gli atti di abuso». E Benedetto? Le sue azioni non mostrano un senso di responsabilità commisurato alla dignità dell’episcopato: «Nessun buon pastore si comporta così», dice Anuth.

    Nell’attesa della pubblicazione del rapporto Westpfahl Spilker Wastl, resta la domanda se Wolf sia stato indulgente con Peter H., recidivo e dunque meritevole della pena più grave, la dimissione dallo stato clericale. Sta di fatto che nel frattempo, l’anno scorso, il prete pedofilo ha dovuto lasciare Monaco ed è tornato nella zona della Ruhr. 74enne, ora viene regolarmente visitato da un sessuologo, uno psicoterapeuta, un assistente sociale e uno psicologo pastorale; «Si dice che raramente osi uscire per strada», scrive Die Zeit. Ma a pochi chilometri dalla casa di Peter H., l’ex chierichetto Wilfried Fesselmann ha un solo desiderio: «Suonare il campanello di H. e affrontarlo».

    https://www.adista.it/articolo/67361

  • Prete pedofilo, la diocesi chiede perizia choc in Tribunale: «Il chierichetto vittima è gay e ha provato piacere?»

    Prete pedofilo, la diocesi chiede perizia choc in Tribunale: «Il chierichetto vittima è gay e ha provato piacere?»

  • Vaticano, sempre più vescovi e cardinali trascinati in tribunale a rispondere dei preti pedofili

    Vaticano, sempre più vescovi e cardinali trascinati in tribunale a rispondere dei preti pedofili

    Città del Vaticano – Sono sempre di più i cardinali, i vescovi e gli arcivescovi chiamati dai tribunali civili in vari paesi a rispondere dei comportamenti dei propri parroci, nelle rispettive diocesi di competenza. Tra pochi giorni in Germania sarà l’arcivescovo Stefan Hesse, titolare della diocesi di Amburgo, a dover comparire davanti al tribunale di Colonia per un caso di abusi sessuali su minori da parte di un parroco. Dovrà deporre in qualità di testimone tuttavia ancora una volta c’è il sospetto che abbia vigilato poco sull’accusato. Il nodo giuridico da sciogliere resta sempre lo stesso, se la responsabilità relativa agli atti criminali di un prete – parte integrante di una organizzazione – possano ricadere in qualche misura anche sulla Chiesa locale o sulla Santa Sede per eventuali insabbiamenti o coperture.

    L’indagine diocesana sugli abusi a Colonia coinvolge il vescovo per un caso relativo agli anni 2010 e 2011. Visto che si presume che sia venuto meno ai suoi doveri non è l’unico alto funzionario diocesano ad essere convocato come testimone. Sarà ascoltato anche l’ex funzionario Günter Assenmacher. E’ la prima volta in Germania che due alti funzionari della Chiesa sono stati ascoltati come testimoni in un procedimento per abusi.

    Il caso dibattuto è piuttosto scabroso. Un prete avrebbe abusato delle tre nipoti minorenni ripetutamente in un arco temporale piuttosto lungo, dal 1993 al 1999. Solo nel 2010 il prete è stato denunciato da una nipote anche se poi avendo ritirato la denuncia la causa civile si è fermata. Il caso è rimasto in silenzio per alcuni anni e solo nel corso di una successiva indagine è rispuntato. Due anni fa il pubblico ministero ha presentato una altra denuncia contro il sacerdote anche perché nel frattempo le vittime erano aumentate. Oltre alle tre nipoti adesso vi sarebbe una altra presunta vittima, molestata nel 2011.

    Nel 2010, quando il caso fu archiviato una prima volta perchè la nipote ritirò la denuncia, la diocesi di Colonia autorizzò il sacerdote a lavorare di nuovo come cappellano in un ospedale. Evidentemente il vescovo ritenne di non dover prendere ulteriori provvedimenti. Adesso il vescovo e i funzionari sono chiamati in causa per negligenza, anche se tutto è da valutare in base alle testimonianze. I giornali tedeschi hanno sottolineato che contrariamente ai suoi doveri di capo del personale, l’arcivescovo Hesse non avrebbe comunicato a Roma il caso. Solo recentemente il funzionario è stato allontanato e l’arcivescovo ha presentato le proprie dimissioni anche se il Papa non le ha ancora accettate. Evidentemente in Vaticano si attende l’esito del processo civile. Un po’ come è accaduto con il caso di Lione del cardinale Barbarin, chiamato in causa da un tribunale per la gestione di un prete pedofilo. Il tribunale civile di Lione ha assolto in appello il cardinale dalla condanna di primo grado per «non aver denunciato» padre Bernard Preynat della sua diocesi.

    Negli Stati Uniti, invece, tra qualche settimana (3 marzo 2022) verrà giudicato l’ex cardinale Theodore McCarrick, dovrà rispondere di tre capi di imputazione per avere aggredito sessualmente un minore. Il Papa lo ha cacciato dal collegio cardinalizio e lo ha dimesso dallo stato clericale solo tre anni fa, dopo una enorme pressione della opinione pubblica americana e solo dopo aver preso visione delle accuse relative ai minori anche se sul suo conto – già dai tempi di Papa Ratzinger – circolavano voci moralmente imbarazzanti sulla sua omosessualità, visto che si portava a letto giovani seminaristi ed era notorio che da loro si faceva chiamare “Zio Ted”.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/abusi_germania_cardinale_tribunale_usa_vescovo_papa_francesco_vittime_processo-6434547.html

  • Il prete accusato di abusi Nuove intercettazioni e altre testimonianze

    Il prete accusato di abusi Nuove intercettazioni e altre testimonianze

    Il processo entra nel vivo e il prossimo 27 gennaio ci sarà il primo vero confronto tra accusa, difesa e parte civile, le presunte vittime degli abusi di cui è accusato un sacerdote siciliano, don Giuseppe Rugolo per fatti accaduti 10 anni fa a Enna, e dopo tanti anni dal deposito delle denunce, trasferito a Ferrara dove vive, studia e lavora.

    A ridosso di Natale, all’udienza del 23 dicembre, accusa e parti civili (il ragazzo e i familiari) hanno depositato documenti, intercettazioni e copia di testimonianze, che poi avevano indotto la difesa del sacerdote a chiedere tempo per studiarli: così il processo riprende il 27 gennaio prossimo quando dicevamo entrerà nel vivo il primo confronto tra le parti.

    Con la posizione della difesa del sacerdote rappresentata dall’avvocato Denis Lovison, che respinge le accuse di abusi sessuali per il prete, come del resto aveva già evidenziato il sacerdote nel lungo interrogatorio cui si era sottoposto con gli inquirenti durante le indagini.

    Ora dunque la verifica processuale, con una lunga lista testimoni, oltre una 40ina, per fatti che come recita il capo di imputazione sono avvenuto tra il 2009 e il 2011, e che avevano portato dopo le indagini la procura a chiedere e ottenere il giudizio immediato per il sacerdote davanti al tribunale di Enna. Processo che vede tra le parti, chiamati come responsabili civili, la diocesi di Piazza Armerina e parrocchia San Giovanni dove il sacerdote aveva compiti di gestione dei Crest, i campi solari estivi, prima di essere sacerdote.

    Bene, alla prossima udienza dicevano verranno verificate le intercettazioni depositate sulle quali, come avviene, la difesa chiederà una perizia, per consentire ad un tecnico di valutarne la genuinità. Fin dai primi atti di questa vicenda, don Rugolo ha ribadito di rigettare l’immagine di prete pedofilo, ma dopo le denunce e le indagini, per le accuse che gli venivano mosse, lui che nel 2019 era stato trasferito dalla Diocesi di Enna a quella di Ferrara-Comacchio, oltre un anno fa al termine delle indagini, è stato arrestato e posto ai domiciliari, qui nel Ferrarese. Ora il processo che il suo legale ribadisce essere il luogo in cui verificare le accuse a partire da dai documenti prodotti, da verificare alla prossima udienza.

  • Il vescovo di Bilbao riconosce il lavoro di EL PAÍS per indagare sulla pedofilia e gli sforzi delle vittime per denunciare

    Il vescovo di Bilbao riconosce il lavoro di EL PAÍS per indagare sulla pedofilia e gli sforzi delle vittime per denunciare

    Il vescovado di Bilbao ha preso le distanze dalla linea della Conferenza Episcopale Spagnola (CEE), che ha criticato il rapporto EL PAÍS con 251 casi di pedofilia per una presunta mancanza di rigore che “rende difficile trarre conclusioni che possano essere utilizzate per una possibile indagine ”, E in tono molto diverso questo martedì ha valorizzato il lavoro svolto da questo giornale. “Riconosciamo il lavoro svolto dal quotidiano EL PAÍS nel suo Rapporto sui casi di abuso sui minori nella Chiesa spagnola ” , ha dichiarato in una nota . “Evidenziamo in particolare lo sforzo compiuto dalle vittime che si lamentano. Condividiamo la ricerca del chiarimento di ogni caso di abuso che possa essersi verificato e che, senza dubbio, avrà come frutto la conoscenza di la verità, con un’attenzione particolare ai bisogni delle vittime e alla non ripetizione di eventi come quelli denunciati”.

    In questo senso il Vescovo di Bilbao, Joseba Segura, ha annunciato l’apertura di un’inchiesta e invita chiunque a denunciare nella sua mail possibili abusi in passato sui minori: “Ricordiamo la determinazione della diocesi, in linea con quanto contenuto nel Vangelo e costantemente citato dal Santo Padre Francesco, per conoscere, seguendo le norme vigenti, la verità dei casi che potrebbero essersi verificati, assistere le vittime e sradicare ogni tipo di abuso nella Chiesa”. Sono casi come quello di Leonor García, che ha denunciato in EL PAÍS abusi nel sanatorio di Santa Marina de Bilbao negli anni ’70. È una delle lamentele contenute nel rapporto.

    In un clima di scontro tra le diverse sensibilità della Chiesa spagnola, la diocesi di Bilbao è una delle poche che finora ha reagito pubblicamente all’inchiesta aperta dopo la consegna del dossier . Questo giornale ha inviato il suo studio al Papa il 2 dicembre e al presidente della Cee, il cardinale Juan José Omella, arcivescovo di Barcellona, ​​il 10 dicembre. EL PAÍS si è messo a disposizione delle autorità ecclesiastiche per facilitare il contatto con i denuncianti degli abusi e affinché in questo modo possano essere ascoltati e curati, ma la risposta finora è caotica e disomogenea. Ogni ordine e diocesi va per conto proprio, con modalità diverse e gradi diversi di volontà e trasparenza.

    Da parte della Chiesa non c’è nessuna iniziativa per coordinare questo compito e la Cee non ha risposto alle domande al riguardo, per chiarirlo, per una settimana. È infine questo giornale a mediare per gestire il complesso compito di mettere in contatto più di 250 denuncianti con 70 entità diverse, poiché i casi riguardano 31 diocesi e 31 ordini, a loro volta suddivisi in province autonome. La maggior parte degli ordini ha già chiesto a EL PAÍS di comunicare con le vittime, ma solo quattro diocesi hanno scritto a questo giornale per richiederlo: Zamora, Barcellona, ​​Bilbao e Orihuela-Alicante. Un quinto, Mondoñedo-Ferrol, lo ha fatto per segnalare un errore, poiché un caso attaccato alla sua diocesi apparteneva in realtà a quella di Santiago de Compostela.

    In altri paesi la Chiesa o lo Stato hanno creato una commissione d’inchiesta indipendente che accentra il lavoro, ma in Spagna la CEE si rifiuta (a differenza di Francia o Germania) e anche le istituzioni si ignorano (contro Belgio, Irlanda o Australia, che ha istituito commissioni ufficiali). D’altra parte, la maggior parte delle vittime diffida della volontà della Chiesa di indagare sugli abusi e rimprovera la mancanza di trasparenza del processo. La stessa Cee ha ammesso in questi anni di aver ricevuto a malapena denunce, ma nel frattempo più di 600 persone hanno scritto alla mail di EL PAÍS. Dopo tre anni di lavoro, questo giornale ha pubblicato un centinaio di casi e ne ha raccolti altri 251 nel rapporto consegnato al Vaticano, davanti alle resistenze della Chiesa spagnola a indagare su di lui e perché in molti casi ha disobbedito allo stesso Papa. Pureha avviato l’unico caso contabile in Spagna , in assenza di dati ufficiali o ecclesiastici. In questo momento, sommando le denunce contenute nel dossier consegnato al Vaticano, si registrano almeno 602 casi – ognuno riferito a un imputato – e 1.237 vittime dagli anni Trenta.

    Anche la Cee si è inizialmente disinteressata all’inchiesta e alle sue procedure , e ha spiegato il 20 dicembre che sarebbe stato il Vaticano a dirigere il processo, posizione che ha creato sorpresa nella Santa Sede. I vescovi spagnoli hanno persino chiesto al giornale stesso di inviare le informazioni sui loro casi alle diocesi e agli ordini coinvolti, anche se la Cee ha finalmente iniziato a farlo quella stessa settimana. La Conferenza spagnola dei religiosi (Confer), che raggruppa la maggior parte delle congregazioni spagnole, ha ricevuto i casi degli ordini e li ha inviati a tutti i superiori di ogni congregazione il 27 dicembre, come confermato dal suo segretario generale, José Miguel Zamora.

    “Si tratta di una sfocatura nella vita delle congregazioni”

    Gli ordini religiosi, che si sono occupati del 77% dei casi del rapporto, hanno subito aperto un’inchiesta nella maggior parte dei casi e hanno mostrato una disposizione iniziale diversa dalla Cee . “Non c’è dubbio che tutto questo è una macchia confusa nella vita delle congregazioni”, riconosce Zamora. “Credo che nelle manifestazioni che hanno fatto i superiori di ciascuna delle suddette congregazioni, la prima cosa, ovviamente, è chiedere perdono perché qualcosa che non hanno generato o iniziato è in qualche modo caduto su di loro. Le vittime vengono prima di tutto e devi cercare di metterti in contatto con loro. Non vogliamo mettere a tacere qualcosa che è un problema e per quanto possibile abbiamo cercato di dargli il tribunale il prima possibile”.

    La maggior parte delle ordinanze ha chiesto a questo giornale di contattare le vittime, tuttavia, non hanno previsto di coordinare e centralizzare l’assistenza e l’aiuto ai denuncianti, come ammette Zamora: “In linea di principio, non abbiamo preso alcuna risoluzione per fare qualcosa che sia impostato. Dal momento che sappiamo che molte delle congregazioni hanno già iniziato a fare le proprie indagini e lavorare. Quando abbiamo parlato con la Conferenza Episcopale, ci hanno detto solo che ci stavano inviando le informazioni che avevano. Siamo in grado di camminare contemporaneamente con la Conferenza Episcopale senza alcun problema”.

    https://elpais.com/sociedad/2022-01-04/el-obispo-de-bilbao-reconoce-el-trabajo-de-el-pais-para-investigar-la-pederastia-y-el-esfuerzo-de-las-victimas-para-denunciar.html

  • Il giornale tedesco Die Zeit: “Joseph Ratzinger sapeva di abusi su minori nella sua diocesi e non li ha fermati”

    Il giornale tedesco Die Zeit: “Joseph Ratzinger sapeva di abusi su minori nella sua diocesi e non li ha fermati”

    Secondo il quotidiano tedesco Die Zeit, Joseph Ratzinger – Papa emerito Benedetto XVI – è accusato di non aver messo fine agli abusi di un sacerdote della sua diocesi. Lo testimonia un “decreto extragiudiziale” del tribunale ecclesiastico dell’arcidiocesi di Monaco e Frisinga del 2016 che critica il comportamento di alcuni alti prelati. Questi ultimi non avrebbero fermato l’operato di un ecclesiastico, Peter H., accusato di 23 casi di abusi sessuali di minori tra gli 8 e i 16 anni tra il 1973 e il 1996: tra loro c’è, appunto, lo stesso Ratzinger, arcivescovo di Monaco e Frisinga dal 1977 al 1982. L’indagine è stata condotta da avvocati dello studio legale di Monaco di Baviera Westpfahl Spilker Wastl.

    Peter H. all’epoca era giovane cappellano e pastore nella zona della Ruhr, e, secondo Die Zeit, ha potuto sfruttare la sua posizione di potere e fiducia come parroco in Baviera: i suoi superiori non hanno fatto nulla per fermarlo. Come unica conseguenza delle proprie azioni, il sacerdote ha dovuto pagare tre mesi di stipendio alla Tabaluga Children’s Foundation. Inoltre, una volta andato in pensione, non gli è stato più permesso di esercitare il sacerdozio. Gli fu invece risparmiata la pena massima, cioè l’eliminazione dal clero.

    Il “decreto extragiudiziale” del 2016 era firmato da Lorenz Wolf – capo del tribunale ecclesiastico di Monaco – da altri due giudici ecclesiastici e da un notaio ecclesiastico. L’autenticità del documento è confermata da una seconda fonte. Il documento in passato è stato citato da altri due giornali tedeschi: nel 2018 dalla Frankfurter Allgemeine Zeitung e nel 2020 dalla Süddeutsche Zeitung.

    Non è la prima volta che Benedetto XVI risulta coinvolto in queste vicende. Nel 2013 Il Secolo XIX scrisse che l’ex Papa era a conoscenza di fatti di pedofilia avvenuti nella diocesi di Savona nel 2003 ma non denunciò. Nel 2017 furono scoperti gli abusi su oltre 500 minori del Regensburger Domspatzen, il coro di voci bianche diretto per trent’anni – dal 1964 al 1994 – da monsignor Georg Ratzinger, fratello maggiore di Benedetto XVI. E due anni dopo, nel 2019, il caso rivelato dal Washington Post: il sacerdote Theodore McCarrick, ridotto allo stato laicale da Papa Francesco proprio per aver commesso abusi sessuali su minori, avrebbe coperto per decenni le violenze versando in totale 600mila dollari prima a San Giovanni Paolo II e poi a Benedetto XVI.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/01/04/il-giornale-tedesco-die-zeit-joseph-ratzinger-sapeva-di-abusi-su-minori-nella-sua-diocesi-e-non-li-ha-fermati/6445531/