Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Presunte violenze nel seminario di Gozzano: “I Legionari ci offrirono soldi per tacere”

    Presunte violenze nel seminario di Gozzano: “I Legionari ci offrirono soldi per tacere”

    Oggi udienza preliminare. La famiglia di uno dei ragazzi che accusa padre Gutierrez: “I vertici ci contattarono”

    Quindicimila euro. È la cifra con cui i vertici del seminario minorile dei Legionari di Cristo di Gozzano avrebbero provato a comprare il silenzio di un dodicenne abusato, secondo l’accusa, da padre Vladimir Resendiz Gutierrez, all’epoca responsabile del centro.

    L’inchiesta sul tentativo di insabbiamento, presunto per il momento, rischia però di finire su un binario morto, con la richiesta di archiviazione dalle accuse di tentata estorsione e favoreggiamento per sei persone legate alla congregazione, avanzata dalla Procura novarese. Qui per competenza sono stati trasmessi gli atti inizialmente sul tavolo della magistratura di Milano, che ha indagato anche sui presunti abusi commessi dall’ex sacerdote nel 2008 su due piccoli seminaristi (un terzo caso è finito in prescrizione). E che saranno al centro dell’udienza preliminare di oggi, in cui il 31enne rischia un processo per violenza sessuale e corruzione di minore.

    L’offerta economica venne proposta alla famiglia tramite due scritture private: prevedeva che il ragazzino (oggi ventenne) tacesse sui presunti orrori subiti a Gozzano. Nella prima bozza datata ottobre 2013, si imponeva di esporre quanto accaduto (e già denunciato nel marzo precedente) secondo le modalità previste dallo stesso contratto. In caso di violazione della clausola di riservatezza i sottoscrittori avrebbero dovuto restituire l’intera somma. Per la Procura di Novara però non vi sarebbe stata alcuna minaccia alla famiglia. E la condotta degli indagati sarebbe stata inidonea «a porre in essere uno sviamento efficace» dell’inchiesta. Da qui la richiesta di archiviazione.

    L’indagine milanese sulle violenze nasce dalla denuncia dei familiari del ragazzino e dal rifiuto di questo accordo. Ecco uno degli episodi riportati nel decreto che fissa l’udienza preliminare. Dopo aver convocato il dodicenne nel suo studio con la scusa di «una lavata di capo», Gutierrez avrebbe chiuso a chiave la porta e abbassato le veneziane. E lo avrebbe costretto a subire atti sessuali. Il 31enne ex sacerdote (è stato ridotto allo stato laicale da Papa Francesco) è accusato di avere approfittato con «violenza, minaccia e abuso di autorità spirituale» anche di un quattordicenne austriaco. A cui avrebbe detto, durante la confessione, che non era «peccato» ciò che faceva. «Se non fai, vai all’inferno», lo avrebbe quindi minacciato. E ancora: «Se parli con gli altri (ragazzini, ndr) è finita».

    Nell’udienza di oggi davanti al giudice Silvana Pucci, le famiglie dei due ragazzini si costituiranno parte civile. Stessa richiesta verrà dall’associazione «Rete l’Abuso». Sul filone della tentata estorsione il giudice, vista l’opposizione del legale di parte civile (l’avvocato Natalia Cultrera) dovrà fissare un’udienza e poi decidere se accogliere la richiesta di archiviazione.

    http://www.lastampa.it/2018/03/15/edizioni/novara/presunte-violenze-nel-seminario-di-gozzano-i-legionari-ci-offrirono-soldi-per-tacere-hgGQuuaXyz9mNGzh01CQKO/pagina.html

  • Paolo Cendon L’orco in canonica

    Paolo Cendon L’orco in canonica

    Paolo Cendon -L’orco in canonica (una ragazza esce dal buco del passato)

    Marsilio Editore, Venezia, 2016, pagine 302, euro 17,50

    Testo di saggistica narrativa su un misfatto clericale realmente avvenuto in una parrocchia del Veneto. Un prete stuprò una bimba di soli 8 anni reiterando l’abuso per qualche anno. Lo scandalo esplose solo dopo che, una volta raggiunta l’età adulta, la vittima ebbe il coraggio di denunciare e fare arrestare il sacerdote pedofilo.

    Similmente ad altri casi analoghi il maniaco in tonaca girò pure un video, poi sparito, in cui la ragazzina fu obbligata a farsi riprendere seminuda con un altro ragazzo.

    I famosi “ritiri spirituali” , tanto decantati dalla chiesa, in questo caso si rilevano anche occasioni per attività erotiche varie.

    Il testo riconferma l’abitudine di molti preti di travestirsi da persone qualunque, in barba al loro stesso codice di diritto canonico, in occasione delle loro scappatelle amorose. Infatti questo prete fu a lungo pedinato dalla polizia onde verificare la veridicità delle accuse sulla sua condotta immorale. Agli atti figurano anche inequivocabili intercettazioni telefoniche di carattere erotico.

    Pierino Marazzani  gennaio 2018

  • Sensualità, erotismo e dintorni Società, Istituzioni “Preti, frati e giudici. Criminalità e clero nella Repubblica di Venezia”. Giovedì alle “Conversazioni in Taverna” di Liberal Belluno, la presentazione del libro di Sante Rossetto

    Sensualità, erotismo e dintorni Società, Istituzioni “Preti, frati e giudici. Criminalità e clero nella Repubblica di Venezia”. Giovedì alle “Conversazioni in Taverna” di Liberal Belluno, la presentazione del libro di Sante Rossetto

    Appuntamento provocatorio quello che giovedì 30 novembre, alle 18.30, propone Liberal Belluno per le “Conversazioni in Taverna”. Ospite della serata il giornalista e storico Sante Rossetto che, con l’intervento del prof. Andrea Basile, parlerà del suo ultimo libro “Preti, frati e giudici. Criminalità e clero nella repubblica di Venezia”, edito da Canova.

    Il volume analizza i casi di criminalità ecclesiastica dalla metà del Cinquecento ai primi decenni del Settecento. L’autore ha consultato decine di volumi delle sentenze penali emanate dai giudici dell’epoca nei confronti di ecclesiastici coinvolti in azioni criminose.
    Il cattivo comportamento del clero dell’epoca, dai massimi agli infimi gradi, era ben conosciuto ai fedeli e alle autorità che spesso dovevano giudicare crimini e reati compiuti da preti e frati (non suore che erano sottoposte alla autorità vescovile). Il podestà trevigiano era competente, su delega del consiglio dei Dieci, su tutte le podesterie della “Trevigiana” che comprendeva anche la Mestrina e Noale, su Belluno, Feltre, Bassano e Sacile. Sono circa trecento i religiosi finiti davanti ad un giudice per i reati più diversi. Va osservato che soltanto una parte minima finiva in tribunale perché le controversie si componevano prima o con il pagamento alle vittime, quasi sempre poveracci che tacevano per qualche ducato, o con le minacce o per il timore di affrontare persone da cui avevano soltanto da perdere.
    Anche i bellunesi hanno offerto il loro contributo nelle malefatte. Nel 1646 un frate agostiniano da Feltre che, a Vas, sta tentando di violentare una bambina di nemmeno otto anni sola in casa. Anni sessanta del Seicento a Riva d’Agordo. Lucietta, in assenza del marito che lavora a Venezia, è sedotta dal curato. Dall’incontro nasce una figlia che viene uccisa, ma il delitto è scoperto. Nonostante il perdono del marito il prete è bandito per 15 anni dallo Stato veneto e la donna condannata all’ergastolo.
    Storia uguale nel primo decennio del Settecento a S. Vito di Cadore. Antonia, sola perché il marito lavora nella capitale, cede alle avances del prete. Risultato: uccide il figlioletto e deve fuggire con il sacerdote entrambi condannati al bando perpetuo dalla Serenissima.
    I cattivi comportamenti continuano con altri episodi in pieno centro cittadino, a Feltre e ad Alano.
    Uno studio che mette in rilievo le condizioni sociali nello Stato veneto negli ultimi due secoli della sua esistenza. Con un clero troppo numeroso (circa un religioso ogni 150 fedeli) alla ricerca di mezzi di sostentamento, privo quasi sempre di vocazione, dedito ai propri interessi, incurante spesso della cura delle anime. E fu proprio questa situazione una delle condizioni che portarono al desiderio di una Chiesa rinnovata “nel capo e nelle membra” da cui scaturì il concilio di Trento, i cui insegnamenti, tuttavia, furono applicati molto lentamente. Una serata che non annoierà il pubblico.

    “Preti, frati e giudici. Criminalità e clero nella Repubblica di Venezia”. Giovedì alle “Conversazioni in Taverna” di Liberal Belluno, la presentazione del libro di Sante Rossetto

  • Padova, il prete pedofilo confessa «Mi faccio schifo, come ho potuto?»

    Padova, il prete pedofilo confessa «Mi faccio schifo, come ho potuto?»

    PADOVA «Mi faccio schifo, mi chiedo come sono arrivato a fare una cosa del genere». A parlare è don Nicola De Rossi, ex parroco di una comunità nel Monselicense. Dall’altra parte del telefono c’è quello che lui ritiene il suo padre spirituale. Con lui don Nicola si lascia andare e ragiona sull’accusa di violenza sessuale che giovedì mattina ha portato il pubblico ministero Roberto Piccione a chiedere la condanna a 3 anni e 4 mesi del sacerdote. Il parroco racconta di un «rapporto alla dispari» con un ragazzino di quindici anni che nel luglio 2016 l’ha denunciato ai carabinieri di Monselice. Sono queste le due intercettazioni a cui il giudice dell’udienza preliminare Margherita Brunello ha dato il via libera giovedì mattina, prima di far continuare il processo in abbreviato contro il don.

    Il nodo intercettazioni

    La decisione del gup infatti era la prima cosa attesa dell’intera mattinata: sull’utilizzabilità o meno delle intercettazioni tra il sacerdote imputato, il suo padre spirituale e la sua amica e psicoterapeuta, accusa e difesa (l’avvocato Paolo Marson) si sono date battaglia per la bellezza di due udienze. Da una parte la teoria della procura secondo cui quelle erano semplici chiacchierate; dall’altra la tesi della difesa per cui le parole dette da don De Rossi rientravano nel segreto professionale della psicoterapeuta e in quello ecclesiastico del padre spirituale. A sbrogliare la matassa è stata quindi l’ordinanza del gup che dando il disco verde all’inserimento delle intercettazioni nel fascicolo processuale ha precisato che non si tratta di conversazioni legate a un incarico professionale, piuttosto di dialoghi tra amici», facendo segnare così il primo punto all’accusa. Che da lì è partita nel ricostruire i fatti come raccontati prima ai genitori prima e poi ai carabinieri dal quindicenne, ex chierichetto.

    La ricostruzione

    L’adolescente che pranza a casa del sacerdote come aveva fatto altre volte in tutta serenità, il don che dopo pranzo lo invita a letto con lui e inizia a palpeggiarlo facendolo salire sul proprio bacino e lui, il ragazzino, che scappa a casa in lacrime e impaurito. I genitori, scossi, che vanno dai carabinieri e fanno scattare la scintilla che ha portato tutti fino a qui, all’udienza di giovedì. Le fondamenta dell’impianto accusatorio il pm le ha poggiate sulle intercettazioni con il padre spirituale («Mi faccio schifo….» e «E’ un rapporto alla dispari») e con la psicoterapeuta che gli risponde «se tu dici che avete giocato, devi essere fedele a questa posizione». L’udienza, prima del rinvio per la difesa, è stata chiusa dall’avvocato Marta Michelon che tutela la famiglia del ragazzino e ha chiesto un risarcimento da 100 mila euro, 40 mila in provvisionale tenendo presente l’acconto da 10 mila euro che il sacerdote (condannato giorni fa a Venezia a 5 mesi per detenzione di immagini pedopornografiche) ha già versato sul conto corrente dei genitori del ragazzino. E a loro si è rivolto sempre giovedì don Nicola quando ha chiesto scusa per il dolore arrecato alla famiglia del ragazzo. Poi l’udienza si è chiusa in attesa del prossimo appuntamento.

    http://corrieredelveneto.corriere.it/venezia-mestre/cronaca/17_settembre_29/confessione-prete-pedofilo-mi-faccio-schifo-67363028-a4e5-11e7-8734-c77ebb1dce9a.shtml

  • “Si” alle intercettazioni: chiesti 40 mesi per il parroco accusato di molestie su minore

    “Si” alle intercettazioni: chiesti 40 mesi per il parroco accusato di molestie su minore

    “Si” del gup Margherita Brunello per l’utilizzo delle intercettazioni da parte del pm delle telefonate tra il prete accusato di violenza sessuale nei confronti di un minore e la sua psicoterapeuta. Come riportano i quotidiani locali, il 40enne ex sacerdote in una parrocchia di Monselice, ieri è andato a processo con rito abbreviato.

    IL RISARCIMENTO.

    In aula l’accusa ha chiesto tre anni e quattro mesi per il parroco. Il don non ha ammesso le sue colpe, dicendosi comunque dispiaciuto per la famiglia del ragazzo. Stando a una ricostruzione dei fatti, secondo l’accusa, in un pomeriggio di luglio del 2016, un 15enne è andato a pranzo dal parroco dopo che i genitori avevano dato il consenso e terminate le libagioni il sacerdote avrebbe chiesto al giovane di seguirlo in camera, toccandolo nelle parti intime e strusciandolo dopo averlo disteso sul letto. Tornato a casa, il 15enne è scoppiato in lacrime e i genitori sono andati a denunciare tutto ai carabinieri di Monselice che hanno fatto partire le indagini e le intercettazioni. Dentro al computer del sacerdote sono state trovate anche alcune immagini pedo-pornografiche, con gli atti poi mandati a Venezia, dove la procura di competenza sta indagando. Il sacerdote, condannato a 5 mesi con rito abbreviato lo scorso luglio, ha già risarcito la famiglia per 10mila euro, ma madre e padre del piccolo ne hanno chiesti 100mila.

    http://www.padovaoggi.it/cronaca/prete-accuse-molestie-minorenne-29-settembre-2017.html
  • Padova, pedopornografia nel pc: prete condannato a 5 mesi

    Padova, pedopornografia nel pc: prete condannato a 5 mesi

    di Cristina Genesin – PADOVA: Quelle orribili foto di bambini e adolescenti, immortalati in pose hard, archiviate in alcuni file custoditi nel pc o in supporti informatici sono spuntate durante una perquisizione in canonica eseguita dagli investigatori in occasione della notifica di un avviso di garanzia. Un avviso notificato a un parroco, già indagato per un altro grave reato nell’ambito di un’inchiesta avviata dalla procura di Padova. Ieri per la detenzione del materiale recuperato nel fluido e imprevedibile mondo della rete, il sacerdote – all’epoca dei fatti titolare di una parrocchia nel Padovano – è stato condannato a 5 mesi di carcere con la concessione della sospensione condizionale della pena. Il pm Patrizia Ciccarese aveva chiesto una condanna a due anni, ma il gup lagunare Roberta Marchiori non ha riconosciuto l’aggravante dell’ingente quantità come richiesto dal difensore, il penalista padovano Paolo Marson.

    Il filone d’indagine relativo a quelle immagini vietatissime è arrivato nella procura distrettuale veneziana in quanto competente per tutti i reati che riguardano la rete. Ma se è stata definita questa parte del procedimento penale, resta aperto il fronte padovano. Il sospetto è che il sacerdote condannato sia il parroco indagato per violenza sessuale a un ragazzino che frequentava l’oratorio. Un parroco al quale la Diocesi ha imposto un anno sabbatico, bloccando il suo trasferimento in un’altra parrocchia del territorio dov’era destinato: ora si trova ospite in una comunità in attesa di “regolare” il conto con la giustizia. E chiarire le sue responsabilità sulla vicenda della violenza che, al momento, è all’esame del giudice. Il prete, infatti, ha chiesto di essere giudicato con rito abbreviato e l’udienza è in corso. E la Diocesi di Padova? Totale il silenzio sull’identità del prete condannato ieri a Venezia. Assoluto. «Non abbiamo dichiarazioni da fare» ha risposto la Curia attraverso l’ufficio stampa a una precisa richiesta.

    http://mattinopadova.gelocal.it/padova/cronaca/2017/09/22/news/pedopornografia-nel-pc-prete-condannato-a-5-mesi-1.15884333

  • Al Lido sbarca ‘Suburra – La serie’, sesso, droga e Vaticano

    Al Lido sbarca ‘Suburra – La serie’, sesso, droga e Vaticano

    “Un po’ sesso, droga & rock and roll. Ma noi al posto del rock and roll abbiamo il Vaticano“. Così Michele Placido parla di ‘Suburra – La serie‘, primo prodotto interamente italiano targato Netflix (prodotto da Cattleya in collaborazione con Rai Fiction), che sarà disponibile sulla piattaforma a partire dal 6 ottobre. E di cui sono stati presentati nella sezione Cinema in Giardino della Mostra di Venezia i primi due episodi, diretti proprio da Placido (la serie è firmata a sei mani anche con Andrea Molaioli e Giuseppe Capotondi). La serie è una sorta di prequel dell’omonimo film del 2015 di Stefano Sollima, a sua volta ispirato all’omonimo romanzo di Giancarlo De Cataldo e Carlo Bonini.

    “La scelta del prequel ci ha aiutato a distaccarci dal film”, spiega Barbara Petronio, che firma la sceneggiatura della serie assieme a Daniele Cesarano, Ezio Abbate, Fabrizio Bettelli e Nicola Guaglianone. “Volevamo dei protagonisti più giovani, un’idea più forte del personaggio romano ed elementi del racconto di formazione. Abbiamo cercato di far venire fuori quella fame millenaria di conquista del cittadino di Roma, città dove si impara a sopravvivere. Un contesto complesso che dà vita a conflitti incredibili. L’attualità politica la prendiamo come ispirazione e la mettiamo al servizio della narrazione. E’ una realtà che ci spaventa come cittadini – aggiunge – come sceneggiatori la sappiamo controllare”.

    Protagonista assoluta è una Roma notturna, decadente e corrotta e il sottobosco criminale che racchiude tutti gli strati di umanità coinvolti nella lotta al potere, dalle periferie più disagiate ai salotti nobiliari, dai lidi ostiensi alle stanze più segrete del Vaticano. Un crime thriller ambientato a Roma, che descrive come la Chiesa, lo Stato e la criminalità organizzata si scontrino, confondendo i limiti della legalità e dell’illecito nella loro feroce ricerca del potere. Al centro della storia tre giovani uomini: Numero 8, Spadino e Lele, diversi per origine, ambizioni e passioni, che saranno chiamati a stringere alleanze per realizzare i loro più profondi desideri. E a tornare nei panni di Numero 8, dopo essere già stato nel cast del film, è il padrino-cerimoniere della Mostra di Venezia, Alessandro Borghi. “Ho dovuto smontare il Numero 8 del film e ricostruirne un altro meno consapevole del concetto di potere e di come maneggiarlo, visto che il personaggio nella serie è molto più giovane e inesperto, oltre che inserito in dinamiche familiari”, dice Borghi.

    L’azione dei 10 episodi si svolge in 20 giorni di zona franca tra l’annuncio delle dimissioni e la decadenza del Sindaco di Roma. Ogni episodio si apre con un prologo molto forte a cui fa seguito il resoconto delle ore che precedono l’accaduto, scelta narrativa accattivante e d’effetto che immette direttamente lo spettatore nel flusso della tensione.

  • Luca Barbareschi: “Da bambino con i preti pedofili sono stato anche io un diavoletto”

    Luca Barbareschi: “Da bambino con i preti pedofili sono stato anche io un diavoletto”

    Luca Barbareschi conosce l’arte di affabulare. Praticando furbesca ironia, dice di se stesso che, essendo un attore, di mestiere fa il pirla. Un pirla che sa bene quando far scoppiare una bomba, vendendola come ricerca della verità assoluta. Racconta la sua vita in Cercando segnali d’amore nell’universo (Mondadori), definito romanzo autobiografico quando in realtà è un diario, preciso, puntiglioso, su quanto ha fatto nella vita. Grandezze e miserie, enfatizzando conquiste e cadute.

    «Sono grato per le ferite che ho ricevuto, mi hanno motivato», scrive nell’esergo. Dove però le ferite si trasformano in una scandalosa sfida trionfante: già molti anni fa aveva raccontato di essere stato vittima di preti pedofili, e di attribuire alle violenze subite da bambino gli scompensi della sua vita. In questo libro rovescia tutto, esalta addirittura la seduzione allora esercitata sugli adulti concupiscenti. Tutto inizia in prima media, al Leone XIII di Milano, il prete-professore definisce lui e i compagnucci i suoi angioletti. Scrive Barbareschi: «Mi guarda, io sono davvero bellissimo. Mi chiama il suo angioletto preferito». Il prof con la seria veste nera lo manda a prendere il registro dimenticato nella sua stanza. «Poco dopo mi raggiunge… Mi fa spogliare e vestire da chierichetto… Mi fa sedere vicino a lui sul letto. Comincia a toccarmi. Si tira su la veste. Sotto, non ha niente. Mi volta. Mi tira su la veste».

    Questa storia, con preti diversi, è durata dai nove ai dodici anni. «Perché – confessa Luca – ero un bambino molto seduttivo. E precoce. E morboso… E andiamo su, evitiamo inutili moralismi, chi è che non sa che a otto anni la sessualità, ancora confusa, esiste eccome: si fa la lotta, ci si tocca, ci si fanno le pippe insieme… I preti mi hanno molestato, ma anche le tate. Ho messo le mani nelle tette della governante a nove anni. Loro le tate, mi prendevano in mano il pisello alla stessa età… Imperdonabile che gli adulti si approfittino di un bambino, ma – chi seduce chi – è una vecchia, grande rimossa domanda. Basta leggere il Satyricon di Petronio. Ero un Piccolo Diavolo, di straordinaria bellezza. Di straordinaria sensualità».

    Quasi un ossessivo riflesso viscontiano, per Barbareschi, ma il concupito straordinario Tadzio di Morte a Venezia diventa al suo confronto personaggio da asilo. È così che, con l’alibi di andare contro ogni ipocrisia sociale, Barbareschi da vittima diventa principe seduttore, che già da bambino godeva nell’avvertire il suo potere sugli adulti amorali. Voi non avete idea del senso di potere che si avverte in questi casi, dice ai lettori. Roba forte, tanto che il resto del racconto, per contrasto, diventa quasi asettico, banale. L’infanzia con la mamma bella e svagata, il padre ingegnere in giro per il mondo, i figli, le mogli. Si inizia dall’incontro con la sua attuale compagna, Elena, intesa perfetta, gravidanza, casino quando lei scopre i duecento sms inviati in contemporanea ad altre donne. Elena lo accusa di essere malato di sesso, lui ammette e va dallo psicoanalista per guarire dalla dipendenza del sex addict, versione nostrana di Michael Douglas.

    Altra voglia di scandalo, sia pure in tono minore rispetto alla condivisione pedofila: dove dice che cosa combinano gli uomini nell’età adulta, specie nelle saune, dove il tipo più dotato viene riconosciuto capobranco. Precisa che non sta parlando di uomini gay, ma etero, tutti grandi porcelloni.

    Il resto è una cavalcata, tra amicizie, amori, la vita a New York, l’Actors Studio, il cinema, il teatro con la conquista (meritata) della direzione del Teatro Eliseo di Roma, la politica e i suoi frequenti sfacciati ribaltoni, incluso l’entusiasmo per Gianfranco Fini, poi, purtroppo tardivamente, rinnegato.

    di Bruna Magi

  • L’équipe di Trento che cura i sacerdoti pedofili e alcolisti

    L’équipe di Trento che cura i sacerdoti pedofili e alcolisti

    Chi c’è dietro il portone del centro di Trento. Oltre agli psichiatri, il recupero passa attraverso studio e lavoro

    Trento -L’impressione è quella di un altro mondo in questo mondo. Una strada stretta dal nome gentile, via dei Giardini, che curva dopo curva sale verso un quartiere residenziale di Trento, case non lussuose ma tranquille e a pochi passi dal centro storico. Il cancello è sempre aperto. Non si esce dalla città, il castello del Buonconsiglio è proprio ai piedi della collina a qualche centinaio di metri, ma si entra in uno spazio diverso, silenzioso, appartato, dove i guai del mondo vero vengono visti da un punto di vista differente.

    Una targa di pietra indica che la vasta proprietà (villa Mezzena) chiusa in una cinta di pietre bianche, siepi e filo spinato, ospita la Congregazione di Gesù sacerdote fondata un centinaio d’anni fa da padre Mario Venturini. Su un’altra lapide appesa al muro di fronte sopra tre fioriere di pietra è scolpito un passo del Vangelo di Matteo: «Non preoccupatevi né del cibo né del vestito – si legge tra l’altro – cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia e avrete tutto il resto di soprappiù». È un bel viatico per chi varca questa soglia. La vocazione dei padri Venturini è di sostenere la vocazione dei preti. Nei loro statuti primeggia l’impegno ad accogliere «tutti i sacerdoti che desiderano rivivere con rinnovato slancio la loro consacrazione». A partire da quelli in crisi: l’Annuario statistico vaticano segnala 43 sacerdoti nel 2013 e altrettanti nel 2014 (su quasi 32mila preti diocesani) che hanno chiesto la dispensa dal ministero per sposarsi o perché si ritrovano incapaci di reggere le responsabilità di una parrocchia. La dispensa consente loro di restare nella Chiesa e accedere ai sacramenti, matrimonio compreso. In Italia sarebbero tra gli ottomila e i diecimila i preti sposati.

    L’ANONIMATO

    Ma poi c’è il sommerso di chi non arriva a un passo così estremo per irrisolutezza, vergogna, ritrosia, e magari ottiene semplicemente periodi sabbatici per superare difficoltà e dubbi. Fino ad arrivare ai disagi più gravi, perché i consacrati non sono così diversi dai poveri cristi che dovrebbero guidare alla fede: preti pedofili, ludopatici, depressi, alcolisti, con disturbi della personalità. Oppure in crisi a causa di una donna, o più di una. Nei mesi scorsi era girata la voce che nella casa madre dei Venturini fosse ospitato anche don Andrea Contin, la tonaca di Padova che collezionava amanti e orge.

    I vertici della congregazione trentina negano che il prete veneto sia stato mandato da loro. Non gradiscono la pubblicità e in generale non amano che si parli di loro. Aprono le porte più volentieri a un prete zoppicante che a un giornalista. Tuttavia la statua di Gesù che troneggia nel giardino davanti all’ingresso benedice tutti, la cappella è aperta a chiunque per gli appuntamenti liturgici: la messa e le lodi alle 7, l’ora media alle 12, l’adorazione alle 18.30 seguita dai vespri. Il sabato la messa è alle 7.30 e la domenica alle 9; ci si riposa un po’ di più. Per il resto, il superiore generale padre Carlo Bozza congeda gli indesiderati con un «pace e bene» cordiale ma irremovibile. Preferisce garantire la piena riservatezza degli ospiti che raccontare il percorso di recupero che lui e i confratelli predispongono per i preti più peccatori. In curia a Trento riferiscono che i Venturini non sono molto coinvolti nella vita della diocesi. Anche il settimanale diocesano, Vita trentina, e Avvenire, il quotidiano dei vescovi, sono stati tenuti alla larga. Il riserbo è assoluto. Nemmeno i religiosi che vivono nella casa madre di Trento conoscono quale storia abbiano alle spalle gli ospiti.

    Il sostegno ai preti in crisi (compresi quelli che hanno lasciato la tonaca o vogliono farlo) non è l’unica attività dei Venturini, anche se la vicinanza ai sacerdoti è il loro compito principale. Sono anche confessori e predicatori di esercizi spirituali. Nelle altre nove case della congregazione, sei in Italia e tre in Brasile, nello stato di São Paulo, si tengono corsi di spiritualità per religiosi e laici, si accolgono gruppi parrocchiali, si assistono preti anziani e malati, si fanno ritiri per i movimenti e riunioni di preti diocesani.

    LE CLINICHE

    L’istituto ha missioni, riviste, pubblicazioni; esiste anche un ramo femminile di suore, le Figlie del cuore di Gesù. «È riduttivo parlare di noi soltanto perché accogliamo preti depravati», fa sapere padre Gino Gatto, assistente generale e superiore della casa di Zevio (Verona), un’altra oasi di tranquillità stavolta però in piena campagna dove si formano i seminaristi della congregazione.

    I Venturini rifiutano queste etichette sbrigative di cliniche per preti gay o pedofili; è una questione di rispetto per chi arriva da loro per problemi meno gravi. D’altra parte, in Italia non sono gli unici ad affrontare queste situazioni. A Roma hanno sede l’associazione Ministri della misericordia e l’Oasi di Elim dell’Apostolato salvatoriano; a Collevalenza (Perugia) la Comunità della famiglia dell’Amore misericordioso ha una casa con 25 posti letto destinati a preti in crisi.

    La comunità Monte Tabor di Pomezia (Roma) è stata visitata da Papa Francesco il 17 giugno dell’anno scorso nell’ambito dei Venerdì della misericordia durante il giubileo straordinario. Al santuario di Caravaggio (Bergamo) è aperto un «consultorio» per consacrati accanto al più tradizionale consultorio familiare, che è punto di riferimento per i preti in crisi delle diocesi di Milano, Crema, Cremona, Bergamo, Lodi, Brescia. Anche in questo caso l’attività non si limita a fornire sostegno ai religiosi in difficoltà ma anche a formare laici, catechisti, direttori spirituali, psico-pedagogisti.

    «Nel paradiso, dove spero un giorno di essere ammesso per la infinita misericordia di Gesù – scrisse padre Mario Venturini in una lettera del 1943 -, non mi riposerò finché ci sarà un sacerdote da aiutare sulla terra». Fedeli a questa consegna, i religiosi trentini sono diventati negli anni una comunità specializzata nell’affrontare i casi più difficili. Pochissimi altri nella Chiesa hanno maturato queste competenze. Padre Venturini, il fondatore nato a Chioggia (Venezia) nel 1886 e morto a Trento nel 1957, sintetizzò così lo scopo della congregazione che prese avvio nel 1912: «Aiutare con ogni mezzo i membri del clero a vivere all’altezza della loro dignità».

    L’ACCOGLIENZA

    Nei testi fondativi si parla di accoglienza, «aiuto fraterno di conforto e ripresa» in campo spirituale e psicologico, fatto di alternanza tra preghiera, studio e lavoro. La casa di Trento ospita una grande biblioteca ma anche un laboratorio di cellofanatura; dietro la casa madre si estende un vigneto e c’è da curare anche il giardino. Il lavoro è sia un mezzo per sostenere l’opera sia uno strumento educativo. Ma il recupero di preti ed ex preti è affidato anche a psicologi e psichiatri specializzati nell’affrontare il male di vivere dei religiosi. Uno di loro è padre Gianluigi Pastò, superiore generale dal 2010 al 2016. «La difficoltà che c’è sempre stata e che oggi si sente di più – ha detto a Telepace in una delle rarissime interviste concesse – è un senso di solitudine, anche pastorale. Il prete si trova con varie realtà, con più parrocchie da seguire e da accompagnare, e non trova sempre un referente anche nei superiori o nei confratelli per potersi confrontare». Preti soli, carichi di responsabilità, con chiese quasi vuote ma richieste di aiuto sempre più numerose. «Le altre realtà di sofferenza e difficoltà – aggiungeva padre Pastò – sono comuni a ogni persona del nostro tempo, legate all’affettività e alle relazioni non sempre facili con il mondo giovanile o altri aspetti della società di oggi. Noi offriamo accoglienza nelle nostre comunità, tutte disponibili a dare aiuto, alcune anche per tempi più lunghi con un accompagnamento specifico adatto alla situazione personale e ai problemi psicologici di ciascuno. Non neghiamo conforto a nessuno».

    I preti che arrivano qui vengono quasi sempre indirizzati dalle diocesi e il superiore ha un rapporto diretto con i vescovi, i primi a valutare la gravità del caso anche se spesso non sanno che cosa fare. L’approccio dei Venturini è soft, si cerca di conoscere chi si ha di fronte per capire se si è in grado di prestare un aiuto efficace. In certi casi l’accoglienza equivale a una custodia: è capitato che l’istituto sia stato indicato come luogo dove un prete potesse scontare gli arresti domiciliari per avere commesso abusi o irregolarità economiche nella gestione della parrocchia. E la prima terapia è quella di ritrovarsi non più da soli, ma in una comunità di persone che non giudicano il passato di chi hanno davanti.

    http://www.ilgiornale.it/news/cronache/l-quipe-trento-che-cura-i-sacerdoti-pedofili-e-alcolisti-1391690.html

  • Abusò dei seminaristi, don Carlos si nasconde in una chiesa di Genova

    Abusò dei seminaristi, don Carlos si nasconde in una chiesa di Genova

    di GIULIA DESTEFANIS e MARCO PREVE

    In una delle sue ultime, numerose, video prediche caricate sul suo sito internet, padre Carlos Buela parla di educazione sessuale. Non ci sarebbe nulla di strano se don Carlos nel 2010 non fosse stato ritenuto “colpevole” di abusi sessuali nei confronti di giovani seminaristi (non si parla di pedofilia) dalla Santa Sede che lo aveva rimosso dai suoi incarichi e trasferito oltre oceano, e se in questo momento non si trovasse a 11 mila chilometri di distanza, ospite di un rifugio blindato a Genova, in via Venezia, in un appartamento del complesso della chiesa di San Teodoro.

    Il caso viene sollevato da Francesco Zanardi della “Rete L’abuso” che da anni si batte per denunciare le coperture di cui hanno goduto molti sacerdoti accusati o condannati per pedofilia e altri reati di natura sessuale.

    “Troviamo perlomeno imbarazzante – dice Zanardi -che sia proprio la diocesi del presidente dei vescovi, il cardinale Angelo Bagnasco, ad ospitare un sacerdote riconosciuto colpevole dallo stesso Vaticano. Ed inoltre ci chiediamo cosa accadrebbe se un domani la magistratura argentina decidesse di aprire un’inchiesta. Don Buela tornerebbe subito nel suo paese?”.

    Carlos Buela è stato fino a pochi anni fa uno dei preti più importanti dell’America Latina. Giovane sacerdote, seguace di Sant’Ignazio di Loyola, nel 1984 fonda l’Istituto (detto anche Famiglia) del Verbo Incarnato. La sua prima sede è a San Rafael nella provincia di Mendoza, ma nei decenni successivi Il Verbo Incarnato aprirà 26 filiali nei cinque continenti. Nella seconda metà degli anni 2000 scoppia lo scandalo.

    Una ventina di seminaristi, alcuni dei quali nel frattempo sono tornati allo stato laicale, hanno denunciato abusi sessuali commessi nei loro confronti da don Carlos. Sulla stampa argentina sono anche usciti articoli in cui una presunta vittima raccontava di aver subito le attenzioni del sacerdote quando era minore ma su questo episodio non ci sono conferme e neppure, che si sappia, indagini penali.

    Ma esiste un importane atto ufficiale del 2010 che inchioda alle sue responsabilità nei confronti dei seminaristi don Buela. Si tratta del decreto firmato dal cardinale Gianfranco Gardin, segretario della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica. Le tre pagine riportano le accuse dei seminaristi e la difesa di don Buela (che ipotizza un complotto con l’Istituto da parte dei vescovi argentini). La Congregazione ritiene “le denunce verosimili di comportamenti moralmente inappropriati di padre Buela con giovani dell’Istituto…dichiarazioni ritenute veritiere da Organismi della Santa Sede”. Quindi “accertata la loro gravità aumentata dalla qualifica di Fondatore, Superiore Generale e Direttore Spirituale” il Dicastero dispone “la rimozione di padre Buela dall’ufficio di Superiore” e gli ordina di risiedere fino a nuovo ordine nell’abbazia francese “La pierre qui vire” in Borgogna.

    Non si sa perché, alla fine del 2016, don Carlos venga trasferito a Genova nell’appartamento dove si trova la sede locale dell’Istituto del Verbo Incarnato. Un religioso sudamericano apre la porta e spiega che don Carlos “non può parlare con la stampa, rivolgetevi ai nostri superiori”. Sembra quindi che padre Buela possa di nuovo avere rapporti con il suo ordine.

    Di sicuro non fa mancare le prediche video via web o attraverso la pagina Facebook. Ma al momento non sembrerebbe intenzionato a rientrare in Argentina.

    http://genova.repubblica.it/cronaca/2017/04/07/news/abuso_dei_seminaristi_don_carlos_si_nasconde_in_una_chiesa_di_genova-162358264/