Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Catene e abusi sessuali su sordomuti: religiosi in carcere, suora ricercata con mandato internazionale

    Catene e abusi sessuali su sordomuti: religiosi in carcere, suora ricercata con mandato internazionale

    Squallida e atroce storia che coinvolge la scuola per sordomuti in Argentina “Antonio Provolo” e la sua filiale di Verona, l’Istituto Provolo italiano

    Difficile dover pronunciare e scrivere la parola religiosi per esseri umani capaci di approfittare del corpo e della debolezza di ragazzi che frequentavano la sede di Lujàn, per sordomuti in Argentina “Antonio Provolo” e la stessa cosa succedeva a Verona, dove nell’Istituto Provolo italiano, si consumavano atroci violenze fisiche e sessuali nei confronti di giovani privi della facoltà di parlare e sentire, indifesi e alla mercé di indicibili violenze e brutalità, dove si usava ogni mezzo coercitivo, catene comprese.

    È don Nicola Corradi, ai domiciliari in Argentina, ottantaduenne di Verona, al centro di questa amara vicenda, venuta alla luce nel 2009, per poi spegnersi inspiegabilmente nella prescrizione. Oggi, la denuncia di tante vittime, che hanno raccontato le violenze subite ha permesso di riaprire l’inchiesta, che a Verona, la procuratore Angela Barbaglio, sta svolgendo dall’inizio dell’anno, per dar voce e riscatto alle vittime, per togliere il silenzio, all’indifferenza e all’ignavia.

    Don Corradi, ora in carrozzina, è finito in nel carcere di Boulogne Sur Mer (poi ai domiciliari per l’età e condizioni di salute) e con lui altri quattro camerati dell’istituto, implicati in questa storia dell’orrore, vissuta dentro una stanza raggiungibile dopo lunghe labirintiche attraversate fatte di scale, botole ingabbiate sul pavimento che conducevano in quell’inferno, dove uomini di “fede” hanno esercitato la peggior dottrina umana ( e una suora, Kosaka Kumico che sembra coinvolta e per ora latitante, ma inseguita da un mandato di cattura internazionale).

    La verità ora è leggibile, anche grazie anche a una ragazza argentina che ha appena compiuto diciott’anni e ha testimoniato, ha tirato fuori la voce che non ha e con i suoi mezzi ha rivelato ciò che gli occhi hanno visto e patito. Il pubblico ministero Gustavo Stroppiana, ha chiesto la verifica e poi la chiusura della struttura delle “nefandezze”.

    E a casa “nostra?” Verona mostra le sue ferite: nella casa madre dell’istituto, ex allievi che ora sono adulti vissuti con questo peso nel cuore, la stessa storia di violenze abusi inflitti da 25 religiosi.

    L’associazione “Antonio Provolo” con la Onlus “Rete l’Abuso”, si affidano nuovamente alla Procura per chieder giustizia e per rivendicare le responsabilità dell’Istituto, che pur sapendo, a loro giudizio ha taciuto, fino a manomettere e nascondere documenti che avrebbero potuto inchiodarlo e costringerlo a pagare penalmente il silenzio e la complicità.

    Chiedono chiarezza e riscatto attraverso una nuova indagine, che dovrà toccare il nervo scoperto e dolorante di una storia che ha visto come protagonisti bambini e adolescenti senza voce e parola, vittime di atrocità compiute da menti malvagie in un luogo mascherato da istituto di fede.

    Penoso il riferimento all’Italia e all’Argentina, che ci aveva abituati all’immagine di due paesi che si congiungono attraverso la presenza di Papa Francesco e la forza del suo messaggio d’amore.

    Andreina Corso

    Abusi sessuali su sordomuti: religiosi in carcere, suora ricercata con mandato internazionale

  • La Cassazione ha annullato l’assoluzione di don Temporin

    La Cassazione ha annullato l’assoluzione di don Temporin

    di Carlo Bellotto

    PADOVA. Doveva essere l’ultimo atto che metteva la parola fine ad anni di accuse infamanti per l’allora rettore del Seminario di Rubano: violenza sessuale verso un suo allievo. Non è stato così.

    La Corte di Cassazione ha annullato la sentenza della Corte d’Appello che assolveva don Gino Temporin, rinviandola ad una nuova sezione della Corte d’Appello. Sia la procura generale che l’avvocato Emanuele Fragasso Jr (che tutela la parte offesa, un ragazzo veneziano ora maggiorenne) avevano sostenuto c’era stata una mancanza di motivazioni nella sentenza della Corte d’Appello e che c’era una motivazione manifestamente illogica: ossia veniva riportato che c’erano dubbi sulle accuse mosse dal ragazzo all’epoca tredicenne perchè raccolte quando lo stesso era ricoverato in ospedale e quindi in condizioni psocofisiche provate. Pare non essere vero, le aveva rese due anni prima. Il procuratore generale della Cassazione scrive «di una sentenza di Appello sviluppata lungo una linea di ipocrisia».

    Parole pesanti che potrebbero riaprire scenari che sembravano ormai chiusi. Le accuse che gli venivano rivolte, pesantissime, sono state ritenute false, formulate solo per screditare il sacerdote. Non la pensava così la pubblica accusa nei due diversi gradi di giudizio, visto che il pubblico ministero Maria D’Arpa aveva chiesto la condanna a 7 anni di reclusione. Per il magistrato la vittima era credibile: un mese di collegio gli era costato un trauma che il ragazzo, da tempo in terapia, stava scontando con seri problemi di salute di tipo psichiatrico, dopo aver tentato in più occasioni il suicidio.

    L’indagine era stata avviata in seguito alla denuncia del ragazzo presentata dopo essersi confidato, nel 2009, con una psicologa della clinica “Le betulle” di Como dov’era ricoverato. Nessun testimone di quella (presunta per ora) violenza: in aula un paio di ex compagni hanno raccontato che lo studente era stato coinvolto da altri seminaristi in pratiche sessuali.

    I periti nominati dal tribunale (il medico legale Claudio Rago, la psicologa Magda Tura e il neuropsichiatra Marziano Cerisoli) avevano concluso per un’alta improbabilità circa la certezza storica dell’accaduto, pur riconoscendo capacità di testimoniare nel giovane, affetto da un disturbo psicotico, da un disturbo di personalità e di identità di genere.

    Fatto sta che il 18 dicembre 2013 arriva l’assoluzione perchè il fatto non sussiste, decisa dal collegio presieduto dal giudice Claudio Marassi. C’era stato il ricorso all’Appello che si era espresso il 21 luglio del 2016: la terza sezione dei giudici lagunari ha assolto il sacerdote confermando che il fatto non sussiste. Il conseguente appello alla Cassazione ha riportato all’annullamento anzidetto.

    Questa vicenda inizia nel 2009 quando il ragazzino racconta dei fatti che a suo dire sarebbero accaduti 5 anni prima. Parla di carezza sulle parti intime e di un rapporto sessuale. Viene decisa la perquisizione dell’abitazione del sacerdote, il sequestro del suo personal computer, scattano delle intercettazioni telefoniche e ambientali (anche nel suo ufficio al Seminario minore) e vengono interrogati quasi trenta ex allievi del Seminario. Pare non emergere nulla di che. Ci sono solo le accuse di quel ragazzo.

    Dal gennaio del 2014 don Gino è diventato monsignore della parrocchia del Duomo di San Martino a Piove di Sacco. Il sacerdote è originario di Conselve, e nei suoi 46 anni di servizio religioso non c’è mai stata una macchia o un’ombra.

    http://mattinopadova.gelocal.it/padova/cronaca/2017/04/01/news/la-cassazione-ha-annullato-l-assoluzione-di-don-temporin-1.15126428

  • Padova, abusi in seminario Ex rettore a processo: “Mi fece giurare su madonnina”

    Padova, abusi in seminario Ex rettore a processo: “Mi fece giurare su madonnina”

    PADOVA – Tredici anni, tanti dubbi nella testa. Forse ha sentito la vocazione, forse una voce dall’alto lo ha portato fin dentro quel seminario degli abusi. “Mi ha fatto giurare sulla madonnina” ha raccontato sul banco dei testimoni, a distanza di quasi dieci anni. E ha puntato il dito contro Don Gino Temporin, 67 anni, ex rettore del Seminario vescovile di Padova, quello che lo aveva accolto appena adolescente e in cerca di risposte su quel cammino spirituale, brutalmente interrotto.

    Don Gino Temporin è stato per questo rinviato a giudizio per pedofilia e violenza sessuale nei confronti di quel ragazzino, ormai ventiduenne. L’accusa formulata dal pm euganeo Maria D’Arpa è stata accolta dal gup. I fatti risalgono al 2004 quando il ragazzo, oggi ventiduenne, residente in provincia di Venezia, ha frequentato il seminario vescovile a Rubano, per un mese o poco più.

    L’udienza si è svolta rigorosamente a porte chiuse. Si cerca di mantenere il massimo riserbo su un caso così delicato, ma la sentenza, attesa per luglio, dovrà per forza di cose essere pronunciata pubblicamente. Qualunque essa sia, di colpevolezza o di assoluzione, ci dirà dove sta la verità, almeno quella processuale.

    La storia è venuta a galla quando la presunta vittima era ricoverata in un istituto in provincia di Como. La sua “diversità psicofisica” è emersa del tutto nel 2008. In quell’anno sono iniziati i ricoveri in una struttura psichiatrica di Teolo (Padova), e poi ad Appiano Gentile (Como). È stato all’inizio del 2009, durante una seduta psichiatrica, che il giovane ha raccontato della presunta violenza carnale subita in seminario a tredici anni. E anche di “pratiche sessuali in cui era stato coinvolto da altri seminaristi“, si legge nel capo d’imputazione. In seminario, secondo i suoi racconti, le “pratiche sessuali” avvenivano anche tra ragazzi durante la notte.

    Ai medici che lo aiutavano a superare il difficile momento, il giovane aveva raccontato che quando aveva 13 anni monsignor Temporin, rettore del seminario minore di Padova, aveva abusato di lui con carezze nelle parti intime, obbligandolo in un caso a subire anche un rapporto sessuale completo.

    Era l’agosto 2004 quando don Temporin era stato scelto dal vescovo Antonio Mattiazzo nel ruolo di dirigente scolastico della scuola media paritaria del Seminario minore. In quel periodo si stavano ultimando i lavori delle nuove aule e alle medie del Seminario erano iscritti una cinquantina di alunni. I fatti contestati sarebbero accaduti proprio in quel periodo.

    http://www.blitzquotidiano.it/cronaca-italia/padova-abusi-seminario-ex-rettore-processo-mi-fece-giurare-madonnina-1555427/

  • Violenza sessuale, assolto anche in appello l’ex rettore del seminario

    Violenza sessuale, assolto anche in appello l’ex rettore del seminario

    di Carlo Bellotto

    PADOVA. La terza sezione della Corte d’Appello ha assolto – perché il fatto non sussiste – don Gino Temporin, 70 anni, ex rettore del seminario minore di Padova. È stato assolto, come era accaduto in primo grado nel dicembre del 2013, dall’accusa di violenza sessuale aggravata nei confronti di un bambino (all’epoca dei fatti), oggi un ragazzo di 25 anni residente nel Veneziano, per un mese o poco più studente alle scuole medie dell’istituto che ha sede a Rubano.
    La decisione della Corte (presidente Gioacchino Termini) è stata quindi quella della totale estraneità di don Temporin da quell’infamante accusa, nonostante la procura generale avesse chiesto una condanna, seppur con l’attenuante del fatto di lieve entità. Dal gennaio del 2014 don Gino è diventato monsignore della parrocchia del Duomo di San Martino a Piove di Sacco. Il sacerdote è originario di Conselve, e nei suoi 46 anni di servizio religioso non c’è mai stata una macchia o un’ombra.
    «È finito un incubo» ha commentato ieri pomeriggio l’ex rettore del Seminario, difeso dall’avvocato Paolo Marson.

    http://mattinopadova.gelocal.it/padova/cronaca/2016/07/21/news/violenza-in-seminario-don-gino-assoluzione-bis-1.13850910

  • Don Temporin, l’assoluzione anche in appello

    Don Temporin, l’assoluzione anche in appello

    La Procura generale aveva chiesto una pena modesta

    È il secondo verdetto assolutorio. Don Gino Temporin, 69enne arciprete della parrocchia di San Martino di Piove di Sacco ma all’epoca dei fatti rettore del Seminario Minore di Padova, è stato scagionato per la seconda volta dall’infamante accusa di aver abusato di un allievo. Assolto perchè il fatto non sussiste, a conferma della sentenza di primo grado, pronunciata dal Tribunale di Padova il 18 dicembre 2013. Questo il dispositivo letto dal presidente della terza sezione della Corte d’Appello di Venezia Gioacchino Termini. I giudici non… http://ilgazzettino.it/pay/padova_pay/don_temporin_l_assoluzione_anche_in_appello-1870013.html

  • Sbatti il reverendo in prima pagina

    Sbatti il reverendo in prima pagina

    Ha scosso il mondo cattolico l’inchiesta sui preti pedofili iniziata negli Usa alcuni anni fa che è ora un film Spotlight (sei nomination agli Oscar) di Tom McCarthy, visto a Venezia e da giovedì scorso in sala anche in Italia. Perfetto film di genere, ambientato nel mondo del giornalismo americano, diretto alla perfezione dal regista Tom McCarthy.

    Siamo al Boston Globe, deve arrivare un nuovo direttore e già dalle prime battute entriamo nel linguaggio scabro fatto di partite di poker, risposte fulminanti e poche chiacchiere. I capi redattori coordinano (Michael Keaton), i cronisti scalpitano, poi c’è anche una donna (Rachel McAdams) per par condicio e l’outsider (Mark Ruffalo), che non molla mai la presa. Ora ha per le mani il caso di un prete che ha molestato bambini, ma può un giornale i cui lettori sono più della metà cattolici fare causa alla chiesa? Anche il nuovo direttore è un personaggio che fa scalpore, dritto allo scopo nel rendere indispensabile il quotidiano, in un’epoca (siamo nel 2001) in cui internet azzera le vendite. Di poche parole, ha una strategia in mente e indirizza le ricerche verso una strada di non ritorno, come succederà, facendo infine scoppiare un caso di cui ancora si parla.

    L’indagine durerà parecchi mesi a partire dai tredici casi di preti conosciuti ai novanta che emergono via via, alle interviste senza mezzi termini a base di: «la gente vuole sapere i particolari», dove è successo? quando è successo? Il gruppo dei cronisti è lanciato sulle piste dell’avvocato (Stanley Tucci) che difende le vittime di violenze, dell’avvocato che patteggia direttamente con la chiesa ottenendo altissimi risarcimenti. E per convincere i pezzi grossi più reticenti basterà chiedere: «Ma tu non vuoi stare dalla parte giusta?». Fino ad arrivare al cardinale Law dell’Arcidiocesi (Giovanni Paolo lo trasferì a Roma, a Santa Maria Maggiore) che «sa qualcosa» e che regala al direttore del Globe un voluminoso catechismo dicendogli: «la prenda come una guida di Boston». La Chiesa infatti, viene sottolineato, è la grande benefattrice di Boston, intorno a lei girano gli affari.

    Non si dimentica neanche l’importanza che ha l’archivio in un giornale: lì infatti come punto di partenza si ritrovano i ritagli degli articoli su diversi casi che presi separatamente non significavano molto, ma che quando la rete inizia a comporsi saranno la base su cui costruire. Il grosso ostacolo contro cui combatte il team di cronisti, il gruppo Spotlight da cui prende il titolo il film, è appunto il silenzio, l’autoassoluzione dei preti, l’omertà della società, il senso di vergogna delle vittime che costituisce la leva dei preti pedofili per ottenere il silenzio.

    Sono vittime scelte non a caso tra bambini poveri, quasi sempre senza padre che vedono nella benevolenza del loro prete quasi un incontro con Dio, ma che spesso poi ricorrevano al suicidio o alla droga. Quelli ancora vivi cominciano a raccontare. La quantità di casi che emerge sgomenta: si deve trattare di un grande numero di preti, altrimenti non avrebbero potuto farla franca così a lungo. Finiscono con lo scoprire che si tratta di una percentuale vicina al 6% del clero e l’elenco dei nomi completerà la ricerca, messi in riposo o in case di cura per malattie mentali una volte scoperti, ma senza per questo abbandonare il sacerdozio.

    Una cultura della clandestinità che confligge pesantemente in ogni caso con l’etica protestante dominante nel paese. Portare alla luce, far parlare, fuori i nomi e le cifre. Nel frattempo ricordiamo che il cardinal Ratzinger dall’Italia interveniva contro i media americani che gettavano discredito e si dovrà aspettare papa Francesco per la condanna definitiva portando in giudizio per abuso di ufficio i vescovi che non abbiano dato seguito alle denunce degli abusi sui minori. Nel film l’attenzione maggiore è data dalla ricerca della verità, dal meccanismo e dalla strategia giornalistica più che dalle ripercussioni sul mondo cattolico. Il caso in tutta la sua analisi particolareggiata (si parla di 7000 preti coinvolti negli Usa) viene pubblicato nel 2002 e diventa materia esplosiva prima nel paese e poi nel mondo intero. Nel 2003 l’inchiesta valse il Pulitzer come miglior servizio pubblico.

  • Mark Ruffalo: «Chiesa e pedofilia, perché il papa non fa giustizia?»

    Mark Ruffalo: «Chiesa e pedofilia, perché il papa non fa giustizia?»

    Dal 18 febbraio 2016 l’attore italo-americano sarà nelle sale con “Il caso Spotlight”, film dedicato al team di giornalisti che nel 2002 rivelò al mondo una drammatica verità: la Chiesa cattolica aveva protetto e coperto decine di preti pedofili

    di Mauro Donzelli

    E’ un periodo d’oro per Mark Ruffalo, sempre più popolare per la sua capacità di rendere umani personaggi diversi come Hulk, nel carrozzone degli Avengers, o un padre bipolare, nel delizioso indieTeneramente folle. Adottato da molte donne come ideale di maschio, affascinante ma morbido, ha appena ottenuto la terza nomination all’Oscar per il ruolo di un giornalista che denuncia lo scandalo dei preti pedofili a Boston, ne Il caso Spotlight, in sala dal 18 febbraio.

    Un personaggio impegnato socialmente che gli somiglia molto, viste le sue battaglie ideali che lo portano spesso a manifestare la sua posizione, sulle strade americane come attraverso i social network. Non è sempre stato così, visti i tanti anni di provini falliti e piccoli ruoli, prima di consacrarsi come ospite fisso nei set di autori come Michael Mann, David Fincher Martin Scorsese o Bennett Miller. Anni difficili anche nella vita privata, con un tumore al cervello diagnosticato nel 2002, da cui ha recuperato in pieno, o la morte del fratello Scott, a casa sua, in seguito a un colpo di pistola partito in circostanze mai chiarite.

    Ruffalo è sposato dal 2000 con Sunrise, ex attrice, dalla quale ha avuto tre figli, che vivono con lui a New York. La coppia ha conquistato tutti allo scorso Festival di Venezia, per gli sguardi innamorati e i sorrisi entusiasti con cui si sono presentati in laguna. Io Donna ha avuto l’occasione di incontrare l’attore in una lunga chiacchierata, in cui ha confermato la sua grande gentilezza e capacità di suscitare empatia e genuino interesse in chi incontra.

    Un momento particolare nella sua carriera. Tutti l’amano, il pubblico, i critici.
    Il che è molto bello. La vivo come meglio non potrei. Si sta realizzando quello che sognavo quando, da ragazzo, ho deciso che volevo fare questo mestiere: avere una carriera originale, non limitata a un filone solo, potendomi muovere dentro e fuori dalle scatole in cui la gente vuole rinchiuderti, etichettandoti e limitandoti.

    Se lo gode ancora di più perché ha dovuto sudarselo questo successo? Le sono stati utili i tanti anni di gavetta
    Assolutamente. Mi mantengono sempre riconoscente e umile. È stata dura, e per molti anni. Ho lavorato tanto per migliorarmi come attore, per risultare diverso dalla mia personalità, visto che sono molto noioso [ride]. Tutto questo lavoro ha pagato e mi ha reso una persona più matura, capace di apprezzare le cose belle, ma mi ha anche concesso un ampio bagaglio di esperienze personali da utilizzare nel mio lavoro.

    Come descriverebbe l’industria del cinema, Hollywood?
    È come un’illusione, la proiezione di qualcosa che non esiste. È la confezione che contiene un prodotto. Una volta che la apri, allora la qualità di quello che ci trovi, dell’esperienza che ti regala, è tutto un altro discorso. Ci sono il junk food da una parte e il cibo biologico dall’altra, quello prodotto con amore, che ti regala un’idea del mondo. Il cinema è così: c’è il mercato del contadino e il grosso centro commerciale, pieno di colori brillanti e marche famose. Quando mangi non te ne frega niente dell’imballaggio. È così che vedo la mia industria.

    Il suo personaggio ha molta rabbia, lotta per una causa. In questo è simile a lei?
    Mike si interessa a molte tematiche sociali e come giornalista sa di poter riparare qualche torto, dando voce a persone che non ce l’hanno. In questo mi identifico. Un giornalista, come un attore noto, ha qualche possibilità di farsi ascoltare, di mandare in prigione i cattivi.

    Lo si dice talvolta a sproposito, ma Il caso Spotlight è veramente un film corale.
    Per me è l’ideale. Sono sempre nervoso quando un film è incentrato tutto su di me. Ognuno pensa che la vita sia solo ‘noi’, ma quando guardi dall’esterno ti rendi presto conto come non sia mai la storia di una sola persona. Anche quando sono il protagonista assoluto, penso sempre a me stesso come a un giocatore di squadra. Ti aiuta a restare lontano dai guai, visto che recitare bene vuole dire sublimare il proprio ego, porsi al servizio di qualcos’altro. La bravura di un attore è data dalle persone con cui recita ed è molto più divertente recitare con altri attori che guardarti riflesso in uno specchio.

    Lei ha frequentato una scuola cattolica, giusto?
    Sì, alle elementari.

    La storia raccontata nel film è tremenda, la sensazione è che sarebbe potuta accadere a qualsiasi ragazzo. Che sensazione le ha provocato, essendo oltretutto cresciuto in una scuola cattolica?
    Non è successo a me, né nella mia comunità, ma è pur vero che solo con il passare degli anni sempre più persone hanno trovato il coraggio di farsi avanti. La mia non era una tipica famiglia vittima di queste atrocità, ma sarei potuto crescere in una diversa, povera, con un padre assente. Sono loro le vittime di questa malattia della Chiesa. È sbalorditivo quante persone siano state colpite.

    Lo è anche che tutto sia stato nascosto.
    Da tutta la comunità, non solo dalla Chiesa; anche il Boston Globe stesso, all’inizio, la polizia, i politici, le grandi famiglie di potere della città, sono stati complici. La storia di questo film si potrebbe adattare ai partiti politici, alle nazioni, a ogni istituzione o comunità ideologica verso cui molta gente pone grande fiducia. Le persone tendono a guardare dall’altra parte; basti pensare alla guerra in Iraq o ai cambiamenti climatici. La gente diventa schiava di un’ideologia e chiude un occhio sulla realtà, anche quella che minaccia i nostri stessi figli, come la guerra in Vietnam, che ne ha sacrificati a migliaia. La parte triste è che non riguarda solo la chiesa, ma tutti; per questo è il momento giusto per ammettere le proprie colpe e iniziare il processo di guarigione di tutte le vittime, anche solo chi ha perso la fede a causa dei comportamenti della chiesa.

    Cosa pensa dovrebbe fare il Papa?
    Dovrebbe affrontare direttamente la questione, portando i colpevoli in tribunale, provvedendo a delle riparazioni. C’è molto che potrebbe fare, in una parola: giustizia. È il momento di utilizzare queste vicende per educare al meglio le persone, aiutandole a ritrovare la fede.

    Lei usa la sua notorietà per sensibilizzare riguardo a molte tematiche sociali, politiche o ambientali. Sente di dover dare qualcosa indietro?
    Sono stato fortunato. Penso che gli attori abbiano una voce particolare che viene ascoltata dalle persone. La possono usare per ottenere più soldi o per fare quello che ritengono giusto. La gente può dire cose terribili su di me o che sbaglio totalmente, ma sono convinto che il mio cuore sia nel posto giusto, e che questo è il modo con cui posso ridare al mondo la fortuna che ho avuto nella vita.

    Essere padre avrà contribuito.
    Certamente. È proprio da loro che sono partito, dalla volontà di farli vivere in un mondo migliore. Ti domandi quale sia l’eredità che lasci ai tuoi figli.

    Parlando di eredità, quale pensa sia quella del presidente Obama, ora che sta concludendo il suo mandato?
    La cosa triste di Barack Obama è che ha fatto nascere uno splendido movimento, radicato nella società civile, e poi gli ha voltato le spalle. Questa energia che ha creato è ancora viva, ma i suoi propagatori sono diventati più cinici. Sono molto rammaricato che non l’abbia veicolata in maniera propositiva, dimostrando di tenere a questa gente per cui l’elezione del primo presidente afro americano ha rappresentato la realizzazione di un sogno.

    Come attore cosa sta ancora cercando?
    Di non essere noioso. Sto finendo di lavorare agli Avengers, dopo due anni in cui ho lavorato in maniera quasi ininterrotta, stando spesso lontano dalla mia famiglia. Tutto quello che voglio ora è stare con loro per un po’.

    Diventare attore è stato per lei un modo per vincere la timidezza?
    Assolutamente. Nonostante abbia deciso presto di fare l’attore, non avrei mai immaginato di riuscire ad arrivare al punto in cui sono ora. La mia aspettativa era, al massimo, di diventare un buon caratterista e di mantenermi. Sono onesto dicendo che aspetto ancora che prima o poi un pianoforte mi cada in testa.

    Mark Ruffalo: «Chiesa e pedofilia, perché il papa non fa giustizia?»

  • Il Caso Spotlight, al cinema l’inchiesta sulla pedofilia nella Chiesa

    Il Caso Spotlight, al cinema l’inchiesta sulla pedofilia nella Chiesa

    18 dicembre 2015, sacerdote arrestato in un paesino della Piana di Gioia Tauro per abusi a carico di minori. 28 gennaio 2016, prete arrestato a Brindisi e condannato a tre anni e otto mesi di reclusioneper atti sessuali su minori. 11 febbraio 2016, un sacerdote tra gli undici arrestati con l’accusa di aver avuto rapporti sessuali a pagamento con ragazzi minorenni. L’ultimo episodio risale a pochi giorni fa e andando a ritroso la media è di un caso al mese, quantomeno per quelli che diventano di dominio pubblico.

    Gli abusi sono talmente tanti che a raccontarli non si rende l’idea della vastità del problema, motivo per cui la onlus Rete l’Abuso ha stilato una mappa che indica caso per caso gli abusi sessuali commessi in Italia dai membri del clero, raggruppando tutti quelli noti, quelli giunti al terzo grado di giudizio, quelli attualmente in corso e quelli di cui non si è più saputo nulla.

    È in questo contesto che arriva in sala un film potente e necessario, che dimostra ancora una volta che la settima arte, così come il giornalismo, sono un bene imprescindibile per la società civile. Candidato a 6 premi Oscar tra cui Miglior film, Miglior regia e Miglior sceneggiatura originale, Il Caso Spotlight racconta la storia del team di giornalisti investigativi delBoston Globe soprannominato appunto Spotlight, che nel 2002 ha sconvolto il capoluogo della contea di Suffolk con le sue rivelazioni sulla copertura sistematica da parte della Chiesa Cattolica degli abusi sessuali commessi su minori da oltre 70 sacerdoti locali. Un’inchiesta talmente importante da ricevere il Premio Pulitzer, lasciando ai posteri una lezione del miglior giornalismo possibile, a cui oggi, specialmente in Italia, non siamo più abituati.

    L’avvio dell’indagine giornalistica e, nel film, della narrazione parte dall’arrivo nell’estate del 2011 di Marty Baron, a cui presta il voltoLiev Schreiber, atterrato da Miami per prendere le redini delGlobe. Senza indugiare un giorno il neodirettore incarica il team Spotlight di indagare sulla notizia di cronaca di un prete locale accusato di aver abusato sessualmente di decine di giovani parrocchiani nel corso di trent’anni. Consapevoli dei rischi a cui si espongono mettendosi contro un’istituzione come la Chiesa Cattolica a Boston, il caporedattore del team Spotlight, Walter “Robby” Robinson, interpretato da un immenso Michael Keaton, i cronisti Sacha Pfeiffer (Rachel McAdams) e Michael Rezendes (Mark Ruffalo) e lo specialista in ricerche informatiche Matt Carroll (Brian d’Arcy James) iniziano ad andare a fondo con le indagini sul caso.

    Non appena i giornalisti del team di Robinson iniziarono a parlare con l’avvocato delle vittime,Mitchell Garabedian, interpretato da Stanley Tucci, a intervistare gli adulti molestati da piccoli e a cercare di accedere agli atti giudiziari secretati, iniziò a emergere con sempre maggiore chiarezza che l’insabbiamento dei casi di abuso era ben più ampio e sistematico di quanto si potesse immaginare e che il fenomeno era molto più grave ed esteso.

    I più alti funzionari del clero, tra cui il Cardinale Law, arcivescovo di Boston, tentarono in tutti i modi di ostacolare il loro lavoro con svariate intimidazioni. Un disperato tentativo per non far pubblicare il dossier che, nonostante tutto, venne reso pubblico dal Globe nel 2002 e che scoperchiò letteralmente un vaso di Pandora, aprendo finalmente la strada a tante analoghe rivelazioni in oltre 200 diverse città del mondo.

    Presentato fuori concorso alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia, il film diretto da Tom McCarthy è arrivato fino alla Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori che l’ha visionato in una proiezione privata. La Commissione è quella istituita da Papa Francesco nel 2014, la stessa attorno cui i giorni scorsi si erano scatenate le polemiche per l’allontanamento di uno dei suoi componenti, Peter Saunders, a fronte delle durissime critiche al cardinale George Pell e perfino al Papa stesso, sulle politiche messe in campo per contrastare i reati di pedofilia. Ovviamente il Vaticano non ha rilasciato alcun commento ufficiale sul film, un motivo in più per andarlo a vedere, dal 18 febbraio al cinema.

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/02/15/spotilight/2464642/

  • UN FILM CHE NON PUÒ LASCIARE INDIFFERENTI: LA CRITICA ITALIANA ASPETTA IL CASO SPOTLIGHT

    UN FILM CHE NON PUÒ LASCIARE INDIFFERENTI: LA CRITICA ITALIANA ASPETTA IL CASO SPOTLIGHT

    Newsweek lo ha definito “di gran lunga il miglior film dell’anno”; le sei nomination agli Oscar e i tantissimi premi ricevuti a livello internazionale hanno confermato il suo valore: adesso che Il Caso Spotlight sta per arrivare nei nostri cinema, scopriamo i primi pareri della stampa italiana.

    IL CASO SPOTLIGHT
    REGIA:  TOM MCCARTHY
    IN SALA DAL 18 FEBBRAIO 2016

    UN FILM CHE NON PUÒ LASCIARE INDIFFERENTI

    Che si conosca o meno l’inchiesta Premio Pulitzer della quale il film racconta i retroscena, che si sia appassionati di giornalismo o no, una cosa è certa: Il Caso Spotlight non può lasciare indifferenti.

    A ricordarcelo non è solo Piera Detassis e il suo Ciak, ma anche Ansa, che avverte: questa pellicola dal ritmo incalzante e dalla sceneggiatura efficace farà discutere. E farà riflettere, aggiungiamo noi: su qual è davvero il ruolo della stampa, su quante verità ancora ci sono celate dai poteri forti, su quanto sia necessaria un’opinione pubblica informata.

    Sì, perché oggi abbiamo bisogno non di risposte facili, ma soprattutto di domande importanti. E allora, come ricorda Il Fatto Quotidiano per fortuna c’è Spotlight. Una storia esemplare che lascia addosso più sgomento che rabbia, più domande che risposte.

    IL TALENTO DI MR. KEATON

    Dopo gli applausi a Venezia (sala stampa in estasi, commentò Il Messaggero) la critica è tornata ad entusiasmarsi per Il Caso Spotlight  in occasione dell’arrivo a Roma di Michael Keaton e di Walter “Robby” Robinson, caporedattore del team Spotlight del Boston Globe, interpretato nel film proprio dal protagonista di Birdman.Michael Keaton e il reporter Premio Pulitzer Walter Robinson a Roma per presentare Il Caso Spotlight

    Vederli lì, seduti uno accanto all’altro fa un po’ effetto leggiamo su La Repubblica: non perché sia inedito vedere l’attore sfilare sul tappeto rosso accanto alla vera persona interpretata, ma perché l’affiatamento tra Keaton e Robinson riflette lo spirito di questo straordinario film corale che ha il suo cuore proprio nel lavoro di squadra.

    Quello che ha permesso di realizzare l’inchiesta, quello che il  cast  del film (in cui spiccano Rachel McAdams e Mark Ruffalo, candidati agli Oscar come miglior attrice non protagonista e miglior attore non protagonista) ha fatto rivivere sul grande schermo, regalandoci un pathos pari alla pellicola simbolo del giornalismo d’inchiesta: Tutti gli Uomini del Presidente.

    Perché Il Caso Spotlight  è soprattutto questo: la storia di un gruppo di reporter eccezionali, che insieme sono riusciti a raggiungere l’obiettivo più ambizioso del giornalismo: raccontare al mondo la verità.

    Una storia da conoscere attraverso i pareri della critica, certo, ma soprattutto vivendo con loro tutte le fasi dell’inchiesta, al cinema dal 18 febbraio.

  • Spotlight: rilasciato online il trailer italiano del film

    Spotlight: rilasciato online il trailer italiano del film

    Oggi è stato rilasciato online il primo trailer italiano di Spotlight, film drammatico nominato a tre Golden Globes, che racconta l’indagine giornalistico-investigativa condotta dal Boston Globe sullo scandalo dei preti pedofili nel 2008.

    La pellicola, presentata in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia lo scorso settembre, è apparsa subito agli occhi dei presenti come un capolavoro. Spotlight si è aggiudicato anche il premio come miglior film 2015 ai Los Angeles Film Critics Association Award, ai New York Film Critics Online Awards e ai Boston Society of Film Critics Awards.

    E’ proprio un bel trampolino di lancio per possibili candidature agli Oscar 2016, ma per averne una conferma assoluta dovremo attendere gennaio, anche se le probabilità che Spotlight diventi il papabile vincitore dell’Academy Award si fanno sempre più concrete. Nel cast troviamo Mark Ruffalo, Michael Keaton, Stanley Tucci, Rachel McAdams, John Slattery e Liev Schreiber.

    Il film uscirà nelle sale il 18 febbraio 2016.